L’impatto causato dalla chiusura dello stretto di Ormuz sull’offerta mondiale di petrolio è avvenuto nel momento peggiore per l’OPEC+, che aveva appena allentato le proprie quote per riconquistare quote di mercato, con circa 2,9 milioni di barili al giorno in più nel corso dell’anno, all’inizio della guerra in Iran.
- Nel 2002, la capacità di riserva dell’OPEC rappresentava il 14,5% della produzione mondiale di petrolio greggio. Un anno dopo, in seguito allo sciopero petrolifero in Venezuela e all’invasione dell’Iraq, era scesa al 2,3%, un livello al quale non è mai riuscita a tornare in modo duraturo.
- Nel 2025 rappresentava il 4,3% e appena l’1% nei primi sette mesi del 2026 1.
- Le esportazioni del Golfo sono scese quasi a zero pochi giorni dopo la chiusura dello stretto e sono rimaste a quel livello per quasi tre mesi.
- Anche dopo la firma di un protocollo d’intesa il 17 giugno, queste non hanno raggiunto nemmeno la metà del livello pre-crisi.
Per misurare questa tendenza, possiamo prendere in esame un nuovo indicatore: la capacità di riserva esportabile, ovvero i barili che possono effettivamente raggiungere il mercato. Nel 2026, tale capacità non supererà i 0,4 milioni di barili al giorno per l’Arabia Saudita e i 0,2 milioni per l’Iraq. Per il Kuwait è pari a zero, poiché, in assenza di infrastrutture terrestri, i suoi 0,4 milioni di barili di riserva sono completamente bloccati.
L’Arabia Saudita dispone della principale via di aggiramento della regione: l’oleodotto Est-Ovest, lungo 1.200 km, che collega il complesso di Abqaiq al terminale di Yanbu, sul Mar Rosso. Prima dell’inizio della guerra, trasportava meno di un milione di barili al giorno, a fronte di una capacità portata a 7 milioni. Tuttavia, gli attracchi di Yanbu possono caricare solo circa 4-4,5 milioni di barili al giorno.
- A giugno, le spedizioni hanno raggiunto il picco di 4,1 milioni di tonnellate e Yanbu ha gestito il 92% delle esportazioni marittime del regno. Una volta caricato, il petrolio greggio deve ancora attraversare lo stretto di Bab el-Mandeb per raggiungere l’Asia.
- A luglio, le minacce degli Houthi hanno costretto alcuni carichi a tornare indietro attraverso il Canale di Suez, che le petroliere più grandi non possono attraversare a pieno carico.
- L’11 settembre, alcuni attacchi con droni hanno danneggiato l’oleodotto, costringendone la chiusura.
- Il 22 settembre Riyadh ha ripristinato il funzionamento dell’oleodotto Est-Ovest, a portata ridotta, e il ritorno alla normalità potrebbe richiedere dalle sei alle otto settimane.
- In Iraq, a luglio Baghdad e Damasco hanno firmato, sotto l’egida di Washington, un accordo per il ripristino dell’oleodotto Kirkuk-Banias verso il Mediterraneo, i cui lavori potrebbero durare fino a tre anni.
Per quanto riguarda gli Emirati Arabi Uniti, la capacità dell’oleodotto che collega Habshan a Fujairah è più ridotta: prima dell’inizio della guerra trasportava circa 1,5 milioni di barili al giorno, a fronte di una capacità massima di circa 1,8 milioni.
- Presenta tuttavia un vantaggio decisivo, poiché Fujairah si affaccia direttamente sul Golfo di Oman, senza che sia necessario superare alcun punto di strozzatura.
- L’Abu Dhabi National Oil Company prevede quindi di aumentare notevolmente la propria capacità, mentre gli Emirati Arabi Uniti puntano a una produzione di 5 milioni di barili al giorno.
Per stabilire quali produttori siano effettivamente in grado di ricostruire capacità di esportazione, abbiamo elaborato un indice di adattabilità relativo a 22 paesi dell’OPEC e dell’OPEC+. Tale indice si basa su cinque indicatori: finanze, governance, infrastrutture, geografia ed esposizione ai colli di bottiglia.
- Gli Emirati Arabi Uniti sono in testa a questa classifica.
- Al contrario, il Kuwait, nonostante il suo fondo sovrano che supera i 1.000 miliardi di dollari, ha un margine di manovra molto più limitato, poiché tutte le sue esportazioni transitano attraverso lo stretto di Ormuz.
- La Russia rappresenta un altro caso: nonostante le sue capacità di esportazione siano ripartite tra terminali GNL e oleodotti terrestri, le sanzioni e il deterioramento delle sue infrastrutture causato dagli attacchi ucraini ne riducono la capacità di adattamento.
Pertanto, la riserva nominale non consente più di misurare il potere di mercato dell’OPEC+. Nel nuovo contesto geopolitico, la quota di barili che può effettivamente raggiungere gli acquirenti assume un’importanza molto maggiore. Questa evoluzione indebolisce la logica delle quote su cui si basa il funzionamento dell’organizzazione, poiché i produttori potrebbero essere incentivati a competere a livello di infrastrutture di esportazione piuttosto che accettare limiti massimi prestabiliti.
Note
- Adrian Forest e Clémence Melli, «From production to logistics: how the Hormuz Crisis affects OPEC’s market power», GTPO, 22 settembre 2026.