Scopri “Il Grand Continent”. Idee e analisi che non troverai da nessun’altra parte. Ma che presto vedrai ovunque. Nella tua casella di posta a partire da 8 euro al mese

Tra il 30 e il 31 luglio 2026, oltre 70.000 persone hanno attraversato in poche ore il confine tra il Marocco e l’exclave spagnola di Ceuta. Le migliaia di persone che si sono accalcate davanti alla diga di Tarajal sono state trascinate da una voce amplificata dai gruppi Facebook e dagli algoritmi di raccomandazione. Allora avevamo parlato di come l’Europa debba imparare a proteggere il proprio confine digitale. 

Ciò che sta vivendo la Francia rientra nello stesso fenomeno, con una sola differenza. La linea che ha ceduto non corre più tra due continenti, ma nel cuore dei giovani che vivono, di fatto, in due spazi diversi.

I due mondi della nuova generazione

C’è innanzitutto il mondo fisico, quello organizzato dalla Repubblica. Significa che lì ci si alza presto, che ci sono orari, esami, giornate scolastiche che a volte vanno dalle 8 alle 18. Questo mondo è spesso malridotto. A Saint-Denis, al liceo Paul-Éluard, gli studenti, mobilitati già dal 25 settembre, raccontano dei soffitti che crollano, dei ratti in mensa, delle lezioni tenute in prefabbricati e degli insegnanti assenti che non vengono sostituiti. È un mondo lento e duro, dove si viene puniti.

E poi c’è l’altro: lo spazio informativo, dove i giovani trascorrono almeno altrettanto tempo e dove quasi nulla li trattiene. Lì si crea, ci si racconta, ci si incontra e si ha la sensazione che tutto sia possibile e che il mondo sia a portata di mano. Lì non si viene quasi mai puniti.

Manifestanti nei pressi di un incendio a Lione il 17 ottobre. © Abolfazl Salmanzadeh/SIPA

Da poco, anche i giovani lo utilizzano per soddisfare le esigenze del primo: un compito scritto da un’intelligenza artificiale, una sbirciatina discreta a un assistente conversazionale durante una valutazione. Si fa finta di giocare secondo le regole di un tempo, mentre in realtà si vive già altrove.

I giovani oggi si trovano esattamente a metà strada tra questi due mondi, indipendentemente dal quartiere in cui vivono o dalle loro origini. Uno li rivendica, loro si riconoscono nell’altro. La frattura che stiamo vivendo dipende in gran parte da questo.

Lo smartphone sequestrato all’ingresso

Gli studenti delle scuole superiori hanno buoni motivi per essere arrabbiati. Gli edifici attendono di essere ristrutturati, le classi sono sovraffollate e i ritmi scolastici sono irrazionali. Parcoursup è vissuto come un imbuto di cui nessuno capisce le regole. Le loro rivendicazioni, che esprimono da settembre, sono legittime e vanno ascoltate.

Ma hanno anche accennato a qualcos’altro, a volte sottovoce, che va ugualmente preso in considerazione. Dall’inizio dell’anno scolastico, la legge del 24 agosto 2026 vieta loro di usare il cellulare a scuola. Persino l’esecutivo ha finito per parlare di «disintossicazione».

Sarebbe difficile sostenere l’uso del telefono in classe. Non si guarda il cellulare durante la lezione, così come non lo si fa al ristorante o durante una cena in famiglia. È una cosa che si impara, e spetta alla scuola insegnarla. Ma imparare a metterlo via e vederselo confiscare all’uscita non è affatto la stessa cosa. Dei giovani, molti dei quali hanno 17 o addirittura 18 anni, si vedono privati, nel momento in cui varcano il cancello, di ciò che conferisce loro un’identità nel mondo esterno.

Ci si può almeno chiedere se questa privazione abbia influito sulla rabbia del 17 ottobre.  

Questa legge ha del resto una storia istruttiva. Inizialmente avrebbe dovuto vietare l’accesso ai social network ai minori di 15 anni. Il Consiglio costituzionale ha tuttavia bocciato questa misura il 14 agosto in nome della libertà di espressione. Sarebbe stata senza dubbio giudicata incompatibile anche con il quadro normativo europeo stabilito dal DSA. Ne è rimasto solo il divieto di utilizzare il cellulare nelle scuole superiori. Non essendo riusciti a regolamentare le piattaforme, si è deciso di regolamentare gli studenti.

Il 17 ottobre, il confine ha ceduto

Il 17 ottobre, 550.000 persone hanno manifestato. 

Poi abbiamo visto qualcos’altro.

È stata attaccata la Repubblica e tutto ciò che essa rappresenta. Il municipio di Limoges è andato a fuoco. Quello di Marsiglia è stato preso d’assalto e la sua Marianne è stata gettata a terra. La residenza del prefetto della Gironda è stata saccheggiata. Si è preso di mira il commercio: oltre 3.000 negozi sono stati colpiti, alcuni sono stati svuotati in pochi minuti e saccheggiati, con i proprietari talvolta intrappolati all’interno. Si è preso di mira anche la popolazione e le autorità: quasi un migliaio di poliziotti e gendarmi sono rimasti feriti, di cui sette in modo grave.

Non sono tutti uguali coloro che hanno fatto questo. Ci sono i teppisti e i delinquenti che hanno approfittato dell’occasione. Ci sono anche gruppi organizzati che cercavano lo scontro. E poi ci sono coloro che si erano mobilitati per un’azione politica. E tutt’intorno, tanti giovani che manifestavano per il proprio futuro e ai quali è stato sottratto il loro movimento.

Chi era sul posto lo racconta: non li hanno visti arrivare. Era come uno stormo di passeri. All’improvviso sono spuntati dal nulla, con il volto coperto da passamontagna, e poi hanno attaccato. Nello stesso punto. Nello stesso istante. Come se sapessero perfettamente dove si trovasse la polizia. Sono passati dal digitale alla strada, poi dalla strada al digitale, percorrendo una sorta di autostrada che nessuno sorveglia.

Scontri e danni a Marsiglia prima dell’inizio di una manifestazione sulla Canebière e al Vieux-Port. © Alain Robert/SIPA

La giornata di mobilitazione stessa ha avuto origine da un video su TikTok pubblicato l’8 settembre. I servizi di intelligence vedono in TikTok un «acceleratore» e puntano il dito anche contro Telegram, senza dubbio a ragione. Storie su Snapchat, canali Signal, app di messaggistica crittografate, siti che mostrano in tempo reale la posizione della polizia: in un attimo si sa dove si trova, con chi e dove incontrarsi.

Ci riconosciamo online. Ci ritroviamo per strada, di fronte allo stesso bersaglio. Facciamo danni nel mondo reale proprio come facciamo nel mondo digitale, senza che ci costi nulla. Poi ci riprendiamo e il video del bottino fa venire voglia di imitarci a chi ci segue.

È questa la lezione che avremmo dovuto imparare dopo Ceuta: oggi un confine va difeso contemporaneamente da entrambe le parti.

In mezzo a tutto questo, c’è uno Stato che rimane immobile. Agisce nel mondo fisico, e basta; a ogni crisi, sembra quasi che riscopra l’esistenza dell’altro.

Eppure avevamo creato proprio ciò che collega questi due mondi: il DSA, il DMA, il Data Act, il Data Governance Act e l’AI Act. L’idea alla base di queste leggi si riassume in una frase: ciò che è vietato per strada deve esserlo anche online.

Gli strumenti ce li abbiamo. Il DSA obbliga le piattaforme di grandi dimensioni, come TikTok, Snapchat, X o WhatsApp, a valutare i rischi che comportano per la sicurezza pubblica e il dibattito civico, e a ridurli, anche modificando i propri algoritmi di raccomandazione. Prevede un meccanismo esplicito per le situazioni di crisi, l’accesso dei ricercatori ai dati e persino, come ultima risorsa e sotto il controllo di un giudice, restrizioni temporanee all’accesso. Qui non si parla di censura. Si tratta di responsabilità.

Ciò che manca, quindi, non è la legge. È la volontà di applicarla. Questi testi non vengono applicati con la necessaria fermezza. Probabilmente perché si è voluto andare incontro a Washington – e forse per non dare fastidio a Donald Trump.

Risultato: molti percepiscono questo spazio come una zona di illegalità. Ma il Far West ha sempre la sua legge: quella del più forte. E chi si comporta come tale lo ha dimostrato sabato nelle nostre strade.

Applicare piuttosto che inventare

Allora, smettiamola di reinventare la ruota. Ogni volta che il diritto europeo rimane inattivo, perché non viene applicato, alcuni Stati – e la Francia in primo luogo – ne creano uno nuovo. Ieri è stato bocciato il divieto di accesso ai social network per i minori di 15 anni; oggi si sta valutando di bloccare i social network su interi territori. È come ammettere di non saperci fare. Si convocano le piattaforme a Bercy, mentre spetta alla Commissione indagare su di esse e sanzionarle.

Parigi deve dire chiaramente alla Commissione europea: applicate subito le leggi agli eventi del 17 ottobre, ne avete l’obbligo.

Scontri tra la polizia e i manifestanti il 18 ottobre nei pressi di Place de la République a Parigi. © Mattia David Rinaldi/SIPA

Spetta a noi occupare questo spazio informativo. Farvi entrare il diritto, la giustizia e le forze dell’ordine, come abbiamo sempre fatto nel mondo reale.

Questo non risolverà tutto. La scuola, le sue mura, Parcoursup, il futuro dei giovani, i loro interrogativi fondamentali e legittimi richiedono altre risposte. Ma nessuna di esse potrà reggere senza questa.

Abbiamo una generazione che non sa più come passare da un mondo all’altro e uno Stato che non ha mai imparato a farlo. Unire il mondo fisico e quello dell’informazione è il compito e la responsabilità della classe politica nel suo insieme. La strada è stata aperta dalle leggi adottate. Ora occorre avere il coraggio di percorrerla.