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In Occidente, l’invasione russa del 2022 ha avuto un effetto che né il Maidan né la guerra nel Donbass erano riusciti a produrre: far conoscere l’Ucraina e porla al centro dell’attenzione internazionale. A quella data, tuttavia, le regioni orientali del Paese uscivano da otto anni di conflitto a bassa intensità che aveva sconvolto la vita dei suoi abitanti, a cominciare da quelli dei territori occupati.

Dal febbraio 2016, la fotoreporter Marion Péhée lavora sulle conseguenze di questo conflitto sulle popolazioni civili attraverso una prospettiva inedita: il percorso di un gruppo di adolescenti di Shchastia seguiti per dieci anni al di qua e al di là dei confini politici, sociali e culturali. Dall’occupazione di questa città del Donbass da parte dell’esercito russo, il gruppo, un tempo molto unito, si è disperso tra l’Ucraina, i territori occupati, la Russia e l’estero: alcuni sono diventati soldati nell’esercito ucraino, altri in quello russo; molti hanno perso la vita.

Dopo aver ricevuto il premio dell’Unione dei Fotografi Professionisti nel 2022 ed essere stata nominata nello stesso anno per il premio «Courage in Journalism» di The Economist, questo lavoro sul Donbass è valso a Marion Péhée la Borsa di studio Canon per le fotoreporter nel 2025. Ripercorriamo insieme a lei i drammi e i paradossi di questa generazione plasmata dalla guerra.

Come le è venuta, inizialmente, l’idea di questo primo progetto in Ucraina? Rientrava in una ricerca o in una riflessione più ampia?

Marion Péhée Il mio arrivo a Shchastia nell’aprile 2016 è avvenuto un po’ per caso. Mi trovavo in Ucraina per fare visita a un’amica che lavorava all’Istituto francese di Kiev. Ed è in quel contesto che ho iniziato a interessarmi a un’organizzazione, l’associazione Vostok SOS, che prestava aiuto agli sfollati interni. I suoi membri svolgevano missioni nel Donbass e mi hanno proposto di accompagnarli. È stato un problema logistico lungo il percorso a costringerci a fermarci nell’oblast di Luhansk, precisamente a Shchastia – una città il cui nome, ironicamente, significa «felicità» sia in ucraino che in russo. 

Mi hanno accompagnata a casa di un professore di storia, che insegnava proprio al liceo della città, un luogo in cui avrei presto trascorso lunghe ore per le mie interviste. Parlando con me, ha subito accennato ai giovani della città che si erano arruolati in un battaglione di volontari due anni prima, quando avevano solo quattordici anni. Quella storia mi è sembrata incredibile e ho subito voluto saperne di più. A poco a poco, mi si è imposta l’idea di raccontare la loro storia attraverso la fotografia. Tuttavia, credo di aver iniziato in modo piuttosto maldestro. All’epoca avevo appena concluso un master in fotografia e arte contemporanea e lavoravo al museo Jacquemart-André. Non avevo quindi alcun legame con il fotogiornalismo. Mi ero ritrovata sul campo senza un progetto preciso, e tanto meno con l’idea di lavorarci per i successivi dieci anni della mia vita.

Nel contesto di questa visita sul campo improvvisata, come si sono svolti i vostri primi incontri con i giovani? 

Alla fine sono rimasta più a lungo del previsto, ospitata proprio dal professore di storia in questione. Mi ha raccontato la storia della città, ma anche della sua stessa arrestazione da parte dei separatisti filo-russi nel 2014, seguita da una detenzione in carcere durata diversi mesi. Mi ha parlato anche delle sue due figlie, che prestavano servizio nell’esercito come volontarie nel battaglione Aidar. In quel momento, non capivo esattamente cosa le avesse spinte ad arruolarsi. 

In seguito, alcuni giovani di Shchastia mi hanno spiegato che l’esercito era molto presente in quella città, teatro di intensi combattimenti nel 2014. Ai loro occhi, c’era qualcosa di eccitante, e persino di «fico», nel frequentare i militari, nel farsi vedere al loro fianco. Questi adolescenti non erano affatto mossi da sentimenti patriottici. Per loro, l’essenziale era soprattutto darsi un certo prestigio, «frequentando» le figure più popolari della città. Uno di loro si vantava addirittura di essere salito su un carro armato quando aveva quattordici anni e di aver ricevuto caramelle e bossoli vuoti. 

Incuriosita da questi incontri e da queste scoperte, ho deciso di tornare a Chtchastia per un periodo più lungo alcuni mesi dopo, in piena estate, per cercare di comprendere meglio le dinamiche locali. Cosa significava avere quindici o vent’anni in quella città? Che vita si conduceva lì, quali speranze per il futuro ci si poteva permettere di nutrire?

Kharkiv, Ucraina, marzo 2026

Sveta cammina per le strade di Kharkiv. Dietro di lei si erge l’edificio dell’amministrazione regionale, situato in Piazza della Libertà e pesantemente bombardato nel marzo 2022. Tutte le finestre sono state spazzate via e i soffitti gravemente danneggiati, se non addirittura completamente distrutti in alcuni punti. «Nel 2014 avevo 13 anni e ho cominciato a capire che stava succedendo qualcosa quando l’esercito ucraino è arrivato in città per liberare Shchastia. I bombardamenti erano molto intensi, il rumore mi ha colto di sorpresa e ho avuto molta paura. Ricordo due attacchi: il primo, mi è sanguinato il naso per la paura; il secondo, ero sotto le coperte, i vetri sono esplosi. E il giorno dopo, l’esercito ucraino è entrato in città.»

Sveta vive da sola a Kharkiv e ha due lavori: lavora come commessa in una gioielleria e gestisce un negozio online di elettronica. Ha frequentato l’università a Kharkiv per diventare assistente sociale. «Mi trovo bene qui, sono tranquilla. Amo moltissimo questa città: è piacevole e pulita, la gente è fantastica, non c’è discriminazione e ci sono molti sfollati interni».

Non parlavo né russo né ucraino. Nemmeno i ragazzi della città parlavano né inglese né francese. Per un’altra coincidenza, sono stata aiutata da uno di loro, spuntato dal nulla, che parlava spagnolo. Me la cavavo come potevo. Vagavo per la città lanciando sguardi e sorrisi a tutti i giovani nel tentativo di creare un legame. Valya è stata una delle prime a divertirsi della mia presenza. Mi ha coinvolta nel suo gruppo di amici, dove ho conosciuto Vova e poi una serie di altri giovani. Non capivano bene cosa mi avesse portato a Shchastia – e anch’io facevo fatica a spiegarlo –, ma si divertivano a farsi fotografare. È così che ho fatto diversi viaggi nel 2016 e nel 2017, per tornare periodicamente a trovarli.

Come percepivano le questioni scottanti dell’epoca, quelle relative alla difesa del territorio e al controllo economico e politico della regione? 

Difficile da dire: non parlavano né di Maidan né della Crimea. All’epoca avevano tra i 16 e i 18 anni. Tutte queste questioni non erano ancora di attualità per loro. Molti mi dicevano addirittura che si sentivano più «ai margini della guerra» che nel bel mezzo di essa. C’era quasi qualcosa di giocoso in tutti questi eventi: una ragazza mi ha raccontato che i giovani della città si divertivano a gridare ora «Gloria all’Ucraina», ora «Gloria ai separatisti». Uno di loro ha persino cercato di strappare una bandiera ucraina. 

Chtchastia, regione di Luhansk, Ucraina, luglio 2016

Valya, Vova, Sergej, Dasha, Kostia e Nina (da sinistra a destra) chiacchierano su una panchina. Dopo l’invasione su larga scala, i giovani di Shchastia ricordano: «Nessuno di noi aveva davvero dei genitori, nessuno aveva soldi. Eravamo con i nonni, che non volevano lasciare la loro casa e non avevano un posto dove andare. Loro sopravvivevano nella paura. Noi invece vivevamo! […] Giocavamo a scegliere da che parte stare! Bevevamo gridando “Gloria all’Ucraina”, “Gloria ai separatisti”, e ridevamo. Uno di noi ha voluto strappare la bandiera ucraina e issare quella di Luhansk in pieno giorno. Erano giochi che credevamo non avessero conseguenze.»

Insomma, si divertivano, combinavano ogni sorta di marachelle, senza rendersi del tutto conto della portata della guerra alle loro porte. Nel 2014, alcuni ascoltavano canzoni che glorificavano la Novorossija, le Repubbliche popolari di Luhansk e Donetsk. Per loro erano semplicemente le hit del momento. Tutto ciò sembrava loro molto lontano; vivevano la quotidianità con spensieratezza, come una sorta di gioco senza conseguenze, proprio come qualsiasi altro giovane della loro età nell’Europa occidentale – con la sola differenza che si trovavano in Ucraina. Da allora le cose sono cambiate molto, quella spensieratezza è scomparsa. All’epoca, alcuni giovani erano stati pagati una manciata di grivna dai separatisti per disinnescare le trappole tese dall’esercito ucraino; oggi, uno di loro presta servizio proprio in quell’esercito. Va detto che molti di questi adolescenti erano lasciati a se stessi, a volte senza genitori, spesso senza aver completato gli studi.

Esisteva, al contrario, un quadro istituzionale che li legasse più strettamente all’Ucraina?

Tutto ciò non sminuisce in alcun modo il loro attaccamento al territorio. La maggior parte di loro manifestava l’intenzione di rimanere in quella città, che tuttavia non offriva reali prospettive. Vivere a Shchastia significava o lavorare alla centrale elettrica o arruolarsi nell’esercito. Avevo la sensazione che alcuni vivessero in città quasi per senso del dovere, a causa della presenza russa a pochi chilometri di distanza. C’era quindi una sorta di ambiguità, che si rifletteva anche nei loro tatuaggi con lo stemma dell’Ucraina o nei loro braccialetti con i colori della bandiera ucraina. Sebbene la politicizzazione non emergesse chiaramente, poiché si mescolava a giochi e spensieratezza, traspariva comunque in alcuni segnali. 

Trascorrendo un po’ di tempo nel loro liceo, ho scoperto un corso intitolato «Difesa della Patria», che consisteva essenzialmente nel montare e smontare dei kalashnikov il più velocemente possibile. Sulle pareti del liceo c’erano anche manifesti con il volto di Putin al centro di un bersaglio. Ma, ancora una volta, c’era un divario tra il discorso che ci si aspettava da loro e il loro rapporto personale con tutte queste realtà. 

Chtchastia, regione di Luhansk, Ucraina, novembre 2016

Ritratto di Viktor nella sua stanza del convitto del liceo Taras Shevchenko. All’epoca, questo studente desiderava lasciare la città per andare a vivere a Kharkiv. Oggi è sposato e vive a Odessa, dove rimane rinchiuso in casa, temendo di essere arruolato nell’esercito ucraino. «È difficile essere un uomo di 26 anni oggi in Ucraina».

Dieci anni dopo, cosa vi ha spinto a riprendere questa indagine? In quali circostanze è avvenuto questo ritorno sul campo? 

La situazione era completamente cambiata. Ovviamente, non potevo più recarmi a Shchastia, ormai occupata dall’esercito russo. Le questioni di sicurezza erano di tutt’altra portata. Va detto che nel 2016-2017 anch’io ero animata da una sorta di spensieratezza. Oggi, al di là persino dell’incolumità fisica in un paese in guerra, la diffusione delle mie foto d’archivio, quelle precedenti al 2022, è diventata una fonte di rischio per alcuni giovani che risiedono ancora nei territori occupati o che vi hanno familiari e amici. Mi è diventato impossibile raccontare certe storie, mostrare certe persone. Fino all’invasione su larga scala, le cose erano molto più fluide.

Più in generale, quando ho riaperto questo caso più di quattro anni fa, all’inizio del 2022, il mio lavoro ha assunto fin da subito la forma di una vera e propria indagine. Su questo terreno che avevo esplorato in modo piuttosto improvvisato, questa volta dovevo procedere con metodo per ritrovare le tracce dei miei contatti. Il punto di partenza è stata una ragazza, all’epoca l’unica presente tra i miei contatti su Instagram. Mi ha raccontato che la sua amica Valya era stata arrestata dall’esercito russo. I soldati erano arrivati a Shchastia con liste di attivisti ed ex militari della città. Valya, che aveva fatto parte dell’esercito ucraino, era stata arrestata nelle prime ore dell’invasione. In seguito ho saputo che aveva trascorso dieci giorni in prigione prima di essere rilasciata, ma che alla sua liberazione era seguita una serie di nuovi arresti. Ho iniziato a raccogliere contatti grazie a questa persona, poi sui social network, per telefono, per mesi e mesi, finché la mia ricerca non si è arenata. Tutti i miei contatti mi avevano fornito le informazioni di cui disponevano, ero a un punto morto. È stato allora che ho iniziato a collaborare con una persona specializzata in OSINT, che mi ha aiutato a raccogliere numerose informazioni preziose. Ben presto ho appreso che Valya era stata uccisa dall’esercito russo. Il suo corpo, martoriato, era stato ritrovato in una foresta vicino a Shchastya. È proprio questo che ha dato senso al mio lavoro: la volontà di sapere, di documentare questi crimini di guerra, ma anche di tramandare la storia e la memoria delle persone che ho fotografato.

Ucraina, maggio 2026

Una foto di Valya, fatta prigioniera, pubblicata su un gruppo Telegram intitolato: «Si riconoscono gli ucraini dalla pettinatura». Questo gruppo di discussione diffonde quotidianamente immagini di soldati ucraini fatti prigionieri, accompagnate da contenuti di carattere umiliante. La didascalia della foto recita: «È gratificante constatare che non sono solo i militari ucraini di sesso maschile ad aver fatto la scelta consapevole di arrendersi, ma anche le donne. La domanda rimane aperta: perché sono andate lì? Ciononostante, alcune di loro depongono le armi in tempo e alzano le mani. L’istinto di vita prevale sull’istinto di morte. N. 1748 Valentina Konstantinovna Davronova, 22 anni.»

Dopo dieci giorni di prigionia, Valya viene rilasciata ma sottoposta a frequenti controlli. Di tanto in tanto frequenta i soldati di Shchastia. È così che trascorre la serata del 13 gennaio 2023 con loro al caffè Raduga (arcobaleno, in russo). Quella notte scompare. Il 22 febbraio 2023, sua madre riceve una telefonata da un investigatore della Federazione Russa che le comunica che Valya è stata ritrovata nella foresta. «Mi ha detto di identificarla dalle foto, altrimenti non sarei riuscita a sopportarlo. Aveva il corpo dilaniato da coltellate e la testa squarciata da una granata. Indossava solo le mutandine.»

Il 7 marzo 2025, il tribunale militare di Rostov ha riconosciuto due uomini colpevoli del suo omicidio e li ha condannati a 12 e 18 anni di carcere. Hanno presentato ricorso in appello. L’indagine ha accertato che almeno altri nove militari avevano sentito e visto Valya mentre veniva torturata, senza intervenire.

Quali percorsi avevano intrapreso gli altri giovani che avevate incontrato qualche anno prima? 

Per prima cosa ho rivisto Vova, uno dei miei primi contatti nella cerchia di Valya. Il nostro ricongiungimento è stato particolarmente commovente. Per loro ero una figura familiare, ma anche la custode delle loro fotografie d’infanzia e di gioventù, un materiale ormai ancora più prezioso poiché non esiste più nulla: né quella città, né quella vita. 

L’ultima volta che avevo fotografato Vova era stato in occasione della festa per i suoi diciotto anni con gli amici. Quello stesso anno si è arruolato nell’esercito ucraino e ha trascorso otto anni in trincea.

Chtchastia, regione di Luhansk, Ucraina, luglio 2016

Vova festeggia i suoi 18 anni con gli amici. «Era una bella vita: bere, fumare, fare festa. La vita libera. La mia bella vita è finita l’anno in cui ho compiuto diciotto anni». Quella sera, una decina di amici bevono, ridono, fumano, si abbracciano, si corteggiano e si baciano. Quindici giorni dopo, Vova si è arruolato nell’esercito ed è partito per combattere nella regione di Donetsk dopo un mese di addestramento. Nel 2025, esprime la sua frustrazione per essere stato mobilitato in quella regione, anziché difendere la sua città e la sua regione.

 Nel 2023, dopo un infortunio che gli è costato la perdita di due dita, è diventato istruttore a Zaporizhzhia. Quando l’ho rivisto nel 2022, ho ovviamente trovato una persona molto cambiata. All’epoca era sposato e ho approfittato di un permesso per fotografarlo insieme alla moglie, a casa loro. La mattina seguente l’ho accompagnato fino all’autobus che lo riportava nel Donbass. L’ho rivisto solo un anno dopo, all’ospedale militare di Dnipro, ferito e distrutto: sua moglie lo aveva lasciato nel frattempo. Mi diceva: «La guerra mi ha portato via anche questo». Era molto solo e cercava di tornare alla vita civile. Ma quel passaggio era difficile per chi era cresciuto e si era formato nelle trincee. Non riusciva più a dormire nel silenzio, dopo anni passati ad addormentarsi sotto i bombardamenti.

Dnipro, Ucraina, febbraio 2024

Durante una visita dal medico per il cambio della medicazione. «Nessuno prestava attenzione alla mia età. Mi dicevano: “Sei del Donbass? Avanti!”»

Vova guarda la sua mano ferita. Dopo otto anni trascorsi nell’esercito, si ritrova solo e disorientato a Dnipro. È cresciuto nelle trincee: una vita di guerra che, ancora oggi, rimane il suo unico punto di riferimento. Per proteggerla, per non farla preoccupare, Vova non ha mai confessato a sua madre di essersi arruolato nell’esercito – né di essere ormai invalido. «Meno si sa, meglio si dorme. Una madre non vuole immaginare suo figlio in guerra».

Più in generale, tra le persone che ho incontrato in Ucraina, si possono distinguere due profili: coloro che si sono arruolati nell’esercito ucraino, come Vova, e coloro che temono di essere mobilitati, vivono rintanati in casa e trascorrono le giornate su Telegram a scrutare i movimenti dei reclutatori. In entrambi i casi, si trattava quindi di una realtà dura, molto dura. Ho contattato anche alcune persone nei territori occupati, in particolare a Shchastia. Per queste ultime, la comunicazione era resa particolarmente difficile dai blocchi digitali: persino Telegram era stato interrotto. Durante i nostri primi incontri, le cose erano molto meno compartimentate. Ora, tutti sono molto cauti riguardo alle informazioni che mi trasmettono. Alcune persone mi hanno letteralmente riattaccato il telefono in faccia perché toccavo questioni delicate: io stesso potevo rappresentare un pericolo per loro. 

Ciononostante, alcuni osano ancora oggi esprimersi, dire quanto la vita sia diventata complicata, quanto sentano la mancanza della libertà di cui godevano in Ucraina – a cominciare dalla libertà di espressione – da quando vivono in questo clima di paura. 

Chtchastia, regione di Luhansk, Ucraina, luglio 2016

Con lo stemma dell’Ucraina tatuato sul collo e un braccialetto dai colori della bandiera ucraina, Valya fa il bagno con i suoi amici in uno stagno. La ragazza avrebbe voluto restare a vivere nella sua città, ma è stata uccisa dall’esercito russo nel gennaio 2023. Sua madre Tetyana, che vive ancora a Shchastia, racconta: «Quando si vive in condizioni molto modeste, bisogna mantenere buoni rapporti con chi ti governa. Ho avuto buoni rapporti con i russi, poi buoni rapporti con l’esercito ucraino che ha riconquistato Shchastia, e infine buoni rapporti con i russi che sono tornati nel 2022.»

Un’amica di Valya racconta: «Lì non c’è più libertà di espressione, mi sembra che questo sia uno dei motivi per cui Valya è stata uccisa: non aveva peli sulla lingua, sapeva dire le cose con franchezza e senza dubbio ha detto cose che non avrebbe dovuto dire.»

Ho anche ritrovato alcune persone che ora vivono in Russia, ad esempio una ragazza il cui fidanzato, originario di Donetsk, ha trovato lavoro lì. Ha deciso di seguirlo, ma lei stessa non lavora; passa il tempo a casa e fatica ad adattarsi al clima locale. Il punto in comune è che tutti ricordano con nostalgia il periodo in cui li ho fotografati. Un periodo che, col senno di poi, alla luce di tutto ciò che è successo da allora, sembra loro tanto più felice – anche se all’epoca vivevano a venti chilometri dalla linea del fronte.

Questi percorsi sono quindi più intrecciati dal punto di vista culturale, e persino militare, di quanto si potrebbe pensare osservando semplicemente una linea di fronte che separa due campiture di colore? 

L’obiettivo di questo progetto era proprio quello di mettere in luce la complessità di questi percorsi, che a volte possono sembrare irreali. 

C’è un’espressione che all’inizio delle mie ricerche non capivo: dato che non parlo russo, utilizzavo la traduzione automatica sul mio telefono e, ogni volta, mi appariva l’espressione «cambiare scarpe», che significa «cambiare radicalmente opinione o comportamento». In francese si direbbe «cambiare casacca». Ho capito subito che molti avevano dovuto «cambiare scarpe» per adattarsi, per sopravvivere.

Penso, ad esempio, a un adolescente molto filoucraino, Evgeni, che trascorreva il tempo in compagnia dei soldati e portava un piccolo distintivo con i colori dell’Ucraina. Era un ragazzo molto orgoglioso, circondato da una sorta di aura, con altri giovani che gli gravitavano costantemente attorno. Eppure, nel corso delle mie ricerche, ho scoperto che si era arruolato nell’esercito russo. Non riuscivo a credere che una persona così patriottica potesse essersi arruolata nell’esercito russo. Poi ho parlato al telefono con sua madre. Non viveva a Shchastia, ma in Georgia; era convinta che suo figlio fosse stato arruolato con la forza nell’esercito russo, che non vi si sarebbe mai arruolato di sua spontanea volontà. Eppure, proseguendo le mie ricerche, ho trovato il suo account TikTok e ho scoperto dei video che esaltavano la Russia e i suoi «fratelli e sorelle d’armi». Insomma, un account totalmente filorusso. Alla fine ho capito che quella madre doveva essersi inventata una storia, perché per lei era troppo difficile affrontare la cruda realtà. Quando ho contattato la fidanzata di quel soldato a Shchastya, mi ha affermato senza mezzi termini che erano sempre stati russi, che Evgenij era russo e che nulla di tutto ciò era sorprendente. Sono proprio questi percorsi non lineari, che raccontano la guerra in modo inaspettato, che avevo intenzione di raccontare.

Al contrario, alcuni legami culturali sono stati rafforzati dalla guerra. È noto che la questione della lingua ha assunto un significato particolare da quando la propaganda russa sostiene di voler «liberare» i russofoni che il «regime di Kiev» avrebbe privato della loro lingua. A questo proposito, ho parlato a lungo con un ragazzo che sono riuscita a rintracciare. Mi ha raccontato quanto segue: «A Shchastia ho sempre parlato russo, senza che ciò ponesse il minimo problema. Avevo tutto: un lavoro, una ragazza, la mia famiglia. Amavo quella città più di ogni altra cosa, parlavo russo e non era un problema. Un giorno sono arrivati i russi e mi hanno portato via tutto. Sono entrati in casa mia e mi hanno portato via tutto. Oggi non riesco più a parlare russo. Per me è diventato impossibile pronunciare una sola parola in quella lingua.» In effetti, molti giovani che ho incontrato hanno ripreso a parlare ucraino, anche se in età avanzata. Alcuni preferiscono parlare male l’ucraino piuttosto che parlare russo, anche se questa padronanza incompleta li mette a disagio, o addirittura li fa vergognare.

Era quindi la complessità di queste biografie e di questi modi di vivere la guerra che volevo mettere in luce. All’inizio dell’invasione, il mio ritorno sul campo era stato motivato da un senso di allarme: quella guerra mi sembrava semplicemente inconcepibile. In seguito, il progetto ha preso forma. Al di là delle mappe, delle cifre, delle decisioni politiche e militari, volevo raccontare questi percorsi individuali, questi ricordi e queste aspettative deluse; volevo mostrare la situazione del Donbass, l’esperienza vissuta e le sensazioni di questi giovani, in tutta la loro complessità. Proporre, insomma, una sorta di ritratto collettivo. Quello di una generazione sacrificata.

Bila Tserkva, regione di Kiev, Ucraina, febbraio 2026

Natalia davanti alla tomba di suo figlio Serhiy, caduto in missione a Bakhmut nel settembre 2022. Viene qui due o tre volte alla settimana, depone qualche dolcetto sulla tomba e accende una sigaretta in suo onore. «Qui c’è tanta calma – è il momento in cui vengo, mi siedo e piango un po’». Serhiy si arruola nell’esercito ucraino nel 2014, in seguito alla rivoluzione di Maidan, alla quale ha partecipato. Al momento dell’invasione su larga scala, si è unito a una brigata di difesa territoriale e ha trascorso diversi mesi nella sua città natale, Bila Tserkva. Successivamente è stato inviato nella parte orientale del Paese, vicino a Bakhmut, il 14 settembre 2022. Serhiy viene ucciso otto giorni dopo durante un attacco di artiglieria, che costa la vita anche ai sette soldati presenti con lui.