Nel 2003, in Saving Capitalism from the Capitalists 1, lei sosteneva che la principale minaccia al capitalismo proveniva dalle grandi imprese stesse, quando cercano di indebolire la concorrenza appropriandosi della regolamentazione e utilizzando lo Stato per proteggere le loro posizioni consolidate. È ciò a cui stiamo assistendo oggi negli Stati Uniti?
Luigi Zingales — In una certa misura, il quadro che abbiamo descritto resta pertinente. Alcune imprese dominanti continuano a cercare di influenzare la regolamentazione per limitare la concorrenza e proteggere le proprie posizioni.
Prendiamo l’esempio di OpenAI. Era un’azienda piuttosto liberale; ma dall’elezione di Trump, ha cercato di avvicinarsi a lui e ha iniziato a sostenere una regolamentazione più severa, il che, in pratica, significa norme che possono rendere più difficile l’ingresso nel mercato per nuovi concorrenti.
Il governo statunitense è oggi “catturato” dalle grandi imprese tecnologiche. Benché fosse già il caso sotto l’amministrazione precedente, credo che sotto Trump sia cambiata profondamente la natura del rapporto tra le imprese private e il potere pubblico.
Pochi giorni dopo il rapimento di Maduro a gennaio, abbiamo assistito a un evento piuttosto insolito: il presidente ha convocato gli amministratori delegati delle grandi compagnie petrolifere per incoraggiarli a investire in Venezuela. Allora, uno di loro — il CEO di Exxon —, avendo dischiarato che non vi era alcun interesse è stato umiliato pubblicamente. Questo tipo di comportamento non è caratteristico di un governo tradizionale.
L’industria petrolifera è ancora molto potente sotto Trump: basta guardare il modo in cui ha preso il controllo dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente (EPA). Tuttavia, non si può comprendere il presidente statunitense unicamente attraverso la lente classica della cattura regolatoria. Oggi a questa si aggiunge una dimensione di paura.
Staremmo quindi assistendo a un fenomeno di cattura inversa, in cui il settore privato non cerca più di influenzare la politica per servire i propri interessi, ma in cui sono le grandi imprese a essere requisite dal potere pubblico?
Nel 2017 ho proposto di classificare i regimi politici in funzione dell’equilibrio tra due fonti di potere: il potere economico privato e il potere statale. Un sistema sano si fonda su un equilibrio “Goldilocks” 2: lo Stato non è troppo debole rispetto alle imprese, e queste non sono nemmeno in grado di plasmare le regole a proprio vantaggio.
Quando il potere economico può trasformarsi in potere politico — e viceversa — emerge ciò che ho definito il “circolo vizioso dei Medici” 3: il denaro viene utilizzato per acquisire potere politico e, successivamente, il potere politico viene impiegato per aumentare le rendite economiche.
Si tratta di un meccanismo auto-rinforzante, che lega l’accumulazione di capitale economico all’influenza politica.
Oggi stiamo passando da un sistema di lobbying diffuso, in cui le imprese influenzano le regole per proteggere i propri interessi, a qualcosa che assomiglia di più alla situazione vissuta dai grandi gruppi indonesiani sotto la dittatura di Suharto: il potere politico non viene utilizzato per disciplinare le imprese, ma per esercitare ritorsioni contro di esse e per estrarne risorse. Dall’inizio del suo secondo mandato, si stima che Trump e la sua famiglia abbiano guadagnato quattro miliardi di dollari sfruttando le leve della Casa Bianca 4
Sotto Obama — e persino sotto Biden — il lobbying era un’industria strutturata e istituzionalizzata. Oggi è diventato personale.
Luigi Zingales
Direbbe che ci stiamo allontanando dal capitalismo liberale classico?
In una certa misura, sì.
Per questo non credo sia corretto affermare che il governo sia completamente “catturato”. Se lo fosse, non cercherebbe costantemente di ottenere concessioni di natura finanziaria. In un certo senso, siamo più vicini a una forma di cleptocrazia che a una semplice cattura regolatoria.
In un sistema del genere, lo Stato dovrebbe tuttavia continuare ad agire in modo razionale — non democraticamente razionale, ma economicamente razionale. Invece, oggi osserviamo negli Stati Uniti anche un elemento di irrazionalità, che serve a terrorizzare diversi attori.
In che senso?
L’amministrazione Trump ha scoperto che è molto più facile esercitare il potere in modo vago e intimidatorio — terrorizzando tutti, affinché nessuno sappia con chiarezza ciò che gli è consentito fare.
Prendiamo l’attacco di Trump contro il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell. Sarebbe un errore considerarlo come una semplice questione relativa alla banca centrale. Se Trump volesse davvero abbassare i tassi d’interesse, questo sarebbe il modo peggiore per ottenerli. I leader hanno sempre cercato di fare pressione sulle banche centrali per abbassare i tassi, ma martellare brutalmente non produce buoni risultati.
Credo piuttosto che Trump si comporti così per incutere timore a tutti. E funziona. Gli amministratori delegati e i funzionari sono sempre più riluttanti a esprimersi, per paura delle conseguenze. Trump è riuscito a creare un clima di paura.
Questa irrazionalità distrugge ogni coerenza politica?
Non del tutto. Trump ha comunque un programma: utilizzare i dazi doganali per ottenere concessioni e accumulare potere. Questa politica ha anche una dimensione elettorale, poiché i dazi piacciono a una parte della popolazione. Tuttavia, l’insieme non è sempre coerente: c’è una componente di follia in tutto ciò.
Mi chiedo spesso se il caos sia un incidente o una strategia, se Trump commetta errori o se la sua strategia consista nell’essere talmente imprevedibile da rendere impossibile anticipare una sua decisione.
Questa irrazionalità potrebbe essere strategica: in teoria dei giochi esiste una tattica che consiste nel sembrare folli per spingere l’avversario a fare maggiori concessioni, non sapendo cosa aspettarsi. Si può pensare che Trump stia giocando questo gioco. Per adottare una strategia del genere, bisogna avere il gusto del dominio, anche a costo personale. Trump possiede questo tratto caratteriale e lo mostra apertamente.
In fondo, negoziare con Trump consiste nel chiedersi sempre se ci è o ci fa?
In un certo senso, la distinzione non ha importanza. L’imprevedibilità conferisce potere a Trump.
Questa imprevedibilità ha trasformato il modo in cui circolano il potere e gli interessi negli Stati Uniti?
Sì, ha rivoluzionato il lobbying.
Questa evoluzione è ben documentata da Brody Mullins 5, autore di The Wolves of K Street, che racconta la storia e la trasformazione del lobbying a Washington. In un’intervista che abbiamo realizzato con lui alla fine del 2024, gli abbiamo chiesto come potrebbe apparire l’ambiente del lobbying in un contesto “Trump 2.0”. Secondo lui, sarebbe radicalmente diverso rispetto a quello delle amministrazioni precedenti.
Sotto Obama — e persino sotto Biden — il lobbying era un’industria strutturata e istituzionalizzata. Oggi è diventato personale. Se vuoi ottenere qualcosa, assumi Jared Kushner nella tua azienda. È un modo molto italiano di fare le cose.
Nel mio libro Capitalism for the People, scrivo che gli Stati Uniti stanno iniziando a somigliare all’Italia — a eccezione del cibo e del vino. Credo di non aver mai avuto così ragione come oggi. In realtà, gli Stati Uniti hanno superato l’Italia e stanno scivolando verso lo status di “repubblica delle banane”.
Come si manifesta questo cambiamento? Questa personalizzazione del potere trasforma anche il rapporto dei cittadini con le istituzioni?
Questo cambiamento si manifesta innanzitutto in un’erosione della fiducia. L’ho percepita fin dalla crisi finanziaria del 2008.
Ciò che mi aveva sempre colpito degli Stati Uniti era l’elevato grado di fiducia dei cittadini nelle loro istituzioni.
Quando ero studente al MIT, fu diramata un’allerta uragano a Boston. Il sindaco diede istruzioni precise: restare in casa e sigillare le finestre con nastro adesivo. Da buon italiano, la mia prima reazione fu lo scetticismo: perché sigillare le finestre? Il fratello del sindaco vende nastro adesivo?
In Italia, quando le autorità ti dicono “torna a casa”, l’istinto è spesso quello di fare il contrario. Questo scetticismo può, in alcune circostanze, essere una forma sana di vigilanza. Ma, in generale, rende più difficile il funzionamento di una società e di un’economia sana.
Si può ricordare il naufragio del Costa Concordia. Il capitano ordinò ai passeggeri di tornare nelle loro cabine. Coloro che riconobbero l’assurdità di quell’ordine se ne andarono e sopravvissero; gli altri obbedirono e morirono.
L’amministrazione Trump ha scoperto che è molto più facile esercitare il potere in modo vago e intimidatorio — così che nessuno sappia con chiarezza ciò che gli è consentito fare.
Luigi Zingales
In Italia, la diffidenza verso le istituzioni è profondamente radicata. Può essere utile in contesti estremi — per esempio sotto una dittatura. Ma nella vita quotidiana è un ostacolo: la fiducia è il fondamento che permette alle regole di funzionare.
Gli Stati Uniti si sono sempre basati su un livello di fiducia eccezionale, ma dopo il 2008 qualcosa si è incrinato. Per la prima volta, i cittadini comuni hanno iniziato a dubitare che il sistema funzionasse davvero nell’interesse generale. Dire che “il governo agisce nell’interesse di Goldman Sachs” è diventato quasi normale. La sfiducia si è progressivamente radicata.
Ricordo di un processo nel quale avevo testimoniato: lo Stato americano rischiava di pagare tra i cinque e i sette miliardi di dollari. Chiesi a un avvocato quali fossero, secondo lui, le probabilità che il Tesoro chiamasse il giudice per esercitare pressioni prima del verdetto. Seguendo il mio istinto, ero certo che quella telefonata sarebbe avvenuta, e invece mi rispose che erano nulle.
Oggi so che le probabilità di un’interferenza di questo tipo non sono nulle. Tuttavia, molti americani continuano a credere che una simile situazione non possa verificarsi.
Il mio esempio preferito resta quello della fila: ognuno la rispetta solo perché è convinto che anche gli altri la rispetteranno. Se questa convinzione scompare, la fila si disgrega.
Le istituzioni funzionano secondo una logica simile. Se la fiducia nello Stato di diritto si indebolisce, tutti finiscono per chiedersi perché dovrebbero continuare a rispettare le regole.
Una volta che un paese entra in questo processo — un po’ secondo la logica del à la guerre comme à la guerre — cambia natura. E temo che gli Stati Uniti si stiano progressivamente orientando in questa direzione.
Una volta danneggiata, la fiducia può essere ristabilita?
È possibile che l’eccesso provochi una reazione — come accadde dopo il Watergate. Dunque, c’è speranza.
Ma questi fenomeni sono per loro natura non lineari e imprevedibili. Ed è molto più facile distruggere la fiducia che ricostruirla.
È come spaventare degli uccelli posati su un albero: è facile farli volare via, ma molto più difficile farli tornare.
Il fascismo in Italia è durato solo vent’anni, ma ha profondamente danneggiato le istituzioni privilegiando la lealtà politica rispetto alla competenza. L’Italia non si è mai completamente ripresa.
Questa erosione della fiducia indebolisce la posizione internazionale degli Stati Uniti?
Nel breve periodo, gli Stati Uniti conservano un vantaggio: non esiste un’alternativa credibile al loro ruolo. Se esistesse, i capitali si sposterebbero di conseguenza. Lo stesso vale per il dollaro: forse non si ha piena fiducia in esso, ma allo stesso tempo non si può puntare tutto sul franco svizzero.
Paradossalmente, il fatto che abusino della loro posizione dominante rende gli Stati Uniti ancora più centrali, in assenza di alternative. Ma nel lungo periodo, se emergerà un’altra opzione credibile, questa prevarrà.
Il soft power è qualcosa che richiede molto tempo per essere costruito, ma che può essere distrutto molto rapidamente. Mia madre amava gli americani perché avevano liberato il nord Italia: fu il giorno più bello della sua vita. Non sono sicuro di poter trasmettere questo sentimento ai miei figli.
Se l’equilibrio tra potere politico e potere economico si rompe, dove può essere ristabilito? Se lo Stato diventa instabile o intimidatorio, le imprese possono diventare un contropotere istituzionale?
Certamente — ed è qualcosa che diventa particolarmente urgente.
Innanzitutto, bisogna ricordare un fatto spesso sottovalutato: negli Stati Uniti, circa il 60% delle famiglie possiede azioni, in particolare attraverso i piani pensionistici 401(k). I cittadini dispongono quindi, in linea di principio, di una reale leva sul comportamento delle imprese. Che ne siano consapevoli o meno, costituiscono una base azionaria diffusa, quasi “collettiva”. Di conseguenza, la governance d’impresa dovrebbe logicamente allinearsi a questa sociologia democratica del capitale.
Questo allineamento oggi non avviene, perché pochi gestori di asset concentrano un enorme potere di voto, senza una reale legittimità democratica — né interna nei confronti degli investitori, né esterna nei confronti della società.
Eppure, i compromessi tra valore finanziario e valori — ambientali, sociali, politici — non sono decisioni puramente tecniche: sono decisioni morali e politiche. Non possono essere lasciate a una ristretta élite manageriale, ma dovrebbero essere sottoposte a procedure democratiche.
ll governo statunitense è oggi “catturato” dalle grandi imprese tecnologiche.
Luigi Zingales
Per questo, insieme a Oliver Hart e Hélène Landemore, proponiamo la creazione di assemblee di investitori selezionati casualmente 6. Il principio è semplice: invece di delegare le decisioni ai gestori o ai consulenti di voto, si selezionerebbe a caso un campione rappresentativo degli investitori del fondo. Questi investitori riceverebbero informazioni, ascolterebbero esperti con posizioni opposte, delibererebbero e poi definirebbero linee guida di voto.
Questo meccanismo risponde a due problemi. In primo luogo, consente di superare l’“apatia razionale”: la maggior parte dei piccoli investitori non ha né il tempo né la motivazione per informarsi, poiché il loro voto individuale è marginale. Una piccola assemblea concentra così gli sforzi di informazione e deliberazione a un costo minimo rispetto alle dimensioni del fondo. In secondo luogo, rafforza anche la legittimità: le decisioni non sono più prese da pochi dirigenti, ma da un campione statisticamente rappresentativo dei detentori di capitale.
Questo meccanismo sottoporrebbe alla logica democratica le decisioni aziendali, che producono effetti ben oltre i rendimenti puramente finanziari. Inoltre, “proteggerebbe” gli amministratori delegati dalle pressioni politiche: se sono un dirigente d’impresa e la mia unica bussola è la massimizzazione rigorosa del valore finanziario per gli azionisti, divento estremamente vulnerabile alle pressioni politiche. Se il potere politico può minacciare ripercussioni finanziarie, un CEO che si concentra esclusivamente sugli interessi degli azionisti finirà sempre per cedere.
In che senso?
Prendiamo l’esempio di Disney. Quando Trump ha fatto pressione sull’azienda affinché licenziasse Jimmy Kimmel, questa non lo ha fatto, forse per il rischio di perdere abbonati. Tuttavia, era possibile anche un esito diverso, poiché un amministratore delegato può essere tentato di proteggere il proprio bonus o la propria carriera mostrando risultati finanziari eccellenti.
Al contrario, se la questione fosse sottoposta a un’assemblea di investitori adeguatamente informati e se la maggioranza degli azionisti tenesse alla libertà di espressione, accetterebbero un piccolo sacrificio finanziario per difenderla. La decisione diventerebbe esplicita e legittima.
Un’assemblea di investitori non ha alcun interesse personale a fare carriera. È temporanea, selezionata casualmente e delibera nel merito. È un modo politicamente neutrale per restituire il potere agli stessi azionisti.
Note
- Luigi Zingales, Saving Capitalism from the Capitalists, Princeton, Princeton University Press, 2004.
- In economia, un equilibrio Goldilocks (“Riccioli d’oro”) indica una situazione di crescita economica moderata e di bassa inflazione. Il termine deriva dalla fiaba Riccioli d’oro e i tre orsi, in cui Riccioli d’oro, entrata nella casa dei tre orsi e dopo aver assaggiato le loro tre ciotole di porridge, preferisce quella tiepida rispetto a quelle fredda e calda.
- Luigi Zingales, “Toward a political theory of the firm”, Journal of Economic Perspectives Vol. 31, no. 3, summer 2017
- David K. Kirkpatrick, “Trump’s Profiteering Hits $4 Billion”, The New Yorker, 31 gennaio 2026.
- Brody Mullins, The Wolves of K Street, New York, Simon & Schuster, 2024.
- Luigi Zingales, Oliver Hart e Helen Landemore, “How To Implement Shareholder Democracy”. George J. Stigler Center for the Study of the Economy & the State Working Paper No. 350, 31 Luglio 2024