Origini storiche del tecnopopulismo

Il prossimo Presidente del Consiglio italiano sarà il giurista Giuseppe Conte. E’ un accademico, un tecnico dell’amministrazione, che non ha mai avuto esperienze politiche. Allo stesso modo al vertice del ministero dell’economia e finanza, dicastero chiave del governo italiano, potrebbe andare il Professor Paolo Savona, d’idee eterodosse sull’Europa, ma senza dubbio uomo d’establishment già capo dell’ufficio studi di Banca d’Italia, direttore generale di Confindustria, ministro dell’industria nel governo tecnico di Carlo Azeglio Ciampi del 1993.

Questi elementi avvalorano la tesi dell’avviarsi delle democrazie verso regimi tecnopopulisti, in cui elite e nuova offerta politica sembrano intersecarsi. Viene sfatata dunque l’idea, molto in voga presso il mondo politico ed intellettuale anti-establishment, che sia in corso una netta contrapposizione tra elite e popolo. I “politici di strada” sono capaci di vincere nelle urne, ma la complessità del presente richiede competenze, legittimazione e abilità che risiedono nella figura del tecnico di altro profilo. Insomma, come insegnavano Wilfredo Pareto e Gaetano Mosca le elite non si estinguono, ma circolano e si riposizionano.

Siamo di fronte, con buone probabilità, ad un momento di sostituzione e rinnovamento dell’establishment che parte dalla politica e s’irradierà verso diversi altri campi. In questo ambiente, populismo e tecnocrazia continueranno a vivere un rapporto dialettico riassumibile nel motto latino nec tecum nec sine te vivere possum. Le tensioni rimarranno forti, ma anche ci sarà anche una irrinunciabile cooperazione. Sarà interessante verificare i modi con cui avverrà questa cooperazione e quale sarà la visione del mondo sottostante allo sviluppo delle nuove elite.


Origini storiche del tecnopopulismo

In una recentissima dichiarazione il leader del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio ha sostenuto di voler valutare i punti di un eventuale contratto di governo tra la sua e altre forze politiche da un comitato di esperti che valuteranno la fattibilità delle policies. Inoltre, il giovane leader ha dichiarato di non voler uscire ne dall’Unione Europea né dall’unione monetaria. Un altro esempio di come la forza anti-establishment per eccellenza d’Europa non si sottragga tanto all’opportunità di utilizzare tecnici per sviluppare un programma di governo quanto ad inquadrare il proprio futuro politico all’interno di una struttura sovranazionale depoliticizzata come l’Unione Europea. Un atteggiamento, quello di Di Maio, che lo allinea per molti aspetti al tecno-cesarismo del Presidente francese Emmanuel Macron e che offre lo spunto per delle riflessioni di più lungo periodo sul presente regime politico europeo.

In un recente saggio, pubblicato su queste colonne, ho definito il regime politico contemporaneo come tecnopopulismo. In quello scritto cercavo di fornire una spiegazione del presente, ma molto di quella elaborazione affonda le proprie radici nella storia. Qual è l’origine storica del tecnopopulismo?

Negli ultimi dieci anni le forze politiche che hanno imbracciato tutti insieme e, più spesso, pezzi di questi concetti si sono sregolate sotto i colpi delle trasformazioni della politica, che vede trionfare sul tutto il Continente forze nazionaliste e populiste, molto diverse tra loro, ma accomunate dalla repulsione verso l’ordine politico stabilitosi dopo la Caduta del Muro di Berlino. Per dirla con l’oxfordiano Jan Zielonka, allevo di Ralf Dahrendorf, alla rivoluzione del 1989, che ha fatto della democrazia liberale e dei suoi valori un credo universale, si sta sostituendo una controrivoluzione, che sa bene cosa vuole distruggere ma ha ancora le idee poco chiare su cosa intende costruire. Una controrivoluzione che, però, continua a suscitare attriti con la tecnocrazia nazionale e sovranazionale. La logica della democrazia si scontra con la logica della disciplina, gli effetti disordinanti del politica con il progetto di depoliticizzazione che ha caratterizzato le democrazie europee dal 1945 e, in misura accresciuta, dalla metà degli anni settanta.

La storia, come sempre, viene in soccorso e dobbiamo andare almeno cinquant’anni indietro partendo dalla fine degli anni sessanta per comprendere le origini dell’attuale regime politico.

E’ in quel momento che i trente glorieuse, i tre decenni di formidabile sviluppo economico dopo la Seconda guerra mondiale, hanno iniziato a scricchiolare. La generazione dei baby-boomers iniziava, infatti, a chiedere un maggiore spazio democratico e di protagonismo politico. Il 1968 ha messo in ginocchio l’autorità delle istituzioni pregresse, ne ha eroso l’autorità e avviato una trasformazione di lunghissimo periodo. E’ in questo scenario che le nuove generazioni iniziano a chiedere la scomposizione del potere, un maggiore spazio all’individualismo, alla partecipazione democratica collettiva, ad un ulteriore salto nel processo di secolarizzazione ma anche al transnazionalismo, al superamento dei confini e alla retorica dei diritti. In questo contesto è maturato politicamente un nuovo universalismo individualista e democratico. Sempre nello stesso periodo inizierà un rallentamento economico che porterà alla crisi della metà degli anni settanta quando stagnazione ed inflazione sbarrarono il passo alle politiche keynesiane. Il welfare state forgiato dalla Seconda guerra mondiale viene avviato al tramonto dalle classi dirigenti occidentali.

Si originano due pressioni espressione di un “liberalismo biforcuto” : una che domanda maggiore democrazia, partecipazione, diritti e l’altra che domanda espansione economica, concorrenza e disciplina attraverso la nuova architettura del capitalismo globale. Sono due forme di emancipazione politica ed economica che si riversano nella generazione nata negli anni quaranta e cinquanta del Novecento e le cui richieste interpretano così massicciamente le profonde trasformazioni della società che non possono essere evase dalla politica. A questa situazione di crisi politica, economica e culturale, le elite occidentali rispondono attraverso tre principali direttrici:

1. Depoliticizzare la democrazia. Dalla fine degli anni settanta si avvia un processo di spoliticizzazione delle decisioni politiche che inizia con la fine del sistema di Bretton Woods. S’inaugura un rinnovato protagonismo delle banche centrali e di altre istituzioni sovranazionali come il Fondo Monetario Internazionale nonché la spinta verso una maggiore integrazione europea. Per mantenere il controllo nel medio-lungo periodo sulle politiche i governi scelgono di esternalizzare il potere decisionale, conferendolo a entità tecnocratiche nazionali e sovranazionali. In questo frangente iniziano a comparire sulla scena nuove istituzioni come le agenzie di rating, le autorità amministrative indipendenti e le Corti costituzionali assumono un ruolo sempre più centrale nel processo di riforma. Si moltiplicano, inoltre, regolamenti, corti e tribunali sovranazionali. Inizia un processo di svuotamento del potere democratico a cui si affiancano, però, nuovi strumenti di democrazia diretta come il referendum per rispondere alle pressioni politiche post-sessantottine. Un colpo al cerchio della politica e uno alla botte della tecnocrazia.

2. La retorica dei diritti. Emerge un certo universalismo che vuole spingere i diritti oltre i confini degli Stati nazionali: si parla di diritti umani, non più di diritti dell’uomo poiché al singolo si sostituisce la comunità mondiale. Sono diritti che possono essere esportati proprio perché considerati universali cioè buoni per essere calati in contesti culturali e politici totalmente diversi tra loro. Inizia, in questo contesto, a maturare quel politicamente corretto che ricerca, tramite le politiche e i tribunali, la protezione ossessiva delle minoranze e l’apertura delle frontiere da parte dei paesi occidentali dietro la spinta delle motivazioni umanitarie.

Beniamino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi (1994)

3. Il mercato. Allentare la regolamentazione sulla circolazione dei capitali e spingere il mercato borsistico è stata la grande operazione di popular capitalism portata a compimento dalla destra angloamericana degli anni ottanta. E’ la rappresentazione di Gordon Gekko che si muove tra i mercati mondiali dal suo ufficio di Wall Street nell’epoca reganiana; sono Beniamino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi che avallano il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia nel 1981 permettendo ai titoli di debito pubblico italiano di finire sul mercato finanziario; Margaret Thatcher che lancia una grande operazione di privatizzazione dell’economia britannica; la Comunità Europea che nel 1986 vara, con l’Atto Unico Europeo, il mercato comune. Si costruisce un mercato globale che raggiungerà il suo acme con l’ingresso della Cina nel WTO nel 1994. Una scelta, ispirata da pensatori come F.A. Hayek e Milton Friedman, che contaminerà anche la sinistra dei primi anni novanta: quella dei Clinton e dei Blair, ma anche le conversioni al mercato dei D’Alema. Persa l’autorità e la legittimazione delle istituzioni precedenti al 1968 il mercato diventa un vettore di disciplinamento della società poiché promuoveva l’idea che conoscenza, lavoro e merito potessero aprire le porte del benessere molto più di qualsiasi protesta politica o sussidio assistenziale.

Vengono varate, dunque, tre diverse promesse: quella di una partecipazione democratica allargata, quella di un individualismo universale e cosmopolita gestito dall’Occidente, quella di uno sviluppo economico persistente fondato sulla produttività e imperniato sull’aumento costante dei consumi. E’ la nuova geografia del pensiero politico che nasce dalla disgregazione della contrapposizione tra socialismo e liberalismo classico.

Se fino al 1989 la politica occidentale, seppure con le tante sfumature che lo contraddistinguevano, era una filosofia che si misurava con un avversario, il comunismo sovietico, quel momento segnerà la vittoria e, allo stesso tempo, la disgregazione del regime politico del dopoguerra. Dato per assodato il costituzionalismo, la protezione delle libertà fondamentali, il pensiero liberale, inteso secondo la definizione di Francis Fukuyama ne La fine delle storia, si polverizza: da un lato si muove verso l’ideologia dei nuovi diritti, della protezione delle minoranze, della libertà di scelta e dall’altro fluisce verso la libera concorrenza, la privatizzazione e l’apertura dei mercati. Due tendenze che vengono intercettate sia dalla destra liberale degli anni ottanta e novanta sia dalla sinistra, anch’essa divenuta liberale, che ricerca una terza via tra mercato e socialismo. Entrambe vengono incorporate, inoltre, dalle istituzioni europee che rappresentano il mercato comune e la tutela giudiziaria sovranazionale dei diritti seppur attraverso organismi non elettivi e tecnocratici. L’integrazione economico-funzionale non è che il frutto del processo di depoliticizzazione avviato negli anni settanta così come il ricorso sempre maggiore ai referendum nelle democrazie europee è una risposta alla pressione per una maggiore democratizzazione e per sondare trasformazioni della società che i partiti riuscivano sempre meno ad intercettare. Nel mezzo di queste trasformazioni c’è il filo comune della disgregazione della società, dell’individualizzazione e atomizzazione della vita umana, della privatizzazione dello spazio pubblico. Un fil rouge che ha aperto la strada tanto ai meccanismi di depoliticizzazione quanto a quelli della democrazia disintermediata.

Negli ultimi dieci anni, con l’avvento della crisi economica e dei cambiamenti culturali nella società europea, questo equilibrio tra tecnocrazia e democrazia ha mostrato il fianco. L’elemento democratico, prima ammaestrato dai partiti e addomesticato dalle regole sovranazionali, è andato fuori controllo facendo riemergere quel politico schmittiano che pareva essere sopito per sempre dentro le società occidentali. Tuttavia, la forza della macchina tecnocratica, che può contare sia su una forza funzionale che su un sistema economico che domanda depoliticizzazione, appare mediaticamente indebolita ma ancora capacissima, a livello politico, se non più di addomesticare quanto mento di raffreddare i populisti al governo. Tanto che nessun partito o leader dei nuovi partiti è ancora riuscito a formulare una  teoria o, quantomeno, una proposta politica capace di evadere il governo dei competenti, degli esperti e l’istituzione di corpi non elettivi con la missione di modulare le politiche. Nell’economia della conoscenza e nell’età della complessità le due forze mostrano un atteggiamento ambivalente: si affrontano, certo, ma si compenetrano anche. Perché è dalla stessa storia che nascono come due risposte alle medesime trasformazioni. Per questo, il futuro, si giocherà sulla modulazione di questo rapporto poiché non spariranno ne i rigurgiti democratici del politico né, tantomeno, la professionalizzazione di corpi burocratici, nazionali e sovranazionali, chiamati a rappresentare e gestire una pluralità di interessi costituiti

Lorenzo Castellani