La Russia viene spesso descritta in Occidente come una fortezza impenetrabile, costituita da strati sovrapposti di menzogne e occultamenti che impediscono qualsiasi reale comprensione delle dinamiche politiche che vi si svolgono. Eppure è uno degli ambiti meglio documentati del mondo contemporaneo, grazie al lavoro d’inchiesta instancabile dei giornalisti d’inchiesta. Di fatto, l’inchiesta giornalistica ha acquisito in questo Paese uno status specifico: quello di vera e propria pratica di opposizione.

Roman Badanine e Mikhail Rubine sono due figure di spicco in questo campo. Nel settembre 2026 pubblicheranno per la casa editrice Les Arènes la traduzione francese del loro libro *Lo zar in persona*. Con le sue ottocento pagine, questa opera storica senza pari in lingua francese offre una panoramica del regno di Vladimir Putin, illustrandolo attraverso approfondimenti sul periodo di declino finale e poi di crollo dell’Unione Sovietica.

I due autori attingono al materiale raccolto nel corso delle decine di inchieste che hanno dedicato alle élite politiche ed economiche russe durante gli anni in cui hanno lavorato nelle principali redazioni politiche del Paese, arrivando persino a far parte del pool del Cremlino – un elenco di giornalisti accreditati dall’amministrazione per seguire l’attualità presidenziale o parlamentare.

Queste inchieste hanno naturalmente attirato le ire dello Stato russo sugli autori e sui media da loro fondati, tra cui il sito di giornalismo d’inchiesta Proekt, ai quali è stato attribuito lo status di «agenti stranieri» e di «organizzazioni indesiderate». Roman Badanine e Mikhail Rubine proseguono ora la loro attività dagli Stati Uniti, dove l’FSB non ha mai smesso di minacciarli.

Abbiamo parlato con Roman Badanine dei metodi utilizzati in questo libro per svelare i segreti dello Stato russo e del futuro del giornalismo d’inchiesta sotto Vladimir Putin.

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Ha appena pubblicato un’opera di ampio respiro dedicata al quarto di secolo di governo di Vladimir Putin, a partire dalla sua prima elezione. Qual è stato il percorso professionale e politico che l’ha portata a intraprendere questo lavoro? 

Mikhail Rubine e io abbiamo lavorato insieme a una serie di progetti giornalistici per gran parte della nostra carriera. Per quanto mi riguarda, il mio percorso è iniziato poco prima della nostra collaborazione: per la precisione, contemporaneamente a quello dello stesso Vladimir Putin. Ho mosso i primi passi nel giornalismo poco dopo la serie di attentati che ha colpito alcuni condomini russi tra agosto e settembre 1999 – una tragedia che ha causato quasi 300 morti e che ancora oggi presenta numerose zone d’ombra, sulle quali torniamo ampiamente in un capitolo del nostro libro.

Prima di allora, stavo perseguendo una carriera accademica – o, almeno, nutrivo questa illusione. Poi, nel corso dei decenni, ho diretto tutte le testate giornalistiche più autorevoli di Mosca, tra cui Gazeta.ru, uno dei principali media online del Paese. Ero responsabile delle notizie politiche e quindi praticavo un giornalismo piuttosto tradizionale. È stato solo alla fine della mia esperienza a Gazeta.ru, intorno al 2009-2010, che il baricentro dei miei interessi professionali ha cominciato a spostarsi verso il giornalismo d’inchiesta. Questa svolta è avvenuta in modo abbastanza naturale nel momento in cui ho preso coscienza di un fatto essenziale: al di là delle mie preoccupazioni personali, il lavoro di inchiesta era diventato il ramo più importante del giornalismo in Russia. Anzi, ho capito che tutto ciò che restava del giornalismo russo sarebbe finito prima o poi per ridursi all’inchiesta, tanto che la pratica ordinaria del giornalismo «standard» stava diventando impossibile, se non addirittura assurda. Che senso avremmo potuto trovare nello scrivere delle «questioni» correnti della Federazione Russa, sapendo perfettamente che in tal modo stavamo partecipando a una sorta di messinscena, a un gioco di inganni? 

C’è stato un episodio in particolare che ha contribuito a questa presa di coscienza? 

In questo caso, l’elemento scatenante è stato senza dubbio le rivelazioni di Sergej Kolesnikov, che era stato azionista di una società denominata Petromed e, in tale veste, era stato incaricato della gestione ufficiosa del «portafoglio» di Vladimir Putin. Nel 2010, Kolesnikov ha lasciato il Paese rivelando, in una lettera aperta, i dettagli della costruzione del palazzo segreto del presidente russo sulla costa di Gelendzhik grazie ai fondi degli oligarchi russi.

In quel momento ho sentito che mi stavo orientando spontaneamente verso questioni di questo tipo. Da quel momento in poi, mi sono dedicato alla creazione di una redazione investigativa, a volte partendo da zero, in ciascuna delle testate per cui ho lavorato: a Forbes, a Dojd’, a RBK… Naturalmente, tutto questo è finito come doveva finire. Nel 2017 sono partito per Stanford con la John S. Knight Journalism Fellowship. A quel tempo, avevo appena pubblicato la prima puntata di un documentario intitolato «I pietroburghesi», che trattava proprio di Ilia Traber, un personaggio di cui oggi si parla molto, uno dei baroni della criminalità organizzata della capitale del Nord, che quest’anno è stato infine indagato dall’FSB per un caso penale, per poi essere rilasciato dopo aver rinunciato alle sue quote in diverse società. Quel film del 2017 ci è costato l’apertura di un procedimento penale: da quel momento mi è apparso chiarissimo che, se avessi avuto la possibilità di tornare in Russia, non sarebbe mai stato per rimanerci definitivamente. Un giorno avrei dovuto fare una scelta: fuggire o finire in prigione. È esattamente ciò che è successo. Sono rimasto due anni negli Stati Uniti a causa di quel procedimento penale. Quando sono riuscito a tornare a Mosca, ho lanciato il media investigativo Proekt. Ma nel 2021 il potere è tornato all’attacco, continuando a usare come pretesto le nostre rivelazioni su Ilia Traber. Quando i nostri uffici sono stati perquisiti illegalmente, nel 2021, non avevamo altra scelta che l’esilio. Sono quindi cinque anni che Mikhaïl ed io continuiamo a indagare dagli Stati Uniti su ciò che accade all’interno del Paese. Per il momento, questo sistema funziona ancora, anche se solleva continuamente nuove difficoltà. 

Il giornalismo russo utilizza metodi investigativi specifici? In tal caso, in che modo differiscono da quelli in uso in altri paesi? 

Inizierò con un aneddoto: nel 2017, al mio arrivo a Stanford, ho avuto lunghe conversazioni con i miei colleghi americani. A un certo punto, uno di loro mi ha posto una domanda che a lui sembrava del tutto naturale, ma che mi ha fatto scoppiare a ridere: «E il FOIA, allora?». Si riferiva al Freedom of Information Act, in virtù del quale gli enti pubblici sono tenuti a fornire informazioni su richiesta dei giornalisti, almeno in tutti i settori che non rientrano nella sicurezza nazionale e non riguardano documenti riservati. Qui è uno strumento di lavoro quotidiano per i giornalisti: se vogliono ottenere un’informazione, hanno pieno diritto di richiederla e l’amministrazione non può opporre loro un rifiuto. Ha il diritto di mentire, se vogliamo, o, diciamo, di nascondere certe cose, ma non di porre un veto. Per me, questa questione aveva qualcosa di comico, tanto era evidente che la maggior parte degli strumenti in uso nel mondo non funzionano affatto in Russia.

A questo punto, cosa ci resta? Innanzitutto, il telefono. Questo rimane, nonostante tutto, uno strumento giornalistico essenziale – anche se molti, va detto, stanno cominciando a dimenticarne l’esistenza. Parlare con le persone, con persone di ogni tipo, di ogni genere di argomento, rimane un valore sicuro. Di fatto, ci sforziamo di mantenere un certo contatto con le nostre fonti, anche se il loro numero, la loro sincerità e il loro livello di informazione sono cambiati notevolmente negli ultimi anni a causa della crescente repressione e della guerra in corso. Resta comunque il fatto che questi anni di lavoro ci hanno permesso di mantenere i nostri contatti e che ci siamo basati in larga misura sulle loro testimonianze per scrivere il nostro libro.

D’altra parte, la Russia è unica – tra le altre cose – per il fatto che le “fughe di notizie” (leaks, in inglese) rivestono un’importanza considerevole. Le fughe di dati personali che vi si verificano sono semplicemente fenomenali. È una delle caratteristiche essenziali del nostro tempo. Per un certo periodo, ad esempio, era possibile accedere al Rosreestr, il catasto russo. Era possibile sapere in qualsiasi momento chi possedeva cosa, senza violare la legge. Naturalmente, i giornalisti ne hanno approfittato al massimo e continuano a farlo: a un certo punto, noi stessi abbiamo scaricato l’intero database. Ma i giornalisti d’inchiesta ora sfruttano tutte le fughe di notizie possibili, che sono diventate all’ordine del giorno in un paese in cui lo Stato ama raccogliere e centralizzare il maggior numero possibile di informazioni, con il rischio che tali dati finiscano in mani indesiderate – per negligenza o avidità da parte di chi ne è responsabile. Devo tuttavia ammettere che io stesso non sono più abbastanza «moderno» per gestire questi dati con tutta l’abilità richiesta. Nel mio team ci sono persone ben più competenti di me nel lavorare con queste fonti. E ce ne saranno senza dubbio altre nei prossimi anni, tanto questi dati sono diventati la risorsa più preziosa, la nuova miniera d’oro dei giornalisti d’inchiesta. Saperli sfruttare, renderli tecnologicamente elaborabili, sistematizzarli, sintetizzarli e semplificarli grazie all’automazione e all’intelligenza artificiale è al tempo stesso una parte essenziale del nostro lavoro oggi e un’attività destinata a ridisegnare i confini della professione. 

Infine, esiste un terzo metodo, quello che nel giornalismo tradizionale viene chiamato “door-stepping”, quando il giornalista diventa egli stesso testimone diretto degli eventi. Da parte nostra, lo utilizziamo meno, semplicemente perché non realizziamo reportage, senza contare che il nostro status in Russia (quello di «agenti stranieri» e di «organizzazione indesiderata»), il nostro esilio e il clima generale di paura che regna oggi in Russia rendono questo approccio poco praticabile.

Il suo libro contiene diverse decine di fonti. Come mai così tante persone hanno accettato di parlare con giornalisti in esilio o minacciati dal regime, in quel clima di paura che lei descrive? 

Abbiamo effettivamente calcolato che le fonti utilizzate in questo libro dovessero superare le duecento. Ma come effettuare un conteggio completo? Questo libro si basa sulle nostre indagini precedenti, che a loro volta si fondavano su innumerevoli interviste. Noi stessi non ricordiamo i dettagli di tutte queste conversazioni. Alcune di queste indagini si sono svolte in un’altra realtà, in un’altra Russia che oggi non esiste più: quella in cui era ancora possibile incontrare persone e discutere con loro in modo più o meno sereno. 

Un fatto fondamentale merita di essere sottolineato: delle duecento fonti che abbiamo censito, solo il 5% circa è citato per nome. Mi sembra che questo la dica lunga sull’attuale Russia. Come giornalisti, il fatto che una persona accetti di parlare con noi e di essere citata per nome è un dono del cielo, un’occasione insperata. Queste dichiarazioni, non essendo anonime, risultano immediatamente più convincenti, ma anche più oneste nei confronti dei lettori. Allo stesso tempo, comprendiamo perfettamente che i rischi che si corrono sono di gran lunga superiori a quelli che devono affrontare fonti equivalenti nei paesi occidentali. Siamo ben consapevoli del clima di paura che regna in Russia e, il più delle volte, dobbiamo rinunciare a fare a meno dell’anonimato. Il più delle volte non poniamo nemmeno la domanda. Ciò potrebbe distruggere all’istante il rapporto di fiducia che esiste tra noi e le nostre fonti. La domanda «Signore, non vorrebbe rendere pubblica, a suo nome, questa informazione che ci sta confidando?» basterebbe a infrangere la fiducia.

Queste modalità di indagine non esonerano naturalmente nessuno dal verificare in un modo o nell’altro ciò che ci viene riferito. È proprio in questo contesto che le fughe di dati, tra le altre cose, dimostrano tutta la loro utilità.

Il giornalismo d’inchiesta ha quindi davanti a sé nuovi orizzonti, anche quando riguarda un contesto così chiuso come la Russia di Putin? 

A prescindere dalle difficoltà del periodo che stiamo attraversando, il giornalismo non morirà mai. E questo per la semplice e valida ragione che soddisfa una delle passioni fondamentali dell’essere umano: la curiosità. È grazie a questa curiosità che sopravviviamo. E, di fatto, noi di Proekt sopravviviamo, teniamo la testa fuori dall’acqua nonostante la repressione e le difficoltà che il mercato globale impone al giornalismo senza scopo di lucro. Il nostro campo di specializzazione non è cambiato: scriviamo di argomenti di cui gli altri non scriveranno. Ciò non significa che siamo più intelligenti di tutti gli altri, ma che abbiamo scelto di affrontare tematiche che probabilmente gli altri media non tratteranno – per mancanza di tempo, di mezzi o di interesse per tali questioni. È proprio qui che investiamo tutte le nostre energie, in questi argomenti che, com’era prevedibile, sono anche i più difficili.

Oggi Proekt si sta sviluppando in due direzioni. Innanzitutto, i documentari: da numerosi segnali emerge che questo è il segmento più accessibile e promettente a livello mondiale. Raccontare storie attraverso le immagini ha chiaramente un futuro. Hollywood conta ormai diverse case di produzione i cui statuti specificano espressamente che il loro campo di attività comprende opere «basate su fatti reali», storie vere. Ricordiamo il film *Spotlight*, prodotto dallo studio Participant Media, che era stato creato proprio per raccontare storie «basate su fatti reali» e che oggi rappresenta una tendenza diffusa. Il documentario ci appare quindi come la modalità più efficace per trasmettere informazioni.

D’altra parte, notiamo un’altra tendenza, confermata del resto da vari dati e osservazioni: le persone tengono moltissimo a conoscere «il vero retroscena» di casi rimasti irrisolti o a sapere come sono andate realmente le cose quando un velo di mistero avvolge certi eventi, certi personaggi, certe istituzioni. Ancora una volta, questa tendenza giustifica una certa svolta verso la storia, che rimane la chiave per spiegare numerosi fenomeni contemporanei. Tanto più che la parte più attiva della popolazione – penso in questo caso alla Russia, ma la cosa varrebbe per qualsiasi altro contesto – è composta da persone di quarant’anni o meno, che ignorano o hanno dimenticato molti eventi e faticano a collegare alcuni punti. È così anche nel mio team: la maggior parte dei collaboratori ha meno di quarant’anni, sono persone che hanno iniziato la loro carriera giornalistica ben dopo l’ascesa al potere di Putin. 

Consideriamo in gran parte la nostra missione come un lavoro volto a chiarire i temi più importanti alla luce di questa continuità storica. È proprio per questo motivo che ci orientiamo sempre più decisamente verso i documentari e le inchieste storiche. Posso inoltre annunciare che il prossimo progetto è di enorme portata: si tratta di un documentario in più puntate dedicato all’FSB. 

Nel suo libro lei sviluppa una tesi originale, se non addirittura provocatoria: quella della totale o quasi totale assenza di ideologia in Vladimir Putin. In un contesto in cui i commentatori occidentali si sforzano di svelare i misteri del «putinismo» inteso come ideologia, questa affermazione non mancherà di sorprendere. 

Certo, Vladimir Putin ha delle opinioni, come tutti. E, come per ogni essere umano, queste opinioni evolvono o regrediscono nel corso della sua vita. Ciò che vale per chiunque vale anche per Vladimir Putin e non lo contestiamo minimamente. D’altra parte, quando mettiamo a confronto due realtà – le sue dichiarazioni pubbliche e ufficiali e la sua condotta concreta, osservabile sul campo – scopriamo un abisso incolmabile, ed è proprio a questo abisso che prestiamo attenzione.

Certo, per quanto riguarda i «riferimenti teorici», è possibile che Vladimir Putin conosca tutti i testi che vengono solitamente citati: quelli di Ivan Iline, di Aleksandr Dugin, di Aleksandr Solženicyn. E allora? Anche noi abbiamo letto quei libri. Ne conosciamo tutti il contenuto, in un modo o nell’altro. Il nostro lavoro non consiste quindi nel ragionare partendo dai suoi discorsi, né nell’analizzare le sue dichiarazioni per ricavarne ideologemi. Filosofi e politologi possono occuparsene, se lo desiderano – anche se, a mio avviso, non c’è granché da ricavare da queste fonti. Da parte nostra, siamo soliti concentrarci sui fatti. Ebbene, quando esaminiamo questi fatti, constatiamo una totale assenza di corrispondenza tra ciò che afferma Vladimir Putin e ciò che mette in atto.

La sua tesi sarebbe quindi più vicina a quella della “cleptocrazia” russa, secondo cui il discorso del potere non sarebbe altro che una facciata, una messinscena, senza altra funzione se non quella di mascherare una corsa all’arricchimento personale? 

La crescita personale è una cosa, ma non bisogna sottovalutare il desiderio di mantenere il potere. O addirittura di preservare la propria integrità. 

Il regime instaurato da Vladimir Putin si basa su una vera e propria spirale di menzogne. Tuttavia, nel caso del presidente russo, non si tratta mai di una menzogna ordinaria, di quelle che tutti noi diciamo di tanto in tanto, ma di una menzogna su vasta scala, a livello dello Stato russo. È una menzogna che è costata e continua a costare centinaia di migliaia di vite umane. E, se c’è davvero motivo di parlare di una «spirale», è perché, fin dalla prima menzogna commessa, dalla prima ipocrisia ammessa, Vladimir Putin è inevitabilmente spinto a commetterne una seconda per nascondere la precedente, poi una terza, e così via. È lo stesso fenomeno che si riscontra a livello di violenza. Prendiamo l’esempio della presa di ostaggi nella scuola di Beslan nel 2004, che è costata la vita a più di 300 persone, tra cui 180 bambini. Per nascondere una menzogna di tale portata, per occultare la realtà su come è stata condotta l’operazione, è necessario commettere altri crimini, sempre terribili. È in questo senso che la guerra in Ucraina può essere intesa, in una certa misura, come un modo per Vladimir Putin di ripulire il proprio passato. Un modo per dire: «Di me si è detto che fossi molte cose, un chkista o un bandito, ma d’ora in poi sarò visto come colui che ha riunito le terre russe, come un capo di guerra vittorioso». Ecco a cosa porta l’ostinazione di Vladimir Putin, la sua incapacità di rispondere delle proprie azioni passate, di ammettere la propria colpa e di mostrare un briciolo di pentimento.

Per quanto riguarda la guerra in Ucraina, il suo libro offre un’interpretazione delle cause scatenanti dell’invasione, delle modalità con cui è stata presa questa decisione e dell’esercito come struttura sociale della Russia odierna?

Senza voler eludere l’argomento, abbiamo voluto limitarci, per così dire, al minimo indispensabile. Si tratta di una guerra ancora in corso e che, del resto, non sembra destinata a concludersi presto. Nel nostro libro, tuttavia, parliamo di fatti accertati, verificabili e conoscibili. D’altra parte, la guerra suscita ancora oggi moltissime domande, ma anche emozioni particolarmente intense. Ecco perché abbiamo scelto di mantenere, per così dire, un certo tono asciutto, che non equivale tuttavia a prendere le distanze da questa guerra.

Di fatto, torniamo all’inizio dell’invasione, alle condizioni in cui è stata presa questa decisione, illustrando al contempo la logica di fondo di tale scelta. Il modo in cui Vladimir Putin affronta la guerra è sempre stato più o meno lo stesso. Per lui, si tratta innanzitutto di far risalire il proprio indice di popolarità, per quanto cinico e assurdo possa sembrare in un paese in cui i risultati elettorali sono interamente controllati dal potere stesso. D’altra parte, non neghiamo che il presidente russo abbia le sue convinzioni geopolitiche. Dedichiamo diverse pagine ai suoi rapporti personali con l’Ucraina, che non sono mai stati semplici.

Un’altra particolarità del vostro approccio risiede nell’enfasi che ponete deliberatamente sugli anni ’80-’90. In questo senso, proponete una sorta di cronologia intermedia, attenta a guardare oltre l’inizio dell’invasione su larga scala, e anche oltre il famoso anno 2012, che ha inaugurato il terzo mandato di Vladimir Putin e ha rappresentato una vera e propria svolta per il regime, senza però per questo perdersi in considerazioni sulla Russia di Pietro il Grande o di Ivan il Terribile.

Per comprendere le dinamiche in atto, occorre infatti fare un certo passo indietro nel passato e ritengo addirittura che non ci siamo ancora spinti abbastanza lontano – per mancanza di risorse, di tempo, ma anche di accesso agli archivi. Anche se oggi ci trovassimo in Russia, ciò non cambierebbe nulla alla situazione.

Per fare un esempio, un certo mistero avvolge ancora le attività di Vladimir Putin all’interno del KGB negli anni ’70-’80. Di quali casi di «dissidenza», come si diceva allora, si occupava? Si ritiene infatti che si occupasse di casi di questo tipo, ma per ora lo sappiamo solo per deduzione logica e sulla base di una manciata di documenti. Se potessimo saperne di più su quel periodo, ciò farebbe luce su moltissime cose. Per quanto riguarda gli anni ’90, si tratta di un periodo meglio conosciuto, ma ancora poco studiato, nonostante tutto ciò che ci permette di comprendere riguardo allo stesso Vladimir Putin e alla storia della Russia contemporanea nel suo complesso.

Va inoltre aggiunto che questa consapevolezza non riguarda solo l’élite putiniana. Siamo tutti il prodotto di ciò che è accaduto negli ultimi anni dell’Unione Sovietica e, ancor più, di quei famosi anni ’90 che hanno seguito il suo definitivo crollo. Siamo tutti, in una certa misura, il prodotto dell’era eltsiniana. Tutti, a cominciare da noi giornalisti. È proprio per questo che studiamo e torniamo incessantemente su quel periodo. In fondo, riteniamo che questa parte della storia possa essere ben più essenziale per comprendere la situazione attuale in Russia rispetto alle notizie di attualità sulla guerra in Ucraina.

Al contrario, il suo libro permette di fare luce su molti aspetti dell’attualità, poiché vi compaiono la maggior parte dei personaggi che, giorno dopo giorno, plasmano la politica russa odierna. Potrebbe fornirci un esempio di un episodio recente che il suo libro aiuterebbe a comprendere meglio?

L’esempio più evidente è quello di Alisher Usmanov, che è stato appena esentato dalle sanzioni finanziarie europee a suo carico – in questo caso, sotto la pressione piuttosto incredibile della Francia. In questo caso, ci sarebbero tutte le ragioni per parlare di una società senza memoria. Se volete capire esattamente chi sia questa persona a cui la Francia ha deciso di risparmiare le sanzioni, basta consultare l’ultima parte del nostro libro. Lì si scopre, ad esempio, come Ousmanov abbia tratto vantaggio dalle malversazioni relative ai Giochi olimpici invernali di Sochi e come abbia acquisito gruppi editoriali per poi estrometterne la dirigenza e instaurarvi meccanismi di censura su richiesta del Cremlino.

Ecco a cosa servono i libri, a cominciare dai libri di storia: servono da rimedio contro l’oblio. Ci sono fenomeni e percorsi che meriterebbero di non essere dimenticati, di rimanere presenti nella mente o di essere ricordati ogni volta che si verifica un nuovo evento di una certa portata. Naturalmente, le persone hanno sempre altre preoccupazioni, e queste non includono necessariamente il «ricordo degli episodi precedenti» della politica russa. Ma, grazie a questi libri di storia più o meno recente, avranno almeno la possibilità concreta di trovare le spiegazioni che potrebbero cercare. Preservare una sorta di memoria collettiva della politica: è così, in un certo senso, che percepiamo la nostra missione.

In un contesto come quello francese, a pochi mesi dalle elezioni presidenziali che determineranno in larga misura i rapporti del Paese con la Russia e l’Ucraina, in che modo il suo libro potrebbe inserirsi nel dibattito politico? 

Non essendo cittadino francese e non votando in Francia, mi risulta piuttosto difficile esprimere un giudizio del tutto pertinente, ma una cosa è certa: una delle idee che emerge dal nostro libro è che Vladimir Putin, da buon ex membro del KGB, ha sempre saputo mettere alla prova le persone, spesso in modo piuttosto discreto. È una pratica che ha sempre seguito, sia nella sua carriera che nella sua vita privata. In un capitolo del libro raccontiamo la storia del principe Alberto di Monaco e della tenuta di Roc-Agel, nelle Alpi francesi, che Vladimir Putin avrebbe proposto di fargli costruire in cambio del voto di Monaco a favore della Russia per le Olimpiadi di Sochi. Attraverso Alberto II, il presidente russo voleva mettere alla prova l’intero mondo occidentale. In sostanza, chiedeva: «Siete marci quanto lo siamo noi in Russia?». E ha ottenuto la sua risposta: forse non esattamente allo stesso modo, ma sì, gli europei sono corruttibili quanto i russi. In altre parole, gli stessi metodi possono funzionare ovunque.

Se i responsabili politici francesi – a prescindere, del resto, dalle loro opinioni – potessero rendersi conto di questo atteggiamento di Vladimir Putin, di questi metodi e di queste pratiche, e se anche i giornalisti potessero dare risalto a queste realtà, ritengo che una parte importante del mio lavoro sarebbe stata portata a termine. Non so in che modo ciò potrebbe influenzare le elezioni; ancora una volta, non è affar mio. Ciò che conta ai miei occhi, in fondo, è che si capisca fino a che punto l’influenza dei dittatori vada oltre la loro sfera d’influenza nazionale. La cosa è evidente nel caso del presidente russo, ma vale per qualsiasi dittatore, a prescindere dalla portata del suo potere, anche a livello di un piccolo paese africano. A suo tempo, il presidente ugandese Idi Amin Dada non si è limitato a tormentare il proprio popolo, ma ha anche esercitato una forte influenza sul mondo esterno. Anche lui ha scatenato una guerra – e non solo una, tra l’altro. Anche lui ha corrotto cittadini e funzionari in altri paesi del mondo. Pertanto, ogni dittatore deve essere considerato un fenomeno globale, anche se la sua stessa popolazione rimane la prima e principale vittima. Su questo punto, la lezione che ci offre Vladimir Putin è, ovviamente, la più istruttiva di tutte, e il modo in cui potrebbe voler «mettere alla prova» l’Europa o i leader dei vari paesi che la compongono merita, a mio avviso, di trovare il giusto spazio nell’attuale dibattito politico.