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Donald Trump trasmette l’immagine di un uomo forte al potere, la cui influenza sembra inarrestabile. Eppure, diverse decisioni cruciali della Corte Suprema, o anche della Fed, dimostrano che i contrappesi continuano a svolgere il loro ruolo. Come valuta lo stato dell’equilibrio dei poteri negli Stati Uniti a oltre seicento giorni dall’inizio del suo secondo mandato?
La risposta sta in una sola frase. La Costituzione ha tenuto e con essa il nostro sistema di controlli e contrappesi. Donald Trump ha senza dubbio cercato di arrogarsi un potere autocratico ed è riuscito a rafforzare ulteriormente la presa dell’esecutivo. Ma quasi ogni volta che ha tentato di oltrepassare il limite, si è scontrato con un muro. Sul piano economico, la Federal Reserve ha tenuto duro. Sul piano politico, la Corte Suprema ha invalidato i suoi dazi doganali e gli ha impedito di destituire una governatrice della Fed. I tribunali federali, sia in primo grado che in appello, gli hanno inflitto una sconfitta dopo l’altra. Trump è oggi, sotto molti aspetti, un presidente molto più indebolito di quanto si temesse all’indomani del suo insediamento. Rimane imprevedibile e molto pericoloso e la battaglia continua. Ma il fatto essenziale rimane: la Costituzione ha tenuto.
Visto dall’Europa, il vostro ottimismo può sorprendere. È forse perché le misure di salvaguardia sembrano funzionare bene all’interno del Paese, ma molto meno in materia di politica estera e militare?
Sì. Il grande difetto del nostro sistema è un esecutivo estremamente potente sul piano esterno.
Lo stesso Donald Trump lo ha ammesso dopo che la Corte Suprema ha annullato i suoi dazi doganali, protestando che avrebbe potuto «distruggere un Paese» ma non fargli pagare nemmeno un dollaro di dazi…
Ereditiamo un’epoca in cui gli Stati Uniti erano una piccola repubblica e l’informazione circolava lentamente. C’era bisogno di qualcuno in grado di prendere decisioni rapide. Dal 1945, la prassi ha notevolmente ampliato il potere presidenziale e oggi gli Stati Uniti dispongono di un potere di livello imperiale. Un solo uomo può quindi esercitare un’influenza considerevole sugli affari di centinaia di paesi e di miliardi di persone. Si tratta di un potere che nulla giustifica e che nulla regola veramente, e che non è più vincolato da regole etiche, giuridiche o da ragionamenti razionali che permettevano ai presidenti precedenti di comprendere che la cooperazione costituisce una base per la sicurezza e la prosperità comuni ben più solida rispetto al dominio.
Gli europei devono prepararsi a un periodo turbolento fino alla fine del mandato, oppure le elezioni di metà mandato potrebbero porre fine a questo tentativo di cambio di regime?
Tutto lascia pensare oggi che l’amministrazione Trump subirà una pesante sconfitta. A partire da gennaio, i democratici saranno quindi in grado di controllare molto più da vicino l’operato del presidente sia sul piano interno che su quello internazionale. Ma il punto fondamentale è un altro.
Cioè?
Dall’Europa è difficile rendersene conto, soprattutto perché Trump occupa tutta la scena. Eppure, molti democratici e indipendenti hanno approfittato di questa campagna elettorale per delineare un progetto di trasformazione quasi rivoluzionario per il Paese. E il tono si fa sempre più duro e si precisa nella sua radicalità di giorno in giorno.
Su quali basi?
La rabbia contro Trump gioca un ruolo fondamentale, ma va ben oltre la sua persona. È rivolta contro gli oligarchi, i meccanismi dell’oligarchia e il potere autocratico e illimitato delle grandi imprese. Si scaglia contro una concentrazione del controllo e della ricchezza ormai giunta a livelli estremi.
Il grande difetto del nostro sistema è un esecutivo dotato di un potere smisurato sul piano esterno
Barry C. Lynn
Sta nascendo una piattaforma contro gli oligarchi. Va ben oltre l’antitrumpismo e sta conquistando anche alcuni elettori di Trump. Un nuovo movimento per la libertà comincia così a dimostrare la propria forza.
Questa aspirazione potrà ridare un progetto politico ai democratici?
A Louis Brandeis, giudice della Corte Suprema, viene attribuita questa frase: «Possiamo avere la democrazia, oppure la ricchezza concentrata nelle mani di pochi, ma non entrambe». Correggere questo squilibrio può dare vita a un rinnovamento contagioso. E gli Stati Uniti dispongono, a tal fine, di potenti strumenti.
L’America è tuttavia considerata più la patria dei giganti della tecnologia che quella della lotta contro i monopoli…
Disponiamo di un arsenale giuridico straordinario, concepito proprio per tenere a bada gli oligarchi e proteggere la libertà individuale. Ce ne eravamo dimenticati. All’alba dell’era neoliberista, sotto Ronald Reagan, queste leggi sono state semplicemente sepolte.
Ma li stiamo riportando alla luce e rimettendoli all’opera.
Negli ultimi anni, queste leggi sono state riesumate e sono stati avviati processi storici. Google è stata condannata due volte per abuso di posizione dominante, prima nel settore della ricerca online e poi in quello della pubblicità. Meta ha ottenuto ragione in primo grado, ma il caso prosegue in appello.
Questi processi hanno inoltre messo in luce i limiti delle nostre leggi, dato che i giudici hanno rifiutato per due volte di smantellare Google. Ma l’essenziale è che gli americani tornino ai principi fondanti della loro tradizione antimonopolistica, che imparino nuovamente a far vivere la democrazia, a garantire la libertà di ciascuno e a consolidare la Repubblica. Stiamo imparando a mobilitare tutti gli altri strumenti di regolamentazione a nostra disposizione per ottenere gli stessi risultati attraverso altre vie giuridiche. Stiamo vivendo un momento di straordinaria portata.
L’Open Markets Institute, da lei fondato, mette in guardia dal pericolo che rappresentano per il dibattito pubblico coloro che controllano i flussi di informazione, le piattaforme e gli algoritmi in grado di influenzare i comportamenti e le scelte di voto. Può spiegare al pubblico europeo come queste questioni si siano politicizzate?
Sotto molti aspetti, questa rappresenta la minaccia fondamentale per gli Stati Uniti, per l’Europa e per tutte le democrazie.
Fin dalla nascita della nostra Repubblica, abbiamo regolamentato i nostri mezzi di comunicazione, dalla posta al telegrafo, dal telefono alla stampa, dalla radio e dalla televisione fino agli albori di Internet. L’obiettivo era impedire a chiunque di utilizzarli per manipolare il modo in cui i cittadini scambiano informazioni e idee, e garantire a ciascuno la libertà di pensare, di esprimersi e di comunicare con chi desidera.
Nessuno correrà in aiuto di Google, e nessuno scenderà in piazza per difendere Amazon, X o OpenAI.
Barry C. Lynn
Ma per le applicazioni di Internet non abbiamo imposto le stesse regole. Il risultato è che aziende come Google, Meta o X possono influenzare fortemente, a volte persino determinare, ciò che leggete, dove andate e con chi parlate. Influenzano anche i dibattiti a cui ascoltate, ciò che acquistate e il prezzo che pagate. Questo vale negli Stati Uniti, in Europa, in Brasile, in Sudafrica, in tutte le democrazie.
In fondo condividete l’idea di Jaron Lanier: «Nessuna società può reggere se due persone che desiderano comunicare possono farlo solo attraverso un canale finanziato e controllato da una terza parte che cerca di manipolarle».
È evidente. Da noi, il potere appartiene agli oligarchi che controllano queste piattaforme. Non le utilizzano solo per accumulare sempre più potere, ma anche per destabilizzare le nostre democrazie. Elon Musk o Mark Zuckerberg utilizzano questi strumenti per promuovere la destra radicale, a volte anche la sinistra radicale. Li usano anche per minare la legittimità dei moderati e di tutti coloro che cercano compromessi costruttivi. Radicalizzano il dibattito pubblico, impedendoci così di regolamentarli.
Per noi è il problema numero uno. Se non avete più il controllo su ciò che leggete, con chi parlate e con chi discutete, perdete ogni capacità di cambiare le cose. Abbiamo compiuto progressi significativi. Ora bisogna portare a termine il lavoro.
Per raggiungere questo obiettivo, proponete di estendere la lotta contro i monopoli ben oltre il settore tecnologico, fino all’agricoltura…
Sì, perché gli agricoltori e gli allevatori subiscono la stessa spoliazione degli utenti delle piattaforme. Una manciata di fornitori e acquirenti impone loro i prezzi. Questa lotta va ben oltre le divisioni politiche. Sia i democratici che i repubblicani temono ciò che queste aziende potrebbero fare al nostro Paese, alle nostre vite e ai nostri figli.
Se è proprio nella ricerca di punti di consenso trasversali che può nascere una nuova forma repubblicana negli Stati Uniti e altrove, come evitare l’impasse che talvolta la ricerca del consenso provoca?
La nostra forza risiede in un’opinione pubblica che condivide la stessa analisi della situazione e chiede all’unisono un cambiamento profondo. La volontà di affrontare i monopoli va oltre le divisioni partitiche. Sia i democratici che i repubblicani temono ciò che queste aziende potrebbero fare al nostro Paese, alle nostre vite e ai nostri figli. È un’opportunità immensa. Possiamo andare avanti sapendo che gli americani ci sosterranno, per quanto radicali possano essere le riforme. Nessuno correrà in soccorso di Google, e nessuno scenderà in piazza per difendere Amazon, X o OpenAI. Un’ampia maggioranza sosterrà qualsiasi leader che abbia il coraggio di affrontare queste aziende, le più potenti della storia, quando si tratterà di difendere la libertà.
Come ripristinare il dialogo transatlantico attorno a questa agenda comune, quando una parte sempre più consistente dell’establishment americano ignora l’Europa, o addirittura la fraintende, come ha dimostrato ancora una volta il comitato editoriale del *Washington Post* in merito al riavvicinamento tra il Canada e l’Unione europea?
Nessuna democrazia è mai riuscita a prosperare da sola. Durante la nostra Rivoluzione, alcuni francesi che condividevano i nostri ideali ci hanno dato man forte. Durante la guerra di secessione, mentre i loro governi tergiversavano, operai britannici, liberali francesi e volontari provenienti da tutta Europa hanno sostenuto la nostra lotta contro gli schiavisti.
Se non avete più il controllo su ciò che leggete, con chi parlate e con chi discutete, perdete ogni capacità di cambiare le cose.
Barry C. Lynn
Abbiamo poi onorato questo debito nel 1917 con Wilson, poi con Roosevelt e Truman, convinti che salvare la democrazia in Europa fosse anche nell’interesse dell’America. Questo legame tra le nostre società civili rimane la nostra risorsa più preziosa, al di là delle epoche e dei governi.
La Francia è sempre stata tra i più ardenti difensori della libertà e del diritto dei popoli all’autodeterminazione. Ora è necessario lavorare insieme, in Europa e negli Stati Uniti, per affrontare la minaccia rappresentata dai giganti della tecnologia e da Donald Trump, che fa causa comune con loro.
È per questo motivo che abbiamo appena organizzato a Parigi, insieme ad associazioni della società civile, rappresentanti delle autorità di regolamentazione e accademici, una prima conferenza sui rischi che la concentrazione dei poteri economici comporta per la democrazia.
Fin dall’inizio del mandato di Donald Trump, J.D. Vance si è recato in Europa per esortare l’establishment tedesco ad abolire la barriera protettiva intorno all’estrema destra e le autorità di regolamentazione europee ad allentare le restrizioni. All’inizio di settembre, Donald Trump ed Elon Musk hanno salutato con favore la vittoria dell’AfD in Sassonia-Anhalt. Alla vigilia di un anno elettorale decisivo in Europa, questa offensiva americana a favore di un cambio di regime non rischia forse di lasciare un segno profondo nel continente?
Non ci credo. Sono ottimista. Se manteniamo viva la speranza e sappiamo esattamente cosa vogliamo, possiamo vincere questa battaglia per una nuova libertà: quella di vivere la propria vita, di pensare con la propria testa e di costruire le proprie comunità. E forse, in questo modo, di rendere il mondo un posto migliore.
Dopo oltre dieci anni di lotta, conosciamo molto meglio i punti deboli dei nostri avversari e i nostri punti di forza. La vittoria finale deve ancora essere conquistata, ma abbiamo già vinto molte battaglie. Abbiamo a disposizione tutti gli strumenti necessari per andare fino in fondo.
Lo stesso vale per la Francia, per l’Europa e per gli Stati Uniti. Nonostante la gravità della minaccia, se i sostenitori della democrazia, sia in Europa che negli Stati Uniti, nutrono speranza e hanno una visione chiara di ciò che vogliono, avranno la meglio.