L’avevamo visto con la camicia aperta, sgualcita, dopo aver vinto in trasferta al Bernabeu. Il viso senza alcun solco di soddisfazione apparente, un sopracciglio alzato di rimprovero, ci aveva fatto istintivamente pensare a un ambasciatore sovietico all’ONU – severo come una statua di marmo scuro. “C’è stato un grande giocatore, Dirk Kuyt, che ha detto che non c’era posto per lo Sheriff in Champions League. Sono molto contento di aver distrutto il suo mondo perfetto”. Solo allora gli era scappato un sorriso da un lato della bocca, come se la distruzione fosse l’unica cosa che gli procurasse un sollievo. Ci sembravano dichiarazioni perfettamente coerenti per l’allenatore dello Sheriff Tiraspol, una squadra di uno stato non riconosciuto (la Transnistria) fondata da un ex agente del KGB che aveva appena vinto a sorpresa in una delle istituzioni del calcio europeo. La sua severità, e il gusto con cui ci sbatteva in faccia la nostra arroganza, ci sembrava la metafora perfetta di un mondo che cercava violentemente di affermare la sua esistenza. 

E invece non avevamo capito niente. Pochi giorni fa abbiamo appreso che Yuriy Vernydub si è unito all’esercito ucraino per combattere l’invasione russa1. Lo abbiamo saputo da una foto comparsa su Twitter, che lo ritrae accanto a due suoi compagni, con la tuta mimetica e un viso sorridente e rilassato, più da caricatura che da icona. Qualche giorno prima, dopo essere stato eliminato dall’Europa League dal Braga ai rigori, aveva espresso la sua preoccupazione per ciò che stava succedendo: «La mia famiglia è in Ucraina, cercherò di fare il possibile per tornare da loro. Sono orgoglioso delle persone che stanno combattendo per difendere il nostro Paese». Quanto incide sull’andamento degli eventi la facilità con cui schiacciamo mondi lontani dentro i nostri pregiudizi?

Non si era mai vista una guerra così esposta sui media. Merito anche del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, ex comico che si è ritrovato a suo agio nel suo nuovo ruolo di leader di guerra, e che a quanto pare ha capito che, nel 2022, le immagini contano. Il coinvolgimento dello sport a quel punto forse è stato inevitabile. Vernydub è solo l’ultimo di una lunga lista di sportivi andati al fronte su cui si possono leggere i nomi di Oleksandr Usyk, campione dei pesi massimi di pugilato, Vasyl Lomachenko, ex campione olimpico di pugilato, Serhiy Stakhovsky, ex tennista, e Volodymyr Bezsonov, ex calciatore della Dinamo Kiev – tutti arruolati nell’esercito ucraino. Ancora: c’è la maglietta del trequartista dell’Atalanta Ruslan Malinovsky che dopo la doppietta all’Olympiakos chiede di fermare la guerra; e le lacrime dell’ala del Manchester City Oleksandr Zinchenko durante la pioggia di applausi a sostegno dell’Ucraina del Goodison Park, poco prima di abbracciarsi con il suo connazionale Vitaliy Mykolenko, dell’Everton. E infine ovviamente i fratelli Klitschko, ex campioni di pugilato coinvolti nella politica del Paese ormai da diversi anni – Vitali è sindaco di Kiev dal 2014 e ormai ci siamo abituati a ritrovarcelo nelle nostre televisioni senza più cerotti in faccia a dirci come sta andando oggi l’attacco russo in città.

Ma l’Ucraina è riuscita a coinvolgere lo sport molto al di là dei suoi confini in un modo che davvero non ha precedenti, o quasi. Tutto è cominciato dalla decisione del Comitato Olimpico Internazionale, che ha deciso di escludere atleti, delegazioni e dirigenti sportivi di Russia e Bielorussia per via dell’aggressione, e, se un’esclusione non fosse stata possibile, di ammetterli senza simboli nazionali, come colori, bandiere e inni (come era inizialmente previsto per le Paralimpiadi invernali di Pechino, che poi hanno deciso di escludere del tutto i due Paesi). A cascata, tutto il mondo dello sport si è affrettato a bruciare tutti i ponti con la Russia. La FIA, la federazione internazionale dell’automobile, ha cancellato il Gran Premio di formula 1 a Sochi. L’Unione Ciclistica Internazionale ha escluso da tutte le competizioni il team Gazprom RusVelo. Quella tennistica ha espulso la Russia e la Bielorussia dalla Coppa Davis. L’Eurolega di basket ha sospeso le squadre russe, cioè il CSKA Mosca, l’Unics Kazan e lo Zenit di San Pietroburgo, e si sta addirittura pensando di cancellarne i risultati già ottenuti. Persino il calcio si è mosso con una fermezza inusuale, per uno sport che ha tenuto la sua più importante competizione per Nazionali in Russia meno di quattro anni fa. La FIFA ha escluso la Nazionale russa dai playoff per i mondiali del Qatar, mentre la UEFA ha provveduto all’espulsione dello Spartak Mosca dagli ottavi di Europa League, facendo passare direttamente ai quarti il Red Bull Lipsia. 

La guerra però non è solo squadre che non si incontrano in una partita – in quella che dopotutto rimane una rappresentazione metaforica proprio di una battaglia – ma anche e soprattutto la rottura di legami, tra mondi e tra persone. Quello tra la UEFA e la Gazprom, che garantiva alla confederazione calcistica europea una cifra intorno ai 40 milioni di euro a stagione, ad esempio. Ma anche quello tra Daniel Hackett e il CSKA di Mosca, nel basket, o ancora quello più controverso tra Yaroslav Rakitskiy e lo Zenit di San Pietroburgo, nel calcio. Ucraino, a lungo bandiera dello Shakhtar Donetsk, Rakitskiy si è ritrovato invischiato nella crisi del suo Paese quando ha deciso di trasferirsi allo Zenit San Pietroburgo, squadra controllata da Gazprom e dall’apparato politico che circonda Vladimir Putin. Rakitskiy era stato già criticato in patria dall’inizio della guerra nel Donbass per le sue scene mute durante l’esecuzione dell’inno ucraino in Nazionale, ma il passaggio in Russia, e specialmente in una squadra così significativa, ha rotto definitivamente i rapporti e l’Ucraina non lo ha più richiamato. Nel novembre del 2019 Rakitskiy aveva utilizzato Instagram per lamentarsi della politicizzazione del calcio che aveva portato alla sua esclusione della Nazionale. Pochi giorni fa è tornato di nuovo sulla piattaforma per fare un post a sostegno del suo Paese, con la foto della bandiera gialloblu e la caption: “Sono ucraino!” (il post successivamente è stato cancellato). Pochi giorni dopo ha concordato con lo Zenit la rescissione del contratto.

Oggi la Russia, come Rakitskiy, è isolata, senza più un posto nel mondo, e ci si chiede se queste sanzioni possano avere qualche effetto: magari far finire la guerra o anche solo far capitolare Putin. Era dai tempi del Sud Africa dell’apartheid che un Paese non era così solo al mondo, e che lo sport era così unito a far leva sul suo potere per cambiare la realtà. Allora però l’espulsione dal CIO arrivò alla fine di una lunga lista di boicottaggi e altre misure, e di una lunga storia di isolamento politico e diplomatico. Lo sport, dopo la fine dell’apartheid, in Sud Africa si è dato più meriti di quanti forse ne ha effettivamente avuti, ed è difficile oggi sovrapporre quella situazione al presente, chiedersi che effetto avrà l’isolamento sulla Russia. 

Anche perché questo è un momento epocale non solo per la Russia: forse bisognerebbe chiedersi che cambiamenti produrrà questa chiamata alle armi del CIO anche su quello sport che così prontamente ha risposto. Prima che Putin facesse entrare i suoi carri armati in Ucraina sembrava impossibile che lo sport potesse essere così unito e deciso a sostegno di una causa politica. E questo nonostante il dibattito avesse provato a spingerlo a superare la storica diffidenza nei confronti dell’arena politica che gli aveva inizialmente instillato De Coubertin. Solo negli ultimi anni c’erano state prima le lunghe e accese discussioni sul boicottaggio dei Mondiali in Qatar, macchiati prima dagli scandali riguardo la possibile corruzione per ottenerli e poi dal mancato rispetto dei diritti umani all’interno del Paese. Poi quelle sul boicottaggio delle Olimpiadi invernali a Pechino, arrivato alla fine solo in forma diplomatica in un clima da nuova guerra fredda molto prima di quella caldissima che stiamo vivendo in questi giorni. La guerra in Ucraina renderà lo sport più sensibile a queste discussioni, più pronto ad agire nei confronti delle battaglie che lo riguardano?

Jonathan Liew sul Guardian ha scritto pochi giorni fa che “solo adesso il calcio sta iniziando a svegliarsi per la puzza dei suoi stessi soldi”2. Il riferimento era soprattutto a Roman Abramovich, oscuro miliardario tra i più vicini a Putin, che davanti all’onda di sanzioni europee sulla Russia ha preferito farsi da parte lasciando la carica da presidente del Chelsea, e pare che adesso stia provando a venderlo. La stessa sorte probabilmente toccherà a Alisher Usmanov, tra i principali finanziatori dell’Everton tramite la sponsorizzazione MegaFon, prontamente rimossa dai tabelloni e dagli schermi di Goodison Park poco prima che Zinchenko e Mykolenko si abbracciassero in mezzo al campo. 

In tempo di guerra il denaro del nemico è l’unico a puzzare, lo sappiamo, ma una volta che in Ucraina tornerà la pace cosa rimarrà di queste epurazioni? Solo poche settimane fa in Premier League si discuteva animatamente della nuova proprietà saudita del Newcastle, che però alla fine è stata lasciata libera di iniziare a pompare milioni nel campionato inglese. È lecito domandarsi se dopo la guerra in Ucraina il calcio avrà un naso più raffinato nel sentire l’odore anche del denaro che non viene dalla Russia. Ci sarà ancora un po’ di indignazione rimasta per informarsi su ciò che l’Arabia Saudita sta facendo in Yemen? Rispondendo ai molti che gli chiedevano di condannare la guerra russa, e allo stesso Mykolenko che lo aveva insultato dandogli del “cane che sta in silenzio”, l’attaccante dello Zenit di San Pietroburgo, Artem Dzyuba, ha risposto con un lungo comunicato in inglese su Instagram, lamentandosi dei due pesi e delle due misure che secondo lui il mondo dello sport sta ipocritamente utilizzando. “Perché tutti dicono sempre che lo sport non deve avere nulla a che fare con la politica ma alla prima opportunità, quando è coinvolta la Russia, questo principio viene totalmente dimenticato?”3.

Che sia per sensibilità o per convenienza politica di fronte a un mondo sempre più diviso in blocchi contrapposti, lo sport si potrebbe trovare costretto a invertire quel processo che ne aveva fatto le fortune negli ultimi anni, esportandolo dalla cultura europea in ogni angolo del mondo. Soprattutto per il calcio – che prima con Havelange, poi con Blatter e infine con Infantino – si era ormai abituato a non guardare in faccia a nessuno pur di diventare uno spettacolo globale, questa guerra potrebbe rappresentare uno spartiacque più grande di quanto adesso non sembri.

Note
  1. https://www.bbc.com/sport/football/60601469
  2. https://www.theguardian.com/commentisfree/2022/mar/06/should-it-take-war-show-that-sport-politics-forever-linked
  3. https://www.eurosport.com/football/artem-dzyuba-russia-captain-breaks-silence-and-slams-double-standards-after-vitaliy-mykolenko-calls-_sto8824199/story.shtml