Flávio Bolsonaro: «È la fine di Lula»
«La parola d’ordine è cambiamento. Il Brasile non ne può più.»
Arrivato in testa al primo turno, il figlio di Jair Bolsonaro promette di voltare pagina.
L'abbiamo tradotto e commentato.
Per la prima volta dal 1998, un candidato ha superato Luiz Inácio Lula da Silva alle elezioni presidenziali in Brasile. Con il 47,1% dei voti espressi contro il 45,1%, Flavio Bolsonaro ha chiuso con un vantaggio di circa 2,4 milioni di voti. Ha festeggiato questo risultato in un’atmosfera volutamente informale, presso il quartier generale della campagna elettorale di Lago Sul a Brasilia, tra barbecue, jingle e sostenitori che indossavano la maglia della Seleção.
Il suo messaggio si riassume in una frase: «La parola d'ordine è cambiamento. Il Brasile non ne può più.»
Flávio Bolsonaro ha delineato una linea politica che si inserisce nella continuità reazionaria di quella di suo padre, in netto contrasto con quella del PT di Lula. In essa ha integrato elementi mutuati dalle due figure di spicco della destra latinoamericana, Nayib Bukele e Javier Milei.
Il senatore del Partito Liberale, seguendo l’esempio del presidente del Salvador, risponde alla forte richiesta di sicurezza e di intervento da parte dello Stato, anche a costo di mettere in discussione lo Stato di diritto e l’indipendenza dell’ordinamento giuridico. Promette così di nominare «almeno quattro giudici» alla Corte Suprema «che non cercheranno di interferire nelle elezioni».
Dal presidente argentino, particolarmente attivo nel sostenere la campagna di Bolsonaro, fa propria una linea economica molto liberale che riassume con l’espressione «un governo moderno con meno ministeri». Ai milioni di lavoratori dell’economia informale non propone la tutela sindacale incarnata da Lula, bensì la riorganizzazione del lavoro attraverso il lavoro autonomo e la promessa di un’emancipazione neoliberista.
Il suo successo elettorale sembra derivare dalla sua capacità di dipingere Lula e il PT come un potere logoro e privo di energia: «Lula lotta per il potere. Ha già partecipato a sette elezioni presidenziali. » Di fronte a lui, Flávio Bolsonaro si presenta come il candidato di un unico mandato, venuto a porre fine all’«era del PT»: «È la fine, è la fine dell’era del PT. La fine dell’era del PT, il cambiamento nel nostro Paese. L’era del PT, che lascia in eredità solo un record di donne assassinate, un record di brasiliani indebitati, un record di tasse elevate, un record di disperazione, un record di aziende chiuse.»
Questo risultato lo pone in una posizione di forza in vista del secondo turno del 25 ottobre e sembra prolungare l’effetto domino trumpista in America Latina. Tuttavia, in questo breve discorso spicca un’assenza: Washington. Il candidato non ha fatto alcun riferimento a Donald Trump, segno senza dubbio della difficoltà di far accettare ai brasiliani la dottrina di ricolonizzazione dell’America Latina sostenuta dall’amministrazione.
Sono stati quasi 56 milioni i brasiliani e le brasiliane che hanno espresso questo voto di fiducia a favore del cambiamento. La parola chiave è “cambiamento”. Il Brasile non ne può più.
E sono molto soddisfatto, perché molti istituti di sondaggio ci davano in svantaggio. I nostri sondaggi interni ci davano in vantaggio, come poi è effettivamente successo, con una reale possibilità di vincere già al primo turno. Ci è mancato davvero poco. Ma sono molto felice del numero di brasiliani che sono scesi in piazza, o meglio, che si sono recati alle urne per esprimere la propria opinione. Non si sono astenuti, perché volevano questo cambiamento.
Con circa 56 milioni di voti su circa 119 milioni di voti espressi, lo schieramento bolsonarista era ancora a 3,4 milioni di voti dalla maggioranza assoluta.
Ed è la fine, è la fine dell’era del PT. La fine dell’era del PT, il cambiamento nel nostro Paese. L’era del PT, che lascia in eredità solo un record di donne assassinate, un record di brasiliani indebitati, un record di tasse elevate, un record di disperazione, un record di aziende chiuse.
Dei cinque record negativi del PT di Lula, due sono esatti, due sono fuorvianti e uno non è misurabile. I femminicidi hanno effettivamente raggiunto un record nel 2025, con 1.571 casi, ovvero il 4% in più rispetto al 2024, secondo l’Anuário Brasileiro de Segurança Pública. Si tratta però del quarto record consecutivo, con una serie iniziata nel 2022, sotto il governo di suo padre. Allo stesso tempo, gli omicidi sono scesi al livello più basso dal 2012. Anche la pressione fiscale ha raggiunto un record, attestandosi al 32,4% del PIL nel 2025, il livello più alto dal 2010. Si tratta tuttavia di un aumento modesto rispetto al 32,2% del 2024. Il record di indebitamento è reale: secondo Serasa, 83,9 milioni di brasiliani sono inadempienti. Il «record di chiusure aziendali» è invece inesatto. I 2,8 milioni di chiusure registrate nel 2025 rappresentano la cifra più alta dal 2008, ma non costituiscono un record assoluto. Esse vanno di pari passo con un record di oltre 5 milioni di nuove imprese create. Infine, non esiste alcun indicatore che consenta di misurare un «record di disperazione».
E sono molto lieto della concreta possibilità che, tra tre settimane, il Brasile dia una risposta definitiva. Sarà un governo moderno, un governo con meno ministeri, un governo che [valorizzerà / rispetterà] la democrazia. Sarà un governo che nominerà almeno quattro giudici alla Corte Suprema Federale (STF) che non cercheranno di interferire nelle elezioni, dopo tutto ciò che Lula ha fatto, utilizzando l’apparato statale e spendendo oltre 350 miliardi di reais nel tentativo di vincere le elezioni.
La cifra è gonfiata e la sua presentazione appare fuorviante. Il “Gastômetro” dell’Estadão rileva 328 miliardi di reais (circa 56 miliardi di euro) di misure con impatto sul bilancio durante l’anno elettorale. Tale importo è inferiore di 22 miliardi di reais (circa 3,7 miliardi di euro) rispetto ai 350 miliardi di reais (circa 60 miliardi di euro) indicati da Flávio Bolsonaro. Di questo totale, oltre 55 miliardi di reais (circa 9,4 miliardi di euro) corrispondono a esenzioni fiscali e non a spese dirette.
Quello che voglio dire è che Lula sta lottando per il potere. Ha già partecipato a sette elezioni presidenziali. Sette elezioni presidenziali. Lula sta lottando per il potere. Ha già partecipato a sette elezioni presidenziali. Io, invece, mi preoccupo del futuro del Brasile, mi batto per il Brasile.
Ed è così che continuerò a comportarmi nelle prossime tre settimane: con una campagna elettorale corretta, da uomo che non cerca di perpetuarsi al potere. Sono l’unico candidato ad essermi impegnato a porre fine alla rielezione, perché mi basta un solo mandato per mettere i brasiliani e le brasiliane al centro del mio governo, al fine di affrontare i veri problemi del Brasile e risolverli.
Almeno altri quattro candidati del primo turno si erano pubblicamente schierati a favore dell’abolizione della rielezione, in un’ottica anti-Lula. Il suo impegno a ricoprire un solo mandato va di pari passo con un prolungamento della durata dello stesso. Il 2 marzo 2026, Flavio Bolsonaro ha effettivamente presentato al Senato la proposta di legge costituzionale n. 4/2026, che impedisce al presidente di ricoprire un secondo mandato. Ma a marzo, davanti a un gruppo di imprenditori a Santa Catarina, ha accennato alla possibilità di un governo di otto anni, confermando alla Folha de S. Paulo che «quattro anni sono davvero troppo pochi per un unico mandato».
Voglio avere l'opportunità di prendermi cura del Brasile. Voglio avere l'opportunità di prendermi cura del popolo brasiliano. Voglio avere l'opportunità di prendermi cura di voi che mi state guardando. Ed è proprio quello che farò, con tanta energia, tanta gioia e tanta speranza, perché il Brasile vincerà.