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In Francia, il dibattito sul debito si è riaperto con grande clamore dall’estate, quando Jean-Luc Mélenchon e il suo partito La France Insoumise hanno reinserito nel loro programma la proposta di cancellare la quota del debito pubblico francese detenuta dall’Eurosistema tramite la Banca di Francia. I conservatori di ogni orientamento ne parlano in termini molto negativi. Questa proposta, che nessuno tra i suoi sostenitori ha l’ingenuità di ritenere possa risolvere da sola la spinosa equazione delle finanze pubbliche francesi, presenta tuttavia diversi meriti che vale la pena di approfondire. Non occorre essere in sintonia con LFI per comprendere che si tratta di un potente strumento concettuale per mettere in discussione e ripensare il quadro delle finanze pubbliche e quello delle banche centrali.

Per comprendere il problema del debito pubblico bisogna andare oltre il contesto nazionale

Questo approccio invita a mettere in discussione le modalità di finanziamento degli Stati e la sostenibilità del loro debito contratto sui mercati finanziari. Vengono così messi in luce i fattori chiave che lo influenzano, come la valuta in cui il debito viene emesso. Infatti, l’euro non è il dollaro: i 21 Stati dell’area dell’euro emettono ciascuno il proprio debito, mentre negli Stati Uniti il debito sovrano è emesso esclusivamente dallo Stato federale. Occorre inoltre tenere conto della profondità del mercato in cui il debito viene negoziato, nonché dei suoi detentori, tra cui la Banca centrale. La Banca centrale europea non detiene la stessa quota della Banca centrale del Giappone, ad esempio. Ciò invita quindi a esaminare questi parametri, non limitandosi al caso francese, ma in una prospettiva europea e internazionale.

La proposta di annullamento non è inoltre fine a se stessa, ma acquista valore soprattutto per la gamma di opzioni monetarie di cui fa parte e che invita a mettere in campo. In un modo o nell’altro, le banche centrali di tutto il mondo entreranno nell’equazione delle finanze pubbliche. Si presentano loro diverse opzioni. Alcune riprenderanno le operazioni di acquisto di titoli pubblici che avevano condotto a seguito delle crisi finanziarie e sanitarie. La maggior parte lo sta già facendo, come la Federal Reserve statunitense o la Banca del Giappone (BoJ); ma non è il caso, ad esempio, della BCE o della Banca d’Inghilterra. Altre banche centrali sceglieranno di proteggere o di rinunciare ai crediti che detengono ancora nei confronti degli Stati. Oppure, alcune opteranno per l’ampliamento del proprio arsenale di strumenti, spingendosi forse fino all’emissione di sussidi monetari per aprire una fonte duratura di finanziamento degli investimenti, che né il mercato né lo Stato coprono. A mali estremi, estremi rimedi, con la differenza che né gli Stati né la società civile hanno il controllo su questa gamma di opzioni. Questi diversi scenari mettono quindi in discussione il potere delle banche centrali, quello della moneta che creano dal nulla e che la loro governance non contribuisce affatto a mettere al servizio del bene comune.

Pedagogia del debito: la banca centrale, un creditore singolare

Il primo merito della proposta di annullamento è di natura pedagogica. Essa obbliga, in una fase preliminare, a rispondere a questioni troppo spesso tenute fuori dal dibattito democratico – vale a dire quella del finanziamento degli Stati e della scelta dei mercati, anziché delle rispettive banche centrali, come fonte di finanziamento. Ciò porta anche a interrogarsi sull’utilità del debito pubblico – consente di investire o di rimborsare il debito pregresso? – e su chi ne sia il detentore. O ancora, quella della gestione dei crediti a seconda degli attori: le banche centrali gestiscono i propri crediti come farebbero gli investitori privati?

È sui mercati finanziari che gli Stati finanziano i propri disavanzi. Il cosiddetto debito sovrano corrisponde al saldo cumulativo dei prestiti contratti per finanziare i disavanzi pubblici. In Europa, è stato nel 1993, con la ratifica del Trattato di Maastricht, che è stato sancito il divieto di finanziamento monetario degli Stati da parte delle banche centrali, in quanto ciò li renderebbe onerosi e comporterebbe un rischio inflazionistico. Da allora, gli Stati si finanziano emettendo titoli di debito che gli investitori acquistano valutando il rischio e il rendimento che questi comportano per il loro portafoglio. Gli investitori accettano che un titolo di debito pubblico abbia un rendimento modesto, se lo ritengono sufficientemente sicuro. In caso contrario, esigono un tasso d’interesse più elevato. Gli Stati emittenti sono valutati come le imprese e si adoperano costantemente per rendere il proprio «debito» attraente dal punto di vista dei mercati, il che implica l’adozione di politiche apprezzate dagli investitori. La politica di bilancio degli Stati e le spese che ne derivano sono così soggette alla pressione dei mercati. 

Gli Stati «rinnovano il proprio debito», il che significa che rimborsano i prestiti precedenti con nuovi prestiti. Poiché il mercato non è un pozzo senza fondo: più il debito da rifinanziare è ingente, più i nuovi prestiti servono in gran parte a rimborsare quelli accumulati, piuttosto che a investire nel futuro. Di norma, gli acquirenti di titoli di debito sovrano sono soprattutto banche, insieme ai loro clienti risparmiatori, assicuratori, fondi o gestori patrimoniali. Tuttavia, nell’ambito delle misure adottate per gestire le crisi – quella finanziaria del 2007-2008 e poi quella sanitaria del 2020-2021 –, le banche centrali hanno acquistato in modo massiccio titoli di debito pubblico. Sono così diventate creditrici degli Stati. Le banche centrali dell’Eurosistema hanno detenuto fino a circa un terzo del debito in essere. Si osserva un picco nel 2022, seguito da un calo progressivo a partire dal 2023, fino a circa un quarto 1. Si sono ben guardate dal presentare queste operazioni come un aiuto agli Stati – come impone l’articolo 123 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE). Tali operazioni hanno tuttavia permesso di abbassare i tassi dei prestiti sovrani, portandoli a un livello prossimo allo zero o addirittura negativo, durante la crisi sanitaria. Purtroppo, gli Stati non ne hanno approfittato per investire, in particolare nella transizione ecologica. 

Tuttavia, la banca centrale non è un creditore ordinario, ma è piuttosto paziente e pragmatica. Mantiene i propri titoli a lungo, spesso fino alla scadenza. Non li rivende alla minima incertezza, anzi, poiché è la custode della stabilità monetaria e finanziaria. Il debito iscritto nell’attivo di una banca centrale è quindi al riparo. Ne deriva un effetto di immunità sull’onere degli interessi, che aumenta in misura tanto minore con l’aumentare del livello del debito, quanto maggiore è la quota detenuta dalla banca centrale. 

Se il debito giapponese ha potuto raggiungere il 250% del PIL senza che la sua sostenibilità fosse messa in discussione, è proprio perché la BoJ deteneva più della metà del debito pubblico in essere (fino al 53% nel 2023). Grazie a questa quota elevata, il tasso di interesse sul mercato del debito giapponese è rimasto a lungo insensibile all’aumento del debito 2. È stato proprio quando la BoJ ha iniziato a ridurre i propri acquisti di titoli di Stato a partire dall’agosto 2024 (con la sua quota di detenzione del debito scesa al di sotto del 50%) che è iniziato l’aumento dei tassi sovrani giapponesi. In due anni, il Giappone è così passato da decenni di tassi quasi pari a zero a livelli dei tassi a lungo termine che non si registravano dalla metà degli anni ’90. Nel settembre 2026, il tasso a 10 anni ha raggiunto il 3,06% – un livello mai visto dal 1996 – e quello a 30 anni il 4,12%. Sotto la pressione di questo rialzo dei tassi a lungo termine e per evitare di alimentare la sfiducia dei mercati, nel giugno 2026 la BoJ ha annunciato di sospendere la riduzione dei propri acquisti a partire dall’aprile 2027, stabilizzandoli intorno ai 2.000 miliardi di yen al mese. Ciò non ha tuttavia permesso di contenere immediatamente l’aumento dei tassi a lungo termine. Bisognerà attendere. Quel baluardo di immunità che rappresentava la forte posizione della BoJ per la sostenibilità del debito richiederà probabilmente del tempo per ricostituirsi.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, anche il mercato dei titoli del Tesoro americano ha risentito del fatto che le banche centrali estere detengono ormai solo circa il 23% del debito statunitense, contro oltre il 34% della metà degli anni 2010. Questa erosione, che riflette soprattutto le scelte delle banche centrali cinese, russa e giapponese, rende tali istituzioni più sensibili all’aumento del debito in essere e contribuisce quindi al rialzo dei tassi a lungo termine – 5,24% a settembre 2026, il livello più alto dal 2007.

La proposta di cancellazione – che, va ricordato, riguarda solo la quota del debito pubblico detenuta dalle banche centrali dell’Eurosistema – trova quindi la sua legittimazione nello status particolare della banca centrale in quanto creditore e istituzione pubblica. Essa non è soggetta ai vincoli di bilancio di un creditore ordinario: è infatti creando moneta centrale che finanzia i propri acquisti. E anche quando lo Stato ne è azionista, dal punto di vista contabile e istituzionale la banca centrale se ne distingue, poiché appartiene al settore delle società finanziarie e non a quello delle amministrazioni pubbliche. Aggiungiamo inoltre che non esiste un bilancio consolidato tra lo Stato e la banca centrale. Nulla obbliga quindi lo Stato a salvare la banca centrale in caso di perdite (salvo espressa disposizione di legge), poiché quest’ultima può operare con fondi propri negativi. 

Queste disposizioni rendono possibile, almeno dal punto di vista tecnico, l’annullamento totale o parziale dei crediti che le banche centrali dell’Eurosistema detengono nei confronti degli Stati dell’area dell’euro. La perdita che ne deriverebbe non impedirebbe loro di funzionare e non comporterebbe in alcun modo l’obbligo di ricapitalizzarle. Certo, gli Stati azionisti non percepirebbero più dividendi se non ci fossero più utili, ma questa situazione esiste già, dato che negli ultimi anni le banche centrali hanno registrato perdite nei propri bilanci 3. Inoltre, la perdita di entrate sarebbe minore per gli Stati, poiché non dovrebbero più pagare gli interessi sui debiti cancellati. E soprattutto, le somme cancellate consentirebbero agli Stati dell’eurozona di contrarre nuovi prestiti per un importo equivalente da investire nella transizione ecologica e nella riduzione delle dipendenze strategiche (energie rinnovabili, digitale, difesa, …). Estesa all’intera zona euro, l’operazione riguarderebbe somme dell’ordine di 3.000 miliardi di euro, sufficienti a pianificare almeno sei anni di investimenti pubblici per colmare il deficit evidenziato nel rapporto Draghi. Il deficit di investimenti è quantificato in circa il 5% del PIL, di cui solo la metà è sufficientemente redditizia da poter essere finanziata dal settore privato. 

Gestire il debito e investire: due questioni strettamente legate

È qui che emerge un secondo pregio della proposta di annullamento, nel collegamento tra due questioni spesso considerate separatamente: la gestione del debito e il finanziamento degli investimenti richiesti dalla trasformazione ecologica e strategica. Quest’ultima sfida si pone sia in Francia che presso i suoi partner europei, e ancor più ovunque la pressione sulle finanze pubbliche sia pari a quella sui bisogni di investimento. La proposta di cancellazione non mira a fornire uno strumento di stabilizzazione di bilancio – ovviamente non sarebbe sufficiente a tal fine –, ma a dare il via agli investimenti di cui l’Europa ha bisogno. 

Anziché ricorrere a epiteti inappropriati dal tono futile (“è illusorio”, «non ha senso», «è stupido», «irresponsabile») o controargomentazioni infondate, i detrattori della proposta potrebbero più giustamente sottolinearne il carattere eccezionale e non duraturo. Infatti non è il panico dei mercati a destare preoccupazione, nella misura in cui i creditori privati non ne sarebbero coinvolti. Né vi è un rischio di inflazione, poiché la rinuncia al credito non crea moneta, ma evita una distruzione monetaria – la differenza è sostanziale. E anche in caso di creazione di moneta, il nesso empirico tra la quantità di moneta centrale («base monetaria») e l’inflazione non ha assolutamente nulla di meccanico. Quanto all’argomento più sottile della conseguente mancanza di risorse per la banca centrale, che le impedirebbe di remunerare le riserve delle banche – il che, si dice, danneggerebbe la gestione della politica monetaria –, è altrettanto infondato. Questa giustificazione trascura infatti il fatto che la banca centrale non remunera le riserve delle banche attingendo a risorse preesistenti, ma creando moneta centrale. E ciò rappresenterebbe una creazione di moneta centrale senza un credito esigibile in contropartita; in altre parole, si tratta di una sovvenzione monetaria che non dice il proprio nome 4. Infine, un ultimo punto riguardante la legalità: qualora la banca centrale ritenesse l’operazione utile e conforme ai propri compiti di stabilità monetaria e finanziaria, nulla le impedirebbe, secondo i sostenitori della proposta, di rinunciare al proprio credito. Tale interpretazione è tuttavia respinta dalle istituzioni interessate: la presidente della BCE, Christine Lagarde, ha ritenuto che una simile cancellazione violerebbe l’articolo 123 del TFUE, mentre il governatore della Banca di Francia l’ha definita illegale.

La proposta di annullamento non è comunque una panacea, ma il suo punto debole non risiede in queste controargomentazioni che ostacolano lo spirito di analisi. Risiede altrove. Da un lato, nella configurazione dei livelli dei tassi di interesse, ben diversa da quella della pandemia del 2020-2021. Ricontrarre le somme cancellate all’attuale livello dei tassi sovrani – intorno al 4% per gli Stati dell’eurozona, con differenziali significativi, fino a 146 punti base all’inizio di ottobre 2026, tra il tasso a 10 anni dell’OAT francese e del Bund tedesco – sarebbe sicuramente più difficile rispetto al livello minimo prevalente per tutti durante la crisi sanitaria, momento in cui questa proposta era stata difesa con ardore. Non bisogna tuttavia dimenticare che è proprio a questo livello più elevato di tassi che gli Stati dell’eurozona rifinanzieranno comunque il proprio debito. Sarebbe quindi meglio contrarre prestiti per investire nel futuro grazie all’operazione di cancellazione, piuttosto che per rimborsare soprattutto il debito pregresso. 

Tuttavia, sebbene la misura di annullamento consentirebbe solo di avviare l’investimento, senza aprire una fonte di finanziamento duratura – e questo è forse il controargomento più serio a sfavore di tale operazione –, essa non rappresenta comunque l’unica opzione monetaria possibile. Ne esistono altre con cui può essere combinata. 

Offrire una vasta gamma di opzioni grazie alla cancellazione

Ecco quindi un terzo pregio della proposta di annullamento, che non risiede tanto nel suo valore intrinseco, quanto piuttosto in ciò che essa permette di mettere in luce. La proposta apre infatti una serie di opzioni, che integrano in misura più o meno marcata la politica monetaria e quella di bilancio, al fine di finanziare al meglio la trasformazione economica. 

Il quantitative easing, già ampiamente sperimentato dalle banche centrali, si colloca all’inizio di questa gamma. Gli acquisti di titoli di debito pubblico hanno facilitato il finanziamento degli Stati, dopo la crisi finanziaria e durante la crisi sanitaria, facendo scendere i tassi sovrani. Tali misure potrebbero essere riattivate nell’ambito di programmi che combinino riacquisti garantiti dalla banca centrale e prestiti pubblici contratti per investire nella transizione ecologica e nell’autonomia strategica. I programmi potrebbero riguardare anche titoli privati e non solo pubblici. Un aspetto positivo da sottolineare è che gli investimenti pubblici e privati aumenterebbero di conseguenza. Ma ciò comporta anche due rischi: il primo è l’aggravarsi delle disuguaglianze, poiché i detentori di titoli sarebbero i principali beneficiari di queste operazioni; il secondo è un aumento dell’instabilità finanziaria, poiché tali operazioni fanno salire i prezzi degli attivi e contribuiscono alla formazione di bolle speculative.

Come la BoJ, la maggior parte delle banche centrali non ha potuto rinunciare a lungo ai propri programmi di acquisto di titoli. A partire dal dicembre 2025, la Federal Reserve statunitense ha persino ripreso gli acquisti fissi di titoli del Tesoro con scadenza inferiore a un anno («Reserve Management Purchases») per aiutare le banche a ricostituire le proprie riserve di moneta centrale e allentare la tensione sul mercato del debito statunitense. Il bilancio della Fed ha così ripreso a crescere sin dalla fine del suo quantitative tightening, il 1° dicembre 2025. 

L’unica eccezione è rappresentata dalla BCE e dalla Banca d’Inghilterra, che continuano a ridurre il proprio bilancio e non sostengono più il mercato del debito con acquisti definitivi. Ma probabilmente non per molto: senza un mandato da parte degli Stati (poiché le banche centrali sono indipendenti) e senza mai giustificare come tali le loro operazioni di acquisto di titoli, le banche centrali ricorreranno nuovamente a tali misure se l’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato dovesse proseguire. Se finora la ripresa di tali operazioni è stata dettata da una strategia difensiva volta a contenere le tensioni sul mercato del debito, essa potrebbe ora inserirsi in una strategia più offensiva volta a facilitare gli investimenti pubblici e privati necessari alla transizione ecologica e all’autonomia strategica.

Tra le opzioni disponibili figurano anche altre misure, come la mutualizzazione del debito pubblico tramite l’emissione di Eurobond, la disindicazione dei prestiti sovrani dall’inflazione o, ancora, la gestione della scadenza del debito – ovvero il suo allungamento quando i tassi a lungo termine sono bassi. Occorre tuttavia sottolinearne i limiti. Tali misure renderebbero certamente meno oneroso il debito esistente, ma non creerebbero nuove capacità di investimento.

Tra queste opzioni, l’emissione di euro-obbligazioni, o «eurobond», incontra ancora le resistenze dei paesi dell’eurozona, attenti alla stabilità di bilancio. La Germania, ad esempio – che nel marzo 2025 ha riformato il proprio freno all’indebitamento per finanziare diversi piani di investimento nei settori della difesa, dell’energia e delle infrastrutture – potrebbe finire per trovare vantaggioso contrarre prestiti in comune con i propri partner. Ma è difficile immaginare come, in Europa, i mercati del debito possano integrarsi e approfondirsi come auspicato dalla Commissione europea nella sua strategia per l’Unione del risparmio e degli investimenti 5, se i ventuno Stati dell’area dell’euro continuano a emettere ciascuno i propri titoli. 

Un eurobond offrirebbe tuttavia agli investitori un titolo paragonabile al buono del Tesoro statunitense e rafforzerebbe il ruolo internazionale dell’euro. Il privilegio esorbitante che per lungo tempo ha permesso agli Stati Uniti di indebitarsi a costi inferiori ha certamente iniziato a erodersi. Ma il vantaggio rimane innegabile: se il mercato del debito sovrano statunitense rimane il più liquido al mondo, è perché è emesso esclusivamente dallo Stato federale, e non da ciascuno dei cinquanta Stati. Senza questo federalismo di bilancio, né il buono del Tesoro americano sarebbe diventato una quasi-moneta internazionale, né il dollaro la valuta chiave presente in tutti i portafogli internazionali. 

Allarghiamo ancora il quadro. Il congelamento o l’annullamento dei crediti pubblici iscritti nei bilanci delle banche centrali si collocano un po’ più in là. I crediti che le banche centrali detengono nei confronti degli Stati sono già in un certo senso «congelati», poiché le banche centrali li conservano generalmente fino alla scadenza. Congelarle equivarrebbe a trasformarle in debito perpetuo a tasso zero – il che, in un certo senso, non è più un debito, ma ne conserva il nome. Gli Stati troverebbero così un margine di manovra, poiché non dovrebbero né rifinanziare quella parte del debito, né pagare gli interessi. Tuttavia, tale margine sarebbe a priori inferiore rispetto a un’operazione di cancellazione, poiché il congelamento non estingue il credito (e quindi non modifica il rapporto debito/PIL). Senza subordinare il congelamento alla realizzazione degli investimenti necessari, l’operazione risulterebbe più incerta rispetto alla cancellazione condizionata per quanto riguarda il suo effetto di trascinamento sugli investimenti. Per questi motivi, la cancellazione si colloca un gradino più in alto nella gamma di opzioni. 

Ancora più in là nella gamma si colloca il finanziamento degli Stati tramite anticipi della banca centrale. Ciò che oggi è vietato dagli statuti della maggior parte delle grandi banche centrali è stato a lungo la principale modalità di finanziamento degli Stati. Tale modalità rimane attiva o attivabile in alcuni contesti, in particolare nel Regno Unito, dove il legame finanziario tra il Tesoro e la Banca d’Inghilterra è più forte che altrove. Reintrodurre, laddove è vietata, questa possibilità di anticipi della banca centrale allo Stato avrebbe il vantaggio di ridurre la dipendenza degli Stati dai mercati. Ma anche in questo caso occorre essere cauti: l’effetto sugli investimenti non sarebbe garantito; inoltre, nelle democrazie fragili in cui il potere sta assumendo caratteri sempre più autoritari, concedere questa agevolazione monetaria agli Stati non sarebbe privo di rischi. 

Il sussidio monetario: un’opzione sostenibile? 

All’estremità opposta dello spettro si trova un’altra proposta, che aprirebbe invece una fonte duratura di finanziamento pubblico degli investimenti: la sovvenzione monetaria 6. Questa proposta parte da una constatazione piuttosto controversa: le banche commerciali sono ampiamente sovvenzionate dalle banche centrali dell’Eurosistema 7, che remunerano al tasso della facilità di deposito le riserve in eccesso che vi depositano. Le banche centrali lo giustificano con il ruolo che il tasso della linea di deposito svolge oggi nella gestione dei tassi del mercato monetario. Ma è soprattutto l’aumento del livello delle riserve delle banche commerciali presso la banca centrale che, da un lato, ha ridotto la loro necessità di ricorrere a prestiti presso la banca centrale e, dall’altro, ha spostato la guida della politica monetaria dal tasso principale di rifinanziamento (REFI) al tasso della facilità di deposito. Man mano che le riserve in eccesso delle banche si ridurranno, il tasso REFI tornerà ad essere lo strumento di controllo che era in passato. Un modo per raggiungere questo obiettivo sarebbe aumentare i requisiti di riserva obbligatoria. Nel frattempo, le banche ci guadagnano, la collettività ci rimette.

D’altra parte, nulla impedirebbe tecnicamente di utilizzare questo stesso potere di sovvenzione in modo radicalmente più equo, reindirizzandolo verso strutture finanziarie dedicate. Queste ultime sovvenzionerebbero a loro volta gli investimenti indispensabili ma non redditizi, che il mercato non finanzierà mai. Si sottrarrebbe così una parte del finanziamento pubblico alla logica del mercato del debito: la banca centrale istituirebbe un sistema complementare e permanente di emissione di moneta pubblica, che consentirebbe di investire a debito costante – senza dover attendere, come nel caso della cancellazione del debito, una configurazione più favorevole dei tassi per poterlo attivare.

A livello macroeconomico, gli investimenti aumenterebbero quanto potrebbero, così come il debito pubblico, se i prestiti contratti fossero utilizzati per investire anziché per ripagare i debiti pregressi. Tale aumento avverrebbe tuttavia senza gli effetti anti-ridistributivi del debito pubblico di mercato, che avvantaggia strutturalmente chi lo detiene – vale a dire, i più abbienti. Una sovvenzione monetaria non presenterebbe questa distorsione: a parità di effetto di finanziamento, non aggraverebbe le disuguaglianze, non rafforzerebbe il capitalismo finanziario e contribuirebbe invece a trasformarlo, se non addirittura a superarlo.

Questa creazione di moneta avrebbe un effetto inflazionistico? È un’obiezione ricorrente. Si può tuttavia sostenere il contrario per diverse ragioni. Innanzitutto, la relazione causale tra massa monetaria e inflazione, di cui i monetaristi suppongono l’esistenza «sempre e ovunque», non regge alla prova dei fatti. Dall’inizio degli anni 2000 ad oggi, la massa monetaria è quadruplicata in Europa e quintuplicata negli Stati Uniti, senza che l’inflazione ne risentisse. Al contrario, del resto, gli anni 1990-2000 sono stati caratterizzati da una forte moderazione dell’inflazione, mentre quelli successivi alla crisi del 2007-2008 hanno fatto temere la deflazione. È solo all’indomani della crisi sanitaria che l’inflazione ha fatto la sua ricomparsa. Ciò non è dovuto tanto a un eccesso di moneta nell’economia reale quanto alle perturbazioni durature delle catene di produzione dopo la crisi sanitaria e all’aumento dei prezzi del gas e del petrolio a seguito della guerra in Ucraina. Più fondamentalmente, con la finanziarizzazione del capitalismo, le variazioni della massa monetaria si riflettono maggiormente nelle fluttuazioni dei prezzi degli attivi finanziari piuttosto che in quelle del livello generale dei prezzi. 

Una maggiore quantità di moneta in circolazione non comporta quindi automaticamente un aumento dell’inflazione, a meno che non si supponga che la creazione di moneta non risponda ad alcuna esigenza dell’economia – il che sembra essere un’ipotesi forte che presuppone il risultato monetarista che essa stessa cerca di dimostrare. In questo caso, l’emissione di sussidi monetari sarebbe destinata a spese di investimento nella transizione sociale, ecologica ed energetica (rinverdimento delle città, prevenzione delle inondazioni, riforestazione, riqualificazione energetica di scuole, ospedali, case di riposo, ecc.). Ciò sosterrebbe sia l’offerta che la domanda, aiuterebbe ad adattarsi al cambiamento climatico e a mitigarlo riducendo la nostra dipendenza dai combustibili fossili, riducendo così una delle attuali fonti di inflazione: quella derivante dal riscaldamento globale. 

Infine, se non si può escludere che questa moneta, creata senza un debito rimborsabile, finisca, nel corso della sua circolazione, per superare il fabbisogno che se ne ha, è opportuno tenere conto del possibile riflusso monetario. Da un lato, si tratta del riflusso o della distruzione monetaria prodotta spontaneamente dal pagamento delle imposte, nonché dall’inflazione. D’altra parte, si tratta della possibilità di aumentare tale riflusso attraverso microtasse finanziarie o ambientali per regolare quella frazione della massa monetaria. Ciò comporta anche l’attuazione di una politica monetaria attiva volta a ridurre il resto della massa monetaria.

Non c’è dubbio che, se le banche centrali lo ritenessero necessario e compatibile con il proprio mandato, potrebbero avvalersi di questa gamma di strumenti monetari e scegliere le misure da adottare. Tra tutte le opzioni menzionate, ad eccezione dei prestiti della banca centrale allo Stato esplicitamente vietati dall’articolo 123 del TFUE, nessuna è esplicitamente vietata dalla lettera dei trattati. Ovviamente, ciò non significa che adottarle non darebbe adito a accese discussioni con i giuristi dell’Eurosistema. Resta il fatto che nell’attuale schema di governance delle banche centrali dell’Eurosistema (e ciò vale anche a livello mondiale, dato che le banche centrali sono praticamente tutte indipendenti), nessuno può imporre loro la propria politica. Infatti, anche se l’indipendenza delle banche centrali non significa «né autonomia totale né neutralità politica» 8, il potere politico ha ben poca influenza sulla scelta dei loro strumenti. La società civile ancora meno. E se le banche centrali decidessero di inserire alcune di queste misure nel proprio arsenale, sorgerebbero immediatamente questioni di governance e, come minimo, una questione di coordinamento con i poteri pubblici. Più in generale, ciò solleverebbe immediatamente questioni relative alla condivisione della governance, aprendola alla società civile o ai suoi rappresentanti parlamentari, affinché la decisione che determina l’orientamento di tali misure sia effettivamente frutto di una scelta democratica.

Note
  1. Banca centrale europea, Discorso di apertura di Philip R. Lane, membro del Comitato esecutivo della BCE, al Government Borrowers Forum 2025
  2. Couppey-Soubeyran J., Faivre A., Coussin M., Kalinowski W. (2025), «Qui détient la dette publique ? Une question essentielle pour la viabilité», Istituto Veblen, 30 settembre 2026.
  3. Monnet É., Humann T. (2024), «Let les pertes des banques centrales : un défi autant politique que financier», in CEPII, L’économie mondiale 2025,Éditions La Découverte, collana «Repères», cap. VII.
  4. Couppey-Soubeyran J., «La BCE sovvenziona già le banche commerciali: perché non la transizione ecologica?», The Conversation, 29 settembre 2026.
  5. Commissione europea, «La Commissione presenta la strategia per l’Unione del risparmio e degli investimenti volta a migliorare le opportunità finanziarie per i cittadini e le imprese dell’UE», 19 marzo 2025.
  6. Couppey-Soubeyran, Delandre e Sersiron, Le pouvoir de la monnaie, Edizioni Les liens qui libèrent, 2024
  7. Cfr. le analisi di Paul De Grauwe e Yuemei Ji nel blog del CEPR: 9 gennaio 2023; 15 maggio 2023
  8. Monnet e Aguilar Pérez, 2026