Questo testo inedito è disponibile anche in inglese sul sito del Groupe d’études géopolitiques.

L’impatto della crisi del COVID-19 sull’Unione Europea e la sua politica estera è strettamente legato alle decisioni che prenderemo nei prossimi mesi.

Stiamo vivendo una grave crisi del multilateralismo. Il G7 e il G20 sono praticamente assenti; il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite è paralizzato e molti fora settoriali, come l’Organizzazione mondiale del commercio o l’Organizzazione mondiale della sanità, sono stati trasformate in arene in cui i paesi combattono tra di loro.

Per la prima volta dall’inizio del XX secolo, stiamo attraversando una crisi in cui gli Stati Uniti non hanno finora svolto un ruolo di primo piano, mentre la Cina si sta imponendo sempre di più sulla scena mondiale e i regimi autoritari si stanno rafforzando ovunque.

La crisi attuale ha dato la stura a crescenti divergenze tra i paesi. Non tutti gli Stati hanno la stessa capacità di affrontare le sfide poste dalla pandemia, che ci sta facendo arretrare sui terreni della povertà e della disuguaglianza. 

Il combinato disposto di questi fattori rende la situazione difficile anche per l’Europa. L’elezione di Joe Biden negli Stati Uniti apre sicuramente prospettive più incoraggianti per il multilateralismo e per i nostri valori democratici su scala globale, ma non dobbiamo aspettarci miracoli.

L’Europa è troppo divisa per avere una vera politica estera?

Per rendere più efficace la nostra politica estera, fin dall’inizio del mio mandato ho insistito sul fatto che l’Unione debba “imparare a parlare il linguaggio del potere”. Spesso mi viene rinfacciato che è troppo divisa per raggiungere questo obiettivo.

L’elezione di Joe Biden negli Stati Uniti apre sicuramente prospettive più incoraggianti per il multilateralismo e per i nostri valori democratici su scala globale, ma non dobbiamo aspettarci miracoli.

Josep Borrell

Mi occupo di politica europea ormai da molti anni e sono naturalmente consapevole di quanto l’Europa a 27 sia diversa dall’Europa a 12. Le divisioni all’interno dell’Europa sono indubbiamente aumentate dopo l’allargamento verso Est. Tuttavia, non è questa l’unica  ragione. La “spaccatura”  sulle migrazioni, per esempio, non segue esclusivamente un asse Ovest-Est, e la “spaccatura” Nord-Sud tra debitori e creditori riguarda soprattutto i paesi che erano già membri dell’Unione prima dell’allargamento.

A causa della nostra diversità, noi europei, del Nord e del Sud, dell’Est e dell’Ovest, spesso non abbiamo la stessa visione del mondo. Permettetemi di fare un esempio personale  per chiarirlo. I miei amici polacchi dicono spesso che devono la loro libertà a Papa Giovanni Paolo II e agli Stati Uniti di Ronald Reagan, che hanno vinto la Guerra Fredda. E hanno ragione. Ma io credo anche, come molti spagnoli, che sia proprio per gli Stati Uniti e i Papa che abbiamo subito per  40 anni la dittatura di Franco. Franco è  potuto restare al potere così a lungo solo perché fin dall’inizio ha avuto il sostegno della Chiesa cattolica e poi quello degli Stati Uniti nel contesto della Guerra Fredda.

Queste differenze possono arricchirci, se riusciamo a concentrarci su ciò che ci unisce. Ma pongono anche serie sfide in  politica estera. Lo abbiamo visto anche di recente con le sanzioni in seguito al brogli elettorali nelle elezioni presidenziali in Bielorussia. Ci sono voluti quasi due mesi per prendere una decisione e di conseguenza la nostra credibilità è stata danneggiata. 

Non è certo la prima volta che sperimentiamo questo genere di divisioni. Dalla disgregazione della Jugoslavia al processo di pace in Medio Oriente, dalla guerra contro l’Iraq nel 2003 all’indipendenza del Kosovo, dalla questione libica alle azioni della Turchia nel Mediterraneo, esse hanno spesso paralizzato il processo decisionale dell’Ue o reso le sue reazioni  insignificanti.

Ma io credo anche, come molti spagnoli, che sia proprio per gli Stati Uniti e i Papa che abbiamo subito per  40 anni la dittatura di Franco. Franco è  potuto restare al potere  così a lungo solo perché fin dall’inizio ha avuto il sostegno della Chiesa cattolica e poi quello degli Stati Uniti nel contesto della Guerra Fredda.

Josep Borrell

Come decidere in politica estera europea?

Che fare? La risposta principale sta nella creazione di una cultura strategica comune: più gli europei sono d’accordo su come vedono il mondo e i suoi problemi, più facilmente  concorderanno su cosa fare al riguardo. Questo è il nostro obbiettivo nel costruire con i nostri Stati membri uno “Strategic Compass“, una bussola strategica per l’Unione. Per sua stessa natura, si tratta di un compito a lungo termine. E nel frattempo, dobbiamo essere in grado di prendere decisioni su questioni difficili in tempo reale.

La politica estera e quella di sicurezza rimangono di competenza esclusiva degli Stati e le decisioni in questo ambito devono essere prese all’unanimità e ogni Paese ha diritto di veto. Ma molte di queste decisioni sono binarie: riconoscere  o meno un governo, lanciare o meno un’operazione di gestione delle crisi. E spesso questo conduce a un blocco. 

Tutto ciò è in netto contrasto con quanto accade in numerosi altri settori, dal mercato unico al clima, passando per le migrazioni, in cui l’Ue può prendere decisioni con un voto a maggioranza qualificata (55% degli Stati membri e 65% della popolazione). E nonostante il fatto che  su questi temi  si scontrino importanti interessi nazionali, tanto quanto accade  in politica estera.

Tuttavia fa pochissimo uso della maggioranza qualificata anche in quei settori in cui si potrebbe. Perché? Perché preferiamo sempre cercare compromessi su cui tutti possano concordare. Ma per conseguire questo risultato, tutti gli Stati devono accettare di investire nell’unità. La minaccia del ricorso al voto a maggioranza qualificata può incoraggiarli a farlo.

Fin dall’inizio del mio mandato, ho sostenuto che  per evitare la paralisi in politica estera dovremmo valutare di adottare alcune  decisioni senza l’unanimità dei 27. Lo scorso febbraio, quando è stato bloccato il lancio dell’operazione Irini per monitorare l’embargo sulle armi  in Libia, ho sollevato la questione se fosse ragionevole che un Paese potesse impedire agli altri 26  di portare avanti l’operazione, nonostante non potesse in nessun modo parteciparvi.

Naturalmente non si tratta di assoggettare tutte le decisioni di politica estera al voto a maggioranza qualificata. Ma esso potrebbe essere utilizzato in quelle aree in cui siamo rimasti spesso bloccati in passato – a volte per ragioni del tutto estranee – come per  esempio in materia di diritti umani o di sanzioni. Nel suo ultimo discorso sullo stato dell’Unione la Presidente della Commissione, Ursula Von Der Leyen, ha fatto sua questa proposta, ma il Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel,  ha espresso il suo disaccordo.

Esistono certamente altre possibilità. A volte è preferibile,  come mi è già capitato, rendere pubblica una posizione di sostanza sostenuta da 25 Stati membri piuttosto che dover aspettare prima di rilasciare una dichiarazione a 27 ridotta al minimo comune denominatore.

Come previsto dal Trattato, si può anche ricorrere all'”astensione costruttiva”: un Paese non sostiene una posizione senza impedire all’Unione di andare avanti.  È così, per esempio, che nel 2008 fu lanciata la missione EULEX in Kosovo.

Mi auguro che nei prossimi mesi  saremo in grado di discutere su come rendere più agevole  il processo decisionale in politica estera, e in particolare nel contesto della Conferenza sul futuro dell’Europa. È imperativo che l’UE rafforzi la sua capacità di agire in un mondo così pericoloso.

Come dare un colpo all’euroscetticismo

Negli ultimi anni abbiamo assistito anche a un aumento dell’euroscetticismo in molti Stati membri. Spesso è difficile per “noi” – accademici, politici, ecc. – fare quello che fanno i populisti: semplificare per suscitare le emozioni delle persone. Sarà sempre più facile gridare “Prima l’America!” che invocare un ordine internazionale basato su regole.

Sarà sempre più facile gridare “Prima l’America!” che invocare un ordine internazionale basato su regole.

Josep Borrell

In effetti, i dettagli del lavoro della Commissione e le nostre complesse dinamiche istituzionali sono difficili da tradurre in emozioni. Ma noi europei possiamo essere orgogliosi del lavoro che abbiamo fatto. Abbiamo costruito un sistema che unisce pace duratura, libertà politica e coesione sociale come in nessun’altra parte del  mondo.

Ma ci sono anche ragioni più oggettive se l’euroscetticismo cresce. Dopo le crisi del 2001 e del 2008, ci è voluto molto tempo per dimostrare una solidarietà sufficiente a risolvere i problemi. A tal punto che queste crisi, che sono nate dalle disfunzioni della finanza americana, hanno avuto conseguenze più durature in Europa che negli Stati Uniti.

Inoltre, l’Europa è stata lenta ad agire per controllare gli abusi  sul mercato del lavoro o per limitare l’eccessiva concorrenza fiscale tra i paesi europei. Tuttavia, l’Unione ora è decisa a contrastare più attivamente sia in campo sociale sia in campo fiscale  violazioni di una vera libera concorrenza 

Come abbiamo visto nella pandemia di COVID-19, non siamo stati in grado di limitare la deindustrializzazione che ci lascia fortemente dipendenti in molti settori. E non siamo nemmeno riusciti a fare dell’Europa una potenza significativa nell’economiadigitale,  essenziale per il futuro.

Tuttavia, l’importanza di una politica industriale più attiva è ormai riconosciutae abbiamo già adottato misure sostanziali per proteggere  meglio le nostre imprese e riequilibrare le relazioni commerciali con i nostri partner. La nostra volontà di sviluppare ‘”l’autonomia strategica” dell’Europa ha infatti una forte dimensione economica.

 In fondo, l’attuale crisi ha dimostrato che abbiamo tratto insegnamento dalle difficoltà del passato: gli Stati membri, la Commissione europea, la Banca centrale europea e il Consiglio europeo hanno reagito questa volta in modo rapido e deciso. Abbiamo fortificato l’Eurozona, anche se dobbiamo ancora rafforzare il ruolo internazionale della nostra moneta comune.

Grazie ai nostri sistemi sociali, che sono i più sviluppati al mondo, è stato possibile prendersi cura dell’intera popolazione sul piano sanitario, salvaguardando allo stesso tempo i redditi e i posti di lavoro degli europei meglio che altrove.

Tuttavia, la crisi sanitaria ed economica ha colpito i Paesi dell’Unione in modo molto diverso. E molti dei Paesi più colpiti sono stati anche tra quelli più colpiti durante la crisi del 2008, il che ha limitato la loro capacità di risposta alla crisi del COVID-19. La crisi rischiava quindi di ampliare ulteriormente i divari all’interno dell’Ue.

Era quindi essenziale sostenere questi paesi. È quanto ha proposto la Commissione con l’iniziativa “Next Generation EU“, approvata dal Consiglio europeo nel luglio scorso. Sebbene  gli ultimi dettagli debbano ancora essere messi a punto, permettendo all’Unione di emettere un debito comune e di effettuare significativi trasferimenti finanziari verso i paesi più colpiti, non solo sotto forma di prestiti ma anche di sovvenzioni dirette, questa iniziativa rompe tabù importanti.

Dunque,  se questa Europa così variegata è ancora difficile da unire, soprattutto in termini di politica estera, stiamo facendo progressi. In un mondo che si trova ad affrontare sfide come il cambiamento climatico e dominato da potenze come la Cina, l’India o gli Stati Uniti, gli europei, è mia convinzione, sono sempre più consapevoli che possono sopravvivere solo se uniscono le loro forze. E la pandemia di COVID-19 ha rafforzato l’idea che abbiamo bisogno di una maggiore integrazione europea.

In un mondo che si trova ad affrontare sfide come il cambiamento climatico e dominato da potenze come la Cina, l’India o gli Stati Uniti, gli europei,  è mia convinzione, sono sempre più consapevoli che possono sopravvivere solo se uniscono le loro forze. E la pandemia di COVID-19 ha rafforzato l’idea che abbiamo bisogno di una maggiore integrazione europea.

Josep Borrell

Per tutti questi motivi, sono piuttosto ottimista sulla nostra capacità di superare l’euroscetticismo. Questo rafforzamento della nostra coesione interna è essenziale per il rafforzamento della nostra azione esterna.

Un nuovo inizio con gli Stati Uniti

I risultati delle elezioni presidenziali americane sono un altro motivo di cauto ottimismo. Le relazioni tra l’Unione e la nuova amministrazione statunitense saranno ovviamente cruciali per il futuro della politica estera europea. Dopo quattro anni difficili, è tempo di ricominciare da capo.

Questo non significa che saremo sempre d’accordo. Non lo eravamo prima di Donald Trump, e non lo saremo con Joe Biden presidente. Ci sono ragioni fondamentali – demografiche, economiche e politiche – per cui le traiettorie storiche degli Stati Uniti e dell’Europa possono divergere. Ma abbiamo una partnership duratura con gli Stati Uniti basata su valori condivisi e su decenni di esperienza di lavoro comune. E nei prossimi quattro anni avremo a che fare con un presidente americano che crede nella collaborazione con gli alleati democratici. L’Europa intende cogliere l’occasione al meglio: non ci avviciniamo alla presidenza Biden solo con richieste, ma anche con proposte.

Abbiamo molto da sistemare, ma ancora di più da costruire insieme. Come Alto Rappresentante ho presentato alla Commissione Europea nel dicembre 2020 una “Nuova Agenda Transatlantica per un Cambiamento Globale” che copre molte aree. Qui voglio concentrarmi su tre assi che riguardano la politica estera e di sicurezza.

Gli Stati Uniti rimangono indispensabili per la sicurezza europea. Allo stesso tempo, noi europei dobbiamo occuparci di più in prima persona della nostra sicurezza. Per questo motivo vogliamo rafforzare la nostra difesa portando  un ‘onere’ maggiore e aumentare le capacità di impegno operativo dell’Europa, in particolare nel nostro vicinato.

Sarebbe una perdita di tempo discutere in termini astratti se dobbiamo adottare un approccio che privilegi ‘“l’autonomia europea” o il “partenariato transatlantico”’. Sono due facce della stessa medaglia: un’Europa strategicamente consapevole e più autonoma è un alleato migliore per gli Stati Uniti.

Per quanto riguarda la sicurezza europea, dovremmo lavorare insieme in particolare per integrare l’intera regione dei Balcani occidentali nelle strutture euroatlantiche, sostenere la sovranità e le riforme in Ucraina, sviluppare un approccio forte e coerente nei confronti della Russia ed evitare che la Turchia continui ad “andare alla deriva”. 

Sarebbe una perdita di tempo discutere in termini astratti se dobbiamo adottare un approccio che privilegi ‘“l’autonomia europea” o il “partenariato transatlantico”. Sono due facce della stessa medaglia: un’Europa strategicamente consapevole e più autonoma è un alleato migliore per gli Stati Uniti.

Josep Borrell

Ho lavorato duramente, come coordinatore, per mantenere in vita l’accordo sul nucleare iraniano. Ora dobbiamo lavorare con l’amministrazione Biden  per far sì che gli Stati Uniti riaderiscano all’intesa  e che l’Iran ritorni alla piena conformità. Una volta raggiunto questo obiettivo, dobbiamo essere pronti a costruire su di esso e a trovare il modo di affrontare ulteriori problemi di sicurezza regionali. Sono convinto che l’unica soluzione a lungo termine per l’instabilità cronica sia regionale.

 Da ultimo, ma non per questo meno importante, l’ascesa della Cina e la conseguente concorrenza con gli Stati Uniti continueranno a plasmare il panorama globale. Dovremo discutere e affrontare con gli Stati Uniti molte delle sfide che questo implica: dalle persistenti asimmetrie nell’accesso al mercato alle domande legittime sul 5G, passando per i tentativi di spingere all’adozione di standard opposti nelle organizzazioni multilaterali e di indebolire l’azione collettiva sui diritti umani.

La Cina come partner, concorrente e rivale sistemico

Riequilibrare le nostre relazioni con la Cina è fondamentale per il nostro futuro. Tuttavia, ciò sarà possibile solo se gli Stati dell’Unione presenteranno un fronte unito e se faremo pieno uso degli strumenti comunitari, in particolare del potere del nostro mercato unico. L’unità è infatti vitale nelle nostre relazioni con Pechino, perché nessun Paese europeo è in grado di difendere da solo i propri interessi e valori contro un Paese tanto grande. Solo così potremo garantire che Pechino finalmente tenga fede al suo impegno di procedere verso una maggiore reciprocità nelle sue relazioni con l’Ue.

Economicamente, però, siamo troppo interdipendenti per dissociarci dalla Cina, come predicava l’amministrazione Trump. Alcuni analisti parlano di una nuova Guerra Fredda, ma questa analogia è fuorviante perché gli Stati Uniti, l’Europa e l’Unione Sovietica non sono mai stati così legati economicamente come lo siamo noi oggi alla Cina. Certo, dobbiamo sviluppare la nostra “autonomia strategica” nei confronti di questo Paese in campo economico, soprattutto nel digitale, ma se di certo il coronavirus cambierà la globalizzazione, non la fermerà.

Un riequilibrio delle relazioni Ue-Cina e’ inoltre essenziale per affrontare e, in ultima analisi, risolvere le principali questioni globali. L’esempio più ovvio è la lotta contro il cambiamento climatico. Riusciremo a limitarlo solo se, parallelamente ai nostri sforzi, i maggiori inquinatori – Cina, Stati Uniti e India – seguiranno il nostro esempio e l’Africa intraprenderà un percorso di sviluppo diverso da quello che abbiamo avuto noi.

L’Ue vuole dunque  affiancare alla cooperazione con la Cina, per  esempio sulle questioni di clima, una posizione più ferma nelle aree in cui ciò è necessario. Questo approccio dovrà anche essere associato a  una presenza più attiva dell’Ue nella regione dell’Indo-Pacifico in senso lato, insieme ai nostri partner democratici in Asia. A questo riguardo, abbiamo appena concluso una “partnership strategica” con l’Asean

Ne discuteremo con l’amministrazione Biden, come avevamo già iniziato a fare con il Segretario di Stato Mike Pompeo nell’ambito del dialogo Ue-Usa sulla Cina  avviato nell’autunno del 2020.

L’Europa di fronte ai nuovi imperi

L’ascesa dei regimi autoritari è una delle principali minacce al futuro dell’Europa e ai nostri valori democratici. Al di là delle loro specificità, paesi come la Russia, la Cina e la Turchia hanno in comune diverse caratteristiche. Sono sovranisti nei confronti del mondo esterno e autoritari all’interno dei propri confini. Vogliono che le loro zone di influenza siano riconosciute e sono determinati a proteggerle dall’esterno. Infine, vogliono cambiare le regole del gioco globale.

Per i democratici, la sovranità si basa innanzitutto sull’espressione della volontà del popolo, mentre il sovranismo si concentra esclusivamente sulla sovranità degli Stati, che è un’altra questione. Gli Stati sovranisti sono sempre più contrari anche al rispetto dei diritti umani fondamentali. Essi cercano di bloccare il sostegno internazionale alle società civili che chiedono più libertà, come in Bielorussia o a Hong Kong e nello Xinjiang.

Mosca ritiene di avere un diritto di controllo sulla Bielorussia e vuole impedire agli europei di sostenere le proteste della società civile contro le elezioni presidenziali truccate. Tuttavia, questo conflitto non è tra l’Europa e la Russia, ma tra il popolo bielorusso e i suoi leader.

In conflitti come il Nagorno-Karabakh, la Libia o la Siria, stiamo assistendo a una forma di “astanizzazione” (con riferimento al Processo di Astana sulla Siria) che porta all’esclusione dell’Europa dalla risoluzione dei conflitti regionali a favore della Russia e della Turchia.

Josep Borrell

L’azione della Turchia nel Mediterraneo mira a far riconoscere Ankara come un attore importante che non può essere escluso né dalla condivisione delle risorse di gas, né da una soluzione politica in Libia. Non è ovviamente un caso che la prima cerimonia religiosa a Santa Sofia, che è tornata a essere una moschea, sia coincisa con l’anniversario del Trattato di Losanna del 1923, che aveva segnato il ripristino della sovranità turca dopo l’umiliazione del Trattato di Sèvres. Turchia, Russia e Cina hanno in comune il fatto di usare la storia per portare avanti i loro interessi  in un modo imperialistico.

Non cambieremo la geografia e la Turchia continuerà a essere un partner importante per l’Europa su molte questioni. Per questo motivo, pur difendendo con fermezza il diritto internazionale e quello dei nostri Stati membri, anche ricorrendo, se necessario, a sanzioni, vogliamo uscire al più presto da un pericoloso scontro con questo grande vicino. Ma questa prospettiva ha senso solo se  la  Turchia la condivide.

In conflitti come il Nagorno-Karabakh, la Libia o la Siria, stiamo assistendo a una forma di “astanizzazione” (con riferimento al Processo di Astana sulla Siria) che porta all’esclusione dell’Europa dalla risoluzione dei conflitti regionali a favore della Russia e della Turchia. La natura ha orrore del vuoto: rischiamo di vedere insediate basi militari russe e turche in Libia, a pochi chilometri dalle nostre coste.

Per uscire da questa situazione e risolvere pacificamente i conflitti con questi nuovi imperi, costruiti su valori che non condividiamo, dobbiamo continuare a colmare le lacune delle nostre capacità di difesa comuni. Questo è il prezzo che dobbiamo pagare per far nascere l’Europa geopolitica che la Presidente Von der Leyen e la Commissione europea si sono poste come obiettivo.

La nostra responsabilità nei confronti dei paesi emergenti e in via di sviluppo 

Di là del nostro vicinato, l’Europa deve anche contribuire a mobilitare i paesi più ricchi per aiutare quelli più poveri ad affrontare la crisi attuale. Non è solo una questione di solidarietà,è anche nel nostro stesso interesse: se gli europei riusciranno a superare la crisi ma il resto del mondo sarà seriamente destabilizzato, anche l’Europa finirà inevitabilmente per esserlo.

Stiamo affrontando la peggiore recessione dai tempi della Grande Depressione. I Paesi sviluppati sono stati colpiti molto duramente dalla pandemia di COVID-19 , ma i Paesi in via di sviluppo ed emergenti dispongono di margini di manovra fiscali molto ristretti e di un accesso ai finanziamenti molto più difficile per far fronte alle sue conseguenze.

Si teme un altro decennio perduto in America Latina, il decollo dell’Africa si è improvvisamente arrestato e l’Asia meridionale sta attraversando grandi difficoltà economiche e sociali. Per la prima volta da decenni, si prevede che la povertà estrema si estendera’ ad  altri 90 milioni di persone in tutto il mondo.

L’iniziativa per la sospensione del  debito lanciata nell’aprile 2020 dal G20 ha dato un certo sollievo ai Paesi poveri più indebitati. Tuttavia, chiaramente non è sufficiente. L’Argentina ha di nuovo fatto default sul debito estero a maggio, seguita dallo Zambia il 13 novembre, con un aumento dei rischi di una spirale di default sovrani, in particolare in Africa, che potrebbe portare a una nuova crisi finanziaria globale.

Su richiesta soprattutto dell’Unione e dei suoi Stati membri, il G20 ha adottato misure supplementari lo scorso novembre. Ha prorogato la sospensione del debito fino al giugno 2021, con la possibilità di prorogarla per altri sei mesi. Il G20 e il Club di Parigi hanno anche concordato un nuovo quadro comune per avviare il processo di ristrutturazione del debito.

Negli ultimi anni, la Cina è diventata uno dei principali creditori di molti Paesi in via di sviluppo, in particolare in Africa. Non è membro del Club di Parigi e finora non è stata molto proattiva sulla questione del debito. Tuttavia, ha accettato i nuovi principi del G20: si tratta di un importante passo avanti. Ora contiamo sulla stessa motivazione e sullo stesso livello di impegno di tutti i partner nel settore.

Negli ultimi anni, la Cina è diventata uno dei principali creditori di molti Paesi in via di sviluppo, in particolare in Africa. Non è membro del Club di Parigi e finora non è stata molto proattiva sulla questione del debito. Tuttavia, ha accettato i nuovi principi del G20: si tratta di un importante passo avanti. Ora contiamo sulla stessa motivazione e sullo stesso livello di impegno di tutti i partner nel settore.

Josep Borrell

Ma noi vorremmo andare oltre: l’Ue è favorevole a estendere il quadro deciso dal G20 per il debito dei Paesi poveri ai Paesi a medio reddito che ne hanno bisogno. Sosteniamo anche una nuova allocazione generale di diritti speciali di prelievo (Dsp), una valuta internazionale emessa dal Fmi, per soddisfare le esigenze generate dalla crisi.

Affinché l’Unione possa influire su questo tema cruciale, dobbiamo anche agire maggiormente come un vero e proprio “Team Europe” per sfruttare in modo congiunto i punti di forza dei nostri Stati membri e dell’Unione, come abbiamo iniziato a fare dalla scorsa primavera in risposta alla pandemia.

Per evitare che il divario si allarghi a causa della crisi attuale, è anche fondamentale garantire che il futuro sia verde e inclusivo, e che tutti siano in grado di cavalcare l’onda digitale. L’appello della Presidente Von der Leyen a favore di un’iniziativa globale che colleghi la riduzione del debito agli investimenti in questi settori èessenziale in questo senso.

Nonostante le nostre grandi difficoltà interne, il modo in cui affrontiamo la questione degli aiuti ai Paesi emergenti e in via di sviluppo in difficoltà a causa dell’attuale crisi avrà un’influenza decisiva sul posto dell’Europa nel mondo e in particolare sulle nostre relazioni con l’Africa. Tra Cina, Stati Uniti ed Europa, coloro che sono stati più attivi in questo settore avranno segnato dei punti per il periodo post-crisi.

Rendere il vaccino contro il COVID-19 un bene pubblico globale

L’altra questione che dobbiamo affrontare se vogliamo evitare una ricaduta e un aggravamento delle disuguaglianze globali è quella dell’immunizzazione contro il COVID-19. Dopo diversi mesi difficili, finalmente cominciamo a vedere la luce  in fondo al tunnel.

Una cosa è sviluppare un vaccino, un’altra è produrlo e distribuirlo. È una sfida per l’Ue, ma ancor più quando si tratta di raggiungere i villaggi remoti del Niger, del Perù o di Kiribati. Per questo motivo, dobbiamo approntare subito le risorse necessarie per distribuire i vaccini in modo rapido e sicuro non appena saranno disponibili.

Dobbiamo evitare un “nazionalismo del vaccino”, per cui solo i paesi più forti e ricchi saranno in grado di vaccinare le loro popolazioni. Dobbiamo anche evitare una “diplomazia dei vaccini” che pretenda di collegare l’accesso ai vaccini alla subordinazione politica a un determinato paese. Fin dall’inizio di questa pandemia, l’Unione Europea ha infatti scelto il multilateralismo e la cooperazione piuttosto che il nazionalismo e la concorrenza.

Vogliamo che i vaccini contro il COVID-19 siano considerati come beni pubblici globali e distribuiti senza discriminazioni, a seconda delle esigenze. Per questo motivo l’Ue e i suoi Stati membri hanno mobilitato insieme 870 milioni di euro per sostenere l’iniziativa internazionale COVAX, che punta a mettere i vaccini a disposizione di tutti i paesi. All’indomani di questa pandemia, dovremo riformare l’Organizzazione mondiale della sanità e dotarla degli strumenti e dei mezzi per gestire le sfide sanitarie del XXI secolo.

Il futuro degli europei dipenderà in larga misura dalla nostra capacità di far uscire l’Europa dalla crisi del COVID-19 e di accrescere allo stesso tempo il suo ruolo e il suo peso nel mondo.

JOSEP BORRELL

Ricostruire e rafforzare il multilateralismo

Come diciamo spesso, l’Europa deve agire da sola quando è necessario, ma con gli altri quando è possibile. Per questo, però, dobbiamo riuscire a rilanciare un multilateralismo che ha sofferto molto: negli ultimi anni l’Europa si è spesso sentita un po’ sola nel cercare di tenerlo assieme.

L’efficacia del sistema multilaterale e delle sue istituzioni è spesso contestata. Molto spesso, giustamente. Dal cambiamento climatico al controllo degli armamenti, alla sicurezza marittima, passando per i diritti umani o il commercio, la cooperazione globale è stata indebolita, gli accordi internazionali sono stati abbandonati e il diritto internazionale è stato minato o applicato in modo selettivo. La distribuzione del potere all’interno di diverse istituzioni non corrisponde più ai cambiamenti che il mondo ha subito negli ultimi decenni. Molte delle istituzioni multilaterali che abbiamo costruito devono essere riviste e riformate.

Questo significa fare tabula rasa del passato? Non credo proprio. Il multilateralismo del dopoguerra ha prodotto molti risultati nonostante le sue numerose debolezze. E ricostruire un nuovo sistema da zero richiederebbe troppo tempo in un periodo di estrema urgenza. Dobbiamo costruire sull’esistente per fare il passo successivo. È giunto il momento di “make multilateralism great again“, rendere di nuovo grande il multilateralismo, per parafrasare Donald Trump.

A tal fine, spetta all’Europa mobilitare altre democrazie per poter meglio difendere e promuovere i diritti umani fondamentali e i valori democratici sulla scena internazionale. Che si tratti di Hong Kong, del Sudan o della Bielorussia, gli eventi degli ultimi mesi hanno confermato, se ce ne fosse bisogno, quanto siano universali queste aspirazioni e quanto le persone in tutti i continenti aspirino ai diritti di cui sono private. Ciò significa, naturalmente, riprendere il dialogo con gli Stati Uniti su questo tema, ma anche lavorare più strettamente con il Giappone, la Corea del Sud, il Canada, il Messico e l’Australia.

Il compito è quindi immenso, ma essenziale: il futuro degli europei dipenderà in larga misura dalla nostra capacità di far uscire l’Europa dalla crisi del COVID-19 e di accrescere allo stesso tempo il suo ruolo e il suo peso nel mondo.