Il 2021 sarà un anno di incognite. La prima sarà l’efficacia delle campagne vaccinali nel sottrarre l’Europa alla crisi del Covid-19. La capacità europea di uscire da lockdown, emergenze sanitarie e blocchi di produzione/consumo si deciderà nei prossimi 12 mesi. E in questo scenario, comunque vada, sarà cruciale il ruolo della Germania. 

Soprattutto durante la prima ondata, Berlino si è rivelata forse non più locomotiva, ma certamente àncora a cui i partner europei si sono aggrappati per attraversare la crisi pandemica. Ma se nel 2020 le decisioni e i risultati su questo piano sono stati raggiunti e gestiti dalla fase finale del merkelismo, nel 2021 la politica interna tedesca – e quindi la sua proiezione esterna – porteranno già il segno della successione ad Angela Merkel. La campagna elettorale per le prossime elezioni nazionali tedesche del 26 settembre 2021 influenzerà in parte le decisioni dell’ultimo anno della Cancelliera e sarà anche preceduta (salvo rinvii) da almeno 4 importanti elezioni regionali. Le elezioni nazionali segneranno inevitabilmente la strada che Berlino potrà prendere quando dovrà calarsi nel flusso sempre più in piena delle attuali accelerazioni geopolitiche. La seconda incognita del 2021 sarà quindi come la Germania si trasformerà dopo 15 anni di calibrata, abile e irripetibile guida di Angela Merkel.

La Germania all’interno

Per certi versi, la fine del merkelismo dura già da 4 anni. Vale a dire da quando Merkel ha vinto le elezioni 2017 senza i risultati trionfali preannunciati dai sondaggi, trovandosi così costretta a lunghi mesi di trattative e, poi, a ripiegare sull’ennesima Große Koalition con i socialdemocratici della SPD. Da allora Merkel è sembrata diverse volte addirittura propensa ad anticipare la propria uscita di scena, come quando nel 2018 ha scelto di lasciare la Presidenza del suo partito. Come se non bastasse, proprio la sua erede designata Annegret Kramp-Karrenbauer (attuale Ministra della Difesa), è stata prima eletta Presidente della CDU ma ha poi deciso di lasciare la leadership nel febbraio 2020 (dopo non essere riuscita a gestire con autorevolezza i clamorosi tentativi di accordo regionale tra la CDU della Turingia e la destra radicale di AfD, Alternative für Deutschland).

Quello che sembrava un lento declino di Angela Merkel e della sua legacy politica più diretta, però, si è arrestato con lo shock senza precedenti della pandemia. Da sempre Krisenkanzlerin (“Cancelliera delle crisi”), nel 2020 Merkel ha velocemente riconquistato la fiducia dei tedeschi. In occasione della prima ondata di Covid, a Merkel è stata riconosciuta la capacità di fermare scenari devastati come quelli italiani, inglesi e spagnoli. Nell’attuale seconda ondata, che si sta rivelando molto più grave e molto più letale anche in Germania, Merkel è per ora ritenuta la sola che abbia richiesto misure anti-Covid più appropriate, mentre la colpa per ritardi e sottovalutazioni viene riversata su diversi Ministri Presidenti dei vari Land federali. Poco prima dell’esplosione definitiva della pandemia, lo scorso 7 marzo 2020, i tedeschi avrebbero votato CDU-CSU al 26% e Grünen (i Verdi) al 24%. Oggi, fine dicembre 2020, voterebbero invece così: CDU-CSU al 36%, seguiti dai Grünen al 18% (dati Forsa).

L’attesa per una nuova CDU

Sarebbe però ovviamente un errore credere che queste percentuali siano già stabilite. Da qui al prossimo 26 settembre 2021 potranno cambiare diversi elementi. Molto dipenderà da chi sarà il prossimo Presidente della CDU e il nuovo candidato CDU-CSU al Cancellierato federale. A partire dal 16 gennaio 2021, i cristiano-democratici sceglieranno in un congresso digitale chi dovrà sostituire Kramp-Karrenbauer come Presidente. In lizza ci sono tre uomini: Armin Laschet, Norbert Röttgen e Friedrich Merz. Armin Laschet sarebbe forse il più diretto erede di Merkel: attuale Ministro Presidente della Renania Settentrionale-Vestfalia, centrista, moderato, è un uomo dell’apparato di partito. I rappresentati del suo Land saranno molto numerosi tra i “grandi elettori” CDU che decideranno a gennaio, e questo potrebbe essere un vantaggio. Così come potrà esserlo il sostegno ufficiale che Laschet ha ricevuto dal candidato-non-candidato Jens Spahn, attuale ministro della Sanità, modernamente conservatore, che sembrerebbe aver deciso di aspettare un round prima di candidarsi a sua volta come Cancelliere. Secondo i sondaggi Laschet sarebbe tuttavia un candidato debole al Cancellierato: non ha molto sostegno tra gli elettori tedeschi, inclusi quelli della CDU. Debolezza forse dovuta anche alla gestione del Covid-19 in Renania Settentrionale-Vestfalia, che non è stata certamente tra le migliori.

Il candidato Norbert Röttgen, attuale presidente della Commissione Esteri del Bundestag, sembrava invece un outsider, ma si è ultimamente lanciato in un’abile campagna social, molto personalista, e si è posizionato su diversi dossier internazionali. Secondo i sondaggi di der Spiegel, se dovessero scegliere direttamente gli elettori CDU, e non i funzionari di partito, Röttgen avrebbe al momento più possibilità di Laschet.

Il candidato con più sostegno tra gli elettori, ma anche con più oppositori diretti, è invece Friedrich Merz: ex manager e lobbista del colosso multinazionale BlackRock (fino al 2020), Merz è da tempo considerato l’anti-Merkel per eccellenza, un ruolo che lui stesso accetta con entusiasmo, presentandosi compiaciuto come un maverick ostile alle strutture di partito. Merz aveva lasciato la politica proprio in conflitto con la Kanzlerin nel 2009, è poi tornato nel 2018 riuscendo quasi a strappare la Presidenza a Kramp-Karrenbauer e si candida ora con il chiaro progetto di riportare i cristiano-democratici verso destra, inseguendo una prospettiva spiccatamente liberista e culturalmente conservatrice (soprattutto sui temi come l’immigrazione e i diritti civili).

Fondamentale da notare, però, è che la scelta del prossimo Presidente della CDU potrà non corrispondere con quella del candidato Cancelliere dei cristiano-democratici. Sempre più quotata, e recentemente arricchita dal sostanziale endorsement di primissimo piano di Wolfgang Schäuble, è la candidatura di Markus Söder, attuale Ministro Presidente della Baviera. Söder è leader della CSU (il partito sorella bavarese della CDU) e durante la pandemia è stato capace di raccogliere molto consenso per la sua gestione decisa dell’emergenza sanitaria. Durante le ultime elezioni bavaresi del 2018, Söder si è anche ampiamente distanziato dalla destra di AfD, posizionandosi consapevolmente come un conservatore che sa tenere solida e ferma la diga verso l’estrema destra. Söder potrebbe anche emergere come il candidato Cancelliere di uno dei vincitori della Presidenza CDU (forse Röttgen?) Non è mai accaduto che un candidato CSU riuscisse a diventare Cancelliere, ma nel caso di Söder la CDU nazionale potrebbe tentare il colpo e affidarsi all’abile monarca di Monaco di Baviera.

L’ipotesi del primo governo Schwarz-Grün

La definizione del candidato Cancelliere CDU-CSU sarà cruciale nel gioco delle coalizioni. Le coalizioni saranno decise come da tradizione dopo il voto, ma da tempo i sondaggi suggeriscono soprattutto una soluzione: un’alleanza Schwarz-Grün (Nero-Verde) tra quelli che dopo il 26 settembre 2021 potranno essere i due maggiori partiti tedeschi, la CDU-CSU e i Grünen. L’alleanza è già attiva con diverse formule in sei Land federali e in diverse città tedesche, ma non è stata mai provata a livello nazionale, dove sarebbe quindi un passaggio epocale. Se però un candidato Laschet o Röttgen renderebbe molto facile un’intesa Schwarz-Grün e una candidatura Söder la farebbe diventare solo leggermente più complessa, una leadership CDU di Friedrich Merz la renderebbe invece fin da subito molto travagliata. 

Spostando il partito verso destra, Merz non cercherebbe molti compromessi con i Verdi su almeno due terreni di scontro. Il primo è quello della preoccupazione di parte della grande industria tedesca di fronte a una svolta ambientale troppo brusca o troppo burocratizzata. L’industria tedesca non è più da tempo ostile alla necessità di un nuovo green deal e lo stesso settore di punta tedesco dell’automotive sta rincorrendo senza sosta la digitalizzazione e l’elettrificazione del proprio prodotto. Ma in parte del mondo produttivo permane il timore che un governo troppo verde inserisca con eccessivo zelo regolamentazioni che possano rivelarsi un ostacolo produttivo sul breve periodo, soprattutto in una fase di ripresa dallo shock pandemico. Quello della svolta e conversione ambientale resta uno scenario delicato che necessiterà quindi specifici compromessi e non è sicuro che una leadership o Cancellierato Merz non scelga di esacerbare il conflitto invece di superarlo. 

La stessa cosa vale per la questione viscerale e ormai innegabilmente decisiva del dibattito sull’identità tedesca. Merz e la sua corrente si allineano di fatto alla cosiddetta idea di Leitkultur, cioè all’idea che esista una cultura guida che definisce l’essenza tedesca, in forma tradizionalista e tendenzialmente nazionalista (e, secondo alcuni, reazionaria). Il concetto è però profondamente rifiutato proprio dai Grünen, che sono probabilmente una delle espressioni europee più spinte di una visione post-nazionale. Visione che vede lo stesso quadro UE come lo spazio in cui sciogliere definitivamente qualsiasi concetto nazionalista tedesco, al fine di salvaguardare solo un Verfassungspatriotismus (patriottismo costituzionale) di condivisione di norme e valori non legati a specifiche identità. Anche su questi temi un buon programma di coalizione Nero-Verde potrà evitare conflitti di principio ed evitare una controproducente polarizzazione tra progressisti e conservatori, ma per farlo ci vorrà sempre e comunque la volontà politica di entrambe le parti.

Merz e la sua corrente si allineano di fatto alla cosiddetta idea di Leitkultur, cioè all’idea che esista una cultura guida che definisce l’essenza tedesca, in forma tradizionalista e tendenzialmente nazionalista (e, secondo alcuni, reazionaria).

lorenzo monfregola

Al di là dell’esito del congresso CDU, l’ala più conservatrice dei cristiano-democratici sogna quindi ancora di formare il prossimo governo 2021 alleandosi con i liberal-liberisti della FDP, la Freie Demokratische Partei. Ipotesi al momento molto improbabile visto che, a causa di una direzione troppo egocentrica del suo leader Christian Lindner e di altri incidenti di percorso, la FDP è al momento davvero debole (i sondaggi le danno solo il 6% dei voti, facendone l’ultimo tra i partiti attualmente in Parlamento). L’opzione Schwarz-Gelb (Nero-Gialla) CDU-CSU + FDP potrebbe però diventare più attuale se nei prossimi mesi la crisi UE di fronte alla pandemia si dovesse rafforzare invece di risolversi. In quel caso si potrebbe diffondere nell’elettorato tedesco la ricerca di un governo più di destra, che faccia innanzitutto quadrato attorno agli interessi sul breve periodo della Germania. 

I Verdi e gli altri

I Grünen, da parte loro, non si sono certo rassegnati all’idea di esser soltanto un eventuale socio di minoranza in una coalizione Schwarz-Grün. Malgrado vengano ora dati sotto al 20%, i Verdi pensano di poter guadagnare altri punti prima di settembre 2021. Ancora nelle elezioni del 2017, del resto, i Grünen erano fermi all’8,9%. Quindi, nonostante la pandemia abbia favorito un rally ‘round the flag effect per la CDU di governo, niente impedisce ai Verdi di sperare di tornare a crescere oltre la soglia del 20%. Dopo un’ipotetica candidatura a Cancelliere di uno dei due leader del partito, Robert Habeck, ora la candidata Cancelliera sembra essere diventata l’altra leader, Annalena Baerbock. Politica giovane ma esperta, Baerbock può contare su un brand che mette insieme passione ideale e pragmatismo. Un’immagine che, a ben guardare, potrebbe sfruttare (più o meno consciamente) l’opportunità di presentarsi narrativamente come un’evoluzione green, moderna e attualizzata della stessa Angela Merkel. Quello che è certo è che il duo di dirigenza dei Grünen è rappresentato da due Realos (quelli che nel partito verde tedesco sono storicamente identificati come realisti), quindi da una leadership che ha tutta l’ambizione – e la conseguente disponibilità al compromesso – necessaria a non perdere l’occasione di formare il primo esecutivo post-merkeliano.

Nello scenario delle coalizioni possibili potrà avere comunque ancora un ruolo la SPD. I socialdemocratici sono in calo da anni (al momento vengono dati intorno al 15%) e hanno accettato controvoglia l’attuale coalizione di governo con Merkel. Al tempo stesso, negli ultimi anni la SPD ha comunque resistito a quella pasokification totale che ha invece annientato altri partiti socialdemocratici europei. Candidato Cancelliere per il 2021 della SPD è l’attuale Ministro delle Finanze Olaf Scholz. Si tratta di un politico non sempre vincente agli appuntamenti elettorali, ma che ha oggi una nuova base di consenso, dovuta alla decisione durante la pandemia di abbandonare la politica del rigore dei conti e il dogma della cosiddetta Schwarze Null.

Fuori dai giochi delle coalizioni sono invece Die Linke e, certamente, AfD. Die Linke, Sinistra radicale, si appresta a sua volta ad aprire il proprio congresso (digitale) e dovrà nuovamente trovare un equilibrio tra un’anima movimentista occidentale e una più ostalgica orientale. Die Linke è attualmente data al 9% e spera che il tema dei costi sociali della pandemia le porti nuovo consenso nei prossimi mesi. In realtà Die Linke potrebbe essere coinvolta in una coalizione di governo Rosso-Rosso-Verde con SPD e Grünen. Ma al momento mancano i numeri anche per questa opzione e, soprattutto, un governo nazionale così di sinistra incontrerebbe in Germania forti resistenze da parte del mondo istituzionale ed economico.

All’estrema destra, invece, AfD lotta da mesi con un calo di consensi (attualmente è data al 9%). I populisti, che avevano cavalcato con spregiudicata abilità le contraddizioni dell’immigrazione e della Willkommenspolitik di Merkel, sono oggi in crisi sul tema Covid-19. AfD ha infatti cercato per mesi di conquistare voti all’interno del movimento no-mask e negazionista: una tattica che in Germania poteva relativamente funzionare quest’estate, ma certamente non ora, con decine di migliaia di contagi al giorno. AfD mantiene però una sua specifica presenza e forza territoriale nei Land della ex-DDR, un aspetto che resta carico di significato geopolitico, perché esprime la tendenza più euroasiatica e convintamente anti-liberale di parte della Germania orientale.

Politica giovane ma esperta, Baerbock può contare su un brand che mette insieme passione ideale e pragmatismo. Un’immagine che, a ben guardare, potrebbe sfruttare (più o meno consciamente) l’opportunità di presentarsi narrativamente come un’evoluzione green, moderna e attualizzata della stessa Angela Merkel.

lorenzo monfregola

La Germania all’esterno

È principio della geopolitica che la strategia di una nazione sia definita senza troppi spazi di manovra e che sia soltanto la tattica di implementazione della stessa strategia a poter essere più o meno modificata dagli indirizzi politici di un governo. È soprattutto in questo senso che la geopolitica inchioda le nazioni alle particolarità del proprio territorio, seppur ormai si intenda il territorio con uno spettro ampio che include anche l’estensione degli spazi digitali e le iperstizioni dell’immaginario. Nel caso tedesco la realtà più cruda e originaria è quella di un territorio che ha una parziale barriera orografica soltanto verso sud, uno sbocco sul mare verso nord (ma a strettissimo contatto con altre nazioni), e, soprattutto, un’apertura territoriale completa sia da/verso ovest sia da/verso est. Un’eccezionalità che lascia storicamente al nucleo strategico tedesco soltanto due opzioni tattiche: cercare di trasbordare verso oriente e/o occidente nella convinzione che l’attacco preventivo sia l’unica possibile difesa, o cercare invece nelle due direzioni delle solide alleanze, tramite vincoli commerciali profondi che garantiscano forme di pace perpetua. La prima opzione ha segnato i grandi errori e orrori del Novecento tedesco, la seconda è alla base del miracolo dell’Unione Europea (dall’iniziale asse franco-tedesco fino all’allargamento verso est dell’UE). 

Non solo, dal Dopoguerra a oggi la seconda opzione è stata soprattutto resa possibile dall’aggancio della Germania all’egemonia strategica di quelle che proprio il tedesco (e nazista) Carl Schmitt chiamò “potenze di mare” (Regno Unito e Stati Uniti), individuandole in opposizione alle tradizionali “potenze di terra” (Germania e Russia). La cosiddetta Westbindung (l’ancoraggio all’Occidente) della Germania è considerato oggi un fattore quasi scontato, ma non andrebbe invece mai letto come tale, bensì come un assetto storicamente determinato (e, quindi, sempre di nuovo modulabile). 

Con il nuovo millennio, questo ancoraggio ha raggiunto il suo apogeo con il primato tedesco nella competizione commerciale nel quadro di una globalizzazione che è stata frutto della massima espansione della pax americana. Niente ha reso più distante dal passato di sola “potenza di terra” la Germania dell’export globale, con un surplus produttivo distribuito all’interno di un’Unione Europea fortemente vincolata alla NATO e spedito nel resto del mondo su rotte marittime internazionali protette dalle flotte della United States Navy. Dopo le difficoltà della Riunificazione del 1990 e complice una pesante riforma in senso ultra-competitivo del suo stato sociale (chiamata Agenda 2010), negli anni ‘00 la Germania aveva quindi raggiunto uno status quasi perfetto: libera da eccessive preoccupazioni militari, prima della classe nelle enormi potenzialità della globalizzazione e capace di commerciare con una moneta che favorisce il costante mantenimento di una bilancia commerciale attiva. 

È proprio in questi anni, a partire dal 2005, che Angela Merkel ha preso in consegna il Paese. Anni in cui la Kanzlerin, e questo è un passaggio decisivo, ha prima beneficiato dei risultati del temporaneo status perfetto tedesco e poi, però, ha messo in campo tutta la sua intelligenza politica per proteggere la Germania da un susseguirsi d’un tratto sempre più fitto e accelerato di shock globali. Shock causati dal progressivo erodersi della stessa pax americana e dall’emergere di un mondo sempre più multipolare. Dalla crisi finanziaria a quella dell’euro, dalla guerra in Ucraina alla crisi dei rifugiati, dal trumpismo alla crisi del multilateralismo, dal tech decoupling allo scontro definitivo USA-Cina, dalla pandemia di Covid-19 al Recovery Fund: alla fine, nell’ultimo decennio, è sempre stata Angela Merkel a trovare una soluzione soddisfacente per la Germania. Quelli che inizialmente erano visti come i limiti politici di Merkel (la tendenza all’attendismo, la mancanza di una linea chiara, il rifiuto dell’entusiasmo come categoria comunicativa) si sono presto trasformati nei maggiori e più acclamati pregi della Cancelliera. Applicando una declinazione tedesco-luterana del Wu Wei, l’azione-non azione taoista, Merkel ha rassicurato i tedeschi mentre il mondo fuori si stravolgeva sempre di più (e lo ha fatto perché consapevole che quegli stravolgimenti mettono a rischio soprattutto una Germania che ha scommesso tantissimo su un’economia globalmente aperta e interdipendente). Pur restando vincolata a specifici valori cristiano-democratici, Merkel è stata quindi quasi costretta a una politica tecnocratica e post-ideologica, vale a dire la sola che le permettesse di calibrare accordi e decisioni internazionali per contenere l’inevitabile e mettere invece in stand-by tutto il possibile e il procrastinabile.

Nell’ultimo decennio, è sempre stata Angela Merkel a trovare una soluzione soddisfacente per la Germania. Quelli che inizialmente erano visti come i limiti politici di Merkel (la tendenza all’attendismo, la mancanza di una linea chiara, il rifiuto dell’entusiasmo come categoria comunicativa) si sono presto trasformati nei maggiori e più acclamati pregi della Cancelliera.

lorenzo monfregola

Questa dinamica si è vista anche nel rapporto decisivo sull’asse franco-tedesco. Un asse che in UE ha fatto passi avanti con mosse reattive nella risoluzione delle crisi (l’ultima è chiaramente quella del Next Generation EU), ma che ha sempre ricevuto contributi al rallentatore da Berlino in merito allo sviluppo di visioni europee più complessive. Emblematico resta lo scarto del merkelismo rispetto alla presidenza francese di Emmanuel Macron. Forte del capitale strategico di un passato storico meno problematico e di una geopolitica da sempre attiva (e quasi tatticamente ottimistica), Macron ha più volte cercato di coinvolgere Merkel in salti e accelerazioni europeiste che andassero al di là dei soli avanzamenti resi obbligatori dall’emergere di crisi esistenziali dell’UE. Ma è proprio su accelerazioni di ritmo e velocità che Merkel ha sempre gentilmente frenato il presidente Macron. E la motivazione è chiara: se l’attuale macronismo emerge dalla presa di coscienza e dalla volontà di cavalcare l’accelerazione delle mutazioni globali, il merkelismo è invece un altrettanto consapevole e volontario tentativo di decelerazione.

Ora, però, appunto, sta arrivando il 2021.

Se la capacità di contenimento, mutazione controllata, calibratura dei passaggi storicamente inevitabili è il tratto caratteristico dell’innegabile talento politico di Angela Merkel, la grande incognita diventa se chi succederà alla Kanzlerin saprà gestire dossier scottanti, svolte epocali e bivi esistenziali con la stessa efficacia e flessibile fermezza. La domanda è: come sarà possibile, senza Merkel, continuare a tenere in stand-by dossier che diventano sempre più urgenti? Dopo Merkel, come sapranno muoversi Berlino (e Francoforte) di fronte alla penetrazione cinese in Germania e in Europa? Come sapranno mantenere, i tedeschi, un equilibrio d’interessi tra l’irrinunciabile alleanza con Washington e i vincoli materiali con Pechino? Come si muoverà la Germania con Mosca? Come potranno definire i tedeschi la questione di un’identità europea più sganciata dalla tutela culturale del liberalismo americano e anglosassone? Come potrà essere inserito il ruolo della forza militare nell’equilibrio delle istituzioni liberal-democratiche tedesche dopo averla così a lungo emarginata? Come potrà, infine, la razionalità economica tedesca scendere definitivamente a patti con il sacrificio praticamente irrinunciabile della solidarietà intra-europea?

Ogni frammento dello scenario politico tedesco descritto più sopra potrà avere un potenziale ruolo in questo complesso e delicato svilupparsi di interrogativi post-merkeliani, nelle loro tempistiche, nella loro intensità, nella loro stabilità o, alternativamente, nella loro instabilità.

I dilemmi geopolitici di un governo Schwarz-Grün

L’ipotesi Nero-Verde potrà essere la più grande opzione di continuità con l’era Merkel, soprattutto con un ruolo di maggioranza dei cristiano-democratici nella coalizione. Un’alleanza tra centrismo CDU-CSU e Verdi potrebbe far partire un superamento controllato e delicato del merkelismo, con un ancoraggio al principio che ha guidato gli ultimi anni delle politiche europee tedesche: il rifiuto di accelerazioni eccessive ma l’accettazione completa dell’ineluttabilità dell’UE come salvaguardia delle istituzioni democratiche tedesche.

Sia in fase di proposta elettorale, sia in un eventuale governo di coalizione, il modello Nero-Verde potrà soprattutto funzionare se la prossima campagna vaccinale spezzerà velocemente le ondate di Covid-19 in Europa e l’attuale Recovery Fund si rivelerà sufficiente a far ripartire l’UE in un mondo post-pandemia. In questo caso l’eredità diretta di Merkel, tra cui si annovera ora anche lo storico raggiungimento dell’accordo sulla Brexit, potrà essere un punto di partenza solido, una pietra angolare narrativamente inattaccabile.

Qualcosa di simile potrà avvenire con una coalizione Verde-Nera a maggioranza verde con una nuova Cancelliera Annalena Baerbock. In questo caso, però, la predominanza dei Grünen potrebbe intensificare una svolta tedesca più idealmente europeista. A prescindere dalla gerarchia di coalizione, un esecutivo tedesco dal profilo fortemente verde ed europeista potrà sicuramente contare su legame con Bruxelles e con l’attuale Commissione europea di Ursula von der Leyen, che è oggi già portatrice attiva di una declinazione europea dell’eredità merkeliana. Sul valore geopolitico di un green deal europeo fortemente sostenuto da Berlino potrà poi crearsi e compattarsi quel nuovo asse transatlantico da tanti auspicato con la presidenza di Joe Biden (che, tra le altre cose, ha già annunciato il ritorno degli Stati Uniti nell’accordo di Parigi).

Pur essendo però l’opzione Schwarz-Grün quella che permetterebbe un superamento meno traumatico del merkelismo, sarà comunque impossibile che il prossimo esecutivo tedesco non debba comunque affrontare a un certo punto quelle questioni decelerate per anni dalla Kanzlerin.

La costruzione di un nuovo asse transatlantico con Washington non è infatti ovviamente declinabile in un ritorno alle vecchie formule da illusoria “fine della Storia”. Se l’amministrazione Biden ritornerà al multilateralismo del WTO e dimenticherà certamente i dazi anti-europei più aggressivi, l’attuale President-elect non abbandonerà tuttavia i tentativi patriottici di reshoring industriale e dovrà inoltre concentrarsi soprattutto sulla ricomposizione degli Stati Uniti lacerati dalla pandemia e dalle tensioni sociali. Una certa diminuzione della presenza americana in Europa continuerà inevitabilmente, magari inizialmente non in quantità, ma certamente in qualità. Al tempo stesso aumenterà la richiesta di Washington a Berlino di riempire i vuoti che verranno a crearsi, restando però saldamente all’interno della dedizione tedesca alla NATO. La richiesta di più investimenti tedeschi nel budget militare NATO non è stata inventata da Donald Trump e verrà anzi espressa da Joe Biden con molta più chiarezza, seppur in modo diplomatico.

Un nuovo governo Nero-Verde potrebbe presto trovarsi in difficoltà nel gestire l’intero dossier militare. Si tratta infatti di una questione che continua a porre anche il dilemma epocale di un veloce reinserimento del potere militare nell’equilibrio istituzionale tedesco (potere che per decenni, invece, era stato attivamente tenuto lontano dai centri nevralgici della Berliner Republik). I Grünen, ad esempio, mantengono segmenti della loro impostazione anti-militarista e non hanno in verità un particolare programma su come gestire a breve termine le evoluzioni della Bundeswehr. Quest’ultimo aspetto è molto rilevante perché in Germania è in corso un decisivo dibattito politico-ideologico sulle istituzioni militari e sulla loro possibile proiezione geopolitica. Dibattito ultimamente sempre più complesso, come dimostra la crescente urgenza dell’attuale governo tedesco di depurare innanzitutto la Bundeswehr da correnti di estrema destra minoritarie ma molto influenti (si veda il caso dello scioglimento parziale per infiltrazione di estremisti di destra dei corpi speciali KSK, evento più unico che raro per una democrazia occidentale).

La questione militare, inoltre, porta ovviamente a galla anche in Germania tutte le complessità del potenziale attrito fra alleanza NATO e progetti di maggiore autonomia militare dell’UE. Il Presidente francese Macron ha ripetuto diverse volte di ritenere indispensabile una rimodulazione dell’alleanza atlantica e una maggiore indipendenza geostrategica europea. Nella sua ultima intervista a Le Grand Continent, Macron ha anche criticato direttamente un editoriale su Politico della stessa Annegret Kramp-Karrenbauer. IntitolatoEurope still needs America”, l’editoriale della ministra della Difesa tedesca giudicava l’autonomia strategica europea “un’illusione”, nel solco di un’impostazione che vede qualsiasi indipendenza di hard-power europeo una pura (e anche pericolosa) velleità. Il prossimo esecutivo tedesco potrà anche provare a procrastinare ancora per qualche anno il dibattito sul futuro strategico della sua difesa. Ma è chiaro che quando il Presidente Macron parla di abbandonare il “Washington consensus” pone anche a tutti partner europei, e prima di tutto a Berlino, un’ipotesi per discutere di uno specifico cambiamento geostrategico.

Le incognite europeiste per i Grünen

Una domanda interessante in questo contesto diventa se i Grünen potrebbero avvicinarsi più di altri alla nuova cosiddetta dottrina Macron, in nome del loro tradizionale e caratteristico europeismo. La risposta è però complessa e mostra anche alcune contraddizioni geopolitiche che dovranno presto affrontare gli stessi Verdi tedeschi. 

Se è ad esempio vero che tra i Grünen c’è sicuramente grande disponibilità a europeizzare il discorso sulla difesa e a perseguire idealmente la visione di un’“autonomia strategica” dell’UE, il partito è anche molto dedicato all’atlantismo più classico, ad esempio nell’opposizione a Mosca. Come già detto, i Grünen non sembrano in verità avere un piano preciso per la forza militare in Germania e i loro appelli un po’ vaghi a una Difesa europea sembrano più che altro suggerire, anche in questo caso, la volontà di evitare e rimandare il più possibile la questione. 

I Grünen non sembrano in verità avere un piano preciso per la forza militare in Germania e i loro appelli un po’ vaghi a una Difesa europea sembrano più che altro suggerire, anche in questo caso, la volontà di evitare e rimandare il più possibile la questione. 

LORENZO MONFREGOLA

Ci sono poi altri aspetti dell’europeismo dei Verdi che potrebbero aver bisogno di complesse discussioni nel confronto con la dottrina Macron. Nati negli anni ‘80, i Grünen hanno a lungo contenuto specifiche correnti tedesche dell’anti-americanismo, ma si sono poi in seguito evoluti come una delle espressioni europee più vicine al mondo liberal degli Stati Uniti. Si tratta di quello stesso mondo liberal che ha recentemente criticato con decisione e asprezza l’ultimo posizionamento della Presidenza francese contro il cosiddetto separatismo islamista in Francia. Posizionamento espresso in nome della laïcité républicaine e che ha inevitabilmente messo in campo un nuovo paradigma di liberalismo laico-occidentalista. Tale posizionamento è stato però anche accusato, soprattutto da diversi commentatori anglofoni, di essere portatore di islamofobia e di un pericoloso e divisivo fondamentalismo laicista. L’impostazione della Presidenza francese si è poi anche ampiamente mostrata nella sua dimensione geopolitica, con l’aperto confronto scelto da Parigi con i sostenitori statali più o meno diretti delle organizzazioni islamiste e delle narrazioni dell’Islam politico, a partire dall’attuale governo turco.

La domanda in questo caso diventa quanto e come un governo tedesco con partecipazione dei Grünen vorrà confrontarsi sull’asse franco-tedesco dell’europeismo su un discorso di ridefinizione del modello di multiculturalismo di stampo anglosassone e, anche, sulle relative conseguenze geopolitiche. Si tratterebbe di un discorso dalle pesanti implicazioni, perché incentrato sulla possibilità di ridefinizione (o meno) di un modello liberale che fino a poco fa veniva considerato il solo possibile e legittimo all’interno del mondo occidentale e, soprattutto, il solo da opporre all’opzione sovranista, populista ed etno-nazionalista.

Il nodo euroasiatico del Nord Stream

Scottante per qualunque prossimo governo tedesco resterà anche il nodo del Nord Stream 2, il raddoppio ormai completato al 90% del gasdotto che collega direttamente via mare Russia a Germania, bypassando tutto il resto dell’Europa centro-orientale (dove poggiano invece le altre pipeline di gas russo). L’infrastruttura ha un valore pratico e simbolico ineliminabile, che attinge la propria rilevanza proprio dai quesiti storicamente più rilevanti delle geopolitica tedesca: perseguire in tutto e per tutto l’alleanza con le “potenze di mare” occidentali o lasciare aperto un canale verso l’opzione euroasiatica? Merkel è da sempre convinta della necessità di contenere Mosca mantenendo il più possibile relazioni commerciali e diplomatiche, ed è riuscita a proteggere per anni anche il dossier Nord Stream, presentandolo spesso come unicamente economico e sottraendolo ai fuochi incrociati del suo innegabile significato geopolitico. Quello di una Ostpolitik commerciale distensiva verso la Russia, del resto, rimane un caposaldo della politica estera della Germania, e rientra nella già citata essenza strategica tedesca: cercare pace tramite il commercio sia verso ovest sia verso est. Nel 2019 gli USA hanno però imposto pesanti sanzioni, anche secondarie, contro il Nord Stream 2. L’amministrazione Biden, che è ancora meno indulgente con il Cremlino di quella Trump, seguirà questa linea e il prossimo governo tedesco non potrà quindi sottrarsi alla dimensione geopolitica dell’intero dossier energetico russo-tedesco.

Tra i candidati CDU alla presidenza, il concorrente più canonicamente atlantista sull’argomento è certamente Norbert Röttgen, che in autunno si è fatto notare moltissimo proprio chiedendo il blocco del progetto Nord Stream 2 in risposta all’avvelenamento del dissidente russo Alexei Navalny. Su questa linea Röttgen avrebbe il forte sostegno dei potenziali alleati di coalizione dei Verdi che, come detto, sono il solo partito tedesco sempre compattamente ostile al Cremlino.

Da considerare, però, che proprio sulla questione Nord Stream 2 è emerso da tempo un fronte industriale tedesco che tende invece a sganciarsi dalla fedeltà alla strategia più atlantista e rivendica il diritto della Germania a perseguire il proprio interesse economico senza interferenze. Già nel luglio 2020 la BDI (Federazione delle Industrie Tedesche) ha condannato le sanzioni americane contro il gasdotto parlando di “serio danno alle relazioni transatlantiche”. Ed è a questo fronte che cerca di fare riferimento proprio Friedrich Merz, in aperta opposizione alla posizione del concorrente Röttgen. Intervenendo sul giornale Internationale Politik, sul Nord Stream 2 Merz ha scritto: “dobbiamo mantenere un fronte unito con i nostri partner europei per combattere l’inaccettabile azione degli Stati Uniti e, se necessario, contrattaccare”.

L’europeizzazione del “Germany First

La dichiarazione di Merz sul Nord Stream 2 offre due importanti elementi da analizzare. Il primo, come detto, è come sia rappresentativa di uno sganciamento ormai non più nascosto di un’ampia parte del mondo industriale tedesco dal più classico atlantismo. Sganciamento che in futuro potrebbe essere incredibilmente importante, ancora prima che per i rapporti tedeschi con la Russia, per quelli con il colosso cinese. Sarebbe sbagliato credere che Berlino voglia perseguire un’equidistanza tra Washington e Pechino. Si tratterebbe di un’impostazione tecnicamente e tatticamente impossibile. Negli ultimi anni la Cancelliera Merkel ha del resto posto specifici paletti alla penetrazione cinese nell’economia tedesca, soprattutto per quanto riguarda la protezione di aziende strategiche e legate alla sicurezza infrastrutturale e digitale del paese. 

Su temi come il 5G e Huawei, però, Berlino ha scelto una tattica ambiguità. Mentre è stata più che palese la spinta tedesca per chiudere il CAI (Comprehensive Agreement on Investments) tra UE e Cina, probabilmente approfittando anche tatticamente della conclusione del semestre di Presidenza tedesco del Consiglio dell’Unione europea e della contemporanea fase di passaggio a Washington. Con l’arrivo di una nuova presidenza Biden, tuttavia, al prossimo esecutivo tedesco verrà apertamente domandato di collaborare in qualche modo al nuovo e sempre più pressante contenimento americano dell’espansione cinese. Il tema dei diritti umani sarà sicuramente un collante etico-politico in questo senso.

Nel 2019 gli USA hanno però imposto pesanti sanzioni, anche secondarie, contro il Nord Stream 2. L’amministrazione Biden, che è ancora meno indulgente con il Cremlino di quella Trump, seguirà questa linea e il prossimo governo tedesco non potrà quindi sottrarsi alla dimensione geopolitica dell’intero dossier energetico russo-tedesco.

lORENZO MONFREGOLA

Quello che resta innegabile è che negli ultimi 20 anni il rapporto tra l’economia tedesca e quella cinese ha raggiunto una tale profondità che Berlino non potrà mai davvero defilarsi dalla Cina. Nel 2019 la Germania ha esportato in Cina per quasi 100 miliardi di €. Con un interscambio complessivo di import-export di 209 miliardi di €, Pechino è stata per il quarto anno consecutivo il maggiore trading partner della Germania. Gli Stati Uniti mantengono un tradizionale primato come destinatari dell’export tedesco, ma complessivamente sono già secondi nell’interscambio: 190 miliardi di € nel 2019. Considerando soprattutto l’attuale performance cinese post-pandemia rispetto alle difficoltà americane, questo trend sembra destinato a continuare.

Da un certo punto di vista, intanto, un’impostazione come quella di Merz e del suo mondo socio-economico di riferimento potrebbe sembrare abbastanza in linea con le prospettive di “autonomia strategica” europea di stampo francese. Tuttavia, e questo è il secondo elemento da analizzare, bisogna sottolineare come simili impostazioni rischino sempre di declinarsi in un’europeizzazione interessata del “Germany First” (non è un caso se Merz sia stato ribattezzato “the German Trump”). Un’operazione dove, in altre parole, l’UE e la sua potenziale autonomia sono viste soprattutto come mezzo e non come fine.

Non si tratterebbe affatto di una prospettiva problematica se ci fosse una garanzia di soluzioni sempre win-win per tutti i player dell’Unione. L’interrogativo, però, è come si muoverebbe un simile fronte tedesco liberista-conservatore in situazioni di rinnovata crisi dell’UE e dell’eurozona. Ad esempio, nella non auspicabile eventualità che la campagna vaccinale non sia risolutiva o che per far scattare l’agognata ripartenza europea post-pandemia non sia comunque sufficiente l’attuale Next Generation EU, come si comporterebbe il fronte che tifa per Merz Cancelliere? Sarebbe aperto a proseguire sulla strada intrapresa da Merkel verso un approfondimento della solidarietà interna europea o, seppur nella consapevolezza della necessità assoluta di mantenere la Germania in Europa, tornerebbe a voler sanzionare la debolezza strutturale dei paesi più indebitati o a puntare a idee rinnovate di Europa a due velocità? Non si tratta ovviamente di interrogativi etici, ma meramente meccanici, legati cioè alla capacità effettiva di un’eventuale nuova leadership tedesca di tenere sempre e comunque unita e compatta la struttura UE.

Al di là delle possibilità che Friedrich Merz avrà di diventare o meno candidato Cancelliere CDU, quindi, questi interrogativi definiranno il governo che verrà nel 2021 e il ruolo nel dopo Merkel dell’ala più liberista-conservatrice della CDU.

Soluzione Söder e altre incognite

Le conflittualità ideologiche interne alla CDU e le specificità dei potenziali alleati Verdi mostrano quindi come ogni opzione di governo che succederà a Merkel possa avere potenzialità e criticità e debba in ogni caso prepararsi ad affrontare dossier incredibilmente complessi. Anche per questo motivo, attualmente, è in continua crescita la già citata opzione di un candidato CSU-CDU Markus Söder. Proprio perché esterno alle diatribe interne della CDU, incluse quelle dal profilo più geopolitico, Söder potrebbe paradossalmente essere la soluzione più pragmatica, come dimostra il sostegno mediatico che il Ministro Presidente bavarese sta ricevendo sempre più spesso. Söder sarebbe probabilmente capace di mettere d’accordo molte correnti, essendo portatore di un conservatorismo modernissimo e tipico dell’efficiente realpolitik industriale bavarese. Sul piano geopolitico, Söder, resta ancora un’incognita. La sua esperienza di governo lo mostra come un realista che saprebbe probabilmente muoversi nelle tantissime contraddizioni del ruolo tedesco in Europa e nel mondo, seguendo il tracciato tradizionale della diplomazia commerciale della Germania. 

L’opzione Söder potrebbe essere scelta anche per la sua forte personalità politica, che gli permetterebbe forse di muoversi tra le varie correnti con stile post-ideologico, imitando in questo senso un certo approccio merkeliano. Al tempo stesso, puntare così tanto sulla personalità di Söder potrebbe metterlo presto di fronte a confronti molto diretti con la stessa Merkel, soprattutto sul sempre più difficile palcoscenico internazionale. Un ulteriore elemento di rischio per Markus Söder è infine il suo profilo prettamente bavarese. In uno Stato federale tedesco che ha sedato le differenze regionali grazie alla guida senza marchi regionalisti e quasi ecumenica di Merkel, un Cancelliere troppo legato a un singolo Land potrebbe far emergere conflittualità politiche regionali che sono solitamente uno dei dati più trascurati dell’equilibrio geopolitico interno della Germania.

Tra le varie opzioni per il prossimo Cancellierato, vanno infine considerate almeno altre 3 opzioni. La prima opzione è quella della candidatura in extremis del già citato Jens Spahn, a cui potrebbe stare un po’ stretto il solo sostegno per Armin Laschet. Il destino politico di Spahn è oggi particolarmente legato alla risoluzione della pandemia come ministro della Sanità, con tutto quello che ne consegue.

La seconda opzione è quella di un candidato Cancelliere CDU-CSU o di un vincitore Cancelliere di un altro partito che per ora non è stato ancora individuato o è stato semplicemente trascurato. L’imprevedibilità politica è diventata infatti una costante e potrà d’ora in poi investire anche un paese tradizionalmente più predicibile come la Germania. La terza opzione, infine, è che riemerga la soluzione di ripiegare su un quinto mandato di Angela Merkel (un’idea che diversi giornali hanno tentato di rilanciare nell’ultimo anno). La Kanzlerin ha più volte confermato di non volersi più ricandidare. Se mai dovesse succedere, comunque, si tratterebbe di una sconfitta pesantissima per tutta la politica tedesca, che si confermerebbe letteralmente incapace di produrre una nuova leadership.

Una sola cosa è già certa: le prossime elezioni del 26 settembre 2021 saranno le più importanti di sempre dai tempi della Riunificazione della Germania. Il che, automaticamente, le renderà tra le più importanti di sempre per il futuro di tutta Europa.