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I democratici hanno vinto le elezioni di medio termine, superando addirittura le previsioni dei sondaggi. Gli americani hanno votato in base a criteri economici o hanno respinto il progetto MAGA nel suo complesso?

All’uscita dalle urne, agli elettori è stato chiesto di indicare i temi che erano stati più determinanti e, secondo le diverse indagini, la risposta schiacciante è stata «l’economia». La seconda risposta più frequente è stata «la democrazia». Queste due questioni sono collegate: una democrazia indebolita porta spesso a un’economia indebolita. Si tratta dei temi dominanti degli ultimi due anni, quindi questo risultato non è del tutto inaspettato. C’è un’enorme sfiducia nei confronti del Partito Repubblicano su queste due questioni, in particolare nei confronti del presidente Trump.

I democratici possono interpretarlo come un’adesione al loro programma, o si tratta semplicemente di un voto di protesta contro Donald Trump?

Il fatto che si sia verificata una svolta a favore dei democratici di portata simile in numerose circoscrizioni diverse, su scala nazionale, dimostra chiaramente che non si tratta di un malcontento espresso nei confronti di singoli candidati, in Stati specifici. È proprio la situazione generale a costituire un problema. È chiaro che gli elettori esprimono il loro disaccordo con il progetto proposto dall’amministrazione Trump. D’altra parte, è molto più difficile determinare quali siano gli aspetti specifici che essi rifiutano.

Non c’è forse anche un rifiuto della corruzione e delle disuguaglianze? Queste non distorcono forse il funzionamento dell’economia e della politica?

Sì, senza ombra di dubbio. Durante le elezioni di medio termine, Elon Musk ha speso 474 milioni di dollari. Questo distorce la nostra vita politica. Ogni candidato deve ora chiedersi, anche solo per un istante, non cosa sia nell’interesse del popolo americano, ma cosa possa piacere o meno a Elon Musk.

La nostra democrazia non è concepita per questo tipo di enorme disparità di risorse. Si può rimanere sbalorditi dal fatto che un solo uomo investa 474 milioni di dollari nelle elezioni. Ma, se si fa il calcolo, ciò che stupisce è che non ne investa di più. Non dimenticate che dispone di un trilione di dollari. Potrebbe spendere 2.000 volte di più. È sbalorditivo.

Il voto è dovuto innanzitutto al potere d’acquisto o a qualcosa di più profondo?

Il potere d’acquisto è infatti una delle principali preoccupazioni degli elettori. Ma quando le persone parlano delle loro paure economiche, ciò è in parte dovuto alla difficoltà di arrivare a fine mese e in parte all’ansia che provano riguardo al proprio futuro economico. La percentuale di persone che giudicano negativa la situazione economica del Paese non è mai stata così alta, e di gran lunga.

Cosa distingue questa situazione da quelle delle crisi economiche del passato?

Ci troviamo in una situazione in cui la maggior parte delle nostre sfide economiche è il risultato delle nostre stesse azioni. È una situazione insolita. Ciò solleva una domanda: se dovesse verificarsi qualcosa di grave, ci sarebbero le persone giuste al comando per proteggerci? L’angoscia va oltre la questione del potere d’acquisto per toccare un sentimento più profondo: quello di non riuscire a squarciare la nebbia e a capire cosa ci riserva il futuro. Le cose che un tempo davamo per scontate sono ora minacciate.

Molte delle difficoltà che le persone devono affrontare sono ben reali, ma derivano direttamente dalle decisioni politiche dell’amministrazione: nulla rendeva necessari i dazi doganali, l’esplosione del deficit di bilancio, misure anti-immigrazione immediate e di grande severità, una nuova guerra in Medio Oriente o un bilancio che rappresenta la più grande ridistribuzione dalla base verso l’alto mai realizzata in un unico testo di legge nella storia degli Stati Uniti.

Si tratta di un insieme di politiche economiche assolutamente devastanti, che riflettono un livello di incoerenza, corruzione e incompetenza superiore a qualsiasi cosa io abbia mai visto in vita mia.

La politica in materia di immigrazione figura tra queste decisioni. Ciononostante, continua a godere del sostegno di gran parte dell’elettorato repubblicano. 

Occorre distinguere due serie di questioni: una riguarda l’immigrazione in quanto politica economica e le sue conseguenze, l’altra il discorso.

Vi parlo dallo Stato del Michigan, dove Abdul El-Sayed sta per diventare il primo senatore musulmano. Abbiamo vissuto un’esperienza che, spero, nessun altro dovrà mai subire: ogni volta che accendevo la televisione, mi trovavo di fronte a una vera e propria valanga di odio islamofobo. Esiste, o almeno esisteva, un consenso tra tutte le economie avanzate e tutti i paesi seri secondo cui l’odio basato sulla razza, il colore della pelle, il genere, l’orientamento sessuale o la religione non porta mai a nulla di buono. Non è solo immorale in senso stretto: quando si alimenta l’odio in questo modo, si creano divisioni sociali che possono portare al massacro di milioni di persone, come ha dimostrato la Seconda guerra mondiale.

Ecco perché eravamo giunti a un accordo implicito secondo cui questa forma di odio non era mai ben accolta nella sfera pubblica e chiunque ne facesse commercio ne sarebbe stato escluso. Questo vale ancora in molti paesi. Eppure uno dei due principali partiti politici degli Stati Uniti accoglie a braccia aperte le posizioni più estremiste, e abbiamo un presidente che ha definito El-Sayed un terrorista.

Queste barriere, che consideravamo baluardi di decenza, sono crollate, e non so come si possa rimettere il genio nella bottiglia. In diverse occasioni, il mondo ha preso coscienza della futilità e del costo di un simile modo di pensare. È anche vero che i leader politici hanno compreso quanto potesse essere vantaggioso dal punto di vista elettorale. Eravamo riusciti a frenare quest’ultima tendenza ricordandoci quanto fosse costosa. Questo freno di sicurezza è saltato, e nessuno di noi potrà mai dimenticarlo. Questo per quanto riguarda il primo aspetto: il razzismo e l’odio contro gli immigrati.

E dal punto di vista economico? 

L’amministrazione ha frenato ogni forma di immigrazione, ed è proprio questo il problema. Le norme attualmente in vigore non vanno semplicemente a vantaggio né degli Stati Uniti né degli immigrati. Se dite a uno studente che desidera iscriversi all’Università del Michigan: «Posso garantirti che otterrai un visto per il primo anno, ma non posso garantirti che, quando tornerai a casa per Natale, potrai tornare e terminare il tuo percorso di studi», vorrà studiare nel Michigan o a Cambridge, dove gli sarà permesso di portare a termine i suoi studi? Il sistema si è sempre basato su promesse implicite: se ti comporti bene, sarai il benvenuto. Questo vale per gli studenti, per gli imprenditori, per gli immigrati in generale. Se siamo un Paese incapace di mantenere queste promesse, tutti ne terranno conto quando si troveranno all’aeroporto, nel momento in cui dovranno decidere verso quale Paese dirigersi. Gli Stati Uniti sono quindi diventati decisamente meno accoglienti per gli immigrati.

Si tratta di una questione economica per molte ragioni, ma vorrei sottolinearne una in particolare. Gli immigrati sono diversi dagli altri – e lo dico in quanto immigrato anch’io. Abbiamo lasciato tutto per partire dall’altra parte del mondo alla ricerca di opportunità. Questo va di pari passo con lo spirito imprenditoriale, l’immaginazione e il senso dell’innovazione. Portiamo con noi anche le culture, le usanze e i modi di pensare e di agire dei nostri paesi d’origine, il che arricchisce il modo di pensare di questo paese.

Studi molto autorevoli dimostrano il ruolo centrale che gli immigrati svolgono nella ricerca e nello sviluppo. Se si osservano le grandi aziende tecnologiche americane, si noterà che quasi tutte hanno al centro della loro storia una figura di spicco proveniente dall’immigrazione. Se il padre siriano di Steve Jobs si fosse sentito così poco ben accolto da decidere di trasferirsi in un altro paese, Apple non sarebbe un’azienda americana. Fortunatamente, ciò non è accaduto. Ma non sappiamo chi sia la madre del prossimo Steve Jobs. Forse in questo preciso momento è seduta all’ufficio immigrazione, trattata in modo indegno, chiedendosi se non esista un posto migliore per lei.

Cosa può fare concretamente la nuova maggioranza democratica per correggere la rotta?

Innanzitutto, in materia economica, la Costituzione attribuisce esplicitamente al Congresso il potere in materia di dazi doganali. Il presidente se lo è o rubato, o appropriato, o preso in prestito. Il Congresso può riprenderselo. Le misure doganali sono state estremamente impopolari; il presidente non sarebbe riuscito a farle approvare, nemmeno da un Congresso repubblicano, se ci avesse provato.

Si può anche sostenere che il potere in materia di politica estera spetti al presidente, ma che quello di dichiarare guerra spetti al Congresso. Gli Stati Uniti sono entrati in guerra senza una risoluzione del Congresso. È ora che il Congresso decida se vuole entrare in guerra con l’Iran.

Riprendere il controllo sui dazi doganali e sulla guerra basterebbe a risolvere la crisi?

No, si pongono altre questioni. L’attuale deficit di bilancio è il più elevato della storia degli Stati Uniti, se si escludono i periodi di guerra o di recessione. Tuttavia, il bilancio deve essere approvato dal Congresso.

L’ultima volta è stato approvato il “One Big Beautiful Bill”. Sia la Camera che il Senato erano a maggioranza repubblicana. I repubblicani dei «country club» hanno ottenuto ciò che volevano e, in cambio, il presidente ha ottenuto ciò che volevano i repubblicani del movimento MAGA. Hanno raggiunto un accordo. Ora ci troviamo in un mondo diverso, che, spero, ci consentirà di arrivare a una politica di bilancio più coerente.

Per ridurre il deficit occorre aumentare le tasse o tagliare la spesa. I democratici sono pronti ad affrontare queste scelte impopolari?

Il popolo americano deve affrontare un dibattito franco sui dati di bilancio. Se una situazione non può durare – e ritengo che il nostro attuale deficit sia insostenibile –, alla fine giungerà al termine. Avverrà in modo graduale o doloroso? Si tratta di compromessi difficili. Non voglio dettare a nessuno cosa pensare, ma chiudere gli occhi davanti alla realtà non è una soluzione.

Con margini di bilancio così ridotti, su quali leve può agire il Congresso per sostenere il potere d’acquisto?

L’assicurazione sanitaria ne è un esempio. Sono convinto che, prima di attaccare un’idea, occorra immaginarne un’altra, da contrapporre alla prima. Per quanto riguarda l’Obamacare, i repubblicani non hanno fatto altro che attaccarlo e minarlo, tanto che oggi non solo il numero di persone che beneficiano di una copertura sanitaria è diminuito, ma queste pagano anche di più. Ciò ha un effetto immediato sul costo della vita: è un aspetto della crisi di cui il Congresso potrebbe occuparsi.

Basterà ripristinare l’Obamacare, o occorre riformare il sistema sanitario?

Riformare il sistema sanitario è, a un certo livello, davvero semplice. Basta guardare cosa succede in altri paesi e constatare che alcuni di essi hanno trovato la formula giusta; se non l’hanno trovata, in ogni caso sbagliano meno di noi. Vengo da un paese, l’Australia, dove il sistema sanitario è molto meno costoso, più efficiente, più umano, più apprezzato e più equo, e che produce risultati almeno altrettanto buoni. Non mi interessa quindi come chiamerete la vostra prossima serie di riforme sanitarie, ma se ciò avvicina l’America all’Australia, allora può funzionare: gli australiani e gli americani non sono poi così diversi. Da un punto di vista economico, la risposta è la seguente: sì, esistono altri modelli, e sì, possono funzionare. L’unica difficoltà è la politica. Ma è proprio questo il punto.

Aggiungerei solo che, in un settore come quello sanitario, occorre un’idea per sconfiggerne un’altra. Se volete sbarazzarvi del sistema attuale a favore di un sistema sanitario universale, difendete questa idea. Da parte mia, mi schiererei a favore del modello australiano [un’assicurazione sanitaria universale alla quale è possibile aggiungere una privata per completare il rimborso delle spese mediche, ndt]. L’unica cosa che non funziona è dire «Non mi piace il sistema attuale» e poi minarlo in un modo che fa aumentare il costo dell’assistenza sanitaria per milioni di persone ed esclude molti a causa dei prezzi, che è esattamente ciò che è successo negli ultimi due anni. Quasi qualsiasi riforma sarebbe migliore di ciò che stiamo facendo attualmente.

Di fronte a un presidente che mantiene il diritto di veto, il Congresso ha davvero i mezzi per agire?

Il Congresso dovrà ovviamente trovare un accordo con il presidente, e la questione rimane aperta. La maggioranza democratica è abbastanza ampia da consentire un governo coerente, ma è comunque necessario che il presidente firmi i suoi disegni di legge. Finora il presidente non ha mostrato alcun interesse per la collaborazione, nemmeno con un Congresso repubblicano, che ha praticamente ignorato. Cosa farà allora con un Congresso democratico?

Il presidente mantiene il controllo sull’esecutivo. I democratici non rischiano forse di limitarsi a fare ostruzionismo?

La strada migliore da seguire per i democratici è quella di trarre insegnamento da uno dei principali fallimenti di Trump: è vero che è riuscito a far approvare molte cose, ma non è mai riuscito a convincere il popolo americano. Prendiamo l’esempio dei dazi. Non ha mai cercato di convincerci della loro utilità. Non si è mai presentato davanti a noi, guardandoci negli occhi, per dire: «Ecco perché penso che i dazi siano una buona idea». Non si è mai preso il tempo di rispondere alle obiezioni che gli venivano mosse. Si limitava a dire: «Sono l’uomo dei dazi, li applico e basta». Normalmente, un presidente cerca di convincere il popolo della fondatezza delle proprie azioni. Penso che uno dei motivi per cui il contraccolpo è stato così violento sia che il presidente ha adottato tutte queste misure senza mai convincere il popolo americano a sostenere la sua causa.

Prendiamo ad esempio la guerra in Iran e confrontiamola con il momento in cui il presidente Bush entrò in guerra in Iraq: trascorse mesi a preparare il suo dossier, a coinvolgerci tutti nelle sue discussioni e nelle sue riflessioni. Trump non ha fatto nulla di tutto ciò, e questo gli si è ritorto contro. Quindi, se dovessi dare un consiglio, sarebbe questo: conducete i dibattiti ad alta voce, in pubblico, e conquistate il sostegno della popolazione alla vostra causa, perché è da lì che alla fine arriverà il sostegno politico.

Al di là di questi scontri istituzionali, quali dovrebbero essere le priorità economiche dei prossimi due anni? 

È fondamentale ripristinare il ruolo degli Stati Uniti nel mondo, il che solleva immediatamente la questione della guerra commerciale. La guerra commerciale non ha portato alcun beneficio agli Stati Uniti. Ha danneggiato noi, i nostri partner commerciali e il futuro degli Stati Uniti, poiché rende più difficile per il nostro Paese essere un partner commerciale, un amico o un alleato affidabile per un’intera generazione. Si tratta di una serie di errori estremamente costosi, e ripristinare il nostro ruolo nel mondo implica probabilmente ripensare – ovvero porre fine alla – guerra commerciale.

Lo stesso vale per l’Iran. Non sono un esperto di politica estera, ma l’unica cosa che mi sembra emergere dalla situazione con l’Iran sono le difficoltà economiche e una perdita di influenza per gli Stati Uniti. L’Iran ha improvvisamente scoperto di poter tenere in ostaggio l’economia mondiale attraverso lo stretto di Ormuz. Si tratta di un potere immenso che abbiamo accidentalmente rivelato loro, che in un certo senso abbiamo offerto loro, e che ha compromesso la nostra sicurezza. Dobbiamo quindi capire cosa stiamo cercando di fare esattamente. Se la risposta è che ci rifiutiamo di ammettere la sconfitta perché è in gioco l’orgoglio di un vecchio, questo danneggia noi e danneggia le popolazioni della regione. È meglio ferire i sentimenti di quel vecchio piuttosto che rovinare la vita di milioni di persone.

Per quanto riguarda la tecnologia e l’intelligenza artificiale, l’amministrazione Trump ha optato per la deregolamentazione in nome dell’innovazione. Quale dovrebbe essere il programma dei democratici? 

Ci sono due argomenti distinti: quelli che solo tre anni fa chiamavamo i “giganti della tecnologia” e l’intelligenza artificiale, che potrebbe benissimo essere la tecnologia più rivoluzionaria della nostra vita.

Il presidente oscilla tra due approcci nei confronti dell’IA: o la ignora, oppure promette di non regolamentarla. Eppure, quando una tecnologia sta per trasformare le carriere, le comunità, le reti di sicurezza sociale e l’intera economia, limitarsi a dire che l’unica cosa da fare è non regolamentarla significa perdere un’occasione. E ho la sensazione che l’ansia che ognuno di noi prova di fronte al futuro spieghi in parte ciò che abbiamo osservato durante le elezioni.

È difficile per i democratici fare di peggio che dire: «Lo ignorerò e non farò nulla, e poiché non farò nulla, impedirò a chiunque, non solo al governo federale ma anche ai governi degli Stati, di agire in merito. » Questo significa non essere all’altezza delle circostanze. I democratici si mobiliteranno e dimostreranno, a loro volta, di essere all’altezza? In ogni caso, non faranno di peggio.

Cosa devono fare per essere all’altezza?

Ogni governo deve avere una visione coerente dell’IA. Osservare il mondo che cambia e restare con le mani in mano, invece di cercare di plasmare uno strumento potente affinché ci sia più utile, non solo è assurdo, ma quasi certamente dannoso. Non vi dirò nemmeno quale dovrebbe essere questa visione, ma non lasciate che questa rivoluzione tecnologica venga regolamentata da un vecchio che non l’ha mai utilizzata. Abbiamo bisogno di una riflessione seria e coerente su come l’IA stia ridefinendo le carriere, su come stia modificando le nostre esigenze in materia di rete di sicurezza sociale, su cosa significhi il contratto sociale nell’era dell’IA, sui rischi che si corrono, su come ridurli al minimo e su come massimizzarne i benefici. È un dibattito di fondamentale importanza. Se non dedichiamo la maggior parte del nostro tempo a discuterne, significa che stiamo sbagliando strada su molti punti.

L’intelligenza artificiale solleva tutta una serie di questioni molto complesse. Potrebbe realizzare cose straordinarie, alle quali non vorremmo certo ostacolare. Ad esempio, se esistesse un’intelligenza artificiale in grado di mettere a punto una cura per la malattia di cui soffre attualmente vostra nonna, chi vorrebbe impedirlo?

Ma l’intelligenza artificiale trasformerà anche il mercato del lavoro in cui i nostri figli entreranno dopo aver conseguito il diploma, in un modo che appare molto spiacevole e molto incerto. Tali trasformazioni potrebbero minacciare il benessere di un’intera generazione. Chi lo vorrebbe?

Gran parte della crescita statunitense si basa sull’intelligenza artificiale. Siamo in una bolla speculativa?

Se avessi saputo che si trattava di una bolla, avrei venduto allo scoperto tutte le azioni e sarei l’uomo più ricco che abbiate mai incontrato. Attualmente ci sono tante persone che acquistano azioni legate all’IA quante ne vendono; quindi ci sono tante persone che credono nel futuro dell’IA quante ne pensano che sia in qualche modo compromesso.

Mi sembra possibile che l’IA meriti di essere valorizzata come lo è oggi? Sì. Mi sembra possibile che sia oggetto di una sopravvalutazione? Sì. Dire di più di così è quasi impossibile. Non credo quindi che qualcuno sappia se ci troviamo o meno in una bolla.

Bisogna comunque prendere sul serio questo rischio?

Sì. Ogni volta che si osserva un’estrema concentrazione degli investimenti, la scoperta di un semplice fatto – ad esempio, che questi modelli non sono così efficaci come si pensava – potrebbe far crollare un immenso castello di carte. Se si trattasse di un castello di carte piccolissimo, chi se ne preoccuperebbe? Ma quando c’è una fonte concentrata di crescita economica, bisogna temere un crollo, ed è proprio questo che dovrebbe preoccuparci.

Come prepararsi a questa eventualità?

Bisogna assicurarsi che chi scommette sulle aziende che operano nel settore dell’IA sia anche chi si assumerà la perdita in caso di fallimento. Se scommetto 100 dollari sui Red Sox e loro perdono, il governo non viene in mio soccorso. Bisogna essere chiari: se scommettete 100 dollari su OpenAI e il prezzo delle azioni crolla, lo Stato non interverrà per salvarvi.

Occorre inoltre assicurarsi che il resto del sistema finanziario sia sufficientemente solido affinché, in caso di fallimento delle aziende del settore dell’IA, le numerose persone che perderanno il lavoro non trascinino il resto dell’economia nella loro caduta. Personalmente, spero e credo che il sistema sia sufficientemente solido.

Ciò che bisogna evitare è quel tipo di contagio finanziario che abbiamo vissuto durante l’ultima crisi finanziaria. La buona notizia è che abbiamo superato quella crisi ormai quasi 18 anni fa; spero quindi che ne abbiamo tratto alcuni insegnamenti e che l’ingegneria finanziaria, gli sviluppi normativi e le istituzioni istituite per ridurre le interconnessioni all’origine del contagio funzionino.

Quindi sì, dovremmo preoccuparci, ma non so se chi dovrebbe preoccuparsi lo stia facendo.

E per quanto riguarda la questione della sicurezza?

Dobbiamo preoccuparci seriamente delle potenziali conseguenze dell’IA in termini di sicurezza: porterà al crollo delle grandi aziende, dei governi, ecc.? Dobbiamo preoccuparci del fatto che gli attori malintenzionati dispongano ormai di alcuni degli strumenti più potenti che l’umanità abbia mai conosciuto. È quindi necessario garantire che tali strumenti siano soggetti a limitazioni o che non finiscano nelle mani sbagliate.

Anche il mantenimento della concorrenza solleva questioni importanti in questo ambito. Se ci ritrovassimo in un mondo con un unico fornitore di IA, questi farebbe improvvisamente lievitare i prezzi in modo vertiginoso: voi e io ne usciremmo perdenti, mentre lui intascerebbe tutti i profitti.

Dovremmo abbandonare l’ortodossia economica e inventare forme di remunerazione collettiva, una sorta di «dividendo dell’IA»?

Abbiamo bisogno di programmi che tengano conto del fatto che questa IA è stata addestrata grazie al nostro lavoro e a quello delle generazioni che ci hanno preceduto. Questo lavoro, al momento, non viene né riconosciuto né retribuito. Ciò ci offre l’opportunità di mettere in atto alcune delle forme di ridistribuzione di cui potremmo aver bisogno.

Ha qualche esempio?

Dobbiamo capire che cos’è il lavoro. I primi livelli della carriera saranno probabilmente i primi a essere eliminati: i computer possono sostanzialmente fare ciò che è in grado di fare un neolaureato, ma non possono fare ciò che è in grado di fare un socio senior. Come ricostruire e ripensare i percorsi professionali? È una questione che riguarda il mondo degli affari. La sfida per il governo è capire come ricostruire una rete di sicurezza sociale e un sistema educativo adeguati a questo nuovo mondo. E questo è solo l’inizio. Se si considera che l’intelligenza artificiale potrebbe trasformare l’economia come forse ha fatto la Rivoluzione industriale, si comprende la portata del lavoro che ci attende tutti.