Dopo lo studio sui semiconduttori di Chris Miller, quello di Agathe Demarais sulle sanzioni e il ritratto di Morris Chang da parte di Alessandro Aresu, continua la nostra serie sulla “Guerra dei capitalismi politici“.

La questione industriale della relazione transatlantica

Lo stato attuale delle relazioni transatlantiche ci appare caratterizzato da uno strano paradosso. Da un lato l’aggressione russa all’Ucraina ha condotto, contrariamente ai timori di molti e alle aspettative di Putin, a un forte rafforzamento della coesione atlantica e dell’unità europea. In pochi mesi gli europei hanno trovata una capacità di agire insieme che sembrava perduta, si sono dissipati i timori (e le speranze di alcuni) di un disimpegno degli USA dall’Europa e si è relegata alle discussioni accademiche la dicotomia fra NATO e difesa europea. Anzi, è emerso con chiarezza che i due processi si rafforzano a vicenda. 

D’altro canto, questa ritrovata unità atlantica è fragile. Per trovare un antiamericanismo così diffuso anche se comunque minoritario nella società europea, bisogna andare molto indietro nel tempo: alla guerra in Vietnam, alla crisi monetaria del ferragosto 1971, alla seconda guerra del golfo. Trump, che dava l’impressione di detestare gli alleati più degli avversari ma il cui effetto fu più retorico che concreto, ha lasciato profonde tracce psicologiche in Europa; il suo ritorno o quello di uno come lui è agitato come timore incombente, ma anche come segreta speranza di chi vuole interpretare il conclamato desiderio di autonomia strategica dell’UE in primo luogo come autonomia dagli USA. 

In realtà una certa diffidenza europea verso la credibilità dell’alleato ha radici più profonde, almeno dalla presidenza Obama; per il suo scarso interesse per l’Europa, la sua debole reazione nel 2014 alla prima aggressione russa all’Ucraina e le contraddizioni delle sue azioni in Siria. 

L’avvento di Biden ha sostanzialmente modificato lo scenario. Tuttavia, l’America appare agli europei come un paese diviso e polarizzato, bloccato nel funzionamento delle istituzioni e in preda a un crescente protezionismo e tentazioni unilaterali. Del resto, al netto delle dichiarazioni di amicizia di membri dell’Amministrazione, l’Europa è poco presente nei calcoli strategici americani; quando lo è, rispecchia il vecchio stereotipo di un continente diviso, accucciato sulla ricerca del vantaggio economico e commerciale e restio ad assumersi la responsabilità della propria sicurezza. Nel bene e nel male, l’immagine dell’Europa resta quella di Angela Merkel. Non un avversario come sembrava considerarci Trump, ma fondamentalmente un passivo profittatore dell’impegno americano.  Il paradosso consiste quindi nel fatto che la fiducia reciproca appare piuttosto bassa proprio nel momento di massima unità sul terreno.

Nel bene e nel male, l’immagine dell’Europa resta quella di Angela Merkel.

Riccardo Perissich

Contrariamente a ciò che alcuni pensano, la fragilità del rapporto non viene dalla guerra in Ucraina. Malgrado le difficoltà interne che possono emergere per entrambi gli alleati, le occasionali ambiguità francesi e le contorsioni a volte esasperanti della Germania, la rottura dell’unità occidentale o europea appare oggi una prospettiva molto remota. La posta in gioco per l’avvenire dell’Europa e per le possibili conseguenze internazionali e il peso dei crimini commessi dalla Russia, sono troppo importanti. Del resto, non c’è alcuna forza politica suscettibile di governare nel prevedibile futuro che invochi una politica sostanzialmente diversa. Ivan Krastev ha opportunamente osservato che la prova del fuoco per l’unità dell’occidente potrebbe venire solo nel momento in cui una tregua delle ostilità diventasse concretamente possibile; un’ipotesi per il momento molto lontana. I due possibili punti di crisi, del resto connessi fra loro, sono la politica industriale e tecnologica e la questione cinese.

Il primo problema è il più urgente e anche il più pericoloso. La pandemia ha fatto esplodere un problema che era noto da tempo: la fragilità di alcune catene di approvvigionamento di tecnologie e materie prime critiche, nonché per alcune di esse una forte dipendenza dell’Occidente dalla Cina. La questione riguarda sia l’Europa che gli USA, ma è più grave per noi a causa di un più grande ritardo nelle tecnologie digitali. Questa obiettiva debolezza europea è stata poi aggravata dalla crisi energetica legata alla guerra in Ucraina: un altro caso di asimmetria transatlantica. Questi fenomeni, uniti anche a crescenti tensioni sociali, hanno prodotto ovunque in occidente una disaffezione per i benefici della globalizzazione e un ritorno di interesse per l’intervento statale in economia; in altri termini è tornata di moda la politica industriale, un concetto fortemente criticato a partire dagli anni ’70 del secolo scorso. In verità l’intervento statale non era mai stato completamente abbandonato, soprattutto in alcuni paesi europei, ma anche altrove. La differenza è che è stato praticato con minore dirigismo e maggiore rispetto per il mercato. La novità di oggi risiede principalmente nella dimensione dell’intervento. 

La sorpresa, ma in fondo non avrebbe dovuto essere tale, è che chi ha reagito più rapidamente e con più forza non è l’Europa, ma gli USA, così come peraltro era successo con la crisi del 2008.  Un Congresso normalmente bloccato ha infatti varato in poco tempo l’Inflation Reduction Act (IRA), che malgrado il nome è in effetti un massiccio programma di sostegno pubblico allo sviluppo tecnologico e alla transizione climatica; per esempio, ma non solo, nello sviluppo delle automobili elettriche e dei semiconduttori. Il programma non è solo fortemente interventista, ma è anche intrinsecamente protezionista, corredato da misure buy american e restrizioni all’esportazione, teoricamente dirette verso la Cina, ma che sostanzialmente discriminano anche l’industria europea.

Il programma non è solo fortemente interventista, ma è anche intrinsecamente protezionista, corredato da misure buy american e restrizioni all’esportazione, teoricamente dirette verso la Cina, ma che sostanzialmente discriminano anche l’industria europea.

Riccardo Perissich

L’UE, che tradizionalmente dovrebbe avere più dimestichezza con la politica industriale, si trova spiazzata per almeno tre motivi. Il primo è istituzionale. Non essendo uno Stato nel senso pieno del termine, non dispone degli strumenti centralizzati (sussidi, esenzioni fiscali) che sono disponibili per un paese come gli USA. Le strutture industriali e le relative sensibilità dei paesi che la compongono sono diversi. Ne consegue che un accordo, a volte sottomesso all’esigenza dell’unanimità, è necessariamente più lento e complesso persino di quello già arduo all’interno del Congresso USA. Infine, l’elevato indebitamento di molti membri dell’UE ne restringe lo spazio di manovra fiscale. 

© Maxime Le Pihif/SIPA

Trovare un consenso europeo

L’UE deve in sostanza conciliare esigenze non necessariamente incompatibili, ma che rispondono a sensibilità nazionali diverse. In primo luogo, deve mettere in campo risorse finanziarie per sostenere la transizione climatica, recuperare almeno in parte il ritardo tecnologico e assicurare l’approvvigionamento di materie prime critiche. È un obiettivo che si poneva comunque, ma che diventa particolarmente urgente di fronte alle misure americane. Una strada ovvia è quella di allentare, come già è stato fatto durante la pandemia, i vincoli europei che limitano la libertà dei paesi membri di concedere aiuti statali all’economia. È una strada percorribile con rapidità e preconizzata da paesi come la Francia e la Germania. Il problema è che non tutti i paesi hanno la stessa capacità fiscale e le stesse debolezze strutturali. È del resto significativo che più di due terzi dei programmi di aiuti autorizzati a seguito dell’allentamento dei vincoli durante la pandemia sia stato promosso da Francia e Germania. 

Dietro la retorica di una politica industriale europea ci sarebbe la realtà di politiche nazionali.

Riccardo Perissich

Un altro pericolo insito in questo approccio è che, malgrado l’impegno che sicuramente metterebbe la Commissione europea nel controllare le misure nazionali, esse potrebbero condurre a una ulteriore frammentazione del mercato europeo, pregiudicandone i benefici acquisiti e soprattutto la possibilità di affrontare le nuove sfide con una dimensione pienamente continentale. In sostanza, dietro la retorica di una politica industriale europea ci sarebbe la realtà di politiche nazionali.

Questi due pericoli, rinazionalizzazione di fatto delle politiche sotto la maschera di un approccio comune e discriminazione fra gli stati membri, possono essere superati solo affiancando all’allentamento dei vincoli un robusto elemento di finanziamento comune. L’UE ha al suo attivo la reazione alla pandemia con i grandi programmi NGEU e SURE, la cui realizzazione è peraltro ancora in corso. Un tabù rispetto ai finanziamenti centralizzati è stato rotto, ma resta da parte di numerosi paesi una forte reticenza a ogni nuovo passo in questa direzione. Del resto, questa idea è tutta da costruire. Circola la proposta di un “fondo sovrano europeo” destinato a sostenere l’adattamento del nostro sistema produttivo alla transizione climatica, ad avviare un recupero europeo nella competizione tecnologica e a costituire una risposta alle misure americane. Non è tuttavia chiaro quale ne sarebbe la dimensione, quale sarebbe il ricorso a risorse non utilizzate di programmi esistenti, quale sarebbe la parte proveniente da nuove risorse del bilancio dell’UE o da eventuali nuovi prestiti comuni. È comunque auspicabile che al momento di metter mano alla definizione degli strumenti comuni, non si trascuri il fatto che questo nuovo strumento il dovrebbe essere finalizzato ancora più del NGEU a mobilitare energie private e (ri)suscitare gli “spiriti animali” dall’imprenditoria europea. 

Quale che sia l’importanza delle risorse pubbliche messe in campo, nazionali o europee, è difficile immaginare che possano avere successo senza azioni volte a colmare una grave lacuna dell’UE: la mancanza di un mercato europeo dei capitali, unificato, flessibile e dinamico come quello americano. Le proposte della Commissione sono finora restate senza seguito. 

Non ha aiutato finora che si sia assistito alla manifestazione di posizioni divergenti non solo fra gli Stati membri, ciò che è in fondo normale, ma anche a una certa cacofonia nelle dichiarazioni di alcuni membri della Commissione. Nel suo recente discorso a Davos, la Presidente Ursula von der Leyen ha cercato di mettere ordine nella discussione in modo chiaro anche se necessariamente sintetico. È una posizione che può costituire una buona base per le discussioni a venire. Alle due questioni già citate, codice degli aiuti e finanziamento comune, il discorso di Davos ha opportunamente aggiunto la dimensione della regolamentazione; è uno dei punti forti dell’azione dell’UE, che del resto ha già varato iniziative importanti nel campo della transizione climatica, della protezione dei dati e dell’inquadramento delle grandi piattaforme digitali. Azioni a cui si aggiungono iniziative nel campo dei semiconduttori e dell’approvvigionamento delle materie prime indispensabili alla transizione.

Quale che sia l’importanza delle risorse pubbliche messe in campo, nazionali o europee, è difficile immaginare che possano avere successo senza azioni volte a colmare una grave lacuna dell’UE: la mancanza di un mercato europeo dei capitali, unificato, flessibile e dinamico come quello americano.

Riccardo Perissich

Esistono quindi le premesse per una risposta articolata dell’UE alla sfida americana. Qui, tuttavia, interviene un’altra dimensione del problema, al centro delle preoccupazioni di un gran numero di stati membri soprattutto del nord dell’Europa. Si tratta del timore che la risposta europea non conduca a sostenere l’innovazione e la transizione climatica, ma a difendere strutture e produzioni obsolete. Non solo; c’è anche il timore che contribuisca, in congiunzione con il protezionismo americano, ad aggravare invece che risolvere la crisi della globalizzazione. È infatti difficile negare che il multilateralismo che abbiamo contribuito a costruire attraversa una fase di difficoltà. È altrettanto vero che a volte nella loro strenua difesa delle regole internazionali gli europei assomigliano agli ultimi soldati giapponesi dispersi nella giungla birmana. Chi manifesta queste preoccupazioni ci ricorda tuttavia che fra tutte le grandi aree economiche del pianeta, l’Europa è quella che dipende maggiormente dall’apertura del commercio internazionale. A questo si aggiunge che per quanto l’UE metta a punto un programma ambizioso, non riuscirà mai da sola a colmare la distanza che la separa dagli Stati Uniti e dalla Cina in alcune tecnologie critiche. La dimensione internazionale è quindi una componente essenziale di ciò che ci prepariamo a fare.

Il dilemma del protezionismo americano

Di fronte al brutale protezionismo trumpiano, l’UE reagì moltiplicando le iniziative tendenti ad allargare una rete di accordi bilaterali e plurilaterali con varie aree del mondo. Iniziative che hanno incontrato un certo successo, ma che hanno anche fatto emergere una doppia difficoltà. Prima di tutto, malgrado il nostro prioritario interesse a difendere l’apertura degli scambi, anche la nostra opinione pubblica è attraversata da ondate di protezionismo. Inoltre, l’UE non sempre riesce a bilanciare il suo desiderio di apertura con l’ambizione di promuovere valori sociali e ambientali che le sono propri o il suo attaccamento encomiabile ma spesso non condiviso al principio di precauzione. In molti casi l’autorità che ci deriva dell’esperienza europea in materia di regolazione e dall’attrattiva del nostro mercato, non sono sufficienti a modificare le priorità dei partner quando sono in gioco interessi o valori consolidati e politicamente sensibili. Scopriamo quanto sia a volte velleitario avere la pretesa di regolare per tutti tecnologie che non dominiamo. 

La verità è che nella proiezione internazionale dell’UE non c’è modo di evitare di cominciare dal problema centrale che è quello delle relazioni con gli USA. Se oggi siamo soprattutto focalizzati sulla reazione all’IRA, l’agenda potenziale è in effetti molto ampia. All’IRA si aggiungono infatti contenziosi del passato mai pienamente risolti, come l’acciaio o la questione Boeing-Airbus. Inoltre una discussione sui rispettivi programmi di sostegno alla transizione climatica non potrà far astrazione dal fatto che le rispettive politiche, persino quella di Biden molto più ambiziosa che in passato, rispecchiano filosofie diverse: basata sulla tassazione del contenuto di carbonio e sulle regole quella europea, basata solo in parte sulle regole e in primo luogo sugli incentivi quella americana. Un futuro negoziato non potrà quindi evitare di includere anche il CBAM, il progetto europeo di compensazione alla frontiera sul contenuto di carbonio dei beni importati; con inevitabili riflessi sul ritmo e le condizioni della transizione climatica all’interno dell’UE. Non bisogna poi dimenticare il grande cantiere sempre aperto della regolazione dell’economia digitale a cui si aggiunge ora l’intelligenza artificiale. 

Scopriamo quanto sia a volte velleitario avere la pretesa di regolare per tutti tecnologie che non dominiamo. 

Riccardo Perissich

Infine, la massiccia irruzione della geopolitica nella formulazione della politica industriale americana, attribuisce un peso particolare allo strumento dei divieti di esportazione di alcune tecnologie critiche. È una questione che, se non affrontata in modo convergente e coordinato, può essere la fonte di gravi fratture industriali e politiche; basti pensare al caso attuale dell’esportazione verso la Cina di tecnologie olandesi destinate alla produzione di semiconduttori avanzati. 

Si delinea così la prospettiva di un negoziato transatlantico di grande ambizione e complessità. Affrontare la sfida in una dimensione transatlantica e preferibilmente anche più larga, dovrebbe del resto essere nell’interesse anche dell’industria americana.  Nella sua dimensione esso ricorda sia pure con caratteristiche e obiettivi molto diversi il TTIP, il grande progetto di accordo commerciale transatlantico lanciato durante la presidenza Obama e arenato per responsabilità congiunte di entrambi e lati.

La difficoltà principale nell’impostare un negoziato all’altezza delle aspettative non sta nella definizione di un consenso europeo, ma nel portare con sufficiente impegno politico al tavolo negoziale un’America introversa, bloccata all’interno e, per quanto riguarda l’esterno, principalmente focalizzata a sull’area dell’Indo-Pacifico. 

Per sedersi in modo credibile al tavolo del negoziato, l’UE deve prima di tutto dar seguito al suo impegno di rafforzare la sua capacità di difesa nell’ambito della NATO. Per il momento, vediamo annunci importanti da parte della Francia, degli scandinavi, dei baltici, dei polacchi e di altri stati membri dell’Europa orientale; ma la Germania ci offre le docce scozzesi illustrate ogni giorno dai media e altri grandi paesi come l’Italia e la Spagna sono ancora allo stadio delle buone intenzioni. 

© LEVEQUEPATRICK

Non basta. È giunto il momento per l’Europa di superare due tabù. Il primo riguarda l’illusione di poter separare, nella nostra politica estera, le considerazioni economiche e commerciali da quelle geopolitiche. L’aggressione russa all’Ucraina ha reso evidente l’insostenibilità di questa separazione, innanzitutto sul terreno della elevata dipendenza di molti paesi europei dalle forniture di gas e di petrolio russe; ma comincia a diffondersi la consapevolezza che vi sono altri terreni, certamente non meno rilevanti, sui quali la dipendenza metterebbe a rischio la sicurezza e la libertà dell’Europa e dell’intero Occidente. Il secondo riguarda la reticenza ad accettare l’idea che teatri come quello europeo e quello indo-pacifico sono ormai strettamente interconnessi. Ciò ci conduce a uno dei principali nodi delle attuali relazioni transatlantiche: la questione cinese.

Affrontarla vuol dire dipanare un groviglio transatlantico di interessi, percezioni e malintesi.

Il secondo tabù riguarda la reticenza ad accettare l’idea che teatri come quello europeo e quello indo-pacifico sono ormai strettamente interconnessi. Ciò ci conduce a uno dei principali nodi delle attuali relazioni transatlantiche: la questione cinese.

Riccardo Perissich

La politica americana verso la Cina e l’Indo-Pacifico è uno dei rari terreni di largo consenso nazionale, ma è ancora in formazione, sottoposta a intense discussioni dove a volte non è agevole distinguere fra retorica e realtà. La motivazione di politica interna è di preservare il primato e la competitività dell’industria americana. Tuttavia, il motore principale di questa politica sono esigenze di sicurezza guidate in primo luogo dalla necessità di contrastare l’espansionismo cinese non solo nel mar della Cina, ma anche in tutta l’area dell’Indo-Pacifico e oltre. Il punto caldo è ovviamente la prevenzione di una possibile annessione cinese di Taiwan con la forza; una rottura della stabilità asiatica che sarebbe sicuramente inaccettabile per l’occidente allo stesso titolo dell’aggressione russa all’Ucraina. Il contrasto alle ambizioni cinesi nel campo della tecnologia ha quindi due forti motivazioni, economiche e strategiche.

La politica americana può facilmente essere definita come un tentativo di containment simile a quello che fu applicato all’URSS durante la guerra fredda. Il parallelo è tuttavia fuorviante, anche se nei due casi gli USA erano e sono consapevoli di aver bisogno di alleati. In primo luogo, il pilastro della politica occidentale durante la guerra fredda fu un’alleanza basata (salvo poche eccezioni) su valori democratici condivisi, su interessi comuni e con un’Europa che aveva deciso di porre per sempre fine ai conflitti interni del passato per perseguire un disegno unitario. 

La situazione asiatica è molto diversa. Le differenze sul piano dei valori democratici sono molto grandi. Anche dove siamo in presenza di democrazie abbastanza consolidate, i drammi del passato non sono stati superati; i difficili rapporti fra Giappone e Corea ne sono un buon esempio. Inoltre il peso economico della Cina nell’economia mondiale e in particolare in Asia è incomparabilmente superiore a quello che aveva l’URSS. Nessuno, in realtà nemmeno gli USA, pensa di poter completamente isolare la Cina sul piano economico; si tratta comunque di una prospettiva a cui tutti i paesi dell’area si opporrebbero strenuamente.

Nessuno, in realtà nemmeno gli USA, pensa di poter completamente isolare la Cina sul piano economico; si tratta comunque di una prospettiva a cui tutti i paesi dell’area si opporrebbero strenuamente.

Riccardo Perissich

A fronte di questo, quasi tutti i paesi dell’area temono l’espansionismo cinese e apprezzano una presenza americana. Nessuno, infatti, nega che la Cina di Xi ha intrapreso una strada molto diversa da quella che lasciavano sperare le riforme di Deng e dei suoi successori e che aprivano la prospettiva di una progressiva convergenza: il trionfo del Wandel durch Handel (il cambiamento attraverso il commercio) così caro ai tedeschi, ma a suo tempo teorizzato anche da Clinton. Abbiamo invece una Cina che rafforza il carattere autocratico del regime politico, accentua la sua politica nazionalista, accelera il riarmo e ristabilisce forme di controllo statale sull’economia che sembravano superate; che persegue in particolare una politica di autonomia strategica in campo tecnologico che conferma i timori americani. 

Contrariamente a quello che fu possibile in Europa, nell’Indo-Pacifico gli USA devono quindi perseguire una politica di alleanze complesse e flessibili. Con alcuni paesi, come Giappone, Australia e Corea il rapporto si rafforza. Altri, come l’India e la maggior parte dei membri dell’ASEAN, hanno una lunga tradizione di non allineamento; il rapporto con loro è necessariamente più pragmatico. 

Questa situazione complessa obbliga l’America a bilanciare un atteggiamento di deterrenza che per essere credibile deve essere intransigente, con uno sforzo di dialogo imposto dalla realtà locale, ma anche da problemi comuni come la transizione climatica. Sul piano economico, si tratta di bilanciare la ricerca di autonomia tecnologica con l’interesse collettivo a non distruggere aldilà del necessario l’interdipendenza che si è creata con la Cina. A ben vedere, questo necessario pragmatismo è ben espresso dalle posizioni ufficiali che, con formule simili a quelle usate in Europa, definiscono la Cina “partner, concorrente e rivale strategico”.

Uno dei punti deboli nella ricerca americana di alleanze nell’Indo-Pacifico, è la sua carenza di strategia economica e commerciale, a dimostrazione che il crescente protezionismo americano non è limitato all’Europa.

Riccardo Perissich

Uno dei punti deboli nella ricerca americana di alleanze nell’Indo-Pacifico, è la sua carenza di strategia economica e commerciale, a dimostrazione che il crescente protezionismo americano non è limitato all’Europa.  Se si chiede ai paesi dell’area di allentare la dipendenza economica dalla Cina, bisogna offrire loro dei convincenti incentivi. A questo fine, Obama aveva negoziato un trattato commerciale transpacifico molto ambizioso, il TTP. Nel suo brutale protezionismo, Trump si ritirò dal patto e Biden non ritiene di avere il consenso per rientrarvi. Nel frattempo il TTP è stato resuscitato su iniziativa giapponese, ma senza gli USA. Biden ha proposto come sostituto il Indo-Pacific Economic Framework (IPEF) che però è ancora indefinito e ha una portata molto minore del TTP. 

Il tempo stringe perché la Cina preme per rafforzare i legami, anche istituzionali con l’area. È stato concluso su iniziativa cinese il Regional Comprehensive Economic Partnership (RECEP). Vi aderiscono numerosi paesi, anche alleati degli USA. Per il momento non ha gran contenuto, ma Pechino preme per rafforzarlo. 

A condizione di non essere obbligati a disconnettersi dalla Cina, i paesi dell’area sono ovviamente interessati a un più forte legame con gli USA. Per il momento le discussioni in seno al IPEF vertono soprattutto sulla diversificazione delle catene di approvvigionamento americane nella strategia di allentamento della dipendenza dalla Cina. I paesi interessati ne beneficerebbero, ma è improbabile che lo ritengano sufficiente senza più ampie garanzie di accesso al mercato americano. In sostanza, l’America deve uscire dalla trappola protezionista in cui si è cacciata.

Il futuro della relazione transatlantica si gioca in Asia

Tornando alla questione cinese, la similitudine nella retorica di USA e UE ci indurrebbe a pensare che non ci dovrebbe essere dissenso strategico fra Europa e USA. La realtà è più complessa. La percezione del pericolo geopolitico rappresentato dalla Cina è necessariamente inferiore per gli europei, non presenti nell’area con la parziale eccezione della Francia. Inoltre la relativa debolezza tecnologica europea unita a una più grande dipendenza dal mercato cinese, rende comprensibilmente gli europei più restii a entrare apertamente nel gioco americano. Osservando l’evoluzione recente, si ha tuttavia l’impressione di una dinamica di convergenza. Essa non si riflette solo nelle più recenti dichiarazioni dell’UE e della NATO che hanno ormai acquisito anche una dimensione indo-pacifica.

Inoltre la relativa debolezza tecnologica europea unita a una più grande dipendenza dal mercato cinese, rende comprensibilmente gli europei più restii a entrare apertamente nel gioco americano.

Riccardo Perissich

Si riflette soprattutto in una visibile evoluzione dell’atteggiamento europeo, anche di paesi come la Germania, sulla precarietà dei rapporti economici con la Cina. L’iniziale interesse manifestato da vari paesi soprattutto a est ma non solo per le prospettive offerte dalla Cina con il miraggio della “via della seta”, si è nel tempo notevolmente affievolito. Si moltiplicano dichiarazioni sia governative sia da esponenti del mondo economico sul pericolo di concorrenza sleale e di intenti predatori di alcuni investimenti cinesi. La ricerca di diversificazione rispetto ai casi di eccessiva dipendenza da tecnologie o materie prime cinesi è ormai una politica generalmente accettata. Molti paesi e anche l’UE in quanto tale, hanno adottato strumenti che permettono di vagliare gli investimenti cinesi alla luce delle esigenze di sicurezza nazionale.

Si potrebbe quindi dire che la visibile divergenza di Europa e USA rispetto alla questione cinese è più una questione di ritmo e di tempi che di sostanza. Non sono però differenze secondarie. I più lenti ritmi di disconnessione dalla dipendenza rispetto alla Cina riscontrabili in molti paesi europei, in primo luogo la Germania, riflettono esigenze reali di cui l’alleato d’oltre atlantico deve tenere conto. Non solo. Data la particolare situazione in cui si trova l’Europa, gli americani non possono sperare in un più grande e più rapido accordo degli europei per quanto riguarda la dipendenza tecnologica dalla Cina, continuando peraltro a discriminare le industrie europee nella loro politica industriale. Infine è indispensabile che l’Europa entri come attore protagonista anche nel complesso gioco del commercio asiatico.  

© Ian Hanning/ Sipa

Esiste quindi una concreta possibilità di convergenza fra UE e USA, ma essa è tutt’altro che scontata. L’esperienza ci dice che la convergenza strategica non ha molto senso se non è verificata caso per caso sui temi concreti. Si tratta tra l’altro di definire i casi in cui un decoupling dalla Cina è inevitabile, da quelli in cui è invece opportuno continuare o ricercare il dialogo. 

Non sono scelte facili, anche perché stiamo parlando di temi in cui interessi e valori sono inestricabilmente collegati. Per esempio, mentre è sicuramente opportuno ricercare una convergenza con la Cina sulla transizione climatica, la regolazione dell’economia digitale è un terreno in cui il peso dei valori è troppo forte per non privilegiare almeno all’inizio un consenso occidentale; per non parlare dei problemi legati allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. 

Sugli interessi come sui valori, occorre ottenere dagli Stati Uniti la disponibilità a costruire rapporti strutturati non troppo asimmetrici, che consentano alle aziende europee di recuperare o almeno di non aggravare il loro ritardo tecnologico. 

Riccardo Perissich

Su entrambi, tuttavia, occorre ottenere dagli Stati Uniti la disponibilità a costruire rapporti strutturati non troppo asimmetrici, che consentano alle aziende europee di recuperare o almeno di non aggravare il loro ritardo tecnologico. 

La stessa nozione di una generale rinascita dell’intervento statale in economia può essere fuorviante. In Cina essa esprime il ritorno a uno statalismo che ha come effetto di mettere sotto controllo per ragioni politiche il dinamismo del mercato. In occidente si tratta invece, sia pure con strumenti diversi, di usare l’intervento pubblico per accelerare l’innovazione, ridare al mercato il dinamismo di cui ha bisogno. In sostanza, promuovere e incentivare gli investimenti di più lungo termine in ricerca e infrastrutture, in una prospettiva temporale spesso estranea alla visione della finanza privata.

Siamo comunque in una situazione in forte cambiamento. L’involuzione in senso autoritario, nazionalista e statalista del regime cinese, unita a crescenti difficolta sociali e declino demografico nonché all’impatto di una cattiva gestione della pandemia, indebolisce le prospettive economiche e potrebbe essere fonte di tensioni politiche. È molto difficile, in America come in Europa, prevederne l’effetto. Potrebbe condurre a una maggiore apertura e a una minore aggressività; oppure potrebbe riprodurre la sindrome conosciuta di molte autocrazie che cercano di annegare le tensioni sociali in un rigurgito di nazionalismo aggressivo, dirottando verso l’esterno una rabbia nata per motivi domestici.

Ammesso che una convergenza transatlantica su questi grandi temi sia possibile, abbiamo visto che essa richiede un forte impegno politico al massimo livello. I prossimi due anni saranno importanti per l’evoluzione della politica americana. Alcuni in Europa giudicano la finestra troppo stretta e persino rischiosa per giustificare un impegno massiccio. È invece un errore. Tutto ciò che si può fare in due anni costituirà, a seconda dell’evoluzione americana, una premessa per il futuro oppure un insieme di elementi positivi comunque difficili da smantellare da parte di un Presidente che scegliesse una strada diversa. 

Resta da vedere quali ne possono essere le modalità più efficaci. La Commissione europea e l’Amministrazione USA hanno messo in opera un certo numero di meccanismi di contatto come il Trade and Technology Council. Essi sono certamente utili per dissodare i problemi. Anche affidare alcune discussioni all’OCSE come si è fatto per la tassazione delle multinazionali, permetterebbe di allargare utilmente il campo geografico della discussione. 

Ci vuole però un terreno in cui siano più direttamente impegnati i massimi responsabili politici. Un candidato attraente per questo ruolo potrebbe essere il G7, eventualmente allargato ad altri paesi asiatici come Australia e India e Corea.

Riccardo Perissich

Ci vuole però un terreno in cui siano più direttamente impegnati i massimi responsabili politici. Un candidato attraente per questo ruolo potrebbe essere il G7, eventualmente allargato ad altri paesi asiatici come Australia e India e Corea. G7 che del resto recentemente ha assunto più rilievo, per esempio nel coordinamento della posizione occidentale rispetto alla guerra in Ucraina. Bisogna però che prima di tutto, l’urgenza della questione sia ben chiara a chi deve decidere a Washington, Bruxelles, Parigi, Berlino, Roma, Londra e altrove.     

Credits
Lo scritto rappresenta il contributo dell’Autore a un paper di Astrid su Le relazioni tra Unione europea e Stati Uniti nel nuovo contesto geopolitico, in corso di elaborazione.