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Cosa le fa pensare, rispetto al il contratto sociale francese, questo momento che stiamo vivendo?

A prescindere da come si definisca questo contratto sociale, è chiaro che non è più in vigore. Ciò che colpisce, nell’ultimo periodo, è quanto tutti i membri del corpo politico, se così posso dire, tutti gli organi, tutti i muscoli, tutte le ossa si stiano progressivamente separando gli uni dagli altri. Non esiste più un principio sintetico che ci unisca.

Il contratto sociale francese si basava sul principio generale della politica moderna, il regime rappresentativo: esiste un popolo civico, i diritti dei suoi membri sono tutelati dallo Stato di diritto e, in questo contesto, la rappresentanza politica consente di affidare la guida del Paese alla forza politica, all’orientamento e agli attori che godono del sostegno della maggioranza. Si trattava quindi del contratto maggioritario, regolato dallo Stato di diritto e fondato sul popolo politico, definito dall’appartenenza nazionale. Oggi, tutte le parti di quello che voi chiamate il contratto sociale francese sono paralizzate, o comunque si sono separate.

Non esiste più il principio di maggioranza, perché non c’è più alcuna maggioranza, né reale né tantomeno potenziale. Questo è un fattore determinante della situazione: manca ciò che forniva l’energia, l’asse e la stabilità del nostro regime. Lo Stato di diritto, che serviva a regolare gli eccessi, le derive o le imprudenze del regime maggioritario, ora pretende di decidere, almeno in senso negativo, sul contenuto stesso delle politiche. Tiene il governo e il legislatore in una posizione marginale. E naturalmente il popolo civico, invece di essere considerato la fonte primaria della legittimità politica e il contesto naturale della vita politica, ha subito un processo di delegittimazione metodica. L’idea che il popolo nazionale possa avere il diritto di autogovernarsi è stata bollata come indegna dall’opinione illuminata che ci guida e ci dirige. Così, le tre grandi componenti del nostro sistema politico non sono più operative: la prima è assente, la seconda ipertrofica, la terza sospetta e denigrata. 

Quale bilancio trarrebbe del “macronismo”? Come giudica questa formula politica, né di destra né di sinistra, che in realtà si è trasformata ben presto in qualcos’altro?

È difficile esprimere un giudizio, nella misura in cui, in gran parte, i mandati di Emmanuel Macron non hanno fatto altro che prolungare una tendenza. Tale tendenza era la fine dell’alternanza di maggioranza, o meglio il passaggio da un’alternanza significativa tra destra e sinistra a un’alternanza sostanzialmente di facciata. Che al potere ci fosse la sinistra o la destra, veniva condotta sostanzialmente la stessa politica, giustificata e standardizzata dalla struttura e, ancor più, dalla retorica europea. Con quella lungimiranza che bisogna riconoscergli, Emmanuel Macron ha colto l’attimo propizio e ha raccolto i frutti: è stato eletto sulla base del progetto di attuare contemporaneamente entrambe le politiche, poiché andavano nella stessa direzione. Era plausibile e allettante, anche se c’era una certa audacia nel presentare come una «rivoluzione» un approccio che consisteva nel portare a compimento una tendenza ormai consolidata da tempo. 

Allora, cosa ha fatto? Quello che gli rimprovero è di non essersi mai interrogato sulla situazione, sullo stato reale del Paese che governava. Ha fatto uso delle agevolazioni di governo ereditate dalla V Repubblica, delle risorse simboliche del nostro antico e grande Paese, ma a che scopo? Travolto dal proprio slancio, non ha mai fatto altro che sorvolare questo Paese. Non appartiene a nessuna corrente politica, o spirituale, della Francia, il che non è affatto disonorevole, ma lo ha privato di quei punti di riferimento condivisi di cui anche i più talentuosi hanno bisogno. Ha percepito più rapidamente degli altri l’esaurimento dei partiti storici senza essere in grado, né del resto desideroso, di fondarne uno nuovo. Ha dimostrato un talento a volte soprannaturale nell’adattarsi alle situazioni e nel tirarsi fuori dai guai, ma la sua corsa sulle creste lo ha condotto fino a quella fatale dissoluzione che ha inflitto alla nostra Repubblica, già vacillante, un danno di cui ancora non si rende conto.

Eppure è il rappresentante dell’alta amministrazione: è una tradizione francese.

Non lo so, ma va bene così! Si è parlato del suo saint-simonismo. Mi sembra tuttavia che non si sia affatto avvalso delle competenze di questa alta amministrazione, che abbia messo a dura prova i suoi grandi corpi, che abbia mostrato almeno una certa preferenza per le società di consulenza… Qualunque fosse la parte interessata della nostra organizzazione collettiva, ha voluto «smuoverla», senza troppa riflessione preliminare, convinto che la sua abilità bastasse a tutto. Da qui l’ostilità quasi immediata che ha suscitato. Tale ostilità è stata talvolta cieca ed esagerata, ma il suo disprezzo, o la sua sfrontatezza, nei confronti dei suoi oppositori, anche i più modesti, hanno alimentato questo rifiuto. In definitiva, direi che ora è sostenuto solo da quella parte della borghesia istruita e laureata per la quale egli incarna ancora, e nonostante tutto, il «governo dei migliori». Le sue doti sono indiscutibili, ma non si è sforzato di cogliere gli aspetti sempre rilevanti della nostra storia nazionale né di analizzare seriamente lo stato e il funzionamento del nostro regime. 

Si dirà, e non a torto, che queste mancanze sono quelle della classe politica francese degli ultimi quarant’anni: la sinistra che ha dimenticato il popolo dei lavoratori, la destra dimenticando la nazione, si è lanciata in un progetto europeo tanto ambizioso quanto indefinito, senza rendersi conto che il Paese non la seguiva, o lo faceva con grande riluttanza, in questa impresa, di cui la classe che la guidava non sapeva, del resto, in cosa consistesse precisamente.

Oggi è in corso una campagna presidenziale con, diciamo, tre opzioni. Ritiene che l’espressione «estrema centro», usata ormai per indicare il blocco centrale, sia fondata?

Mi sono vantato di essere uno degli ideatori di questa espressione… Ciò che colpisce particolarmente è che questa fetta dell’opinione pubblica non riesce a concepire che non tutti condividano le sue ovvietà. Facendo dell’adesione, e dell’adesione entusiastica, al progetto europeo il metro di misura della competenza intellettuale e morale dei cittadini, si sono esclusi dalla cittadinanza legittima innumerevoli cittadini che nutrivano obiezioni, riserve o dubbi, più o meno pertinenti, ma che non meritavano il disprezzo schiacciante del «partito giusto». 

La vita politica del nostro Paese è stata progressivamente paralizzata e resa sterile da questa incapacità di accettare il dissenso e di accogliere le obiezioni. Si veda con quanta facilità, con quale senso di ovvietà e di legittimità, la classe politica abbia deciso di non tenere conto del referendum del 2005. Per molti francesi, quello è stato un momento decisivo di rottura con i propri leader. Che non si voglia tenere in alcun conto il voto inequivocabile del 55% dei francesi, né quello, altrettanto netto, degli olandesi: il fatto che due paesi così diversi politicamente tra loro dicano nello stesso momento la stessa cosa alla loro classe politica e che questa non ne tenga affatto conto, come non vedere in ciò una delle principali fonti delle divisioni che ci paralizzano?

Per oltre vent’anni, la classe politica ha governato come meglio poteva, nonostante l’allontanamento del popolo, o di gran parte di esso. Oggi si dimostra semplicemente incapace di governare, mentre il risentimento popolare è tanto più virulento in quanto le condizioni di vita della maggioranza della popolazione si stanno deteriorando in modo lampante. I partiti che si propongono come portavoce della rabbia popolare, dal canto loro, non hanno compiuto alcuno sforzo per orientarla e guidarla, limitandosi ad alimentarla e a sfruttarla. La loro vittoria elettorale, che i sondaggi sembrano preannunciare, segnerà la rivincita dei disprezzati, ma non promette alcuna rifondazione del nostro contratto politico, poiché i nuovi presunti governanti, che non hanno pensato a prepararsi, saranno incapaci di far fronte alle richieste, talvolta contraddittorie, di una società civile impaziente, sofferente, esasperata e più divisa che mai. 

Il funzionamento di un sistema rappresentativo si basa su un delicato equilibrio nel rapporto tra governanti e governati. Esso richiede una certa fiducia da parte del popolo nei propri rappresentanti e un certo senso di responsabilità da parte dei governanti nei confronti del popolo che li ha eletti. Questo scambio non avviene più da tempo. Nel momento in cui i governanti si ritengono responsabili principalmente nei confronti del progetto europeo e dei «valori» che dichiarano inscindibili da esso, si esonerano dagli obblighi sanciti dalla definizione stessa del nostro sistema. Il processo rappresentativo risulta offuscato e distorto.

Quando parla delle critiche che si possono muovere all’Unione europea, a cosa si riferisce?

L’Unione europea non ha mai smesso di affermare di fare ciò che in realtà non faceva e non voleva fare. Da decenni i sostenitori dell’Unione hanno avuto tutti i poteri e li hanno esercitati senza ostacoli. Come ho già sottolineato, hanno sistematicamente delegittimato ogni critica un po’ rigorosa sul modo in cui l’Europa si stava costruendo. Tutti questi poteri a che scopo? Ufficialmente per costruire quell’Europa che, da sola, avrebbe avuto la forza di difendere le nazioni europee, ormai troppo deboli in un mondo di cui non sono più il centro. Eppure, cosa vediamo? Un’Europa incapace di difendersi con le proprie forze.

Quando si pretende di costruire un nuovo corpo politico, ci si preoccupa innanzitutto di essere in grado di difendere ciò che si sta costruendo. Eppure la classe politica ha agito come se ciò non la riguardasse. Aveva valori da diffondere, diritti da attuare, interessi da conciliare, ma non aveva nulla da difendere. 

Il confronto con la fondazione degli Stati Uniti è illuminante. Gli Stati americani, quando hanno deciso di unirsi più strettamente, hanno istituito organi propri dell’Unione: una Presidenza, un Senato, una Camera dei rappresentanti. Dov’è l’esecutivo europeo? Non esiste. Dove sono i rappresentanti eletti del popolo europeo? Non esistono, poiché non esiste un popolo europeo. È quindi l’istituzione più priva di legittimità propria, la più dipendente da negoziati opachi tra i vari Stati europei, in breve la Commissione, a trovarsi incaricata dell’interesse generale europeo. Come si può pensare che un dispositivo istituzionale così mal concepito possa mai dare vita a una comunità politica?

Non respingo affatto l’argomentazione secondo cui, dato lo stato del mondo, le nostre nazioni sono ormai troppo deboli e devono quindi unire le loro forze. Semplicemente, sostengo che, se si vuole realizzare un’unione politica, occorre tenere conto della realtà politica e basarsi su di essa. Ebbene, la realtà politica dell’Europa è ancora e sempre costituita dalle nazioni. Ne è prova il fatto che tutto ciò che di importante accade nella vita dell’Unione europea, così com’è, dipende ancora principalmente dagli Stati membri. Si crede forse che esse finiranno per fondersi in un’Unione di cui rimangono necessariamente i principali attori? L’Europa possibile e auspicabile sarà l’opera comune delle nostre nazioni o non sarà affatto.

Ciò che è singolare, proprio, è notare la divergenza tra gli Stati Uniti e i paesi europei. Come valuta il governo di Donald Trump e il modo in cui viene esercitata la democrazia americana?

La prima grande peculiarità della democrazia americana è di natura geografica: gli Stati Uniti sono un impero continentale per così dire illimitato, mentre gli europei hanno, e sanno di avere, accanto a sé dei vicini di cui devono tenere conto.

Quella che è stata definita “Europa” è il risultato delle interazioni tra nazioni che si sono costruite a vicenda, alcune precoci come l’Inghilterra e la Francia, altre giunte tardivamente all’unità, come la Germania o l’Italia, combattendosi, negoziando, definendo con cura i propri confini, disprezzandosi, ammirandosi, imitandosi, ecc. Gli europei hanno sempre dovuto tenere conto del vicino. Ciò che ha caratterizzato la vita europea nel corso dei secoli è stata la rivalità e l’emulazione tra potenze che, pur essendo disuguali, tendevano a riconoscersi reciprocamente. Non contestavano l’esistenza dei propri vicini, anche se questa legge non scritta della politica europea ha conosciuto delle eccezioni, specialmente nel caso della Polonia. Tralascio qui l’impresa hitleriana, che esula completamente da questo contesto.

Gli Stati Uniti non hanno mai avuto un pari, nemmeno approssimativo, nelle loro vicinanze. Si sono sviluppati in una prospettiva immediatamente continentale, espandendosi verso ovest fino al Pacifico, verso sud fino a conquistare metà del Messico e a sottoporre i paesi dell’America centrale a un controllo diretto o indiretto, politico o economico. Gli Stati Uniti si proclamarono ben presto protettori e signori delle due Americhe. L’impulso imperiale si manifestò in modo irregolare, ma rimase sempre molto potente. Va naturalmente menzionata la guerra ispano-americana del 1898, che vide gli Stati Uniti impadronirsi dei resti dell’impero spagnolo, comprese le Filippine. 

È nel 1917 che gli Stati Uniti diventano il fulcro dell’ordine internazionale, quando intervengono in modo decisivo nella Grande Guerra. A partire dal 1945 ha inizio il lungo periodo di un impero americano che prende sul serio le proprie responsabilità di impero e, se così si può dire, regolarizza la propria situazione. Oggi si parla, con una nostalgia un po’ compiacente, di un «impero delle regole». In ogni caso, sebbene quell’impero rimanesse sempre legato alla forza americana – militare, economica e finanziaria – e attento ai propri interessi, la classe dirigente americana ha dimostrato sufficiente intelligenza politica per dare prova di una certa imparzialità nell’applicazione delle regole, e persino di una certa generosità nell’aiutare l’Europa devastata a ricostruirsi.

Se dovessi descrivere in una sola parola l’operato di Donald Trump, direi che essa riflette la rivolta della nazione americana – di una parte significativa di essa – contro l’impero americano, contro quell’impero fatto di regole, valori e forza militare, che la nazione americana non si sente più in grado di sostenere. Quella parte dell’opinione pubblica che Trump rappresenta ritiene che gli americani abbiano sprecato le loro energie e il loro denaro, «blood and treasure», per cause che non li riguardano, e che sia giunto il momento che l’America torni a casa e si occupi dei propri affari. Ma tornare a casa e occuparsi dei propri affari significa ritrovare alcuni riflessi antichi ma sempre presenti, in particolare l’impulso dominatore nelle due Americhe, verso nord (Canada) e verso sud (Cuba, Venezuela). Questo riorientamento verso l’impero continentale comporta un ritiro necessariamente caotico dalle zone più esposte dell’impero mondiale (Medio Oriente, Europa). C’è quindi una certa razionalità e persino coerenza nell’approccio internazionale di Trump. Questa coerenza è più che in parte oscurata dal discorso che lo accompagna, che sfugge all’odiosità solo per via dell’assurdo, ma è reale. Ha conseguenze dannose per l’Europa e disastrose per l’Ucraina, ma ciò che ha di razionale è più temibile di ciò che ha di odioso, poiché il riorientamento che Trump ha dato alla politica americana rischia di essere duraturo. 

Tra le ultime provocazioni di Trump, ce n’è una su cui volevo attirare la vostra attenzione, perché mi sono ricordato delle pagine che le avevate dedicate in La Raison des nations: la volontà di rendere pubbliche le esecuzioni capitali, dopo che, ancora una volta, un’esecuzione si è svolta in modo molto criticabile negli Stati Uniti.

Il suggerimento del Segretario alla Guerra americano, respinto dallo stesso Trump, non mi sembra particolarmente degno di nota. In un clima politico già privo di freni e filtri, egli vuole distinguersi per eccessi e oltraggi. A prescindere dal giudizio che si possa dare sulla pena di morte, trattare un’esecuzione capitale come uno spettacolo da trasmettere in diretta e a cui si invita il pubblico, denota una sensibilità morale a dir poco degradata. 

Insistere nel dimostrare di non rispettare davvero nulla è una strana mossa da parte di chi si vanta di voler ripristinare la moralità tradizionale. Non ho verificato, ma non credo che questa richiesta del segretario alla Guerra abbia suscitato molta simpatia, nemmeno nell’opinione pubblica conservatrice americana.

In *La Raison des nations* lei sosteneva che la pena di morte negli Stati Uniti fosse indissolubilmente legata a un’interpretazione del patto hobbesiano molto diversa dalla nostra e a una concezione del tutto diversa della legittima difesa. Potrebbe approfondire questo punto, tanto più che la Francia è ancora sotto shock per un episodio in cui si pone proprio la questione della protezione dei beni…

Ho constatato che molti europei vedono improvvisamente allargarsi il divario con l’interlocutore americano che fino a quel momento sembrava così vicino, non appena si affronta la questione del diritto di portare armi, e scoprono che per l’amico americano il diritto di portare armi, o comunque di avere armi a disposizione in casa per l’autodifesa, è in sostanza un dato di fatto. 

Non dovremmo stupirci più di tanto, poiché la possibilità di questo disaccordo è di fatto insita nella matrice della politica moderna. Avete citato il nome di Thomas Hobbes: è infatti nel suo Leviatano che emerge, nel modo più chiaro e incisivo, la razionalità e, al tempo stesso, la legittimità dello Stato moderno. Se non esiste un potere in grado di mettere ordine nella collettività, ognuno è giudice del modo migliore per difendersi dal proprio vicino, sempre minaccioso. Si tratta quindi della guerra di tutti contro tutti, più precisamente di ciascuno contro ciascuno, poiché ciascuno ha il diritto di fare ciò che ritiene necessario per difendersi dal rischio di una morte violenta per mano degli altri. Potrà sempre invocare la legittima difesa: stava per attaccarmi! Come uscire da questa guerra di ciascuno contro ciascuno? È necessario, e basta, che ciascuno rinunci a esercitare il proprio diritto di difesa per affidarne l’esercizio a un’unica istanza, che sarà autorizzata a difendere il diritto uguale di tutti i cittadini a non rischiare la propria vita in ogni momento – a vivere in pace. Tutta la legittimità e la ragion d’essere dello Stato risiedono nella missione che ciascuno gli affida di difendere la propria vita, in modo tale che tutti siano difesi in modo uguale.

La difficoltà è evidente: per difendere il mio diritto alla vita, ma anche alla libertà di movimento, che è inscindibile dalla vita, conferisco uno potere esorbitante allo Stato. È tuttavia razionale, perché invece di temere tutti in ogni momento, ho ormai un solo oggetto di timore: lo Stato sovrano. Esso detiene tutti i poteri, ma non ha alcun motivo plausibile per attaccare coloro che lo hanno autorizzato a dettare loro la legge. Come ha scritto un famoso commentatore di Hobbes, la paura «omeopatica» dello Stato ha sostituito la paura panica di tutti e di ciascuno. Il «monopolio della violenza legittima» permette ai cittadini di vivere, non senza paura, ma con una paura incomparabilmente più «sopportabile» di quanto non sarebbe in assenza dello Stato. 

Cosa fare se lo Stato non mi difende, o mi difende male? O, peggio ancora, se mi chiede di rischiare la vita per difenderlo? Hobbes risponde così a questo dilemma: se lo Stato mi chiede di rischiare la vita per difenderlo, in un certo senso rompe il contratto che ci lega. Ho quindi il diritto di difendere da solo il mio diritto alla vita, in pratica di disertare per sfuggire ai rischi del campo di battaglia. Non è onorevole, dice, ma non si può dire che sia ingiusto, perché tutta la giustizia dello Stato consiste nella protezione che mi deve.

Questa digressione su Hobbes permette di cogliere più chiaramente la radice del disaccordo tra europei e americani. Gli europei partono dal presupposto che, dal momento che allo Stato è stato conferito il monopolio della violenza legittima, non abbiamo più alcun motivo legittimo per occuparci della nostra difesa. Abbiamo affidato allo Stato tutta la nostra difesa. Per quanto riguarda la cosiddetta «legittima difesa», gli europei la guardano con sospetto. La giustizia, in particolare in Francia, è restia a considerarla una giustificazione valida. 

In questi giorni, proprio nel nostro Paese, temiamo che i commercianti vittime di saccheggi possano ricorrere alla giustizia sommaria. Vediamo in questo un atto di sfida all’autorità dello Stato, in un senso più grave di quello commesso dai delinquenti. Negli Stati Uniti è la stessa cosa, ma è diverso. Certo, l’istituzione pubblica dovrebbe difendermi, è proprio questo il compito che le ho affidato, ma se non c’è, se non è disponibile, mi resta sempre, in ultima istanza, il diritto di difendermi da solo, e quindi di disporre delle armi necessarie. Si tratta dello stesso dispositivo giuridico e morale, ma interpretato in modo diverso. 

I cittadini americani hanno, più di noi, la sensazione che il diritto e il potere dello Stato siano radicati nel diritto e nel potere di ciascuno di difendersi da sé. Noi, più di loro, abbiamo la sensazione che, riservandoci come una sorta di riserva un diritto più o meno costituzionale di difenderci da soli, metteremmo in pericolo la moralità e la dignità dello Stato, ricadendo in uno stato pre-morale, lo stato di natura.

Oggi questa questione assume una connotazione diversa, poiché l’Europa si considera vittima di un’aggressione da parte della Russia. Si pone la questione del diritto di difendersi, ovvero di armarsi e, più precisamente, di mettere a rischio la vita, non della popolazione, ma di una parte dei nostri figli, come ha affermato un militare francese. Cosa ne pensa?

La domanda sorge spontanea, e sorge, se così posso dire, in modo davvero pressante. Faccio fatica a rispondere. Appartengo a una generazione che è sfuggita completamente alla guerra, che l’ha ignorata del tutto. I baby boomer in Francia sono la prima generazione che non ha mai conosciuto la guerra in nessuna forma. Eppure la possibilità della guerra, il rischio o la minaccia della guerra, sono tornati nella coscienza degli europei. È possibile che presto debbano difendersi, anche con la forza militare, contro un’impresa di conquista guidata dalla Russia. No, il possibile è già realtà: dobbiamo difenderci da una simile impresa, che è già in atto.

Questo sconvolge il metabolismo morale dell’Europa. Non vi sto dicendo nulla di nuovo: l’Europa si è costruita – nella misura in cui si è costruita – sull’idea che fosse per i cittadini europei la garanzia della pace – di una pace che non si immaginava potesse essere infranta. Questa pace trovava la sua garanzia e il suo pegno nella riconciliazione tra le nazioni europee, in particolare tra Germania e Francia. Non si teneva conto di ciò che si trovava e accadeva al di fuori dei paesi membri dell’Unione. Per quanto riguarda i pericoli maggiori, la responsabilità era lasciata agli Stati Uniti. Per i pericoli minori, gli Stati europei – in pratica la Francia o il Regno Unito – potevano occuparsene. Così l’Unione in quanto tale ha lasciato le questioni di difesa o agli Stati Uniti o agli Stati membri. Nella consapevolezza di sé dell’Unione europea, la difesa contro il nemico esterno non occupa alcun posto.

Riconoscere oggi di trovarsi di fronte a un serio rischio di guerra significa, per l’Europa, ammettere, se non la vacuità, almeno la caducità della sua promessa più avvincente, quella che aveva maggiormente segnato le coscienze dei cittadini europei. Sarebbe tuttavia un errore fatale voler trasformare improvvisamente l’Europa-garanzia-di-pace in un’Europa-pronta-alla-guerra. Significherebbe suscitare risentimento e rifiuto da parte di un’ampia maggioranza dei cittadini europei. Poiché la prospettiva della guerra, sia per gli individui che per i gruppi, è necessariamente occasione di esame di coscienza, l’attacco russo deve essere l’occasione per tale esame. Se la guerra incombe, e ancor più se è già in corso, essa richiede un inventario urgente delle nostre risorse materiali e morali. Se ci si appresta a chiedere ai giovani cittadini europei di essere pronti a rischiare la vita, è necessario – scusate la solennità delle parole – considerare seriamente le molle dell’animo umano. 

In che senso?

Ricominciamo. Gli europei si trovano di fronte a una minaccia che può diventare mortale. L’Europa deve quindi mobilitare forze e determinazione sufficienti per far fronte a questa minaccia. Ciò non può avvenire in nome dell’«Europa e dei suoi valori», riutilizzando per la guerra la retorica che prometteva la pace perpetua. Ciò che darà all’Europa la forza di difendersi è ridare voce alle nazioni, come la necessità ci sta spingendo a fare. I polacchi, i baltici, i norvegesi, gli svedesi si stanno effettivamente preparando alla guerra; hanno già preso decisioni costose e coraggiose, sono già pronti, o quasi, per la prova. 

Li aiutiamo, così come aiutiamo l’Ucraina, nei limiti delle nostre modeste risorse e della nostra determinazione, che resta ancora da confermare. Credo, o voglio credere, che nei vari paesi dell’Europa minacciata, il sentimento patriottico sia ancora vivo, o comunque suscettibile di essere risvegliato da un discorso politico diretto e sincero, al servizio di un’azione politica e militare coerente e vigorosa, al fine di difendere la patria, e con essa l’Europa, nel quadro di un’alleanza delle nazioni europee. La risorsa morale in nome della quale si può chiedere ai cittadini di rischiare la vita è ancora e sempre la patria. Non ce n’è un’altra.

Ciò richiede grande discernimento, e persino delicatezza, da parte di chi ci governa. Dividere i cittadini, sia in nome dell’Europa che in nome della Francia, e additare dei «traditori» è l’ultima cosa da fare. Si tratta di fare in modo che la difesa contro l’aggressione russa raccolga il maggior consenso possibile. Evitiamo di screditare moralmente a priori coloro che non la pensano come noi. Bisogna spiegare perché e in che misura la Russia rappresenti una minaccia, una minaccia tale che solo una seria preparazione militare – ovvero una preparazione che ci renda capaci di combattere se le cose dovessero arrivare a quel punto – possa contrastarla. I nostri governanti devono compiere uno sforzo costante per convincere la società civile di queste necessità, senza approfittare dell’occasione per guadagnare facili punti contro l’avversario politico.

Credo che molti europei, anche se condannano sinceramente l’aggressione russa, non si rendano conto di quanto la sconfitta dell’Ucraina sarebbe una catastrofe per l’intera Europa. A volte si sentono risate beffarde: «Allora presto vedremo i carri armati russi sugli Champs-Élysées!» Ciò che è in gioco in questo momento è la sopravvivenza dell’Ucraina. Putin sta distruggendo l’Ucraina, è quello che vuole fare e lo sta facendo. 

La distruzione dell’Ucraina mette a rischio l’intero continente europeo lungo tutta la linea di demarcazione. È quindi urgente che l’Europa mobiliti forze sufficienti per aiutare gli ucraini a sventare tale impresa, nonché le risorse morali necessarie per condurre uno sforzo militare duraturo e su larga scala. Tali risorse devono essere attinte innanzitutto dal sentimento patriottico delle diverse nazioni europee, nazioni alleate in un insieme di civiltà che vuole difendersi mobilitando le sue parti costitutive, le sue «pietre vive».

Lei è un grande lettore di Tocqueville. Nelle prime pagine di *Della democrazia in America* si percepisce una sorta di fiducia provvidenziale nell’equalizzazione delle condizioni e nel senso di appartenenza. È ancora possibile condividere questo sentimento oggi?

L’ottimismo tocquevilliano era comunque un ottimismo prudente, perché secondo lui il corso naturale della democrazia tendeva verso una sorta di «despotismo dolce», per usare le sue parole. Per evitarlo, occorre sviluppare un’arte della democrazia. E l’arte della democrazia, è l’arte di trarre il meglio dal governo rappresentativo, di calibrare con giudizio il sistema istituzionale, di incoraggiare le associazioni, di preservare l’uguaglianza dei diritti senza soffocare le virtù e i talenti, di coltivare un linguaggio capace di dire le cose come stanno invece di affogarle nelle astrazioni… Stiamo parlando di un’arte dimenticata. 

Vorrei sottolineare un punto importante a questo proposito. Subiamo e avalliamo costantemente una terribile semplificazione, o “calcificazione”, del linguaggio. Non sappiamo più parlare dei problemi collettivi se non attraverso il linguaggio dei diritti. Ci sono argomenti per i quali il linguaggio dei diritti è perfettamente pertinente, ma ci sono molte questioni in cui esso deve essere integrato da un altro linguaggio, da un altro approccio alle cose. Non si può semplicemente dire: esistono diritti umani illimitati, e il compito della politica è semplicemente quello di garantire l’uguaglianza di questi diritti umani illimitati. Che ne è allora dei diritti del cittadino? Si possono semplicemente dissolvere i diritti del cittadino nei diritti umani? Sapete bene quanto me che porre questa domanda è considerato un reato, o quasi, allo stato attuale dell’opinione pubblica. 

In risposta a questa ipertrofia dei diritti umani, vengono messe in primo piano affermazioni “identitarie”, identità il cui intero significato risiede proprio in questa stessa affermazione. E lo si fa in nome di un altro diritto umano, il diritto di avere un’identità… Ecco un diritto in più, come se ce ne mancassero! Si tratta soprattutto di semplificarsi il compito in modo eccessivo. Questa «identità» che si afferma con tanta forza è in genere un «comune» che, per essere proposto in modo utile, richiederebbe di essere analizzato in termini politici e morali precisi. È vero che il «comune» non può essere semplicemente il quadro dei diritti, che ha una consistenza politica e morale, che comprende «contenuti di vita», ma ciò deve essere individuato e articolato con precisione, invece di essere affermato come un blocco da prendere o lasciare.

Tocqueville temeva la propensione delle società democratiche per le astrazioni. Guardate in quali reticolati di astrazioni è intrappolata da noi la questione dell’istruzione. «Diritto a un’istruzione di qualità», «pari opportunità», «la scuola per correggere le disuguaglianze»… Tutte queste formule girano intorno all’argomento, sfiorandolo ma evitandolo accuratamente. Non ci dicono nulla sul contenuto auspicabile dell’istruzione. Ad esempio: quale posto riservare all’apprendimento della lingua? Come insegnarla? La lingua francese è abbandonata, umiliata, saccheggiata da ogni parte. Che arte della democrazia è questa se l’arte di scrivere e di parlare è andata perduta? Si sentono alla radio alcune frasi di Georges Pompidou o di François Mitterrand, e ci si dice: come parlava bene, come trovava la parola giusta, come la collocava bene! Quella finezza di espressione non era solo il talento o la virtù di una persona, ma l’espressione di un paese che aveva padroneggiato l’arte politica della democrazia. L’abbiamo persa? Sono sconvolto dalla volubilità e dalla fretta della maggior parte dei politici che ascolto alla radio la mattina. Si rivolgono a qualcuno? Si ha l’impressione che abbiano una scorta di sostantivi da far sentire, come si trasmettono segnali, senza preoccuparsi di metterli al servizio di un discorso che richiederebbe dei verbi. 

Solo l’arte della democrazia, con il corretto uso della nostra lingua che essa presuppone, può permetterci di «ricucire» insieme gli elementi costitutivi del nostro sistema che si sono separati: un popolo politico nel quadro nazionale, che non esclude un’unione più stretta tra le nazioni europee; uno Stato di diritto che non si sostituisca né al legislatore né al governo; infine, una rappresentanza politica che ristabilisca un onesto scambio tra la fiducia dei governati e il senso di responsabilità dei governanti. C’è ancora tempo per riparare questo sistema, che è il capolavoro in grave pericolo della politica moderna?