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Prima potenza economica e paese più popoloso dell’America Latina con i suoi circa 214 milioni di abitanti, il Brasile andrà alle urne il 4 e il 25 ottobre 2026. In primo luogo per il primo turno delle elezioni presidenziali, per rinnovare i 513 seggi della Camera dei deputati e i due terzi di quelli del Senato, nonché per i governatori, i vicegovernatori e le assemblee legislative degli Stati federati; poi per il secondo turno delle elezioni presidenziali, che tutti i sondaggi attualmente disponibili prevedono serratissimo, proprio come quello del 2022, in cui Luiz Inácio Lula da Silva (50,9%) aveva vinto di misura sul presidente uscente Jair Bolsonaro (49,1%). 

Una sensazione di déjà vu

Non sorprende quindi che la campagna elettorale degli ultimi mesi dia talvolta l’impressione di essere una replica di quella di quattro anni fa. Da un lato, Lula rappresenta una vasta coalizione il cui nucleo è costituito dal Partito dei Lavoratori, ma che riunisce anche numerose formazioni politiche determinate ad allearsi in nome della difesa della democrazia di fronte al pericolo di un nuovo avvento dell’estrema destra al potere. Il suo candidato alla vicepresidenza, Geraldo Alckmin, non è altro che l’attuale vicepresidente. E il suo programma si inserisce nella continuità di quello che lo ha portato al Palazzo del Planalto nel 2022: lotta alla povertà e alle disuguaglianze, in un paese in cui l’indice di Gini (50,3) rimane nettamente superiore alla media della regione latinoamericana e caraibica (45,2), sebbene sia sensibilmente diminuito negli ultimi quattro anni, protezione delle minoranze e difesa dell’ambiente, ma anche sostegno statale ai settori economici chiave, quali l’industria o l’energia, al fine di rafforzare la sovranità del Paese.

Dall’altra parte, Flávio Bolsonaro ha preso il posto del padre, condannato a 27 anni di carcere dalla Corte Suprema Federale (TSF) in seguito al tentativo di colpo di Stato dell’8 gennaio 2023 e al saccheggio della Piazza dei Tre Poteri. Il primogenito della famiglia ha cercato di proporre una versione moderata di un progetto che, ciononostante, si colloca sempre nell’estrema destra, conservatore e autoritario al tempo stesso, e il cui primo obiettivo è quello di far uscire il padre di prigione. Per quanto Flávio possa giocare la carta del «bolsonarismo rispettoso delle istituzioni» e della difesa della democrazia contro la tirannia dei giudici, sono proprio le stesse forze a essere in campo. A tal punto, del resto, che il figlio ha iniziato a imitare il padre – al quale assomiglia in modo eclatante – negli spot e nei comizi elettorali: stessa maglietta con i colori nazionali su cui è stampato lo slogan «Il mio partito è il Brasile», stessi scenari per i suoi video che inondano i social network, stessi luoghi di raduno, fino al simbolico ritorno nella città di Juiz de Fora – dove, otto anni fa, Jair Bolsonaro era stato accoltellato, un episodio che aveva contribuito in modo determinante alla sua vittoria alle elezioni del 2018.

Il nuovo contesto geopolitico

Sotto molti aspetti, tuttavia, questa elezione è anche senza precedenti. Innanzitutto – e questa è una differenza fondamentale rispetto al 2022 – perché si svolge in un contesto geopolitico mutato, in cui la questione dell’ingerenza degli Stati Uniti non è più frutto della fantasia di menti rimaste impantanate nelle vecchie lotte della Guerra Fredda, ma una realtà ben documentata. L’amministrazione Trump non lo nasconde: mentre all’alba degli anni ’90 Washington aveva distolto lo sguardo dal Sudamerica, ossessionata dalle questioni mediorientali e lasciando così campo libero all’espansionismo cinese, ora è tempo di riconquista. È giunto il momento di riattivare la dottrina Monroe nella versione imperiale che aveva assunto all’inizio del XX secolo, quella del «corollario di Roosevelt» del 1904 che portò dapprima a porre sotto tutela gran parte delloarea caraibica e dell’America centrale, per poi consolidare il dominio degli Stati Uniti sull’intero continente all’indomani della Seconda guerra mondiale, nel contesto della guerra fredda, a scapito di ogni considerazione democratica.

Nel novembre 2025, la pubblicazione del documento che definiva la nuova strategia di sicurezza nazionale di Washington era esplicita 1: «Gli Stati Uniti devono occupare una posizione preminente nell’emisfero occidentale, condizione indispensabile per la nostra sicurezza e la nostra prosperità – una condizione che ci consenta di imporci con sicurezza, dove e quando ciò si riveli necessario nella regione. I termini delle nostre alleanze, così come le condizioni alle quali concediamo qualsiasi forma di aiuto, devono essere subordinati alla progressiva riduzione dell’influenza ostile esterna – che si tratti del controllo di installazioni militari, porti e infrastrutture chiave, o dell’acquisizione di beni strategici in senso lato». Infatti, dopo aver influenzato le elezioni legislative argentine dell’ottobre 2025, subordinando il sostegno degli Stati Uniti al peso a un buon risultato del partito di Javier Milei, gli esempi di ingerenza si sono moltiplicati: in Honduras nel dicembre 2025, in Colombia e in Perù nella prima metà del 2026, solo per citare alcuni esempi. Senza contare, ovviamente, la distruzione senza alcun processo di numerose imbarcazioni che circolavano nei Caraibi, sospettate di partecipare al narcotraffico, né il clamoroso rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte delle forze speciali nel gennaio 2026. Lanciato nel marzo 2026 in Florida, il programma denominato «Scudo delle Americhe», che riunisce tutti i governi di estrema destra del continente al fine di promuovere la cooperazione militare e in materia di sicurezza e che si è riunito di recente a New York a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, incarna questo tentativo di mettere in riga l’emisfero occidentale e riceverebbe un sostegno di peso se il gigante brasiliano dovesse nuovamente passare all’estrema destra. 

«Il Brasile non è il cortile di nessuno»?

Per quanto Lula abbia ribadito con forza che «il Brasile non può essere considerato il cortile di casa di nessuno» nel suo discorso all’ONU del 22 settembre, il Paese non sfugge affatto alle ambizioni dell’amministrazione Trump, tanto più che il suo peso economico e geopolitico è considerevole a livello sudamericano. I tentativi di ingerenza da parte degli Stati Uniti sono iniziati con un’ondata di dazi doganali nel luglio 2025, quando Trump ha annunciato l’introduzione di un’imposta aggiuntiva del 50% su tutti i prodotti provenienti dal Brasile. L’annuncio era accompagnato da una chiara richiesta politica: il governo brasiliano doveva porre fine alla «caccia alle streghe» che, secondo Washington, prendeva di mira l’ex presidente Jair Bolsonaro – all’epoca incriminato per tentato colpo di Stato. Poche settimane dopo, i membri del TSF, che si apprestavano a giudicare Bolsonaro, sono stati minacciati. Al relatore del processo, Alexandre de Moraes, che aveva sospeso il social network X in Brasile per oltre un mese nell’ambito di un’indagine sulla diffusione di notizie false, suscitando l’ira di Elon Musk, è stato vietato l’ingresso negli Stati Uniti e qualsiasi forma di transazione economica e finanziaria in quel Paese.

La condanna di Jair Bolsonaro e dei suoi sette coimputati – tra cui, fatto storico in un Paese in cui non si è mai tenuto alcun processo di grande portata all’indomani della dittatura militare, diversi generali di alto rango – non ha placato gli animi. A Washington, Eduardo Bolsonaro, terzo figlio di Jair, fuggito dalla giustizia brasiliana che lo accusava di fomentare un’ingerenza statunitense nel processo a carico del padre, ha mobilitato le sue reti nella sfera MAGA e nella cerchia di Marco Rubio per ottenere un’amnistia. Certo, l’incontro tra Lula e Trump, a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel settembre 2025, ha temporaneamente sospeso l’offensiva, con Trump che in quell’occasione ha parlato di una «chimica» tra i due uomini. Ma il clan Bolsonaro non è mai lontano: nel mese di ottobre, gli Stati Uniti hanno preteso che i «dissidenti politici» potessero partecipare alle elezioni del 2026 per ridurre i dazi doganali. 

Data la sua dimensione e il suo peso economico, ma anche l’importanza delle sue relazioni con la Cina (oggi il suo principale partner commerciale) e il suo ruolo all’interno dei BRICS, il Brasile rappresenta quindi una sfida strategica fondamentale per gli Stati Uniti. Dopo una fase di relativa distensione, dovuta all’abilità della diplomazia brasiliana e all’intervento nei negoziati sulle tariffe doganali dei fratelli Joesley e Wesley Batista, azionisti di maggioranza del gruppo JBS, leader mondiale nel settore delle proteine animali, Lula si è recato all’inizio di maggio 2026 a Washington per un incontro con Trump, definito «produttivo» da entrambe le parti. Già a partire dal mese di luglio, tuttavia, le tensioni sono riprese e si sono intensificate. Gli Stati Uniti hanno imposto nuovi dazi doganali pari al 25% sui prodotti brasiliani e hanno accusato Lula di essere responsabile di tali sanzioni. Pochi giorni dopo, l’ambasciatrice del Brasile a Washington è stata richiamata dall’amministrazione Trump. Lula, ormai candidato ufficiale alla rielezione, ha reagito facendo della difesa della sovranità nazionale il fulcro della sua campagna. Quanto a Flávio Bolsonaro, ha lanciato la sua candidatura alla presenza di Javier Milei, suggellando così l’alleanza delle estreme destre a livello continentale. L’escalation è proseguita nel mese di maggio quando il Primeiro Comando da Capital e il Comando Vermelho, due delle principali organizzazioni criminali brasiliane legate al traffico di stupefacenti, sono state designate come «organizzazioni terroristiche» da Washington – in altre parole, come una minaccia in grado di giustificare un intervento militare da parte degli Stati Uniti. In occasione della Festa Nazionale, il 7 settembre, i sostenitori di Flávio Bolsonaro brandivano un manichino gigante di Trump che stringeva nel pugno un piccolo Lula vestito da prigioniero; tra la folla, gli striscioni a stelle e strisce si affiancavano alle bandiere del Brasile e risuonava lo slogan: «Trump, libera il Brasile».

Dietro le quinte, altre figure testimoniano queste nuove forme di solidarietà continentale, come il consulente politico argentino Fernando Cerimedo, vicino a Eduardo Bolsonaro. Arrestato in Bolivia nell’agosto 2026 per il tentato omicidio della sua ex compagna, era stato citato durante il processo a Jair Bolsonaro come potenziale complice del tentativo di colpo di Stato, per aver diffuso notizie false sull’inaffidabilità delle urne elettroniche. Questo propagandista a tutto tondo ha svolto un ruolo importante nella squadra elettorale di Milei, prima di lavorare all’elezione di Rodrigo Paz in Bolivia e di Nasry «Tito» Asfura in Honduras, fianco a fianco con Brad Parscale, l’ex direttore della campagna elettorale di Trump. 

Secondo un rapporto pubblicato alla fine di agosto 2026 dall’Agenzia di intelligence brasiliana (ABIN) e reso pubblico il 19 settembre, le minacce di ingerenza degli Stati Uniti nelle elezioni hanno ormai raggiunto un «livello critico». Sebbene la linea ideologica del Segretario di Stato Marco Rubio non sia condivisa con lo stesso fervore dall’intera amministrazione Trump, numerosi esperti nutrono preoccupazioni riguardo all’atteggiamento del presidente statunitense all’indomani delle elezioni. In caso di vittoria di Lula, riconoscerà il risultato? E, se dovesse prevalere Flávio Bolsonaro, quale sarà il prezzo che il Brasile dovrà pagare? Infatti, le manifestazioni di fedeltà da parte del candidato di estrema destra sono accompagnate da promesse economiche: l’accesso alle terre rare e alle risorse minerarie o ancora l’applicazione di una clausola di preferenza commerciale per i prodotti statunitensi. 

Lo scandalo della banca Master

A queste questioni si aggiungono altre incertezze legate agli sconvolgimenti della politica interna. Le rivelazioni relative alla liquidazione della banca Master, uno dei più grandi scandali finanziari della storia del Brasile, continuano a gettare fango sui responsabili politici e a indebolire le istituzioni del Paese. Il sistema di frodi su larga scala messo in atto da Daniel Vorcaro, l’ex presidente della banca oggi in carcere, si basava su una serie di «versamenti» a «amici» di alto livello i quali, in cambio, hanno investito fondi pubblici in attività ampiamente sopravvalutate e hanno chiuso un occhio sui rischi di insolvenza della banca – in violazione di tutte le procedure di controllo. Tra questi «amici» figuravano governatori degli Stati federati, membri del Congresso per lo più affiliati al Centrão (il «grande centro», situato a destra dello scacchiere politico) o all’estrema destra, un ex ministro di Jair Bolsonaro, ma anche Flávio Bolsonaro. Il maggiore degli eredi è quindi oggetto, dal luglio 2026, di un’indagine della polizia federale a causa dei versamenti di diverse decine di milioni di euro che ha ricevuto da Vorcaro per la realizzazione di un film biografico su suo padre. Il film, intitolato *Dark Horse*, non è ancora uscito nelle sale e il suo produttore, Mario Frias, anch’egli deputato e membro del Partito Liberale di Bolsonaro, è sospettato di aver alimentato un vasto sistema di appropriazione indebita di fondi pubblici per la sua realizzazione.

La sinistra, tuttavia, non è stata risparmiata dallo scandalo della banca Master. Anche il senatore dello Stato di Bahia, Jaques Wagner, membro storico del Partito dei Lavoratori, ex ministro e capogruppo del governo al Congresso, è sospettato di aver beneficiato del sistema. Soprattutto, i giudici del TSF sono oggetto di indagini, a cominciare da Alexandre de Moraes, la cui moglie ha firmato contratti molto vantaggiosi con la banca. Da agosto si susseguono le rivelazioni, che gettano il sospetto sulla complicità di diversi giudici e, cosa ancora più fondamentale, sulla stessa istituzione che era servita da baluardo al progetto autoritario di Bolsonaro padre. Il Tribunale Supremo Federale è oggi diviso tra Moraes e i suoi sostenitori da un lato e i giudici nominati da Jair Bolsonaro dall’altro – anch’essi sospettati di aver ricevuto versamenti e altri regali in natura. 

Il 26 settembre 2026, Luiz Inácio Lula da Silva nel quartiere di São Miguel Paulista. È accompagnato dal vicepresidente Geraldo Alckmin, dal candidato alla carica di governatore di San Paolo, Fernando Haddad (PT), nonché dalle candidate al Senato, Marina Silva (REDE) e Simone Tebet (PSB).

Il coinvolgimento di Moraes, che dal processo a Bolsonaro è diventato il nemico giurato dell’estrema destra, va ampiamente a vantaggio di quest’ultima. In primo luogo, perché Moraes è associato dall’opinione pubblica alla difesa delle istituzioni democratiche, e quindi al presidente Lula, anche se non è mai stato vicino al Partito dei Lavoratori. In secondo luogo, perché concentrando l’attenzione sul TSF, il caso Master fa passare in secondo piano i numerosi parlamentari di estrema destra coinvolti, in primo luogo Flávio Bolsonaro, che trae pieno vantaggio da questa cortina fumogena. Infine, perché il probabile ritiro di Moraes potrebbe consentire al futuro presidente di nominare quattro nuovi giudici e assicurarsi una maggioranza di voti favorevoli al TSF, un’istituzione che ogni giorno sembra un po’ meno in grado di mantenersi al di sopra della mischia.

È quindi difficile valutare l’impatto dello scandalo della banca Master su quella piccola fetta di indecisi che deciderà le sorti delle elezioni: se Flávio Bolsonaro ha risentito nei sondaggi, all’inizio della campagna, delle rivelazioni sul film *Dark Horse*, la crisi scoppiata al TSF danneggia soprattutto Lula. I vari sondaggi lo dimostrano: alla vigilia delle elezioni, tra questi elettori prevale un senso di «confusione». Le proiezioni, dal canto loro, concordano: i due principali candidati sono testa a testa, con circa il 45% delle intenzioni di voto al secondo turno.

Un bilancio contrastante

Infine, al di là dello scandalo della banca Master, che ha ampiamente dominato le ultime settimane di campagna elettorale, Lula fatica a difendere il proprio operato e a imporre nuove linee guida per il Paese. Più che la sua età – compirà 81 anni due giorni dopo il ballottaggio – , il presidente-candidato, che si candida per un quarto mandato e per cui questa è ormai la settima campagna presidenziale, deve fare i conti con una certa stanchezza dell’opinione pubblica nei confronti del Partito dei Lavoratori, il che spiega in parte il suo elevato tasso di disapprovazione (tra il 45% e il 50% nei recenti sondaggi), anche tra i giovani. Lula può tuttavia vantare un bilancio non trascurabile, i cui pilastri principali sono la salvaguardia delle istituzioni democratiche dopo l’8 gennaio 2023 e la ricostruzione economica e sociale del Paese dopo la pandemia di Covid-19 e quattro anni di governo Bolsonaro.

Durante il suo terzo mandato, la povertà estrema e lo spettro della fame sono diminuiti, il ritmo di deforestazione dell’Amazzonia si è dimezzato in quattro anni, attestandosi a 5.731 km² all’anno, contro gli oltre 11.000 alla fine del mandato di Jair Bolsonaro, e sono state varate misure di grande rilievo come la settimana lavorativa di cinque giorni. Sul piano economico, il Brasile registra una crescita del 2,3% nel 2025, vicina alla media latinoamericana ma in calo rispetto all’anno precedente (3,4%), e un tasso di disoccupazione relativamente basso. L’inflazione e il debito delle famiglie rimangono tuttavia motivo di grave preoccupazione per gran parte della popolazione. E i problemi strutturali persistono: le disuguaglianze, alimentate da un sistema fiscale che ridistribuisce pochissimo; l’insicurezza legata alle bande, alle milizie e alla polizia. Nell’ottobre 2025, il massacro di 122 abitanti delle favelas da parte della polizia di Rio durante un’operazione antidroga, di cui decine di corpi sono stati recuperati dagli abitanti nella foresta, è stato uno dei più sanguinosi della storia recente del Paese. Secondo i dati dell’Annuario brasiliano di sicurezza pubblica 2, le violenze da parte delle forze dell’ordine hanno raggiunto un triste record nel 2025: mentre il numero di omicidi continua a seguire un andamento discendente (40.775 nel 2025, ovvero il 31% in meno rispetto al 2022), quello delle vittime di interventi di polizia non smette di aumentare (6.602 nel 2025, pari a una media di 18 morti al giorno), così come la violenza contro le donne (femminicidi, stupri e aggressioni sessuali), che colpisce in primo luogo le donne di origine africana.

È quindi un bilancio contrastante quello che Lula presenta agli elettori, le cui battute d’arresto – ad esempio sulla riforma fiscale, che costituisce il fulcro per l’attuazione di un sistema redistributivo duraturo – sono in gran parte attribuibili alle ostruzioni del Congresso. Da questo punto di vista, la situazione ricorda quella del Cile di Gabriel Boric o della Colombia di Gustavo Petro, i cui mandati si sono recentemente conclusi con una vittoria dell’estrema destra. Da un punto di vista più strutturale, i partiti del Centrão, pronti a vendersi al miglior offerente, che negoziano il proprio appoggio a condizioni sempre più onerose (incarichi nei ministeri e nell’alta amministrazione, approvazione o blocco di determinate leggi, ecc.), continuano a dettare legge in entrambe le camere del Congresso e sono custodi, almeno in parte, del futuro della democrazia brasiliana.

In un contesto elettorale così incerto, bisognerà infine tenere conto del ruolo delle chiese evangeliche, la cui capacità di mobilitare i propri fedeli in occasione delle elezioni è spettacolare. Nel 2022, il 75% degli evangelici aveva votato per Jair Bolsonaro al secondo turno e il 25% per Lula. Da allora, e anche se la loro crescita è meno esponenziale rispetto a quanto lo fosse negli anni ’80 e ’90, la loro influenza sul panorama religioso brasiliano non è venuta meno, come dimostrano recenti indagini. Nei giorni e nelle settimane a venire, il destino democratico del Brasile si giocherà quindi su molteplici livelli: dai giganteschi palchi dei templi della Chiesa Universale del Regno di Dio o dell’Assemblea di Dio, ai corridoi della Casa Bianca, passando per i social media, casse di risonanza globalizzate di una campagna elettorale polarizzata come mai prima d’ora. 

Note
  1. National Security Strategy of the United States of America, The White House, novembre 2025.
  2. Segurança em números 2026, Anuário Brasileiro de Segurança Pública, 2026.