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Di tanto in tanto, e spesso in concomitanza con le loro vittorie sul campo di battaglia, gli Huthi fanno irruzione nello spazio mediatico europeo e americano. 

L’operazione lampo condotta fino allo stretto di Bab el-Mandeb è solo l’ultima di una serie di azioni che, in particolare, nel 2014 è stata caratterizzata dalla conquista di Sanaa, la capitale yemenita, o ancora nel 2023 dagli attacchi nel Mar Rosso, a sostegno dei palestinesi. Eppure, questo movimento politico-religioso yemenita sembra essere (ri)scoperto ogni volta. 

1 — Una famiglia: gli al-Huthi, padre e figlio

Il movimento prende il nome dalla famiglia al-Huthi, originaria dei dintorni di Sa’dah, nell’estremo nord dello Yemen. Il termine “huthista” indica quindi in senso generico i sostenitori dell’attuale leader Abd al-Malik al-Huthi, nato nel 1979. Quest’ultimo è subentrato al padre Badr al-Din (1926-2010), il quale a sua volta aveva assunto la guida ad interim dopo che il figlio Hussein, fondatore del movimento nato nel 1960, era stato ucciso nel settembre 2004 dall’esercito yemenita 1. Per convenzione, il termine «Huthi» si riferisce quindi alla famiglia stessa, mentre «huthista» indica il movimento che va ben oltre la cerchia familiare. 

Gli Huthi si autodefiniscono innanzitutto con il termine “Gioventù credente” (al-Shabab al-mu’min) e, dal 2011, con quello di «Partigiani di Dio» (Ansar Allah), nome che ricorda quello del Partito di Dio libanese, Hezbollah.

Nel contesto tribale tradizionale dello Yemen, il prestigio della famiglia al-Huthi deriva dalla sua appartenenza alla categoria dei discendenti del Profeta Maometto. Essi appartengono quindi a una sorta di aristocrazia che, in questo contesto dello Yemen settentrionale, dove le tribù sono maggioritarie e armate, è riuscita ad arrogarsi una sorta di monopolio sul sapere religioso. Queste famiglie, dette hascemite o designate come sayyid (pl. sada) o ahl al-bayt (gente della casa), hanno anche monopolizzato il potere politico fino alla rivoluzione repubblicana del 1962: l’imam, una sorta di monarca, veniva allora scelto tra i membri di queste famiglie 2

2 — Un’identità: il rinnovamento zaidita

Il movimento huthista si inserisce nel contesto dell’identità zaidita, un ramo peculiare dello sciismo che oggi è presente solo nello Yemen e al quale appartiene originariamente circa il 40% della popolazione totale. La rivoluzione del 1962, che pose fine al regime dell’imamato, sconvolse lo zaidismo e ne determinò l’emarginazione politica e religiosa. La perdita di significato di questa identità religiosa ha dato origine, a partire dagli anni ’80, a una dinamica di rinnovamento, guidata in particolare dalla «Gioventù credente» e influenzata da religiosi come Badr al-Din al-Huthi. 

L’organizzazione di campi di studio del Corano, le attività editoriali e le conferenze nelle moschee hanno portato alla nascita di una generazione di attivisti desiderosi di reinventare la propria identità zaidita. A livello locale, nella zona di Sa’dah, il parallelo sviluppo di un movimento salafita legato all’Arabia Saudita 3, e l’influenza dell’esperienza post-rivoluzionaria iraniana hanno favorito una ricomposizione identitaria. 

3 — Un corpus ideologico: Hussein al-Huthi

Nel corso degli anni ’90 e all’inizio degli anni 2000, la “Gioventù credente” si struttura attorno agli insegnamenti di Hussein al-Huthi. Quest’ultimo viene eletto deputato tra il 1993 e il 1997. Successivamente partì per proseguire gli studi universitari all’Università di Khartoum e, al suo ritorno, si impegnò, attraverso sermoni e conferenze incentrati sulla storia dello zaydismo, sul ruolo preponderante da attribuire agli hashemiti, discendenti del Profeta, nonché su questioni internazionali.

Il contesto della lotta contro Al-Qaeda a partire dal settembre 2001 e la guerra in Iraq del 2003 favoriscono in Hussein al-Huthi un discorso critico nei confronti del potere yemenita, allineato alle posizioni degli Stati Uniti. Gli interventi del leader della «Gioventù credente» sono l’occasione per i suoi sostenitori di scandire slogan inequivocabili: «Morte all’America, morte a Israele, maledizione sugli ebrei, vittoria all’Islam!» Una visita del presidente Ali Abdallah Saleh a Sadaa all’inizio del 2004, durante la quale l’assemblea grida questo slogan, giustifica la repressione da parte dello Stato. Il tentativo di arrestare Hussein al-Huthi fallisce e sfocia, nel giugno 2004, in un conflitto armato le cui ripercussioni si protraggono ancora oggi 4.

Due mesi dopo, la morte di Hussein al-Huthi, avvenuta mentre si era rifugiato in una grotta, lo trasformò in un martire, ma non risolse in alcun modo il conflitto con il potere centrale. I suoi successori e sostenitori proseguono la lotta e si avvalgono dei suoi insegnamenti per plasmare un corpus ideologico che, pur essendo radicato nella tradizione zaydita, la reinventa. I Malazim (note), come vengono chiamati, vengono raccolti, ampiamente diffusi e analizzati. Sono caratterizzati da una retorica contestatrice e dall’enfasi posta su una sorta di infallibilità dell’interpretazione religiosa da parte degli Hashemiti, contribuendo così a quella che viene descritta come una «cultura coranica» 5. Questo concetto è, retrospettivamente, posto al centro dell’ideologia huthista e costituisce una sorta di controparte locale del contributo intellettuale khomeinista alla Rivoluzione islamica del 1979, vale a dire la dottrina del velayat e-faqih, che attribuisce ai religiosi un ruolo preponderante nella gestione degli affari politici. 

4 — Un movimento temprato dalle guerre di Sa’dah

Questa ideologia huthista, marginale quando Hussein era ancora in vita, sarebbe senza dubbio rimasta confinata a fasce molto minoritarie dei sostenitori del rinnovamento zaidita se non fosse stata inserita nel contesto di una lunga guerra civile. L’operazione di polizia contro Hussein ha assunto proporzioni inaspettate e ha dato origine a un conflitto armato noto come «guerre di Sa’dah». Nel corso di sei fasi distribuite tra il 2004 e il 2010, il movimento huthista e il potere si sono scontrati militarmente negli altipiani di Sa’dah e poi nelle province limitrofe. Dopo il fratellastro e poi il padre, Abd al-Malik al-H

uthi ha progressivamente assunto la guida del movimento nel 2007. 

La repressione indiscriminata causata da questa guerra asimmetrica, accompagnata da bombardamenti aerei, da un intervento puntuale dei sauditi ma anche delle milizie islamiste sunnite, ha senza dubbio favorito l’allineamento delle popolazioni di queste zone con gli Huthi. Le tribù di origine zaidita hanno contribuito allo sforzo bellico degli Huthi, così come il sostegno ricevuto dalla Repubblica islamica dell’Iran. Già dal 2004, il governo yemenita accusa quest’ultima (così come Hezbollah libanese) di cercare di indebolirlo e di aprire un fronte sul fianco meridionale dell’Arabia Saudita al fine di favorire uno scontro tra sunniti e sciiti.

In quegli anni, l’esperienza bellica degli Huthi e dei loro combattenti rafforzò il loro sostegno popolare e permise ad Abd al-Malik al-Huthi di diventare una figura carismatica dell’opposizione 6. I suoi interventi video, caratterizzati da un linguaggio che ricorda quello di Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, lo collocano al di sopra del dibattito politico. Riesce abilmente a proporsi come difensore della gente comune e della nazione yemenita tradizionale, contro le ingerenze saudite e l’imperialismo americano, ma anche come difensore della causa palestinese.

5 — Un’alleanza di facciata con l’ex presidente Saleh 

All’inizio del 2011, quando scoppiò la rivolta rivoluzionaria della “Primavera yemenita”, gli Huthi si mobilitarono, com’era prevedibile, a favore della caduta di Ali Abdallah Saleh. Ricorrono alla stessa retorica, per lo più pacifista, degli altri gruppi di opposizione, si insediano nei luoghi delle manifestazioni e partecipano ai dibattiti che cercano di immaginare un nuovo Yemen 7. Tuttavia, la loro integrazione nell’opposizione dura solo poco tempo.

Infatti, la caduta di Saleh nel 2012 ha provocato un’inversione di rotta da parte degli Huthi. Il processo di transizione, secondo loro, assegna un ruolo preponderante ai loro avversari islamisti sunniti, in particolare alla branca yemenita dei Fratelli Musulmani, il partito al-Islah, ex alleato di Saleh di cui ora desidera vendicarsi. Così, Saleh stringe un accordo tacito con gli Huthi, offrendo loro le sue rimanenti risorse finanziarie e militari per minare la transizione politica. 

Il 21 settembre 2014, le reti dell’ex regime hanno aiutato gli Huthi a compiere un colpo di Stato vittorioso, per poi espandere il loro territorio fino alla conquista della città di Aden, nel sud del Paese. Essi sostengono quindi di voler preservare le conquiste della rivoluzione ed esprimono l’impazienza degli yemeniti che soffrono a causa della crisi economica e delle promesse non mantenute 8

Su richiesta del presidente Hadi, riconosciuto dalla comunità internazionale, il 26 marzo 2015 l’Arabia Saudita ha lanciato un’operazione militare su larga scala, volta a provocare la caduta degli uthi. Ma l’operazione ottiene scarsi risultati, a parte la liberazione di Aden, città portuale diventata capitale provvisoria. Anche il nuovo voltafaccia di Saleh, che alla fine del 2017 accetta la proposta saudita di schierarsi contro gli Huthi, non ha alcun effetto: gli Huthi finiscono per ucciderlo mentre cerca di fuggire e rimangono soli al potere nei territori da loro controllati, ovvero il terzo occidentale del Paese, dove vive più di due terzi dei 35 milioni di yemeniti.

6 — Un’ambiguità: ripristinare o meno l’imamat

Sebbene gli Huthi basino la loro strategia politica su un discorso dai toni nazionalisti e populisti, contro «l’aggressione americano-sionista e saudita» e la corruzione, l’ideologia che sostengono non è priva di ambiguità. 

Innanzitutto, bisogna riconoscere che la loro capacità di mobilitazione difficilmente va oltre i segmenti della società di origine zaydita. La strumentalizzazione di alcune figure salafite, ad esempio, non inganna nessuno. Inoltre, il nucleo delle loro élite appartiene direttamente alla minoranza dei discendenti del Profeta. Infine, anche se non ne detiene il titolo e sono state create istituzioni di facciata, come il Comitato rivoluzionario, Abd al-Malik al-Huthi ricopre di fatto il ruolo di monarca e di imam. L’ambiguità viene mantenuta e nessun testo pubblicato, nemmeno i Malazim di Hussein al-Huthi, sostiene la restaurazione dell’imamat zaidita, scomparso nel 1962. 

La mancanza di chiarezza riguardo al progetto politico riguarda anche il territorio rivendicato dagli Huthi. Le zone popolate dagli zayditi o l’intero Yemen unificato nel 1990? Puntano forse, a lungo termine, ai territori conquistati nel 1934 dall’Arabia Saudita, o addirittura a La Mecca e Medina? 9

7 — Un feroce proto-Stato

La vaghezza che circonda i loro obiettivi non ha impedito agli Huthi di istituire, a partire dal settembre 2014, un proto-Stato. Sebbene non siano riconosciute dalla comunità internazionale, le istituzioni da loro controllate mantengono l’illusione di una continuità. È il caso, in particolare, dei media pubblici, delle università, del Ministero degli Affari Esteri e, ovviamente, dell’esercito. 

Questa illusione viene messa in discussione dalle difficoltà finanziarie e dal mancato pagamento degli stipendi dei dipendenti pubblici. Tuttavia, bisogna riconoscere che, in materia di servizi pubblici, sicurezza e stabilità della loro moneta, non se la cavano peggio delle regioni in cui è in carica un governo riconosciuto dalla comunità internazionale e sostenuto dalle monarchie del Golfo. Peggio ancora, sono riusciti a sviluppare notevoli capacità militari e industriali.

Questa apparente efficienza si ottiene a costo di un potere autoritario, se non addirittura feroce, che viola i diritti umani e si accanisce in particolare contro le donne. L’elevato livello di corruzione che erode gli aiuti umanitari internazionali, dai quali dipendono i tre quarti degli yemeniti, fornisce risorse al potere in carica.

8 — Un’alleanza con l’Iran

La comprensione del movimento huthista viene talvolta ridotta alla sua integrazione nella politica regionale iraniana, di cui sarebbe solo un burattino o un “proxy”. I legami tra il movimento yemenita e la Repubblica islamica non sono un mistero. Affondano le loro radici nelle origini del movimento huthista, risalenti a oltre vent’anni fa. Tuttavia, è opportuno non sopravvalutarli. La diffusione di competenze militari, il trasferimento di componenti per la fabbricazione di droni o missili a lungo raggio, nonché i probabili finanziamenti, rendono gli Huthi un tramite efficace, mobilitato a costi contenuti dai dirigenti iraniani 10

Tuttavia, la loro visione regionale e la loro strategia si inseriscono innanzitutto nel contesto storico yemenita. I leader del movimento hanno sempre cercato di giustificare le proprie azioni in base alla situazione locale e di modificare i rapporti di forza con i propri nemici diretti. È in questo modo che va interpretata la loro moderazione riguardo allo stretto di Bab el-Mandeb durante i primi mesi della guerra americano-israeliana scoppiata nel febbraio 2026. Non volevano in alcun modo apparire agli occhi dei propri sostenitori come se agissero nell’interesse dell’Iran.

9 — Un duplice impegno: Palestina e Arabia Saudita

Il radicamento locale e il legame con la politica regionale iraniana guidano un impegno costante contro l’Arabia Saudita e Israele, o meglio a sostegno dei palestinesi. L’offensiva saudita contro gli Huthi, iniziata nel 2015, ha progressivamente dato luogo a significative misure di ritorsione, man mano che le capacità di proiezione militare di questi ultimi sono aumentate. A partire dal 2019, i droni e poi i missili a lungo raggio hanno portato città e infrastrutture saudite nel raggio d’azione. Questa situazione ha favorito, tra i dirigenti sauditi, una strategia di ritiro e di negoziazione con gli Huthi, che ha portato al cessate il fuoco del marzo 2022, rimasto in vigore in una forma o nell’altra fino all’agosto 2026. Durante questo periodo in cui il conflitto sembrava congelato, gli Huthi hanno costantemente alzato la posta in gioco, formulando in particolare richieste finanziarie che i sauditi non potevano accettare. Nel corso dell’estate del 2026, dopo che gli Huthi avevano cercato di mettere i sauditi di fronte al fatto compiuto autorizzando l’arrivo di un aereo proveniente da Teheran, i sauditi hanno nuovamente bombardato l’aeroporto di Sana’a. Per rappresaglia, gli Huthi hanno annunciato un blocco delle navi dirette in Arabia Saudita. Questa decisione ha quindi giustificato la loro offensiva contro lo stretto di Bab el-Mandeb, segnando l’inizio di una nuova fase della guerra, con attacchi mirati all’aeroporto di Riyadh e agli oleodotti sauditi. 

L’impegno degli Huthi a favore della Palestina è di lunga data e dà luogo a manifestazioni di massa che vanno ben oltre una semplice strumentalizzazione del conflitto arabo-israeliano, tanto sono determinanti per la loro popolarità. A seguito degli attacchi del 7 ottobre 2023 e dei bombardamenti israeliani su Gaza, gli Huthi hanno conquistato un terreno militare che per lungo tempo era sembrato fuori dalla portata di questi combattenti provenienti dalle montagne: il Mar Rosso. Già nel novembre 2023 hanno annunciato di voler prendere di mira le navi mercantili legate, anche indirettamente, a Israele. Questa strategia ha sconvolto il commercio marittimo mondiale, ma ha anche provocato bombardamenti da parte di Israele e degli Stati Uniti. Nel maggio 2025, Donald Trump ha infine firmato un accordo con gli Huthi, mentre gli israeliani continuavano a condurre raid aerei in risposta al lancio di droni e missili su Israele e agli attacchi contro le navi che navigavano lungo le coste yemenite. Sebbene i bombardamenti israeliani siano stati significativi, portando in particolare all’assassinio di dodici ministri del governo huthista nell’agosto 2025, il movimento yemenita non è mai sembrato realmente indebolito 11.

10 — Nemici frammentati

La capacità militare degli Huthi e la loro base politica sono inversamente proporzionali alla frammentazione dei loro avversari. Sia a livello locale che regionale, il fronte anti-Huthi non è mai riuscito a formare un fronte unito di fronte all’avanzata di Ansar Allah.

Già a partire dalle guerre di Sa’dah a metà degli anni 2000, l’offensiva contro gli Huthi era stata strumentalizzata dai presunti successori del presidente Saleh per indebolirsi a vicenda. A partire dal 2015, le tensioni tra i Fratelli Musulmani e i sostenitori della secessione del Sud, tra l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, o tra le milizie provenienti dall’est e dal sud hanno fortemente compromesso le capacità militari del fronte ostile agli Huthi. È proprio questa frammentazione, ben più che il sostegno iraniano, a spiegare il successo a Bab el-Mandeb nel settembre 2026 e la loro capacità di mantenere, da dodici anni, il controllo delle regioni sotto la loro autorità.

Note
  1. Brandt, Marieke, Tribes and Politics in Yemen: A History of the Huthi Conflict (New York, 2017).
  2. vom Bruck, Gabriele, Islam, Memory and Morality in Yemen: Ruling Families in Transition (New York, 2005)
  3. Bonnefoy, Laurent, Salafism in Yemen. Transnationalism and Religious Identity (New York, 2012)
  4. Lux, Abdullah, «L’ultimo Imām zaydita dello Yemen: gli shabāb al-muʾmin, i Malāzim e l’“ḥizb allāh” nel pensiero di Ḥusayn Badr al-Dīn al-Ḥūthī», Contemporary Arab Affairs 2/3 (2009), pp. 369–434.
  5. Grange-Gastinel, Jules, «The Huthi reform of education: when the ideological formation of a generation of partisans threatens long-term peace». In: Helen Lackner e Richard Baltrop (a cura di). Peace in Yemen: Constraints and Prospects. IB Tauris, Londra.
  6. Shujaa al-Deen, Maysaa. Radicalization of Zaydi Reform Attempts, Tesi di laurea magistrale, American University of Cairo, 2016.
  7. Bonnefoy, Laurent, MERMIER, Franck e Poirier, Marine, 2012, Yémen. Le tournant révolutionnaire. Parigi: Karthala.
  8. Luca Nevola, «Huthis in the Making: Nostalgia, Populism, and the Politicization of Hashemite Descent», Arabian Humanities, 13, 2020.
  9. Hamidaddin Abdullah (a cura di), The Huthi Movement in Yemen (New York, 2022)
  10. THOMAS JUNEAU, Iran’s policy towards the Houthis in Yemen: a limited return on a modest investment, International Affairs, Volume 92, Numero 3, maggio 2016, pagine 647–663
  11. Weissenburger, Alexander. “Yemen’s Islamists and the War in Gaza: The interplay of ideology, context, and strategy” Mediterranean Politics.