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Tra il 1990 e il 2008, circa 88 milioni di contadini cinesi, ovvero più dell’intera popolazione tedesca, hanno perso le loro terre e sono andati ad ingrossare le file, sempre più numerose, dei «contadini espropriati» (shidi nongmin). Chun Peng, giurista dell’Università di Pechino e autore di uno degli studi di riferimento su questa trasformazione, ritiene che la portata di queste espropriazioni sia «senza precedenti nella storia dell’umanità» 1.
Per comprendere il decollo economico cinese, occorre rendersi conto della portata di questo sconvolgimento. Ciò che l’Inghilterra aveva impiegato tre secoli a realizzare agli albori della rivoluzione industriale, la Cina lo ha fatto in una generazione, su una scala completamente diversa e in senso inverso.
L’opera di E. P. Thompson, The Making of the English Working Class, permette di mettere in luce questo contrasto 2. Questo studio classico descrive con forza l’emergere di una coscienza operaia in Inghilterra, in particolare nel corso degli anni decisivi che vanno dal 1780 al 1832, e la colloca nel contesto del «movimento delle recinzioni» che, già dalla fine del XV secolo, aveva espropriato i contadini delle loro terre, non lasciando loro altra scelta che quella di vendere la propria forza lavoro.
Fin dai tempi di Marx 3, la classe operaia inglese è stata considerata il prototipo stesso del proletariato del capitalismo nascente in Occidente, quello che ha aperto la strada al capitalismo industriale. All’altra estremità del continente eurasiatico, la classe operaia cinese incarna un proletariato di altro tipo, emblematico del capitalismo avanzato e che, con la recente trasformazione della Cina in superpotenza, ci pone di fronte ai limiti naturali dello sviluppo.
Questo parallelo viene spesso sottolineato proprio in Cina, dove si parla di «nuovo movimento di recinzione» (xin quandi yundong) 4 per descrivere l’espropriazione dei contadini. L’ordine delle fasi è tuttavia invertito. In Inghilterra, i contadini sono stati dapprima cacciati dalle loro terre, poi ridotti a lavoratori salariati; in Cina, fin dagli anni ’90, la mercificazione del lavoro industriale – che ha dato vita agli scintillanti orizzonti urbani del Paese – è stata accompagnata da un afflusso, apparentemente inesauribile, verso le città di migranti interni: contadini che conservavano i propri diritti sulle terre.
Perché, allora, espropriare una popolazione contadina che si era già sottomessa al capitale, sotto la sola pressione economica, senza che fosse stato necessario spostarla con la forza?
La risposta risiede in un paradosso: il capitalismo si è sviluppato in Cina in gran parte perché si è costruito su basi socialiste. Per comprenderlo, occorre esaminare la ricomposizione dei rapporti tra città e campagna, nonché la ridefinizione dei legami del Paese con il capitalismo mondiale.
Quando nel 1978 la Cina avviò le riforme economiche, tuttora in corso, era uno dei paesi più egualitari al mondo. Secondo l’indice di Gini, oggi è una delle grandi potenze più disegualitarie. Il destino della sua classe operaia è al centro di questa rivoluzione – o, più precisamente, di questa controrivoluzione –, poiché il Partito Comunista Cinese ha fatto dello sviluppo economico, piuttosto che dell’uguaglianza, la sua priorità assoluta.
La formazione della classe operaia cinese
Sia la formazione che la disgregazione della classe operaia cinese sono andate di pari passo con quelle del contadino. Marx riteneva che il comunismo avrebbe abolito l’opposizione tra città e campagna. Eppure, l’industria socialista dell’era maoista, proprio come le megalopoli in rapida espansione di oggi, è stata costruita su un entroterra impoverito.
È stato proprio il diverso rapporto dei contadini e dei lavoratori urbani con la terra e il lavoro a consentire allo Stato di organizzare un trasferimento continuo di risorse dalle campagne alle città, dapprima per sostenere la manodopera industriale sotto il socialismo di Stato, poi per sovvenzionare il capitale globale dopo la svolta della Cina verso il capitalismo di Stato negli anni ’90. È proprio l’evoluzione di questo rapporto che permette di comprendere la sorprendente – e di una rapidità sbalorditiva – trasformazione della Cina, nonché le sue ripercussioni globali.
A differenza dell’Inghilterra, la Cina non ha avuto bisogno né di un capitalismo agrario né della conseguente espropriazione dei contadini per avviare il proprio sviluppo industriale. Paradossalmente, il capitalismo si è sviluppato in Cina in gran parte perché si è costruito su basi socialiste. Ancora oggi continua a essere sovvenzionato da varie eredità del socialismo, a loro volta spesso radicate in istituzioni di parentela risalenti al passato imperiale. E poiché la Cina occupa un posto centrale nell’industria manifatturiera mondiale, questa sovvenzione socialista va a vantaggio degli attori economici di tutto il pianeta, consentendo ai consumatori di acquistare di più e a un costo inferiore rispetto a quanto potrebbero altrimenti, accelerando così la distruzione dell’ambiente da cui dipende la nostra esistenza.
Il confronto con l’Inghilterra mette in luce, in particolare, il ruolo determinante delle diverse forme di proprietà pubblica dei terreni rurali e urbani nella Repubblica Popolare Cinese. Infatti, non c’è mai stata un’unica Repubblica Popolare Cinese: sono sempre esistiti, almeno, due popoli, se non addirittura due repubbliche in senso stretto. A partire dalla collettivizzazione dell’agricoltura, seguita alla riforma agraria dei primi anni ’50, ogni appezzamento e ogni individuo sono classificati, dal punto di vista giuridico e amministrativo, come urbani o rurali. A differenza delle altre nazioni socialiste, la Cina non ha mai espropriato la sua popolazione contadina nazionalizzando l’insieme dei terreni. Distingue sempre due forme di proprietà pubblica: i terreni urbani di proprietà dello Stato e i terreni rurali, di proprietà delle collettività che li coltivano.
Lasciare ai contadini la proprietà dei terreni che coltivavano ha fornito una giustificazione ideologica per affidare loro il compito di provvedere autonomamente al proprio sostentamento e alla propria protezione sociale. Parallelamente, la Cina si è ispirata al modello sovietico per creare un’industria pesante nazionale. In mancanza di accesso ai capitali stranieri, lo Stato ha prelevato risorse dalle campagne per creare, nelle città, unità produttive d’élite che hanno assunto la forma di imprese statali. È così che si è inizialmente forgiata la classe operaia cinese, con una differenza fondamentale: mentre la classe operaia inglese costituiva un proletariato industriale subordinato, la manodopera delle imprese statali rappresentava una classe privilegiata, una sorta di aristocrazia operaia socialista. A differenza dei contadini, questi operai urbani godevano di un posto di lavoro e di una copertura sociale garantiti a vita, finanziati dalle campagne.
La trasformazione della popolazione contadina cinese
Per mantenere questo regime e tenere i contadini – letteralmente – al loro posto, la Repubblica Popolare Cinese ha istituito nel 1955 un rigido sistema di registrazione delle famiglie (hukou). Si trattava essenzialmente di un sistema di caste sancito dalla legge, che subordinava al luogo di residenza tutta una serie di prestazioni pubbliche, dalle razioni alimentari all’istruzione, passando per l’assistenza sanitaria. In questo regime di segregazione tra città e campagna, essere classificati come «contadini» (nongmin), piuttosto che come «operai» (gongren), non significava solo portare un’etichetta sociale, ma anche ricoprire uno status giuridico e amministrativo. Soprattutto, una volta stabilito, il luogo di residenza registrato era praticamente impossibile da modificare e si trasmetteva alla discendenza attraverso la linea materna, trasformando così la povertà rurale in una condizione ereditaria. A differenza dell’Inghilterra, le basi dell’industrializzazione non furono poste espropriando i contadini delle loro terre, ma legandoli a esse. Quella che prima era una classe contadina composta da piccole aziende agricole fu feudalizzata.
È un fatto noto, ma spesso dimenticato: la trasformazione economica della Cina post-Mao è iniziata nelle campagne, con riforme agricole seguite da un’industrializzazione rurale. È stato proprio lo spettacolare boom dell’imprenditoria rurale, dagli anni ’80 fino alla metà degli anni ’90, a far uscire milioni di contadini dalla povertà e a trainare l’eccezionale crescita del Paese in quel periodo. In un ribaltamento di situazione, gli anni successivi hanno visto le campagne stagnare mentre le città prendevano largamente il sopravvento e megalopoli scintillanti venivano a delineare l’orizzonte del nuovo millennio. Tuttavia, durante i primi due decenni dell’era delle riforme, quando gli osservatori stranieri parlavano del «miracolo economico cinese», in realtà si riferivano a una rivoluzione industriale rurale, e non all’economia cinese nel suo complesso.
Le riforme economiche del 1978 miravano innanzitutto a ridurre la povertà rurale. A ogni nucleo familiare è stato assegnato un diritto di uso temporaneo su un piccolo appezzamento, nonché il diritto di vendere tutto ciò che produceva oltre la quota assegnata. Sebbene i terreni rurali fossero rimasti di proprietà collettiva, questa modesta riforma ha dato vita a un mercato – seppur limitato – per i prodotti agricoli. Contemporaneamente è emersa una nuova industria rurale, organizzata in cooperative rurali, note come «imprese di borghi e villaggi» ( Township and Village Enterprise, note con l’acronimo di TVE).
Il successo fulmineo delle TVE viene spesso attribuito a una nascente “liberalizzazione” dell’economia, come se esse incarnassero lo spirito del capitalismo, sorto spontaneamente dal suolo cinese. Le prime riforme rurali rientrano tuttavia nello sviluppo socialista: in quanto forma autoctona di impresa pubblica locale, le TVE hanno trasformato quello che era stato un bene comune agricolo in un bene comune industriale.
L’espansione delle TVE negli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90 ha rapidamente ridotto il divario nel tenore di vita tra contadini e cittadini. Ma ciò ha anche aumentato la pressione sul settore pubblico urbano, sempre più in difficoltà. A metà degli anni ’90, lo Stato ha compiuto una svolta decisiva, abbandonando la riforma rurale a favore di quella urbana, privilegiando il capitalismo di Stato industriale a scapito dell’industria rurale collettivizzata. Sono proprio questo capitalismo di Stato e gli spettacolari paesaggi urbani che esso ha plasmato a fungere oggi da vetrina della Cina nei media internazionali.
Il declino della classe operaia cinese
Lo Stato ha avviato una nuova ondata di riforme urbane, ridefinendo i propri rapporti giuridici sia con il capitale che con la manodopera industriale. In virtù di una nuova legge sulle società entrata in vigore nel 1994, le imprese statali sono state trasformate in società di diritto privato. Pur rimanendo azionista di maggioranza, lo Stato ha fatto ricorso a capitali internazionali per trasformare le proprie imprese in società a scopo di lucro. Quanto ai dipendenti delle imprese statali, che non possedevano terreni, sono stati privati del loro principale diritto socialista: la sicurezza del posto di lavoro a vita. È stata proprio questa mercificazione del lavoro industriale, definita «rompere la ciotola di riso di ferro», a segnare la fine della classe operaia cinese come strato socialista privilegiato e ad avviare la sua trasformazione in un proletariato urbano ordinario, simile a quello descritto da Thompson.
Tuttavia, soprattutto dopo l’adesione della Cina all’Organizzazione mondiale del commercio nel 2001, le sue città sono state inondate da capitali stranieri e la manodopera urbana non è più stata sufficiente. Le campagne, dal canto loro, pullulavano di contadini disoccupati o sottoccupati. Un’ondata di manodopera migrante ha quindi affluito in numero sempre crescente verso le città. Lo smantellamento delle imprese statali è stato a sua volta accompagnato da una mercificazione dei terreni urbani destinati all’edilizia residenziale e alla promozione immobiliare privata – un processo che ha alimentato una gigantesca bolla immobiliare che oggi minaccia l’economia cinese. Da quando gli alloggi e gli altri beni di prima necessità sono diventati accessibili sul mercato, i contadini hanno potuto stabilirsi in città senza essere registrati come residenti. Rimangono cittadini di seconda classe, esclusi da gran parte dei benefici riservati ai residenti urbani registrati. Fanno quindi la spola tra il luogo di lavoro e il loro villaggio, contando sempre sui terreni che le loro famiglie continuano a coltivare per provvedere al proprio sostentamento nel caso in cui perdano il lavoro, non vengano pagati o subiscano un infortunio.
La chiave di questa manodopera cinese, considerata “a basso costo”, risiede nella natura ibrida dei suoi lavoratori migranti. Durante il socialismo, lo Stato prelevava il frutto del lavoro dei contadini. Oggi è il capitale urbano ad appropriarsi dei contadini più qualificati – certamente in modo temporaneo e a rotazione, mentre i loro villaggi continuano a garantirne il sostentamento. I lavoratori migranti costituiscono in realtà un esercito di riserva di manodopera che si fa carico dei costi della propria riproduzione – proprio come, ad esempio, gli immigrati privi di documenti negli Stati Uniti. È proprio la dipendenza permanente di questi lavoratori dal sostegno dei propri cari rimasti in campagna che permette ai datori di lavoro urbani di versare loro salari irrisori. La questione non è quindi come questi migranti siano sfuggiti all’espropriazione, a differenza del proletariato industriale inglese: è proprio perché rimangono proprietari di terre che il capitalismo di Stato cinese può sfruttarli.
La scomparsa della popolazione contadina cinese
Dopo la prima commercializzazione dei terreni urbani negli anni ’90, la recinzione dei terreni rurali ha assunto soprattutto la forma di un assorbimento dei villaggi periurbani da parte delle città vicine. L’attuale ondata di recinzioni mira a trasformare le campagne stesse. L’obiettivo dello Stato è quello di raggruppare i terreni agricoli in grandi aziende agricole industriali e di ricollocare i contadini sfollati in contesti urbani, in particolare nelle «città nuove» (xincheng) costruite appositamente a questo scopo. Per raggiungere questo obiettivo, i terreni rurali diventano a loro volta merce: i membri delle cooperative rurali sono ora autorizzati a cedere il diritto di uso dei propri terreni a terzi, comprese le imprese dell’agroindustria. Ufficialmente, le famiglie possono cedere solo il diritto di uso dei propri appezzamenti – fatte salve alcune autorizzazioni e restrizioni relative alla destinazione d’uso del suolo. Il Partito può così continuare ad affermare che tutti i terreni rimangono di proprietà pubblica. L’accorpamento degli appezzamenti familiari in aziende agricole industriali assume così l’apparenza di transazioni commerciali liberamente consentite, ma di fatto queste sono spesso imposte, «facilitate» dall’intervento dei funzionari. Con l’avvento dell’agroindustria, anche le campagne si integrano nel capitalismo di Stato cinese e cessano di essere l’«altro» rurale.
Da quando è entrata a far parte dell’OMC, la Cina non manca più né di capitali né di manodopera: i primi affluiscono dai mercati mondiali, la seconda dalle campagne. Ciò di cui ha ora maggiormente bisogno per sostenere la propria crescita sono i mercati di sbocco, anche sul proprio territorio. Il problema della manodopera migrante è che la sua proletarizzazione rimane parziale. Dipende dal capitale per il proprio salario, ma finché può fare affidamento su un’agricoltura di sussistenza, non ne dipende esclusivamente. Inoltre, non solo i contadini rimangono in parte indipendenti dai mercati, ma la loro precarietà economica e sociale li spinge a risparmiare ogni centesimo, tanto che consumano ancora meno di quanto farebbero altrimenti. Sono, in sintesi, lavoratori di primo ordine ma consumatori di secondo ordine. La mercificazione del lavoro industriale ne ha già fatto un esercito di riserva di manodopera. Con l’ingresso dei terreni rurali nel mercato, potrebbero anche diventare un esercito di riserva di consumatori: dipendenti dal capitale per la loro sopravvivenza, non avrebbero altra scelta che acquistare tutto ciò di cui hanno bisogno. La recinzione delle campagne cinesi completa così la proletarizzazione della popolazione contadina.
I limiti dello sviluppo nell’era del capitale cinese
Le conseguenze della recinzione delle campagne vanno ben oltre i confini cinesi. Cosa accadrà quando il capitalismo di Stato cinese non potrà più contare sul sostegno rappresentato dai lavoratori migranti provenienti dalle campagne? Marx vedeva nell’accumulazione primitiva l’equivalente, in economia, del «peccato originale» dei teologi. La rivoluzionaria socialista polacco-tedesca Rosa Luxemburg sosteneva invece che nemmeno un capitalismo giunto a maturità può produrre plusvalore dal nulla – non è alchimia, dopotutto. Per riprodursi come sistema, il capitalismo deve perseguire senza sosta l’accumulazione primitiva, e per farlo ha sempre bisogno di un «esterno» diseguale da cui attingere risorse.
Mentre il «nuovo movimento delle recinzioni» prosegue, il capitale cinese – sia pubblico che privato – cerca sempre più di investire all’estero, ad esempio in progetti estrattivi in Africa. Con le Nuove Vie della Seta, la Cina estende ulteriormente i propri investimenti. A corto di terreni da recintare e di popolazioni da espropriare sul proprio territorio, anche il capitale cinese si sta globalizzando e sta tessendo catene di produzione incentrate sulla Cina, dall’Oceano Indiano all’America Latina. Da qui sorge la domanda: quali sono i limiti planetari del capitalismo?
Comprendere l’ascesa e il declino della classe operaia cinese è quindi indispensabile per riflettere sul futuro del capitalismo. Siamo sommersi da informazioni sulla Cina, ma avremo grandi difficoltà a dar loro un senso se non riusciremo a inserirle in un contesto più ampio, al tempo stesso strutturale, storico e globale. Comprendere meglio il ruolo centrale della Cina nel capitalismo avanzato ci costringerà a ripensare il nostro rapporto con il lavoro e la terra, con la produzione e la natura e, in ultima analisi, con il futuro del pianeta su cui viaggiamo attraverso lo spazio e il tempo.
Note
- Chun Peng, Rural Land Takings Law in Modern China: Origin and Evolution, Cambridge, Cambridge University Press, 2018.
- E. P. Thompson, La formazione della classe operaia inglese, Milano, PGreco, 2026 (1988).
- Karl Marx, Il capitale, libro I, sezione VIII, «L’accumulazione primitiva», in particolare il capitolo «L’espropriazione della popolazione rurale».
- In uno studio di riferimento, Zhang Yulin, sociologo dell’Università di Nanchino, stima che in meno di un quarto di secolo la Cina abbia recintato una superficie di terra 3,4 volte superiore a quella recintata dalla Gran Bretagna in quattro secoli di recinzioni. Zhang Yulin, «认识中国的圈地运动» [Comprendere il movimento di recinzione in Cina], 中国乡村发现 (Zhongguo xiangcun faxian), 2014, n. 3.