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Si parla molto degli uiguri dello Xinjiang, ma molto meno di quelli che vivono fuori dalla Cina. Quanti sono e dove si trovano? 

Si stima che oggi nel mondo ci siano circa 12 milioni di uiguri, la maggior parte dei quali vive in territorio cinese, soprattutto nella regione dello Xinjiang. La maggior parte della diaspora si concentra in Kazakistan, in Turchia e negli Stati Uniti. In Turchia, ad esempio, si contano circa 40.000 uiguri, ma esistono comunità anche in Afghanistan.

Che ruolo riveste la Siria in questa diaspora?

In Siria, la comunità si è rapidamente ampliata: conta circa 20.000 persone, tra uomini, donne e bambini, molti dei quali sono nati sul posto. 

Pechino continua a mantenere un profilo molto basso riguardo alla ricostruzione della Siria. È forse dovuto al peso della questione uigura?

La Cina si è sempre mostrata molto riluttante a investire in Siria, ben prima che si ponesse la questione uigura. Non si affretterà a farlo. Finora, oltre ovviamente alla Turchia, gli Stati che hanno davvero tradotto le parole in fatti sono l’Arabia Saudita e, in una certa misura, gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar. Certo, la Cina potrebbe colmare il vuoto, poiché gli investimenti stranieri nella ricostruzione della Siria sono insufficienti. Ma la situazione rimane troppo instabile. Pechino, inoltre, non ha mai compreso appieno la Siria e non si è mai fidata veramente di essa, nonostante alcuni avvicinamenti ad Assad.

La presenza degli uiguri non per questo smette di preoccupare Pechino. In occasione delle due visite di funzionari cinesi a Damasco dalla fine della guerra civile, i comunicati hanno ogni volta sottolineato la presenza di questi «elementi terroristici in Siria». Pechino non auspica tuttavia il loro ritorno, ma una soluzione che consenta agli uiguri di rimanere in Siria, a condizioni tali da non rappresentare una minaccia per la Cina.

Cosa sta negoziando concretamente Pechino con il governo siriano?

Tutto dipende dai dettagli, che sono oggetto di continue trattative. Damasco ha altre priorità al momento e quindi non ha fretta di concludere questi colloqui. Gli uiguri, dal canto loro, desiderano sinceramente ottenere la cittadinanza siriana. Il nuovo governo è del resto disposto a rilasciare loro dei passaporti per ricompensarli della loro lealtà e del loro impegno al fianco dei gruppi legati ad Ahmed al-Charaa durante la guerra civile. 

Pechino si chiede quindi come impedire agli uiguri di utilizzare questi passaporti per recarsi in Cina o nei paesi confinanti e se esista un modo per limitare i loro diritti politici in Siria. Damasco non ha ancora accettato nulla, ma Pechino insisterà sicuramente su questo punto affinché gli uiguri non possano organizzare manifestazioni contro la Cina dalla Siria, né mobilitare la diaspora in Europa e nel resto del Medio Oriente. 

Con la caduta di Assad, la lotta contro Pechino rimane il loro obiettivo, o sta diventando un orizzonte sempre più teorico?

Gli uiguri costituiscono un gruppo eterogeneo, sia in Cina che in Siria. All’interno di questa comunità di 20.000 persone, i punti di vista, le credenze religiose e i valori politici sono diversi. Pubblicamente, alcuni alti dirigenti della comunità affermano: «Continuiamo a prepararci per il giorno in cui si presenterà l’occasione di attaccare la Cina. Dobbiamo essere pronti e addestrati militarmente, disporre di armi, di un piano e di una strategia per attaccare il governo cinese in un modo o nell’altro.» 

A questo punto sorgono le questioni logistiche. Come farebbero ad arrivare in Cina? Come affronterebbero la seconda potenza militare del mondo?

Tra il sogno di uno Stato uiguro e l’insediamento in Siria, quale delle due opzioni prevale oggi?

La maggior parte degli uiguri, in particolare i loro figli – soprattutto quelli nati in Siria –, non rinuncerà, sul piano ideologico, all’obiettivo di fondare un giorno uno Stato uiguro indipendente. Questo è il principio che unisce questa comunità, peraltro estremamente diversificata ed eterogenea. 

Hobayd, un alto dirigente dei militanti uiguri in Siria, è accovacciato in un tunnel strategico utilizzato durante l’offensiva del 2024 contro il regime di Bashar al-Assad, allora presidente. Foto: Emily Feng

Ma nella vita di tutti i giorni, tutto sembra indicare che stiano diventando siriani, che stiano creando delle famiglie e costruendosi una vita in Siria. Mandano i propri figli nelle scuole siriane.

Questa situazione ancora instabile li costringe a mettere in pausa i loro progetti contro la Cina?

In effetti, la loro situazione in Siria rimane per ora precaria. Anche se sono considerati sostenitori del nuovo presidente, che esercita un controllo significativo sul Paese, un giorno potrebbero essere espulsi. Non sono molto ben visti dagli altri siriani.

Gli attacchi contro i civili in Cina comprometterebbero quindi la loro posizione in Siria: Damasco non li tollererebbe. Quando ho chiesto ad alti dirigenti uiguri se avessero orchestrato attacchi mortali contro civili in Cina, lo hanno negato con veemenza. 

Sono stati assorbiti dalla guerra civile siriana e hanno avuto a disposizione una connessione Internet pessima per gran parte degli ultimi 14 anni. Questa guerra è costata la vita a molti di loro; subivano un’enorme pressione per sopravvivere e aiutare i gruppi ribelli. È difficile immaginare che, allo stesso tempo, abbiano potuto pianificare attentati terroristici in Cina, un Paese così lontano e tra i più sicuri al mondo. 

Da un punto di vista strategico, gli uiguri si chiedono innanzitutto come consolidare la loro posizione in Siria. Infatti, si tratta ormai di 20.000 donne, uomini e bambini di cui occorre prendersi cura e il cui futuro dipende dalle decisioni politiche da negoziare oggi con Damasco. Tuttavia, Damasco ha promesso a Pechino di non consentire agli uiguri di utilizzare il territorio siriano per elaborare piani che potrebbero ledere gli interessi nazionali della Cina.

Come vengono percepiti in Siria?

Dipende dai siriani. Se vivete nel governatorato di Idlib, nel nord della Siria, dove gli uiguri si sono inizialmente insediati e dove la maggior parte di loro vive ancora, e se conoscevate bene il cosiddetto «governo di salvezza», guidato essenzialmente da Ahmed al-Charaa prima che diventasse capo dello Stato, allora incontrate uiguri continuamente e forse avete persino una buona opinione di loro. Gli uiguri erano considerati incorruttibili, molto disciplinati, molto rispettosi, molto conservatori e molto religiosi. Erano certamente un po’ rigidi dal punto di vista sociale, ma facevano parte della vita quotidiana.

Ma la guerra civile ha frammentato la Siria in zone in cui era impossibile circolare liberamente. Se vivete ad Aleppo, a Damasco o più a sud, è possibile che non abbiate mai incontrato un uiguro e che abbiate sentito solo storie sul loro carattere spaventoso, sulla loro efficacia come combattenti stranieri e sul loro conservatorismo religioso. In queste città regna quindi molta paura e angoscia nei loro confronti, così come nei confronti dei combattenti stranieri in generale. 

E per le minoranze religiose, cosa rappresentano questi combattenti stranieri?

Gli alauiti, i drusi, gli sciiti e i cristiani sono estremamente preoccupati per la presenza dei combattenti stranieri. Li percepiscono come musulmani sunniti molto conservatori che li considerano infedeli. Sono inoltre molto preoccupati per il nuovo governo che conferisce potere a questi combattenti, li utilizza e condivide, in un certo senso, un’ideologia religiosa con loro. 

Nurmemet, un attivista uiguro, si è recato in Siria per imparare a maneggiare le armi dopo aver subito quella che ha definito una repressione estrema nei confronti degli uiguri in Cina. Foto: Emily Feng

Se dovessi generalizzare, direi che gli uiguri non sono molto apprezzati da questi diversi gruppi. Sono stranieri, non sono arabi. Pertanto, una percezione molto diffusa, anche tra i siriani che hanno sostenuto la causa ribelle, è quella secondo cui, nonostante la loro gratitudine verso questi combattenti stranieri che hanno contribuito alla caduta del regime di Assad, è giunto il momento che se ne vadano.

Nel marzo 2025, alcuni uiguri sono stati accusati di aver partecipato ai massacri degli alauiti sulla costa. L’inchiesta ufficiale ha permesso di fare chiarezza sulla vicenda?

Il governo ha infatti condotto un’indagine. Questa, tuttavia, non ha suscitato grande fiducia. Sono stati resi pubblici pochi dettagli. La popolazione non è quindi realmente convinta che tutti i responsabili siano stati chiamati a rispondere delle proprie azioni. 

Anche Reuters ha condotto un’inchiesta sui massacri avvenuti sulla costa, che hanno preso di mira principalmente civili alauiti, e riferisce che alcuni testimoni ritenevano che vi avessero partecipato degli uiguri. Da parte mia, non ho trovato alcuna prova in tal senso e gli stessi uiguri hanno dichiarato di non avere assolutamente alcun interesse a farsi coinvolgere nelle questioni confessionali interne, poiché costituiscono una popolazione vulnerabile. Non vogliono attirare ulteriormente l’ostilità dei siriani. Il futuro della loro presenza in Siria dipende dalla volontà dei siriani di lasciarli rimanere o meno. 

Da dove derivano allora queste accuse?

Una possibile spiegazione è che molti siriani che ho incontrato confondevano gli uzbeki con gli uiguri. Non sapevano che questi due gruppi fossero diversi, che provenissero da luoghi diversi, parlassero lingue diverse ma affini e che combattessero all’interno di gruppi distinti. È quindi del tutto possibile che alcuni uzbeki siano stati scambiati per uiguri. 

Inoltre, i resoconti, tra cui quello di Reuters, descrivono combattenti uiguri che agiscono individualmente e collaborano con funzionari del regime per massacrare civili. Ma gli uiguri non combattono individualmente. Combattono sempre insieme. Questo mi è quindi sembrato fin da subito un po’ sospetto. 

Dopo l’ondata di internamenti di massa del 2017, lo Xinjiang è diventato quasi un mondo a sé stante. Cosa si può ancora sapere di ciò che accade lì?

È difficile sapere esattamente cosa stia succedendo lì, poiché ci sono pochissimi servizi giornalistici al riguardo. I giornalisti hanno difficoltà a recarsi nello Xinjiang, sebbene in teoria siano liberi di viaggiare in quella regione. È quasi impossibile realizzare reportage in piena libertà e avere una conversazione autentica con qualcuno sul posto, soprattutto se si tratta di un uiguro. Io stesso ho lasciato la Cina nel 2022, quindi non sono più sul campo, né in Cina né nello Xinjiang. 

Un veterano uiguro in Siria osserva una mappa del mondo in lingua uigura, sulla quale la regione dello Xinjiang è raffigurata come un paese a sé stante e non come parte della Cina. Foto: Emily Feng

Sappiamo tuttavia che un gran numero di campi di detenzione è stato chiuso dopo che molti uiguri hanno seguito quelli che le autorità cinesi definiscono «programmi di rieducazione». Molti di loro sono stati rilasciati e numerosi campi provvisori sono stati chiusi. 

Tuttavia, molti uiguri non sono stati rilasciati e sono scomparsi in un sistema penitenziario in forte espansione. Sono stati condannati a pene detentive ufficiali di 15, 20 o 25 anni. Il sistema penitenziario locale si è notevolmente ampliato. Per quanto riguarda gli uiguri liberati, alcuni giornalisti che si sono recati nello Xinjiang negli ultimi due o tre anni mi hanno riferito che l’atmosfera era molto tesa, anche se, in apparenza, la vita sembrava essere tornata alla normalità. 

Una normalità per chi?

In realtà si tratta di un ritorno alla normalità per i cinesi Han, nel senso che la gente è tornata in strada. Durante le campagne di arresti, le strade erano decisamente più deserte, poiché molti uiguri erano stati incarcerati. Anche il turismo interno è ripreso. Dalla fine della pandemia di Covid-19 si osserva un aumento degli spostamenti da altre province e regioni verso lo Xinjiang. Questi si erano quasi completamente interrotti quando erano iniziati gli arresti e poi quando era scoppiata la pandemia. È tornata ormai la normalità, con i mercati, i negozi e i turisti.

Ma gli uiguri vivono sotto una pressione politica e una sorveglianza considerevoli. E dopo essere passati per questi centri di “rieducazione”, molti di loro, credo, hanno il morale a terra. Sono consapevoli dei rischi a cui andrebbero incontro se dovessero esprimersi in qualsiasi modo. Le forme di controllo sociale esercitate dal Partito sugli uiguri sono incredibilmente intense e sofisticate.

Questa repressione segna una svolta o il culmine di una storia più lunga?

È il culmine di una lunga storia, che accelera con la fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949. Infatti, già alla fine del 1949, l’Esercito Popolare di Liberazione entrò nello Xinjiang. All’inizio, gli uiguri nutrivano una certa speranza: poiché la loro regione avrebbe dovuto diventare autonoma (lo sarà ufficialmente nel 1955), pensavano di poter beneficiare di un’autonomia culturale, religiosa e, in una certa misura, educativa, al fine di preservare la propria identità e cultura. Ma nel corso dei decenni, ciò non si è concretizzato. 

Quasi ogni decennio ha visto un movimento di resistenza di massa o di protesta pacifica contro le autorità cinesi. A volte queste manifestazioni sono sfociate in episodi di violenza. Gli uiguri sostenevano spesso che fossero state le autorità cinesi ad aprire il fuoco per prime. Questi scontri erano inevitabilmente seguiti da un’ondata di arresti, repressione e dall’introduzione di misure di controllo ancora più severe sulla cultura e sulla religione uigura. 

Cosa ha spinto una parte degli uiguri a passare dalla protesta alla lotta armata?

Il più sanguinoso di questi scontri, avvenuto nel luglio 2009. 

Una delle grandi domande che mi ponevo mentre realizzavo questo reportage, sapendo che sarebbe stato delicato e che non avrebbe fatto piacere a nessuno, era la seguente: perché questi uiguri hanno scelto la violenza per opporsi al Partito comunista cinese? Perché hanno lasciato tutto alle spalle per combattere, in un paese straniero, una guerra che non era la loro? 

Quasi tutti hanno risposto che i disordini interetnici di Urumqi del luglio 2009 li avevano convinti che una convivenza pacifica con gli Han fosse impossibile e che l’unico linguaggio che il Partito Comunista Cinese avrebbe preso sul serio fosse quello della violenza. 

Cosa ha reso, nel 2009, la via pacifica impensabile ai loro occhi?

Gli uiguri sono scesi pacificamente in strada per protestare contro l’omicidio di due operai uiguri in una fabbrica del Guangdong, nel giugno 2009. Si sono scontrati con la polizia e gli scontri sono degenerati in rivolte interetniche, che secondo il bilancio ufficiale hanno causato quasi 200 morti, per lo più di etnia Han. 

Gli uiguri giunsero quindi alla conclusione che le manifestazioni pacifiche non avessero mai funzionato. Ogni decennio organizzavano una manifestazione pacifica, ma la loro situazione politica non faceva che peggiorare. Hanno quindi concluso che fosse giunto il momento di prendere le armi, dato che la stessa Repubblica Popolare Cinese era nata proprio in questo modo: attraverso la guerra, formando un proprio esercito ribelle. Si è poi posto il problema di dove poter agire: molti hanno scelto la Siria.

Modellini in carta e cartone raffiguranti un carro armato e un pezzo di artiglieria, realizzati da bambini uiguri in una scuola in cui si insegna in lingua uigura, nel nord della Siria. Foto: Emily Feng

Altri, già alla fine degli anni ’90, avevano tentato la sorte in Afghanistan e in Pakistan.

Gli uiguri vantano una lunga tradizione di mobilità: lungo le Vie della Seta, hanno a lungo svolto il ruolo di mercanti e interpreti tra i popoli turcofoni dell’Asia centrale. Gli attivisti non hanno fatto eccezione. A partire dalla fine degli anni ’90, piccoli gruppi di uiguri si sono recati al confine tra Afghanistan e Pakistan nella speranza di addestrarsi con i gruppi islamisti presenti sul posto, come Al-Qaeda e i talebani. È lì che è nato il Movimento Islamico del Turkestan Orientale (ETIM).

Perché l’Afghanistan non è diventato la loro base logistica?

L’esperimento è fallito: pochissimi di loro sono sopravvissuti. Sono stati uccisi durante scontri tra gruppi al confine afghano, ma anche durante i bombardamenti statunitensi. Le autorità pakistane ne hanno arrestati più di venti e li hanno trasferiti a Guantanamo Bay, in collaborazione con Washington. Gli Stati Uniti hanno finito per riconoscere che non si trattava di combattenti nemici e li hanno rilasciati, ma ci sono voluti anni. Le condizioni sul posto erano così difficili che non hanno potuto seguire una vera e propria formazione militare. 

Alcune decine di uiguri sopravvissuti hanno capito ben presto che quello non era un posto adatto per addestrarsi. Sono partiti per la Siria e hanno costituito, per quanto ne so, il primo gruppo di combattenti uiguri presente in quel Paese. 

Pechino raggruppa tutti questi combattenti sotto l’etichetta dell’ETIM, il Movimento islamico del Turkestan orientale. Ma questa organizzazione esiste davvero?

La questione rimane aperta: l’ETIM è un’organizzazione dotata di una direzione centrale, di una struttura organizzativa centralizzata e di una gerarchia? È innegabile che, nel corso degli ultimi tre decenni, sia esistita una rete di gruppi militanti uiguri, vagamente collegati tra loro e accomunati dall’obiettivo di combattere il Partito Comunista Cinese e di istituire uno Stato uiguro indipendente. La Cina li definisce tutti membri di questa organizzazione, l’ETIM. Ma sarebbe più corretto considerarlo come un termine generico che designa questo movimento globale di resistenza armata, che si potrebbe definire «movimento di liberazione nazionalista islamista».

Alcuni degli uiguri che si sono recati in Siria provenivano dall’Afghanistan o dal Pakistan, ma per la maggior parte di loro non è così. La maggior parte di loro si è recata inizialmente in Turchia, dove ha lavorato e studiato, prima di venire a sapere che alcuni uiguri attraversavano il confine terrestre per entrare in Siria.

Il fronte siriano e quello afghano costituivano un unico movimento?

C’erano contatti tra gli uiguri in Siria e quelli rimasti in Afghanistan. Si conoscevano bene e si tenevano reciprocamente informati sulle rispettive attività. Ma gli uiguri in Siria, quasi fin dall’inizio, hanno ampiamente superato quelli in Afghanistan in termini di numero, capacità, influenza e attività.

Chi sono coloro che hanno lasciato tutto per andare in Siria?

Non è possibile fare generalizzazioni sulle origini degli uiguri che si sono recati in Siria, poiché provengono davvero da ogni tipo di contesto, sia dal punto di vista socio-economico, educativo o professionale. Ci sono persone che non hanno mai completato gli studi superiori, operai edili, lavoratori migranti, agricoltori, ma anche titolari di dottorati, multimilionari, promotori immobiliari, imprenditori e proprietari di società di logistica. 

Partivano innanzitutto per convinzione religiosa?

Alcuni erano già praticanti. Molti provenivano da famiglie che si potrebbero definire «culturalmente musulmane», ma che in realtà erano quasi interamente laiche. Il loro punto in comune era che tutti cercavano un luogo sicuro in cui vivere e, nel loro intimo, un modo costruttivo per combattere il Partito Comunista Cinese e aiutare gli uiguri che vivevano ancora in Cina. 

È stata la guerra a radicalizzarli?

Durante la guerra, quasi tutti sono diventati estremamente praticanti. Ciò si spiega in parte con il fatto che la regione della Siria settentrionale in cui vivono è sempre stata più religiosa, più conservatrice dal punto di vista sociale e più sunnita rispetto al resto del Paese. Ciò è dovuto anche al fatto che agli uiguri è stata negata la possibilità di approfondire la religione e che gli abitanti dello Xinjiang sono molto curiosi di scoprire quella che considerano una forma più pura e autentica di Islam – che in realtà è una sorta di islam fondamentalista che si è diffuso negli ultimi decenni in tutto il Medio Oriente. 

Mary, una madre uigura e moglie di un comandante uiguro in Siria, è in posa con il figlio più piccolo davanti alla loro casa. Foto: Emily Feng

Hanno quindi abbracciato questa forma molto fondamentalista dell’Islam. E, dal punto di vista politico, in un certo senso ciò è andato a loro vantaggio, poiché ha alimentato la loro motivazione nel corso di una guerra civile estremamente difficile. Questo li ha tenuti uniti. 

Ciò che mi è sembrato interessante è che, prima della loro partenza, molti degli uiguri che ho incontrato erano religiosi solo dal punto di vista culturale. Celebravano le festività musulmane, ma non pregavano regolarmente. Molti di loro non avevano mai frequentato una scuola religiosa. E molti si sono avvicinati alla religione perché per loro rappresentava uno sfogo quando vivevano nello Xinjiang, uno sfogo di fronte alla discriminazione e alla repressione di cui erano vittime.

Che cosa hanno ancora in comune con il resto della diaspora, nella sua stragrande maggioranza pacifica?

Credo che ci siano pochissimi punti in comune tra gli uiguri della Siria e le altre comunità della diaspora. 

E tra gli altri gruppi ribelli, spesso anch’essi islamisti, si sentivano a casa loro?

Inizialmente c’erano delle barriere linguistiche. Gli uiguri hanno dovuto imparare l’arabo e molti di loro ora lo parlano correntemente. I loro figli nati in Siria lo parlano ovviamente come lingua madre. 

C’erano alcune barriere ideologiche, nel senso che gli uiguri erano diventati molto fondamentalisti. Non fumavano, non ascoltavano musica, non ballavano. Le loro donne erano completamente velate. Al calar della notte, pregavano e andavano a dormire. 

Combattevano al fianco dei siriani, molti dei quali erano islamisti sunniti, ma in privato, sulle linee del fronte, questi ultimi fumavano, bevevano, giocavano a carte e ascoltavano musica. All’inizio questo ha scioccato molti uiguri che pensavano di combattere al fianco di compagni d’armi, sia sul piano politico che religioso. «Com’è possibile? Sono veri musulmani?», si chiedevano. Hanno dovuto imparare ad aprirsi nei confronti dei siriani e delle persone di ogni provenienza. 

Chi ha cambiato di più l’altro: gli uiguri la Siria, o la Siria gli uiguri?

Si può vedere quanto la Siria abbia trasformato gli uiguri. Loro stessi hanno contribuito a cambiare la Siria, a cambiare il suo governo, ma è stata proprio la Siria a plasmare ciò che sono oggi. Avrebbero potuto radicalizzarsi ancora di più. Gli uiguri dell’Afghanistan, invece, sono rimasti molto fondamentalisti. Ma gli uiguri in Siria sapevano che dovevano aprirsi alla collaborazione con i siriani di tutte le confessioni. E sapevano anche che, se un giorno avessero dovuto fondare il proprio Stato uiguro, avrebbero dovuto accogliere uiguri di ogni provenienza. 

Pertanto, oggi la maggior parte degli uiguri in Siria non è poi così religiosa, né così conservatrice dal punto di vista sociale. La musica, il canto e la poesia, in particolare, sono al centro della loro identità e della loro cultura. Mi ha colpito vedere che avevano rinunciato a così tante regole. 

Questa evoluzione ha diviso il movimento?

Ciò ha finito per provocare una scissione. Gli uiguri di Siria hanno dichiarato: «Siamo innanzitutto un’entità politica. Siamo un movimento nazionalista e dobbiamo porre l’accento sulla nostra identità nazionale comune prima di qualsiasi identità religiosa. La religione non può costituire un elemento obbligatorio in questo futuro Stato che immaginiamo, e dobbiamo concentrarci su aspetti concreti, come la creazione di ospedali e scuole e la messa a disposizione di alloggi per il nostro popolo. Non possiamo dedicare così tanto tempo alle questioni religiose. » Si assiste quindi all’emergere di una nuova generazione di dirigenti tra le file degli uiguri in Siria, nonché a una certa divisione tra i gruppi siriani e afghani.

Hanno semplicemente seguito il percorso di Ahmed al-Charaa, dal jihad alla gestione di un territorio?

Sì, gli uiguri spiegano di aver osservato da vicino tutto ciò che Ahmed al-Charaa ha fatto con Hayat Tahrir al-Sham (HTS) e il suo «governo di salvezza» a Idlib. Hanno individuato almeno tre grandi ondate di riforme condotte da al-Charaa prima ancora che diventasse presidente della Siria, tutte positive ai loro occhi. Tutte hanno portato a un maggiore sostegno popolare e a una migliore governance. 

Un cimitero di fortuna situato nel nord della Siria ospita le tombe di centinaia di combattenti uiguri, tra gli oltre 1.000 che hanno perso la vita combattendo a fianco dei gruppi ribelli durante la guerra civile siriana. I comandanti uiguri affermano che molti dei loro combattenti sono morti sotto i bombardamenti russi. Foto: Emily Feng

Ne hanno tratto la conclusione che il cambiamento e l’apertura verso idee diverse non fossero cose negative. Nutrono un immenso rispetto per al-Charaa e gli sono anche molto fedeli. Ecco perché quest’ultimo oggi li ringrazia permettendo loro di rimanere in Siria. 

Eppure, si sono sempre rifiutati di aderire ufficialmente alla sua coalizione. 

Sì, al-Charaa li aveva invitati lì, ma loro ritenevano di dover rimanere indipendenti, poiché quella non era la loro guerra. Offrivano il loro aiuto perché, anche per loro, Bashar al-Assad era un mostro, ma il loro futuro rimaneva nello Xinjiang. 

Hanno avuto un ruolo nella caduta di Bashar al-Assad?

Hanno svolto un ruolo determinante. Facevano parte dei cinque gruppi ribelli invitati a partecipare a un’offensiva inizialmente concepita semplicemente per riconquistare la città di Aleppo. Nessuno aveva l’ambizione di conquistare Damasco, poiché tutti ritenevano che fosse impossibile. Gli uiguri sono stati invitati perché avevano dimostrato di essere molto disciplinati ed efficaci. È stato loro affidato il compito di interrompere le linee di rifornimento del regime intorno alla città di Aleppo. 

Ho del resto dedicato un intero capitolo del mio libro al modo in cui hanno agito e a come hanno messo a punto un piano che prevedeva lo scavo di tunnel sotterranei per interrompere queste catene di rifornimento, dalle retrovie delle linee nemiche. L’offensiva contro Aleppo è andata così bene che la città è stata conquistata in tempo record – due giorni – e i gruppi ribelli hanno iniziato ad avanzare verso sud. 

Nessuno aveva come obiettivo Damasco. Come ha potuto l’offensiva spingersi così lontano?

La decisione di proseguire verso sud deve essere stata presa in tutta fretta da al-Charaa e dai suoi uomini. Gli uiguri facevano parte di quei gruppi che hanno dichiarato: «Non vogliamo fermarci, andiamo avanti». Alla fine sono stati uno dei primi gruppi a entrare a Damasco all’inizio di dicembre 2024. Questi ribelli, che hanno rovesciato il regime, contavano forse 30.000 uomini – ben meno di quanto si aspettasse la maggior parte degli analisti. E tra questi 30.000 uomini, circa 3.000 erano uiguri. 

Gli uiguri costituivano quindi la forza combattente straniera più numerosa e rappresentavano circa un decimo delle forze che hanno preso il controllo dell’intero Paese. Il loro ruolo è stato davvero determinante. Ne sono sorpresi loro stessi. Coloro che hanno sfilato per le strade di Damasco nel dicembre 2024 mi hanno detto: «Eravamo determinati a combattere questa guerra, ma non avremmo mai pensato di riuscire personalmente a rovesciare il governo di Damasco». 

E questo ha rafforzato la loro convinzione che, anche se forse non sarebbe accaduto durante la loro vita, quel sogno lontano di affrontare un giorno il governo cinese avrebbe potuto diventare realtà – proprio come era stato possibile affrontare il regime di Assad.

Lei scrive che si identificano con il popolo ebraico. Come conciliano questo con il loro sostegno alla causa palestinese?

Gli uiguri non rientrano in nessun semplice schema ideologico. Sostengono con forza la causa palestinese. In quanto correligionari musulmani, seguono con grande attenzione ciò che accade a Gaza e in Cisgiordania. Ma studiano anche la storia del sionismo e ammirano sinceramente ciò che Israele ha realizzato sul piano politico e militare – al di là delle loro preoccupazioni religiose e umanitarie, poiché vedono nella storia del popolo ebraico un parallelo con il proprio destino. 

Islamisti, filo-americani, filo-taiwanesi: come classificare un movimento del genere?

Sono islamisti, ma sono anche aperti ai non musulmani. Sono islamisti che usano un linguaggio religioso, che parlano di lotta religiosa, di guerra santa, che considerano i membri del Partito Comunista Cinese come infedeli. Usano parte di un vocabolario tradizionalmente «jihadista» – anche se si tratta, credo, di un termine molto generico e carico di significati. Ma sono anche filo-americani. Considerano gli Stati Uniti il loro principale alleato nella lotta contro il Partito Comunista Cinese. Sono fortemente filotaiwanesi. Hanno dichiarato che, in caso di invasione di Taiwan, troverebbero un modo per fornire il loro aiuto. Anzi, forse sarebbe proprio quello il momento che sceglierebbero per attaccare la Cina. 

Non è possibile classificarli semplicemente nella tradizionale categoria dei gruppi militanti islamisti.