Abbonatevi alla nostra newsletter per rimanere aggiornati sul lancio de “Il Grand Continent” in italiano

Si è verificato un errore
Iscrizione avvenuta con successo.

Negli ultimi cinque anni la Russia è cambiata. Dalle scorse elezioni della Duma nel 2016 a quelle che si sono svolte lo scorso week-end, il paese non è semplicemente diventato più autoritario, ma ha posto le basi per la propria trasformazione in una tecnocrazia centralizzata che garantisca un ricambio generazionale e possa sopravvivere a Vladimir Putin. 

Uno degli attori principali di quest’evoluzione è l’Amministrazione Presidenziale (AP), il braccio esecutivo del Cremlino guidata da Anton Vajno, e il cui responsabile per la politica interna è il primo vice-capo di gabinetto (ed ex primo ministro di Boris El’tsin), Sergej Kirienko. Facendo un parallelo forzato con l’Unione Sovietica, la Russia di Putin è entrata nella sua fase brežneviana: un momento in cui, nel dubbio su come tenere in piedi un regime decennale, la strada intrapresa non è quella delle riforme, ma la burocratizzazione della macchina del potere. Questa evoluzione è evidente guardando ai cambiamenti intervenuti negli ultimi anni, tanto nel ruolo e nella composizione del partito di governo, Russia Unita, quanto nel funzionamento complessivo della politica regionale. Anche in assenza di riforme strutturali, però, la Russia non è l’Unione Sovietica degli anni ‘70-‘80: l’economia è più solida e il governo Mishustin ha lanciato una serie di iniziative per rendere più efficienti le amministrazioni pubbliche e sviluppare moderne tecnologie dell’informazione che contribuiranno probabilmente a organizzare e stabilizzare il regime. Nel lungo termine, però, efficienza amministrativa e innovazione tecnologica non basteranno a colmare le lacune di un sistema che, invece di offrire prospettive di crescita alla popolazione, la reprime. 

Nel lungo termine, però, efficienza amministrativa e innovazione tecnologica non basteranno a colmare le lacune di un sistema che, invece di offrire prospettive di crescita alla popolazione, la reprime.

carolina de stefano

Russia Unita e l’Amministrazione Presidenziale

Tra il 17 e il 19 settembre si sono svolte in Russia le elezioni della camera bassa del Parlamento, la Duma. Senza sorprese, Russia Unita ha ottenuto, con la sola metà dei suffragi (49,8% dei voti, secondo i dati ufficiali) la maggioranza costituzionale, riproducendo così un risultato simile a quello del 2016, che aveva permesso al Cremlino di riformare la Carta fondamentale e a Putin di ricandidarsi per almeno altri due mandati presidenziali di sei anni.

Alle elezioni Russia Unita ha potuto contare – oltre a un tradizionale bacino elettorale pro-Putin, in particolare all’interno delle amministrazioni statali – su un sistema elettorale misto introdotto ad hoc nel 2016, su una lunga serie di leggi repressive emanate negli ultimi mesi e su un ampio ricorso a brogli registrati da osservatori indipendenti in tutto il paese. Il successo del voto sulla carta, però, nasconde il fatto che la popolarità del partito è in calo costante da alcuni anni, cosa apparsa evidente tanto a Mosca (dove senza la quota del più che sospetto voto online Russia Unita avrebbe perso varie circoscrizioni) quanto in alcune regioni ‘di protesta’ della Siberia e dell’Estremo oriente russo come Tomsk e Chabarovsk. Più in generale, i risultati elettorali non dicono come il ruolo di Russia Unita all’interno del sistema politico sia andato degradandosi. 

In primo luogo, è chiara l’usura naturale di una formazione creata nel 2001 che fonda da sempre la sua legittimità, anche a livello locale, su un unico leader nazionale. Del resto, nell’estate del 2020, Russia Unita stessa riconosceva in un documento interno al partito la necessità di rinnovare parte della sua leadership con figure più ‘vicine’ alla popolazione, con l’obiettivo non scritto di canalizzare le proteste e le istanze dal basso che sembravano in crescita, come quella ecologista. Nei fatti, Russia Unita non ha cercato attivamente figure nuove e – oltre a contare sulla repressione delle opposizioni – ha optato invece per l’inerzia, mettendo in testa alle liste regionali e nazionale personalità di facciata che, nonostante siano state elette, non sederanno alla Duma perché non rinunceranno al loro incarico attuale: tra tutti, il Ministro della Difesa Sergej Shoigu, il Ministro degli Affari Esteri Sergej Lavrov e un’ampia maggioranza di governatori.

In secondo luogo, Russia Unita, presente in maniera capillare su tutto il territorio, è diventata con il tempo una struttura di emanazione del potere centrale priva di sostanza politica, per varie ragioni. Innanzitutto il Parlamento, e di conseguenza il partito di governo – già dotato di per sé di poca influenza – hanno visto il loro ruolo svuotato dall’aumento dell’autoritarismo del regime. Inoltre, Putin stesso, se inizialmente si presentava – seppur non formalmente – come leader del partito, se ne è a mano a mano allontanato, fino a partecipare alle ultime elezioni presidenziali del 2018 come candidato indipendente. Infine, contestualmente l’amministrazione presidenziale ha acquisito, soprattutto dall’arrivo di Kirienko nel 2016, un ruolo preponderante tanto nell’esecuzione delle decisioni del Cremlino quanto nel controllo del centro sull’intero sistema politico russo. 

Russia Unita, presente in maniera capillare su tutto il territorio, è diventata con il tempo una struttura di emanazione del potere centrale priva di sostanza politica

carolina de stefano

Nata nel 1991 durante i caotici anni el’tsiniani come ufficio della presidenza, l’Amministrazione è stata interamente riformata all’arrivo di Putin e con il tempo si è espansa sia come staff che geograficamente. Organizzata in dipartimenti, situata negli stessi uffici del Comitato Centrale del Partito Comunista tra la Piazza Rossa e la Piazza Vecchia a Mosca, l’organizzazione e il ruolo di quest’istituzione ricorda, con tutte le differenze del caso, il Partito sovietico: senza avere nulla di comparabile in termini di apparato ideologico, propaganda, formazione dei quadri, è però una macchina burocratica in continua espansione che garantisce il controllo sulla politica locale, soprattutto tramite la selezione a Mosca delle leadership regionali e l’invio, sempre dalla capitale, di figure quali i vice-governatori, che – sulla scia dei secondi Segretari del PCUS di un tempo – sono deputati a controllare che le élite locali eseguano i diktat del centro e ad assicurare il legame tra politica locale e i servizi dell’FSB (ex KGB). 

La politica regionale nell’era Kirienko

Dal 2012 sono state reintrodotte in Russia le elezioni dirette dei governatori (o ‘presidenti’, secondo i casi) delle 85 entità territoriali russe, dopo una parentesi dal 2004 al 2012 in cui i leader delle regioni erano nominati direttamente dall’esecutivo. Nonostante l’apparente ritorno a una legittimità popolare dei leader delle repubbliche, l’amministrazione Kirienko ha reso le elezioni regionali (che si svolgono a rotazione ogni anno) uno strumento di conferma ex post di nomi decisi da Mosca. Il sistema è stato rodato in più elezioni ed è molto efficiente: il governatore in carica rassegna le dimissioni alcuni mesi prima delle elezioni autunnali, l’AP invia al suo posto un rappresentante ‘ad interim’, il quale si candida poco dopo come membro di Russia Unita o come indipendente e, nella stragrande maggioranza dei casi (anche se non in tutti), vince. 

Nonostante l’apparente ritorno a una legittimità popolare dei leader delle repubbliche, l’amministrazione Kirienko ha reso le elezioni regionali uno strumento di conferma ex post di nomi decisi da Mosca.

CAROLINA DE STEFANO

Oltre al loro aumento sistematico dal 2016 in poi, l’elemento caratterizzante di queste nomine è il profilo delle persone selezionate: tecnocrati il più delle volte giovani (tra i 30 e i 50 anni) che hanno svolto una parte della loro carriera nell’alta amministrazione a Mosca, privi di una pregressa esperienza politica e, soprattutto, di qualsiasi legame con la regione che sono chiamati a governare. Da notare che i nuovi tecnocrati sono inviati indifferentemente sia in regioni prive di una forte identità politica che in repubbliche in cui l’appartenenza all’etnia dominante è stata invece per anni una condizione necessaria per governare. 

Come ha calcolato l’analista politico Aleksandr Kynev, se tra il 2012 e il 2015 su 26 nuovi governatori gli ‘stranieri’ (c.d.  ‘variaghi’, letteralmente i popoli scandinavi che si stanziarono in Russia tra il IX e l’XI secolo) – erano solo 10 (38% del totale), tra il 2016 e il 2020 su 67 nuovi governatori, 49 (o il 73% del totale) non provenivano dalla regione in cui erano candidati. 

La preferenza del Cremlino per tecnocrati relativamente brillanti (e anonimi allo stesso tempo) e per l’assenza di un qualunque nesso territoriale non è casuale, ma risponde a due esigenze principali: la prima, perseguita da Putin fin dal suo arrivo nel 2000, è quella di riprendere controllo della politica regionale, scardinando reti locali di politica, business e corruzione autonome dal centro (con alcune notevoli eccezioni, come la Cecenia di Ramzan Kadyrov o il Tatarstan di Rustam Minnichanov). La seconda è quella di dotarsi di una nuova ed efficiente generazione di ‘amministratori’ fedeli al centro e privi di particolari ambizioni politiche personali. 

I limiti dell’efficienza

Lo stesso primo ministro dal 2020 Michail Mishustin – direttore del servizio fiscale federale per dieci anni – incarna il ruolo crescente dei tecnocrati nella Russia putiniana, e segnala come digitalizzazione e tecnologie informatiche siano diventate una priorità assoluta del governo russo. 

Il rafforzamento della verticale di potere Cremlino-regioni va in effetti di pari passo con molte iniziative governative dirette a rendere più efficiente la grande e goffa macchina statale russa, con tagli al personale, modernizzazione dei servizi, aumento del controllo digitale sulla popolazione, e sistemi all’americana di valutazione delle performance di politici e funzionari. 

Un maggiore controllo sulle regioni, un miglioramento delle prestazioni statali, un controllo quasi paranoico dei cittadini possono rafforzare il regime nel medio termine, e questo anche al di là e oltre Putin. Il problema di fondo però rimane: un regime autoritario, per quanto governato da tecnocrati più o meno efficienti e memori del crollo dell’URSS, non ha maniera di colmare le inefficienze di un sistema che reprime l’attività privata e la libertà di espressione, e rischia di generare malcontento e quindi repressioni ulteriori, fino ad un limite valicato il quale il regime cesserà di funzionare.

Un maggiore controllo sulle regioni, un miglioramento delle prestazioni statali, un controllo quasi paranoico dei cittadini possono rafforzare il regime nel medio termine, e questo anche al di là e oltre Putin

CAROLINA DE STEFANO

Mishustin ha più volte presentato le nuove tecnologie non solo come uno strumento per migliorare il funzionamento dei ministeri e delle amministrazioni, ma come un settore economico prioritario, definendo i big data ‘il nuovo petrolio’.

Un esempio concreto mostra però che la trasformazione digitale guidata dall’alto, e alla russa, funziona sulla carta, ma non nella realtà. La città di Innopolis, nella repubblica del Tatarstan, è stata creata nel 2015 come un polo futuristico di produzione di nuove tecnologie. Riconosciuta ‘zona economica speciale’, dotata dei primi taxi automatici senza autista, uno dei suoi obiettivi ufficiali è quello di attrarre le più promettenti industrie tecnologiche nazionali ‘e da tutto il mondo’. Il paradosso, però, raccontato dal giornalista Leonid Ragozin in un bellissimo reportage, è che la popolazione di giovani studiosi e brillanti chiamata a lavorare lì (e che spesso è già stata all’estero) è politicamente più vicina all’opposizione che non a Putin, tanto che queste città ‘ideali’ possono in realtà trasformarsi in poli di protesta attiva contro il regime. Gli abitanti di Innopolis hanno poi patito da subito il controllo e i limiti imposti dal governo sui progetti che vogliono sviluppare, con il risultato che, nonostante i mezzi messi a disposizione, molti se non sono già andati.

In qualche maniera, senza ammetterlo, Mishustin è il primo a riconoscere che la repressione non è lungimirante. In una sua intervista al Valdai Discussion Club dell’anno scorso, alla domanda di chi fossero i personaggi storici a lui più vicini, Mishustin ha risposto, oltre (ovviamente) a Putin, Steve Jobs.