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Stéphane Audoin-Rouzeau, La guerre, en face, La Tribu
«Perché alla maggior parte degli europei sembra inconcepibile che sul loro territorio possa scoppiare una nuova guerra su vasta scala? Perché abbiamo distolto lo sguardo da questo pericolo, pur essendo reale?
Da quattro anni la guerra è tornata in Europa e la sua minaccia si profila ormai all’orizzonte. Attacchi di vario genere superano oggi i confini dell’Ucraina per avvicinarsi pericolosamente ai nostri.
La guerra apparteneva al passato; ora è tornata nel nostro presente, più vicina che mai al nostro territorio, abituato solo ai tempi di pace. Per quarant’anni, lo storico Stéphane Audoin-Rouzeau si è dedicato a questo tema: la guerra.
Alle sue manifestazioni di violenza, crudeltà e agli stermini di massa che spesso le accompagnano. Ci ricorda che viviamo sempre tra due conflitti e che sarebbe irresponsabile continuare a negare il pericolo. La guerra estende il suo impero e dobbiamo guardarla in faccia. Una presa di posizione necessaria per uscire dal nostro rifiuto collettivo.»
In uscita il 4 novembre
Blaise Bachofen, Jean-Jacques Rousseau. Elements d’ une théorie de la guerre, Puf
«Si può considerare Rousseau un teorico della guerra? La recente scoperta dei suoi *Principi del diritto della guerra* invita a rileggere l’intera sua opera politica e a ricercarvi gli elementi per un’analisi della guerra, che si rivela molto più feconda di quanto possa sembrare a prima vista.
Per Rousseau, la guerra non ha nulla a che vedere con un rapporto consensuale o quasi contrattuale. È una realtà eminentemente politica, ma non si presta facilmente a essere sottoposta al diritto, poiché è una lotta per l’esercizio della sovranità, unica istanza in grado di creare un diritto effettivo. Da qui nasce una riflessione profondamente originale e sempre attuale sulla «vita» e la «morte» dei corpi politici, che spiega il suo interesse per le guerre insurrezionali condotte dai «popoli nascenti» e che permette di comprendere le ragioni del suo scetticismo riguardo all’istituzione di un diritto delle genti e di una pace perpetua.»
In uscita il 5 novembre
Laurent Joly, Le piège. La droite face à l’extreme droite depuis la Revolution française, Tallandier
«L’estrema destra francese è nata sulle macerie della Rivoluzione. È stata monarchica, nazionalista, xenofoba, antisemita, populista… Non ha mai smesso di trascinare i conservatori verso le sue passioni e le sue ossessioni.
L’estrema destra, scrive l’autore, condivide con la destra concezioni simili, ma sempre in modo assoluto, emotivo e ampiamente distorto. Nostalgica di un’età dell’oro mitizzata, diffida della scienza, delle norme e del diritto. Per istinto, è favorevole a un potere forte. Semina costantemente divisione e individua capri espiatori.
«Laurent Joly rimette in prospettiva la lunga storia dei rapporti tra l’estrema destra francese e la grande corrente conservatrice e liberale, oggi in crisi.»
In uscita il 5 novembre
Javier Cercas, El primer posmoderno: la obra literaria de Gonzalo Suárez, Taurus
«Negli anni Sessanta, Gonzalo Suárez era in Spagna un vero e proprio geek, una meteora fuori controllo, un personaggio assolutamente eccentrico che scriveva una letteratura che nessuno scriveva e che, col tempo, abbiamo finito tutti per scrivere.
Suárez ha rotto con il realismo proprio quando il realismo regnava sovrano, ha scritto letteratura fantastica quando quasi nessuno si dedicava a questo genere, ha scritto romanzi gialli quando erano considerati reazionari o infantili, ha scritto metanarrativa quando nessuno sapeva cosa fosse la metanarrativa, ha scritto narrativa pop quando il pop era ancora solo uno stile pittorico, e «nuovo giornalismo» quando i nuovi giornalisti americani non avevano ancora battezzato questa invenzione. Ha, insomma, fatto cose che alcuni hanno fatto venti, trenta, quaranta o cinquanta anni dopo credendo che nessuno le avesse mai fatte prima, cose che, nella cultura dell’epoca, erano insolite e che oggi sono normali, come citare nella stessa frase i nomi venerabili di Di Stéfano e James Joyce.
Suárez non è stato solo un pioniere nella letteratura, ma anche nel cinema, con cui alla fine degli anni Sessanta ha realizzato ciò che Quentin Tarantino o Pedro Almodóvar avrebbero impiegato decenni a fare. Perché anche se a volte si dice che l’importante non è arrivare primi o ultimi, ma arrivare bene, in letteratura, come in quasi tutto, chi arriva primo arriva due volte.
«In sintesi, se esiste una postmodernità letteraria, Suárez è stato il primo scrittore postmoderno spagnolo.»
In uscita il 5 novembre
Michel Foucault, La place de l’homme dans la pensée occidentale moderne. Cours de Tunis (1966-1967), Gallimard, Le Seuil, Éditions de l’EHESS
«Nel 1966-1967, primo anno della sua attività didattica all’Università di Tunisi, Michel Foucault dedicò una lezione pubblica al ruolo dell’uomo nel pensiero occidentale moderno. Qualche mese prima, la pubblicazione di *Le parole e le cose* aveva suscitato accese polemiche, annunciando l’imminente “scomparsa” dell’uomo nei presupposti del sapere contemporaneo.
Perché è così difficile rinunciare all’idea di uomo? Foucault risponde proponendo di interpretare questa idea come un “mito”, necessario affinché la cultura occidentale possa orientarsi nonostante la straordinaria dispersione delle sue manifestazioni. Ne rivela le ragioni e i limiti. Svela il paradosso di una rivendicazione umanistica che si afferma con tanto più forza quanto più i suoi fondamenti epistemologici e culturali cominciano a sgretolarsi. Si scopre così un Foucault inedito, “etnologo” della propria cultura. Ne esplora le linee di frattura attraverso le arti, le scienze, la letteratura o le tecnologie, e diagnostica l’“universalizzazione” attraverso il sapere e la colonizzazione che porta ogni cultura a definirsi nel suo rapporto con l’Occidente.
«Tenuto in una Tunisia appena indipendente, in un momento in cui le sfide di questa universalizzazione si intrecciano con quelle della decolonizzazione, questo corso invita a rileggere la critica foucaultiana dell’umanesimo alla luce delle tensioni intellettuali e politiche del suo tempo.»
In uscita il 6 novembre
Philip Scranton, Spare Parts; A Global History of a Modern Problem, 1940–1980, Johns Hopkins University Press
«Spare Parts ripercorre la storia mondiale dei pezzi di ricambio e mostra come la loro assenza – o la loro abbondanza – abbia plasmato la guerra, l’industria e la vita quotidiana nel XX secolo. Il libro ripercorre il percorso della produzione, della distribuzione e dell’utilizzo dei pezzi di ricambio nelle economie capitalistiche, socialiste e postcoloniali, dalla Seconda guerra mondiale alla Guerra Fredda.»
Durante la Seconda guerra mondiale, i pezzi di ricambio si rivelarono determinanti quanto il carburante o le munizioni, influenzando la capacità dei carri armati di muoversi, degli aerei di volare e delle fabbriche di funzionare. All’indomani della guerra, la carenza di pezzi di ricambio è diventata un problema cronico nelle economie a pianificazione centralizzata, mentre le società di mercato si trovavano ad affrontare dilemmi diversi, causati dalla rapida evoluzione tecnologica, dall’obsolescenza e dalle strategie aziendali.
Concentrandosi su veicoli, macchine agricole e tecnologie radiofoniche e televisive, Philip Scranton rivela come le pratiche di riparazione differissero a seconda dei sistemi politici. Negli Stati socialisti, le carenze croniche hanno favorito l’improvvisazione, il recupero e gli scambi informali. Nelle economie capitalistiche, i pezzi di ricambio sono diventati strumenti di profitto, controllo e obsolescenza programmata, spingendo spesso i consumatori a preferire la sostituzione alla riparazione. Scranton traccia inoltre il percorso dei pezzi di ricambio al di là delle superpotenze, esaminando come le nazioni postcoloniali abbiano gestito le infrastrutture ereditate e come tali pezzi siano stati utilizzati come strumenti di leva geopolitica.
Ripercorrendo il declino della cultura della riparazione alla fine del XX secolo, man mano che i veicoli di lunga durata e gli apparecchi elettronici usa e getta hanno ridefinito le aspettative in materia di manutenzione e durata, «Spare Parts» riporta questa frustrazione familiare al centro della storia moderna e getta una nuova luce sulla tecnologia, sul potere e sui sistemi nascosti che fanno girare il mondo.»
In uscita il 10 novembre
Marco Mondini, Militari e politica. Sei storie nell’Italia della Repubblica, Einaudi
«È possibile raccontare la storia della Repubblica italiana attraverso le figure che hanno esercitato il potere militare? Dopo il 1946, alcune figure chiave ai vertici delle forze armate hanno incarnato a turno, nel bene e nel male, il nuovo ruolo attribuito ai militari nell’Italia postfascista e postmonarchica: Raffaele Cadorna, Giorgio Liuzzi, Giovanni de Lorenzo, Giuseppe Aloia, Franco Angioni, Claudio Graziano.
Un Paese da ricostruire, da rifondare, che doveva lasciarsi alle spalle non solo il Ventennio, con la sua collusione tra caserma e regime (simboleggiata dall’inamovibile Pietro Badoglio), ma anche il forte legame identitario e devozionale tra il corpo degli ufficiali e la Casa Savoia. In un’Italia e in un’Europa che devono fare i conti con il ritorno della guerra come nuova normalità, mentre ogni giorno ai generali viene chiesto di prendere decisioni vitali per il futuro di tutti (e alcuni, ormai in pensione, si avventurano in operazioni politiche azzardate), comprendere il rapporto tra i militari e la guida dello Stato si rivela più che mai necessario.»
In uscita il 10 novembre
Théo Blanc, Salafism in Tunisia. Political Engagement and the Advent of Post-Salafism, Cambridge University Press
«Proponendo un’analisi comparativa dei movimenti salafiti in Tunisia, Théo Blanc sviluppa una teoria sistematica che spiega la diversità dei percorsi di impegno politico salafita, articolata attorno ai concetti di opportunità soggettive e procedurali.
Il volume analizza innanzitutto come il salafismo si sia sviluppato nel Paese e si sia cristallizzato in correnti distinte – scolastica, politica e jihadista –, per poi esaminare i rispettivi adattamenti alla rivoluzione del 2010-2011 e le loro evoluzioni nel corso del decennio di democratizzazione (2011-2021). Tale evoluzione ha portato a ciò che Théo Blanc definisce uno slittamento verso il post-salafismo, definito come una ridefinizione delle priorità degli attori nell’azione.
Théo Blanc si avvale di una ricca documentazione frutto del lavoro sul campo, che comprende interviste alle figure fondatrici del salafismo in Tunisia, a ulema e ideologi salafiti di primo piano, nonché a leader di partiti salafiti e islamisti, oltre a fonti documentarie originali. In questo modo, offre un contributo significativo ai dibattiti sull’inclusione e la moderazione, il post-islamismo, la struttura delle opportunità politiche, la politicizzazione, nonché la concettualizzazione del salafismo e dell’islamismo.»
In uscita il 10 novembre
David M. Sacks, The Realist: The Life and Ideas of Hans Morgenthau, Hurst
«”La politica internazionale, come ogni politica, è una lotta per il potere.” Hans Morgenthau scrisse queste parole nel 1948, mentre la cooperazione sovietico-americana dei tempi di guerra si trasformava in una tesa rivalità del dopoguerra. Il suo libro *Politics Among Nations* è diventato rapidamente il manuale di riferimento in materia di relazioni internazionali, spingendo Henry Kissinger ad affermare che «tutti noi che abbiamo insegnato questa materia dopo di lui, per quanto diverse fossero le nostre opinioni, abbiamo dovuto partire dalle sue riflessioni.»»
Il realismo di Morgenthau affondava le sue radici nelle esperienze traumatiche vissute nella Germania del periodo tra le due guerre. In un contesto di antisemitismo dilagante, i suoi compagni di classe lo emarginavano e gli sputavano in faccia. Vide Hitler violare la legge impunemente quando marciò su Coburgo, la sua città natale. Morgenthau ne concluse che gli ideali astratti non offrivano alcuna protezione: solo un contro-potere poteva frenare il potere. Dopo essersi rifugiato negli Stati Uniti nel 1937, il suo pensiero influente ha orientato i dibattiti di politica estera durante la Guerra Fredda. Mentre i suoi colleghi sostenevano la guerra del Vietnam, Morgenthau smontò le argomentazioni a favore dell’intervento basandosi su principi realistici.
«The Realist dimostra la rilevanza duratura delle idee di Morgenthau nella nostra epoca, caratterizzata dal disordine internazionale e dalla rivalità tra le grandi potenze.»
In uscita il 12 novembre
Alexandre Kojève, L’Empire latin. Et autres écrits sur l’ordre du monde (1941-1968), Gallimard
«L’insegnamento filosofico che rese famoso Kojève terminò nel 1939. Durante la guerra partecipò alla Resistenza pur mantenendo legami con il regime di Vichy; poi, nel 1945, il grande interprete di Hegel entrò a far parte del Ministero dell’Economia. Da quel momento in poi si dedica ai negoziati commerciali internazionali, nel contesto della guerra fredda, della decolonizzazione e degli albori della costruzione europea. All’ombra dell’amministrazione, scrive brevi testi, rimasti per lo più inediti, che Jamila Mascat e Sabina Tortorella raccolgono e pubblicano per la prima volta.
Vi si scopre la riflessione di Kojève sui problemi geopolitici della sua epoca, che sono ancora i nostri. È il caso, ad esempio, di «L’Impero latino», un testo del 1945, spesso citato e qui riportato integralmente, in cui Kojève propugna un’unione tra Francia, Spagna e Italia per contrastare gli imperi anglosassone e russo.
In questi scritti vedremo come il pensatore della “fine della storia” abbia teorizzato e messo in atto, lontano dagli occhi dell’opinione pubblica, l’unificazione del continente europeo, il riequilibrio Nord-Sud e quella convergenza planetaria che chiamiamo ancora “globalizzazione”.»
Il volume è pubblicato nella collana «Bibliothèque de géopolitique» delle edizioni Gallimard, in collaborazione con Le Grand Continent.
In uscita il 12 novembre
Napoleone Bonaparte e Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord, Correspondance (1797-1810), Perrin
«Il fuoco e il sangue freddo. Nella schiera di personaggi che circondano Bonaparte, Charles-Maurice de Talleyrand Périgord occupa un posto particolare. Cospiratore, ora con lui, ora contro di lui, impegnato a inserire l’operato del Primo Console e poi dell’Imperatore nel gioco diplomatico delle nazioni europee, senza mai perdere di vista i propri interessi personali, il “diavolo zoppo” emerge in ogni episodio dell’epopea napoleonica.
Pertanto, la corrispondenza tra i due uomini, pubblicata per la prima volta nella sua interezza, costituisce una delle raccolte epistolari più rivelatrici per conoscere e comprendere il potere crescente che il generale vittorioso in Italia si sta gradualmente arrogando. Ma rivela anche, in modo implicito, un rapporto caratterizzato dalla reciproca necessità politica e da una precoce lucidità riguardo alle loro profonde divergenze.
Dalla nomina di Talleyrand a ministro degli Affari esteri nel 1797 al crollo dell’Impero e alla rottura definitiva, le lettere – spesso lusinghiere per l’uno, autoritarie per l’altro – gettano luce sull’impresa napoleonica in un’Europa in fermento: i negoziati con l’Austria, l’alleanza con la Russia, lo scontro con gli inglesi e la costituzione, sul piano interno, di un potere esecutivo quasi dittatoriale. Un evento storiografico, atteso da tempo.»
In uscita il 12 novembre
Marion Van Renterghem, Femmes extrêmes, Les Arènes
«Nate alla fine del baby-boom, eredi dell’emancipazione degli anni ’60, sono il volto femminile dei partiti reazionari di estrema destra. Eppure, chi avrebbe scommesso su di loro all’inizio degli anni 2000, quando la globalizzazione si stava affermando ovunque, l’Europa si allargava verso est e si dotava di una moneta comune?
Marine Le Pen non era la successora designata. Abbandonata dalla madre, ha divorziato due volte e ha rotto i rapporti con il padre. Alice Weidel ha lavorato per Goldman Sachs e per la Bank of China in Cina; ha una compagna di origini srilankesi con cui ha avuto due figli. Giorgia Meloni, abbandonata dal padre comunista e cresciuta dalla madre, si è impegnata fin da giovane nel partito neofascista e vive da sola con la figlia.
A quasi vent’anni di distanza, Marine Le Pen, Giorgia Meloni e Alice Weidel sono le tre figure di spicco, molto diverse tra loro, di un’ondata di estrema destra che domina l’Europa. Il cordone sanitario ereditato dal dopoguerra si è spezzato. Le loro passioni alimentano tutte le rabbie. La guerra di Putin le mette a nudo. Ripercorrendo la loro ascesa e i loro paradossi, Marion Van Renterghem racconta la nostra storia, quella di un’Europa sbalordita da un grande capovolgimento.»
In uscita il 12 novembre
David Motadel, The Shah’s Great Tour: Global Monarchy in the Imperial Age, Oxford University Press
«Al culmine dell’era imperiale, gli scià di Persia intraprendevano regolarmente grandi viaggi reali, attraversando il mondo dall’Impero ottomano alle coste della Scozia. Suscitando grande entusiasmo ovunque si recassero, i monarchi e i loro cortei venivano accolti in pompa magna nelle capitali europee: San Pietroburgo, Londra, Parigi, Berlino, Vienna, Bruxelles, L’Aia, Roma, Costantinopoli e molte altre ancora.
Proponendo una reinterpretazione innovativa delle relazioni tra i sovrani non europei ed europei nell’era degli imperi, quest’opera dimostra che le visite reali offrivano agli ospiti un modo per integrare se stessi e i propri paesi in un ordine internazionale dominato dalle grandi potenze europee. La partecipazione degli scià ai rituali delle visite di Stato – quali la consegna di doni, lo scambio di onorificenze cavalleresche e le parate militari – esprimeva la loro legittimità dinastica e la sovranità dei loro paesi.
David Motadel traccia un quadro suggestivo dell’Europa di fine secolo, vista dall’esterno, ripercorrendo gli incontri degli scià con monarchi e ministri, magnati e mercanti, sacerdoti e prostitute, rivoluzionari e assassini. I loro viaggi reali hanno ispirato anche gli scritti di alcuni dei più grandi autori dell’epoca, da Anton Čechov a Mark Twain.»
In uscita il 12 novembre
Clemens Luhmann, Niklas Luhmann. Ein Leben zwischen Umbruch und Ordnung Klett-Cotta
«Niklas Luhmann (1927-1998) è considerato uno dei più grandi teorici sociali del XX secolo. La sua teoria dei sistemi continua ancora oggi a influenzare la sociologia, il diritto, le scienze politiche, la teologia, la pedagogia e la teoria dell’arte ben oltre l’area di lingua tedesca.
Clemens Luhmann ripercorre e descrive la vita e l’opera di suo padre in tutta la loro ampiezza e profondità. Dalla sua infanzia a Lüneburg alla guerra e alla prigionia, passando per gli studi di giurisprudenza a Friburgo, il tirocinio legale e il periodo trascorso presso il Ministero della Cultura ad Hannover, i viaggi in Italia e in Francia, quell’anno determinante ad Harvard, fino alla supplenza alla cattedra di Adorno a Francoforte e alla cattedra da lui fondata a Bielefeld.
Lettere e testimonianze esclusive si intrecciano con ricordi personali e ricerche storiche. Un’opera dedicata a tutti coloro che desiderano scoprire Luhmann non solo come teorico, ma anche come uomo – come osservatore della sua epoca, pensatore nella vita quotidiana e persona capace di creare vicinanza partendo dalla distanza.»
In uscita il 14 novembre
Jeffrey Weng, With One Voice; Mandarin’s Conquest of China, Stanford University Press
«Il mandarino è una delle lingue più parlate al mondo. Ma quando fu codificato per diventare la nuova lingua nazionale in Cina, tra il 1910 e il 1930, il suo carattere artificiale era tale che solo una manciata di persone era in grado di parlarlo fluentemente. La creazione e la diffusione della lingua nazionale cinese, guidate dallo Stato, costituiscono quindi senza dubbio il più grande esempio di ingegneria sociale nella storia dell’umanità. Ciò che in Europa ha richiesto secoli per realizzarsi, in Cina si è compiuto in appena tre decenni. Come si è realizzata questa unificazione linguistica nazionale? E, più in generale, cosa ci insegna questo processo sul ruolo della lingua nella società cinese?
Jeffrey Weng studia la transizione dal cinese classico al mandarino standard moderno all’inizio del XX secolo, ovvero gli sforzi compiuti dallo Stato cinese per standardizzare ed elevare al rango di lingua nazionale una nuova lingua. Egli sostiene che la forma definitiva di questa lingua non fosse inevitabile. Al contrario, essa è il risultato di un intreccio di controversie e decisioni prese nei primi anni della Repubblica, incarnando una visione particolare della società cinese: unitaria ed egualitaria.»
In uscita il 16 novembre
Barbara J. Keys, Super K: The Making, Breaking, and Remaking of Henry Kissinger’s Legacy, Simon and Schuster
«Nel corso del quasi mezzo secolo trascorso dal suo ritiro dalla vita pubblica, Henry Kissinger è rimasto una delle figure più ammirate – e più controverse – della vita pubblica americana. *Super K* svela come abbia costruito questa straordinaria notorietà.
Attingendo a corrispondenza privata finora inedita e a interviste con giornalisti ed editori che ha corteggiato e con cui si è scontrato, la storica Barbara J. Keys mette in luce gli ingranaggi di cui Kissinger si è servito per costruire e difendere la propria reputazione.
Dalle aspre battaglie sul suo operato in Cambogia e in Cile agli scontri di grande portata con le emittenti televisive e le grandi case editrici, Kissinger ha dedicato quasi cinque decenni a plasmare il modo in cui il mondo avrebbe ricordato i suoi otto anni al potere e a trasformare quegli anni in un’influenza duratura.
«Super K non è solo il ritratto di un uomo che cerca di plasmare la storia: è un ampio racconto dei media e delle istituzioni d’élite che gli hanno permesso di riuscirci, e che mette in luce le vulnerabilità che ancora oggi caratterizzano la vita pubblica e politica.»
In uscita il 17 novembre
Davide Conti, L’Italia della strage di Bologna. P2 e neofascismo all’alba degli anni Ottanta, Einaudi
«Il massacro di Bologna si inserisce in un arco temporale che va dal 1978 al 1981. Una transizione che conduce l’Italia dalle grandi trasformazioni degli anni ’70 alle soglie dell’ultimo decennio della guerra fredda e della “Repubblica dei partiti”. Una nuova fase, segnata dal ritorno della strategia della tensione, che modificherà profondamente e in modo duraturo il volto della società nei settori della politica, delle relazioni economiche e sociali, delle modalità di governo e di rappresentanza.
Il massacro di Bologna è il culmine di un processo sovversivo clandestino, che trova il suo massimo spazio di manovra nel periodo che va dalla morte di Aldo Moro nel 1978, con la crisi politica e sistemica che ne seguì, fino allo scoppio dello scandalo della Loggia P2 nel 1981, che pose fine all’ascesa della loggia massonica di Gelli. Sebbene la Costituzione, vero obiettivo del massacro, sia rimasta in piedi, l’impatto della bomba non si è esaurito il 2 agosto 1980, lasciando al Paese un’eredità con cui ancora oggi è difficile fare i conti.»
In uscita il 17 novembre
Serhii Plokhy, Killing the Pope: John Paul II and the Last Battle of the Cold War, Allen Lane
«In un caldo e soleggiato pomeriggio di maggio del 1981, oltre 10.000 pellegrini provenienti da tutto il mondo si radunano in Piazza San Pietro per l’inizio dell’udienza generale di Papa Giovanni Paolo II. Improvvisamente, risuona uno sparo. Giovanni Paolo II crolla a terra. Un uomo armato viene arrestato.
Dopo l’attentato, Giovanni Paolo II dichiarò che «una mano aveva sparato, un’altra aveva guidato il proiettile». Ma in questo racconto avvincente di uno degli eventi più emblematici della Guerra Fredda, lo storico Serhii Plokhy ci invita a chiederci: e se quel giorno ci fossero state ben più di due mani? Basandosi su nuove ricerche d’archivio, accompagna l’assassino nel suo viaggio attraverso l’Europa in preparazione del suo gesto e segue i fili della storia fino ai corridoi del Cremlino e del Vaticano, passando per le cerchie ristrette degli ultranazionalisti turchi, funzionari del KGB, mafiosi siciliani e cardinali cattolici.
«Killing the Pope ci catapulta nel cuore dell’ultimo decennio della Guerra Fredda, un’epoca di estrema paranoia, in cui l’era della disinformazione che conosciamo oggi stava lentamente prendendo forma.»
In uscita il 19 novembre
Sophie Corbillé, Emmanuelle Fantin e Sébastien Fevry, Perdre la neige. Histoire d’une métamorphose climatique et culturelle, Champ Vallon
«La progressiva scomparsa della neve in Europa rappresenta uno dei cambiamenti più evidenti legati al cambiamento climatico odierno. A lungo considerata un fenomeno ciclico e immutabile, la neve sta diventando sempre più rara, mettendo a rischio non solo le economie locali, ma anche pratiche e immagini collettive profondamente radicate.
Dal pupazzo di neve al maglione natalizio, dalla scoperta del fiocco di neve alla creazione della neve artificiale, passando per la cinetica della neve o il mito dello Yeti, quest’opera propone un’analisi inedita della storia della scomparsa della neve intesa come perdita culturale. Attraverso un percorso che segue le metamorfosi della neve, svela la profondità antropologica di questa materia singolare e mette in discussione la nostra esperienza intima e collettiva dell’Antropocene.»
In uscita il 20 novembre
Ye Liu, Only Daughters: Women and China’s One-Child Policy, Princeton University Press
«Nell’ambito della politica cinese del figlio unico, una generazione di figlie uniche degli anni ’80 è cresciuta beneficiando di un accesso senza precedenti all’istruzione superiore e a carriere in settori molto ben retribuiti. Spesso soprannominate “piccole principesse”, queste ragazze senza fratelli hanno beneficiato dell’ambizione dei propri genitori e della ricchezza familiare che, tradizionalmente, erano riservate ai maschi. Eppure, come rivela Ye Liu in *Only Daughters*, questa coorte di donne istruite e privilegiate non è riuscita a rovesciare il patriarcato; al contrario, è stata frenata dalle aspettative culturali. Ye Liu dimostra che la politica del figlio unico ha costretto queste donne ad affrontare il doppio fardello di raggiungere un successo solitamente riservato agli uomini, pur rispettando le virtù femminili tradizionali. Emancipate durante l’infanzia, una volta diventate donne hanno faticato a conciliare gli ideali ereditati di pietà filiale e il dovere demografico imposto dallo Stato di mettere al mondo dei figli con le proprie aspirazioni all’autonomia e al successo.»
In uscita il 24 novembre
Franco Cardini, Civiltà medievale. La grande luce dei secoli bui, Jaca Book
«Non molto tempo fa, il Medioevo veniva definito “età oscura”; oggi, invece, quel periodo suscita un enorme interesse. Come affrontare un mondo così complesso e sfaccettato, che ha ancora così tanto da dirci?
In quest’opera, arricchita da numerose illustrazioni a colori, Franco Cardini ci apre le porte della civiltà medievale, ripercorrendone l’evoluzione nel corso di un millennio di storia ricca e variegata. Il Medioevo ha visto nascere molti elementi che oggi diamo per scontati: le università e l’interculturalità, nonostante le guerre; la democrazia, nonostante i regni e gli imperi; il pensiero filosofico e la logica, senza dimenticare una produzione artistica rigogliosa. Le radici della nostra cultura affondano nel Medioevo; è proprio grazie alle traduzioni medievali che abbiamo riscoperto l’eredità dell’antichità.
Il Medioevo ha conosciuto fasi ben distinte: dall’epoca in cui i monasteri hanno ricostruito l’Europa, si passa a quella dello sviluppo urbano, con le sue nuove sfide sociali. Sebbene il Medioevo sia stato indubbiamente un periodo difficile, molti luoghi comuni meritano di essere sfatati – che si tratti dell’immagine del monaco isolato dal mondo o di quella della donna confinata alla sfera domestica.»
In uscita il 30 novembre