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«O la NATO entrerà in guerra, e sarà la Terza Guerra Mondiale, oppure sarà la guerra dei cento anni. È quello che dicevo già tre anni fa. Non mi sono sbagliata, dato che questa guerra dura ormai da troppi anni. » Marine Le Pen accompagna queste tre frasi con una foto di sé stessa, dall’aria contrita. Un messaggio pubblicato sui suoi social network il 24 settembre, come l’ennesima precisazione riguardo alla sua posizione sul conflitto russo-ucraino. All’inizio del mese, il vicepresidente del partito ed ex compagno Louis Aliot aveva fornito munizioni ai suoi avversari: in caso di vittoria, il RN «chiuderebbe i rubinetti» degli aiuti all’Ucraina, aveva dichiarato durante una trasmissione televisiva. Da allora, la favorita alle presidenziali oscilla tra fermezza nei confronti di Mosca, appelli a un risanamento delle finanze pubbliche e un pressante invito a una «grande conferenza per la pace» sotto l’alto patrocinio francese, nonostante gli evidenti fallimenti francesi, americani, italiani, britannici, tedeschi ed europei in generale negli ultimi quattro anni. «Il conflitto si è trasformato in una guerra dei cento anni, un conflitto infinito che finanziamo senza contropartita», giustifica una delle sue eminenze grigie. La differenza rispetto a Emmanuel Macron e Ursula von der Leyen è che noi parliamo la stessa lingua di Putin o Trump: la lingua delle nazioni contrapposta a quella della globalizzazione. Ora, nessuno può sconfiggere la Russia, se non la NATO, il che significherebbe una Terza guerra mondiale. La sfida consiste proprio nel non perdere.» Anche a costo di ricadere negli errori del passato.
Sono passati nove anni dall’incontro orchestrato tra Marine Le Pen e Vladimir Putin, il 24 marzo 2017. Senza sminuire la forza di quella foto, che lei stessa trasformò in un volantino nel 2022, né immaginare quanto l’avrebbe perseguitata. Un decennio dopo, eccola qui a partecipare alla sua quarta elezione presidenziale francese. Per la prima volta, data per favorita: fino al 35% al primo turno, trionfante in ogni scenario al secondo. I candidati del blocco di centro – Édouard Philippe e Gabriel Attal – si contendono uno spazio esiguo, pari a meno del 20% dell’elettorato. La sinistra, dal canto suo, si frammenta in risultati modesti, con l’eccezione di Jean-Luc Mélenchon, dato tra il 15 e il 17%; un risultato modesto ma sufficiente per ambire al secondo turno.
In quel giorno del 2017, Putin e Le Pen si incontrano per la prima volta. Il loro unico e solo incontro a tu per tu, avvenuto meno di un mese prima del primo turno delle elezioni presidenziali. All’epoca, la Francia si appresta, grazie a una rara concomitanza di circostanze, a incoronare Emmanuel Macron, un novizio quasi totale in politica, capo dello Stato. Marine Le Pen lo sa: di fronte al «candidato del sistema», la sua seconda corsa all’Eliseo è soprattutto una questione di visibilità. Ma deve comunque consentirle di preparare i suoi futuri tentativi. Così, a un mese dalla scadenza, la presidente di quello che si chiama ancora Front National si reca a Mosca per ritagliarsi una statura internazionale. E lì tiene un discorso eterodosso davanti alle telecamere. In caso di vittoria del suo schieramento, Le Pen valuterà la revoca delle sanzioni «profondamente ingiuste e del tutto controproducenti» nei confronti della Russia. «Penso che lui [Vladimir Putin] rappresenti anche una nuova visione», dichiara, invocando una stretta collaborazione con il Cremlino per «sradicare lo Stato Islamico», dopo che la Francia è stata duramente colpita durante il decennio del terrorismo degli anni 2010: «Negli ultimi anni è emerso un nuovo mondo: è il mondo di Vladimir Putin, è il mondo di Donald Trump negli Stati Uniti.»
La Crimea è stata annessa nel 2014. Ciò che il Front National e ampi settori della destra francese consideravano una libera e sovrana scelta locale, alla luce del referendum di autodeterminazione che ha portato all’annessione alla Federazione Russa, non riconosciuto dagli organismi internazionali. All’epoca, per la destra francese, cullata da una profonda tradizione cesaro-bonapartista di cui il gollismo non è che una rivisitazione, Vladimir Putin era una sorta di Napoleone moderno 1 che va rispettato, in quanto garante dell’integrità occidentale di fronte agli Stati Uniti decadenti.
Particolarmente marcata nel 2014, questa posizione del RN nei confronti del Cremlino è stata, se non abbandonata, almeno messa in secondo piano dopo l’invasione su larga scala del 2022. Già all’indomani dell’attacco, avvenuto in piena campagna presidenziale – e senza dubbio anche per distinguersi dalla posizione filoputiniana del suo rivale nazionalista Éric Zemmour, la cui ascesa nei sondaggi ha rischiato di impedirle di raggiungere il secondo turno –, Marine Le Pen ha condannato «senza ambiguità» l’aggressione russa, «che rompe l’equilibrio di pace in Europa», affermando addirittura che «la Francia è orgogliosa di partecipare all’accoglienza dei rifugiati ucraini»: «Da parte mia, sono pronta a farlo».
Il sostegno all’Ucraina e l’argomento della crisi di bilancio francese
In realtà, la posizione della candidata riguardo al conflitto è diventata difficile da interpretare. Tranne che su un punto: la sua riluttanza a proseguire il sostegno finanziario all’Ucraina. Ufficialmente, la sua argomentazione rientra in una linea politica incentrata sulla questione del potere d’acquisto. Le finanze della Francia sono allo stremo, il sistema istituzionale soffre di un’instabilità politica cronica all’origine della crisi di bilancio – e non il contrario, come spiega Mathieu Plane, vicedirettore del dipartimento Analisi e Previsioni dell’Osservatorio francese delle congiunture economiche –, l’impennata dei prezzi dell’energia rimane incomprensibile per l’elettorato francese, nonostante la Francia sia il principale fornitore europeo di energia nucleare.
Anche l’opinione pubblica ha cambiato posizione: a fine settembre, il 52% dei francesi dichiara di non avere fiducia in Volodymyr Zelensky 2. Nel febbraio 2026, l’Ifop stimava al 47% la percentuale di francesi favorevoli alla fornitura di armi a Kiev, scendendo per la prima volta sotto la soglia simbolica del 50% – 18 punti in meno rispetto al marzo 2022.
La posizione della candidata riguardo al conflitto è diventata difficile da interpretare. Tranne che su un punto: la sua riluttanza a continuare a fornire sostegno finanziario all’Ucraina.
Lou Fritel
Questa posizione si riflette nei voti. Nel 2026, il RN si è rifiutato di votare a favore del prestito europeo di 90 miliardi di euro, sostenendo la mancanza di garanzie di rimborso e di obblighi per l’Ucraina di acquistare materiale militare da fornitori europei. Alla fine del 2025, il RN si è astenuto dal chiedere il sequestro degli oltre 200 miliardi di euro di beni russi in Europa, poiché Marine Le Pen temeva che un trattamento simile potesse essere riservato alle (pochissime) imprese francesi rimaste sul territorio russo. Sottolineando, tra l’altro, la violazione del diritto internazionale, posizione su cui è d’accordo anche Emmanuel Macron. Il RN si mostra inoltre riluttante nei confronti delle forniture francesi di alcune armi pesanti o a lungo raggio all’Ucraina, che a suo avviso potrebbero inasprire il conflitto. Infine, come altre forze politiche francesi, il partito si oppone alla sua integrazione europea, temendo la concorrenza della sua industria agroalimentare per il settore agricolo francese.
Il 16 settembre 3, interrogata sul contributo finanziario francese al conflitto, Marine Le Pen ha affermato che tagliare i fondi non sarebbe «un atto di ostilità nei confronti dell’Ucraina»: «Possiamo continuare ad addestrare i loro soldati, i loro eserciti, possiamo continuare a fornire loro il materiale necessario per difendersi. Ma dal punto di vista finanziario, non possiamo più farlo. Perché non si può dire da un lato che non c’è un euro […] per l’adeguamento delle pensioni, ma, d’altra parte, che ci sono miliardi per il contributo netto all’Unione europea. In proporzione a quanto abbiamo fatto finora, che è considerevole, diciamo che non possiamo più farlo».
Il 19 settembre, il Rassemblement National ha pubblicato un lungo comunicato stampa, la cui virulenza è stata notata persino a Mosca. In questo testo, firmato da Marine Le Pen e Jordan Bardella, suo braccio destro e possibile primo ministro in caso di vittoria, il RN denuncia «la decisione presa dalle autorità russe di porre sotto amministrazione temporanea le filiali e i beni in Russia di diverse imprese francesi ed europee», definendola «un atto ostile agli interessi della Francia e delle nazioni europee».
E prosegue così: «Da diverse settimane, gli atti di ostilità commessi in Europa da agenti che operano per conto della Russia si sono moltiplicati e aggravati. All’aeroporto di Lipsia, in Germania, un drone carico di esplosivo ha preso di mira alcuni aerei di trasporto ucraini. Le indagini hanno permesso di ricondurre gli autori di questa operazione ai servizi di intelligence russi. La Francia non è risparmiata da queste azioni, che mirano in particolare ai nostri interessi economici e alle imprese del nostro settore della difesa. Parallelamente, negli ultimi giorni, le più alte autorità di diversi paesi europei, in particolare quelle della Polonia, hanno messo in guardia dal rischio di un’escalation delle operazioni rivolte contro gli Stati che sostengono l’Ucraina. […] Questi fatti devono essere considerati con la massima serietà. Sebbene nessuno possa oggi prevedere, né escludere a più o meno lungo termine, il verificarsi di operazioni di maggiore intensità, la minaccia alla quale siamo attualmente confrontati riguarda principalmente azioni ibride e campagne che prendono di mira le nostre società e la nostra opinione pubblica. […] Questa situazione, di particolare gravità, richiede che riaffermiamo con la massima chiarezza la nostra posizione. […] Non tollereremo mai che una potenza straniera, nella fattispecie la Russia, possa sperare di dettare direttamente o indirettamente la politica del nostro Paese ricorrendo all’intimidazione, alla minaccia, alla destabilizzazione o alla pressione psicologica. […] Qualsiasi operazione di questa natura deve essere oggetto di una risposta proporzionata, nel rispetto del nostro diritto, dei nostri interessi nazionali e dei nostri impegni internazionali. In tali circostanze, sosteniamo l’insieme delle misure necessarie al rafforzamento della sicurezza delle nostre infrastrutture strategiche, dei nostri impianti sensibili e delle imprese che partecipano direttamente alla nostra difesa nazionale.»
Parole decise, certo, ma seguite da un nuovo invito al dibattito sulla questione dei finanziamenti: «La discussione sugli orientamenti diplomatici e strategici della Francia ha legittimamente pieno diritto di esistere nel dibattito democratico, a maggior ragione nel contesto di un’elezione presidenziale. Il dibattito deve poter vertere, in particolare, sull’entità del sostegno finanziario concesso all’Ucraina e sulle condizioni di tale sostegno, così come sull’insufficienza delle iniziative volte a individuare forme di dialogo diplomatico in grado di contribuire a una soluzione del conflitto. […] La fermezza di fronte alle azioni ostili e la ricerca di una soluzione diplomatica alla guerra non sono in contraddizione. Entrambe derivano da un’unica esigenza: preservare la sicurezza dei francesi, difendere la sovranità del nostro Paese e impedire che l’Europa venga trascinata in un’escalation incontrollata. In questo periodo di tensioni, la nostra responsabilità è quella di non cedere né alle intimidazioni né alle provocazioni. La Francia deve rimanere padrona delle proprie decisioni, garantire la protezione del proprio territorio e dei propri interessi, onorare i propri impegni e conservare piena libertà di iniziativa diplomatica.»
Eurasiani contro identitari
Più che respingere gli attacchi russi, il comunicato della candidata del Rassemblement National mira soprattutto a conciliare due visioni contrapposte all’interno del partito. In fondo, questa incertezza rivela meno una fedeltà personale a Vladimir Putin che un vecchio retaggio ideologico, che divide l’intera destra e i movimenti sovranisti francesi.
Vukovar, la prima frattura
Tre eventi fondamentali hanno plasmato il rapporto dei nazionalisti con la Russia: le guerre in Jugoslavia degli anni ’90, l’attentato terroristico del 2001 e l’invasione dell’Ucraina nel 2022. Essi cristallizzano la divisione, se non addirittura l’opposizione, tra la frangia terzomondista, eurasiatica e slavofila, vicina alla «Terza Roma» di Aleksandr Dugin, e il movimento paleo-identitario e anti-imperialista – compreso quello russo –, nato sulla scia dell’11 settembre, incarnato dal Bloc identitaire di Philippe Vardon o da Génération identitaire di Damien Rieu.
Tutti hanno combattuto il comunismo, poi l’egemonia americana, prima ancora dell’Islam e dell’immigrazione. Ma le divisioni sono emerse durante la guerra d’indipendenza croata del 1991. All’epoca, la Jugoslavia crollò insieme al blocco dell’Est, dopo dieci anni di recrudescenza dei nazionalismi in un paese multietnico e multiconfessionale, che riuniva serbi ortodossi, bosniaci e albanesi musulmani, sloveni e croati cattolici. All’inizio degli anni ’90, la regione si infiamma. I serbi, la principale comunità del Paese guidata dall’irredentista e ultranazionalista Slobodan Milošević, attaccarono la Croazia guidata dal non meno nazionalista Franjo Tuđman, appena uscita dalla federazione jugoslava. Con il pretesto di soccorrere la comunità serba locale, che a sua volta si era appena separata.
Questo tentennamento rivela non tanto una fedeltà personale a Vladimir Putin quanto un vecchio retaggio ideologico, che divide l’insieme delle forze di destra e dei movimenti sovranisti francesi.
Lou Fritel
In Francia, la caduta del blocco dell’Est ha disorientato le frange nazionaliste, che fino ad allora erano accomunate dall’odio verso il comunismo. A questo proposito, la guerra serbo-croata risveglia in loro il riflesso del militante combattivo. Tuttavia, i vertici militari si schierano in maggioranza dalla parte dei serbi, in virtù di una lunga alleanza durante la Prima e la Seconda guerra mondiale – il che spiega in parte la riluttanza del presidente socialista francese François Mitterrand a intervenire –, così come il ricordo del nemico croato fascista filonazista degli Ustaša, che governò la regione con il sostegno dei nemici tedeschi e italiani dal 1941 al 1945. Ai loro occhi, Tuđman si inserisce in questa tradizione politica, mentre i serbi sono in linea diretta con Mosca, alleato storico della Francia dal 1892 alla caduta della Russia imperiale nel 1917, sebbene notevolmente indebolita dopo il crollo dell’URSS e quotidianamente umiliata dagli errori di Boris Eltsin.
La base militante nazionalista francese, al contrario, è più giovane e osserva con interesse questa effervescenza nazionalista croata volta a liberarsi dal giogo jugoslavo, a cui i serbi si aggrappano per promuovere al meglio il loro progetto di Grande Serbia. I croati sono innegabilmente le vittime e la comunità internazionale rimane paralizzata dall’idea di un intervento diretto per impedire il ritorno della guerra in Europa. Per questi giovani, lo scontro si inserisce nell’Europa delle nazioni che essi promuovono, in contrapposizione al modello imperialista, in particolare quello americano. Inoltre, i croati sono cattolici, e l’idea di vestire i panni dei crociati di fronte agli ortodossi slavi inebria questi aspiranti combattenti. Zagabria diventa, nella loro mente, l’ultimo baluardo dell’Occidente contro i detriti del comunismo. Diverse decine di loro si arruolano nell’HOS, braccio paramilitare dell’HSP, il Partito Croato del Diritto, milizia che accoglierà in particolare il francese Jean-Michel Nicolier, assassinato durante il massacro di Vukovar e da allora celebrato come un eroe al punto da dare il suo nome a un ponte croato nel 2014.
È quindi soprattutto dalla parte croata che il conflitto attira un flusso di volontari, provenienti dalle reti cattoliche e dal GUD, il Groupe union défense, uno dei gruppuscoli all’origine della fondazione del Front National nel 1972. Alla sua guida dal 1992, un militante ben noto agli analisti del RN: Frédéric Chatillon, amico intimo di Marine Le Pen, proveniente dal nazionalismo rivoluzionario e inizialmente promotore di una terza via «antisovietica e antiamericana, anticomunista e anticapitalista» 4 che si infrange sulla guerra. Come molti altri, preferirà i croati ai serbi, almeno finché i nazionalisti rimarranno divisi.
Infatti, un anno dopo lo scoppio della guerra serbo-croata, Milošević sferra l’assalto alla Bosnia. Una guerra che causò oltre 100.000 morti in tre anni – contro i «soli» 20.000 morti in quattro anni in Croazia –, che raggiunse il culmine con l’assedio di Sarajevo e il genocidio bosniaco di Srebrenica. Si impone allora una nuova interpretazione, che oscura lo scontro tra nazionalisti intransigenti e filoserbi: quella di una guerra di civiltà, mentre i bosniaci musulmani, in mancanza di sostegno occidentale, si rivolgono ai paesi del Golfo per rifornirsi di armi e combattenti. Contingenti di mujaheddin combattono contro serbi e croati, che a loro volta attaccano la Bosnia, vedendovi l’occasione per espandere il proprio territorio.
A quel punto, non c’era più alcuna divisione tra filo-serbi e filo-croati. Una situazione che trova il suo epilogo nel 1999, durante la guerra d’indipendenza del Kosovo. Dopo quattro anni di tregua, la zona precipita nuovamente nella violenza estrema, con la popolazione albanese del Kosovo vittima di una pulizia etnica da parte delle forze serbe. Questa volta la NATO non esita e bombarda Belgrado, schierandosi a favore degli albanesi e rafforzando ancora di più le convinzioni dei nazionalisti francesi: i serbi sono allora le vittime capro espiatorio di un ordine occidentale americano-atlantico, alleato di circostanza delle mafie, degli islamisti e dei separatisti strumentalizzati. Il vecchio nazionalismo anticomunista si trasforma in antioccidentalismo radicale. Il nascente «putinismo», alimentato dall’umiliante incapacità russa di impedire i bombardamenti sul proprio alleato serbo, prospera su questa confluenza. Esso riunisce quindi le forze di destra affascinate dalla forza, dall’ordine, dall’immaginario virile delle parate e degli imperi, ma anche i sovranisti provenienti da altre realtà, gollisti offesi da Bruxelles, chevènementisti antiamericani, nostalgici della potenza francese, che preferiscono Mosca all’establishment europeo e a Washington.
Chi è il nemico?
L’11 settembre 2001, tuttavia, ha riacceso questa frattura. Il dibattito si è polarizzato su una questione centrale: chi è il nemico principale? Da un lato, il movimento identitario nascente, detto «paleo-identitario» – che vede la nascita del Bloc identitaire nel 2003 –, si afferma progressivamente. Esso indica l’islamismo e l’immigrazione come vere e proprie minacce esistenziali per l’Europa. È lo «scontro di civiltà» di Samuel Huntington. Non importa se ci sono delle riserve nei confronti della cultura di massa americana. Scelgono l’Occidente europeo di fronte al pericolo migratorio e alla «Grande sostituzione» teorizzata da Renaud Camus.
D’altra parte, i terzomondisti filo-slavi, i nazionalisti-rivoluzionari, gli eurasiati e il movimento di Alain Soral rimangono fedeli alla loro linea ideologica: l’imperialismo americano e il globalismo tecno-capitalista sono il nemico assoluto, e gli attentati sono la conseguenza della politica aggressiva degli Stati Uniti in Medio Oriente, se non addirittura un’opera della CIA. Sulla scia di Aleksandr Dugin, questo secondo blocco sostiene un’alleanza geopolitica continentale, dai nazionalismi europei ai vari regimi del mondo musulmano, di cui Mosca sarebbe ovviamente l’epicentro per contrastare l’egemonia americana.
Un confronto frontale, mentre la seconda corrente risulta sempre più emarginata. All’interno del FN, dove l’influenza eurasiatica ha lasciato un segno duraturo sui quadri rimasti dopo la scissione del 1998, Jean-Marie Le Pen cerca, come sua figlia vent’anni dopo, di stare con un piede in due scarpe, più per tenere sotto controllo la nascente corrente identitaria che per convinzione personale. Nel corso di un viaggio a Mosca, nel giugno 2005, lancia la sua idea di un’«Europa boreale» bianca, con l’intento di collegare l’imperialismo eurasiatico e il sovranismo identitario, da cui esclude i paesi musulmani per privilegiare un asse Parigi-Berlino-Mosca a tutela dei valori tradizionali di fronte all’Islam e al progressismo occidentale. Rielaborando, tra l’altro, la formula gollista che evocava un’Europa «dall’Atlantico agli Urali» per preferirle «da Brest a Vladivostok», città capolinea della Transiberiana, al confine tra Cina e Russia.
Il dibattito si concentra su una questione centrale: chi è il nemico principale?
Lou Fritel
Eppure sembra proprio che sia la corrente occidentalista, sostenuta da Bruno Mégret, a imporsi. Marine Le Pen, la cui influenza all’interno del FN è in crescita, ne è consapevole. Ma, piuttosto che riprendere tal quale la lotta civilizzatrice, risolutamente cattolica nella sua concezione francese, ne secolarizza la forma, facendo riferimento non all’Occidente cristiano ma alla filosofia dei Lumi – di cui si fregiava Caterina II di Russia durante la sua conquista della Crimea nel 1783 – di fronte all’oscurantismo islamista. Senza tralasciare di applicarvi una chiave di lettura sociale e antiglobalista che prende in prestito dai terzomondisti, di cui i suoi amici di destra Frédéric Chatillon e Axel Loustau sono i capofila.
Questa conciliazione è proseguita per tutti gli anni 2010, sullo sfondo del Trattato di Lisbona, della crisi dei subprime, dei debiti sovrani e del terrorismo islamista. Fino a quando, ancora una volta, non si sono trovati in netto contrasto in occasione dell’invasione dell’Ucraina del 2022. La generazione di militanti e dirigenti nazionalisti dell’attuale RN è cresciuta nel trauma degli attentati, dell’immigrazione e della critica all’Islam. Ma si è anche evoluta all’interno di un grande insieme europeo ormai strutturato, fortemente influenzato dagli ex paesi del blocco dell’Est che hanno aderito all’Unione europea nel 2004, con una visione decisamente più cristiano-conservatrice rispetto all’Occidente. La causa ucraina si inserisce in questa evoluzione, difendendo la propria sovranità di fronte a un impero multietnico, autoritario e oscuro. Mentre i più anziani giustificano l’indipendenza del Donbass, fischiano la NATO e accusano le presunte provocazioni occidentali, i più giovani, invece, hanno visto la guerra sui social network, hanno accesso alle testimonianze di una gioventù occidentalizzata, occupata e deportata, scoprono le immagini del massacro di Bucha, della lotta armata e della resistenza nazionale. Così, il tropismo filorusso, sia nel RN che in Reconquête, a destra o negli ambienti sovranisti francesi, è percepito dai giovani membri come una questione da anziani, confinata alle sfere digitali particolarmente permeabili alla disinformazione. Al contrario, le esigue frange militanti attuali si organizzano a loro volta in convogli fino al confine polacco-ucraino, o addirittura oltre. Ma non superano le poche decine di combattenti neonazisti e hooligan francesi impegnati contro i russi, integrati nel commando «Revanche Tactical Group», proveniente dalla corrente fascista ultraortodossa ucraina 5.
Il totem di De Gaulle
Sebbene queste due visioni si sviluppino in modo estremo all’interno delle correnti nazionaliste francesi, in realtà caratterizzano l’intera vita pubblica del Paese, in particolare a destra.
Il filorusso è visto dai membri più giovani come una questione che riguarda solo i più anziani.
Lou Fritel
Nel 1995, Jacques Chirac, appena eletto presidente della Repubblica, fu il primo a rompere con questa tradizione slavofila all’interno della sua famiglia politica, dando il via libera alla NATO per bombardare le postazioni serbe, in contrasto con la politica di non allineamento gollista o mitterrandiana. Senza che questo orientamento scomparisse all’interno della destra tradizionale. «I russi sono slavi. Sono diversi da noi. Il dialogo è sempre difficile e ha suscitato molti malintesi nella nostra storia comune. Ciononostante abbiamo bisogno di loro e loro hanno bisogno di noi» 6, dichiarava, ad esempio, Nicolas Sarkozy nell’agosto 2023. A lui si è unito nel dicembre 2025 il suo ex primo ministro e candidato alle presidenziali François Fillon – membro del consiglio di amministrazione di Zarubezhneft, azienda pubblica del settore degli idrocarburi controllata da persone vicine a Vladimir Putin, fino allo scoppio della guerra. Il quale affermava allora che «questa guerra avrebbe potuto essere evitata» 7: «La questione ora è capire come uscire da uno scontro che può sfociare in una guerra mondiale. La Russia è il paese più vasto del mondo, dispone di risorse considerevoli e di una popolazione profondamente nazionalista, indipendentemente dai suoi leader. Ignorare queste realtà non poteva che condurci all’impasse in cui ci troviamo. […] Peggio ancora, questa guerra ha unito più della metà della popolazione mondiale attorno a Cina, India, Russia o Turchia in un unico sentimento di avversione verso l’Occidente.»
Un’ambivalenza condivisa, con tutti o quasi che si nascondevano dietro la dottrina del non allineamento di Charles de Gaulle. Nel 2016, due anni dopo l’annessione della Crimea, i deputati francesi di destra votarono per la fine delle sanzioni contro Mosca. Paradossalmente, i loro successori in Aula fanno ormai parte delle forze più filo-ucraine dello spettro politico francese. Quanto al totem dell’immunità gollista, Marine Le Pen si sta impegnando a rivendicarlo dal 2022. Anche se il suo partito nacque proprio dagli ambienti antigollisti nel 1972 e quest’ultimo non esitò nel 1940.
La nuova generazione filo-ucraina
Sebbene sia di vecchia data, questo conflitto generazionale politico si manifesta in modo sempre più acceso all’interno del RN. Una parte dei dirigenti, i più giovani e/o quelli che si sono uniti più di recente al movimento, vuole credere che le recenti posizioni di Marine Le Pen segnino la fine del sospetto neinei confronti della loro famiglia politica, il cui pesante passivo è ancora alimentato dal prestito di 9 milioni di euro contratto presso una banca ceco-russa nel 2014 e che verrà rimborsato solo nel 2023. Così, l’eurodeputato e portavoce del presidente del Rassemblement National, Pierre-Romain Thionnet, trentenne ed ex presidente della Cocarde étudiante, si scaglia volentieri contro i filorussi del proprio schieramento. Ha accolto con favore la reazione dell’ex presidente della Federazione Russa, Dmitrij Medvedev, furioso per le dichiarazioni rilasciate dalla doppia leadership del Rassemblement National. «A quanto pare, il partito di Le Pen è ormai un normale partito europeo: russofobia e sostegno ai nazisti a Kiev.» Per Thionnet, come per altri, questa sentenza suona come una benedizione: «I nostri avversari non potranno più diffondere informazioni in modo così disonesto presso varie ambasciate o think tank, in particolare per mentire sulle nostre posizioni al fine di incutere paura e erigere una barriera contro di noi.» Vedendo finalmente profilarsi la fine del «cordone sanitario diplomatico» di cui il suo partito soffre in Europa, anche presso gli «alleati» conservatori guidati da Giorgia Meloni.
Il giovane, il cui dichiarato orientamento filo-ucraino rimane una rarità all’interno del RN, è solito lasciarsi andare a questo tipo di esaltazioni. Anche a costo di suscitare rimproveri interni, come dimostra un episodio recente. A giugno, JDNews ha dedicato un articolo al quartetto sovranista composto da Philippe de Villiers, Luc Ferry, Nicolas Dupont-Aignan e Henri Guaino. «Guerra in Ucraina, l’appello al risveglio: perché la Francia deve riallacciare i rapporti con la Russia e fermare l’escalation verso la guerra». Riprendendo più o meno la propaganda vittimistica del Cremlino e invocando una «pace» simile agli accordi di Monaco del 1938. Sui suoi social network, Pierre-Romain Thionnet si ribella: «Quel tipo di pacifismo che è emerso in una parte dei “nazionalisti” non è talvolta altro che uno spirito di contraddizione e una tendenza a prendere sistematicamente le contrarie rispetto alle posizioni cosiddette “dominanti”, anche quando queste sono conformi all’interesse nazionale. Un fenomeno di conversione al pacifismo e di denuncia del “bellicismo” che presenta inquietanti somiglianze con la fine degli anni ’30». Il suo post è stato interpretato come un attacco dal raggio d’azione più ampio. Ha suscitato l’ira di un certo Philippe Olivier. «“L’interesse nazionale” è la guerra??? (sic)», tuona pubblicamente. Consigliere speciale e cognato di Marine Le Pen, questo storico esponente del partito è anche un feroce anti-bruxellese, ex osservatore (non autorizzato e sanzionato dal Parlamento europeo nel 2021) del referendum costituzionale russo del 2020 in Crimea – di cui nega l’occupazione –, che ha permesso a Vladimir Putin di aspirare a due ulteriori mandati. Da allora, entrambi i post sono stati rimossi.
Il fatto che Pierre-Romain Thionnet, opportuno sostituto del deputato europeo Thierry Mariani – noto per le sue simpatie verso la Russia – in seno alla commissione per gli Affari esteri del Parlamento europeo, graviti attorno a Jordan Bardella non è, da questo punto di vista, un fatto da sottovalutare.
A un anno dall’inizio della guerra, il presidente del Rassemblement National, 27enne e appena eletto alla guida del partito, rilasciò una lunga intervista: «Non si può essere patrioti, sovranisti e rimanere indifferenti alla violazione della sovranità di uno Stato europeo». All’interno del partito, questa affermazione ha fatto storcere il naso a più di un dirigente. Soprattutto perché la condanna dell’invasione russa da parte di Marine Le Pen non l’ha portata a prendere le distanze dalle sue posizioni passate. Interrogata nel maggio 2023 da una commissione d’inchiesta sulle ingerenze straniere nella vita pubblica francese, ribadisce: «La Crimea è stata russa per due secoli. È stata ucraina per sessant’anni, ceduta da un dittatore per un capriccio, un capriccio tutto sommato. Da convinta sostenitrice del referendum, ho ritenuto che, liberamente, gli abitanti della Crimea si fossero espressi attraverso il voto a favore dell’annessione alla Russia […]. L’ho detto al momento del referendum sulla Crimea, lo ripeto oggi, non ho alcuna difficoltà a dirlo e ritengo perfettamente legittimo che altre persone abbiano un’opinione diversa su questo argomento. Tanto più che mi ero recata in Crimea [nel giugno 2013]. Ho un’esperienza personale, ho incontrato molte persone e non ho potuto fare a meno di constatare che si sentivano molto più profondamente legate alla Russia che all’Ucraina. » L’ironia vuole che questi lavori parlamentari siano stati promossi proprio dal RN, proprio per porre fine alle accuse di collusione con la Russia. Riconducendolo, in sostanza, al suo passato.
Note
- «Éric Zemmour: “Sogno un Putin francese!”», L’Opinion, 2018.
- «Come vengono percepiti Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky nel resto del mondo?», Le Figaro, 23 settembre 2026.
- «Obiettivo 2027», Marine Le Pen ospite di Darius Rochebin su LCI, il 16 settembre.
- Opera collettiva a cura di Frédéric Chatillon, Thomas Lagane e Jack Marchal, Les Rats maudits: Histoire des étudiants nationalistes, 1965-1995, editions des Monts d’Arrée, 1995.
- « Dalle risse degli hooligan neonazisti alle trincee in Ucraina, il percorso agghiacciante dei militanti di estrema destra francesi », Libération, 1° luglio 2025.
- «Nicolas Sarkozy: “Abbiamo bisogno dei russi e loro hanno bisogno di noi”», Le Figaro, 18 agosto 2023.
- «François Fillon: “Al posto di Emmanuel Macron, trarrei le conseguenze dalla situazione del Paese e rassegnerei le dimissioni”», Le Figaro, 17 dicembre 2025.