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A sette mesi dall’inizio della guerra, a che punto sono i colloqui tra l’Iran e gli Stati Uniti?
Ci sono state discussioni a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ma a mio avviso non sono in corso veri e propri negoziati. I contatti avviati dall’Oman, soprattutto con i paesi della regione, riguardano esclusivamente lo stretto di Ormuz. Il Pakistan spera di avviare dei negoziati, ma questi hanno poche possibilità di successo, poiché non possono risolvere il dilemma degli Stati Uniti.
Di quale dilemma si tratta?
L’Iran ritiene di aver vinto la guerra nei primi quaranta giorni e di esserne uscito nettamente rafforzato. Ha assunto il controllo dello Stretto di Ormuz e ha così potuto esercitare una notevole pressione sui mercati energetici mondiali. Gli Stati Uniti non sono riusciti a risolvere questo problema con mezzi militari e, come ha ammesso Donald Trump a Évian, stavano per esaurire le loro riserve strategiche. Trump temeva di essere considerato il presidente che aveva provocato una recessione. Gli iraniani ritengono quindi di aver costretto Washington a concludere in Pakistan, nel mese di giugno, un protocollo d’intesa a loro molto favorevole.
E in effetti hanno ragione: il protocollo d’intesa era favorevole all’Iran, almeno nella sua formulazione. Il problema di Teheran, sia sulla questione nucleare che in questi negoziati, è che riesce a ottenere l’accordo degli occidentali su alcune misure, ma non a farle applicare. L’amministrazione americana può firmare qualsiasi cosa, ma non la metterà necessariamente in atto.
Washington non era quindi soddisfatta di quel protocollo?
No, ora è chiarissimo. Gli Stati Uniti non avevano raggiunto i propri obiettivi militari e avevano dovuto fare molte concessioni per ottenere la riapertura dello stretto. Donald Trump ha subito aspre critiche all’interno del proprio schieramento, sia tra i repubblicani che tra i sostenitori della linea tradizionale del Partito Democratico in materia di politica estera. Alla prima occasione, ovvero la prima volta che gli iraniani hanno violato il protocollo, è tornato alla carica, utilizzandola come pretesto per alterare l’equilibrio. Non avendo ottenuto risultati, ha puntato sulla pressione economica: ulteriori sanzioni e un blocco.
Ci troviamo quindi in una situazione in cui il regime iraniano vuole preservare il protocollo d’intesa e ribadisce che gli Stati Uniti devono rientrarvi e applicarlo. Il segretario del Consiglio di sicurezza nazionale, Mohsen Rezaï, così come il capo negoziatore e presidente del Parlamento, Mohammad Ghalibaf, sostengono la stessa linea. Questo è il messaggio che hanno trasmesso ai pakistani e ai qatarioti. Gli Stati Uniti, dal canto loro, vogliono altro: non necessariamente la capitolazione totale dell’Iran, ma in ogni caso non il protocollo iniziale.
Cosa vogliono gli Stati Uniti?
La vittoria, o almeno la possibilità che il presidente Trump possa rivendicarla. Ma al momento nessun negoziato glielo consente. Non esiste alcuno scenario in cui ci si sieda al tavolo con gli iraniani, si ottenga l’apertura dello stretto di Ormuz e il presidente ne tragga qualche vantaggio.
Il bicchiere è mezzo vuoto per Donald Trump e mezzo pieno per l’Iran.
In questo caso, come può finire la guerra?
La questione dovrà risolversi al tavolo delle trattative, ma non siamo ancora a quel punto. Il presidente Trump ritiene di poter far cambiare i calcoli all’Iran, intensificando la pressione economica o riprendendo le ostilità. E anche gli iraniani pensano di poterlo costringere ad ammettere che la situazione non migliorerà e che deve firmare il protocollo. Questo spiega l’attacco all’oleodotto saudita, le manovre degli Houthi verso lo stretto di Bab-el-Mandeb, nonché l’attacco diretto dell’Iran contro navi da guerra statunitensi. Anche se ha mancato il bersaglio, il messaggio è chiaro: sono pronti a ricominciare e a intensificare le ostilità.
Lei afferma che i principali protagonisti del processo – il presidente, il capo negoziatore e il consigliere per la sicurezza nazionale – sostengono tutti il protocollo d’intesa. Come si spiega questa coesione?
In Occidente, e in particolare negli Stati Uniti, si pone grande enfasi sulle divisioni interne dell’Iran. Quando Massoud Pezechkian parla delle difficoltà economiche della popolazione, si potrebbe pensare che assuma una posizione molto diversa da quella dei Guardiani della Rivoluzione. Ma Mohammad Ghalibaf e Massoud Pezechkian sono rappresentanti eletti, in Parlamento e alla presidenza: dovrebbero riflettere la posizione del popolo e parlare di ciò che vive la popolazione. I Guardiani della Rivoluzione sono combattenti: non sono responsabili dell’economia, ma della guerra.
La vera divisione in Iran oppone piuttosto coloro che vogliono negoziare con gli Stati Uniti e coloro che ritengono inutile il dialogo, sostenendo che gli americani tradirebbero comunque i loro interlocutori.
Su cosa si basa questa diffidenza?
Gli americani hanno firmato il JCPOA nel 2015 e poi, non appena hanno ottenuto ciò che volevano, si sono ritirati e hanno intensificato la pressione economica. Dal 2025, in due occasioni, l’Iran ha avviato colloqui con Washington, prima a Mascate, poi a Ginevra, e gli Stati Uniti hanno scatenato la guerra mentre le discussioni erano ancora in corso. Alcuni rappresentanti iraniani si sono recati a Islamabad e hanno persino proposto di aprire lo stretto di Ormuz: la risposta è stata un blocco. Poi hanno firmato il protocollo d’intesa e, alla prima occasione, gli Stati Uniti sono tornati in guerra. Per questa parte del regime iraniano, ogni volta che Washington dice di voler discutere, significa che si appresta a entrare in guerra.
Il bicchiere è mezzo vuoto per Donald Trump e mezzo pieno per l’Iran.
Vali Nasr
Altri ritengono che si debba continuare a discutere; Ghalibaf parla di «lottare e discutere allo stesso tempo». Ma in realtà, oggi in Iran non c’è alcun accordo sul tavolo che possa suscitare un vero dibattito. Quando Pezechkian afferma che occorre prendere in considerazione un cambiamento di rotta nella posizione iraniana, gli viene risposto: «Ma su quale accordo? Sta dicendo che bisogna capitolare?» E lui risponde: «No, non sto parlando di capitolazione.»
Quando era in discussione un accordo serio, come il protocollo di primavera, si è tenuto il dibattito. Nel Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, la votazione si è conclusa con dodici voti a favore e uno contrario. Non si sa chi abbia votato contro, ma si sa che tutti i comandanti delle Guardie della Rivoluzione hanno votato a favore. Quell’accordo è poi fallito e l’Iran non ne ha tratto alcun beneficio. Dal punto di vista del regime, la questione non è quindi se essere a favore della guerra o della diplomazia, ma se ci si possa fidare degli Stati Uniti e se esista un accordo a cui si possa realmente dare seguito.
È la percezione della minaccia a tenere unito il regime?
Sì. Tutti condividono la stessa interpretazione dell’obiettivo americano: Washington cerca di distruggere il Paese, militarmente o attraverso la pressione economica. Ci sono quindi solo due risposte possibili: capitolare, ovvero fare ciò che dice Trump, diventare come il Venezuela o la Siria e accettare le sue condizioni; oppure combattere nella speranza di fargli cambiare idea. Nessun politico iraniano accetterebbe di capitolare. Non si considerano nella situazione di Tokyo o di Berlino nel 1945. L’unica opzione che rimane è la lotta.
Quindi non c’è alcun dibattito?
Se c’è un dibattito, riguarda sicuramente ciò che occorre chiedere esattamente agli Stati Uniti. Mi ha incuriosito la notizia secondo cui l’Iran avrebbe presentato sette punti ai qatarioti come condizioni per porre fine alla guerra. Cinque sono stati resi noti: la fine della guerra contro l’Iran, la revoca del blocco e delle sanzioni, lo sblocco dei fondi iraniani… Tutto ciò figurava già nel protocollo d’intesa. In compenso, la parola «Libano» non compare. Non so se figuri nei due punti rimanenti, ma forse è questo il motivo per cui gli iraniani parlano di «sette»: sul piano interno, ciò permette di sostenere di aver affrontato la questione del Libano, mentre in realtà non è così.
C’è chi sostiene che non si debba perdere tempo con i qatarioti, altri che occorra porre loro delle condizioni e vedere se ottengono risultati. Questi sette punti sono stati peraltro trasmessi da Mohsen Rezaï, e non da Pezechkian. Coloro che sostengono di non voler discutere affatto non sono direttamente rappresentati nell’apparato decisionale.
Nel suo libro *Iran’s Grand Strategy. A Political History*, lei collega questo approccio alla resistenza di Ali Khamenei alla sua formazione, alla sua storia e alla sua identità di combattente del Terzo Mondo, sulla scia di Ho Chi Minh. Questa idea gli sopravvive, anche in assenza di una Guida Suprema realmente attiva oggi?
Sì. La rivoluzione iraniana è una delle tre grandi rivoluzioni del XX secolo, insieme a quella cinese e a quella sovietica. Se si va ancora più indietro nel tempo, la quarta per portata sarebbe ovviamente la Rivoluzione francese.
Tutte queste rivoluzioni attraversano una fase iniziale caratterizzata dall’ideologia e dall’estremismo: è come la lava che sgorga da un vulcano. Sia durante la rivoluzione d’ottobre che durante la presa di Pechino da parte di Mao, l’antimperialismo, e ben presto anche l’antiamericanismo, hanno costituito una parte centrale dell’ideologia.
Per questa fetta del regime iraniano, ogni volta che Washington dice di voler negoziare, significa che si appresta a entrare in guerra.
Vali Nasr
In Iran c’erano la religione, la lotta di classe e l’antimperialismo. Sorprendentemente, l’Occidente si è concentrato solo sull’aspetto religioso: per molto tempo, tutto si spiegava con il fatto che si trattasse di un governo di mullah, di una teocrazia del VII secolo trasposta nel mondo contemporaneo. Ma c’è un altro aspetto, molto moderno, che avvicina l’Iran alle rivoluzioni cinese e sovietica. La lotta di classe non è più attuale; l’antimperialismo, invece, permane.
L’Iran avrebbe però potuto seguire un percorso diverso dopo la morte di Khomeini e la fine della guerra Iran-Iraq.
Una fazione molto potente voleva intraprendere la strada di ciò che le scienze sociali chiamano «routinizzazione» o, per riprendere le parole di Crane Brinton, la fase termidoriana della rivoluzione: normalizzarla. È stato in parte Hachemi Rafsandjani, che è stato presidente per otto anni, dal 1989 al 1997, a spingere affinché si desse priorità allo sviluppo economico e alla ricostruzione. Di fronte a lui, Ali Khamenei, inizialmente più debole, riteneva che la missione dovesse rimanere l’anti-imperialismo.
Su cosa si basa questa convinzione?
Si basa su una certa interpretazione della storia, secondo la quale l’Iran è stato vittima dell’imperialismo dall’inizio del XIX secolo fino alla rivoluzione. Può sembrare esagerato, ma l’Iran del XIX secolo, come la Thailandia, l’Impero ottomano o l’Egitto, pur non essendo direttamente colonizzato, subiva una penetrazione commerciale russa e, in una certa misura, britannica, francese e belga. Ha perso territori a vantaggio della Russia e della Gran Bretagna. E agli occhi dei rivoluzionari, il periodo Pahlavi non era migliore: Reza Shah sarebbe stato portato al potere dagli inglesi, Mohammad Reza Pahlavi sarebbe stato un burattino degli americani e il colpo di Stato del 1953 sarebbe stato orchestrato da Washington e Londra. Non condivido questa opinione.
Ma era questa la visione dei rivoluzionari, sia laici di sinistra che religiosi; i marxisti-leninisti, che si consideravano gli eredi della rivoluzione, la condividevano. Per Khomeini, uno dei grandi risultati della rivoluzione era stato quello di aver dato all’Iran una vera indipendenza. Credo addirittura che, a un certo livello, pensasse che l’Iran dovesse essere islamico perché solo l’Islam potesse garantirgli tale indipendenza. Questo tema si ritrova nell’Islam sunnita: il leader del Fronte Islamico di Salvezza in Algeria aveva dichiarato che il Fronte di Liberazione Nazionale aveva ottenuto solo un’indipendenza fisica e che restava da conquistare l’indipendenza culturale dalla Francia.
Questa idea rimane profondamente radicata. Otto mesi fa, l’ex ministro degli Affari esteri Djavad Zarif ha dichiarato su *Foreign Policy* che la Repubblica islamica è stato il primo governo, da oltre duecento anni, ad aver realmente difeso la sovranità dell’Iran. In qualità di storici, potremmo contestare questa affermazione. Ma qualunque cosa ne pensiamo, questa è la loro verità, è ciò che li anima, è da lì che la Repubblica islamica trae la propria legittimità. Khamenei ha continuato fino in fondo ad affermare che la legittimità deriva dall’Islam, ma la sua legittimità superiore, alla luce della storia iraniana, risiede secondo lui nel fatto di aver dato al Paese la sua indipendenza.
In che modo questa convinzione si è tradotta nella costruzione dello Stato?
È proprio questa indipendenza che ha cercato di proteggere per quarant’anni. L’Iran doveva essere islamico, dotarsi di una milizia, il Basij, e delle Guardie della Rivoluzione; bisognava imporre l’ideologia alla popolazione. Quando la società è diventata più liberale e più incline alla riconciliazione con l’Occidente, ha investito nelle istituzioni, in particolare nell’università e nel seminario Haqqani a Qom, per formare un corpo di tecnocrati permeati dall’ideologia.
Ha svolto un ruolo determinante nella creazione di tutti quei gruppi che in seguito sono diventati un problema per lui, a cominciare da quello di Ahmadinejad. Dopo Rafsanjani, pensava di poter insediare un proprio presidente, ma rimase sbalordito dall’elezione di Khatami nel 1997. Successivamente ha lanciato Ahmadinejad, sbucato dal nulla, con l’idea di creare una società conforme alla sua visione. Il progetto è fallito.
La politica interna iraniana non si riduce quindi al contrasto tra Islam e laicità, o tra dittatura e democrazia. Si tratta di realtà concrete, ma è anche una lotta tra ciò che richiedeva la concezione di sicurezza nazionale di Khamenei e ciò che voleva il popolo. Era già così durante la presidenza di Rafsanjani. Khamenei non era contrario allo sviluppo, ma riteneva che il compito prioritario dell’Iran fosse la resistenza, poiché lo sviluppo significava aprire le porte all’Occidente e diventare come la Turchia, l’Argentina o il Brasile. «Che differenza ci sarebbe allora rispetto al periodo precedente alla rivoluzione?», si chiedeva.
Durante la sua prima apparizione pubblica dopo i massacri di gennaio, ha dichiarato: «Da quarantasette anni gli Stati Uniti cercano di sconfiggere la rivoluzione per tornare ad asservire il Paese». A suo avviso, l’intera rivolta di gennaio era frutto di un’ingerenza straniera, proprio come Putin percepisce le rivoluzioni colorate o Erdoğan le rivolte. Si trattava di un nuovo fronte aperto dagli Stati Uniti. Le istituzioni da lui create sono state tutte costruite attorno a questa difesa dell’Iran: Guardiani della Rivoluzione, servizi di intelligence, Basij, fondazioni. Esse intervengono nelle elezioni, creano case editrici, università, istituzioni di indottrinamento. Sono loro che, in definitiva, controllano l’Iran.
La guerra ha rafforzato questa logica?
Gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran in due occasioni, e poi ci sono le dichiarazioni di Donald Trump: lo scorso 22 settembre, dal podio delle Nazioni Unite, ha affermato che la questione principale per lui era sapere quando, o se, avrebbe fatto saltare in aria l’intero Paese. Possiamo considerarla un’iperbole, ma per l’iraniano medio o per i sostenitori del regime, questa è la prova che Khamenei aveva ragione e che gli Stati Uniti e Israele vogliono smantellare l’Iran.
Non tutti ci credono. Molti intellettuali e attivisti ritengono che esista un’altra via: diventare come la Cina o la Turchia, non essere schiavi dell’Occidente senza però chiudersi in una resistenza permanente. Ma le forze che oggi controllano l’Iran ritengono che tutto ciò che ha detto Khamenei si sia avverato. E tutte le istituzioni che ha istituito per difendere l’Iran da un’invasione americana sono ormai operative: l’arsenale missilistico, i programmi sui droni, l’organizzazione dello Stato e dell’esercito. Se ne stava preparando da molto tempo.
Stiamo avendo questa conversazione mentre la guerra infuria ancora e il suo esito è incerto. Ma essa rappresenta il culmine di quarant’anni di resistenza. Una volta conclusa, credo che si aprirà una riflessione su come potrebbe essere una «terza Repubblica islamica». Anche se Khamenei avesse ragione, molte questioni sono ormai sul tavolo.
Che ruolo ha Ali Khamenei nella storia iraniana?
Nel bene e nel male, è probabilmente uno dei leader iraniani più significativi degli ultimi due secoli. Innanzitutto, il suo è il terzo regno più lungo dell’era Qajar: Nasreddin Shah regnò per quarantanove anni, Mohammad Reza Pahlavi per trentasette anni, Ali Khamenei per trentasei anni in qualità di Guida Suprema, senza contare la sua presidenza.
È anche, a mio avviso, il più importante dei due leader della rivoluzione. Khomeini è una figura storica al pari di Lenin: il leader carismatico che ha reso possibile la rivoluzione, ma non colui che ha governato nel lungo periodo. È stato Ali Khamenei a costruire la Repubblica islamica. La fase di burocratizzazione della rivoluzione, che in Iran corrisponderebbe ai periodi di Stalin, Krusciov e fino a Breznev, si è svolta sotto la sua guida. Ha organizzato la Repubblica islamica attorno all’idea di resistenza. L’Islam conta, naturalmente, ma non è stato la forza motrice. Il modo in cui ha organizzato i Guardiani della Rivoluzione e le istituzioni dello Stato si inserisce in questa grande battaglia contro gli Stati Uniti. Ciò ha permesso di difendere l’ideologia islamica dello Stato, ma non credo che fosse questo a animarlo.
Nel mio libro ne riporto un esempio. Durante le manifestazioni legate alla morte di Mahsa Amini, ho ascoltato una ventina dei suoi discorsi. In nessuno di essi ha parlato dell’hijab né, in realtà, dell’Islam; il termine compariva solo per indicare la Repubblica Islamica. Parlava incessantemente della minaccia alla sicurezza nazionale: gli Stati Uniti e Israele stavano sfruttando questa questione per indebolire l’Iran e assumerne il controllo. E quando la situazione si è inasprita, il regime ha in gran parte accantonato la questione dell’hijab. La priorità assoluta era difendere l’Iran da Israele e dagli Stati Uniti, non l’hijab. Torneranno su questa questione? Ne dubito fortemente.
La guerra può cambiare la natura di questo regime?
Uno Stato costruito nel corso di oltre quarant’anni non può cambiare da un giorno all’altro. Ma questa guerra ha avuto conseguenze sufficientemente gravi da modificarne la natura. Vediamo il Paese diventare più militarizzato, più intransigente, più bellicoso, ma anche più tecnocratico e meno religioso. Come intende governare in futuro Mojtaba Khamenei? Lo sapremo solo quando ci troveremo in quella situazione. Nemmeno lui ha piena libertà di adottare misure radicali: si tratta di uno Stato ben più sofisticato rispetto, ad esempio, a quello saudita. Eppure a Mohammed bin Salman ci sono voluti una decina d’anni per trasformare uno Stato saudita fondato su molteplici pilastri in un regime autocratico: allontanare gli ulema e gli altri principi, centralizzare il potere nelle sue mani, modificare persino i sistemi di fedeltà della famiglia reale. Anche in Iran ci vorrà del tempo.
Questa ossessione per l’ingerenza straniera ha tralasciato un aspetto fondamentale: la situazione interna, la sostenibilità del Paese come società e come economia. Lei è anche coautore di *How Sanctions Work*. Il crollo economico non è forse il principale punto debole di questa strategia di resistenza?
Le guerre hanno un costo, e la questione è sempre quella di capire quale costo una popolazione sia disposta a sostenere. Nel pieno della guerra, la popolazione non si pone ancora le grandi domande, anche se ci stiamo avvicinando a questo punto.
Una delle grandi sfide di Khamenei è stata che, man mano che costruiva uno Stato orientato alla resistenza e che tale resistenza diventava sempre più conflittuale e costosa, perdeva il sostegno della popolazione. La società auspicava una direzione diversa: una progressiva apertura verso l’Occidente e maggiori libertà culturali e politiche. Voleva che la rivoluzione seguisse la strada della rivoluzione cinese. Khamenei spingeva nella direzione opposta.
Questa tensione è esplosa per la prima volta in occasione della rielezione di Ahmadinejad nel 2009. La popolazione aveva votato in massa per Mir-Hossein Moussavi, un rivoluzionario di sinistra, radicale, socialista, proveniente dalla corrente religiosa, che si era reinventato come portavoce dell’apertura, anche verso l’Occidente. Lo Stato profondo creato da Khamenei ha dovuto ricorrere alla frode, il che ha provocato la prima grande rivolta politica, il Movimento Verde.
La priorità assoluta era difendere l’Iran da Israele e dagli Stati Uniti, non l’hijab.
Vali Nasr
Da allora, la contraddizione non ha smesso di accentuarsi tra l’idea che occorra una società ideologica per condurre la guerra anti-imperialista e la direzione che sta prendendo la società iraniana. È nuovamente esplosa con la rivolta «Donne, vita, libertà», durante la quale i giovani hanno sostanzialmente dichiarato: «Lasciateci in pace, non vogliamo essere religiosi». Lo Stato ha dovuto fare marcia indietro: Khamenei ha rinunciato a rendere l’hijab una condizione imprescindibile per la guerra anti-imperialista. Quando una personalità come Ali Larijani dichiara pubblicamente che bisognerebbe tornare all’epoca dello Scià, quando l’hijab era facoltativo, ciò dimostra che il regime ha già perso parte del sostegno popolare.
Khamenei ha quindi fatto affidamento sul 20% della popolazione che ancora vota o sostiene con fermezza il regime, a fronte dell’80% che è apatico, in una zona grigia o apertamente ostile. In questo senso, la Repubblica islamica così come lui la concepiva non è più sostenibile.
E dal punto di vista economico?
L’erosione economica è di natura diversa dall’erosione politico-culturale e non ha smesso di aggravarsi con l’inasprimento delle sanzioni. All’inizio del suo insediamento al potere, le sanzioni erano moderate e il Paese riusciva a funzionare. La classe media si è addirittura notevolmente ampliata: l’esistenza di artisti, intellettuali e laici desiderosi di occidentalizzarsi ne è, del resto, una conseguenza. Questa classe media, cresciuta sotto Rafsanjani con il boom del settore privato, ha votato per Khatami. Ha continuato a svilupparsi sotto Khatami, ma le disuguaglianze hanno permesso ad Ahmadinejad di conquistare la presidenza. Il movimento del 2009 era un movimento della classe media, e questa ha svolto un ruolo importante anche nella rivolta di gennaio.
Ma con l’intensificarsi della pressione economica, e soprattutto dopo le sanzioni di “massima pressione” del 2018, questa classe media si è ridotta. Hassan Rohani riteneva che, se il JCPOA fosse stato applicato per dieci anni, essa sarebbe cresciuta del 35% e sarebbe diventata il motore del cambiamento. Invece, tra il 2018 e il 2020, il 20% della classe media iraniana è scesa al di sotto della soglia di povertà.
La pressione economica può scatenare una rivolta, come spera Washington?
Secondo una teoria, più una popolazione si impoverisce, meno è in grado di ribellarsi. La rivoluzione del 1979, del resto, è stata guidata dalla classe media: più le persone si arricchiscono, più hanno esigenze culturali e politiche e meglio sanno organizzarsi. Oggi gli iraniani sono arrabbiati e si stanno impoverendo, ma sono troppo oppressi per poter davvero manifestare.
La teoria americana, formulata da Mike Pompeo, era che l’Iran dovesse scegliere tra sfamare il proprio popolo e rimanere com’è. Anche il discorso di Scott Bessent punta a un cambio di regime attraverso la pressione economica: se si strangola abbastanza la popolazione, questa si ribellerà. Ma credo che, anche senza questa pressione, gli iraniani avessero già iniziato a interrogarsi sul costo della resistenza. Questo costo è l’isolamento: non si può viaggiare dove si vuole, si è tagliati fuori dal mondo. Perché non essere come la Turchia?
Vediamo il Paese diventare più militarizzato, più intransigente, più bellicoso, ma anche più tecnocratico e meno religioso.
Vali Nasr
Con l’intensificarsi della pressione a partire dal 2018, e ora con questa nuova stretta, il dibattito ha cambiato natura. Non si tratta più solo del fatto che la resistenza abbia un costo di per sé: sono gli Stati Uniti ad aumentare il costo dello scontro con loro, con l’Occidente, con Israele. La questione non è più se questo costo sia positivo o negativo, ma se sia sostenibile e per quanto tempo.
Khamenei riteneva addirittura che la resistenza fosse vantaggiosa. L’Iran produceva tutto autonomamente, non solo missili, ma anche medicinali; aveva sviluppato un’intera base industriale. Sotto certi aspetti, dispone di catene di approvvigionamento ben più solide rispetto a molti paesi della regione che hanno puntato sulla globalizzazione. Poteva quindi difendere l’«economia della resistenza». Questo argomento non regge più. La questione non è più se sia giusto rinunciare al commercio con gli Stati Uniti, ma se i costi attuali siano sostenibili.
Trump, in un certo senso, ha voluto mettere questa politica di resistenza con le spalle al muro. Questo sta diventando sempre più il fulcro del dibattito. Quando Pezechkian afferma: «Dobbiamo pagare gli stipendi, ci mancano i soldi», cosa intende dire in fondo? «Non sto dicendo che bisogna capitolare, ma forse occorre ripensare la resistenza come strada da seguire.»
E Mojtaba Khamenei?
Potrebbe ritenere che questa strada sia ancora ben lontana dall’essere tracciata. Vuole davvero governare un Paese che non fa che impoverirsi? Questa sarebbe la sua eredità. Ma il problema, dopo quarant’anni, è che anche ciò che gli Stati Uniti esigono dall’Iran ha un costo molto elevato. Non si tratta solo di una capitolazione militare: bisognerebbe cambiare la politica estera, diventare, in sostanza, un al-Charaa. Quando entrambe le opzioni sono così costose, non so chi sceglierà cosa, né quando.
Passiamo ora alla strategia americana. Sono ancora possibili nuovi bombardamenti? Quali sono oggi gli obiettivi di guerra dal punto di vista di Washington e quale ruolo rivestono le elezioni di medio termine?
Le elezioni di medio termine rappresentano una leva per esercitare pressione su Donald Trump, che l’Iran sta del resto cercando di sfruttare, in particolare attraverso i prezzi della benzina. Non so se funzionerà.
Il problema più generale è che Khamenei ha a lungo creduto di poter mantenere con gli Stati Uniti una situazione di «né guerra né pace»: «Lasciateci in pace, vogliamo essere un Paese normale alle nostre condizioni, senza far parte del vostro ordine mondiale». Questa situazione non è più sostenibile. Da quando Israele ha attaccato l’Iran e da quando è scoppiata la guerra di febbraio, è impossibile. Alcuni in Iran potrebbero forse auspicare un accordo che riporti a quella situazione di «né guerra né pace». Ma Donald Trump non ragiona in questo modo: pensa in termini di vittoria americana. Lo ha dichiarato davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite: «Il bottino spetta al vincitore». Anche se firmasse un accordo e rivendicasse una piccola vittoria, non vedo come gli Stati Uniti possano ormai lasciare in pace l’Iran.
Esistono tuttavia dei precedenti in materia di standardizzazione.
Il Vietnam, sì. L’Unione Sovietica e la Cina lo difendevano e lo rifornivano di armi, ma la questione alla fine è stata risolta, a differenza di quanto accaduto a Cuba o in Venezuela. Una decina d’anni dopo la caduta di Saigon, il Vietnam ha iniziato a normalizzare i propri rapporti con gli Stati Uniti, a prescindere dalle ragioni. Non ci è voluto molto tempo. L’Iran vorrebbe senza dubbio una situazione in cui la pressione economica fosse sufficientemente alleggerita da consentirgli di gestire lo Stato come meglio crede. Ma non credo che Washington oggi si accontenti di questo. Gli Stati Uniti vogliono la vittoria, ed è per questo che il rischio di una nuova offensiva militare è ben reale.
Le sanzioni non sarebbero sufficienti?
La pressione economica potrebbe mettere in ginocchio l’Iran, ma ciò potrebbe richiedere molto tempo, e il fattore tempo è fondamentale. Un paese può anche impoverirsi in modo duraturo senza crollare. Prendiamo il Venezuela: quando Trump è salito al potere, circa un quarto della popolazione aveva lasciato il paese e un altro quarto era in procinto di andarsene. Gli Stati Uniti hanno finito per intervenire per cambiare il regime, in particolare per arginare l’esodo. Le sole sanzioni non hanno sortito l’effetto sperato su Maduro, né tantomeno a Cuba. Ci si rende conto che le sanzioni funzionano solo fino a un certo punto e che, oltre tale limite, gli Stati Uniti potrebbero non avere la meglio senza ricorrere nuovamente alla guerra. Ritengo quindi che ci sarà un nuovo episodio militare prima del ritorno al tavolo dei negoziati.
Quali segnali occorre tenere d’occhio nelle prossime settimane e nei prossimi mesi?
Ce ne sono molti. La situazione si è chiaramente aggravata: gli Houthi, l’attacco all’oleodotto in Arabia Saudita. Gli Stati Uniti forniscono a Israele bombe da duemila libbre di cui non ha bisogno a Gaza o in Libano: sono destinate all’Iran. Gli iraniani ritengono che i movimenti di truppe e di materiale statunitense intorno al loro territorio preannuncino un’operazione su larga scala. Si avvicinano le elezioni israeliane e statunitensi. E nei paesi vicini regna grande nervosismo. Molti sostengono che l’atmosfera ricordi molto più quella di febbraio che quella di giugno, al momento della firma del protocollo. Anche Trump sembra ritenere che non serva a nulla discutere e che occorrerà distruggere tutto; è tornato a questo tipo di minacce. Stiamo attraversando un momento pericoloso.
È ancora possibile una svolta?
Questo mi ricorda ciò che disse il senatore George Mitchell riguardo ai negoziati dell’accordo del Venerdì Santo: giorni bui di scoraggiamento, poi, all’improvviso, una svolta. Non si può quindi escludere questa possibilità. La ritengo tuttavia poco probabile, poiché le posizioni sono troppo distanti rispetto a ciò di cui Trump ha bisogno per cantare vittoria. E un accordo temporaneo che non gli garantisca questa vittoria non farebbe altro che rimandare il problema.
Oggi gli iraniani sono arrabbiati e sempre più poveri, ma sono troppo oppressi per poter davvero manifestare.
Vali Nasr
Molti indizi lasciano supporre che potrebbe essere tentato di intraprendere almeno un nuovo round, più intenso, nella speranza che ciò basti. Non sappiamo cosa si dica nell’ufficio di Rezaï. Gli iraniani si batterebbero fino alla fine, ma forse anche loro pensano che questa situazione non offra via d’uscita. A questo punto, una svolta nei rapporti tra l’Iran e gli Stati Uniti sarebbe un vero e proprio «cigno nero».
Che ruolo svolge Israele?
È questo che distingue questo conflitto da molti altri. Israele non si interessa alle relazioni tra gli Stati Uniti e l’Iran: vuole che gli Stati Uniti mettano fine all’Iran. Israele ha capito che non poteva riuscirci da solo. Ci ha provato nel giugno 2025, ma il regime non è caduto; nel 2026 ha agito al fianco degli Stati Uniti, e il regime non è ancora caduto.
La tendenza israeliana, come si vede in Libano e a Gaza, non è quella di provare qualcosa di diverso. Israele conclude piuttosto che la forza impiegata non sia stata sufficiente e sostiene quindi che gli Stati Uniti non debbano accontentarsi di un accordo che porterebbe sollievo economico all’Iran e darebbe alla Repubblica islamica il tempo di ricostruirsi: «Ora che siete arrivati a questo punto, portate a termine il lavoro». Questo dibattito non si limita quindi a Trump e all’Iran. L’opinione pubblica israeliana ha un peso notevole, ed è stata proprio lei a svolgere un ruolo determinante nel convincere Trump, a febbraio, che la guerra sarebbe stata rapida e decisiva.
Notate qualche segnale all’interno dello stesso Iran?
Numerose segnalazioni indicano traffici di armi verso l’Iran, in particolare verso le zone curde. La settimana scorsa, diversi alti funzionari sunniti sono stati assassinati in Iran dalle forze di sicurezza; sottolineo questo punto. Israele e gli Stati Uniti stanno cercando di ricreare lo scenario di gennaio: aumentare la pressione economica affinché la popolazione si arrabbi come allora, condurre un’operazione che funga da innesco per una nuova rivolta di massa, per poi bombardare, forse con maggiore intensità rispetto al passato. È quasi la stessa ricetta, ma dal punto di vista israeliano gli ingredienti devono essere più potenti. Non so se sia esatto, ma fa parte del dibattito. E ancora una volta, la vendita di bombe da duemila libbre a Israele ha un unico obiettivo: l’Iran.
C’è sempre la possibilità di un «momento giapponese», come dopo Hiroshima e Nagasaki, quando i giapponesi dissero: «È finita». Oppure, al contrario, gli iraniani causeranno danni enormi nella regione prima di arrivare a quel punto. Ecco perché i governi arabi sono così preoccupati: i danni collaterali potrebbero essere ben più gravi di tutto ciò che abbiamo visto finora.