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Il 21 febbraio 2022, tre giorni prima dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, Vladimir Putin aveva convocato una riunione allargata del Consiglio di sicurezza, trasmessa in televisione. Si trattava di decidere se riconoscere le due «repubbliche» separatiste dell’Ucraina orientale, Donetsk e Luhansk. Diversi partecipanti, ritenendo che la questione fosse davvero aperta, hanno invitato alla cautela. Sergej Naryshkin, capo dei servizi segreti esteri, ha sostenuto una proposta volta a concedere all’Occidente «un’ultima possibilità» prima di qualsiasi riconoscimento. Putin lo ha interrotto. Si riferiva ai negoziati o al riconoscimento? «— Sosterrei… — “Sosterrei” o “sostengo”? — Sostengo… — Allora, lo dica chiaramente: sì o no?» Visibilmente scosso, Naryshkin alla fine ha risposto «Sì» e, nella sua confusione, si è pronunciato a favore dell’annessione delle repubbliche alla Russia piuttosto che della loro indipendenza. Putin ha lasciato sfuggire una risatina e lo ha interrotto: «Si sieda, per favore. Grazie.»

Sia il pubblico russo che quello occidentale hanno assistito a questa scena e si sono posti la domanda ovvia: perché nessuno, in quella sala, ha impedito la guerra? La domanda potrebbe tuttavia essere formulata in modo errato, poiché l’élite russa aveva smesso di essere un’élite ben prima dell’inizio della guerra. Per capirne il motivo, occorre distinguere due tipi di capacità di azione di cui dispongono coloro che detengono il potere e che definiscono una vera élite.

Come l’élite russa ha perso i suoi due poteri

Il primo potere è di natura strategica. Si tratta della capacità di influenzare l’orientamento dello Stato, di modificare una decisione prima che venga presa, oppure di opporvi un argomento al quale il dirigente è almeno tenuto a rispondere. Il secondo è di natura tattica: la capacità di manovrare nell’ambito di una linea di condotta già tracciata, di ritardare, attenuare, reinterpretare, proteggere i propri o ottenere una contropartita. La classe dirigente russa ha perso il primo ben prima del 2022 e, come ha dimostrato la riunione del Consiglio di sicurezza, la guerra le ha fatto perdere il secondo.

Alexandra Prokopenko, «Da sovrani a servitori: come la guerra contro l’Ucraina ha ridefinito l’élite russa», Hurst, ottobre 2026.

Putin ha dedicato i suoi primi due mandati a smantellare tutte le tribune da cui un’élite potesse esprimersi politicamente. L’esempio più lampante è quello dei governatori regionali. Nel 2004, con il pretesto di combattere il terrorismo e in spregio a una sentenza della Corte costituzionale, il Cremlino ha abolito l’elezione diretta dei governatori. Il Consiglio della Federazione, dal quale gli stessi governatori erano stati esclusi poco tempo prima e che era ormai composto da membri designati dal Cremlino, ha approvato questo cambiamento senza la minima obiezione. Nel giro di pochi anni, i disaccordi tra le regioni e il potere centrale sono scomparsi, poiché i governatori nominati hanno smesso di essere politici per diventare amministratori le cui attribuzioni si limitavano all’economia regionale.

Il mondo degli affari ha tratto la stessa lezione da una serie di ispezioni condotte dai servizi di sicurezza e dalle autorità di regolamentazione. L’ex magnate dei media Vladimir Gusinsky e l’oligarca Boris Berezovsky hanno entrambi lasciato il Paese all’inizio degli anni 2000. Il caso più clamoroso è stato quello della confisca dei beni e della condanna a dieci anni di carcere dell’uomo più ricco della Russia, Mikhail Khodorkovsky, proprietario della compagnia petrolifera Yukos. Il messaggio è stato recepito così bene che, negli anni 2010, non era già più necessario ricordarlo a nessuno. La proprietà rimaneva subordinata alla lealtà, e i conflitti politici avevano lasciato il posto a una rivalità burocratica per attirare l’attenzione del leader.

L’annessione della Crimea nel 2014 ha rappresentato un vero e proprio banco di prova su larga scala. Centinaia di funzionari hanno riorganizzato i bilanci, istituito un ministero incaricato degli affari crimeani e sequestrato beni ucraini senza il minimo attrito interno. Cinque mesi dopo l’annessione ufficiale, un vice primo ministro (considerato liberale) ha offerto a un ambasciatore europeo una selezione di vini della Crimea. Il diplomatico ha rifiutato; all’interno dell’amministrazione, questa proposta è stata percepita come uno scherzo senza importanza.

Nel febbraio 2022, gli alti funzionari dell’economia russa sapevano perfettamente perché quella guerra non avesse alcun senso: centinaia di miliardi di dollari di riserve depositate nei paesi occidentali, una forte dipendenza tecnologica dalle importazioni e una struttura di bilancio basata sull’integrazione nei mercati mondiali. Su ordine di Putin, le banche e le maggiori imprese industriali hanno condotto test di stress per valutare la capacità dell’economia di far fronte alle sanzioni. I risultati, secondo cui una rottura con l’Occidente sarebbe costata oltre il 10% del PIL, sono stati trasmessi al presidente. Tuttavia, questi dati non sono mai stati utilizzati come argomento contro la guerra. Lo spazio in cui un simile dibattito avrebbe potuto svolgersi si era infatti chiuso già anni prima. 

Ciò che l’élite è riuscita a preservare fino al 2022 è stata una straordinaria capacità di adattamento. Privata del diritto di esprimere un’opinione politica, ha compensato sviluppando un’arte della sopravvivenza: sapere chi chiamare, quale carica all’interno di un consiglio di amministrazione offra protezione, quando tacere e quando pagare. I suoi membri sono rimasti nel sistema sia per paura per se stessi, i propri cari e i propri collaboratori, sia per mancanza di alternative, sia a causa del controllo esercitato dallo Stato e dai servizi di sicurezza sulle loro carriere. La lealtà in questo caso rientra in una strategia di sopravvivenza razionale, e non in un’adesione alle ambizioni di Putin né in un sostegno alla sua persona. 

La guerra ha bloccato tutte le vie di fuga

Da parte dello Stato, nell’estate del 2022, quando le imprese hanno iniziato a mostrarsi riluttanti a dare priorità alle riparazioni e ai pezzi di ricambio destinati a una «operazione speciale» che consideravano una questione che riguardava altri, la Duma ha approvato una legge che autorizza il governo a obbligare qualsiasi azienda, indipendentemente dalla sua forma di proprietà, ad accettare commesse militari dallo Stato e a riassegnare i propri dipendenti senza il loro consenso. Il testo ha superato le tre letture e le due camere in meno di una settimana, e Putin lo ha promulgato solo sette giorni dopo la sua presentazione. Le aziende non hanno nemmeno avuto il tempo di opporsi. «Tutto per il fronte», si è sfogato in privato il direttore di un’azienda pubblica: «Le mie squadre di riparazione vengono inviate al Ministero della Difesa, e poi mi fanno una ramanzina perché non raggiungo gli obiettivi commerciali».

Nel settore immobiliare, la Procura ha intensificato le azioni legali volte a ottenere la restituzione di beni allo Stato, in particolare dei terreni a Barvikha, il villaggio delle dacie del Cremlino situato nei pressi di Mosca. La vicinanza ai decisori politici aveva sempre fatto da talismano contro i predatori aziendali e i servizi di sicurezza. Ma ora non è più così: «Che si stia dalla parte dell’uno o dell’altro, ormai non cambia più nulla», mi ha confidato un uomo d’affari che figura tra le prime venti fortune della classifica di Forbes. «I documenti di protezione non servono più a nulla. Prima bastava nominare un fedelissimo di Putin nel consiglio di amministrazione per essere al sicuro. Oggi, nemmeno questo basta più a salvarti». Il messaggio, riassume, è chiaro: il «vecchio capitale» non esiste più.

Da parte dell’Occidente, la via d’uscita si è chiusa. Le sanzioni individuali non hanno spinto i capitalisti a ribellarsi contro il Cremlino; li hanno anzi resi più vulnerabili nei loro stessi paesi e più dipendenti dal potere.

La capacità di adattamento non è scomparsa. La flotta fantasma, le nicchie lasciate vacanti dalle imprese occidentali che se ne sono andate, il fiorente commercio degli intermediari: tutto ciò è frutto di iniziativa, ma di un’iniziativa che si inserisce nella linea imposta, senza mai discostarsene.

Perché le sanzioni si sono rivelate inefficaci nell’influenzare l’élite russa?

Le sanzioni non hanno posto le imprese e l’élite russe di fronte alla scelta tra Mosca da un lato e Londra e il Lago di Como dall’altro. In sostanza, hanno precluso loro queste due destinazioni, ovvero l’intero Occidente, lasciando loro solo Mosca. Divieti di visto, conti bloccati, beni congelati, rifiuto delle banche, timore di pignoramenti: il denaro è tornato in Russia.

Oggi, il 97% dei depositi dei russi facoltosi è concentrato in banche soggette a sanzioni, e questo denaro alimenta di fatto l’economia di guerra. Infatti, nel bilancio di una banca, i depositi hanno come contropartita i crediti; e la concessione di crediti riproduce essenzialmente il modello a due velocità dell’economia russa. Da un lato, gli appalti pubblici, legati per lo più alla guerra, beneficiano di crediti; dall’altro, tutto il resto ristagna. Le persone soggette a sanzioni non hanno quindi alcuna via d’uscita: la loro unica strategia consiste nell’aggrapparsi a ciò che possiedono, ovvero nel raddoppiare la loro lealtà. 

Senza queste sanzioni individuali, l’élite vivrebbe più agiatamente. Ma in generale, le sanzioni hanno avuto soprattutto un altro effetto: indicando le persone per nome, ne stabiliscono la complicità e tolgono loro l’alibi di essere «solo uomini d’affari» o semplici esecutori che «premono dei pulsanti». È ormai possibile identificare persone precise e le funzioni concrete che esercitano nella catena del valore militare: acquisti, intermediazione finanziaria, logistica, ecc. Resta comunque il fatto che queste sanzioni puniscono una posizione piuttosto che un comportamento. 

Tuttavia, nessuno di questi meccanismi specifica in che modo le persone interessate dovrebbero comportarsi affinché le sanzioni vengano revocate o attenuate. In altre parole, quando si è inseriti in una lista e la propria vita quotidiana è limitata perché si fa parte del consiglio di amministrazione di un’azienda pubblica, non viene proposta alcuna misura in grado di migliorare la propria situazione. Potete darvi da fare, trasferire denaro in Ucraina, essere perseguiti per questo in Russia e finire in prigione — voi, i vostri cari, i vostri colleghi —, ma le sanzioni rimarranno in vigore: nessun testo prevede la loro revoca se si condanna la guerra e si finanzia l’Ucraina. Sanzioni senza via d’uscita costituiscono una condanna, non un incentivo. Per diventare incentivante, la politica delle sanzioni deve quindi offrire un’alternativa. 

Cosa può fare l’Europa?

In primo luogo, non bisogna restare con le mani in mano ad aspettare una spaccatura all’interno dell’élite. Un’élite che ha perso entrambe le sue forme di potere non proporrà alcuna alternativa, poiché ha strutturalmente dimenticato come farlo. Coloro che erano pronti ad andarsene per principio lo hanno già fatto; coloro che sono rimasti hanno accusato i dissidenti di ingenuità o slealtà, rafforzando così il proprio attaccamento al potere.

In secondo luogo, le sanzioni individuali non costituiscono un mezzo di pressione su Putin, poiché le persone colpite non ne hanno alcuna: «Per compiere un colpo di Stato, bisogna essere al palazzo. Noi non ci siamo», mi ha confidato uno di loro. Le sanzioni non fanno altro che accentuare la loro dipendenza da Putin. Si possono considerare una punizione, ma non uno strumento di pressione.

In terzo luogo, ed è qui che entra in gioco l’Europa, la soluzione realistica non è una rivoluzione di palazzo. Ma dopo quasi cinque anni di guerra, nella società russa si è instaurata una stanchezza schiacciante, sia tra la popolazione che tra le élite. La lealtà diventa sempre più difficile da mantenere. Il desiderio di uscirne è irresistibile; ma non c’è via d’uscita. L’equilibrio di cui godono sistemi così chiusi, che dall’interno sembrano così stabili, può essere spezzato solo dall’esterno. Un dialogo, e non una negoziazione, avviato non con il Cremlino, ma con coloro che realmente fanno funzionare lo Stato, vale a dire i responsabili economici e gli uomini d’affari, potrebbe dare alla classe dirigente russa lo slancio necessario per riconquistare l’autonomia perduta. 

Quella sera, il 21 febbraio 2022, a Naryshkin è stato chiesto di tornare al proprio posto. Tutti i partecipanti alla riunione hanno capito che gli si stava intimando di tenersi per sé le proprie opinioni e di non correre rischi. A distanza di quasi cinque anni, nulla all’interno del sistema può offrirgli l’occasione di rimettersi in piedi. È proprio per questo motivo che l’impulso deve provenire dall’esterno.