Questo testo è disponibile anche in inglese sul sito del Groupe d’études géopolitiques.

L’economia mondiale si trova a dover fronteggiare diverse sfide legate allo shock della pandemia1 ma anche a cambiamenti di più lungo periodo che, al di là della pandemia, avranno degli effetti considerevoli. È più che mai urgente realizzare una pluralità di riforme in Francia e in Europa per costruire l’economia di domani.

All’interno della commissione internazionale da noi presieduta è emerso un consenso su tre temi chiave che ha portato alla pubblicazione di un rapporto lo scorso giugno2. Questo è un fatto che merita di essere sottolineato, perché ha riunito economisti di diversi orizzonti, francesi, europei e americani. Il primo tema riguarda la minaccia esistenziale rappresentata dal cambiamento climatico e le risposte che dobbiamo fornire ad esso. La seconda riguarda le disuguaglianze e l’insicurezza economica, con l’obiettivo di costruire un’economia inclusiva. Il terzo riguarda i cambiamenti demografici, e in particolare l’invecchiamento demografico, che necessita di una serie di adattamenti. 

Su ciascuno di questi temi abbiamo fatto una sintesi di ciò che sappiamo e di ciò che non sappiamo. Abbiamo poi disegnato le implicazioni in materia di politiche economiche appropriate. Nel discutere le riforme, abbiamo prestato particolare attenzione alle percezioni e alle potenziali opposizioni, nonché a come tenerne conto. Questo ci sembra essenziale se vogliamo che delle riforme spesso necessarie siano accettate e riscontrino successo. 

Clima e ambiente

È un dato di fatto che il cambiamento climatico rappresenti un’emergenza assoluta – lo conferma l’ultimo rapporto IPCC pubblicato il 9 agosto: le emissioni di CO2 e di altri gas serra hanno effetti negativi sul clima e, a confronto, a livelli preindustriali, il riscaldamento globale potrebbe raggiungere 1,5°C entro 20 anni. Un aumento della temperatura di questa portata innescherebbe eventi meteorologici estremi e “senza precedenti”. C’è poco tempo per agire e, più aspettiamo, più costose saranno le misure necessarie per la mitigazione e l’adattamento. Questa emergenza è ampiamente percepita come tale dalla maggioranza dei francesi e degli europei – oltre il 90% dei francesi ritiene che il riscaldamento globale sia di origine umana e che possa quindi essere tenuto sotto controllo. A livello di Unione Europea, il 93% dei cittadini considera il cambiamento climatico un problema serio3

Tuttavia, quando ci si avventura nel campo della politica ecologica e delle misure messe in atto per alleviare le conseguenze del riscaldamento globale, le percezioni divergono e sono più o meno coerenti con la realtà. Un insieme di misure è oggetto di percezioni errate, che ne impediscono o ne facilitano l’applicazione: misure con impatto “visibile” – con, come caso emblematico, la “carbon tax” – sono molto più impopolari di misure il cui impatto è “invisibile”- divieti, sussidi per le energie rinnovabili o l’introduzione di nuove norme- quando questi sono potenzialmente molto più costosi. 

Sulla base degli obiettivi fissati a livello europeo – ridurre le emissioni del 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990 e raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050 -, e considerando l’obiettivo di +2°C come premesso, la sfida del nostro comitato è stata duplice: proporre soluzioni volte a ridurre il divario tra retorica e azione e garantire l’accettabilità politica di misure onerose, pur mantenendo il loro costo il più basso possibile. In primo luogo, proponiamo un prezzo universale del carbonio che comprenda i settori che attualmente beneficiano delle esenzioni. Sarebbe accompagnato da un adeguamento del carbonio alle frontiere, per evitare il dumping ambientale. In secondo luogo, ci sembra essenziale un’intensificazione degli investimenti in ricerca e sviluppo, accompagnata dalla creazione a livello europeo di due istituzioni per garantire la “governance”. In terzo luogo, queste misure potrebbero essere accompagnate da una serie di norme e divieti che dovranno essere valutati rispetto al costo implicito in termini di emissioni di CO2 evitate. Infine, se l’influenza della Francia può essere sostanziale sul piano climatico, sarà efficace solo a livello europeo, la scala rilevante per sviluppare una politica climatica efficace, in grado di aprire la strada a livello internazionale.

Prezzi del carbonio per una transizione equa ed efficiente

Nonostante la sua impopolarità, è essenziale un prezzo del carbonio alto, universale e ridistributivo, che rifletta l’urgenza e la portata della sfida climatica. Questo ha almeno quattro vantaggi: spinge all’azione chi può eliminare il proprio inquinamento a un costo relativamente basso, stimola l’innovazione verde e semplifica il processo decisionale da parte dello Stato e degli attori economici, garantendo la misurazione delle emissioni. Inoltre, non comporta grandi spese pubbliche. Ma anzi aumenta le entrate, che possono essere ridistribuite alle famiglie più esposte. Sia nel Regno Unito che in Svezia, ha dimostrato la sua efficacia. 

Rivediamo brevemente come funziona: i governi fissano un “carbon budget”, che corrisponde al volume di emissioni che possono ancora essere generate senza superare i limiti previsti dall’Accordo di Parigi. Il prezzo del carbonio è quindi fissato dall’equilibrio di mercato. Tuttavia, per far fronte a rischi – come l’emergere e il costo delle tecnologie verdi o gli ostacoli politici e geopolitici – il “budget” del carbonio deve essere rivisto nel corso del tempo. Ciò può comportare una grande incertezza dei prezzi per gli attori economici, che oggi devono prendere decisioni a lungo termine. Per ridurre questo rischio, proponiamo di garantire una certa stabilità nel prezzo delle emissioni di carbonio fissando un minimo e un massimo. Per evitare effetti di lobby, suggeriamo anche di creare una Banca centrale del carbonio con governance indipendente e responsabile di decidere l’evoluzione del volume delle emissioni nel tempo in conformità con il mandato politico. 

Il pacchetto “Fit for 55” presentato dalla Commissione Europea a luglio è ambizioso – una riduzione delle emissioni del 55% rispetto al 1990 entro il 2030- e affronta buona parte delle questioni del nostro rapporto. In particolare la questione dell’adeguamento del carbonio alle frontiere, la revisione del Sistema per lo scambio delle quote di emissione dell’UE (ETS UE) e il fondo sociale per il clima. Ecco alcune osservazioni su questo argomento. 

Innanzitutto, l’inclusione dei settori dell’edilizia e dei trasporti (insieme responsabili del 57% delle emissioni europee) è di per sé una buona notizia. Sebbene non soddisfi i “puristi” (non vi è alcuna ragione economica per creare un sistema ETS parallelo per creare prezzi più bassi per questi due settori), al contrario si sono levate molte voci per opporsi all’inclusione di questi settori in un sistema di prezzi del carbonio. Questo, per noi, è un cattivo atteggiamento. Se condividiamo le preoccupazioni sull’impatto sociale di questa inclusione, dobbiamo separare i due aspetti. Proclamare a gran voce il suo sostegno alla tariffazione del carbonio in questi settori (l’assenza di tariffazione ha significato che non sono stati compiuti progressi per gli edifici, e le emissioni dei trasporti sono aumentate, mentre sono diminuite le emissioni del settore elettrico soggette all’ETS); ed esprimere la propria preoccupazione per gli aspetti distributivi e supportare la commissione nella negoziazione del compenso previsto per il prossimo biennio (sembra invece sotto contestazione la cifra del 25% delle entrate destinate al Fondo di Azione Sociale per il Clima).

Le altre misure di punta di “Fit for 55” sono l’adeguamento delle frontiere – raccomandato anche nel nostro rapporto – e la fine della vendita di automobili che utilizzano combustibili fossili nel 2035-2040 (molto tardi, perché un grande stock durerà fino al 2050- 2060). Tra le raccomandazioni del nostro rapporto, resta da sviluppare l’istituzione di due organismi europei indipendenti con una buona governance; uno per la ricerca d’avanguardia e l’altro per la valutazione dell’efficacia comparativa delle politiche per combattere il riscaldamento globale.

Il carbon pricing (diretto come nel caso di una carbon tax, indiretto nel caso di inclusione del settore nel sistema ETS) è regressivo, così come molti sussidi verdi (fotovoltaici sui tetti, auto elettriche, rinnovo energetico). Una parte significativa dei ricavi del carbon pricing deve essere esplicitamente destinata a processi di compensazione, sia per ragioni di equità che per ragioni di economia politica.

Allo stesso modo, questa ridistribuzione deve avvenire sia all’interno di ciascun paese che tra paesi. Ad esempio, è imperativo che le produzioni di carbone polacco e tedesco, una fonte economica di risparmio di CO2, cessino immediatamente; ma allo stesso tempo l’Europa deve risarcire adeguatamente i minatori di questi paesi. 

Grafico 5 – Impatti sulle emissioni di CO2 di una carbon tax di 35 o 70 $/tCO2 e confronto con gli impegni presi durante l’Accordo di Parigi

Intensificazione dello sforzo in ricerca e sviluppo

Attualmente, gli investimenti in R&S verde sono insufficienti per limitare il riscaldamento globale. Basandoci sul successo del rapido sviluppo dei vaccini con RNA messaggero, raccomandiamo di fissare obiettivi tecnologici realistici per il settore privato. Proponiamo la creazione a livello europeo di un EU-ARPA-E, che finanzierebbe progetti di ricerca e sviluppo ad alto rischio e ad alto potenziale. Per garantire una governance trasparente, secondo il modello ARPA-E, uno scienziato rispettato per le sue capacità di ricerca e manageriali, con flessibilità operativa, sarebbe incaricato di supervisionare lo stanziamento dei fondi e garantire l’indipendenza dell’organizzazione nei confronti dei gruppi di interesse e politica. Diversi progetti a livello europeo, che hanno dato i loro risultati, sembrano prefigurare questo tipo di cooperazione tra settore pubblico e privato. 

Per quanto riguarda la definizione delle priorità di investimento, ci sembra opportuno, senza volerci sostituire alle decisioni di tale ente, investire di più in tecnologie che rendano i combustibili fossili obsoleti nel lungo periodo (energie rinnovabili e batterie, poco costose), privilegiando tecnologie a bassa impronta ecologica (utilizzo di metalli rari, ad esempio) in vista di una loro rapida adozione su scala globale. Per quanto riguarda il nucleare, se la nostra commissione non ha preso posizione né sull’opportunità di costruire nuove centrali (come nel Regno Unito e in Polonia), né sulla tecnologia nucleare specifica da utilizzare in questo caso, riteniamo essenziale mantenere in funzione le centrali esistenti (nel rispetto dei principi di sicurezza), che oggi forniscono i tre quarti della produzione elettrica in Francia e il 25% della produzione totale di energia elettrica nell’Unione Europea. Mentre l’inclusione del nucleare nella tassonomia verde dell’Unione europea divide gli Stati membri, il riconoscimento dell’energia nucleare, dell’energia idroelettrica e dei biocarburanti, come le uniche fonti controllabili di elettricità senza emissioni di carbonio, ci sembra estremamente importante in considerazione dell’assenza di tecnologie mature per lo stoccaggio dell’elettricità. 

Norme e divieti

Riteniamo che il carbon pricing non sarà di per sé sufficiente (prezzo troppo basso, informazione imperfetta per i consumatori). Pertanto, proponiamo di accompagnare queste misure con norme e divieti, sull’esempio del divieto dei sacchetti di plastica monouso, o del divieto di vendita o immatricolazione di veicoli nuovi alimentati da determinati combustibili a partire da una certa data. Fermo restando un costo ragionevole e una strategia complessiva coerente (divieti, norme e sussidi dovrebbero essere valutati con una stima approssimativa del loro costo implicito per tonnellata eliminata), riteniamo che questi strumenti dovrebbero essere parte di un sistema ottimale. 

Sebbene il nostro rapporto non abbia lo scopo di studiare in dettaglio tutte le misure ambientali, come regola generale, raccomandiamo che ogni misura settoriale sia soggetta ad un’analisi costi-benefici, a partire da una stima dei costi per tonnellata di CO2 non emessa, il suo impatto sociale e costo ambientale. In questo senso, riteniamo che, dato il suo bassissimo costo per tonnellata di CO2 non emessa, la sostituzione del carbone con il gas naturale sia un male minore, evitando la costruzione di nuovi impianti, per evitare effetti di chiusura energetica (lock-in effect), mentre il gas rappresenta oggi quasi il 20% del mix elettrico europeo. L’uscita del gas naturale, invece, dovrà avvenire successivamente. 

Ci sono due modi per ridurre le nostre emissioni di gas serra. Il primo consiste nell’utilizzare energie più pulite, l’altro è consumare meno energia. Nessuno conosce il mix ottimale tra i due. Ma il bello del meccanismo di carbon pricing è che non dobbiamo favorire un approccio rispetto all’altro; i risparmi saranno realizzati dove sono meno costosi. 

Insistiamo però sul concetto di costo. Non crediamo nel concetto di “crescita verde”, che suggerisce che possiamo avere la botte piena e la moglie ubriaca. Se fosse così, perché non avremmo dovuto farlo negli ultimi trent’anni? Affinché le cose vadano avanti, dobbiamo avere il coraggio politico di accettare l’esistenza di un costo. Una volta accettato questo concetto, è più facile adottare le politiche giuste. 

La scala europea

L’Europa, non la Francia, è la scala d’azione rilevante e l’impegno europeo nella lotta al cambiamento climatico potrebbe avere un reale effetto leva su scala internazionale. Con il pacchetto “Fit for 55”, presentando le linee guida di un adeguamento del carbonio alle frontiere che assicuri condizioni eque di concorrenza tra le imprese nazionali e gli importatori in termini di prezzi del carbonio e che incoraggi i paesi restii a partecipare, l’Unione ha espresso la sua volontà di andare oltre il “dare l’esempio”. In particolare, impegnandosi nella R&S verde, l’Europa potrebbe svolgere un ruolo chiave nella transizione ecologica dei paesi poveri. 

Disuguaglianze e redistribuzione

Secondo gli indicatori tradizionali, le disuguaglianze non sono peggiori in Francia che altrove. Secondo questi indicatori, la Francia fa meglio di molti paesi europei e molto meglio degli Stati Uniti: la quota di reddito guadagnata dal 10% più pagato, che si attesta al 32%, è inferiore a quella degli Regno Unito (35 %), Germania (37%) e Stati Uniti (45%). E gli sviluppi negli ultimi decenni sono stati molto meno sfavorevoli che in altri paesi, in particolare negli Stati Uniti. Ma al di là di questi indicatori tradizionali e di altri confronti internazionali, i francesi considerano per lo più di vivere in una società troppo diseguale4. E questa percezione è in gran parte corretta. La Francia rimane un cattivo studente in termini di pari opportunità, accesso a una buona istruzione, accesso a un buon lavoro e in termini di mobilità sociale. Questi sono i punti su cui abbiamo scelto di focalizzarci per avanzare proposte per ridurre le disuguaglianze.

Le misure che proponiamo sono organizzate in un trittico e consentono di affrontare le disuguaglianze su più fronti: prima della produzione, per aumentare le pari opportunità all’inizio della vita; durante la produzione, per orientarla verso lavori più di qualità; infine dopo la produzione, con le classiche misure di redistribuzione a tutela di chi ha avuto meno. 

Prima della produzione, ridurre la disuguaglianza delle opportunità

Per ridurre la disuguaglianza delle opportunità, dobbiamo agire su due margini: sull’istruzione e sulle disuguaglianze di ricchezza.

Il sistema educativo francese rimane molto diseguale. La categoria sociale è ovunque nel mondo il primo criterio per spiegare il livello di istruzione; ma questo è particolarmente pronunciato in Francia come mostra l’OCSE. Il confronto con gli altri paesi europei è ancora una volta rivelatore. Alla domanda se gli studenti abbiano tutti le stesse possibilità di frequentare l’università, solo il 44% degli intervistati in Francia è d’accordo (la percentuale più bassa tra i sette paesi interessati). Il tasso di risposta positiva per l’Italia è il 49% e per la Germania il 70%. Le riforme realizzate negli ultimi anni e consistenti nell’investire maggiormente nelle aree più svantaggiate (ZEP, REP) hanno avuto risultati positivi. Mantenendo questa stessa logica, ora è necessario fare e investire (molto) di più.

Per quanto riguarda il patrimonio, l’equazione è semplice: alcuni entrano nella vita con molto e tanti altri con niente. In questo contesto, vediamo l’imposta di successione come lo strumento più adatto per ridurre le differenze nelle condizioni di partenza, nell’ambito di un contratto sociale più egualitario. 

Le percezioni sulla tassazione dell’eredità sono contraddittorie e comprensibili: da un lato, i francesi ritengono di dover avere il diritto di lasciare in eredità un patrimonio acquisito “con il sudore della fronte”. Dall’altro, accettano erroneamente le disuguaglianze iniziali e le considerano ingiuste. La Francia si trova in una situazione paradossale, con aliquote dell’imposta di successione relativamente alte rispetto agli altri paesi OCSE, ma allo stesso tempo una redistribuzione della ricchezza relativamente inefficace. La misura che proponiamo per un’imposta più equa si basa innanzitutto su un principio: basare questa imposta sul beneficiario e non sul donatore, considerando tutte le donazioni ricevute durante la sua vita per il calcolo dell’imposta, e tassando loro solo al di sopra di una soglia relativamente alta. È inoltre necessario invertire l’introduzione di elevate esenzioni fiscali e opportunità di elusione a vantaggio solo delle famiglie più informate. Per aumentare l’accettabilità di questa tassa, che rimane storicamente impopolare, riteniamo infine opportuno discostarsi dal principio di finanza pubblica e destinare esplicitamente il gettito fiscale di questa tassa ad aiutare i giovani svantaggiati, sotto forma di dispositivi mirati a tutti gli aspetti delle pari opportunità come i crediti formativi (gli studenti norvegesi, ad esempio, beneficiano di un prestito di 1.050 euro al mese, il cui importo di rimborso è subordinato al reddito futuro, al raggiungimento di buoni risultati accademici e alla durata della laurea). La condizionalità in uso è necessaria per il raggiungimento dell’obiettivo delle pari opportunità nella vita. 

Dopo la produzione, le classiche misure di ridistribuzione

Ripensare l’intero sistema fiscale sarebbe stato un compito troppo ambizioso per questa relazione. Abbiamo scelto di concentrarci solo su alcuni punti, che riteniamo debbano ricevere un’attenzione particolare in future riflessioni e ricerche. 

In primo luogo, va ripensata la tassazione del capitale. Il capitale è sempre stato un fattore più mobile rispetto al lavoro. Il tradizionale “buon senso fiscale”, che impone di tassare i fattori meno mobili e meno propensi a lasciare il territorio, ha comportato una tassazione del lavoro molto più elevata di quella del capitale. Appare ora necessario ristabilire un migliore equilibrio, tanto più che l’elasticità del capitale rispetto al fisco e la sua mobilità internazionale rischiano di diminuire: l’accordo OCSE su un’aliquota minima per le multinazionali e il movimento in cui la comunità internazionale è impegnata verso una maggiore armonizzazione fiscale va nella giusta direzione. 

Inoltre, va poi seriamente affrontata la questione dell’effettiva riscossione del gettito fiscale da parte degli Stati. Su questo punto consigliamo di prestare particolare attenzione allo sviluppo dell’intelligenza artificiale e di ripensare al suo utilizzo da parte delle amministrazioni fiscali: l’IA potrebbe infatti essere uno strumento decisivo per migliorare il controllo fiscale, prevenire le frodi e consentire allo Stato di recuperare tutte le entrate fiscali dovute a esso. 

Durante la produzione, la questione della qualità dei posti di lavoro

I lavoratori vogliono lavori di qualità. Secondo i sondaggi disponibili, questo significa ovviamente una buona retribuzione, ma anche opportunità di carriera, responsabilità, un periodo di lavoro sufficientemente lungo, un ambiente di lavoro dignitoso. Secondo questi stessi sondaggi, vedono la globalizzazione, il libero scambio e il cambiamento tecnologico come minacce e temono che molti di questi buoni posti di lavoro vadano persi. Questo problema deve essere affrontato a testa alta. 

L’efficacia di una serie di misure tradizionali è ben consolidata, ma spesso queste sono assenti o insufficienti. La formazione professionale permanente è fondamentale, ma non solo, per evitare gli effetti devastanti e ben documentati della perdita del lavoro sulle popolazioni in difficoltà. Crediamo che la formazione professionale sia importante tanto quanto l’istruzione che si riceve inizialmente. L’attuale riforma, che istituisce il conto personale di formazione (CPF) e crea una nuova struttura preposta alla certificazione della formazione e alla migliore diffusione delle informazioni, è un primo passo importante. 

Riteniamo però che sia necessario andare oltre queste misure di formazione e adattamento, agendo direttamente sulla distribuzione e sulla natura stessa dei posti di lavoro offerti dalle aziende. Infatti, le scelte tecnologiche e le scelte organizzative interne delle aziende sono in gran parte endogene. Che sia per le aziende o per la R&S, la scelta di sviluppare o utilizzare tecnologie che migliorano i posti di lavoro esistenti o che, al contrario, li eliminano, è una scelta economica, che dipende dal prezzo di fattori, normativi, incentivi fiscali, ecc. È quindi possibile influenzarli. Si possono adottare le classiche misure di incentivazione, come quelle che riducono il prezzo relativo del lavoro rispetto al capitale, quelle che agiscono in base al diritto del lavoro, o ancora incentivi sotto forma di bonus e sanzioni sulla politica del lavoro. Più in generale, una collaborazione più stretta tra aziende, lavoratori e amministrazione, su come creare buoni posti di lavoro e buoni profili di carriera, ci sembra essenziale. A tal proposito, le esperienze straniere suggeriscono che si possono fare progressi reali. In concreto, per la Francia, ciò implica una maggiore integrazione e cooperazione tra Pôle Emploi, France Compétences e un certo numero di imprese.

Demografia, invecchiamento, pensioni

La terza parte del rapporto si occupa di demografia, con un focus particolare sul tema dell’invecchiamento della popolazione e delle sue conseguenze sul lavoro e sulla pensione degli anziani.

Dobbiamo innanzitutto insistere sul fatto che l’invecchiamento demografico in Francia è una buona notizia. È principalmente la conseguenza dell’aumento della speranza di vita (82,3 anni nel 2020), che si accompagna al miglioramento della salute degli anziani. L’invecchiamento della popolazione non è quindi spiegato in Francia dalla bassa fertilità, che è stata di 1,86 figli per donna nel 2019, la più alta dell’Unione, mentre raggiunge i livelli più bassi nei paesi mediterranei (1,23 in Spagna; 1,27 in Italia). Resta il fatto che l’invecchiamento demografico peggiorerà, che non è neutrale e che occorre trovare i giusti rimedi per farvi fronte. 

Suggeriamo quindi diverse riforme. Da una parte proponiamo una riforma delle pensioni, verso un sistema a punti, improntato a regole di trasparenza, equità e sostenibilità – e non semplici riforme parametriche. Dall’altra parte, riteniamo invece che una riforma avrà successo solo se aumenterà sia l’offerta che la domanda di lavoro dei lavoratori anziani, grazie alla prevenzione e all’adattamento alle malattie croniche, all’istituzione di orari più flessibili, alla generalizzazione del lavoro part time e al rafforzamento della formazione professionale per gli anziani.

Un sistema pensionistico a punti: trasparenza ed equità

Partiamo da due osservazioni sul sistema pensionistico esistente. Il primo è che è molto poco trasparente, spesso iniquo e difficile da capire per quelli che vi contribuiscono. La seconda è che il meccanismo di adeguamento del sistema ai cambiamenti demografici è lungi dall’essere il migliore per risolvere il problema della sostenibilità del sistema pensionistico. Crediamo che in entrambe le dimensioni si possa fare di meglio. 

In termini di trasparenza, proponiamo di passare a un sistema pensionistico a punti. Ogni lavoratore accumula punti durante la sua carriera. Ogni punto è definito come percentuale dello stipendio medio annuo. Chi guadagna lo stipendio medio ha un punto, chi guadagna il doppio dello stipendio medio ha due punti, ecc. Quando il lavoratore desidera liquidare il proprio pensionamento, i punti vengono convertiti in reddito da pensione sulla base di un valore in punti base, valore che aumenta ogni anno con la retribuzione media e che viene adeguato in base alle variazioni demografiche se necessario (maggiori dettagli di seguito) .

Rispetto all’età pensionabile, siamo favorevoli ad un’età pensionabile minima chiaramente definita per tutti i dipendenti – possibilmente adeguata alla natura del lavoro, come di seguito descritto – che, di fatto, elimina il principio criticato dell'”età cardine” ”. Bisogna ovviamente permettere a chi vuole di lavorare più a lungo e quindi di ottenere una pensione mensile più alta. Proponiamo che, se un lavoratore va in pensione più tardi, l’aumento della sua pensione rifletta sia i contributi aggiuntivi che la diminuzione dell’aspettativa del numero di anni rimanenti, e sia dunque neutra dal punto di vista dell’equilibrio finanziario del sistema. 

Per ragioni di equità, la riforma deve tenere conto anche delle differenze di carriera individuali dei lavoratori.

Il primo aggiustamento che proponiamo riguarda i lavoratori con salari bassi o una carriera instabile. Sulla base dello stesso schema del sistema attuale, offriamo punti aggiuntivi per le persone per i periodi in cui non hanno potuto lavorare, in particolare durante il congedo di maternità e i periodi di disoccupazione. Offriamo anche un sistema di ridistribuzione trasparente, con punti aggiuntivi per i lavoratori nei tre o quattro decili inferiori. 

La riforma deve tenere conto anche dei diversi gradi di gravosità del lavoro. Meno facile da misurare oggettivamente, la gravosità del lavoro è comunque reale. Riteniamo, tuttavia, che spetti alle parti sociali, al di fuori del sistema generale, il compito, a livello di filiale o di azienda, di definire gli adeguamenti relativi alle fatiche per ogni lavoro, ma anche di tener conto degli addebiti del costo aggiuntivo generato da tali rettifiche. Questa misura di potenziamento per le industrie e le aziende è stata un successo per l’assicurazione invalidità nei Paesi Bassi.

Infine, notiamo che a una data età le differenze nell’aspettativa di vita sono molto elevate tra i diversi gruppi sociali, in particolare tra ricchi e poveri. Tuttavia, la nostra commissione non ha raggiunto un consenso sulla giustificazione o meno delle differenze nell’età minima di pensionamento, ad esempio, in funzione del reddito percepito nel corso della vita. Alcuni di noi erano favorevoli a tali differenze, altri ritenevano che un’unica età minima svolgesse un ruolo fondamentale in materia di norme e che le misure di cui abbiamo discusso sopra fossero sufficienti. Il dibattito resta quindi aperto 

Come garantire l’equilibrio finanziario del sistema?

Ogni anno, in Francia, il Consiglio per l’orientamento alla pensione (COR) emette un parere sullo stato del sistema pensionistico. Nel 2021 ha concluso che il sistema pensionistico francese fosse finanziariamente sostenibile. Riteniamo tuttavia che le ipotesi formulate dal Comitato siano ottimistiche e, soprattutto, che il meccanismo di adeguamento dell’attuale sistema non sia quello giusto. L’equilibrio del sistema attuale, dove i contributi sono indicizzati alle variazioni dei salari e le pensioni sono indicizzate alle variazioni dei prezzi, si basa infatti sulle variazioni della produttività – che determina la differenza tra i due. Si tratta di lasciare l’aggiustamento, la cui forma ha conseguenze umane significative, in balia di una variabile incerta difficile da prevedere. Questo non ci sembra auspicabile. 

Siamo quindi favorevoli all’indicizzazione delle pensioni ai salari medi e non più ai prezzi. L’indicizzazione di fatto dei contributi, e dei diritti pensionistici, al salario medio, elimina il problema della dipendenza del sistema attuale dalla crescita della produttività. Ciò detto, di fronte all’aumento della speranza di vita e quindi della proporzione dei pensionati rispetto ai contribuenti, occorre trovare un altro processo di adeguamento. Dal punto di vista contabile le soluzioni sono tre: aumentare i contributi, aumentare l’età minima pensionabile o ridurre le pensioni. Attualmente, l’importo delle pensioni francesi è di circa il 15% del PIL nel 2020, secondo le proiezioni della Commissione. Solo l’Italia ha una quota maggiore (15,6%), ma a causa di una popolazione molto più anziana. Riteniamo quindi che, visto l’elevato peso dei contributi in Francia, la scelta sia proprio tra gli ultimi due margini.

La scelta è quindi la seguente: ad un’estremità si può mantenere invariata l’età pensionabile, ma di conseguenza si ottiene un valore in punti più basso e quindi pensioni meno generose; all’altro estremo, possiamo aumentare l’età pensionabile in proporzione all’aumento della speranza di vita, in modo da mantenere la stessa proporzione di contribuenti e pensionati, e garantire quindi un aumento del livello delle pensioni in linea con lo stipendio medio. Oppure si può optare per una soluzione tra questi due estremi. 

Riteniamo che questa scelta sia fondamentale e debba essere fatta in maniera trasparente e democratica. Siamo a favore di un organismo indipendente, che mostri la natura della scelta e che, una volta fatta la scelta, la attui. Non abbiamo preso posizione sulla forma esatta del processo democratico per fare questa scelta. 

Infine, sosteniamo una graduale abolizione dei regimi pensionistici speciali e una convergenza verso un regime generale unico, su un periodo di quindici anni, che ci sembra ragionevole.

L’aumento della domanda e dell’offerta di lavoro per gli anziani

Una riforma del sistema pensionistico non avrà successo se le aziende non vogliono mantenere o assumere persone anziane, o se le stesse persone anziane non vogliono lavorare più a lungo. Molti pensionati vogliono continuare a lavorare per aumentare il proprio reddito o mantenere i legami sociali e il lavoro, ma desiderano forme di occupazione più flessibili. 

Dal lato della domanda, quindi, la flessibilità deve essere al centro della riforma. Dovrebbero essere esplorate opportunità di lavoro part-time, formazione professionale adattata agli anziani. Dobbiamo rivedere qualsiasi normativa che metta i lavoratori più anziani in una posizione di svantaggio rispetto ai lavoratori più giovani. 

Dal lato dell’offerta, è urgente curare meglio le malattie croniche, che colpiscono un terzo dei francesi (20 milioni). Dobbiamo agire a monte, sensibilizzando lavoratori e datori di lavoro al benessere e alla salute ben prima della scoperta della malattia. Occorre inoltre agire a valle, adeguando i tempi e le condizioni di lavoro alle malattie croniche di alcuni anziani e compensando l’handicap in modo tale da consentire la permanenza dell’occupazione. In questo, la telemedicina, ritornata in auge durante la pandemia, può essere molto utile per supportare i lavoratori con malattie croniche, soprattutto nei luoghi periferici con pochi medici presenti.

Note
  1. Olivier Blanchard, La crisi economica del Covid-19, Il Grand Continent, 14 novembre 2020
  2. Les grands défis économiques, France Stratégie, Juin 2021 Url : https://www.strategie.gouv.fr/publications/grands-defis-economiques-commission-internationale-blanchard-tirole
  3. Special Eurobarometer 513 Climate Report, European Commission 2021.
  4. Secondo un sondaggio condotto dalla Commissione, il 73% degli intervistati considera la disuguaglianza di reddito in Francia un problema serio o molto serio, il 62% per la disuguaglianza di ricchezza.