Durante i comizi della campagna delle presidenziali del 2020 in località della cosiddetta Rust Belt (la cintura di ruggine deindustrializzata) di Michigan, Wisconsin, Pennsylvania e Ohio, Donald Trump mostrava spesso una video-collezione di dichiarazioni di Joe Biden a favore del libero commercio e di una relazione collaborativa con la Cina. Sul maxischermo si vedeva Joe Biden esprimere sostegno per il NAFTA, il controverso trattato di libero commercio con Messico e Canada del 1994, e asserire che “è nel nostro interesse che la Cina continui a crescere” e “l’idea che la Cina ci mangi in testa è assurda” tra i fischi del pubblico, tra cui figuravano cartelli che recitavano “operai per Trump”. 

La politica più memorabile dell’amministrazione Trump rimarrà la “guerra commerciale”, in particolare con la Cina. La decisione di introdurre pesanti tariffe su diversi beni cinesi e la richiesta ai cinesi di acquistare più beni americani, per limitare il deficit commerciale statunitense segna una chiara rottura con l’orizzonte della globalizzazione economica come destino ineluttabile. Se Trump è ormai avviato a un’uscita ingloriosa dalla Casa Bianca, il protezionismo commerciale che la sua amministrazione ha portato alla ribalta non è destinato a sparire dal panorama politico. 

Durante la campagna elettorale Joe Biden ha puntato sullo slogan “Made in America”, con la promessa di un piano di appalti pubblici da 400 miliardi di dollari focalizzati su prodotti e servizi di imprese americane. Nel suo programma elettorale Biden ha affermato che “quando spendiamo il denaro dei contribuenti dobbiamo comprare prodotti americani e sostenere posti di lavoro americani”. Inoltre Biden ha anche promesso che penalizzerà le compagnie che de-localizzano posti di lavoro all’estero. Anche sullo scontro commerciale sulla Cina, molti credono che cambieranno la retorica e i metodi – sussidi e regole a favore delle imprese nazionali strategiche più che dazi sulle importazioni – ma che non ci sarà un ritorno totale alla dottrina di libero mercato del periodo Clinton-Obama1

I movimenti nella politica americana sono stati segnati dal succedersi di fasi Jeffersoniane – dalla fede nel libero mercato di Thomas Jefferson – e momenti Hamiltoniani, caratterizzati dal protezionismo commerciale sostenuto da un altro grande padre fondatore degli Stati Uniti, Alexander Hamilton2. Ma questo cambiamento di clima è un fenomeno globale. Dopo decenni segnati da sostegno bipartisan negli Stati Uniti e in Europa per una politica di progressiva apertura commerciale, il clima sta cambiando. Viviamo in tempi di ripensamento sui vantaggi della globalizzazione e crescente domanda di maggiore protezione dell’economia da imprese straniere accusate di dumping e competizione iniqua.

Se Trump è ormai avviato a un’uscita ingloriosa dalla Casa Bianca, il protezionismo commerciale che la sua amministrazione ha portato alla ribalta non è destinato a sparire dal panorama politico. 

Paolo Gerbaudo

Protezionismi del tipo più diverso si stagliano sull’orizzonte della politica contemporanea. Oltre al protezionismo esplicito di Trump ed al tentativo di “de-globalizzarsi” del Regno Unito attraverso la Brexit, basti pensare al mercantilismo a lungo praticato da Germania e Giappone il cui modello di crescita è basato sul perseguimento di surplus commerciali; o al capitalismo di stato cinese a cui si possono attribuire molte caratteristiche protezioniste. Oppure si pensi alle tante varianti del protezionismo eco-socialista, come il protezionismo solidale proposto da Jean-Luc Mélenchon in Francia o dai gruppi ecologisti che chiedono una ri-localizzazione dell’economia e maggiore sovranità energetica e alimentare. In anni recenti si è anche parlato di una svolta europea verso il protezionismo, come espresso nello slogan “Un’Europa che protegge” coniato dal Presidente francese Emmanuel Macron

Indifferentemente dal colore politico e dall’obiettivo di questi diversi protezionismi, quello che segnalano è che l’orizzonte di apertura incondizionata, competitività internazionale, e integrazione commerciale globale che ha dominato incontrastato durante gli ultimi tre decenni di dominio neoliberista sta lasciando spazio a una visione differente dell’economia, in cui le necessità di sviluppo locale e di difesa di industrie strategiche tornano a guadagnare importanza.  

Una globalizzazione a pezzi

Nel summit del G20 convocato a Washington il 15 novembre 2008, i leader dei primi 20 paesi industriali promisero che non sarebbero “caduti negli errori del passato”, e non avrebbero innalzato barriere commerciali, come successo negli anni ’30 dopo il martedì nero di Wall Street. Questa promessa fu presto messa da parte: come spesso succede in fasi di crisi, l’istinto protezionista ha avuto la meglio. Il sito Global Trade Alert, creato dal think-tank statunitense Centre for Economic Policy Research proprio per monitorare le politiche commerciali intraprese a seguito della crisi del 2008, ha documentato a oggi un totale di 19.687 misure discriminatorie attuate da vari governi, a fronte di 7.886 misure di liberalizzazione del commercio3. Conclusioni simili si possono trovare nei rapporti dell’Organizzazione Mondiale del Commercio sulle barriere commerciali, che non hanno smesso di aumentare negli ultimi anni. 

Questi numeri riflettono un contesto in cui il clima internazionale è molto meno favorevole all’integrazione commerciale rispetto ai decenni precedenti. Se prima del 2008 il commercio internazionale era cresciuto a un tasso superiore alla crescita economica globale, durante la Grande Recessione succeduta al crash finanziario dei “mutui spazzatura” ha attraversato una fase di stallo, ed è addirittura crollato nel 2015 (se misurato in dollari). Alcuni esperti hanno cominciato a parlare di “slowlisation” (ovvero globalizzazione rallentata), se non di vera e propria “de-globalizzazione”, per esprimere questa inaspettata inversione di rotta. 

La crisi del commercio globale si è ulteriormente aggravata durante la crisi del coronavirus. Nel secondo quadrimestre le esportazioni sono cadute del 17,7%, e le importazioni del 16,7%, rispetto al primo quadrimestre4. Per l’intero anno 2020 si prevede che il commercio internazionale perderà il 9,2% secondo l’Organizzazione Mondiale del Commercio e il 10,4% secondo il Fondo Monetario Internazionale. Durante la crisi del coronavirus diversi paesi hanno introdotto misure protezioniste, come ostacoli all’esportazione di materiali medici e sussidi a favore delle proprie aziende per incentivare la produzione locale. Alcuni paesi come il Regno Unito si sono anche interrogati sui rischi per la loro sicurezza alimentare in vista di future crisi, come quelle legate al cambiamento climatico. 

La crisi del commercio globale è ben rappresentata dallo stato confusionale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Creata nel 1993 per sostituire il GATT, l’OMC è stato uno dei pilastri della globalizzazione economica e non a caso è stata spesso oggetto di proteste da parte del movimento anti-globalizzazione attivo tra tardi anni ’90 e primi 2000. Se ha contribuito a portare i dazi commerciali ai minimi storici (al momento i dazi medi mondiali sulle importazioni sono tra il 4% e il 5%), il progetto di creazione di un mercato globale basato su regole comuni negoziate a livello multilaterale è entrato in seria crisi.  

Il Doha Round che, cominciato nel 2001, intendeva ridurre ulteriormente le barriere al commercio internazionale e includere nuovi settori commerciali, in particolare i servizi, non è mai giunto a una conclusione. La disfunzionalità dell’OMC si è acuita con l’inoperatività dell’organo d’appello dell’OMC che si dovrebbe incaricare di dirimere le dispute commerciali tra diversi paesi. Nel 2020 gli Stati Uniti non hanno nominato i loro nuovi consiglieri, in segno di protesta contro le pratiche commerciali di altri paesi a partire dalla Cina, bloccando così di fatto il funzionamento dell’organo. La crisi dell’OMC è stata ulteriormente aggravata dalle dimissioni a sorpresa del suo direttore generale Roberto Azevedo lo scorso maggio. Se l’OMC è stato spesso visto come l’istituzione simbolo della globalizzazione neoliberista, il suo stato precario di salute suggerisce che la globalizzazione è in grave difficoltà.

Se l’OMC è stato spesso visto come l’istituzione simbolo della globalizzazione neoliberista, il suo stato precario di salute suggerisce che la globalizzazione è in grave difficoltà.

Paolo Gerbaudo

Un mondo regionalizzato?

Se il progetto di un mercato unico globale, su cui l’Organizzazione Mondiale del Commercio avrebbe dovuto fare da arbitro, sembra segnato da una fase di impasse, la crisi della globalizzazione economica potrebbe portare a una più forte integrazione al livello di “regioni del mondo” (continenti o sub-continenti). È in questo senso che può essere letta la recente conclusione del trattato commerciale RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership) tra Cina, Giappone, Australia, Filippine, Corea del Sud, Indonesia e altri paesi dell’area Asia-Pacifico5. In un mondo multipolare, quale quello in cui siamo di fatto già entrati, è probabile che le diverse potenze regionali cercheranno prima di tutto di costruirsi un solido mercato primario a livello regionale, su cui poter contare anche in momenti di crisi internazionale. E che questi mercati primari godranno di un certo grado di protezione dalla competizione internazionale.  

Forse la manifestazione più plateale di un passaggio dal libero mercato al protezionismo a livello di regioni del mondo è offerta dalle tendenze protezioniste che si stanno facendo lentamente strada anche all’interno dell’Unione Europea. La UE è stata a lungo considerata alfiere del libero mercato e della globalizzazione neoliberista e ha sostenuto l’abbassamento delle barriere tariffarie e regolative al commercio, a dispetto del fatto che alcune sue iniziative, come la politica agricola comune (PAC), siano sempre state fortemente protezioniste. In un mondo segnato dalla crescente rivalità economica tra Stati Uniti e Cina, aumenta il desiderio di proteggere il mercato europeo che conta oltre 400 milioni di consumatori e di sviluppare una politica industriale a livello continentale. 

Il mandato di Ursula Von Der Leyen potrebbe segnare un primo parziale cambiamento di fase in questo senso. La nuova presidente della Commissione Europea ha fatto proprio lo slogan “Un’Europa che protegge” coniato dal presidente francese Emmanuel Macron. L’Unione Europea si è dotata di un capo negoziazione sul commercio internazionale e l’ex commissario per il commercio Phil Hogan (sostituito da Valdis Dombrovskis dopo le sue dimissioni) ha dichiarato l’intenzione di proteggere le imprese europee dall’avanzata delle multinazionali statunitensi del digitale. Il desiderio di garantire protezione di fronte alla pressione delle compagnie digitali americane e della manifattura cinese hanno generato forti lamentele dai partner commerciali cinesi e statunitensi che lamentano il rischio di una “fortezza Europa”, dedita all’isolazionismo economico. 

Questa svolta protezionista è stata accelerata dalla bellicosità di Trump sul fronte commerciale. Nel giugno 2018 Trump ha esteso tariffe sull’alluminio (25%) e l’acciaio (10%) all’Unione Europea, oltre al Canada e al Messico. La UE ha risposto introducendo tasse su 3 miliardi di dollari di prodotti statunitensi. Ma il principale fronte di scontro commerciale con gli Stati Uniti ha riguardato la competizione tra le imprese del settore aviazione Boeing e Airbus. Gli Stati Uniti hanno accusato Airbus di trarre beneficio da sussidi statali e introdotto tasse su 7 miliardi e mezzo di dollari di prodotti europei; non solo aeroplani ma anche prodotti alimentari come olive e formaggio. La UE ha a sua volta accusato la Boeing di godere di aiuti di stato grazie agli sgravi fiscali di cui gode nello stato di Washington e applicato “tariffe rappresaglia”. 

Un fronte decisivo nello scontro con gli Stati Uniti è l’economia digitale, su cui gli USA godono di una posizione di evidente supremazia. La comunità internazionale attraverso il G20 e l’OCSE sta discutendo da tempo una tassa sulle entrate delle compagnie digitali. Tuttavia, la lentezza dei negoziati ha spinto la Commissione Europea a dichiarare che, in assenza di un accordo globale nel 2021, potrebbe proporre l’introduzione di una “web tax” a livello europeo che servirebbe non solo a ricavare introiti per il bilancio europeo, ma anche a rendere le compagnie digitali europee più competitive. 

Simili frizioni commerciali stanno anche emergendo con la Cina. Nel giugno 2020 la UE ha applicato per la prima volta dazi su imprese di proprietà cinese nella Special Economic Zone (SEZ) di Suez in Egitto. Lo scorso ottobre l’Unione Europea ha introdotto dazi del 48% sull’alluminio cinese e aperto un’indagine su aiuti di stato nel settore che consentirebbero alla Cina di vendere a un prezzo artificialmente basso. Inoltre la UE sta approntando misure per difendere le imprese europee da acquisizioni da parte di compagnie extra-europee e sta riflettendo sull’introduzione di una “Carbon Adjustment Tax” sulle imprese di Paesi terzi che non hanno limiti stringenti sulle emissioni di CO2. 

Così anche la UE sta tornando ad adottare misure tipiche del protezionismo “sviluppista”, a lungo abbandonate dai paesi industrializzati quando godevano di supremazia sul mercato globale. Questo crescente protezionismo dell’Unione Europea potrebbe riflettere il ritorno a quella che il Premio Nobel per l’Economia Maurice Allais aveva definito ‘préférence européenne‘ (ovvero la scelta esplicita di favorire le imprese europee a discapito di quelle extra-europee). Ciò tuttavia presupporrebbe un cambio di attitudine, non solo da parte della Francia – da sempre ben disposta verso questo tipo di politiche – ma soprattutto della Germania, che da circa vent’anni registra surplus commerciali enormi. L’esito di un passaggio alla “preferenza europea” sarebbe quello di concentrare di più gli scambi all’interno del mercato unico, per garantire più sicurezza economica in un tempo di grandi pericoli di instabilità globale. 

Così come la Cina sta puntando di più sul mercato interno in base alla politica della “doppia circolazione” (shuang xun huan), con il consumo nazionale destinato a assorbire una quantità più alta del prodotto nazionale, così in qualche modo tanto gli USA (anche sotto Biden) quanto l’Unione Europea sembrano intenzionati ad adottare una simile strategia. 

Questo crescente protezionismo dell’Unione Europea potrebbe riflettere il ritorno a quella che il Premio Nobel per l’Economia, Maurice Allais, aveva definito ‘préférence européenne’ (ovvero la scelta esplicita di favorire le imprese europee a discapito di quelle extra-europee). Ciò tuttavia presupporrebbe un cambio di attitudine

Paolo Gerbaudo

Tuttavia realizzare questa strategia in Europa è tutt’altro che semplice. Innanzitutto, richiederebbe un aumento dei salari dei lavoratori in modo tale da permettere maggiori consumi e sostenere quindi la crescita del mercato unico. In secondo luogo, sarebbe necessario non solo aumentare gli investimenti pubblici ma anche dirigerli esplicitamente verso beni e servizi forniti da imprese europee. Tutto questo è fumo negli occhi per buona parte della classe politica europea, ancora legata a una visione ortodossa di conservatorismo fiscale e laissez faire commerciale. 

In futuro è probabile che questo ritorno del protezionismo continuerà a manifestarsi a causa del mutato contesto geopolitico. È vero che dentro l’amministrazione Biden molti desiderano un ritorno al multilateralismo sotto egida USA. Ma tale multilateralismo è di difficile attuazione in un contesto di feroce competizione economica globale. Anche la spinta annunciata da diversi paesi verso una transizione post-petrolio richiede alcune forme di protezionismo per evitare di diventare oggetto di forme di dumping economico e ambientale. Dunque, piuttosto che chiedersi se il protezionismo commerciale continuerà a essere un fattore importante negli anni a venire, bisognerebbe interrogarsi su quale forma e livello di protezionismo sia accettabile e desiderabile. 

Quello che c’è da augurarsi è che il ritorno a un’economia più protezionista non avvenga nella forma di una guerra di dazi, come quella intrapreso dagli Stati Uniti contro la Cina, in cui a perdere sono spesso le classi popolari che devono pagare un prezzo più alto per i propri consumi. Piuttosto, sarebbe necessario che le principali potenze economiche arrivassero ad un nuovo punto di equilibrio, riconoscendo l’importanza di proteggere i diritti dei lavoratori, l’ambiente e le loro regioni più in difficoltà, mantenendo al contempo quegli scambi commerciali che possono portare mutui benefici. Se così non fosse, quelli che alcuni sperano saranno i ’20 ruggenti rischiano di trasformarsi in una lunga depressione con conseguenze negative per tutti i paesi.