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Il filo conduttore di tutti i discorsi populisti è quello di pretendere di difendere l’identità di un popolo, che sarebbe minacciata sia da una sovversione interna – la scristianizzazione, la decadenza, il «wokismo» – e da una sommersione esterna causata da un’immigrazione demografica portatrice di un’altra cultura – in genere, l’Islam. I populisti si distinguono per la loro diversa interpretazione del rapporto tra queste due «minacce». Per i più tradizionalisti, la sovversione rende possibile l’inondazione, mentre per i più liberali, l’inondazione porta alla sovversione.
La cultura antropologica nel mirino
Quando i populisti parlano di difendere una cultura, non bisogna intendere quella incarnata da Platone, Shakespeare, Goethe o Proust. Si tratta della cultura antropologica di una società. In altre parole, la struttura implicita del legame sociale che i suoi membri dovrebbero condividere, ma anche un insieme di valori e norme che sembrano scontati, indipendentemente dalle divergenze politiche o filosofiche tra gli uni e gli altri. In sintesi, si tratta di una cultura forgiata da una storia e da una lunga tradizione comuni che la società conserverebbe nelle sue radici e nella sua memoria. A prescindere da tutte le differenze sociologiche quali quelle di classe, di ceto economico, di provenienza geografica o di istruzione, la società da difendere si fonda quindi, secondo i populisti, su una struttura antropologica che permette di costituire una società e, sebbene in forma ridimensionata, di godere di un certo stile di vita.
Se la cultura, dal punto di vista dell’antropologia, è proprio ciò che permette di simbolizzare e rappresentare questa struttura sottostante – proprio come il marxismo, quando si tratta delle classi sociali –, allora essa è davvero la chiave dell’ordine sociale. Per molti leader e pensatori populisti, la conquista del potere politico sarebbe ormai l’unico mezzo per rifondare il campo culturale, consentendo così di difendere o ripristinare questa cultura nel senso antropologico del termine. Si tratta proprio della definizione di una controrivoluzione culturale.
La questione del fondamento antropologico della società è stata deliberatamente ignorata dal liberalismo politico; è stata invece costantemente ribadita da pensatori controrivoluzionari come Louis de Bonald. Il punto di forza, ma anche la debolezza del liberalismo, sta nell’aver eluso la questione antropologica ricorrendo alla teoria del contratto sociale, analizzando la società come se fosse composta esclusivamente da individui senza legami. A questa finzione, i populisti oppongono il Paese reale, il buon senso, l’identità, le radici, la storia e, come valore aggiunto, il cristianesimo.
Ebbene, il paradosso della controrivoluzione odierna è che non può più basarsi su una società esistente – quella tradizionale, più o meno cristiana. Si trova così costretta a (ri)creare la propria antropologia, attingendo a un passato immaginario. In altre parole, la tradizione è diventata la nuova utopia.
Le strategie populiste per portare a termine questa riconquista culturale
La priorità è quindi la riconquista culturale. Ancor prima della presa del potere, questa inizia con la penetrazione nel campo culturale, lo sviluppo di una cultura cristiana distintiva per plasmare un nuovo panorama sia sociale che patrimoniale, l’investimento nell’intrattenimento, la creazione di luoghi in cui elaborare una visione intellettuale – il GRECE ne è stato il precursore, seguito poi dai media di Bolloré e da nuovi think tank. Questo lavoro sul campo prepara così una vittoria elettorale che garantirà l’allineamento o la distruzione delle roccaforti «progressiste» – media, università, «mondo della cultura». A quel punto si porrà la questione della reversibilità del processo. Prendiamo l’esempio dell’Ungheria. La sconfitta di Orbán dimostra che, finché la democrazia funziona, la controrivoluzione rimane un’illusione. Partendo da questa constatazione, si presentano due strategie: o si passa direttamente alla dittatura come in Russia, oppure si cerca di trasformare in profondità la società e di radificarvi un nuovo habitus reazionario, per garantire una rifondazione antropologica. Come afferma l’avvocato Thibault de Montbrial, sostenitore di un inasprimento generale della legislazione: «Il ripristino dell’autorità avrà effetti virtuosi in tutti i campi della società. Sarà poi il momento di riconquistare le anime attraverso l’educazione, attorno a un’eredità storica greco-latina e culturale giudaico-cristiana assunta pienamente. 1»
Ma occorre ancora capire a quale passato si riferiscano i populisti. È proprio qui che sta il problema. Si tratta forse del passato precedente alla migrazione di massa? In tal caso, la priorità sarebbe la rimigrazione. Oppure si tratta del passato incarnato da una società tradizionale che si è progressivamente disgregata sotto i colpi del liberalismo con la Rivoluzione francese, del progressismo con la sinistra e, successivamente, del «wokismo»? I programmi populisti intrecciano quindi due fondamenti antropologici diversi, se non addirittura contraddittori: da un lato, un’antropologia che propugna uno «stile di vita» individualista ed edonista in opposizione al fanatismo – la formula «Siamo tutti Charlie» ne è un esempio –; e dall’altro, un’antropologia cristiana, quella che si attribuisce alla società tradizionale costruita attorno alla famiglia e fondata sui generi. Due riferimenti antropologici contraddittori, quindi 2. E questa contraddizione è destinata ad acuirsi. Infatti, oggi, sulla scia dell’ondata MAGA negli Stati Uniti, assistiamo a una radicalizzazione dei progetti di governance populista. Si tratta ormai di promuovere una vera e propria controrivoluzione culturale, con l’obiettivo di rendere irreversibile il rovesciamento dell’ordine liberale – il «wokismo» non è più l’unico bersaglio.
Sul piano interno, l’obiettivo è quello di attuare una profonda riforma costituzionale che liberi i nuovi regimi dal controllo delle istituzioni repubblicane, ma anche da quello di Bruxelles e degli organismi internazionali, ovviamente. Per quanto riguarda l’inevitabilità dell’alternanza elettorale, per uscirne senza ricorrere a un colpo di Stato e senza affidarsi esclusivamente alla repressione, i populisti intendono riuscirci modificando in profondità il legame sociale, attraverso un ritorno ai fondamenti antropologici della società. Si tratta di rendere «desiderabili» le loro norme e i loro valori, presentandoli come il riflesso dello stile di vita reale o sognato dalla maggioranza della popolazione.
L’«antropologia cattolica», unico modello antropologico «rigido» valido
La nostalgia degli anni Cinquanta, così come la sua controparte, l’ostalgia della Germania dell’Est, riguardano società prive di quella consistenza antropologica necessaria a ricreare il legame sociale. La deresponsabilizzazione sotto uno Stato tutelare – più o meno benevolo –, il piacere del consumo di massa, il sogno della vita in periferia: tutto ciò presupponeva una certa prosperità al riparo dei confini nazionali. Questa non è più all’ordine del giorno. Questi due modelli del dopoguerra, quello liberale e quello sovietico, sono stati in gran parte preservati dalla guerra fredda e si sono rivelati sostenibili solo per il tempo di due generazioni.
Allora, quale modello antropologico alternativo “duro” rimane oggi? Rimane quella che io chiamo “antropologia cattolica”, ovvero la famiglia tradizionale e la legge naturale. Essa è centrale nei movimenti tradizionalisti e fondamentalisti, ma viene anche regolarmente invocata da gran parte della destra e dell’estrema destra conservatrice, che vede in essa l’antitesi di un «wokismo» percepito come lo stadio ultimo del pensiero liberale dell’Illuminismo. L’idea centrale è quindi che esista un modello antropologico inscritto nella natura umana, la quale può essere sia il risultato dell’atto creativo divino sia il prodotto dell’evoluzione.
Perché allora «cattolica» e non «cristiana»? Perché solo la Chiesa cattolica pretende di gestire la società civile, e questo dalla riforma gregoriana dell’XI secolo fino allo sviluppo della famosa «dottrina sociale della Chiesa», ormai rivendicata da una parte dell’estrema destra – il concetto di «bene comune» di Stérin si fonda su un principio centrale di questa dottrina. Sebbene protestanti e cattolici facciano tutti riferimento alla teoria delle due città di Agostino, non ne traggono le stesse conseguenze. Il protestante deve vivere la propria fede nella città degli uomini, ma delega volentieri all’ordine laico la gestione di questa società, come risulta esplicito in Lutero. I calvinisti insistono maggiormente sulla «comunità dei santi», che si distingue dalla società. Qui si nota l’influenza della teoria della predestinazione, anche se ormai non viene più rivendicata sul piano teologico. Gli evangelici americani non formano quindi una società, nel senso che, per loro, il legame sociale non ha una valenza positiva in sé. Tutto è incentrato sull’incontro personale con Gesù, condizione della salvezza individuale – il fine dei fini.
Ma per la Chiesa esiste effettivamente una legge naturale valida per tutti; essa deriva dalla natura dell’essere umano così come Dio lo ha creato. Una buona società è quindi possibile se si fonda su un’antropologia naturale e sull’etica che ne deriva. La salvezza, dal canto suo, dipende solo dalla fede e dalle opere. Si tratta di una società organica, orientata verso fini buoni. Di conseguenza, esiste effettivamente un’autonomia della società, ma fondata sulla natura dell’essere umano, cioè, indirettamente, sulla creazione. Tale autonomia non dipende dalla volontà dell’essere umano, poiché questa può esercitarsi legittimamente solo nell’ambito della propria natura. La legge naturale è un dato di fatto, è anteriore a qualsiasi contratto sociale – che del resto rende superfluo – e rimane accessibile anche ai non cristiani. Papa Leone XIV riassume così questa visione, che era stata sistematizzata da Tommaso d’Aquino:
«[I] fondamenti [della dottrina sociale] sono profondamente in accordo con la natura umana, con la legge naturale che tutti possono riconoscere, anche i non cristiani, anche i non credenti. Non bisogna quindi temere di proporla e difenderla con convinzione: è una dottrina di salvezza che mira al bene di ogni essere umano, alla costruzione di società pacifiche, armoniose, prospere e riconciliate.
L’opposizione della Chiesa al matrimonio omosessuale non viene quindi espressa solo in termini di abominio – cioè di offesa a Dio –, ma anche in termini di rottura antropologica, secondo le parole del cardinale Barbarin. Allo stesso modo, i principi non negoziabili di papa Benedetto, ovvero la difesa della vita e della famiglia, si rivolgono a tutti, e non solo ai cattolici.
Il fascino di questo modello va ben oltre la comunità dei credenti. Spiega anche il peso degli intellettuali cattolici nel movimento MAGA – spesso protestanti convertiti come J.D. Vance. In Europa, invece, l’approccio è piuttosto maurrassiano: il modello antropologico cattolico viene elogiato da intellettuali agnostici che spesso non hanno alcuna formazione cattolica, come Zemmour, ad esempio. Per i pensatori neoreazionari, la legge naturale viene secolarizzata nel «buon senso» – si parla allora di «senso comune» – oppure nella «natura» – ci si riferisce allora alla sociobiologia e alla teoria dell’evoluzione.
Legge o nuovo habitus cristiano: il ritorno a un’«antropologia cattolica»
Il problema è capire come realizzare questo ritorno a un’«antropologia cattolica», anche se secolarizzata, in un contesto in cui la società è sempre più scristianizzata. La questione va ben oltre la perdita della fede: si tratta della perdita stessa di ogni cultura cristiana.
Per intraprendere questa riflessione antropologica, se si esclude la possibilità di un ritorno massiccio alla fede – che, in ogni caso, non avverrà necessariamente nel senso di un cristianesimo identitario 3 –, rimangono due opzioni possibili: o attraverso la norma, cioè attraverso la legge (e quindi attraverso la repressione); oppure attraverso l’affermarsi di un nuovo habitus cristiano, in particolare mediante la diffusione di una cultura simbolica cristiana.
Lo si osserva nei neo-reazionari che spingono per l’adozione di una legislazione conservatrice in materia di famiglia, il genere e la sessualità attraverso il divieto dell’aborto, del matrimonio omosessuale, del riconoscimento della diversità sessuale, l’affermazione della complementarità e non dell’uguaglianza tra i sessi, ecc. Ma la grande maggioranza dell’elettorato populista, così come una parte degli stessi leader populisti, non seguirà questa linea. Da qui la cautela dei populisti, tranne quando il terreno è favorevole, come oggi in Texas e in Polonia. Solo i partiti più estremisti tentano di attuare questo programma, come è avvenuto con Vox in Spagna o con il generale Vannacci in Italia. La priorità sarà quindi ovunque la riduzione autoritaria degli spazi di libertà culturale esistenti: si vieta, si censura, si licenzia, si negano i sussidi, si nominano sostenitori e amici in posizioni chiave. Questo funziona finché riguarda i «margini» (immigrati, giovani donne musulmane, studenti, ambienti culturali), ma pone un problema non appena ci si avvicina al cuore dell’elettorato – Trump ne è oggi l’esempio lampante.
Infatti, affinché una norma si affermi, deve essere desiderabile: i cambiamenti del modello giuridico sono la conseguenza e non la causa dei cambiamenti antropologici. Questi ultimi li riflettono, li inquadrano, li rallentano o li accelerano. Lo si è potuto osservare con il matrimonio omosessuale, che è diventato accettabile solo una volta sancito dalla legge. Ma non si costruisce una società a partire dal diritto. L’individualismo edonista è ben radicato nella società occidentale, a cominciare dalle élite populiste.
Ecco quindi la vera sfida di una politica culturale: non basta cancellare la cultura progressista, perché la questione è capire con cosa verrà sostituita. Bisogna rendere la cultura cristiana attraente anche in una forma secolarizzata.
La seconda parte consiste quindi nel saturare il “paesaggio” di simboli, icone, immagini e narrazioni che mettono in risalto una nazione cristiana. È ciò che chiamo la “cultura segnaletica cristiana”: nomi di strade, parchi di divertimento, pellegrinaggi ostentati, grandi perdoni, troménies, traversaines, percorsi di Santiago di Compostela, rintocchi di campane, bandiere, uniformi, calvari e santuari. Ci si dedica d’un colpo a tutti i santi del repertorio per marcare il territorio. Questo fenomeno di messa in scena si ritrova al Puy du Fou, proprio come nella televisione «Bolloré» che trasmette la messa in latino in prima serata con sacerdoti in abiti cerimoniali.
Eppure questa segnaletica non corrisponde ad alcuna struttura antropologica. Si tratta di rituali ostentati, slegati dai contesti sociologici che li hanno generati: quelli delle corporazioni, dei ritmi della vita contadina, dei riti di passaggio, delle grandi sofferenze popolari. Infatti, non ci sono più marinai bretoni che rischiano la vita nel Mare d’Islanda, ma solo pescatori con la lenza e ciclisti di campagna che si godono una bella domenica nel giorno del Pardon. L’insistenza dei populisti su questa modalità festosa risponde a una necessità strutturale: in mancanza di un fondamento antropologico, si recita. Ci si traveste da cavalieri con Giovanna d’Arco, si posa in costume folcloristico tra una bourrée e un biniou – persino Bolloré indossa il suo cappello tondo. Messa e corrida sono in programma per il sindaco di Béziers.
È proprio una cultura folcloristica quella che viene messa in primo piano. Ma come aveva osservato il grande specialista del folklore francese André Varagnac, si parla di folklore quando la cultura popolare ha perso il suo radicamento «civilizzazionale», ovvero antropologico 4. Ci si trova nello stile di vita ludico della rievocazione storica. Di fatto, si accentua proprio quella deculturazione che si vuole combattere – ovvero il divario tra le pratiche sociali e le rappresentazioni, tra la messa in scena e la vita reale. Si spinge così alla trasformazione della vita reale in messa in scena. Questa «de-realizzazione» è accentuata dal ruolo dei social network, vero luogo di un legame sociale che si mette in scena in performance festive, sia in chiave ludica, sia come rituale identitario. Non esiste più, quindi, una cultura popolare, ma solo folklore o intrattenimento. Da qui deriva il lato kitsch. Si finge, si caricaturizza, si esagerano i toni.
Inoltre, a questa strategia manca un elemento fondamentale: la Chiesa, pur non avendo nulla contro la religiosità popolare o persino l’identità, difende innanzitutto i valori e le norme. Certo, la Chiesa non ha nulla contro il folklore ribattezzato «religiosità popolare», il canto polifonico corso o l’Ave Maria in gasconese, ma non può scendere a compromessi sui propri valori. Propongo di illustrare questa tensione tra, da un lato, un cristianesimo simbolico e folcloristico (e patriottico) e, dall’altro, la fede e la norma, attraverso un episodio recente. Va notato che il protagonista non è un «populista» dal punto di vista politico, ma si inserisce in questo contesto della cultura simbolica del ritorno alla tradizione e alle radici.
In occasione della «Fiera della lana» – che riprende una tradizione medievale e celebra Jean de Dunois, compagno di Giovanna d’Arco –, il sindaco di Châteaudun, Philippe Vigier, trasforma la messa domenicale del 5 luglio 2026 in una «messa medievale». Il deputato sindaco e il suo consiglio comunale si travestono da cavalieri medievali. Il parroco, padre François Yambressinga, di nazionalità ivoriana, poco affascinato dalla cavalleria, tiene un’omelia contro la legge sull’eutanasia. Eppure il deputato e sindaco, travestito da Dunois, è il relatore generale della proposta di legge sull’aiuto a morire. Furioso, chiede scuse al parroco e dichiara: «Gli ho detto che non era né il luogo né il momento per parlare dell’aiuto a morire. Era una messa medievale. I rappresentanti eletti erano in costume, c’erano i lanciatori di bandiere e Luc Arbogast ha accompagnato la cerimonia interpretando tre canti medievali.» Il folklore prevale sulla norma religiosa: si tratta di una messinscena, di uno spettacolo, di un evento. Questa appropriazione del cristianesimo da parte del movimento identitario è ovviamente inaccettabile per la Chiesa. Il vescovo ha sostenuto il parroco e ha affermato che non ci sarebbero state scuse 5.
Questo aneddoto dimostra chiaramente che il conflitto tra la cultura della segnaletica e l’esigenza religiosa è una questione di finalità. Se il gioco è effettivamente una forma di apprendimento, a un certo punto bisogna smettere di giocare e diventare adulti. L’habitus non crea l’antropologia.
Il populismo sarà incapace tanto di far rivivere il mondo del passato quanto di fondare una nuova società. Esso si inserisce nella società dello spettacolo e nell’espansione dell’impero delle norme.
Note
- Thibault de Montbrial, «Solo uno shock di autorità può evitare la catastrofe alla Francia», Figaro Vox, 14 ottobre 2025.
- Cfr. Olivier Roy, «La destra e Trump: crisi e futuro di una tradizione politica», LGC, 28 marzo 2025.
- Cfr. Olivier Roy, «Il cristianesimo è europeo?», Esprit, settembre 2026
- «Civilisation traditionnelle et genre de vie», Albin Michel 1948.
- «Quando l’aiuto a morire si intromette nella messa», L’Echo Républicain, 13 luglio 2026.