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Una delle storie più affascinanti del conservatorismo americano contemporaneo è la trasformazione del Claremont Institute. Da think tank relativamente poco conosciuto – composto da filosofi e politologi eruditi dediti alla difesa della Costituzione –, l’istituto è diventato un gruppo di attivisti al servizio dell’autoritarismo.
Il racconto di questa trasformazione dalle conseguenze pesanti è importante e assume una dimensione particolarmente urgente a poche ore dalle elezioni di medio termine. Spiega come e perché i membri del Claremont Institute abbiano contribuito a forgiare la dottrina che ha preso il sopravvento sul Partito Repubblicano. Sbandando verso un populismo illiberale, l’istituto si è avvicinato ai nazional-conservatori e ai post-liberali, con i quali ora forma il triangolo della Nuova Destra MAGA. Questo conservatorismo di recente formazione è oggi il cuore e l’anima del trumpismo.
L’uomo che ha fondato il Claremont Institute
Nel 1979, quattro ex allievi di Harry V. Jaffa (1918-2015) fondarono il Claremont Institute in una città situata a circa cinquanta chilometri da Los Angeles. Il loro intento era quello di portare avanti l’insegnamento di un maestro fuori dal comune. Allievo di Leo Strauss (1899-1973), questo filosofo e teorico politico aveva suggerito a Barry Goldwater, padre del conservatorismo moderno, una frase diventata famosa: «L’estremismo nella difesa della libertà non è un vizio» 1.
I suoi allievi impareranno la lezione. Il loro istituto sarà una torre d’avorio da cui gli accademici predicheranno il vangelo di Jaffa alla nuova generazione di leader conservatori, al fine di «formarli per renderli una comunità dedita alla salvaguardia del governo costituzionale».
Il loro progetto passa innanzitutto attraverso l’istruzione. Fin dalla sua fondazione, l’istituto riunisce ogni estate giovani intellettuali conservatori promettenti, pronti ad aderire alle sue idee e ai suoi obiettivi. Il metodo si rivela incredibilmente efficace. Forma generazioni di élite che eserciteranno un’influenza sulle politiche pubbliche e sulle decisioni ai livelli più alti dello Stato, del diritto, dei media, della cultura e del mondo accademico.
Il secondo vettore della sua influenza è una rivista, la Claremont Review of Books, fondata nel 2000. Soprannominata «la New York Review of Books della destra», questa autorevole rivista offre una tribuna ai pensatori e ai saggisti politici conservatori e persegue l’ambizione dichiarata dell’Istituto, ovvero «restituire ai principi fondatori degli Stati Uniti la loro legittima e preminente autorità nella nostra vita nazionale».
Jaffa interpreta questi principi alla luce dell’insegnamento del suo maestro. Contro lo storicismo e il positivismo, che secondo lui portavano al relativismo, Leo Strauss aveva riabilitato la nozione classica di diritto naturale, convinto che «il rifiuto contemporaneo del diritto naturale conduca al nichilismo, anzi, si identifichi con il nichilismo» 2.
Jaffa porta avanti questo percorso. Mentre Strauss attingeva soprattutto dagli Antichi, il suo discepolo cerca questa verità nella stessa storia americana. La trova nella Dichiarazione d’Indipendenza del 4 luglio 1776, la cui affermazione dell’uguaglianza degli uomini e dei loro diritti inalienabili costituisce, secondo lui, il cuore dell’esperienza politica.
Leader degli straussiani della costa occidentale, Jaffa vuole riportare la destra americana a questi ideali. Per farlo, deve affrontare due avversari.
Il primo è la destra paleoconservatrice, erede del Sud, che vede in Abraham Lincoln il becchino delle libertà locali e il promotore di un’uguaglianza astratta. Per Jaffa, Lincoln è invece il fedele continuatore della Dichiarazione. Lungi dal tradire il principio di uguaglianza, ne ha fatto «un’affermazione trascendente di ciò che dovrebbe essere» 3. In un’America schiavista, l’uguaglianza non era una realtà, ma un ideale, una bussola morale al di sopra delle maggioranze, in nome della quale si poteva condannare la schiavitù, anche quando la legge la autorizzava.
La seconda è una tradizione più antica, di ispirazione burkeana, di cui Russell Kirk è la figura di spicco. Essa ritiene che l’origine degli Stati Uniti risieda nella common law inglese e nelle libertà ereditate dai coloni, e non in principi universali. Diffidente nei confronti delle idee astratte, relativizza la portata della Dichiarazione e teme l’uguaglianza, che giudica troppo vicina allo spirito della Rivoluzione francese. Per Jaffa, ciò equivale a confondere il 1776 con il 1789. Gli insorti americani non rivendicavano solo i diritti degli inglesi, ma quelli di ogni essere umano, fondati sulla natura e non sulla consuetudine. Fare della tradizione l’unica fonte del diritto equivale, secondo lui, a consegnare la morale ai capricci della storia.
Ebbene, Jaffa ritrova questo primato della storia portato all’estremo proprio nel campo opposto, tra i progressisti. È contro di loro che egli rivolge la Dichiarazione, diventata nelle sue mani un’arma politica. All’inizio del XX secolo, Woodrow Wilson e i riformatori del suo tempo consideravano infatti i diritti naturali proclamati nel 1776 come una reliquia superata, che volevano sostituire con uno Stato in continua evoluzione nel tempo e affidato a un’amministrazione che fondasse la propria legittimità sulla tecnica.
Rivendicare questi diritti equivale quindi a contestare tutta la loro opera. Gli eredi di Jaffa ne faranno il loro grido di battaglia. Nel 2018, Charles Kesler, caporedattore della Claremont Review of Books, descrive una «guerra civile fredda» tra due Americhe. Una rimane fedele ai Padri Fondatori, l’altra ha adottato la «Costituzione vivente» cara ai progressisti. In questa guerra, l’obiettivo è lo Stato amministrativo, quel governo di agenzie ed esperti non eletti nato sotto Wilson, ampliato dal New Deal di Roosevelt e poi dal Civil Rights Act del 1964, «la piccola legge che ha divorato la Costituzione» 4.
I fratelli nemici di Leo Strauss
Il conservatorismo di ispirazione straussiana professato dal Claremont Institute si sviluppa parallelamente a un’altra corrente, il neoconservatorismo.
Nato a New York attorno alla figura di Irving Kristol, questo movimento attira altri discepoli di Strauss, definiti gli «straussiani della costa orientale» per distinguerli da Jaffa e dai suoi seguaci. Tra questi figurano Walter Berns, Allan Bloom e Harvey Mansfield, oltre ai loro allievi, da William Kristol, figlio di Irving, diventato nel frattempo un oppositore di Donald Trump, a Paul Wolfowitz, futuro sottosegretario alla Difesa di George W. Bush e presidente della Banca mondiale.
Tra le due scuole, la rivalità è di lunga data. Jaffa rimprovera ai suoi colleghi dell’Est di vedere nella fondazione degli Stati Uniti solo un compromesso pragmatico e a Kristol di accettare lo Stato sociale, purché gestito con prudenza. L’anticomunismo li unisce tuttavia sotto la presidenza di Reagan, e i neoconservatori raggiungono l’apice della loro influenza sotto quella di George W. Bush.
A partire dalla fine degli anni ’90, i membri dell’istituto di Claremont iniziano a criticare con maggiore asprezza il neoconservatorismo. Ai loro occhi, i neoconservatori si sono fusi con l’establishment di Washington. Questa «classe dirigente» ha preso il potere a scapito di quella che Angelo Codevilla, membro dell’istituto, definirà nel 2010 la «classe del Paese» 5. Peggio ancora, i neoconservatori non sono riusciti ad arginare l’avanzata del progressismo che ormai domina questa élite. Con il passare degli anni, altre due cause di attrito hanno definitivamente ampliato il divario: la loro fede nel libero scambio e la loro propensione agli interventi militari all’estero, di cui la guerra in Iraq diventerà il simbolo.
Il progetto prende il via nel giugno 1998. Charles Kesler, all’epoca senior fellow di Claremont, tiene una conferenza dal titolo provocatorio: What’s Wrong with Conservatism 6 presso l’American Enterprise Institute, roccaforte del neoconservatorismo. Secondo lui, la destra americana, vincitrice della guerra fredda, ha perso il senso della propria missione e «la sua dedizione a una causa nobile, chiara e superiore l’ha abbandonata». Sa meglio cosa combatte piuttosto che cosa difende. Se i conservatori sono diventati indistinguibili dai liberali, Kesler li esorta a riallacciarsi alla dottrina dei diritti naturali dei Padri Fondatori per ritrovare una bussola morale.
Questo discorso apre una frattura che non smetterà di allargarsi. Nel corso degli anni 2000, la guerra in Iraq e poi la crisi finanziaria del 2008 screditano il neoconservatorismo e alimentano un populismo radicale. Lo stesso Jaffa formula allora una severa diagnosi sul proprio schieramento. Il conservatorismo, scrive, «soffre dello stesso nichilismo e dello stesso postmodernismo che dominano il liberalismo».
A questo rifiuto si aggiunge la critica rivolta ai rappresentanti repubblicani per la loro inefficacia, se non addirittura per il loro rifiuto di combattere la sinistra incarnata da Barack Obama. I giovani dirigenti di Claremont cercano quindi alleati contro la destra dominante, anche ai margini dell’estrema destra. Questo avvicinamento spinge l’istituto sempre più verso il populismo post-liberale.
Nella cabina di pilotaggio
Il conservatorismo di Jaffa era quello di Barry Goldwater, il candidato repubblicano sconfitto in modo schiacciante da Lyndon Johnson nel 1964, ma la cui campagna elettorale ridefinì la destra americana incentrandola sulla difesa di uno Stato minimo e di una fiscalità leggera.
Morto nel gennaio 2015, pochi mesi prima che Donald Trump entrasse in campagna elettorale, Jaffa non ha visto i suoi eredi schierarsi a favore del trumpismo. Ma aveva già intuito la deriva dell’istituto. Secondo suo figlio Philip, negli ultimi anni ripeteva instancabilmente che i suoi ex allievi non avevano aspettato la sua morte per seppellire il suo insegnamento. «Quello che stanno cercando di fare», diceva, «è mettere un cilindro a Jefferson Davis e chiamarlo Abraham Lincoln, vestire La rivolta di Ayn Rand con la giacca dell’Etica Nicomachea e fingere che sia Aristotele». 7
Un anno e mezzo dopo la sua morte, la rottura si concretizza. Nel settembre 2016, a poche settimane dalle elezioni presidenziali, Michael Anton, laureato alla Claremont Graduate School e futuro direttore della pianificazione politica del secondo mandato di Donald Trump, pubblica sulla rivista Claremont Review of Books, sotto lo pseudonimo di Publius Decius Mus, un saggio cupo e apocalittico intitolato The Flight 93 Election 8.
In esso paragona gli elettori americani ai passeggeri del volo dirottato l’11 settembre 2001, che non avevano altra scelta se non quella di prendere d’assalto la cabina di pilotaggio. Votare per Trump sarebbe l’unico modo per evitare lo schianto che comporterebbe una vittoria di Hillary Clinton.
Qualche mese prima, in un saggio dal titolo provocatorio «Per un trumpismo ragionevole e coerente» 9, Anton aveva già trasformato il trumpismo in una dottrina a tutti gli effetti. Essa si basava su tre rifiuti: quello dell’immigrazione, quello del libero scambio globalizzato e quello degli interventi militari all’estero.
In materia di immigrazione, Anton denuncia «l’incessante importazione di stranieri dal Terzo Mondo», privi di una tradizione di libertà, che secondo lui renderebbe l’elettorato «più democratico e meno americano a ogni elezione». I suoi critici vedono in ciò una variante della teoria complottista di estrema destra del «grande rimpiazzo».
Charles Kesler, la cui rivista pubblica il saggio sul proprio sito, giudica la metafora melodrammatica. Vi riconosce tuttavia un appello alle urne tipicamente americano, in nome di una Repubblica in pericolo, e si descrive allora come il più pro-Trump della redazione. «In modo strano, Trump ha scavalcato l’establishment conservatore e repubblicano del dopoguerra fredda», spiega nel 2017 10. Secondo lui, Trump si ricollega così, senza rendersene conto, a un repubblicanesimo più antico.
Da quel momento in poi, dare a questa intuizione un fondamento filosofico diventa il compito di Claremont, che si afferma come il centro nevralgico del movimento MAGA.
Elaborare una dottrina per il trumpismo
Kesler, Anton e i principali dirigenti di Claremont non si fanno certo illusioni sulla moralità di Trump. Ciononostante vedono in lui lo strumento del loro programma, con la speranza, per Kesler, di riallacciarsi alla vecchia destra di prima della guerra fredda, quella dei tempi in cui «il partito di William McKinley e Calvin Coolidge dominava la vita politica nazionale».
Quel repubblicanesimo era protezionista, favorevole all’assimilazione degli immigrati e restio alle avventure all’estero. Kesler vi vede un precedente delle posizioni di Trump in materia di commercio, immigrazione e guerra 11.
Per costruire questo populismo conservatore, conducono una guerra culturale contro il «wokismo», che definiscono come il progressismo in tutte le sue forme, dal multiculturalismo alle politiche identitarie, passando per le azioni positive e le misure antirazziste. In questo vedono, come molti conservatori, una discriminazione al contrario contro i bianchi, e in particolare contro i giovani uomini.
L’offensiva si intensifica a seguito di due eventi. Il primo è la pubblicazione nel 2019, da parte del New York Times Magazine, del 1619 Project, che rilegge la storia americana a partire dall’arrivo dei primi schiavi africani in Virginia. Claremont risponde sul terreno della memoria nazionale. Kesler definisce le rivolte dell’estate 2020 «rivolte del 1619» 12. In autunno, Trump istituisce una commissione incaricata di promuovere un insegnamento patriottico della storia. Presieduta da Larry Arnn, uno dei fondatori dell’istituto, e con Kesler tra i suoi membri, la commissione 1776 pubblica nel gennaio 2021 un rapporto concepito come una replica al 1619 Project e alimentato, secondo il New York Times, dalle idee del Claremont 13.
Il secondo evento è l’ondata di manifestazioni del movimento Black Lives Matter seguita all’omicidio di George Floyd, nel maggio 2020. L’istituto prende quindi di mira «la teoria critica della razza», le politiche di diversità ed equità e i diritti delle persone LGBTQ+. Claremont si allea così con l’Idaho Freedom Foundation per denunciare l’ideologia della giustizia sociale nelle università dello Stato. Sulla scia di questi eventi, il Parlamento locale taglia 2,5 milioni di dollari di stanziamenti destinati a tali programmi e vieta agli istituti pubblici di esigere dagli studenti l’adesione alle tesi della «teoria critica della razza».
Per Claremont, questa lotta passa anche attraverso una rilettura del Civil Rights Act del 1964. Ryan Williams, presidente dell’istituto dal 2017, fa propria la tesi del saggista Christopher Caldwell 14. La legge avrebbe dovuto porre fine alla segregazione e costruire una società che non facesse distinzioni in base al colore della pelle. Al contrario, sarebbe servita a creare categorie di cittadini che beneficiavano di protezioni particolari, a cominciare dalle azioni positive, alimentando così l’espansione di uno Stato sociale progressista.
Un tentativo alla ricerca di una teoria
La sconfitta di Trump nel 2020 ha spinto Claremont sulla via di un autoritarismo anticostituzionale.
Figura centrale di questa deriva, John Eastman fa ancora parte del consiglio di amministrazione dell’istituto e dirige il suo Centro di giurisprudenza costituzionale. Alla fine di dicembre 2020, questo giurista ha redatto due promemoria per la campagna di Trump, uno di due pagine e l’altro di sei, nei quali spiega come mantenere il potere nonostante la sconfitta.
Il piano si articola in poche fasi. Il 6 gennaio, durante la certificazione dei risultati da parte del Congresso, il vicepresidente Mike Pence, che presiede la seduta, annuncerebbe che sette Stati hanno trasmesso liste alternative di grandi elettori. A quel punto, escluderebbe i loro voti. Trump vincerebbe così con 232 voti contro 222. Se i democratici protestassero, l’elezione verrebbe rinviata alla Camera dei rappresentanti, dove ogni Stato dispone di un solo voto. I repubblicani, che detengono la maggioranza in 26 delegazioni, designerebbero Trump.
Il 6 gennaio 2021, Eastman presenta questo piano alla folla radunata sull’Ellisse, il parco situato a sud della Casa Bianca, durante la manifestazione «Save America». In quell’occasione afferma, senza fornire alcuna prova, che le macchine per il voto nascondessero documenti segreti destinati a falsificare il risultato elettorale. Poche ore dopo, il Campidoglio viene preso d’assalto. Pence rifiuta di seguire questo piano, che ritiene contrario alla Costituzione.
Eastman non agisce da solo. Altre figure di spicco di Claremont diffondono la «grande menzogna» di un’elezione rubata, sia prima che dopo il voto, al punto che l’istituto viene considerato la mente dell’insurrezione. La giustizia emetterà una sentenza severa. Nel marzo 2022, il giudice federale David O. Carter ha ritenuto «più probabile che improbabile» che Eastman e Trump abbiano tentato di ostacolare la certificazione delle elezioni. Ha definito la loro impresa un «colpo di Stato alla ricerca di una teoria giuridica» 15.
Perseguito in Georgia e poi in Arizona, Eastman vede le accuse georgiane archiviate nel novembre 2025, mentre il procedimento in Arizona rimane in sospeso. Il 7 novembre 2025, Trump gli concede la grazia a livello federale, insieme ad altre 76 persone coinvolte nella contestazione delle elezioni. Il 15 aprile 2026, la Corte Suprema della California lo radia dall’albo degli avvocati.
Dopo il fallimento di questo colpo di forza, alcuni membri del Claremont hanno tratto una conclusione ancora più radicale. Il 24 marzo 2021, in un saggio intitolato «‘Conservatism’ Is No Longer Enough», Glenn Ellmers sostiene che la Costituzione non funzioni più e che non rimanga quasi più «nulla da conservare» 16. La maggior parte degli abitanti degli Stati Uniti, scrive, «non sono americani, in nessun senso reale del termine». La sua conclusione è inappellabile. «Dobbiamo accettare il fatto che ciò di cui abbiamo bisogno è una controrivoluzione».
Claremont gli sembra il più preparato ad affrontare questo momento. «È proprio grazie a questa comprensione dei principi fondamentali che Claremont è forse l’unico “laboratorio di idee conservatore” in grado di proseguire il proprio lavoro, praticamente senza cambiamenti, di fronte al grande sconvolgimento rivoluzionario che stiamo vivendo attualmente.»
Un nuovo Claremont per un nuovo trumpismo
Ellmers non è l’unico a voler riformare l’istituto. Anche Ryan Williams, suo presidente dal 2017, e Arthur Milikh, proveniente dalla Heritage Foundation, ritengono che Claremont debba reinventarsi per guidare questa «controrivoluzione».
«La destra, al momento, non è all’altezza della sfida», scrive Milikh nel febbraio 2021, nel testo fondativo del Center for the American Way of Life di cui ha appena assunto la guida a Washington 17.
L’istituto si mostra più militante e più reattivo all’attualità. Williams lo apre a una generazione di giovani scrittori, blogger e podcaster, alcuni dei quali provenienti dall’alt-right e da forum marginali in cui si scrive sotto pseudonimo. American Mind, la rivista online di Claremont lanciata nel 2018, pubblica regolarmente testi considerati razzisti, sessisti o complottisti. Curtis Yarvin vi firma, a partire dal 2019, una serie di saggi. Nel maggio 2021, ne discute con Michael Anton e sostiene una monarchia tecno-cesarista 18.
Questa trasformazione accompagna l’ascesa della nuova destra MAGA, di cui il nazional-conservatorismo è una delle espressioni più significative. Lanciate nel 2019 a Washington, le conferenze NatCon acquistano sempre più importanza durante l’interregno trumpista dal 2021 al 2025. Nel 2022, una Dichiarazione di principi definisce il programma di questa coalizione eterogenea 19. Essa chiede un’immigrazione molto più limitata, se necessario anche una moratoria, e intende radicare la vita pubblica nel cristianesimo laddove questo è maggioritario. Respinge inoltre qualsiasi trasferimento di sovranità a istanze sovranazionali. Charles Kesler, caporedattore della Claremont Review of Books, si rifiuta tuttavia di firmarla, deplorando il fatto che essa invochi la Costituzione ma tralasci la Dichiarazione d’Indipendenza.
La radicalità del ritorno al potere di Donald Trump si sta preparando con il Progetto 2025, guidato dalla Heritage Foundation. Già dal giugno 2022, Claremont fa parte del suo comitato consultivo. Pubblicato nel 2023, il Mandate for Leadership ne costituisce il manuale. Esso prevede di rafforzare il potere esecutivo, smantellare lo Stato regolatore e riportare la famiglia al centro della società americana. L’impronta dell’istituto è tangibile in questo documento.
Michael Pack, il suo ex presidente, ha redatto il capitolo dedicato ai media e il testo si basa sui lavori di Claremont per contestare la teoria del genere. L’istituto minimizza tuttavia il proprio ruolo e Anton assicura di aver avuto «molto poco a che fare» con il progetto. La figura chiave dell’iniziativa, Russell Vought, ha tuttavia già espresso la propria visione su The American Mind. «Stiamo vivendo un momento post-costituzionale nel nostro Paese», scrive nel settembre 2022 20.
La rielezione di Trump nel 2024 conferisce a questo nuovo Claremont un’influenza considerevole. Anton entra a far parte del Dipartimento di Stato per dirigerne la pianificazione politica. Nel febbraio 2025, Vought torna alla guida dell’Office of Management and Budget. Talvolta descritto come l’uomo più potente di Washington, il direttore del bilancio ottiene ampio sostegno da parte del presidente, sia per quanto riguarda gli orientamenti che propone sia per i mezzi necessari alla loro attuazione. Claremont plaude in particolare a quattro iniziative: i decreti contro le politiche di diversità, l’offensiva contro lo Stato amministrativo, le espulsioni di massa degli immigrati e la guerra culturale contro le università e i musei. I suoi membri possono quindi vantarsi di essere le menti del movimento MAGA.
Anton lascia il suo incarico nell’autunno del 2025, ma si lascia alle spalle un testo fondamentale. Pubblicata il 5 dicembre 2025, la Strategia di sicurezza nazionale, di cui ha redatto la prima versione, segna una rottura con trent’anni di dottrina statunitense. Washington vi rinuncia al dominio mondiale per concentrarsi sull’emisfero occidentale, in nome di un corollario trumpiano della dottrina Monroe. L’Europa vi appare come un alleato indebolito, minacciato da una «scomparsa civile» a causa dell’immigrazione, del calo demografico e delle limitazioni alla libertà di espressione.
Marco Rubio riprende questa visione alla Conferenza di Monaco nel febbraio 2026, e poi sulla Pnyx, ad Atene, il 7 ottobre 2026. La Grecia, Roma e la cristianità costituiscono in tale contesto le fondamenta di un Occidente di cui l’America si propone come custode, e Rubio esalta la ricerca consapevole del potere nazionale. I tre testi condividono la stessa diagnosi, quella di un Occidente minacciato dall’interno, e lo stesso rimedio: il ritorno ai propri fondamenti. Vi si riconosce l’impronta di Claremont, quella convinzione, ereditata da Strauss e Jaffa, secondo cui la crisi della modernità si cura con un ritorno agli Antichi e ai principi fondatori.
La torre d’avorio degli studenti di Jaffa è così diventata il laboratorio dottrinale della controrivoluzione trumpista. Eppure, alla vigilia delle elezioni di medio termine, la guerra contro l’Iran, i tagli al Medicaid e i sondaggi lasciano intravedere una rottura tra Trump e coloro che credevano di poter consolidare una dottrina trumpista.
Note
- Rick Perlstein, Before the Storm: Barry Goldwater and the Unmaking of the American Consensus, New York, Hill and Wang, 2001.
- Leo Strauss, Natural Right and History, Chicago, University of Chicago Press, 1953, p. 5.
- Harry V. Jaffa, Crisis of the House Divided. An Interpretation of the Issues in the Lincoln-Douglas Debates, Garden City, Doubleday, 1959.
- Charles R. Kesler, «America’s Cold Civil War», Imprimis, Hillsdale College, ottobre 2018. Vedi anche Charles R. Kesler, Crisis of the Two Constitutions. The Rise, Decline, and Recovery of American Greatness, New York, Encounter Books, 2021.
- Angelo M. Codevilla, «America’s Ruling Class – And the Perils of Revolution», The American Spectator, luglio-agosto 2010.
- Charles R. Kesler, «What’s Wrong with Conservatism», Bradley Lecture, American Enterprise Institute, Washington, 8 giugno 1998.
- Marc Fisher e Isaac Stanley-Becker, «The Claremont Institute triumphed in the Trump years. Then came Jan. 6», The Washington Post, 24 luglio 2022.
- Publius Decius Mus [Michael Anton], «The Flight 93 Election», Claremont Review of Books, 5 settembre 2016.
- Publius Decius Mus [Michael Anton], «Toward a Sensible, Coherent Trumpism», The Unz Review, marzo 2016.
- Jon Baskin, «The Academic Home of Trumpism», The Chronicle of Higher Education, 17 marzo 2017.
- Charles R. Kesler, «The Republican Trump», Claremont Review of Books, vol. XVI, n. 4, inverno 2016-2017.
- Charles R. Kesler, «Call Them the 1619 Riots», New York Post, 19 giugno 2020. Nikole Hannah-Jones, l’ideatrice del 1619 Project, aveva del resto risposto in un tweet poi cancellato: «It would be an honor. Thank you.»
- Elisabeth Zerofsky, «How the Claremont Institute Became a Nerve Center of the American Right», The New York Times Magazine, 3 agosto 2022.
- Christopher Caldwell, The Age of Entitlement. America Since the Sixties, New York, Simon & Schuster, 2020.
- John C. Eastman contro Bennie G. Thompson et al., n. 8:22-cv-00099-DOC-DFM, Corte distrettuale degli Stati Uniti per il Distretto Centrale della California, 28 marzo 2022.
- Glenn Ellmers, «“Conservatism” Is No Longer Enough», The American Mind, Claremont Institute, 24 marzo 2021.
- Arthur Milikh, «A New Conservatism Must Emerge», RealClearPolicy, 16 febbraio 2021.
- «The Stakes: The American Monarchy?», The American Mind Podcast, Claremont Institute, 31 maggio 2021, con Michael Anton e Curtis Yarvin.
- «National Conservatism: A Statement of Principles», Edmund Burke Foundation, 15 giugno 2022, pubblicata contemporaneamente su The American Conservative e The European Conservative.
- Russell Vought, «Renewing American Purpose», The American Mind, Claremont Institute, 29 settembre 2022.