Come si spiega che, in un momento storico in cui la democrazia cristiana come forza politica maggioritaria sembrava avviata alla scomparsa persino in Germania, il Papa finisca per diventare, come ha scritto Jan-Werner Müller, «il principale portavoce della democrazia cristiana in Occidente»?
È un paradosso che trova la sua origine nel rapporto che la Chiesa di Leone XIV intrattiene con il cambiamento. Il papa non rifiuta la modernità, la tecnologia o il mondo contemporaneo, ma invita a esercitare il discernimento, distinguendo ciò che può contribuire al bene comune da ciò che rischia di produrre conseguenze distruttive. La sua insistenza sulla vigilanza e sulla verifica rigorosa delle conseguenze dell’IA non è affatto contro il progresso, è un richiamo al ruolo della politica come regolatore necessario di questa grande rivoluzione tecnologica. È un dato di fatto, dice, ne dobbiamo tenere conto, ha grandi potenzialità. Ma questo suo ottimismo è inseparabile da una forte esigenza etica e politica.
Il titolo stesso, Magnifica Humanitas, è un richiamo alla fiducia per le cose nuove che stanno avvenendo nel mondo ma che contiene al tempo stesso un’analisi severa delle condizioni necessarie affinché l’umanità possa davvero meritare l’aggettivo «magnifica».
Ma quindi Leone è un papa, se mi permette il paradosso, riformista?
È proprio così. Ho visto nell’Enciclica l’attitudine profondamente riformista che è quasi scomparsa dalla politica contemporanea: da Tony Blair a Matteo Renzi, i progressisti hanno progressivamente rinunciato alla loro ambizione trasformativa, limitandosi a proporsi come la forza più affidabile nella gestione dell’economia. Così facendo, abbiamo smarrito la nostra vocazione originaria: cambiare la società in meglio. Con una conseguenza che è visibile dalla Francia agli Stati Uniti: quando il riformismo scompare, la democrazia diventa una lotta tra estremismi.
Eppure il Papa propone cambiamenti molto profondi, con una radicalità che raramente associamo al riformismo contemporaneo.
È proprio questo il punto. Leone XIV costruisce tutte le contrapposizioni fra gli estremi, ed è durissimo — questo è interessante — di fronte al potere monopolistico e al potere regolatorio delle grandi imprese, come negli Stati Uniti. Ma la riconquista di questa radicalità è proprio la battaglia che distingue i veri riformisti dai riformisti part time.
Leone XIV è un Papa antitrust?
Sì, ma in un senso molto preciso. L’Enciclica afferma esplicitamente che il mercato deve essere regolato e che tale compito spetta alla politica. Si tratta di una presa di posizione che rompe con il nuovo consenso americano, secondo cui l’intervento pubblico dovrebbe essere ridotto al minimo, anche di fronte a questioni strutturali come l’intelligenza artificiale, giustificando l’assenza di regole con la necessità di vincere la competizione geopolitica.
E quale sarebbe l’alternativa proposta dalla Magnifica Humanitas?
In realtà si tratta di una dottrina ben nota agli Europei: quella dell’economia sociale di mercato, di origine tedesca, che emerge con chiarezza lungo tutto il testo.
In cosa consiste l’economia sociale di mercato secondo Leone XIV ?
In un modello che combina libertà economica e intervento pubblico. Il mercato rimane il motore della prosperità, ma lo Stato conserva il compito di garantire le condizioni della concorrenza, correggere gli squilibri e orientare l’economia verso il bene comune. Non è né una visione liberista né una visione statalista.
È proprio da questa posizione intermedia che il Papa affronta il tema dell’intelligenza artificiale. Da un lato, respinge l’idea che una tecnologia così decisiva possa essere lasciata esclusivamente alle dinamiche di mercato, dall’altro, rifiuta una concezione puramente dirigista. Chi controlla gli algoritmi, infatti, può influenzare percezioni, desideri, consumi e persino la definizione stessa della verità. L’intelligenza artificiale è destinata a incidere sull’informazione, sulla finanza, sull’istruzione, sulla sanità e sulle decisioni pubbliche.
Il punto centrale è dunque che il mercato deve esistere, ma non può essere lasciato senza governo. La politica deve mantenere la capacità di indirizzare e regolare questi strumenti nell’interesse della collettività.
Poi però è economia sociale di mercato: tutti i diritti dei lavoratori, la difesa della scuola statale e gratuita. Riconosce che le associazioni cattoliche hanno fatto molto, ma quando dice che la scuola deve essere gratuita e a disposizione di tutti, tocca davvero il nodo del lavoro. Non a caso, alla fine dell’enciclica, sono proprio la famiglia, una scuola alla portata di tutti i cittadini e la dignità del lavoro a diventare gli strumenti necessari per governare le nuove tecnologie e renderle più umane. E c’è un fondamento che tiene insieme tutto: la giustizia sociale non è — come lo pensano i falsi riformisti — un tema separato e successivo alla produzione di ricchezza, come se l’economia dovesse semplicemente creare valore e la politica intervenire solo dopo per distribuirlo. La politica riguarda tutte le fasi delle attività economiche — dal reperimento delle risorse al finanziamento, dalla produzione al consumo — perché ogni scelta ha conseguenze morali. Per questo Leone ammonisce non solo i potenti oligopolisti, ma anche i riformatori parziali. Inserisce tutta la dottrina sociale in modo coerente con quella sulla pace e con quella sul controllo della concorrenza, riassumendo tutte le libertà necessarie.
Ma questa impostazione, pur con tutte le immense differenze del caso, non finisce per assomigliare più al modello cinese che a quello americano?
È una provocazione interessante. L’Enciclica non affronta direttamente la questione, ma possiamo schematizzare così: il modello americano dice: nessun controllo. Il modello europeo: grande controllo, serio, sui problemi etici, giuridici, sulla garanzia della privacy e così via — ma con un’impotenza di fondo, l’incapacità di implementarlo, perché siamo del tutto preda, passivi, rispetto agli americani.
La Cina rappresenta un caso diverso. Qui il controllo giuridico si accompagna a un controllo politico diretto dello Stato. È quello che definisco, in termini un po’ semplicistici, un «doppio controllo»: non soltanto regole, ma anche una supervisione politica permanente. Naturalmente questa dimensione non appartiene alla visione proposta da Leone XIV. L’orizzonte dell’Enciclica rimane quello europeo dell’economia sociale di mercato, della concorrenza regolata e della tutela della persona.
Come spiega invece il carattere fortemente antimperiale che attraversa l’intero testo?
È la cosa che mi stupisce di più. Sin dall’inizio, l’Enciclica legge il destino dell’umanità attraverso due immagini bibliche contrapposte: la torre di Babele e la ricostruzione di Gerusalemme guidata da Neemia.
Babele rappresenta il fallimento di un progetto fondato sull’orgoglio, sull’uniformità e sulla volontà di concentrare il potere. È la storia di una comunità che smarrisce il valore della cooperazione autentica e del riconoscimento delle differenze.
Neemia offre invece l’immagine opposta: opera coordinando gli sforzi di tutti, facendo lavorare insieme sacerdoti e artigiani, i capi famiglia con i giovani e le donne, in un’armonia in cui ognuno fa la sua parte. È l’immagine ideale che Leone richiama, ma che deve essere sostenuta da un sano realismo, capace di evitare tanto l’obiettivo astratto quanto il puro cinismo.
Ma quindi, senza che ci rendessimo conto, Leone XIV sta ridefinendo una nuova ipotesi neo-guelfa?
È un’altra provocazione molto stimolante. I guelfi esistono solo se ci sono i ghibellini. I ghibellini sono in America e sono quasi tutti alla corte di Donald Trump e ormai il presidente americano non si trattiene nemmeno nel criticare direttamente il papa.
L’Enciclica è chiaramente e duramente anti-trumpiana, per usare un linguaggio popolare. Però questo mi ha colpito come una novità. C’era già stato in precedenza uno scontro molto forte e diretto tra Trump e il Papa, su elementi abbastanza fondamentali, cioè sul controllo della società in generale. E qui si apre un altro capitolo, in polemica indiretta: quello della guerra.
In che senso?
C’è un passaggio interessante in cui Leone XIV osserva che oggi la guerra e la forza vengono sempre più spesso esaltate come strumenti ordinari della politica, mentre il loro impiego può essere giustificato soltanto nei casi di legittima difesa. È una posizione realista, fondata su un’analisi severa ma lucida del mondo contemporaneo, dove domina la logica di Babele: uno scontro tra imperialismi, tra chi vuole preservare il proprio primato e chi ambisce a conquistarlo.
La conseguenza di questa «guerra estesa» è la proliferazione dei conflitti locali, proprio come aveva previsto Francesco parlando di una «guerra mondiale a pezzi». In un contesto simile, la diplomazia, il multilateralismo e le stesse istituzioni internazionali, a partire dall’ONU, appaiono sempre più marginalizzate. Per questo Leone mette in guardia contro un’estensione eccessiva del concetto di «guerra giusta», riaffermando al tempo stesso il diritto alla legittima difesa, inteso però nel senso più rigoroso del termine.
E il papa ha scelto l’espressione «intelligenza artificiale disarmata» per presentare l’Enciclica…
Quello che sta dicendo è che serve un’Intelligenza Artificiale governata da istituzioni, capaci di rallentare l’accelerazione verso l’apocalisse. Tutto il suo impianto intellettuale è orientato a scongiurare la guerra, sia sul versante degli armamenti, sia su quello dell’intelligenza artificiale, che può diventare essa stessa uno strumento di guerra.
L’IA moltiplica le capacità dell’uomo, ma se non viene inserita in adeguate cornici giuridiche e accompagnata da una seria vigilanza, rischia di calpestare i diritti e la dignità umana.
Non si tratta di una questione tecnica. L’Intelligenza Artificiale incide profondamente sulla vita delle persone e sull’organizzazione della società. Non esiste, quindi, una salvezza puramente tecnica. È proprio per questo che l’immenso potere dei sistemi digitali rischia di condurci verso nuove atrocità, non meno vergognose di quelle del passato, pur continuando a prometterci l’immagine di una società avanzata e civilizzata.
Presidente, nella nostra prima intervista all’inizio della rivista nel 2019, le avevo chiesto se, nell’accelerazione, l’Europa non potesse diventare un potere che trattiene, che frena: un potere catecontico. Oggi colpisce vedere come questa funzione paolina sembri essere stata assunta in modo pieno dalla Chiesa. Una nuova convergenza e un punto di incontro laico è possibile tra Chiesa ed Europa?
Sotto questo aspetto è cambiato poco rispetto al 2019. È aumentata soltanto la debolezza dell’Europa. Già allora il suo ruolo appariva come quello di una possibile mediazione. Oggi, però, non contiamo più nulla.
Ricordo ancora che, al momento del lancio dell’euro, il presidente cinese mi disse che la Cina avrebbe detenuto tante riserve in dollari quante in euro. Accanto al dollaro c’era l’euro, e l’Europa era percepita come il punto di equilibrio, la mediazione fra la potenza consolidata e quella emergente.
Oggi il quadro, nei suoi contenuti fondamentali, è simile, ma l’Europa si è marginalizzata. Sono stato in Cina l’anno scorso: la differenza rispetto a vent’anni fa è abissale.
Ma secondo lei perché ci siamo marginalizzati?
C’è una cosa che non ho mai dimenticato. Quando Kohl mi disse: «Io voglio l’euro», gli chiesi come mai la Confindustria tedesca, che pure era un suo sostegno fondamentale, fosse contraria mentre lui era così determinato a favore. Mi rispose: «Voglio l’euro perché mio fratello è morto in guerra».
Non c’entrava nulla con l’euro, era il richiamo alla grandezza politica. Ecco ciò che ci manca, oggi: una grande cultura, comune. I rapporti Draghi e Letta sono utili, ma non saranno certo loro a costruire l’Europa. Da soli, non possono farlo, ci serve altro.
In modo paradossale, non stiamo ritrovando un baricentro per la costruzione europea proprio grazie al primo papa americano, antighibellino, capace di ridare una forma, una matrice ideologica e culturale?
Assolutamente sì. Quello di Leone è un forte messaggio unificante nei confronti dell’Europa, perché ne richiama indirettamente la missione conciliatrice. È la pazienza di ricostruire Gerusalemme pezzo per pezzo, custodendo l’umano e il bene comune, contro la tentazione di costruire la torre di Babele confidando nella potenza e nell’orgoglio.
Ma se la direzione è identica — come contenuto — al messaggio europeo tradizionale, in cui io sono cresciuto, però, non vedo nessuno in Europa, oggi, pronto a farsi carico di questa missione. Una missione va messa in pratica. E nella guerra in Ucraina, in Medio Oriente, sull’Iran, sui grandi problemi del mondo, l’Europa non ha voce. La voce del Papa c’è, ma a cosa serve, se non c’è una struttura e una volontà politica, capaci di tradurla in atto? Pace e guerra sono i grandi problemi di oggi, e l’Europa non ha detto niente. Ha sostenuto l’Ucraina, e questo era fondamentale, ma senza spiegare qual è la visione per il futuro.
A proposito di futuro. A Roma, nello stesso momento, si stanno svolgendo due scene molto diverse. Da una parte, il mondo guarda al Vaticano: il cofondatore di Anthropic, i media internazionali e un’iniziativa che ha rilanciato un dibattito globale sull’autonomia e la resistenza imperiale. Dall’altra parte, a poche centinaia di metri di distanza, c’è un governo che aveva provato a proporre una nuova soluzione di allineamento transatlantico, ma che oggi sembra sempre più in crisi.
Giorgia Meloni è stata con gli americani fin quando ha potuto. Quando è diventato impossibile, perché ne andava del suo elettorato, si è spostata un po’ verso l’Europa. È tatticismo e non c’è spazio per un disegno politico. A Roma si tira a campare.
Ma se anche nell’Italia di Giorgia Meloni il baricentro si sposta verso l’Europa, non dovrebbe essere possibile questo per ricostruire uno spazio, una politicizzazione di massa?
Sembra possibile, ma manca la via. Chi conduce, oggi, una vera battaglia politica?
Se non ci si può appoggiare né all’impero nascente né a quello consolidato, l’unico riferimento possibile dovrebbe essere l’Unione Europea e il suo patrimonio politico e culturale. Ma è l’Europa stessa a non riuscire a tradurre quel patrimonio in una forza storica e politica concreta.
Questa è, per me, la vera ragione di tristezza: non vedo nessuno in grado di raccogliere e portare avanti questa bandiera.
L’Enciclica può essere un seme che aiuta verso un’unificazione della politica europea. Lo spero. Può esserlo. Ma bisogna trovare chi possa prendere questa bandiera.