Il 2020 è stato un anno denso di novità sul fronte politico italiano: i partiti, sia di maggioranza che di opposizione, hanno dovuto fare i conti con la pandemia, per cui i loro consensi sono variati anche e soprattutto in relazione al modo in cui le forze politiche hanno reagito di fronte all’emergenza. Nel grafico seguente osserviamo in particolare l’andamento settimana per settimana dei cinque partiti principali, in base alla Supermedia dei sondaggi politici elaborata da YouTrend per Agi.

Vediamo ora in dettaglio, partito per partito, come ognuna di queste cinque forze politiche ha attraversato il 2020.

Il calo della Lega di Matteo Salvini

Il 2020 è stato l’anno più difficile per la Lega di Matteo Salvini, da quando quest’ultimo ne è segretario. Il partito resta costantemente la prima forza del Paese nei sondaggi, seppur con un margine molto meno rassicurante rispetto a un anno fa. A gennaio la Lega era stimata dai sondaggi stabilmente oltre il 30% (30,8% secondo la Supermedia YouTrend), mentre a dicembre è sotto il 25%, dopo un anno di continua discesa, frenata solo negli ultimi mesi. Insomma, in un anno la Lega ha perso 11 punti rispetto a Fratelli d’Italia e 8 rispetto al Partito Democratico.

Ma ciò che fotografa meglio le difficoltà del leader leghista è la minore centralità della sua figura nel panorama politico italiano e nel centrodestra. Il calo della Lega va di pari passo con la crescita di Fratelli d’Italia e del gradimento di Giorgia Meloni, ormai in grado di contendere a Salvini la guida del centrodestra. Molti fattori hanno contribuito ad appannare l’immagine della Lega e del suo leader, dalle sconfitte elettorali alla gestione (effettiva e comunicativa) della pandemia. 

Il calo della Lega va di pari passo con la crescita di Fratelli d’Italia e del gradimento di Giorgia Meloni, ormai in grado di contendere a Salvini la guida del centrodestra.

L’origine dei problemi della Lega in questo 2020 si può identificare facilmente nella sconfitta elettorale alle elezioni regionali in Emilia-Romagna, e non solo perché essa risale proprio a gennaio. Matteo Salvini investe molto del proprio capitale politico in questa sfida, sperando che una vittoria della senatrice leghista Lucia Borgonzoni provochi la caduta del governo giallo-rosso e dia la possibilità al centrodestra di tornare al governo, magari attraverso un passaggio elettorale che in quel momento sembrava avere un esito scontato. Si è parlato infatti di un vero e proprio referendum su Matteo Salvini in Emilia-Romagna.

La scommessa gli si ritorce contro quando la sera del 26 gennaio Borgonzoni resta 8 punti dietro al candidato del centrosinistra Stefano Bonaccini, un abisso rispetto alle previsioni e agli ultimi risultati delle politiche e delle europee nella Regione. Il fatto che la Lega sia abbondantemente il primo partito nel centrodestra e che prenda contemporaneamente il 12% in Calabria (praticamente quanto Forza Italia, che esprimeva la candidata presidente) è una magra consolazione. La spallata al governo è fallita e con l’emergenza Covid che sta per iniziare non ce ne saranno altre per un po’.

Da qui si accentua il vero calo della Lega nei sondaggi: il partito tocca il suo massimo del 2020 a inizio febbraio, pochi giorni dopo le elezioni, ma da lì è una discesa continua e costante, sulla quale influiscono più fattori, dalle ripercussioni della sconfitta elettorale allo scoppio della crisi del coronavirus.

Pochi giorni dopo le elezioni, inoltre, il Senato vota a favore della richiesta di autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini, accusato di sequestro di persona per il mancato sbarco della nave militare Gregoretti, esito che si ripeterà a luglio per il caso Open Arms.

Dal 20 febbraio, quando vengono accertati i primi casi di italiani positivi al coronavirus a Codogno, tutto il resto passa in secondo piano. Salgono alla ribalta i Presidenti di Regione, come Luca Zaia, che sulla gestione dell’emergenza sanitaria ha costruito le fondamenta per il clamoroso risultato elettorale di settembre.

Viene invece travolta la Lombardia, divenuta simbolo dell’emergenza sanitaria in occidente, e sulle prime pagine dei giornali si trovano sempre più spesso le foto della giunta di centrodestra, in particolare del Presidente Attilio Fontana (Lega) e dell’Assessore al Welfare Giulio Gallera (Forza Italia), che diventano i volti simbolo del fallimento lombardo nella gestione della pandemia. Un motivo di forte imbarazzo per la Lega, dato che la Lombardia non è solo è la Regione più importante governata dal partito, ma è spesso stata citata come modello dagli amministratori leghisti, soprattutto in fatto di sanità.

Le vicende in questione sono oggetto anche di diverse inchieste della magistratura, da quelle volte ad accertare le responsabilità nella gestione della pandemia, e quindi il mancato lockdown della Val Seriana e l’inadeguata protezione degli anziani nelle Rsa, fino a quella sul tentativo della Regione Lombardia di acquistare una fornitura di camici da un’azienda del cognato del Presidente Fontana (poi tramutata in donazione per evitare conflitti di interessi).

Anche Matteo Salvini inciampa sulla gestione della pandemia, con messaggi spesso contraddittori e poco in linea con quello che, sondaggi alla mano, è il sentire dell’elettorato. Se quasi tutti i politici in una prima fase hanno sottovalutato l’emergenza e sono stati protagonisti di cambi d’opinione repentini, per un leader come Salvini, sempre molto presente e netto nelle opinioni espresse, questi errori hanno pesato più che per altri. Inoltre, l’utilizzo della pandemia per attaccare il governo anche sulla gestione degli sbarchi dal Nord Africa, in un momento caratterizzato da una forte solidarietà istituzionale, ha contribuito al calo della Lega, che nel periodo del lockdown perde oltre 3 punti nella Supermedia.

La Lega, come tutto il centrodestra, rappresenta durante la fase della pandemia la voce delle imprese e del settore produttivo, spingendo – con poche eccezioni in alcuni momenti – per l’alleggerimento dei divieti e per lo stanziamento di maggiori risorse a sostegno di lavoratori e imprese colpiti dalla crisi. L’opposizione alle limitazioni imposte sfocia spesso in un messaggio che sottovaluta la pericolosità del virus, soprattutto dopo il primo lockdown, in corrispondenza della forte riduzione dei contagi durante l’estate. In questo periodo Matteo Salvini convoca e partecipa ad eventi di massa, si fa fotografare senza mascherina vicino ai sostenitori e partecipa anche ad un convegno di “negazionisti” in Senato, dove rifiuta di indossare la mascherina.

Anche Matteo Salvini inciampa sulla gestione della pandemia, con messaggi spesso contraddittori e poco in linea con quello che, sondaggi alla mano, è il sentire dell’elettorato.

Le elezioni regionali del 20 e del 21 settembre sono state un passaggio fatto di luci ed ombre per la Lega, trionfatrice in Veneto e sconfitta in Toscana. Luca Zaia, dato già per grande favorito in Veneto prima dell’esplosione della pandemia, è arrivato alla campagna elettorale forte dell’ottima gestione della pandemia e alle urne non ha deluso le aspettative, vincendo con il 76,8% dei voti.

Nonostante Zaia abbia sempre negato di ambire alla leadership nazionale, il trionfo del governatore del Veneto ha riacceso il dibattito sul ruolo di guida della Lega, ma soprattutto sulla sua anima. Zaia e Salvini rappresentano infatti due visioni diverse del partito: la Lega federalista contro la Lega nazionalista, la Lega del Nord contro la Lega Nazionale, la leadership moderata contro il populismo di destra, la Lega degli amministratori contro la Lega del leader carismatico.

A dimostrare la forza di Zaia in Veneto è stato anche il confronto fra la lista della Lega e quella a sostegno del Presidente, con la seconda che ha vinto abbondantemente la sfida interna col 44,6% (contro 16,9% della Lega). Pochi giorni prima del voto, inoltre, il commissario della Lega veneta Lorenzo Fontana aveva anche inviato una lettera ai segretari locali del partito per invitare tutti a sostenere solo la lista delle Lega, a discapito di quella del Presidente: un episodio che ha fatto discutere ed ha fatto emergere chiaramente che l’esito del confronto fra le liste non lasciava indifferenti i vertici della Lega.

Se la vittoria in Veneto era scontata, il tentativo di spodestare il centrosinistra dalla Toscana si è rivelato complicato come previsto. Il fatto stesso che, oltre al Veneto, alla Lega sia stata concessa solo la Toscana è stato letto come un segnale della perdita di centralità di Matteo Salvini all’interno della coalizione.

L’eurodeputata leghista Susanna Ceccardi, che cinque anni prima era diventata sindaca di Cascina e per questo rappresentava il volto della Lega capace di espugnare le aree tradizionalmente rosse, ha inoltre deciso di limitare molto la presenza di Matteo Salvini in campagna elettorale, memore della campagna di Lucia Borgonzoni in Emilia-Romagna, dove l’onnipresente segretario aveva oscurato la vera candidata. Il tentativo non è stato però sufficiente per ribaltare il pronostico, nonostante i sondaggi delle ultime settimane considerassero la sfida molto incerta. Alla fine, il candidato del centrosinistra Eugenio Giani ha vinto con 8 punti di margine, un déjà-vu del risultato di gennaio in Emilia-Romagna.

La presenza di una candidata leghista non è bastata neanche per frenare il travaso di voti dalla Lega a Fratelli d’Italia: se alle europee di un anno prima il partito di Salvini aveva eclissato gli alleati prendendo il 28% in più rispetto a Giorgia Meloni (33% a 5%), questa volta il vantaggio è stato di appena 8 punti.

A novembre, nonostante il non facile momento della Lega, il gruppo parlamentare della Camera si rafforza con tre innesti da Forza Italia: fra i motivi, l’avvicinamento di Berlusconi al governo Conte. Il 18 dicembre, infine, il Parlamento approva il decreto che cancella parzialmente i decreti Salvini in fatto di immigrazione e sicurezza, dopo due giorni di sedute molto tese in Senato. Un atto simbolicamente forte, data l’importanza che questi provvedimenti avevano avuto per la Lega. Ora non resta che aspettare il 2021 per capire come evolverà il consenso verso il Carroccio: continuerà a calare o si riprenderà?

Un anno stazionario per il Partito Democratico

Il 2020 del Partito Democratico è stato un anno caratterizzato dalla stazionarietà. Nella Supermedia YouTrend era dato a inizio anno al 19,3%, mentre ora è al 20,6%, due percentuali molto vicine che evidenziano come non sia stato un anno particolarmente vivace per il Partito Democratico.

L’epidemia di coronavirus ha monopolizzato l’attenzione mediatica per mesi e il PD ha faticato, anche più del solito, a imporsi nel dibattito pubblico. Le sue idee e proposte non hanno quasi mai fatto breccia, se non per l’iniziativa di alcuni singoli deputati o senatori. Tuttavia, anche se nei sondaggi è stato un anno stazionario, dal punto di vista elettorale è andata abbastanza bene considerando le aspettative.

L’anno si è infatti aperto con le elezioni regionali in Emilia Romagna, la roccaforte per definizione del centrosinistra. Il leader leghista Matteo Salvini ha passato settimane a battere la regione e ha alzato molto le aspettative; il 26 gennaio, però, gli elettori hanno consegnato una larga vittoria a Bonaccini.

Lo stesso giorno si votava anche in Calabria dove invece è andata meno bene: il centrodestra con Jole Santelli ha vinto la regione strappandola al centrosinistra dopo cinque anni di governo di centrosinistra.

A seguito della vittoria in Emilia Romagna, si assiste a una leggera ripresa nei sondaggi per il PD, che inizia a crescere e arriva a un picco del 21,4% verso la fine di marzo.

L’arrivo del coronavirus in Italia mette però in pausa la politica italiana. Gli ultimi dieci mesi sono stati monopolizzati dai bollettini giornalieri su casi e decessi e dalle decisioni (e indecisioni) del governo su come procedere per arginare la diffusione del virus.

Il 2020 del Partito Democratico è stato un anno caratterizzato dalla stazionarietà.

Il segretario del PD Nicola Zingaretti ha inizialmente sottovalutato la pandemia: mentre il coronavirus circolava in Lombardia a fine febbraio, il Presidente della Regione Lazio ha partecipato all’iniziativa #milanononsiferma lanciata proprio dal suo partito nel capoluogo lombardo. Meno di dieci giorni dopo Zingaretti scopre di essere positivo al coronavirus e lo rimarrà per tre settimane. 

L’attenzione mediatica nella primavera viene conquistata in gran parte dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, e in questi mesi il PD fatica particolarmente a emergere. Inoltre, anche se nella maggior parte dei paesi europei la pandemia ha fatto crescere nei sondaggi i partiti che si trovavano al Governo, in Italia – anche se la popolarità di Conte è salita arrivando a livelli molto alti – non c’è stato un aumento nei consensi per PD e M5S.

Anche l’estate passa senza particolari notizie a livello politico e la campagna elettorale per le elezioni regionali di settembre va avanti sottotraccia. Il secondo giro di elezioni regionali è comunque soddisfacente per il PD: si finisce con un tre a tre, quando si parlava di un quattro a due se non addirittura di un cinque a uno. Il PD tiene la Toscana, mentre le regioni meridionali al voto consegnano due nette vittorie al centrosinistra: in Puglia Michele Emiliano viene riconfermato con il 47% dei voti nonostante venisse descritto come un candidato debole, Italia Viva e Azione sostenessero un altro candidato e i sondaggi erano quasi all’unanimità convinti che avrebbe perso; in Campania Vincenzo De Luca ottiene invece poco meno del 70% dei consensi e un vantaggio di 40 punti sul candidato del centrodestra Stefano Caldoro. La vittoria è particolarmente considerevole visto che De Luca ottenne il 41% nel 2015 e alle elezioni europee del 2019 il centrosinistra aveva ottenuto solo il 23%. In entrambi i casi si tratta però di due vittorie personali, legate alla gestione della pandemia piuttosto che al Partito Democratico in sé. 

Ma settembre non è stato solo caratterizzato da vittoria: il centrosinistra ha infatti perso le Marche, dove il presidente uscente Luca Ceriscioli non è stato ricandidato e il suo sostituto Maurizio Mangialardi ha perso di oltre 10 punti. Non è neanche andato bene l’esperimento in Liguria, dove l’alleanza tra PD e M5S in sostegno al giornalista Ferruccio Sansa ha portato a una pesante sconfitta. Il Veneto si è confermato per l’ennesima volta territorio impossibile per il centrosinistra: Arturo Lorenzoni ha perso di 60 punti contro Luca Zaia (Lega).

A settembre si è tenuto però anche il referendum costituzionale per ridurre da 945 a 600 il numero di parlamentari. Il PD ha votato solo in seconda lettura la riforma e non ha adottato una chiara posizione sul referendum per mesi: a inizio settembre Zingaretti ha richiarito che il suo partito sosteneva il Sì, ma non tutto il partito lo ha seguito e diversi esponenti si sono schierati per il No. Nel periodo post-elettorale si osserva nuovamente una leggera crescita del PD e poi un nuovo calo. La stazionarietà ha continuato a caratterizzare questi ultimi mesi, nuovamente monopolizzati dalla pandemia. 

Complessivamente, il 2020 non è stato l’anno del rilancio del Partito Democratico. Certo, non è neanche stato un anno terribile come il 2018, quando ci fu la bruciante sconfitta elettorale, ma nemmeno sorprendente come il 2019, quando con un’inversione a 180 gradi il PD decise di andare a governare con il M5S. Si è trattato di un anno caratterizzato dalla stazionarietà: il PD non ha convinto molti nuovi elettori, ma non ha neanche perso consensi. Ha vinto bene in quattro regioni e ha perso in altre quattro, anche se generalmente è andato meglio delle (basse) aspettative.

Sicuramente ci si attendeva di più: nel Governo Conte I, la Lega è riuscita a cannibalizzare il Movimento 5 Stelle, mentre nel Conte II il PD non è riuscito a fare altrettanto. Anche i tentativi, più o meno detti, di trasformare il M5S in un alleato del centrosinistra non hanno dato particolari frutti. Nelle due volte che il centrosinistra e il M5S si sono formalmente alleati hanno perso nettamente (Umbria l’anno scorso e Liguria quest’anno).

Il 2021 sarà un anno importante perché andranno al voto le quattro città più popolose d’Italia: Roma, Milano, Napoli e Torino. Riuscirà il PD a riconquistare le città perse nel 2016 e a tenere quelle vinte?

Non si ferma la crescita di Fratelli d’Italia

Il partito guidato da Giorgia Meloni oggi esprime non più uno ma due presidenti di regione (Francesco Acquaroli nelle Marche e Marco Marsilio in Abruzzo) ed è cresciuto in maniera significativa nei consensi. La Supermedia YouTrend, infatti, segnala che all’inizio dell’anno Fratelli d’Italia aveva il 10,7% dei consensi, mentre ora supererebbe il 16%, attestandosi per la precisione al 16,2%: una crescita di 5 punti e mezzo, dunque, ma che sembrerebbe essersi concentrata soprattutto nella prima metà dell’anno.

La crescita nei consensi registrata quest’anno dal partito di Giorgia Meloni, nato nel 2012 da una scissione verso destra dell’allora Popolo della Libertà, si è accompagnata a un calo della Lega di Matteo Salvini. L’ascesa di Giorgia Meloni, dunque, sembra ora minacciare la leadership salviniana del centrodestra: nell’ultima Supermedia il Carroccio avrebbe 7,5 punti di vantaggio su Fratelli d’Italia, contro i 20,1 di inizio anno.

Dal punto di vista dei partiti, però, il dato più interessante di quest’anno per Fratelli d’Italia è il sorpasso sul Movimento 5 Stelle: la nostra Supermedia certifica questo sorpasso l’8 ottobre, agli inizi della seconda ondata. Si tratta di un fatto importante, che insieme allo storico sorpasso su Forza Italia avvenuto nel 2019 ha portato Fratelli d’Italia a passare, nel giro di poco più di un anno, da quinta a terza forza politica del Paese.

Il sorpasso sul Movimento 5 Stelle, peraltro, è arrivato pochi giorni dopo l’elezione di Giorgia Meloni a presidente dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR), il partito europeo della destra conservatrice ed euroscettica che negli emicicli di Bruxelles e Strasburgo conta 62 eurodeputati, di cui 6 eletti nel 2019 proprio con Fratelli d’Italia.

Quest’anno non si sono tenute elezioni politiche o europee, pertanto questa crescita di Fratelli d’Italia non può effettivamente trovare riscontro in un voto nazionale. Nonostante ciò, l’ascesa nei consensi è stata confermata da tutte le elezioni regionali che si sono svolte nel corso dell’anno: nelle 8 regioni a statuto ordinario in cui si è votato, infatti, Fratelli d’Italia è cresciuta, sia in termini assoluti che percentuali, rispetto alle elezioni regionali di cinque anni prima, oltre che rispetto alle elezioni europee del 26 maggio 2019.

Le prime 2 regioni al voto sono state Emilia-Romagna e Calabria: qui Fratelli d’Italia ha ottenuto rispettivamente l’8,6% e il 10,9%. Alle elezioni regionali del 20 e del 21 settembre sono state invece 6 le regioni a statuto ordinario al voto: anche qui Fratelli d’Italia è cresciuta rispetto alle precedenti elezioni regionali del 2015 e rispetto alle europee del 2019, ed è stata la prima lista del centrodestra in Puglia – dove però il candidato presidente in quota FdI Raffaele Fitto è stato sconfitto – e in Campania. Questo dato è interessante, perché testimonia come Fratelli d’Italia sia più forte rispetto alla Lega soprattutto nel Mezzogiorno, dove ha sostanzialmente preso il posto che fino a non molto tempo fa era di Forza Italia. Certo, nelle due regioni del Nord al voto la lista più votata non è stata comunque quella della Lega (in Veneto è stata la Lista Zaia e in Liguria Cambiamo con Toti), ma qui FdI è arrivato terzo, dietro appunto alle liste personali dei presidenti e al Carroccio.

Curioso il caso delle Marche: nonostante la candidatura alla presidenza del deputato di Fratelli d’Italia Francesco Acquaroli abbia avuto un effetto traino sulla lista di FdI, che col 18,7% ha ottenuto il suo record in un’elezione regionale, qui la prima lista del centrodestra è risultata essere quella della Lega. Spostandoci in Toscana, dove il centrodestra ha schierato l’eurodeputata leghista Susanna Ceccardi, notiamo che qui Fratelli d’Italia ha ottenuto la seconda percentuale più alta di queste elezioni regionali: 13,5%. Si tratta di un dato sicuramente degno di rilievo, perché ottenuto in una regione storicamente “rossa”. 

In un anno segnato irrimediabilmente dalla pandemia, come si è approcciato il partito di Giorgia Meloni all’emergenza? Partiamo col dire che, nei giorni immediatamente successivi alla scoperta del “paziente 1” all’ospedale di Codogno, il Governo aveva contattato tutte le forze politiche di maggioranza e opposizione per chiedere collaborazione: la stessa Giorgia Meloni, in questa occasione, aveva ribadito la disponibilità di Fratelli d’Italia a collaborare in una situazione di emergenza.

Tuttavia, le misure restrittive adottate poco dopo dal Governo hanno suscitato dure critiche da parte di Fratelli d’Italia e del centrodestra. Quelle più dure si sono concentrate sul fronte economico e sono state espresse in pubblico attraverso un flash mob tenuto il 28 aprile davanti a Palazzo Chigi, volto a chiedere certezze e aiuti in vista dell’imminente Fase 2: si è trattato di un flash mob tenuto anche in risposta al j’accuse lanciato nei confronti di Meloni e Salvini da Giuseppe Conte, che due settimane prima in diretta nazionale aveva accusato i leader di Fratelli d’Italia e della Lega di raccontare bugie sul MES.

La stessa linea di critiche al Governo è stata adottata con la seconda ondata dell’autunno, nella quale Fratelli d’Italia ha accusato il Governo di non aver fatto abbastanza per impedirla e per sostenere economicamente le categorie colpite irrimediabilmente dalle chiusure.

Insomma, nonostante per via dell’effetto rally ‘round the flag la popolarità di chi governa tenda ad aumentare in situazioni di emergenza, in Italia abbiamo assistito anche alla crescita di un partito di opposizione: Fratelli d’Italia. Non solo: anche la popolarità di Giorgia Meloni è cresciuta, arrivando addirittura a superare a metà novembre – in base a un sondaggio EMG Acqua – quella di Giuseppe Conte. Il trend di crescita di Fratelli d’Italia, dunque, è chiaro: non resta che aspettare il 2021 per vedere se il partito di Giorgia Meloni riuscirà a superare la Lega di Matteo Salvini e a diventare il partito principale della coalizione di centrodestra.

La popolarità di Giorgia Meloni è cresciuta, arrivando addirittura a superare a metà novembre – in base a un sondaggio EMG Acqua – quella di Giuseppe Conte. Il trend di crescita di Fratelli d’Italia, dunque, è chiaro: non resta che aspettare il 2021 per vedere se il partito di Giorgia Meloni riuscirà a superare la Lega di Matteo Salvini e a diventare il partito principale della coalizione di centrodestra.

Frena la discesa del Movimento 5 Stelle

Dopo la brusca discesa nel 2019, quest’anno il trend del Movimento 5 Stelle si è stabilizzato intorno al 15%. Nella prima Supermedia YouTrend del 2020 i 5 stelle erano al 15,7%, mentre nell’ultima dell’anno sono al 14,8%: un calo di neanche un punto, che tuttavia ha comportato lo scivolamento da terzo a quarto partito italiano, essendo stato superato da Fratelli d’Italia in autunno. In effetti, se durante il lockdown primaverile i sondaggi premiavano il Movimento, con l’arrivo della seconda ondata e le relative chiusure che sono state decise dal Governo, il Movimento ha visto anche una rapida discesa nei consensi.

Il 2020 del Movimento 5 Stelle si è aperto con un terremoto interno: il 22 gennaio Luigi Di Maio annuncia infatti le sue dimissioni da capo politico. Quella del Ministro degli Esteri è stata una decisione dovuta alla grave crisi interna al Movimento: a gennaio infatti erano già 31 i parlamentari che avevano lasciato il partito da inizio legislatura (oggi sono 44) e il M5S veniva dalle batoste elettorali del 2019. Nel suo discorso di addio ha comunque ribadito che non lascerà il Movimento e che la vera sfida è proprio quella che si deve giocare contro i nemici interni che minano le fondamenta, cercando la visibilità personale e non il bene del M5S. Come suo successore ad interim viene scelto Vito Crimi.

Il Movimento 5 Stelle ha da sempre difficoltà nelle elezioni comunali e regionali, a causa di uno scarso radicamento sul territorio e dell’iniziale resistenza a definire alleanze pre-elettorali con altri partiti e liste civiche.

Il 2020 si è aperto subito con un importantissimo evento di espressione democratica, ovvero le elezioni regionali in Emilia Romagna e in Calabria, dove si è votato il 26 gennaio. In Emilia Romagna il Movimento 5 Stelle ha candidato l’imprenditore Simone Benini, che ha ottenuto appena il 3,5% dei voti, assicurando al Movimento solo 2 seggi in Consiglio regionale, mentre alle precedenti regionali del 2015 il M5S aveva ottenuto circa il 13% dei voti totali e 5 seggi. In Calabria è andata ancora peggio: il candidato Francesco Aiello ha sì ottenuto il 7,4% dei voti, ma il M5S non ha superato la soglia di sbarramento e quindi è rimasto fuori dal Consiglio regionale. Queste due sconfitte hanno provocato anche un brusco calo nei sondaggi a livello nazionale.

Tra 20 e 21 settembre c’è stata la seconda tornata elettorale del 2020 per eleggere i Presidenti di Regione. In 5 delle 6 Regioni a statuto ordinario al voto, il M5S ha schierato un proprio candidato senza alleanze con altri grandi partiti, ottenendo risultati deludenti che sono oscillati tra il 3,3% ottenuto in Veneto e l’11,1% ottenuto in Puglia. In Liguria, invece, è stata sperimentata a livello regionale l’alleanza giallo-rossa che governa il Paese: anche in questo caso il risultato ottenuto dal candidato unitario Ferruccio Sansa è stato molto deludente, poiché ha perso di quasi 20 punti percentuali rispetto al Presidente uscente di centrodestra Giovanni Toti.

Se da un lato, come era prevedibile, i risultati del Movimento 5 Stelle alle regionali sono stati molto negativi, dall’altro il 20 e 21 settembre si è votato anche per il referendum costituzionale sulla riduzione dei parlamentari, un tema che è da sempre un cavallo di battaglia del partito: il Sì ha ottenuto poco meno del 70% dei voti e ha sancito così unagrande vittoria del Movimento che, anche sui propri canali social, ha mostrato tutta la propria soddisfazione, mentre tutti gli altri partiti si sono limitati a constatare il risultato e a sottolineare come questo referendum dovesse essere solo l’inizio di una più ampia stagione di riforme istituzionali.

L’11 dicembre, poi, si sono conclusi gli Stati generali del Movimento 5 Stelle, con l’approvazione del documento finale: in esso si è sancita la possibilità per il Movimento di accordarsi con altre forze politiche prima o dopo qualsiasi elezione. Inoltre, c’era da sciogliere il nodo di chi sarebbe diventato il nuovo capo politico, ma è stata presa la decisione di dare il potere ad un organo collegiale piuttosto che ad un singolo.

Alla fine del 2020 ci sono alcune crisi interne alla stessa maggioranza, relative soprattutto al MES e ai fondi provenienti dal Recovery Fund, che minano la stabilità del Governo e che dovranno essere risolte. Sarà proprio a partire da queste sfide che il Movimento potrà crescere o calare nei consensi, anche se le grandi differenze di vedute tra i pentastellati e i renziani di Italia Viva, che sono sempre più insoddisfatti dell’operato del governo e di Giuseppe Conte in particolare, rendono tutto più difficile.

Forza Italia sempre più fragile

Il partito di Berlusconi apre le porte al 2020 ben consapevole di doversi risollevare da un biennio molto buio, durante il quale Forza Italia ha prima perso la leadership del centrodestra in favore della Lega, per poi essere superato da Fratelli d’Italia nel 2019 e diventare la quinta forza politica del paese. Il nuovo anno si prospetta dunque in salita per FI, che deve trovare il suo posto all’interno di un centrodestra a trazione sovranista e deve fare i conti con consensi in calo.

Il 26 gennaio, Forza Italia si trova ad affrontare due elezioni regionali: in Emilia-Romagna FI ottiene appena il 2,6% dei voti, e pur trattandosi di una roccaforte “rossa”, il risultato mette in luce le difficoltà del partito di Berlusconi, che nella stessa regione aveva ottenuto, nel 2014, l’8,4%. Al contrario, in Calabria la deputata di Forza Italia Jole Santelli è eletta Presidente di Regione: qui FI è il primo partito del centrodestra (12,4%) e supera la Lega, seppur di un solo decimo di punto.

Lo scoppio dell’emergenza sanitaria stravolge l’agenda politica del Paese. Durante la prima ondata, il partito di Berlusconi si dichiara subito disposto a discutere in Parlamento le manovre finanziarie per fronteggiare la crisi economica. Tuttavia, con l’avanzare dell’emergenza, la posizione del Cavaliere diventa sempre più critica nei confronti delle misure adottate dal Governo, in particolare per quanto riguarda il fronte economico: Forza Italia, in linea con le altre forze di centrodestra, lamenta la scarsa collaborazione mostrata dal Governo, accusato di prendere decisioni senza consultare il Parlamento.

Con l’arrivo dell’estate e l’allentamento delle restrizioni, il focus dell’attenzione politica si sposta dall’emergenza sanitaria alle imminenti elezioni regionali di settembre. Proprio nel vivo della campagna elettorale, però, Silvio Berlusconi risulta positivo al Covid-19: nonostante la malattia e i giorni di ricovero all’Ospedale San Raffaele, Berlusconi continua a sostenere la campagna di Forza Italia. Dopo alcuni giorni, l’ex premier risulta essere fuori pericolo e fa ritorno a casa.

Alle regionali del 20 e del 21 settembre, solo in Campania il candidato di centrodestra (Stefano Caldoro) appartiene a Forza Italia, mentre nelle restanti 5 regioni a statuto ordinario Berlusconi sostiene i candidati di partiti alleati. Caldoro, tuttavia, viene sconfitto dal Presidente uscente De Luca (PD) e proprio in Campania, dove nel 2014 FI ottenne il 17,8% delle preferenze, nel 2020 si ferma al 5,2%. Anche i risultati nelle altre regioni chiamate al voto sono deludenti, mostrando chiaramente la drastica perdita di consensi di FI degli ultimi anni.

Durante la seconda ondata della pandemia, Conte torna nuovamente a chiedere la collaborazione delle opposizioni. Berlusconi coglie la palla al balzo, offrendosi di collaborare alla stesura della legge di bilancio e di aiutare la maggioranza nella fase di approvazione in Parlamento. L’invito viene accolto positivamente dal Governo, scatenando invece l’ira di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, che accusano Berlusconi di voler entrare a far parte della maggioranza di Governo. L’atteggiamento collaborativo con le forze di maggioranza, però, sembra favorire FI nei consensi, che torna sopra la soglia del 7%. Nei giorni successivi, lo scontro interno al centrodestra viene risolto, e Berlusconi riesce addirittura a convincere Lega e Fratelli d’Italia ad approvare la manovra di bilancio.

Tuttavia, sulla riforma del MES Berlusconi adotta la strategia opposta, sostenendo la scelta di Salvini e Meloni di votare contro la riforma – decisione che però suscita non pochi mal di pancia tra gli azzurri.

In conclusione, nel 2020 Forza Italia è riuscita a mantenere il proprio consenso tra il 6% e il 7,3%. Guardando al 2021, il futuro del partito sembra legato alla coesione con gli alleati del centrodestra, Lega e Fratelli d’Italia, ma anche al futuro della maggioranza, che sembra sempre più instabile. Nell’eventualità di elezioni anticipate, FI potrebbe rivelarsi fondamentale per la formazione di un Governo. Il centrodestra dovrà inoltre impegnarsi per le amministrative di primavera, oltre che per le regionali in Calabria, che si terranno il 14 febbraio in seguito all’improvvisa scomparsa della Presidente Santelli (ma non è ancora stato deciso a quale partito del centrodestra spetterà l’indicazione del candidato alla presidenza).