A Metz, città natale di Robert Schuman, Leone XIV descrive un mondo in cui «i rapporti umani, e quelli tra gli Stati, sono sempre più barbari», in cui «il valore della parola data è disprezzato» e in cui «si fa piuttosto vanto della menzogna e dell’inganno». 

Di fronte al ritorno della guerra nel continente, che definisce un nuovo «massacro inutile», esorta i cittadini a «diffidare dell’illusione del riarmo». 

Difende l’eredità dei padri fondatori del progetto europeo, il rispetto dei trattati e la pazienza necessaria per il raggiungimento di «risultati concreti», in contrapposizione alla sete di dominio. Ritorna sul tema delle radici cristiane, ma senza farne un «criterio confessionale esclusivo». Rende omaggio a san Benedetto come a un altro padre dell’Europa, affermando che «senza questa base monastica, la civiltà europea così come la conosciamo non esisterebbe». 

Nel Medioevo, i Guelfi si schierarono al fianco del papa contro l’imperatore. Di fronte a nuovi imperi che calpestano il diritto e si nutrono di visioni messianiche o apocalittiche, il primo papa americano presenta qui la dottrina di un’Europa guelfa fondata sull’autorità, la dignità e la speranza piuttosto che sul potere. Pubblichiamo e commentiamo questo importante discorso.

Signor Presidente, Signor Cardinale,

Eccellenti autorità civili e religiose, 

Questa semplice formula di saluto protocollare, che riunisce le autorità civili e religiose, riveste un significato particolare a Metz. Annessa alla Germania nel 1871, la Mosella è stata esclusa dalla legge del 1905 sulla separazione tra Chiesa e Stato. È tuttora soggetta al Concordato del 1801, stipulato tra Bonaparte e Pio VII. Tale accordo, confermato dal Consiglio costituzionale nel 2013, prevede che lo Stato si faccia carico degli stipendi dei ministri di culto riconosciuti (cattolici, luterani, riformati ed ebrei). Prevede inoltre che il presidente della Repubblica nomini il vescovo di Metz (e l’arcivescovo di Strasburgo) con l’approvazione della Santa Sede; la sua nomina viene pubblicata sulla Gazzetta ufficiale. 

Signore e signori,

Sono molto lieto di trovarmi qui, in questa città storica, crocevia nel cuore del continente, per un incontro dal titolo evocativo: «Alle radici dell’Europa per la pace e l’unità». Vi ringrazio per le gentili parole che mi sono state appena rivolte.

L’espressione «radici dell’Europa» si riferisce al dibattito degli anni 2000, quando Giovanni Paolo II aveva chiesto, invano, che nella Costituzione europea fosse inserito un riferimento alle radici cristiane. Mentre questo tema era centrale per Benedetto XVI, Francesco lo ha affrontato con occhio più critico, allarmato dal suo tono «trionfalista». Nel 2016 aveva dichiarato a *La Croix* di temere il tono talvolta «trionfalista o vendicativo» di questo discorso, suscettibile di trasformarsi in «colonialismo». Riprendendo questa espressione, Leone XIV cerca di conciliare una richiesta identitaria con una visione di apertura verso la trascendenza che sta alla base dei valori comuni. 

Il titolo proposto si ispira senza dubbio alla figura del venerabile Robert Schuman, al quale desideriamo oggi rendere un omaggio speciale in questo centro che porta il suo nome, e soprattutto qui, nella Mosella, dove ha vissuto a lungo, dove riposa e di cui è stato a lungo rappresentante all’Assemblea nazionale. 

Schuman nacque nel 1886, in un’epoca in cui la Lorena faceva parte della Germania. Nel 1919 divenne cittadino francese e dal 1963 riposa nei pressi di Metz. La sua terra natale ha cambiato più volte appartenenza ed è proprio da questa esperienza dei confini che egli dichiarò di aver tratto ispirazione per la sua visione della riconciliazione. Nel 2021, la Chiesa gli ha conferito il titolo di «Venerabile», primo passo verso un’eventuale canonizzazione.

È proprio da questa regione, con le sue vicissitudini del XIX e del XX secolo, che ha tratto ispirazione per contribuire a plasmare l’Europa di oggi e di domani, attraverso la sua famosissima dichiarazione del 9 maggio 1950. Tale dichiarazione rappresenta al tempo stesso il punto di partenza e di arrivo del suo impegno per la riconciliazione e l’unità del continente europeo, che ha caratterizzato tutta la sua vita.

Oggi vogliamo intraprendere, con il pensiero, un viaggio che parte dalle radici dell’Europa, per arrivare al suo presente e volgere lo sguardo verso il futuro. E ci chiediamo in che modo Robert Schuman sia stato plasmato dalla storia di questa terra, di cui era figlio, e come abbia contribuito in modo determinante a plasmare l’Europa moderna, al punto da essere considerato uno dei suoi «padri fondatori».

Il termine «padri fondatori» indica tradizionalmente Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi (citato più avanti nel discorso), Jean Monnet e Robert Schuman. 

È sempre difficile dare una definizione dell’Europa, sia per il presente che per il passato. L’Europa ha progressivamente acquisito consapevolezza di sé nei periodi storici della civiltà ellenistica, dell’Impero romano e poi della diffusione del cristianesimo, integrando, nel corso del tempo, nuove culture quali, tra le altre, quelle germaniche e slave; fino a comprendere regioni sempre più vaste.

Il Papa sembra affermare che l’Europa progredisca attraverso successivi allargamenti, con la doppia eredità speculare ellenico-romana e giudaico-cristiana (che si potrebbe anche descrivere come ellenico-ebraica e romano-cristiana). Per il filosofo conservatore francese Rémi Brague, molto influente durante il pontificato di Benedetto XVI (Europa, la via romana), la civiltà europea e occidentale si definisce attraverso questa doppia discendenza o riconoscimento di debiti: il debito dei Romani verso la cultura greca che hanno adottato proprio mentre la Grecia era stata sconfitta politicamente, il debito del cristianesimo verso l’ebraismo attraverso la lettura della Prima Alleanza, la storia del popolo israelita, come profezia della Nuova Alleanza evangelica, anche se non ha sempre evitato lo scoglio ossimorico dell’antigiudaismo cristiano. 

L’Europa si configura quindi come una realtà culturale e storica prima ancora che geografica. Nel corso dei secoli ha assunto nuovi contorni e nuove definizioni, attraversando periodi di crescita, crisi profonde e nuove rinascite. Una costante, che si può individuare nel suo lungo e tumultuoso percorso storico, risiede nel fatto che l’Europa si è sviluppata e ha compiuto progressi quando ha saputo trarre vantaggio dagli aspetti positivi del proprio passato, e riproporli in forme nuove e creative grazie all’incontro con l’altro. La civiltà europea è, infatti, anche il frutto di incontri secolari, anche se questi non sono sempre stati facili. Basti pensare alla presenza della cultura araba nella penisola iberica, o all’espansione del Vecchio Continente nel Nuovo Mondo, che ha generato, a volte in modo doloroso, nuove sintesi nel continente americano.

«L’Europa secondo Schuman è un continente in cui si preferisce dialogare piuttosto che affrontarsi con le armi.»

Ma per comprendere questa lunga storia, non si può tralasciare un altro padre dell’Europa: san Benedetto, che il santo Papa Paolo VI proclamò suo Patrono nel 1964, definendolo «messaggero di pace, artefice dell’unione, maestro di civiltà» 1.

L’aiuto ai poveri, ai malati, agli anziani; l’istruzione dei bambini e le università; gli ospedali e la medicina; l’architettura e l’ingegneria; lo sviluppo delle scienze; il diritto e l’organizzazione delle città e degli Stati stessi: tante cose, in Europa, sono state profondamente influenzate da san Benedetto e dai suoi monaci! Senza questo terreno fertile monastico, la civiltà europea, così come la conosciamo, non esisterebbe. 

San Benedetto da Norcia (480-547), considerato il padre del monachesimo occidentale, è stato proclamato santo patrono d’Europa da papa Paolo VI nel 1964. Associando questo fondatore spirituale del VI secolo ai fondatori politici del XX, il papa propone una genealogia cristiana della civiltà europea. L’Europa ha infatti contato nel corso della storia diverse migliaia di monasteri che hanno adottato la regola benedettina (senza per altro appartenere necessariamente, in senso stretto, all’ordine di san Benedetto: come nel caso dei Cistercensi, ecc.) e che, come ha ricordato il cardinale Aveline, hanno svolto un ruolo fondamentale nella bonifica dei terreni e nello sfruttamento forestale, nel progresso delle tecniche agricole, ecc. 

Qui a Metz, grazie all’opera, tra gli altri, di san Chrodegang, si respirava uno spirito benedettino di fratellanza, comunione e condivisione. È da qui che il canto gregoriano si è diffuso nei territori carolingi, portando armonia e bellezza in tutto il continente.

Vescovo di Metz nell’VIII secolo, san Chrodegang diffuse il canto gregoriano in tutto l’Impero carolingio. Il canto gregoriano è posto sotto il patrocinio di papa san Gregorio I il Grande (590-604), quarto Padre maggiore della Chiesa d’Occidente e grande codificatore della liturgia romana, ma in realtà è posteriore a lui. 

Non si può quindi parlare dell’Europa senza menzionare il cristianesimo. Robert Schuman ne era ben consapevole quando affermò: «Il cristianesimo ha insegnato l’uguaglianza intrinseca di tutti gli uomini, figli dello stesso Dio, redenti dallo stesso Cristo, senza distinzione di razza, colore, classe o professione. Ha fatto riconoscere la dignità del lavoro e l’obbligo per tutti di dedicarsi ad esso. Ha riconosciuto il primato dei valori interiori che, soli, nobilitano l’uomo. La legge universale dell’amore e della carità ha fatto di ogni uomo il nostro prossimo, ed è su di essa che da allora si fondano i rapporti sociali nel mondo cristiano. 2» 

Rimasto celibe, Robert Schuman – che aveva esitato a entrare in convento prima di optare per la carriera forense – si distingue infatti per una vita estremamente austera e devota: partecipa alla messa ogni giorno, recita in privato la Liturgia delle Ore e si immerge nelle letture spirituali. Sembrava particolarmente vicino alla spiritualità benedettina e alla liturgia tridentina. Agli esordi della sua carriera politica, quando l’Alsazia-Mosella era parte dell’Impero tedesco, appariva anche molto vicino allo Zentrum, il grande partito confessionale del Centro cattolico. 

Un altro padre fondatore dell’Europa contemporanea, Alcide De Gasperi, fa eco a queste parole sottolineando «l’eredità europea comune», ovvero «quella morale unitaria che esalta la figura e la responsabilità della persona umana, con il suo slancio di fraternità evangelica, il suo rispetto per il diritto ereditato dagli antichi, il suo culto della bellezza affinato nel corso dei secoli e la sua volontà di verità e giustizia temprata da un’esperienza millenaria».

Cfr. Alcide De Gasperi, «La nostra patria Europa. Discorso alla Conferenza Parlamentare Europea», 21 aprile 1954, in: Alcide De Gasperi e la politica internazionale, Cinque Lune, Roma, vol. III, pp. 437-440, 1990. I punti in comune tra Alcide De Gasperi (1881-1954) e Schuman, che appartengono alla stessa generazione, segnata dalla Grande Guerra, appaiono infatti numerosi: anche De Gasperi proveniva da una terra contesa tra Austria e Italia, il Trentino-Alto Adige; profondamente devoto, si impegnò dapprima nel movimento studentesco cattolico, poi nel Partito Popolare Italiano (PPI) di Don Sturzo, primo partito di massa democristiano in Italia. Inizialmente caratterizzato da un atteggiamento prudente nei confronti di Mussolini (così come Schuman voterà dapprima i pieni poteri al maresciallo Pétain), Alcide De Gasperi opta poi con maggiore determinazione per la resistenza e partecipa alla Ricostruzione nazionale in qualità di presidente del Consiglio. Risponde favorevolmente all’appello di Schuman del 9 maggio. 

Lungi dall’essere un criterio esclusivamente confessionale, il riferimento al debito della cultura europea nei confronti del cristianesimo permette di comprendere meglio quanto l’apertura al trascendente sia sempre una dimensione costitutiva della persona umana e una fonte vivente di civiltà.

A questo proposito, l’articolo 17 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea riveste grande importanza. Esso promuove «un dialogo aperto, trasparente e regolare con le Chiese», pur «rispettando e senza pregiudicare lo status di cui godono» negli Stati membri. La laicità che regola la vita degli Stati non implica solo il carattere aconfessionale delle istituzioni civili, ma presuppone una vera e propria collaborazione tra le parti interessate, nonché il rispetto, da parte delle autorità statali e comunitarie, dell’autonomia delle Chiese e la promozione della loro libertà di organizzazione, di espressione e di culto.

L’articolo 17 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che trae origine da una dichiarazione allegata al Trattato di Amsterdam del 1997 ed è stato reso vincolante dal Trattato di Lisbona del 2009, impegna l’Unione a condurre un dialogo «regolare, aperto e trasparente» con le Chiese. Lascia a ciascuno Stato membro la libertà di definire il proprio modello di relazioni con le confessioni religiose. Il Papa fonda su questo principio la sua concezione di una «laicità cooperativa», vicina alla «sana laicità» promossa da Benedetto XVI. Secondo questo approccio, lo Stato rimane non interventista, senza per questo ignorare le questioni religiose, e garantisce l’autonomia delle Chiese. Qui si manifesta anche l’approccio concordatario e dialogante dei rapporti tra Chiese, Stato e istituzioni comunitarie, che è maggioritario negli Stati dell’Unione europea, mentre il modello laico alla francese appare più singolare. 

Si tratta di risalire alla fonte dei valori che costituiscono il fondamento della convivenza civile, vale a dire «i valori universali rappresentati dai diritti inviolabili e inalienabili della persona umana, nonché dalla libertà, dalla democrazia, dall’uguaglianza e dallo Stato di diritto» 3

Nel contesto multiculturale odierno, l’affermazione dell’universalità di questi valori, essenziale per la sua sopravvivenza, passa proprio attraverso una riscoperta delle proprie radici e dall’apertura al dialogo con l’altro.

Insieme ad altri Stati, il Vaticano ha sostenuto l’inserimento nel preambolo del Trattato costituzionale europeo, e successivamente del Trattato di Lisbona, del riferimento alle “radici cristiane dell’Europa”, ma si è scontrato con la ferma opposizione della Francia di Jacques Chirac, in nome di una concezione più rigorosa della neutralità religiosa. 

Si tratta di una necessità sociale e politica per riscoprire il ruolo centrale della persona umana e dare un significato concreto a parole come libertà, democrazia, pace e unità. A tal fine, si rivela prezioso l’invito di Papa Francesco ad apprezzare la complessità della realtà europea in tutta la ricchezza delle sue tradizioni e delle sue sensibilità, cogliendo «la sfida di un’armonia costruttiva, libera da egemonie».

«Tante cose, in Europa, sono state profondamente influenzate da san Benedetto e dai suoi monaci! Senza quel terreno fertile monastico, la civiltà europea, così come la conosciamo, non esisterebbe.»

Discorso al Consiglio d’Europa, 25 novembre 2014. Il discorso di Papa Francesco al Parlamento europeo contro le «egemonie», pronunciato in un contesto del tutto diverso che oggi appare piuttosto pacifico, assume retrospettivamente un carattere profetico, in un contesto di innegabile aumento della minaccia russa e della sua velleità di egemonia sul proprio fianco orientale.

Questo duplice movimento, di rinnovamento e di dialogo, consentirà inoltre di ritrovare un giusto equilibrio tra i diritti stessi, nonché tra diritti e doveri, poiché – come ricordava sempre Papa Francesco – «al concetto di diritto non sembra più associarsi quello – altrettanto essenziale e complementare – di dovere, cosicché si finisce per affermare i diritti individuali senza tenere conto del fatto che ogni essere umano è inserito in un contesto sociale in cui i suoi diritti e doveri sono legati a quelli degli altri e al bene comune della società stessa».

Discorso di Francesco al Parlamento europeo, 25 novembre 2014: Acta Apostolicae Sedis 106, p. 997, 2014. Il riferimento al discorso di Francesco davanti al Parlamento europeo a Strasburgo è qui piuttosto abile, poiché presenta un Papa Francesco dai toni piuttosto conservatori o wojtyliani: a una concezione estensiva dei diritti umani, fondamento delle libertà, viene qui preferita, in modo classico, l’articolazione tra diritti e doveri dell’uomo. 

L’Europa contemporanea, infatti, si trova ad affrontare una nuova fase della sua lunga storia di incontri, con l’arrivo sul continente di numerosi uomini e donne in fuga dai teatri di guerra e dalle persecuzioni, o alla ricerca di una vita migliore lontano dalla povertà e dalla miseria.

Come ho affermato durante la mia recente visita alle Isole Canarie, in Spagna: «La dignità umana richiede vie legali e sicure, soccorso e assistenza, una cooperazione concreta contro i trafficanti, una protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che consentano a ogni persona di vivere dignitosamente nella propria terra».

I viaggi apostolici di un papa sono spesso collegati tra loro. Ciascuno di essi cerca di inserirsi nel tema generale del suo pontificato e i discorsi, preparati in collaborazione con la Segreteria di Stato, si richiamano a vicenda per formare un insieme coerente di insegnamenti. In questa occasione, papa Leone XIV riprende le parole pronunciate alle Isole Canarie 4, principale destinazione della rotta atlantica proveniente dall’Africa occidentale, una delle più letali. Egli invita a creare vie legali, a combattere i trafficanti di esseri umani e a promuovere una vera integrazione, in linea con i quattro verbi di Papa Francesco (accogliere, proteggere, promuovere e integrare). Aggiunge inoltre un appello alla reciprocità, poiché anche i migranti devono «adottare lo spirito della terra d’accoglienza»: si tratta in questo caso di una leggera sfumatura rispetto al discorso di Papa Francesco, che insisteva maggiormente sull’incondizionatezza dell’asilo. 

Ma tutto ciò non sarebbe ancora sufficiente: accogliere una persona significa integrarla come se fosse parte della propria famiglia, offrendole la possibilità di sviluppare i propri talenti, le proprie capacità e la propria sensibilità, ma anche di entrare nello spirito della casa. Occorre cogliere la portata storica di ciò che sta accadendo, ovvero un incontro senza precedenti tra popoli e culture che richiede una riscoperta creativa delle nostre radici e, al contempo, un ascolto attento dell’altro. L’universalità dei valori fondanti dell’Europa ci assicura che questo dialogo è possibile e che potrà fornire una solida base alle nostre società, consentendoci di operare in modo più efficace per la pace e per un mondo riconciliato.

«Entrare nello spirito della casa» suona come un appello a favore dell’integrazione dei migranti; attraverso il riconoscimento del carattere «inedito» dell’«incontro tra popoli e culture», si tratta anche, nel linguaggio diplomatico della Santa Sede, di prendere atto, a mezza voce, della massiccia portata dei flussi migratori verso l’Europa, pur difendendo naturalmente l’ospitalità e il dialogo, e non una politica di rifiuto. 

È proprio questa lucidità che ha ispirato uomini come Schuman a superare l’opposizione tra identità culturali e a dare vita alle istituzioni europee, al termine dell’immensa tragedia della Seconda guerra mondiale, che aveva messo in evidenza quanto sia grande il male commesso dall’uomo quando ritiene di non incontrare alcun ostacolo all’esercizio del proprio potere.

Robert Schuman, che ha vissuto in un contesto di confini in continua evoluzione, ha contribuito a gettare le basi di un’Europa consapevole dell’urgenza di abbattere i muri che la laceravano. La sua formazione cristiana gli ha instillato il valore dell’uguaglianza, senza distinzioni di razza o di classe sociale, e gli ha insegnato la dignità del lavoro. Il susseguirsi di diverse sovranità nazionali gli ha fatto comprendere l’importanza del diritto internazionale e il valore della parola data. Essendo cresciuto in un contesto in cui sembravano prevalere l’orgoglio e lo spirito di vendetta, Schuman si è impegnato a favore della pace e della fratellanza tra i popoli che, dopo essersi a lungo contrapposti, riconoscevano finalmente di aver bisogno gli uni degli altri.

L’impegno di Schuman a favore della riconciliazione franco-tedesca gli valse all’epoca aspre critiche da parte dei suoi avversari politici, in particolare dei comunisti, per i quali il richiamo alle sue origini miste della Mosella, germaniche e lussemburghesi, e l’accusa infondata di collaborazionismo, nonostante Schuman avesse trascorso gran parte dell’occupazione nella clandestinità. Anche negli ambienti gollisti, per un certo periodo si prestò orecchio a queste leggende, prima che il generale de Gaulle, pur non essendo certo sospettato di simpatia personale per Schuman, facesse propria l’opera di riconciliazione franco-tedesca con il Trattato dell’Eliseo (1963). 

Quali sono dunque gli insegnamenti di Robert Schuman per l’Europa e il mondo di oggi? Innanzitutto, un profondo desiderio di pace. Oggi, purtroppo, la guerra è tornata a farsi sentire, anche in Europa: un nuovo «massacro inutile», che miete ogni giorno innumerevoli vittime civili. 

L’espressione «massacro inutile» è stata coniata da Benedetto XV, che la utilizzò in tempo reale per descrivere la Grande Guerra 5, ed era del resto stato vittima di un’incomprensione reciproca da parte delle parti in conflitto, che lo avevano accusato di essere un papa «tedesco» o «francofilo» Il papa applica questa espressione alla guerra che è riemersa in Europa, un riferimento implicito alla guerra in Ucraina, anche se, in modo un po’ sorprendente, la parola «Ucraina» non compare nel suo discorso, a differenza di quello pronunciato dal presidente Macron. Il Papa mette in guardia dall’illusione del riarmo, tema centrale del suo pontificato sin dal suo appello a una «pace senza armi e fondata sul disarmo» nel 2025. A differenza di Francesco, che aveva scioccato Kiev con le sue parole sui «latrati della NATO alle porte della Russia», Leone XIV ha dato prova di una solidarietà ben più chiara nei confronti dell’Ucraina.

E ancora oggi, come nel 1950, le parole contenute nella dichiarazione Schuman rimangono attuali: «Il contributo che un’Europa organizzata e vivace può apportare alla civiltà è indispensabile al mantenimento di relazioni pacifiche». 6 È necessario impegnarsi in un dialogo paziente, dare prova di coraggio nei negoziati ed essere pronti a sacrificare alcune posizioni per il bene superiore della pace.

«Non cedete alla logica della violenza e dell’oppressione. Amate la vita in ogni istante e non abbiate paura del futuro.»

Certamente, la ricerca della pace in Europa, così come nel resto del mondo, non deve essere confusa con un ingenuo irenismo. Al contrario, le parole di Schuman sono più attuali che mai: «La pace mondiale non può essere salvaguardata senza sforzi creativi all’altezza dei pericoli che la minacciano.» 7 Occorre tuttavia guardarsi dall’illusione del riarmo. «Non è un caso che i ripetuti appelli ad aumentare le spese militari e le scelte che ne derivano siano presentati da molti governanti con la giustificazione del pericolo rappresentato dagli altri» 8. Promuovere la pace è un’opera attiva. Oggi occorre chiedersi se stiamo davvero compiendo «sforzi creativi» per promuovere la pace mondiale, o se stiamo semplicemente cercando di «arginare l’emorragia della guerra» e di prepararci meglio a quelle che supponiamo debbano ancora venire.

In questo caso, il Papa si trova su una linea di cresta: sa bene che la posizione a favore della pace della Santa Sede, proprio perché cerca di adottare un punto di vista neutrale, si espone all’accusa di irenismo; tuttavia, questa volontà di disinnescare l’accusa di irenismo o di idealismo non è sufficiente affinché Leone XIV sostenga l’appello al riarmo europeo, non certo per ostilità verso l’Europa, ma per il desiderio di non apparire come il difensore di una sola area di civiltà, bensì come quello della pace mondiale: egli ricorda che il punto di vista del Papa è necessariamente globale, e non europeo. Nell’appello a mettere in campo «sforzi creativi» in vista della pace, si esprime forse anche una discreta apertura della diplomazia della Santa Sede in vista di negoziati con la Russia, anche se recentemente non è stato dato alcun segno di buona volontà, tutt’altro. 

L’Europa secondo Schuman è un continente in cui si preferisce dialogare piuttosto che scontrarsi con le armi; in cui si mettono in comune le risorse per fare in modo che «ogni guerra (…) diventi non solo impensabile, ma materialmente impossibile» 9.

L’Europa secondo Schuman si fonda sul rispetto del diritto internazionale che, a differenza delle legislazioni nazionali, non può essere imposto con la forza da uno Stato, ma si basa sul principio universalmente riconosciuto secondo cui “pacta sunt servanda”. 

In francese: «Gli impegni devono essere rispettati». In questo passaggio il Papa difende il multilateralismo contro la legge del più forte («i rapporti umani, e tra gli Stati, sono sempre più barbari») e le menzogne in politica, tracciando un collegamento tra il diritto canonico medievale, Grotius, che nel XVIII secolo estese questo principio alle relazioni tra Stati, e la Convenzione di Vienna del 1969, che ne fece la regola fondamentale del diritto dei trattati. Si tratta anche di una critica implicita alle potenze che calpestano i trattati, in primo luogo la Russia, che in Ucraina ha violato l’integrità dei confini europei che si era tuttavia formalmente impegnata a garantire con il memorandum di Budapest (1994). 

Questo principio è gelosamente custodito dalla legislazione specifica di questa regione, che disciplina anche i rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica sulla base del Concordato del 1801 tra la Santa Sede e la Francia, tuttora in vigore.

Il Papa difende qui il Concordato del 1801 stipulato tra Napoleone Bonaparte e Pio VII, e modificato dagli Articoli organici napoleonici e successivamente durante la Restaurazione; non si tratta tanto di una presa di posizione contro la legge del 1905, alla quale la Chiesa si è da tempo adeguata, quanto piuttosto di un appello al mantenimento delle specificità concordatarie in un contesto pre-elettorale (numerosi partiti di sinistra propongono infatti nei loro programmi di abolirle a favore di una rigorosa applicazione della laicità); oltre al fatto che gli abitanti dell’Alsazia e della Mosella associano spesso il Concordato al «diritto locale», la legislazione sociale più generosa di ispirazione bismarckiana, queste stesse popolazioni si dimostrano molto legate al Concordato, e i tentativi di normalizzazione del Cartello delle sinistre nel 1924 non hanno fatto altro che mettere in luce il «malessere alsaziano» nei confronti dello Stato centrale francese nel periodo tra le due guerre.

Il diritto internazionale e il multilateralismo sottolineano l’effettiva uguaglianza degli Stati nelle loro relazioni reciproche e costituiscono il miglior antidoto alla volontà di dominio, che è all’origine di ogni conflitto. Oggi, i rapporti umani, così come quelli tra gli Stati, stanno diventando sempre più barbari. Il valore della parola data viene disprezzato; ci si vanta invece della menzogna e dell’inganno. L’Europa può porre fine a questa spirale grazie al rispetto per l’altro che ha saputo coltivare e preservare, poiché negli ultimi ottant’anni ha ampiamente dimostrato che è possibile far valere opinioni, rivendicazioni e interessi divergenti, incontrandosi anziché scontrandosi.

L’aggettivo «barbaro» è forte: si tratta in questo caso di una critica appena velata all’avventurismo bellico di Donald Trump e Vladimir Putin, all’opacità della politica estera, nonché alla brutalizzazione associata al ritorno degli imperi. Leone XIV riprende qui il suo ruolo di difensore ultimo del multilateralismo, in un mondo che sembra tuttavia essersene allontanato. 

Schuman ci ricorda che occorre sempre dare prova di realismo e coraggio: «L’Europa — affermava — non si realizzerà in un colpo solo, né come un’opera complessiva: si realizzerà attraverso risultati concreti che creino innanzitutto una solidarietà di fatto». Non bisogna mai perdere fiducia nella nostra capacità di progredire, anche se i passi compiuti sono talvolta piccoli e quasi impercettibili. La pretesa moderna di «avere tutto, subito» non corrisponde alla storia e alla cultura europee che, al contrario, insegnano il valore del tempo e della pazienza. È con piccoli passi che si può dare vita a quella solidarietà effettiva che implica che nessuno si senta abbandonato o dimenticato.

Dichiarazione di Schuman, Parigi, 9 maggio 1950. È stato infatti spesso sottolineato che uno dei fattori immediati del successo del progetto europeo è risieduto sia nella modestia iniziale sia nella grande concretezza del piano proposto da Schuman: istituire una Comunità europea del carbone e dell’acciaio sotto la garanzia di un’autorità comune, il che rendeva impossibile il monopolio da parte di un’unica potenza dell’Europa occidentale delle due materie prime e leghe più necessarie all’industria degli armamenti. Leone XIV sembra qui difendere la costruzione europea così come si è progressivamente sviluppata, attraverso una politica dei piccoli passi che egli eleva al rango di segno distintivo della civiltà. 

Nel condividere con voi queste riflessioni, penso innanzitutto ai giovani, chiamati a costruire l’Europa di oggi e di domani. Come già sottolineava Schuman: «Che questa idea di un’Europa riconciliata, unita e forte sia d’ora in poi il motto delle giovani generazioni, desiderose di servire un’umanità finalmente libera dall’odio e dalla paura, che, dopo troppo lunghe lacerazioni, riscopre la fratellanza cristiana. 10»

Ai giovani dico: abbiate il coraggio di vivere in modo responsabile la missione di costruire la pace, nel vostro cuore, nei vostri rapporti, all’interno della vostra famiglia, nelle scuole e nelle università, nella vita delle vostre città, dei vostri paesi e di tutta l’Europa.

«L’Europa può porre fine a questa spirale grazie al rispetto per il prossimo che ha saputo coltivare e preservare […] incontrandosi anziché scontrandosi.»

Non lasciatevi sopraffare dalla logica della violenza e dell’oppressione. Amate la vita in ogni istante e non abbiate paura del futuro!

Non abbiate paura di fondare una famiglia, di mettere al mondo dei figli, di difendere la dignità di ogni persona, dal primo istante nel grembo materno fino al suo ultimo respiro.

In questa ultima esortazione, Leone XIV ricorda con discrezione le linee rosse conservatrici della Chiesa in materia di bioetica (condanna dell’aborto, dell’eutanasia e del suicidio assistito); allo stesso tempo, si mostra preoccupato per il calo della natalità in Europa, quasi condividesse la preoccupazione del presidente francese per il «riarmo demografico».

Non abbiate paura di lavorare instancabilmente per il bene delle vostre comunità, anche attraverso l’impegno politico.

Siate artefici di comunità!

E con voi, l’Europa, saldamente radicata, continuerà a prosperare e a essere fonte di ispirazione per il mondo intero. Che Dio vi sostenga in questi propositi e che benedica e protegga l’intera Europa!

Note
  1. San Paolo VI, Lettera apostolica *Pacis nuntius*, 24 ottobre 1964: *Acta Apostolicae Sedis* 56, p. 965, 1964.
  2. Per l’Europa, Robert Schuman, Ginevra, 5ª edizione, pp. 57-58, 2010
  3. Trattato sull’Unione europea, preambolo
  4. Incontro con le strutture di accoglienza dei migranti, l’11 giugno 2026
  5. Benedetto XV, Lettera ai capi dei popoli belligeranti, 1° agosto 1917
  6. Dichiarazione di Schuman, Parigi, 9 maggio 1950.
  7. Dichiarazione di Schuman, Parigi, 9 maggio 1950.
  8. Messaggio per la 59ª Giornata mondiale della pace, 1° gennaio 2026
  9. Dichiarazione di Schuman, Parigi, 9 maggio 1950.
  10. Per l’Europa, di Robert Schuman, op. cit., p. 46.
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