A marzo lei ha definito la crisi energetica provocata dalla guerra nel Golfo come la più grave della storia e aveva avvertito che si profilava un’estate molto buia, anche per il trasporto aereo. Ciò non si è verificato del tutto. Aveva ragione, ma troppo presto?

Avevo detto che si trattava della più grande minaccia alla sicurezza energetica della storia. Quanto è accaduto negli ultimi otto mesi, insieme alle ripercussioni che continuiamo a osservare, lo confermano. Me ne rammarico, perché non è affatto una buona notizia, né per la nostra sicurezza energetica, né per le economie, né per la vita di diversi milioni di persone. Si tratta di uno shock considerevole, il cui impatto non può essere misurato solo in base al prezzo del greggio. Sarebbe una visione troppo ristretta.

Per quanto riguarda in particolare il trasporto aereo, la crisi ha profondamente sconvolto il settore e ha avuto ripercussioni sui passeggeri. Le ragioni sono da ricercarsi nella chiusura degli spazi aerei in Medio Oriente, nell’aumento del prezzo del cherosene e nella carenza di carburante, in particolare in alcune regioni dell’Asia.

Cosa distingue questo scontro dai precedenti?

Sta trasformando le dinamiche del mercato energetico mondiale. Il prezzo internazionale del petrolio si attesta a 117 dollari. Si tratta del prezzo del greggio, ma né voi né io utilizziamo il greggio. Noi utilizziamo benzina, gasolio o gas di petrolio liquefatto. Tuttavia, il prezzo del gasolio è oggi doppio rispetto a prima dell’inizio della guerra.

Quali sono le conseguenze sulla geopolitica dell’energia?

Questo shock ha spinto molti paesi, in particolare quelli del Medio Oriente, a ripensare le proprie strategie energetiche, le alleanze e le rotte commerciali. La situazione è semplice: la maggior parte delle loro esportazioni di petrolio e gas transitava dallo stretto di Ormuz. Oggi, molti di essi, in particolare i più importanti, come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, si stanno affrettando a costruire o ampliare oleodotti e gasdotti per aggirare lo stretto. È la prima volta che un cambiamento di tale portata avviene così rapidamente. Anche al di fuori del Medio Oriente, alcuni paesi hanno rivisto le proprie strategie in materia di rotte commerciali. Il Canada, grande produttore di petrolio e gas, sta abbandonando le rotte incentrate sul suo vicino meridionale per orientarsi sempre più verso l’Asia e l’Europa.

In secondo luogo, anche le dinamiche del commercio energetico mondiale stanno cambiando, e questa è una novità. Di solito, se voglio acquistare del GNL e un venditore me lo propone a 3 dollari mentre un altro a 4, compro quello più economico. D’ora in poi, se ritengo che il venditore più costoso sia di gran lunga più affidabile, sceglierò lui. Si tratta di un premio alla sicurezza energetica, basato sulla fiducia.

In terzo luogo, e questo è l’aspetto più importante, questa crisi ha dato un notevole impulso alle energie rinnovabili e alle auto elettriche. Escludendo la Cina, le vendite di auto elettriche sono aumentate del 60% nel corso degli otto mesi di guerra, il che rappresenta un incremento senza precedenti rispetto agli anni precedenti. In molti paesi, sono addirittura più che raddoppiate su base annua. Anche l’interesse per il nucleare è aumentato notevolmente in molti paesi. Alcuni stanno costruendo nuove centrali. Altri, che prevedevano di chiudere le proprie, come la Spagna, hanno cambiato idea. Attualmente sono in costruzione circa 90 gigawatt di capacità nucleare, un livello senza precedenti da quasi quarant’anni.

Come va concepita oggi la sicurezza energetica e in che modo si articola con l’agenda climatica?

La risposta alla crisi in Medio Oriente e gli sforzi volti a garantire la sicurezza dell’approvvigionamento energetico contribuiscono ad accelerare la transizione verso le energie pulite. Per la prima volta, gli obiettivi di sicurezza energetica e di lotta ai cambiamenti climatici convergono. Si tratta di una svolta fondamentale. La Turchia e l’Australia, i due paesi che quest’anno presiedono la COP31 e i relativi negoziati, ne sono pienamente consapevoli. Ne fanno un tema centrale della conferenza, che si terrà il mese prossimo ad Antalya. Su iniziativa dell’AIE, uno dei temi principali sarà il ruolo dell’elettrificazione, argomento al quale abbiamo dedicato un rapporto speciale a settembre.

L’era dell’elettricità è arrivata. 

Fatih Birol

Più in generale, è evidente che gli eventi degli ultimi anni, in particolare quelli del 2022 e del 2026, hanno ridisegnato la mappa energetica mondiale. Quattro anni fa, due grandi rotte di approvvigionamento dominavano questa mappa: una collegava la Siberia occidentale all’Europa attraverso la Russia, mentre l’altra si estendeva dallo Stretto di Ormuz verso l’Asia e oltre. Oggi entrambe queste rotte sono interrotte. Si stanno stringendo nuove alleanze, mentre quelle precedenti vengono abbandonate.

In Europa, gli obiettivi climatici e quelli di sicurezza convergevano già nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina. Eppure, quattro anni dopo, l’Europa fatica ancora a garantire la sicurezza del proprio approvvigionamento energetico. Perché?

Ecco un dato sorprendente: in Europa, l’elettricità rappresenta oggi solo il 24% del consumo totale di energia. In altri paesi importatori di energia, come la Cina, il Giappone o la Corea del Sud, questa quota raggiunge il 33-34%. Nei paesi esportatori di energie fossili, come gli Stati Uniti, il Canada e l’Australia, si attesta tra il 23 e il 24%. Il tasso di elettrificazione dell’Europa è quindi paragonabile a quello dei paesi esportatori di idrocarburi.

Il futuro energetico dell’Europa passa attraverso l’elettrificazione. Anche tralasciando la questione climatica, se vogliamo un’Europa sovrana, dobbiamo puntare sull’elettrificazione. Possiamo produrre la nostra energia elettrica sfruttando l’energia solare, eolica o nucleare, riducendo così la nostra dipendenza da paesi situati ai quattro angoli del mondo.

Questa mancanza di progressi è dovuta a una carenza di analisi?

Formulare la diagnosi giusta è importante, ma trovare la cura giusta lo è altrettanto. Prendiamo un esempio di ciò che l’Europa ha sbagliato. Nel 1973 e nel 1979 si verificarono due grandi crisi petrolifere. Molti paesi hanno reagito; l’industria nucleare è nata proprio in risposta a queste crisi. Gli europei hanno allora compreso che era imprudente dipendere così tanto dal Medio Oriente. La diagnosi era corretta, ma la cura era sbagliata: si sono rivolti in massa alla Russia. Se richiamo questo episodio, è perché spero che, questa volta, l’Europa sappia dare la risposta giusta alla crisi provocata dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, così come alla situazione attuale con l’Iran. Sono convinto che la sovranità europea dipenda dalla nostra capacità di elettrificare le nostre economie. È una questione di sovranità, di energia e di competitività economica. È anche, in definitiva, la condizione per raggiungere gli obiettivi climatici.

Va sottolineato che l’Europa ha compiuto progressi dopo la crisi del 2022, accelerando la diffusione delle energie rinnovabili. Grazie a questi notevoli sforzi, quest’anno i sistemi elettrici europei sono stati meno esposti alle interruzioni nell’approvvigionamento di gas di quanto lo sarebbero stati altrimenti. Ma c’è ancora molto da fare.

Stiamo passando da un sistema geopolitico incentrato sui combustibili fossili a un sistema organizzato attorno alle catene del valore delle tecnologie pulite?

Man mano che sempre più paesi producono la propria energia e cercano di ridurre la loro dipendenza dagli altri, l’elettrificazione assume un’importanza sempre maggiore.

Due anni fa sostenevo che il mondo stesse entrando nell’era dell’elettricità. Dall’inizio dell’era moderna, ogni epoca è stata caratterizzata da un combustibile specifico. Prima c’è stata l’era del carbone, con la rivoluzione industriale, poi quella del petrolio e del gas. Oggi, come annunciato dall’AIE, l’era dell’elettricità è ormai una realtà. Le esportazioni di petrolio e gas da regioni come il Medio Oriente e le Americhe rimarranno significative. Ma nell’era dell’elettricità, i paesi importatori di combustibili riprenderanno sempre più il controllo del proprio destino.

Anche tralasciando la questione climatica, se vogliamo un’Europa sovrana, dobbiamo passare all’elettrificazione. 

Fatih Birol

Detto questo, un Paese in particolare potrebbe trarne vantaggio: la Cina, che è riuscita ad affermarsi come leader nell’elettrificazione. È necessario riflettere sulle implicazioni di un ruolo più dominante della Cina in futuro.

Come può l’Europa passare all’elettricità senza sostituire una dipendenza con un’altra, questa volta nei confronti della Cina?

Per quanto riguarda la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili e nucleari, l’Europa dispone del know-how necessario e numerose aziende europee sono in grado di dare il proprio contributo. La Francia è un buon esempio nel settore del nucleare. La Danimarca e la Germania lo sono per l’energia eolica, e anche i paesi nordici sono attori chiave. Il settore dell’energia solare dipende fortemente dalla Cina, ma esistono soluzioni per ovviare a questa situazione.

Il mondo deve mostrarsi particolarmente vigile per quanto riguarda i minerali critici, sia per quanto riguarda la loro estrazione che la loro raffinazione. La sfida riguarda proprio quest’ultimo aspetto: oggi, il 75% della raffinazione avviene in Cina. Un solo Paese concentra il 75% di questa capacità, mentre tutti gli altri messi insieme ne concentrano solo il 25%. Il dominio cinese in questo settore è schiacciante. È quindi essenziale che gli altri Paesi, in Europa, in Asia o altrove, diversifichino il più possibile le loro capacità di raffinazione.

Dopo aver affrontato numerose crisi di sicurezza energetica, ne ho tratto una lezione fondamentale: la diversificazione è la regola d’oro numero uno della sicurezza energetica. Bisogna diversificare il più possibile. Non bisogna dipendere eccessivamente da un unico Paese o da un’unica rotta commerciale. È ingenuo pensare che un’economia mondiale da 110.000 miliardi di dollari possa dipendere da uno stretto di 40 chilometri e che ne risulterebbe paralizzata se questo venisse bloccato.

L’AIE è pienamente impegnata ad affrontare le attuali sfide in materia di sicurezza energetica, ma anche quelle emergenti, prima fra tutte la concentrazione delle catene di approvvigionamento dei minerali critici. Negli ultimi anni abbiamo notevolmente ampliato il nostro lavoro in questo settore, creando una divisione dedicata specificatamente a questo tema. Riuniamo regolarmente rappresentanti dei governi e delle imprese, in particolare per esercitazioni di gestione delle crisi. Queste esercitazioni mirano a prepararci meglio a eventuali interruzioni dell’approvvigionamento.

La Cina ha svolto un ruolo importante nell’attenuare l’impatto della crisi petrolifera.

Infatti, la Cina ha svolto un ruolo importante riducendo le importazioni di petrolio.

Per la prima volta, ha dimostrato il proprio peso sul mercato in qualità di grande importatore di energia. Per dare un’idea dell’ordine di grandezza, le scorte petrolifere pubbliche degli Stati Uniti, del Giappone e di tutti i paesi europei messi insieme sono leggermente inferiori a quelle della Cina. Pechino ha dimostrato di poter utilizzare la gestione delle proprie scorte per influenzare i mercati, cosa che non è passata inosservata.

La Cina, tuttavia, non è stata l’unico fattore di stabilizzazione. Anche il multilateralismo, attraverso l’AIE, ha svolto un ruolo fondamentale. All’inizio di marzo, i nostri 32 paesi membri si sono mobilitati rapidamente per annunciare un rilascio senza precedenti sul mercato di 400 milioni di barili di riserve petrolifere di emergenza. Questo rilascio, tuttora in corso, è stato determinante per evitare conseguenze più gravi sulle nostre economie. E possiamo ripeterla se necessario. Rappresenta infatti solo circa il 20% delle nostre riserve, il che significa che ne restano l’80%. Se necessario, possiamo immetterne altre sul mercato.

Cosa ci rivela questo riguardo al ruolo emergente della Cina sui mercati petroliferi mondiali?

Può influire in entrambi i sensi. Può ridurre le importazioni, ma se decidesse di aumentarle, i prezzi ne risentirebbero.

Vladimir Putin, Xi Jinping e Donald Trump potrebbero incontrarsi in occasione di un vertice nelle prossime settimane. Questo potrebbe avere un impatto sui mercati energetici?

Non so di cosa si discuterà né quale sarà l’esito.

Ciò che mi preoccupa è che, in questo periodo difficile per il gas naturale, sento alcuni paesi e leader europei fare dichiarazioni che non vorrei sentire. Questo inverno si preannuncia delicato per l’Europa, poiché le forniture di gas dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti sono state interrotte. Se l’inverno dovesse rivelarsi particolarmente freddo, i prezzi potrebbero salire. Alcuni paesi suggeriscono quindi, in modo velato, di riaprire temporaneamente i rubinetti del gas russo. La mia risposta è molto semplice. È stato un errore diventare troppo dipendenti dalla Russia. Farlo una volta è un errore. Ripeterlo non è più un errore.

Un ritorno alle importazioni di idrocarburi russi segnerebbe la fine della transizione energetica europea?

La posta in gioco va ben oltre la transizione energetica. Ciò costituirebbe un duro colpo alla sovranità e all’indipendenza dell’Europa. Dobbiamo riprendere in mano il nostro destino, e l’energia svolge un ruolo centrale in questo senso. Dobbiamo produrre nel nostro territorio quanta più elettricità possibile.

È stato un errore diventare troppo dipendenti dalla Russia. Farlo una volta è un errore. Ripeterlo non è più un errore. 

Fatih Birol

Come valuta oggi il ruolo degli Stati Uniti nella transizione energetica?

L’attuale amministrazione statunitense non condivide la stessa visione di quella precedente. Tuttavia, se si considerano le energie rinnovabili, come il solare o i biocarburanti, si nota che stanno registrando una crescita molto forte. Gli Stati Uniti puntano anche sul nucleare.

Le quotazioni del petrolio sono aumentate nelle ultime settimane. Perché i mercati hanno tardato a reagire all’inizio della guerra in Iran?

La gente pensava, o le era stato fatto credere, che sarebbe finita in fretta. In turco abbiamo un proverbio: «Un vaso rotto non si ricompone». » Tutto è cambiato e, realisticamente, non vedo come le cose possano tornare l’anno prossimo a com’erano prima della guerra. Ognuno penserà che se lo stretto di Ormuz è stato chiuso una volta, potrà esserlo di nuovo. Questo cambierà il mondo. Mi aspetto che ciò influenzi, nel prossimo futuro, la dinamica e l’andamento dei prezzi sui mercati petroliferi.

Ritiene che il prezzo attuale sia giusto, oppure i mercati continuano a sottovalutare il rischio?

Il barile di petrolio costa 117 dollari, ma il prezzo del gasolio è raddoppiato. Mi preoccupa vedere che la nostra attenzione si concentri esclusivamente sul petrolio e sul gas. C’è però un altro settore molto colpito di cui si parla poco: i fertilizzanti. Eppure, in molte regioni del mondo, in particolare in Africa e in America Latina, la stagione della semina sta per iniziare. I fertilizzanti rappresentano un problema e anche il gasolio è essenziale per i trattori e le altre macchine agricole. Questo mi preoccupa altrettanto. Per gli europei, 117 dollari potrebbero non sembrare così drammatici. Ma se andate in Africa a dire che i prezzi non sono molto alti, sentirete un’altra versione dei fatti. A 117 dollari, ad esempio, non ci si può più permettere di comprare il GPL per cucinare.

Dove si colloca oggi l’innovazione più importante nel settore energetico?

All’AIE monitoriamo quotidianamente oltre 550 tecnologie. Una delle questioni chiave è quella della maturità: quando queste nuove tecnologie potranno diffondersi su larga scala? Se dovessi scommettere su quale sarà ampiamente disponibile e accessibile in futuro, citerei lo stoccaggio tramite batterie.

L’accumulo tramite batterie cambierà molte cose. Le energie rinnovabili stanno registrando una forte crescita, ma presentano un difetto: la loro intermittenza. Le batterie possono porvi rimedio. Il loro costo sta diminuendo notevolmente. A mio avviso, si tratta senza dubbio della tecnologia più promettente e più importante per il futuro.

In turco c’è un proverbio che dice: «Un vaso rotto non si ricompone»

Fatih Birol

La Cina è già all’avanguardia in questo settore, ma la buona notizia è che anche l’Europa, gli Stati Uniti, la Corea del Sud e il Giappone stanno compiendo notevoli progressi. A differenza della raffinazione dei minerali critici, il settore non è così concentrato.

Si sostiene che la crescente domanda di energia elettrica legata all’intelligenza artificiale metta sotto pressione le reti elettriche e i prezzi per i consumatori. Queste accuse sono fondate?

I data center hanno bisogno di elettricità in modo continuo e, a mio avviso, l’intelligenza artificiale potrebbe essere l’innovazione tecnologica più importante della storia dell’umanità. Gli Stati Uniti e la Cina sono impegnati in una concorrenza serrata, e l’Europa, l’India e il Medio Oriente non sono da meno. Il vincitore della corsa all’IA sarà chi avrà accesso a grandi quantità di energia elettrica a basso costo. Quando osservo il mondo di oggi, mi sembra che la Cina, a questo punto, sia qualche passo avanti rispetto agli altri. L’accesso all’energia elettrica è quindi fondamentale.

In molti paesi, sia negli Stati Uniti che in Europa, i data center consumano molta elettricità, il che crea tensioni tra le popolazioni locali e le aziende tecnologiche. La gente non vuole che i prezzi dell’elettricità aumentino a causa dell’IA. Si tratta di uno dei temi principali delle elezioni di medio termine americane e sta diventando una questione rilevante anche in molti paesi europei. I governi devono quindi incoraggiare le aziende tecnologiche a sostenere in modo più generoso il settore e i mercati dell’energia elettrica.

Nelle proiezioni dell’AIE, l’intelligenza artificiale rappresenta un fattore determinante per la domanda futura di energia elettrica?

Esistono tre grandi tendenze, e l’intelligenza artificiale e i data center svolgono un ruolo importante in questo contesto. Ma ci sono anche le auto elettriche. Appena cinque anni fa, solo il 5% delle auto vendute era elettrico. Quest’anno, questa percentuale è salita al 32% e, entro un anno, molto probabilmente parleremo di camion elettrici.

Il vincitore della corsa all’intelligenza artificiale sarà chi avrà accesso a grandi quantità di energia elettrica a basso costo. 

Fatih Birol

Ma in realtà, il principale motore della domanda mondiale di elettricità oggi è la climatizzazione. In alcuni paesi, come gli Stati Uniti o il Giappone, il 90% delle abitazioni è dotato di climatizzazione. Eppure, quando mi sono recato in Nigeria alcune settimane fa, il presidente mi ha fatto notare che solo il 5% delle abitazioni ne è dotato. Il Paese conta 240 milioni di abitanti e lì fa molto più caldo che negli Stati Uniti o in Giappone. Con l’aumento delle temperature dovuto al cambiamento climatico, una delle prime cose che le persone fanno non appena ne hanno i mezzi è acquistare un condizionatore per rendere la propria vita più confortevole.

L’AIE è stata fondata in risposta alle crisi petrolifere degli anni ’70 e da allora ha subito profondi cambiamenti. Cosa occorrerebbe affinché diventasse l’agenzia internazionale alla guida della transizione verso le energie pulite?

L’AIE è già l’agenzia di riferimento per la transizione energetica: chiunque sia interessato all’argomento e cerchi una visione globale realistica si rivolge a essa.

Se l’era dell’elettricità dovesse davvero arrivare, come sarebbe il mondo?

Vedremmo un mondo molto più moderno, efficiente, pulito e giusto. L’Africa ci mostra cosa c’è in gioco. Oggi, nel continente, quattro famiglie su cinque cucinano con la legna. Questo compito, svolto principalmente dalle donne, provoca malattie respiratorie. Ogni anno, 800.000 persone muoiono prematuramente a causa di ciò. Si tratta, insieme alla malaria, di una delle due principali cause di mortalità prematura nel continente, e le donne ne sono le principali vittime. È la più grande ingiustizia dell’attuale settore energetico. L’elettrificazione potrebbe cambiare questa situazione.