Per ripartire a settembre con le idee giuste, prova “Il Grand Continent”. Idee e analisi che non troverai altrove . Ma che presto vedrai ovunque. Nella tua casella di posta a partire da 8 euro al mese

Davanti a noi, la scena è strana. Un corteo motorizzato sfila per le strade di Kabul. I veicoli blindati sono moderni. Si tratta di Humvee e MRAP con blindatura antimina, proprio quelli che gli americani hanno abbandonato durante la caotica evacuazione dell’agosto 2021. A bordo, decine di soldati talebani alzano le armi verso il cielo. L’euforia è palpabile. L’imponente edificio che fa da sfondo era l’ambasciata americana. Una fortezza inaugurata nel 2006, una delle più grandi rappresentanze diplomatiche degli Stati Uniti nel mondo, progettata per resistere a lunghi assedi. 

Sul muro di calce che lo circonda si leggono alcune scritte di propaganda. Una non è uno slogan, ma un cartello: «TAYBA», la «pura». È il nome della madrasa che il regime ha aperto all’interno del complesso, dove bambini e adolescenti imparano a memoria il Corano e la giurisprudenza secondo la tradizione più rigorista in materia religiosa. È il 15 agosto e, da cinque anni, il regime celebra in questo giorno il Giorno della Vittoria: il ritiro dell’Occidente dall’Afghanistan.

Il regime della riconversione

È una scena strana, ma comune. A venticinque anni dall’11 settembre, dal rifiuto dei talebani di consegnare Osama bin Laden e Al-Qaeda, e dalla loro successiva ritirata da Kabul di fronte alla coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, la celebrazione del Giorno della Vittoria permette al regime di presentare questa parentesi democratica come un’illusione. 

Oggi l’Afghanistan è diventato uno Stato-fortezza. Il regime proietta un’immagine evidentemente reazionaria e ancestrale di sé, un’immagine che vive delle spoglie del nemico. Dal 2021, i talebani hanno occupato le istituzioni abbandonate dagli occidentali, hanno indossato le loro uniformi, rimuovendo a malapena gli stemmi con stelle e strisce. Vedendoli per le strade, ai posti di blocco, a prima vista si potrebbe pensare a un cosplay, il che è sconcertante. In realtà è il segno distintivo di un regime che non si è costruito contro l’eredità dell’occupazione, ma al suo interno.

Tutto ciò che gli americani si sono lasciati alle spalle è stato saccheggiato e poi riciclato, comprese attrezzature, veicoli militari e, ovviamente, centinaia di migliaia di armi, per un valore totale stimato in 7 miliardi di dollari secondo gli Stati Uniti 1.

Il Parlamento di Darulaman, donato dall’India e inaugurato nel 2015 da Narendra Modi. Dopo lo scioglimento delle due camere nel 2022, l’aula viene utilizzata solo per riunioni ecclesiastiche occasionali. © Nicolò Sancassiani.

Il caso più eloquente è quello del Parlamento afghano. Costruito dall’India per 90 milioni di dollari e inaugurato nel 2015 da Narendra Modi alla presenza dell’allora presidente Ashraf Ghani, l’edificio ha ospitato la rappresentanza nazionale per meno di sei anni. Le prime immagini pubblicate online dopo la caduta di Kabul mostravano già miliziani sprofondati nelle poltrone dell’emiciclo. Dall’ufficiale scioglimento delle due camere nel 2022, il complesso giace silenzioso ai piedi delle montagne che circondano la città. Talvolta vi si tengono riunioni ecclesiastiche e incontri con delegazioni regionali. Il centro del potere si è spostato a Kandahar, dove risiede il capo supremo Hibatullah Akhundzada.

Si tratta di una dottrina che va ben oltre l’urbanistica. Dal 2021, il numero di scuole coraniche registrate è passato da circa 5.000 a oltre 23.000, ma questa crescita non corrisponde alla costruzione di nuovi edifici 2. Si tratta, per lo più, di scuole e centri di formazione già esistenti che hanno cambiato destinazione d’uso. L’Emirato non costruisce, ma riconverte.

Un paese martoriato

Lunghe file di persone, spesso amputate, si accampano giorno e notte sul marciapiede, dove hanno steso i coloratissimi tappeti afghani che hanno portato da casa. Aspettano pazientemente un intervento chirurgico, una protesi o un letto che non esiste. È il ritratto di un Paese letteralmente mutilato. 

Si contano circa 100.000 civili che hanno subito un’amputazione a causa degli oltre 15 milioni di mine sepolte nel terreno dal 1979 3. La maggior parte delle vittime sono bambini, colpiti mentre giocavano o pascolavano il bestiame. 

A Kabul, l’OMAR, la principale organizzazione di sminamento del Paese, gestisce un piccolo museo che raccoglie oltre 50 tipi di mine, un macabro archivio del sottosuolo afghano. «Queste qui le chiamavamo “farfalle”: molto colorate e progettate per attirare i più piccoli…», spiega con tono ormai cinico un volontario che improvvisa una breve visita guidata.

Si stima che oltre 3,3 milioni di afghani vivano a meno di un chilometro da una zona a rischio mine 4. Sovietici, mujaheddin, talebani, americani: quattro guerre si sovrappongono nello stesso territorio, e ciascuna vi ha lasciato il proprio segno.

Non lontano da lì, i centri ortopedici della Croce Rossa e di Emergency operano da decenni al di là delle loro capacità per garantire le prime cure e fornire protesi in plastica riciclata.

Coloro che sopravvivono non ricevono quasi nulla in cambio. Le pensioni di invalidità che la Repubblica versava ai feriti di guerra sono diventate oggetto di politicizzazione e poco affidabili sotto l’Emirato islamico dell’Afghanistan, quando non sono state semplicemente sospese.

Un ex combattente talebano riceve un’indennità fissa di 10.000 afghani al mese (circa 120 euro). Un civile rimasto disabile a causa della stessa guerra ne riceve solo una frazione, se è fortunato o ha dei protettori 5.

Lo Stato senza oppio

Per decenni, la coltivazione e l’esportazione di oppiacei hanno costituito la fonte di reddito più redditizia e stabile dei talebani. Il Paese forniva fino all’80% della produzione mondiale 6

La droga finanziava le armi e la guerriglia, arricchiva i signori della guerra e garantiva il sostentamento ai contadini nelle zone in cui lo Stato centrale non aveva mai messo piede.

Tra l’imposta riscossa dai contadini (ushr) e quella riscossa dai trafficanti e dagli operai (zakat), i talebani hanno incassato fino a 400 milioni di dollari all’anno nel decennio che ha preceduto il loro ritorno al potere 7. Presentate come un dovere religioso, queste tasse funzionavano come un contratto di protezione contro le retate della polizia o le operazioni di eradicazione condotte dal governo. Sono state messe in discussione due volte negli ultimi sei anni. Nel luglio 2000, il mullah Omar aveva vietato le coltivazioni, ritenute contrarie alla sharia, per poi ricredersi un anno dopo al fine di mantenere il sostegno degli agricoltori. Nell’aprile 2022, il capo supremo Hibatullah Akhundzada ha vietato con un decreto la coltivazione del papavero.

Papaveri selvatici su un versante nella zona centrale del Paese. Dal decreto dell’aprile 2022, la superficie coltivata a papavero da oppio è passata da 232.000 a poco più di 10.000 ettari. © Nicolò Sancassiani

A seguito di questo secondo divieto, la superficie coltivata è crollata di oltre il 90%, passando da 232.000 ettari nel 2022 a poco più di 10.000 nel 2025 8. I redditi degli agricoltori si sono dimezzati, passando da 260 a 134 milioni di dollari in un solo anno 9, senza contare i milioni di lavoratori agricoli stagionali che si sono ritrovati senza lavoro. Il decreto ha interessato inizialmente le province di Helmand e Kandahar, culla del movimento pashtun; d’altra parte, la coltivazione di questa pianta è ripresa nel nord-est, nel Badakhshan, al di fuori della zona controllata dal regime. La metanfetamina estratta dall’efedra, una pianta selvatica delle montagne del centro del Paese, sta sostituendo quest’ultima nei sequestri.

Il mancato gettito è stato in parte compensato da un sistema fiscale che rimane oneroso, ma che beneficia degli strumenti ereditati dai sistemi doganali informatizzati installati dai donatori occidentali per la Repubblica. Aumento dei dazi doganali, inasprimento della lotta contro le frodi, ushr (10% sul raccolto) e zakat (2,5% sul patrimonio) 10 imposti sistematicamente al resto del settore agricolo, principale settore produttivo del Paese. 

Il risultato è inequivocabile. Il gettito doganale è aumentato dell’11,7% nel 2025 e il gettito fiscale complessivo (quasi 3 miliardi di dollari nel bilancio 2023) 11 supera quanto la Repubblica riuscisse a riscuotere, con un’economia nettamente più debole e senza gli aiuti stranieri che all’epoca coprivano i tre quarti della spesa pubblica.

Quel poco di protezione sociale che era rimasto è stato abolito. A causa della mancanza di investimenti strutturali, lo Stato talebano non produce nulla e non fornisce alcun servizio. Si limita a riscuotere le tasse in modo efficiente e capillare, persino ai bambini venditori ambulanti che offrono caramelle per pochi centesimi sul ciglio della strada.

Il denaro fantasma

Escluso dal sistema SWIFT, l’infrastruttura interbancaria attraverso la quale transitano quasi tutti i pagamenti internazionali, l’Afghanistan sopravvive finanziariamente grazie a un sistema più antico delle stesse banche. L’hawala è una rete di intermediari informali che si scambiano promesse di pagamento senza che il denaro attraversi mai fisicamente un confine.

A Kabul, quando si interpellano i passanti, tutti indicano senza esitazione il bazar di Sarai Shahzada, che, con le sue centinaia di sportelli e le decine di valute trattate, costituisce il cuore del sistema. Fino al 90% delle transazioni del Paese passa attraverso questo canale, comprese quelle di oltre 70 ONG internazionali che, senza l’hawala, non potrebbero far arrivare gli aiuti umanitari nel Paese.

Attestato nel diritto musulmano fin dall’VIII secolo e praticato sotto gli Abbasidi, trecento anni prima della nascita delle prime banche italiane, questo sistema si diffuse lungo la Via della Seta per proteggere i beni delle carovane dalle rapine. Ancora oggi si basa su un principio semplice: invece di essere trasferito, il denaro viene affidato a un intermediario la cui rete — generalmente appartenente alla stessa tribù — lo convoglia verso la sua destinazione, in cambio di un pagamento differito o di un credito inverso. 

Formule segrete, lettere ritagliate da ricomporre una volta giunte a destinazione, timbri, stampi in cera e crittografia: l’hawala rimane un sistema occulto, in grado di trasferire capitali senza lasciare tracce, un mezzo ideale per riciclare denaro.

Il sistema svolge anche una funzione rudimentale ma efficace di politica monetaria. Ogni settimana, la Banca centrale mette all’asta dollari agli hawaladar, che pagano in afghani, e ritira questi afghani dal mercato. La valuta si fa più rara, il tasso di cambio si mantiene stabile. In un Paese in cui più della metà della popolazione dipende dagli aiuti, secondo Bloomberg nel 2023 l’afghani figurava tra le valute con le migliori performance al mondo 12.

Inoltre, i dollari generati da queste aste provengono spesso da fonti non scelte dal governo. Le organizzazioni internazionali, che non possono ricorrere all’hawala a causa della sua tracciabilità, non hanno altra scelta che utilizzare contanti. Tra il 2022 e il 2024 sono stati trasportati a Kabul più di 2 miliardi di dollari tramite aerei cargo. Versati dai paesi donatori alle Nazioni Unite, questi fondi sono stati poi convogliati tramite banche private verso organizzazioni umanitarie per eludere le sanzioni. Un’indagine condotta dal Congresso americano ne ha evidenziato i limiti strutturali 13. Le agenzie pagano gli stipendi, i fornitori e le fatture in afghani, non in dollari. Di conseguenza, le banche private sono costrette a cambiare i dollari in afghani, e solo la banca centrale, controllata dai talebani, è in grado di assorbire una simile quantità di denaro. La banca centrale acquista i dollari destinati a fini umanitari, per poi reimmetterli sul mercato durante le sue aste settimanali. Questo circuito, che dovrebbe sottrarre denaro al regime, in realtà gli fornisce le valute estere di cui ha bisogno per sostenere la propria moneta.

La bandiera dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, dove la professione di fede musulmana ha sostituito il tricolore della Repubblica. Sotto la shahada, in caratteri più piccoli, il nome del nuovo Stato. © Nicolò Sancassiani

La Cina a un passo

Senza accesso a SWIFT, ai mercati o ai 9,5 miliardi di dollari della Repubblica afghana che rimangono congelati, gli aiuti umanitari erogati sotto l’egida dell’ONU rimangono l’unica fonte di finanziamento esterno dei talebani. Ecco perché l’avvicinamento alla Cina rappresenta un obiettivo fondamentale per lo sviluppo del regime.

Il rapporto tra i due paesi è profondamente asimmetrico. Nel 2024, la Cina ha esportato veicoli e prodotti tessili per un valore di 1,5 miliardi di dollari, che inondano i mercati da Kabul a Herat, mentre ha importato solo per un totale di 42 milioni di dollari 14. Il corridoio del Wakhan, quella stretta striscia lunga 76 chilometri incastonata tra le alte montagne del Pamir, costituisce l’unico confine comune tra i due paesi. Nonostante anni di promesse di apertura, vi si trovano solo strade sterrate e sentieri escursionistici che si interrompono bruscamente prima del confine.

L’Afghanistan non manca tuttavia di risorse naturali. I suoi giacimenti di rame, litio e altri minerali sono stimati in 3.000 miliardi di dollari. Ma Mes Aynak, uno dei più grandi giacimenti di rame non ancora sfruttati al mondo, ceduto a Pechino nel 2008 in vista di una produzione annunciata per il 2013, non ha prodotto nemmeno un chilogrammo. Nel giugno 2025, i talebani hanno annullato l’accordo petrolifero di Amo-Daria firmato con la CNPC, la compagnia petrolifera statale cinese e il più grande produttore del Paese, adducendo come motivo il mancato rispetto degli investimenti promessi. 

In mancanza di risorse, l’unica vera moneta di scambio dei talebani rimane la sicurezza. Nell’ottobre 2023, su richiesta di Pechino, Kabul ha trasferito centinaia di combattenti uiguri fuori dal Badakhshan, la provincia confinante con lo Xinjiang. In cambio, l’Emirato ha ottenuto ciò che nessun altro può offrirgli: l’accesso a un mercato immenso e una forma di legittimità diplomatica. La Cina è stata così il primo Paese a nominare un ambasciatore a Kabul sotto il nuovo governo, senza arrivare però al riconoscimento ufficiale del governo che Mosca ha concesso nel luglio 2025. 

Pechino si tiene questa carta e la giocherà solo se Kandahar risponderà alle sue richieste in materia di riforme, sicurezza e buoni rapporti di vicinato, in primo luogo con il Pakistan.

«La mia generazione è la prima a poter vivere senza kalashnikov»

«La mia famiglia è originaria del Panchir», racconta Farid 15, un artigiano di una ventina d’anni. «Mio nonno ha vissuto la rivoluzione e ha combattuto nella lunga guerra che ne è seguita. Era un mujaheddin… Mio padre, invece, era in prima linea nell’Alleanza del Nord, al fianco degli americani…» Fa una pausa, mordendosi il labbro, poi aggiunge: «Odio i talebani, ma la mia generazione è la prima a poter vivere senza brandire un kalashnikov.»

Potrebbe sembrare paradossale che una famiglia di combattenti, di «leoni» – come veniva soprannominato Ahmad Shah Massoud, figura di spicco della guerriglia antitalebana nella valle del Panchir negli anni ’90 – confidi a uno straniero il proprio senso di sfinimento. Nell’Afghanistan di oggi, tuttavia, questo sentimento è molto diffuso. Quarant’anni di guerra ininterrotta hanno distrutto intere generazioni di giovani afghani che non hanno mai conosciuto la pace o che l’hanno ormai dimenticata.

All’interno dei confini dell’Afghanistan, per la prima volta da decenni, un unico gruppo detiene il monopolio della forza, senza però riuscire a far tacere le armi. Lo Stato Islamico del Khorasan, il ramo locale dell’ISIS, colpisce le moschee sciite e gli interessi stranieri. Nel nord del Paese, i resti della resistenza del Panchir, guidati da Ahmad Massoud, figlio del comandante, conducono una guerriglia a bassa intensità. L’Indice globale della pace classifica l’Afghanistan al quinto posto tra gli Stati meno pacifici del mondo. Per quanto riguarda la sicurezza, l’Emirato occupa l’ultimo posto, il 163° su 163.

Ma è soprattutto il conflitto aperto con il Pakistan a smentire la retorica della pace, uno dei pilastri su cui l’emirato ha costruito la propria propaganda sin dalla sua fondazione. Islamabad, storica protettrice del movimento, accusa Kabul di ospitare i Talebani del Pakistan (TTP), che compiono frequentemente attentati sul suo territorio. Nell’ottobre 2025, l’aeronautica militare pakistana ha persino bombardato la capitale afghana, prima che venisse concluso un accordo di cessate il fuoco grazie alla mediazione del Qatar e della Turchia.

All’alba, un elicottero sorvola la capitale. Gli elicotteri abbandonati dagli americani nell’agosto 2021 volano oggi con i colori dell’Emirato, per un valore complessivo del materiale stimato in 7 miliardi di dollari. © Nicolò Sancassiani

La lotta alla corruzione

Accanto alla pace, l’altro pilastro retorico del regime è la lotta alla corruzione, un tema di grande importanza nella storia recente del paese. Durante i vent’anni della Repubblica, i tribunali itineranti dei talebani risolvevano le controversie fondiarie in modo rapido, gratuito e senza tangenti, laddove i giudici di Kabul erano lenti, costosi e corrotti. Adam Baczko ha così dimostrato come questa giustizia parallela abbia costruito, villaggio dopo villaggio, una legittimità che le sole armi non avrebbero potuto garantire 16, Ashley Jackson e Florian Weigand hanno descritto popolazioni che preferivano i giudici talebani a quelli dello Stato, non tanto per adesione ideologica quanto perché le decisioni dei questi giudici venivano effettivamente applicate 17

Anche in questo caso, la realtà è più sfumata. Nei primi mesi, le tangenti ai posti di controllo, flagello quotidiano dell’era repubblicana, sembrano effettivamente essere diminuite. Ma la tregua nella piccola corruzione non ha intaccato quella grande.

L’Anti-Corruption Justice Centre, il tribunale speciale istituito nel 2016 per perseguire i casi di corruzione ad alto livello, è stato chiuso dagli stessi talebani, mentre l’indice di Transparency International colloca oggi l’Afghanistan al 169° posto su 180 paesi, in calo rispetto agli anni precedenti.

La bandiera dell’Emirato sullo sfondo delle montagne dell’Hindukush. © Nicolò Sancassiani

Il caso del sindaco di Kabul illustra bene questo espediente retorico. Lo scorso giugno, secondo diversi media afghani in esilio, Mawlawi Abdul Rashid sarebbe stato detenuto per tre settimane a Kandahar dai servizi segreti dei talebani, nell’ambito di un’indagine su malversazioni finanziarie legate a grandi progetti edilizi del comune. Una ventina di alti funzionari sarebbero stati arrestati, una quarantina di impiegati licenziati, e il nipote del sindaco figurava tra i suoi vice interrogati. Il Comune nega tutte queste accuse. Questo caso la dice lunga non tanto sull’intensità della lotta alla corruzione quanto sul modo in cui viene condotta: senza tribunale né procedura pubblica, a seguito di una convocazione del sindaco a Kandahar, la città del capo supremo.

Tali-bros

Fino a pochi decenni fa, l’Afghanistan era una tappa imperdibile del mitico Hippie Trail. Giovani disillusi partivano dall’Europa via terra, in minibus o facendo l’autostop, da Istanbul fino all’India, alla ricerca di avventura ed esotismo. Per raggiungere la loro destinazione, il percorso più veloce attraversava l’Hindu Kush, rendendo in questo modo il Paese celebre tra i viaggiatori.

Oggi le motivazioni sono diverse, ma il senso di avventura rimane lo stesso. Dalla fine della guerra, un piccolo esercito di vlogger di viaggio – quasi tutti uomini occidentali appartenenti alla Generazione Z – ha trasformato l’Afghanistan nella nuova frontiera del turismo estremo sui social media.

Su Internet sono già stati soprannominati i «tali-bros», una fusione tra «talebani» e «bros», sul modello dei «tech bros» della Silicon Valley.

I visitatori stranieri sono passati da 691 nel 2021 a circa 10.000 nel 2025, cifre che bastano al governo talebano per rivendicare un successo -al punto da introdurre quest’anno il visto elettronico, che ha sostituito le faticose pratiche burocratiche con una semplice richiesta online.

I leader talebani hanno deciso di puntare su questo settore, arrivando persino a sponsorizzare gli influencer. Si tratta infatti di un rapporto particolarmente vantaggioso, poiché più turisti ci sono, più immagini di normalità e prove – reali, ma minime – da presentare, sia a livello interno per rafforzare l’idea di pace, stabilità e sicurezza, sia a livello internazionale, dove attraverso questi account si sta mettendo in atto una campagna di immagine volta a mostrare il volto sconosciuto dell’Emirato. 

La propaganda di Stato può così semplicemente riutilizzare i contenuti gratuiti che i vlogger pubblicano online 18. Il governo ha persino iniziato a rilasciare loro licenze di trasmissione paragonabili a quelle di un’emittente televisiva. Almeno dieci creator che hanno pubblicato contenuti critici hanno visto i propri video rimossi da YouTube.

La strategia sembra funzionare: questi video finiscono per attirare centinaia di migliaia, se non addirittura milioni di visualizzazioni 19

Il mondo descritto dai vlogger è orientalista e idilliaco: mercati, laghi, tè caldo in compagnia di miliziani sorridenti, fucili branditi per le foto ricordo… Per un regime privo di riconoscimento diplomatico e di un ufficio stampa, un ventenne munito di una GoPro vale più di molti comunicati stampa.

I personaggi fuori campo

Nessuno dei video dei «tali-bros» mostra però le rigide norme che i talebani hanno imposto alle attività ricreative. 

La musica è vietata, a meno che non sia di natura religiosa. Solo la voce umana sarebbe degna di lodare Dio – non gli strumenti, considerati haram. Nel 2023 i talebani hanno bruciato pubblicamente chitarre, armonium e tamburi, pubblicando i video online. È stato proprio in quello stesso anno che è stato introdotto il divieto di diffondere musica durante i matrimoni. Anche gli scacchi sono vietati: «Il governo li ha classificati come un gioco d’azzardo…», mi ha rivelato Jawid 20, ex campione nazionale, con una risata amara: «Forse il vero gioco d’azzardo in questo Paese è pensare», aggiunge. Arrotondava bene le sue entrate grazie ai premi messi in palio dalla Federazione afghana; oggi deve vendere succhi di frutta per sbarcare il lunario.

La riqualificazione professionale seguita al cambio di regime ha coinvolto molte altre persone. Ehsan 21, ex dipendente del servizio di lavanderia della base di Bagram: «Lavavo le uniformi e la biancheria dei marines. A volte persino i paracadute…». 

Oggi Ehsan si guadagna da vivere dando lezioni private di inglese, lingua che ha imparato a orecchio nei corridoi della base militare. Un lavoro rischioso, poiché il regime lo considera una delle eredità dell’occupazione più difficili da cancellare. Già scomparso dai programmi scolastici pubblici e fortemente ostacolato nelle scuole private, l’inglese rimane appannaggio di TikTok e delle piattaforme su cui navigano i giovanissimi, aggirando i blocchi imposti a Internet. 

Gli aquiloni sono da tempo visti di cattivo occhio, nonostante la secolare tradizione nel Paese: vengono accusati di distogliere i giovani dalla preghiera.

Questo insieme di regole e precetti stride con l’ipocrisia di pratiche ancora profondamente radicate. Un esempio di questo doppio standard è il bacha bazi, letteralmente «giocare con i bambini»: una pratica sociale che consiste nella riduzione in schiavitù di minori di sesso maschile e nel loro sfruttamento sessuale da parte di uomini facoltosi.

Questi ragazzi – spesso vulnerabili, orfani o provenienti da famiglie molto povere – vengono reclutati con la promessa di cibo, protezione e stipendi versati alle loro famiglie. Da quel momento in poi, vengono considerati proprietà privata dei loro padroni. 

Le donne sono scomparse

C’è un aspetto che più di tutti salta all’occhio : le donne sono scomparse. Sia nelle immagini di propaganda che nei video di viaggio, inevitabilmente, poiché è illegale riprenderle in pubblico. Non esistono sullo schermo, né tantomeno nella società civile afghana. Relegate alla sfera domestica, escluse dalla scuola dopo la pubertà, sono private degli spazi pubblici, ad eccezione dei mercati, dove possono circolare se accompagnate da un parente maschio.

Sono addirittura escluse dai parchi, come i sontuosi giardini di Babur, realizzati nella capitale dal fondatore della dinastia Moghul che ha dato loro il nome. «Qui, prima del 2021, l’80% dei visitatori era costituito da donne, adolescenti e bambine», commenta un responsabile della conservazione del sito, che chiede di rimanere anonimo.

Un Eden senza Eva: i giardini di Babur, realizzati nel XVI secolo dal fondatore della dinastia Moghul e restaurati dall’Aga Khan Trust for Culture a partire dal 2002. Prima del 2021, l’80% dei visitatori era costituito da donne e ragazze. Ora non hanno più il diritto di accedervi. © Nicolò Sancassiani

Questo è il volto dell’Emirato islamico che gli influencer si rifiutano di mostrare. La libertà di movimento di cui godono è proprio quella che viene negata alle donne afghane.

Ribattezzando il Ministero degli Affari femminili della Repubblica come Ministero per la Promozione della virtù e la Prevenzione del vizio, i talebani hanno istituzionalizzato una polizia dei costumi che trasforma ogni padre e ogni marito in un sorvegliante dello Stato tra le mura della propria casa. Si tratta di un controllo sociale esternalizzato che assume la forma di un panopticon domestico. Una biopolitica che fa della discriminazione di genere la chiave di volta della sorveglianza e attraverso la quale il regime cerca di tenere sotto controllo metà della popolazione controllando l’altra metà.

L’esclusione forzata delle donne dalla scuola e dal lavoro è già costata al Paese quasi il 5% del PIL tra il 2024 e il 2026, secondo l’UNDP, e rischia di provocare carenze strutturali nel brevissimo termine. Il regime ha dovuto prevedere delle eccezioni. Negli ospedali e nelle cliniche, dove alle donne è consentito lavorare grazie a una sorta di scappatoia ideologica: dato che agli uomini è vietato toccare chi non appartiene alla propria famiglia, solo le donne possono visitare e curare le pazienti. Ma quando la carenza di medici, infermiere e chirurghe causata dal vuoto formativo avrà raggiunto il suo apice, non si sa quale destino attenderà le pazienti.

Lo stato d’assedio

Negli ultimi mesi, l’ordine interno dell’emirato ha registrato diverse tensioni.

La prima oppone Kandahar a Kabul, i due poli della leadership talebana. Da un lato, la sede informale della teocrazia che governa per decreto religioso; dall’altro, la capitale dove i ministeri e lo stato maggiore devono tradurre tali decreti in amministrazione concreta. Si tratta di una convivenza non priva di attriti: Kabul mal sopporta i numerosi veti di Kandahar e, poiché detiene le leve operative del potere, spesso riesce ad avere l’ultima parola.

A queste divisioni all’interno della famiglia reale si aggiunge il malcontento popolare. A Herat, lo scorso giugno, la tensione civile ha raggiunto il livello più alto dal 2021: decine di donne sono state arrestate per presunte violazioni del codice di abbigliamento. Per la prima volta, alcuni uomini sono scesi in strada al loro fianco. La manifestazione è stata repressa violentemente, causando diversi morti. Nello stesso periodo, nel Badakhshan, milizie ribelli hanno conquistato postazioni talebane che hanno mantenuto per diversi giorni. Disturbi dell’ordine talebano di tale portata non si erano verificati in cinque anni di Emirato, e il caso non è rimasto isolato: solo nella prima settimana di agosto, tre fronti armati distinti — l’Afghanistan Freedom Front, il National Resistance Front e l’Afghanistan United Front — hanno rivendicato quindici attacchi in nove province, causando decine di morti tra i talebani 22.

«Non c’è altro dio all’infuori di Dio, e Maometto è il suo messaggero». La shahada, scritta in caratteri kufici, sovrasta una moschea al crepuscolo, sotto la bandiera bianca dell’Emirato — che reca la stessa formula. © Nicolò Sancassiani.

Il regime ha reagito con durezza. Sono stati inviati ingenti rinforzi nel Nord, le armi dei civili sono state confiscate e comandanti fedeli sono stati trasferiti da altre province. Ma le risorse non sono sufficienti. La flotta aerea ereditata dalla Repubblica necessita di revisioni che l’Emirato non è più in grado di finanziare.

Nel loro insieme, queste tensioni indicano un logoramento simultaneo su tre fronti — istituzionale, sociale e militare — che i talebani non avevano mai dovuto affrontare contemporaneamente. 

L’Europa osserva da lontano. Da cinque anni l’Unione rimane il principale donatore di aiuti umanitari verso il Paese, senza esercitare alcuna influenza sulla sua politica interna o regionale. Due mesi fa, una delegazione talebana è stata ricevuta a Bruxelles, nella massima riservatezza, per negoziare il rimpatrio dei rifugiati afghani presenti nello spazio Schengen.

«Ne avremo ancora per almeno vent’anni», sospira un tassista mentre usciamo dal traffico della capitale. Il regime può cadere, ma dall’interno, come una metastasi. Per ora, la sua superiorità operativa rimane schiacciante rispetto a qualsiasi fazione avversaria e, sul fronte civile, gli slanci di coraggio di una società civile presa in ostaggio dai talebani, come quello di Herat, rimangono l’eccezione.

Note
  1. Secondo i dati forniti dal presidente Biden nel luglio 2021, la guerra e l’occupazione dell’Afghanistan sono costate «un trilione di dollari» in vent’anni. Il rapporto finale del SIGAR riporta 144,7 miliardi per la ricostruzione, 763 miliardi per le operazioni militari e da 26 a 29 miliardi persi a causa di sprechi e frodi.
  2. Lynne O’Donnell, «Kabul’s classrooms, rebuilt in the Taliban’s own image», Lowy Institute, 3 agosto 2026.
  3. «As Land Mines Kill More Afghans, Deminers Face Funding Crisis», RFE/RL, 12 gennaio 2025.
  4. Rudabe Applied Studies Center, sintesi del rapporto dell’ONU, febbraio 2025.
  5. Handicap International, « Overview: Situation of Personswith Disabilities in Afghanistan» (scheda informativa)
  6. « Afghanistan’s opium crop falls 20 percent as synthetic drugs surge», Al Jazeera, 6 novembre 2025.
  7. «Taliban: Driving its economic agenda through drugs and taxation», Khabarhub, 13 agosto 2021.
  8. UNODC, Afghanistan Opium Survey 2025, novembre 2025
  9. David Mansfield, «’Taxation’ in Central Helmand and Kandahar», marzo 2013.
  10. RFE/RL, «’Overwhelmed By Misery’: Taliban’s Harvest Tax Squeezes Impoverished Afghan Farmers», 8 agosto 2024.
  11. William Byrd, «Where Does Afghanistan Stand After Four Years of Taliban Rule?», 21 agosto 2025.
  12. Karl Lester M. Yap ed Eltaf Najafizada, «Taliban Controls the World’s Best Performing Currency This Quarter», Bloomberg, 25 settembre 2023.
  13. SIGAR, U.S. Currency Shipments to Afghanistan: UN Shipments Stabilized the Afghan Economy but Benefit the Taliban, rapporto di valutazione SIGAR 24-32, luglio 2024.
  14. Trading Economics/UN Comtrade, 2024.
  15. Il nome è stato modificato per proteggere la sua identità.
  16. Adam Baczko, La Guerre par le droit. Les tribunaux Taliban en Afghanistan, Parigi, CNRS Éditions, 2021.
  17. Ashley Jackson e Florian Weigand, «Rebel Rule of Law: Taliban Courts in the West and North-West of Afghanistan», ODI Briefing Note, Londra, 11 maggio 2020. Cfr. anche Ashley Jackson, Negotiating Survival: Civilian-Insurgent Relations in Afghanistan, Londra, Hurst, 2021.
  18. Tra i video più visti: Joe HaTTab, «Afghanistan: Inside the Taliban’s Emirate», YouTube, 17 gennaio 2024, 22 milioni di visualizzazioni; Ibn Hattuta Travels, «سافرت إلى أفغانستان سياحة تحت حكومة طالبان | هل هي آمنة؟» («Ho viaggiato in Afghanistan sotto il governo talebano: è sicuro?»), YouTube, 26 novembre 2023, 9,7 milioni di visualizzazioni; bald and bankrupt, «Visiting The World’s Most Dangerous Country», YouTube, 8 ottobre 2022, 8,9 milioni di visualizzazioni. Dati rilevati il 12 settembre 2026.
  19. Sulla strategia dei talebani nei confronti dei creatori di contenuti, si veda Rick Noack e Haq Nawaz Khan, «Taliban fosters Afghan YouTube influencers to promote rosy image», The Washington Post, 9 marzo 2024, che documenta le licenze di trasmissione concesse ai vlogger e la rimozione da parte di YouTube di video critici segnalata da dieci creatori; Astha Rajvanshi, «Travel influencers boost tourism to Taliban-run Afghanistan», NBC News, 5 agosto 2025, sul boom del turismo (quasi 9.000 visitatori stranieri nel 2024); e, per una lettura critica, « When Wanderlust Becomes Propaganda: Why Visiting Afghanistan Under the Taliban Is Wrong», The Diplomat, agosto 2025.
  20. Il nome è stato modificato per proteggere la sua identità.
  21. Il nome è stato modificato per tutelare la sua identità.
  22. Afghanistan International, «Anti-Taliban Fronts Claim 15 Attacks On Taliban Positions In One Week», 8 agosto 2026.