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I repubblicani hanno appena perso entrambe le camere del Congresso. Qual è il suo giudizio sulla politica economica del secondo mandato di Donald Trump?
Bisogna ricordare la frase di Clinton: «It’s the economy, stupid». La vittoria di Trump nel 2024 deriva dall’accelerazione dell’inflazione alla fine del mandato precedente, che aveva determinato un calo del tenore di vita. Numerosi studi retrospettivi dimostrano che Trump ha vinto promettendo di difendere il potere d’acquisto. In questo ambito ha fatto promesse molto impegnative: abbassare il prezzo dell’energia allentando le normative, ridurre il costo dei farmaci, ecc.
Si può azzardare questo bilancio perché gli ultimi diciotto mesi sono sufficienti per farlo. Per me, la data chiave di questo secondo mandato è stata il bombardamento dell’Iran, che ha messo brutalmente in luce alcune incongruenze.
La sconfitta dei repubblicani è quindi da attribuire innanzitutto alla promessa di potere d’acquisto non mantenuta?
Facciamo qualche esempio. Il prezzo dei farmaci non è diminuito, nonostante Trump avesse promesso di dimezzarlo. Eppure la spesa sanitaria rappresenta quasi il 19% del PIL degli Stati Uniti. Ciò che ha fatto, piuttosto, è stato negare alle fasce più povere l’accesso alle cure mediche.
Soprattutto, ciò che aveva portato numerose categorie socio-economiche a schierarsi con Trump – i latinoamericani, ad esempio, che in queste elezioni di medio termine hanno votato in massa per i democratici – era un progetto che non era ideologico. Trump è quindi in qualche modo vittima del fatto di aver promesso un miglioramento concreto del tenore di vita e di non averlo realizzato.
Inoltre, i dazi doganali non hanno sortito l’effetto sperato. Numerosi studi dimostrano che il 4-5% del tenore di vita delle classi popolari derivava dai prezzi relativamente bassi dei beni di consumo importati dalla Cina. Eliminare questo vantaggio significa ridurre di conseguenza, a lungo termine, il tenore di vita, senza che un boom dei veicoli elettrici a Detroit possa compensarlo.
Terzo elemento: Trump voleva che i dazi doganali sostituissero l’imposta sul reddito. Questo ci riporta in pieno XVIII secolo, quando l’imposta sul reddito non era ancora stata inventata e i dazi doganali servivano a finanziare lo Stato. Donald Trump si aspettava tre cose: colmare il deficit di bilancio, rilanciare l’industria e utilizzarli come strumento di pressione politica per ottenere concessioni, come in Brasile nel tentativo di far uscire Bolsonaro di prigione. Tre obiettivi per un unico strumento – e lo strumento non ha avuto successo in nessuno dei tre.
Perché, secondo lei, il bombardamento dell’Iran rappresenta una data chiave?
Donald Trump aveva promesso la pace nei sette o otto conflitti che sosteneva di voler risolvere. Eppure è stato proprio lui a scatenare la guerra, ad aiutare Israele a riarmarsi e a lanciare attacchi aerei. La cosa più grave è che il suo obiettivo era il cambio di regime, la fine del programma nucleare e, insieme a Israele, la pacificazione del Medio Oriente. Sei mesi dopo, si ottiene esattamente il contrario. Si tratta di una costante della sua politica: i cambiamenti di rotta a 180 gradi.
Poiché aveva allontanato una ventina di generali dallo stato maggiore, nessuno ha osato sottoporgli, tra le varie ipotesi, quella della chiusura dello Stretto di Ormuz, e nemmeno lui stesso l’ha presa in considerazione. Da qui un effetto del tutto inaspettato per lui.
Quali sono state le ripercussioni economiche di questo errore di analisi?
Il perdurare dell’incertezza e il raddoppio del prezzo del petrolio. A giugno gli operatori finanziari pensavano che ci sarebbe stato un picco dei prezzi e che a settembre tutto sarebbe finito, con un ritorno alla normalità. Questo scenario è stato completamente stravolto dalla chiusura dello Stretto di Ormuz.
Trump aveva promesso di far scendere il prezzo dell’energia. Ma con la guerra in Iran si è instaurata una situazione duratura che nessuno aveva previsto: il prezzo del petrolio oscilla, al rialzo o al ribasso, a seconda delle dichiarazioni di Trump, ma a un livello che da giugno supera i 100 dollari al barile. E, a poco a poco, ciò si riflette su tutti i prezzi.
Il gasolio a 6,39 dollari al gallone rappresenta una spesa enorme: secondo alcune stime, 3.500 dollari all’anno per una famiglia media. E questo prezzo viene esposto ogni giorno, o almeno ogni settimana: a differenza dell’acquisto di beni durevoli, lo si vede costantemente.
Quali incongruenze economiche ha messo in luce la guerra?
In primo luogo, il bilancio, rendendo permanente la bassa tassazione sul capitale, favorisce un surriscaldamento dell’economia. Eppure l’economia statunitense è al di sotto della propria capacità produttiva. Licenziando tutti i lavoratori immigrati irregolari impiegati nell’agricoltura, nei servizi e nell’assistenza alla persona, si mettono in difficoltà alcuni settori ad alta intensità di manodopera.
Secondo elemento: si pensava che i dazi doganali avrebbero portato a una rapida reindustrializzazione. Tuttavia, sebbene l’economia sia molto dinamica, ciò dipende notevolmente dai settori: l’IA è in pieno boom, mentre gli altri settori sono praticamente stagnanti. Non c’è stata una reindustrializzazione, ma un’industrializzazione incentrata sull’intelligenza artificiale – con il paradosso che gli Stati Uniti dispongono sì dei chip e dei software, ma non della produzione manifatturiera dell’hardware corrispondente.
Si tratta di una costante della sua politica: i cambiamenti di rotta a 180 gradi.
Robert Boyer
Ultimo punto: poiché il tenore di vita è diminuito, il tasso medio di risparmio delle famiglie statunitensi è sceso, per cui è necessario importare ingenti capitali dall’estero per sostenere un enorme deficit, aggravato dall’assorbimento di capitali da parte dell’IA.
Trump è stato portato al potere da una coalizione molto ampia, con interessi divergenti. Questa alleanza è cambiata?
Sì, e si tratta di un altro voltafaccia: all’inizio Trump era contrario alle criptovalute e ostile alla Silicon Valley. Tuttavia, sotto l’influenza dei grandi imprenditori, è diventato un sostenitore delle criptovalute. Ne sta persino lanciando alcune lui stesso e si è fatto portavoce, un tempo insieme a Elon Musk, della razionalizzazione del bilancio dell’amministrazione federale. Sostiene l’idea che lo Stato debba essere gestito come una grande impresa, l’unica capace di razionalità.
Ci troviamo di fronte a un cambiamento di alleanze davvero impressionante. Certo, la sua base elettorale è costituita dagli imprenditori e dal settore petrolifero, cosa che non è cambiata. È invece una novità il fatto che, per Donald Trump, il futuro degli Stati Uniti risieda nel dominio e nel monopolio dell’intelligenza artificiale, in competizione con la Cina.
Qual è il suo bilancio nel campo dell’intelligenza artificiale?
Anche in questo ambito, il bilancio è contrastante. Finché OpenAI e Anthropic non realizzeranno profitti – una delle due non ne prevede prima del 2030 –, nonostante il loro fatturato sia in forte crescita, si trovano in una posizione difficile. Gli hyperscaler, gli ex GAFAM – in particolare Google – hanno detto loro: «Vi finanzieremo, e voi stessi ci acquisterete potenza di calcolo. » Si tratta di uno scambio di capitale in cambio di potenza di calcolo per garantire l’indebitamento di queste aziende che, senza il sostegno dei GAFAM, non sarebbero redditizie.
In questo contesto, però, il titolo di Alphabet, società madre di Google, ha subito un calo del 17% nel mese di ottobre. I mercati finanziari devono ora operare una selezione: non tutti ne usciranno vincitori, occorre individuare le aziende destinate al successo. Ed è proprio Google ad essere stata presa di mira. Questo è significativo: i mercati finanziari intravedono il rischio che il credito sia stato allocato in modo errato.
È fondamentale, poiché questi sviluppi mettono in discussione proprio l’idea che Trump riuscirà a cavarsela grazie ai progressi dell’intelligenza artificiale prima della fine del suo mandato. Eppure questa ipotesi sta diventando incerta. A poco a poco cresce la probabilità che la bolla scoppi prima della fine del mandato – tanto più che egli si sta adoperando per deregolamentare i mercati finanziari, al fine di massimizzare il credito e battere sul tempo Pechino.
La scommessa sull’IA sta quindi già fallendo?
Tutte le rivoluzioni industriali sono iniziate con una speculazione. Anche le ferrovie in Inghilterra hanno attraversato un periodo di distruzione creativa, nel senso che molte aziende sono state eliminate. E potrebbe succedere anche durante il mandato di Trump.
Ma, nella competizione sull’IA, la Cina è ormai in ritardo di soli due o tre mesi sul fronte del software, disponendo peraltro di software open source molto più economici, che girano su computer locali, mentre la corsa di OpenAI e Anthropic è una corsa al monopolio. I vincitori si aggiudicano tutto, come in passato ha fatto Microsoft nel settore del software, o come fanno oggi Google e Amazon.
La fine del mandato di Trump sarà quindi difficile, perché la sua scommessa si basa sulla redditività dell’IA.
Allo stesso tempo, sta cambiando anche l’organizzazione del lavoro stessa. Molti studi dimostrano che, per il momento, la conseguenza è stata la diminuzione del salario relativo di tutti coloro le cui professioni sono interessate dall’IA. È quindi in atto una vera e propria rivoluzione, ma non si tratta di una disoccupazione di massa simile a quella del periodo tra le due guerre: si tratta piuttosto della destabilizzazione delle competenze dei lavoratori di fronte all’IA.
La vittoria dei democratici è stata favorita anche dalla politicizzazione della realizzazione dei centri dati.
I data center consumano infatti moltissima energia elettrica, al punto che le popolazioni locali si oppongono alla loro costruzione, poiché il prezzo locale dell’elettricità aumenterà, ci sarà carenza d’acqua, i centri sono rumorosi e causano danni ambientali.
A differenza di quanto accade in Cina, l’opinione pubblica non è in modo massiccio favorevole all’IA. C’è il timore di perdere il posto di lavoro, quello delle concentrazioni aziendali, ma non c’è consenso – eppure questo è il paese di Edison e Ford. Questa rivoluzione è percepita come pericolosa da gran parte dei lavoratori americani.
Il contrasto con la Cina è davvero straordinario: l’opinione pubblica cinese ha accettato il credito sociale; il rafforzamento della società della sorveglianza tramite l’intelligenza artificiale è già una realtà; e c’è un Partito Comunista in grado di gestire i rischi sistemici.
Nella rivalità tra Stati Uniti e Cina, ciò che colpisce è l’accelerazione dell’ascesa della Cina, tanto più paradossale in quanto il Paese soffre di sovraccapacità produttiva. La crisi immobiliare non è stata risolta, l’autoritarismo del presidente non è positivo nel lungo periodo, i giovani laureati si ritrovano disoccupati. La Cina non è l’eldorado: i grandi capitalisti vogliono esportare le loro fortune nei paradisi fiscali o in Canada. Ma se la cava molto meglio del modello americano in termini geopolitici. È un ribaltamento della storia: Trump avrebbe dovuto essere l’artefice del declino della Cina, invece ne è l’acceleratore.
I democratici hanno conquistato entrambe le camere. Cosa cambia?
Alcune delle decisioni attuate da Trump sono già un dato di fatto, in particolare l’impossibilità di un compromesso tra repubblicani e democratici. Un tempo esisteva un nucleo duro: i democratici erano più orientati verso le questioni sociali, i repubblicani prediligevano la stabilità, ma riuscivano a trovare un accordo. Ora abbiamo popolazioni contrapposte, una politica identitaria. Di fronte alla stessa congiuntura economica, i repubblicani la giudicano eccellente, i democratici catastrofica. Non ci sono più punti di accordo.
Trump accentua la frattura tra i cittadini stessi e tra i cittadini e il governo federale; ha alimentato la sfiducia. Trump vuole un potere centrale forte, vorrebbe che lo Stato federale si imponesse in spregio alla Costituzione, arrivando persino a inviare la Guardia Nazionale.
Trump avrebbe dovuto essere l’artefice del declino della Cina, invece ne è l’acceleratore.
Robert Boyer
In questo contesto, repubblicani e democratici non riusciranno a riconciliarsi. Le fratture americane sono destinate a durare, e questa sarà, a mio avviso, la sfida per la governance a lungo termine degli Stati Uniti che le prossime elezioni porranno.
Questa vittoria non modificherà quindi le dinamiche che lei descrive?
Sono uno specialista del lungo termine. E nel lungo termine, ciò che mi colpisce è che Trump è come il capitano di una nave che apre lui stesso una falla nello scafo. Lasciate che vi descriva le falle create da Trump.
La prima è quella di liberarsi di tutte le competenze. Via i generali e i diplomatici: li ha sostituiti con un magnate immobiliare e un membro della sua famiglia, che devono confrontarsi con diplomatici di professione. La perdita di competenze è duratura: è come se fosse stata cancellata la memoria. E quella memoria era bipartisan: era un bene comune che Trump ha affossato. Lo stesso vale per i servizi segreti.
Seconda lacuna: il bene più prezioso degli Stati Uniti è il connubio tra innovazione radicale, mercati finanziari profondi e capitale di rischio. È qualcosa che nessun altro paese al mondo possiede, nemmeno la Cina. Ed ecco che Trump decide che le sovvenzioni non saranno più concesse in base a criteri scientifici, ma in base alla loro conformità al suo progetto politico.
Eppure ci troviamo in un contesto in cui metà degli amministratori delegati della Silicon Valley è nata all’estero. Il 60% della scienza americana è costituito dai ricercatori più brillanti del mondo giunti negli Stati Uniti. E ora si chiede loro di pagare 100.000 dollari per ottenere il visto H-1B. Queste misure stanno prosciugando il flusso di talenti e privando gli Stati Uniti dell’enorme bacino di ingegneri cinesi e indiani. Ci vorranno vent’anni perché gli effetti si manifestino, quindi non sono ancora visibili, ma saranno profondi.
Terza falla: ha messo in discussione l’indipendenza della Fed. Prima sapevamo che c’era qualcuno a difendere non solo la stabilità monetaria – l’inflazione –, ma anche la stabilità finanziaria. Ma se il presidente esercita pressioni sostenendo che il presidente della Fed debba obbedire e abbassare i tassi di interesse per alleggerire l’onere degli interessi sul debito, ciò instilla un dubbio straordinario.
Potrebbe fornire un esempio delle conseguenze di questa incertezza?
Un esempio chiave è il 2 aprile 2025, quando Trump, con grande orgoglio, annuncia i suoi dazi di ritorsione assolutamente irragionevoli. I mercati crollano. E, per la prima volta, i dollari escono dagli Stati Uniti, perché il Paese appare come un modello del Terzo Mondo: quando un governo commette un grave errore, i capitali si ritirano.
In tutte le crisi precedenti, compresa quella dei mutui subprime, i capitali affluivano.
La minaccia che gli Stati Uniti diventino un paese del terzo mondo, in cui la cattiva gestione provochi una fuga di capitali, rimane marginale – non è la tendenza dominante e il dollaro si è ripreso –, ma è un indizio straordinario, che permette di immaginare una cosa fino ad allora impensabile: gli Stati Uniti trasformati in una repubblica delle banane.
Trump è come il capitano di una nave che si apre da solo una breccia nello scafo.
Robert Boyer
L’aspetto forse più importante risiede nella visione economica di Trump, in qualità di agente immobiliare, che si può riassumere così: se io concludo un buon affare, è perché l’altro ha perso, dato che l’immobile ha un rendimento fisso. Trump non ha capito che, nell’economia capitalista, uno più uno fa 2,3: la cooperazione crea opportunità e capacità produttive per tutti. Considerando l’economia mondiale come un gioco a somma zero, agisce da predatore per accaparrarsi risorse dal resto del mondo e, così facendo, lo impoverisce.
Qual è l’ultima falla?
Si tratta del tradimento degli alleati e dell’allineamento con la Russia di Putin. Revocare le sanzioni contro la Russia per far scendere di uno o due dollari il prezzo del gasolio è catastrofico per tutti gli altri paesi.
Questo è un punto centrale della mia analisi: la Pax Americana è finita e non tornerà più. Non ci sarà alcun ritorno alla situazione precedente, indipendentemente da chi vincerà le elezioni alla Camera o da chi sarà il prossimo presidente.
Perché questo cambia tutto? Perché tutti i governi sono intrappolati nel caos creato da Trump: nulla è più prevedibile, tutto è reversibile, tutti i regimi sono colti alla sprovvista. L’amministrazione Trump ha destabilizzato i pochi punti di riferimento che permettevano alle economie di orientarsi in un mondo competitivo. Non esiste più alcun valore chiave che garantisca stabilità.
Un buon esempio è quello del primo ministro canadese Mark Carney, che ha preso atto di questa rottura. È stato violato un trattato di libero scambio in vigore. Il primo ministro ha affermato: ci alleeremo con paesi di media potenza che credono nel libero scambio, nella parità dei diritti e nel multilateralismo. L’orizzonte è lontano, poiché i modelli di gravità del commercio internazionale mostrano che il Canada e l’Europa sono distanti. Ma ciò rafforzerà la solidarietà tra numerose economie.
Sulla scia di questa vittoria, come dovrebbero prepararsi i democratici alle elezioni presidenziali del 2028?
In primo luogo, come in tutti i regimi, quando si viene eletti sulla base del rifiuto del governo precedente, la situazione non è ideale, poiché si arriva al potere senza un programma adeguato.
La Pax Americana è morta e non tornerà più.
Robert Boyer
Inoltre, Kamala Harris aveva ragione: la democrazia americana è in pericolo, ma ha dimenticato che gli americani non sono idealisti, bensì pragmatici. Trump ha vinto promettendo di ripristinare l’American way of life. Cosa fa il sindaco di New York? Promette l’accesso all’alloggio, all’assistenza sanitaria e persino al cibo. Ma il problema è che si presenta come socialista, e sapete bene che, per un americano, «socialista» significa «comunista», se non addirittura «terrorista».
I democratici si troveranno quindi di fronte a un problema: stanno facendo esattamente ciò che serve per migliorare la vita quotidiana dei cittadini, ma i repubblicani diranno che sono comunisti. La ricostruzione sarà molto difficile per i democratici, che sono divisi. Non possono presentarsi come socialisti e sperare di vincere a livello nazionale. Bisogna essere molto più sottili: dire, ad esempio, che ripristineranno il sogno americano attraverso un minimo di copertura collettiva e di mutualizzazione.
È inutile lanciarsi in guerre ideologiche, socialisti contro conservatori: quei tempi sono finiti. Queste guerre andrebbero perse battaglia dopo battaglia.
I repubblicani riusciranno a prendere le distanze da Donald Trump? I democratici riusciranno a incarnare l’American way of life? I prossimi due anni saranno preoccupanti ma decisivi.
