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Il risultato storico delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti segna l’inizio di una fase completamente nuova per il prosieguo del secondo mandato di Donald Trump.

Sul piano interno, il presidente americano si trova ora fortemente indebolito da una sconfitta che appare soprattutto come un referendum contro la sua persona, le sue pratiche e il suo operato.

Le conseguenze dell’elezione sono durature: i nuovi senatori sono eletti per sei anni e rimarranno in carica fino alla fine del mandato presidenziale di Donald Trump, ma anche per tutta la durata del mandato presidenziale successivo.

I risultati delle elezioni di midterm sono molto importanti anche per l’Europa.

A livello istituzionale, innanzitutto, i democratici dispongono ora al Congresso degli strumenti per controllare molto più da vicino l’operato di Donald Trump, anche se l’esecutivo americano è meno vincolato dalla Costituzione in materia di politica estera e militare rispetto alle questioni interne.

Inoltre, a un livello più fondamentale e in una prospettiva a lungo termine, queste elezioni dimostrano la resilienza e la vitalità della democrazia americana (già evidenziate dal ruolo dei contrappesi negli ultimi due anni), sotto numerosi aspetti: l’elevata affluenza alle urne, il modo in cui le elezioni si sono svolte senza violenze né disordini, l’accettazione dei risultati da parte del Presidente, la diversità e la novità dei profili dei candidati eletti (non solo al Congresso, ma anche nelle cariche di governatore, ad esempio), l’incapacità delle ingenti somme di denaro privato spese nella campagna da miliardari come Elon Musk o Vivek Ramaswamy di influenzare i risultati.

Infine, questa nuova situazione al Congresso offre opportunità senza precedenti all’Europa, a condizione che essa avanzi proposte innovative, anche a costo di rivedere alcuni dei propri punti di riferimento, e cambi scala per rispondere alla portata delle sfide.

Garanzie istituzionali da definire

Per quanto riguarda il futuro delle relazioni transatlantiche, spetta innanzitutto agli americani, e alla nuova maggioranza al Congresso, ristabilire la fiducia. Gli europei, come tutti i partner tradizionali degli Stati Uniti, possono giustamente nutrire dubbi sull’opportunità di rafforzare i legami con un Paese che ha affidato per due volte a Donald Trump le massime cariche dello Stato.

Certo, vista la loro portata, i risultati potrebbero far presagire una sconfitta dei suoi eredi alle elezioni presidenziali, tra due anni.

Ma non si può escludere che uno di loro, ispirato dai suoi metodi e dal suo modo di esercitare il potere, possa un giorno arrivare alla Casa Bianca. Le fratture sociali americane che spiegano l’ascesa politica di Donald Trump si sono sviluppate nel corso di più di una generazione. Per colmarle ci vorrà più di un mandato presidenziale, come ha dimostrato la presidenza di Joe Biden.

Il nuovo contesto derivante dalle elezioni di medio termine, ma anche le riflessioni in corso negli Stati Uniti sulla necessità di rafforzare le istituzioni per prevenire l’autoritarismo, consentono tuttavia l’emergere di nuove soluzioni e garanzie per gli europei e i partner degli Stati Uniti.

Prendiamo ad esempio la politica commerciale, un ambito in cui Donald Trump ha costretto l’Europa a cedere con un accordo molto squilibrato, senza precedenti per l’Unione europea: la Costituzione attribuisce tale competenza al Congresso.

Gli europei, come tutti i partner tradizionali degli Stati Uniti, possono giustamente nutrire dubbi sull’opportunità di rafforzare i legami con un Paese che ha affidato per due volte a Donald Trump le massime cariche dello Stato.

Renaud Lassus

Donald Trump ha potuto agire avvalendosi delle deleghe in materia di dazi doganali, conferite da testi spesso datati, alcuni dei quali riportati alla luce da Robert Lighthizer, il suo rappresentante per il commercio durante il suo primo mandato. Sebbene la Corte Suprema si sia recentemente opposta al presidente americano sul modo in cui egli attuava tali deleghe, non ne ha condannato l’uso in quanto tale. Già durante il suo primo mandato, il presidente aveva arrecato grave danno agli interessi europei, in particolare a quelli francesi, avvalendosi di tali deleghe senza però oltrepassarne i limiti.

Oggi è possibile affrontare questi rischi in modo strutturale per il futuro. Il Congresso può modificare tali deleghe per obbligare l’esecutivo a ottenere il suo consenso prima di adottare misure commerciali contro gli alleati degli Stati Uniti. Esiste del resto già un precedente. Prima di diventare Segretario di Stato, quando era senatore della Florida, Marco Rubio aveva fatto approvare una disposizione che vietava al presidente americano di uscire dalla NATO senza la previa approvazione del Congresso.

Il Congresso avvierà inoltre un percorso istituzionale volto a rafforzare il controllo sui poteri dell’esecutivo e a prevenire rischi autoritari in futuro. Un processo di questo tipo era stato avviato brevemente nel 2021, dopo l’attacco al Campidoglio. Riprenderà su un ampio fronte: il diritto di grazia del presidente, anche nei confronti di se stesso, la portata e i limiti della sua autorità sulle agenzie federali indipendenti, l’obbligo per l’esecutivo di attuare le decisioni di bilancio approvate dal Congresso, il suo potere di nomina: tutti ambiti in cui Donald Trump ha cercato di sottrarsi alle norme della democrazia americana.

In un contesto del genere, le proposte volte a fornire un quadro di riferimento all’esecutivo per garantire la prevedibilità, la qualità e la stabilità delle relazioni con gli alleati degli Stati Uniti troveranno un’accoglienza favorevole al Congresso.

Cosa rimproverano i democratici all’Europa

Se i primi passi per ristabilire la fiducia devono venire dagli americani, gli europei, dal canto loro, non devono sottovalutare il sensibile deterioramento dell’immagine che i democratici hanno di loro.

Molti influenti esponenti democratici ritengono infatti che l’Unione si sia dimostrata molto meno esigente e critica nei confronti di Donald Trump rispetto a quanto lo sia stata nei confronti di Joe Biden. Sottolineano che, in occasione dell’adozione del più grande piano di lotta al cambiamento climatico mai approvato negli Stati Uniti (l’Inflation Reduction Act), i paesi europei, che fino ad allora avevano denunciato l’inerzia americana, abbiano reagito soprattutto in modo negativo, criticando le disposizioni unilaterali e protezionistiche, per poi mostrarsi molto più discreti riguardo alla politica climatica di Donald Trump.

Sostengono inoltre che l’Unione abbia rifiutato di avviare un dialogo con Joe Biden in materia di politica industriale, adducendo come motivazione il fatto che le proposte statunitensi non fossero conformi al diritto commerciale internazionale, per poi concludere a Turnberry con Donald Trump un accordo bilaterale fortemente squilibrato, pur essendo palesemente contrario ai principi dell’OMC.

Al Congresso, e alla Casa Bianca se riusciranno a riconquistarla tra due anni, i democratici porranno anche le relazioni con la Cina al centro della loro agenda con l’Unione, come questione strategica fondamentale, se non addirittura come presupposto per il resto del dialogo.

Anche su questo punto, la delusione nei confronti dell’Europa è profonda. I democratici non hanno capito perché, durante il mandato di Joe Biden, l’Unione si sia tenuta a distanza dall’agenda politica e commerciale statunitense nei confronti della Cina.

Pur riconoscendo la responsabilità principale degli Stati Uniti nel grave errore di valutazione secondo cui l’integrazione della Cina nel commercio internazionale l’avrebbe portata a diventare più democratica al suo interno e meno nazionalista all’esterno, ritengono che l’Unione europea abbia rifiutato di condividere questa analisi per ragioni ideologiche, legate al suo impegno a favore della liberalizzazione degli scambi.

Molti esponenti democratici ritengono che l’Unione si sia dimostrata molto meno esigente e critica nei confronti di Donald Trump rispetto a quanto lo sia stata nei confronti di Joe Biden.

Renaud Lassus

Un caso giuridico in particolare, poco conosciuto in Europa, ha influito notevolmente su questa presa di distanza, tanto più che gran parte delle élite democratiche è composta da giuristi di formazione: il sostegno fornito dalla Commissione europea, in nome della difesa del multilateralismo, alle decisioni dell’organo di appello del sistema di risoluzione delle controversie dell’OMC, anche quando quest’ultimo ha rifiutato di considerare, in una controversia sulle sovvenzioni concesse dalla Cina, le aziende pubbliche cinesi come enti pubblici, con la motivazione che non esercitavano alcuna autorità governativa, un’interpretazione che non figura nei testi dell’OMC.

Cina, clima: le basi per una nuova cooperazione

L’attuale inasprimento della posizione dell’Unione nei confronti delle pratiche economiche, commerciali e monetarie della Cina sembra oggi aprire la strada a nuove forme di cooperazione.

Con oltre dieci anni di ritardo rispetto agli Stati Uniti, i paesi europei che finora si sono mostrati meno determinati nei confronti del mercantilismo cinese, come la Germania, sembrano ora ritenere a loro volta che il livello raggiunto dalle sovvenzioni, dalle sovraccapacità produttive, le strategie di vendita in perdita delle imprese cinesi minaccino direttamente la sopravvivenza delle industrie e delle attività economiche in Europa, il tessuto sociale e produttivo e, in ultima analisi, la stabilità politica delle democrazie.

D’altra parte, l’accettazione sociale e politica della transizione energetica, già complessa e difficile, sarebbe destinata al fallimento, sia in Europa che in America, se la lotta contro il cambiamento climatico si traducesse, alla fine, nel predominio dei monopoli cinesi, nella scomparsa di interi settori economici, dipendenza da imprese cinesi in grado di interrompere le forniture a fini di pressione politica.

Da parte loro, i democratici cercheranno di riprendere la loro strategia di reindustrializzazione a beneficio delle regioni più svantaggiate, incentrata su ingenti investimenti in materia ambientale e climatica, per migliorare le condizioni di vita delle classi popolari americane e far fronte alle fragilità sociali e politiche che hanno alimentato l’ascesa politica di Donald Trump.

È proprio su questi temi, in particolare, che potrebbe concentrarsi, fin da ora, la ripresa della cooperazione transatlantica.

In materia di clima, alla fine del mandato di Joe Biden, gli Stati Uniti e l’Unione europea non erano riusciti a trovare un accordo su un trattamento comune delle importazioni in base al loro contenuto di carbonio, in alcuni settori come quello dell’acciaio e dell’alluminio. L’Unione potrebbe proporre di riprendere tali discussioni.

Più in generale, l’Unione ha istituito un meccanismo di adeguamento delle emissioni di carbonio alle frontiere. Negli Stati Uniti, alcuni disegni di legge presentati al Congresso, anche con il sostegno di senatori repubblicani, condividono la stessa visione; bloccati dall’amministrazione Trump, potrebbero ora andare avanti. Si potrebbe avviare un lavoro fondamentale di avvicinamento.

In una prospettiva ancora più ambiziosa, gli Stati Uniti e l’Unione europea potrebbero collaborare a un progetto di unione doganale che copra i prodotti più importanti per la transizione energetica (veicoli elettrici, pannelli solari, batterie, ecc.). In questi settori, gli Stati Uniti e l’Europa applicherebbero in modo coordinato (coinvolgendo altri Stati che volessero unirsi a loro) gli stessi strumenti (dazi antidumping, misure antisovvenzioni) nei confronti dei paesi terzi che sovvenzionano massicciamente la propria produzione nazionale.

Gli americani hanno un interesse fondamentale a evitare che l’economia europea venga schiacciata dalla pressione cinese; gli europei, dal canto loro, hanno interesse a consolidare la loro nuova determinazione nei confronti della Cina attraverso accordi contrattuali con altri paesi come gli Stati Uniti, poiché non è certo che riescano a trovare in se stessi la fermezza necessaria per far fronte alle minacce cinesi. Questa unione doganale consentirebbe di ritrovare una leva di pressione sistemica all’altezza della posta in gioco.

Eliminare gli ostacoli, su entrambe le sponde dell’Atlantico

Gli ostacoli a un riavvicinamento transatlantico rimangono comunque notevoli. Donald Trump resterà al potere per altri due anni. Ormai si è creato un profondo risentimento. Le incertezze sono numerose su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Occorre tuttavia distinguere gli ostacoli reali dalle barriere mentali (e talvolta da una certa mancanza di immaginazione) che possono esistere da parte europea.

Un argomento spesso avanzato in Europa sostiene infatti che gli europei mantengano le distanze dagli Stati Uniti e dal loro sistema politico, economico e sociale, fondamentalmente imprevedibile, instabile, inegualitario, dominato dall’influenza del denaro privato, scosso da pulsioni violente sia sul piano interno che nei rapporti con il resto del mondo.

Queste valutazioni sono corrette e si basano su elementi incontestabili. Tuttavia, riflettono solo una parte della realtà e della storia americane. Le elezioni hanno appena dimostrato la resilienza della democrazia americana.

Inoltre, nell’attuale contesto di dubbi e incertezze, l’emergere di nuove prospettive positive in una democrazia, a maggior ragione negli Stati Uniti, riveste un’importanza fondamentale per tutte le altre. Le fratture democratiche, sia in Europa che in America, poggiano anche su basi sociali, politiche, tecnologiche, culturali e territoriali in gran parte comuni, che richiedono riflessioni e risposte condivise.

Gli americani hanno un interesse fondamentale a che l’economia europea non venga schiacciata dalla pressione cinese.

Renaud Lassus

In altre parole, i cittadini che in Europa cercano di rafforzare le proprie democrazie hanno tutto l’interesse a coltivare e sviluppare i propri legami con gli americani che condividono la loro visione, e a tradurla in proposte concrete, soprattutto ora che questi ultimi hanno appena ottenuto una vittoria così netta al Congresso.

Molti in Europa riterranno tuttavia che il Partito Democratico e gli americani abbiano altre priorità rispetto all’Europa in questo momento in cui cercano di lasciarsi alle spalle il periodo Trump. Il contesto, tuttavia, non è mai stato così favorevole, a patto che gli europei comprendano la nuova fase che si sta aprendo negli Stati Uniti e riescano a inserirsi in essa.

Molti democratici ritengono quindi che la democrazia americana non possa risolvere da sola alcune delle cause fondamentali delle fragilità che la affliggono oggi, come l’impatto di Internet e dei social network sul contratto democratico e sullo spazio pubblico, quell’agorà in cui si scambiano le idee in democrazia (le fake news, le polarizzazioni digitali, l’influenza sproporzionata dei proprietari dei social network, le manipolazioni online, ecc.).

Ritengono che, su queste questioni, abbiano bisogno delle altre democrazie, in particolare in Europa. Si tratta di una situazione senza precedenti e molto diversa dai periodi precedenti, in cui i democratici americani (l’era Clinton, l’epoca Obama) ritenevano che ciò che era positivo per l’America fosse, in larga misura, positivo anche per il resto del mondo («il consenso di Washington»). Oggi, il deputato democratico del Maryland Jamie Raskin, che assumerà la presidenza della Commissione Giustizia della Camera dei Rappresentanti (House Judiciary Committee) al posto del repubblicano Jim Jordan, una delle figure di spicco del movimento MAGA al Congresso, invoca quindi un dialogo tra le democrazie sulle loro sfide comuni.

Anche gli sviluppi politici in Europa, in particolare in Francia e in Germania, saranno determinanti per il futuro delle relazioni transatlantiche. Le profonde riserve, e persino le opposizioni di principio all’approfondimento dell’agenda transatlantica, potrebbero tuttavia provenire anche dagli Stati Uniti, ivi comprese alcune componenti del Partito Democratico, i cui rappresentanti politici sono soggetti a influenze contraddittorie riguardo al rapporto con l’Europa, in particolare sulle questioni relative alla regolamentazione delle grandi aziende digitali.

Il contesto, tuttavia, non è mai stato così favorevole, a patto che gli europei comprendano la nuova fase che si sta aprendo negli Stati Uniti e riescano a inserirsi in essa.

Renaud Lassus

I fondatori o i dirigenti di queste aziende cercheranno d’ora in poi attivamente di avvicinarsi ai democratici, dopo due anni di alleanza con Donald Trump. Come hanno fatto con Donald Trump, chiederanno al Congresso di lanciare un’offensiva contro la regolamentazione europea di Internet e dell’intelligenza artificiale.

Le riserve di Gavin Newsom, governatore uscente della California e probabile candidato alle prossime elezioni presidenziali, nei confronti del progetto di tassazione dei patrimoni molto elevati nel suo Stato (che è stato appena respinto con un referendum proprio il giorno delle elezioni di medio termine), o il recente abbandono da parte di Rob Bonta, procuratore generale della California, di un procedimento antitrust relativo all’acquisizione della Warner Bros. da parte della Paramount, a favore di un accordo amichevole vivamente criticato da altri democratici, ricordano che l’influenza dei grandi monopoli è un fenomeno strutturale che va oltre le divisioni partitiche negli Stati Uniti.

Ecco perché è tanto più fondamentale avanzare proposte, per non lasciare campo libero ai soli sostenitori, da entrambe le sponde dell’Atlantico, di un’agenda di opposizione, se non addirittura di scontro, tra le democrazie europee e quella americana.