Il destino morde come un cane e imprigiona come un vestito stretto1. È un proverbio che Roberto Calasso ha messo in bocca a Utnapishtim, protagonista della Tavoletta dei Destini, ultimo pannello della sua vasta “Opera senza nome”. È stato impossibile per chiunque non accarezzare l’idea di destino di fronte alla concomitanza della sua scomparsa e dell’uscita di Bobi e Memé Scianca, i due volumi più intimi della sua produzione. «Vedrà, saranno qualcosa di completamente diverso da tutto ciò che ho scritto in precedenza», mi aveva annunciato con entusiasmo durante la nostra ultima telefonata nel maggio scorso. «Lei non ne sa proprio nulla?», aveva aggiunto, compiacendosi del mio essere all’oscuro di tutto, come chi pianifica una bella sorpresa. Come tale avevo in effetti accolto l’anticipazione dei risvolti editoriali, che rivelavano i contenuti autobiografici dei nuovi scritti: nelle opere precedenti, le occorrenze della prima persona singolare si contavano sulle dita di una mano. Ho ricevuto i due volumi il 27 luglio e per tutto il giorno successivo sono stata immersa nella lettura; così, per un’amara ironia della sorte, la mia uscita dalle memorie di Calasso è coincisa con il suo abbandono del mondo fisico.

Negli ultimi otto anni, questi due mondi – quello delle storie e quello della cosiddetta realtà – avevano avuto alcuni punti di tangenza: da quando avevo cominciato a studiare la sua opera per costruire lo studio poi pubblicato con il titolo di Letteratura assoluta2, Calasso mi aveva donato alcuni preziosi momenti di confronto, in genere immediatamente successivi all’uscita di un nuovo libro. Tuttavia, con ogni sua pagina Roberto Calasso ci invita a usare la lettura come uno strumento di indagine di ciò che non si vede, di ciò che impone di essere riconosciuto nell’invisibile. È quello che cerco di ricordarmi mentre fatico ad accettare la realtà della sua morte. Posta di fronte a una sfida di comprensione eccezionale, come quelle che i suoi libri mi hanno tante volte messo davanti, proverò quindi a utilizzare i testi a cui il destino ha dato un valore testamentario per rileggere una volta di più la sua immensa opera di editore  e di scrittore.

Con ogni sua pagina Roberto Calasso ci invita a usare la lettura come uno strumento di indagine di ciò che non si vede, di ciò che impone di essere riconosciuto nell’invisibile.

elena sbrojavacca

Bobi e le edizioni Adelphi

La casa editrice Adelphi, nata nel 1963 a Milano, rappresenta un unicum nel panorama editoriale italiano ed è oggetto di culto da parte di una nutrita schiera di lettori che nel tempo si sono identificati con le sue scelte raffinate, fra letterature di tutti i tempi e di tutti i luoghi, scienze, arti e filosofie. Adelphi è pressoché universalmente identificata, e non a torto, con Roberto Calasso, che è stato fra i suoi fondatori. Fiorentino, classe 1941, Calasso ha svolto un ruolo di primo piano nella crescita di questa casa editrice, arrivando in breve tempo a reggerne le fila: è stato direttore editoriale nel 1971, consigliere delegato nel 1990, presidente dal 1999 fino alla morte. Dietro al successo di Adelphi, e alla sua immediata riconoscibilità in un mercato editoriale sempre più appiattito nell’indistinguibile, si cela la dedizione con cui, in quasi sessant’anni di lavoro, Calasso ha scelto e curato ogni singola pubblicazione marchiata dal pittogramma cinese della luna nuova.

La nascita della casa editrice è legata a una sorta di mito fondativo che viene ripercorso nel volumetto Bobi: il 30 maggio 1962, giorno del ventiduesimo compleanno di Calasso, lui e Roberto Bazlen, per tutti “Bobi”, di trentanove anni più vecchio, si trovano nella villa di Ernst Bernhard sul lago di Bracciano. Lì per la prima volta Bobi illustra a Calasso il nuovo progetto che ha in mente. Consulente editoriale per numerose case editrici italiane, il triestino Bazlen è una figura essenziale per la cultura italiana del Novecento: è lui a far conoscere e diffondere in Italia l’opera di Sigmund Freud, Franz Kafka, Robert Musil e Carl Gustav Jung. Lettore inesausto, è descritto da Calasso come sempre intento a scoprire autori ignorati anche dai più audaci fra i critici italiani. È grazie a Bobi e alle sue passioni che i lettori italiani incontreranno la Mitteleuropa e la sua monumentale letteratura, da Joseph Roth a Elias Canetti.

Calasso conosce Bazlen a Roma, tramite l’intercessione di Elémire Zolla e Cristina Campo. Ne viene immediatamente colpito come da qualcuno che si distingue in maniera netta da tutto ciò che lo circonda: «Con lui, per la prima volta, avevo l’impressione di qualcuno che fosse riuscito a sbarazzarsi di tutte idee correnti (ed erano tante, allora – e pesanti, difficili da smuovere). E questo dopo averle attraversate, ma in un tempo remoto, come malattie infantili»3.

«Faremo solo i libri che ci piacciono molto», gli annuncia Bobi presentandogli il progetto adelphiano. Il catalogo si distinguerà per la variegatezza degli argomenti e dei generi scelti da Bobi assieme al co-fondatore Luciano Foà e dai giovanissimi collaboratori Calasso e Claudio Rugafiori, sempre rivendicando con fierezza passioni e idiosincrasie personali. L’asse portante della loro costruzione è l’edizione critica – la prima in Europa – dell’opera di Friedrich Nietzsche, filosofo allora guardato con sospetto, soprattutto dalla casa editrice Einaudi, impegnata in un importante sforzo di “pedagogia delle masse”. A occuparsi della monumentale impresa filologica sono Giorgio Colli e Mazzino Montinari. Calasso proseguirà nel solco tracciato assieme a Bobi, che, morto improvvisamente nel 1965, riesce a veder pubblicato solo L’altra parte di Alfred Kubin, primo numero della collana “La Biblioteca”, la più rappresentativa del catalogo. La ricchezza della proposta editoriale Adelphi è immediatamente ravvisabile già nella selezione dei primi testi che la compongono, ricordati in Bobi: il racconto di un viaggio mistico compiuto da un Anonimo russo (La via del pellegrino) si trova accanto alla testimonianza di una reclusione durante il secondo conflitto mondiale (Cella d’isolamento di Christopher Burney) e alla storia di una complessa relazione fra un padre e un figlio in epoca vittoriana (Padre e figlio di Edmund Gosse). 

Più avanti emergeranno gli interessi scientifici – dall’etologia di Konrad Lorenz alla matematica di Paolo Zellini, approdando alla creazione della collana “Animalia” e all’incredibile successo di vendite della fisica teorica di Carlo Rovelli –, la straordinaria fortuna di Simenon, con e senza Maigret, la “Collana dei casi”, le pietre cristalline dei “Peradàm”, e tante tantissime altre pubblicazioni fondamentali. 

È interessante che nel congedarsi dal “grande serpente”4 Adelphi Calasso abbia voluto connettersi alle origini della sua lunga storia, seguendo un movimento retrospettivo tipico di molti dei suoi libri. Altrettanto significativo è che nel ritratto di Bobi venga messa in luce una caratteristica essenziale che noi dobbiamo riconoscere a Calasso stesso: la capacità «totale» di distinguere la qualità di un’opera dal suo suono.

L’Opera senza nome

All’attività editoriale, Calasso ha sempre affiancato quella di critico e scrittore. Per Adelphi, ha curato e tradotto opere di sant’Ignazio di Loyola, Friedrich Nietzsche, Karl Kraus, e redatto postfazioni a Robert Walser, Frank Wedekind, Max Stirner e Daniel Paul Schreber. Alle Memorie di un malato di nervi di Schreber ha dedicato anche il suo romanzo L’impuro folle del 1974. Sempre per Adelphi sono uscite le sue raccolte di saggi I quarantanove gradini (1991), La letteratura e gli dèi (2001), La follia che viene dalle Ninfe (2005), L’impronta dell’editore (2013), Come ordinare una biblioteca (2020), Allucinazioni americane (2021), e la selezione dei suoi risvolti di copertina Cento lettere a uno sconosciuto (2003).

Soprattutto, Calasso è l’autore di una vastissima Opera senza nome, avviata nel 1983 con La rovina di Kasch e proseguita nei decenni successivi con Le nozze di Cadmo e Armonia (1988), Ka (1996), K. (2002), Il rosa Tiepolo (2006), La Folie Baudelaire (2008), L’ardore (2010), Il cacciatore Celeste (2016), L’innominabile attuale (2017),  Il libro di tutti i libri (2019) e La tavoletta dei destini (2020). L’insieme è impressionante tanto per la mole (quasi cinquemila pagine) quanto per la fermezza del pensiero centrale e per la varietà di epoche e di temi coinvolti. Si tratta di un grande tentativo di inseguire l’origine della modernità e del periodo nel quale viviamo, icasticamente definito “l’innominabile attuale”. Gli undici volumi concorrono a delineare uno spazio elettivo per la letteratura in questo scenario di continua metamorfosi dai contorni incerti. Al suo ideale Calasso ha dato il nome di “Letteratura assoluta”: un’espressione che descrive, da un lato, la fisionomia assunta dalla letteratura a partire dal XIX secolo, e, dall’altro, la possibilità perennemente data a questa forma d’arte di presentarsi come una conoscenza autosufficiente. La letteratura è “assoluta” perché etimologicamente rivendica il fatto di essere “sciolta, slegata” da qualsiasi obbligo di moralità e rilevanza sociale, e perché al contempo si assimila alla ricerca di un Assoluto. Sembra ereditare alcune caratteristiche proprie del rito, e in modo particolare del rito sacrificale, che  un tempo era stato considerato il più efficace mezzo di comunicazione con il divino. Nel mondo contemporaneo, che ha accantonato il divino, il potere di celebrare la sfera dell’invisibile è diventato, per Calasso, una prerogativa della letteratura.

Al suo ideale Calasso ha dato il nome di “Letteratura assoluta”: un’espressione che descrive, da un lato, la fisionomia assunta dalla letteratura a partire dal XIX secolo, e, dall’altro, la possibilità perennemente data a questa forma d’arte di presentarsi come una conoscenza autosufficiente.

elena sbrojavacca

I volumi che compongono questa poderosa architettura narrativa hanno una natura composita: brani di invenzione romanzesca si alternano in maniera imprevedibile a citazioni, riscritture di miti, stralci di critica letteraria e di filosofia. Vastissima è l’estensione della materia trattata, che spazia dall’India vedica alla Parigi degli Impressionisti, con puntate nel cinema di Alfred Hitchcock e nella filosofia di Walter Benjamin. 

Nel primo libro dell’Opera, attraverso la figura di Charles Maurice de Talleyrand, si indaga il mistero dell’epoca in cui la letteratura assoluta ha le sue radici. Attraverso una serie di aneddoti, aforismi e riflessioni, vengono poi presentati personaggi-cardine del periodo compreso tra la fine del XVIII secolo e gli anni ’80 del XX: un’epoca in cui, come notava un recensore d’eccezione come Italo Calvino, al mondo ciclico, ritualizzato, delle società basate sulle pratiche sacrificali è venuto a sostituirsi in modo definitivo il mondo «della ragion di Stato, degli esperimenti sulla società, dei processi politici e delle carneficine di massa»5. A tal proposito, Calvino scrisse, con lucidità estrema, che La rovina di Kasch tratta di due argomenti: «il primo è Talleyrand, il secondo è tutto il resto»6. Molti protagonisti del primo volume, da Talleyrand a Joseph De Maistre, riprenderanno poi la scena nella Folie Baudelaire, dove Calasso tornerà a interrogarsi sull’essenza della modernità, in un intreccio che procede sul filo delle analogie e interseca le vite di molti protagonisti della Parigi di metà Ottocento. 

Il tema del sacrificio, centrale nella Rovina di Kasch, ritorna nelle Nozze di Cadmo e Armonia, che si propone di ri-narrare i cicli della mitologia classica. Le storie di dèi ed eroi vengono continuamente risvegliate di fronte ai nostri occhi. O, come preferisce dire Calasso, noi siamo costretti a risvegliarci dinnanzi a loro: i miti fanno irrimediabilmente parte del nostro paesaggio mentale, sono un universo di azioni già compiute sul quale si modellano tutte le nostre azioni. 

Le storie di dèi ed eroi vengono continuamente risvegliate di fronte ai nostri occhi. O, come preferisce dire Calasso, noi siamo costretti a risvegliarci dinnanzi a loro: i miti fanno irrimediabilmente parte del nostro paesaggio mentale, sono un universo di azioni già compiute sul quale si modellano tutte le nostre azioni. 

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Ka fa da ideale controcanto alle Nozze, attraversando la sterminata galassia dell’India vedica e delle sue storie. Dodici anni più tardi, con L’ardore, Calasso tornerà a visitarla con un ardito tentativo di commento allo Śatapatha Brāhmaṇa, un complesso trattato sul sacrificio. Nel mezzo, c’è Ka. Per capire come un libro su Kafka stia accanto a uno sul Veda basta leggere questo passaggio dell’incipit: «L’oggetto di cui Kafka scrive è la massa della potenza, ancora non dissociata, sceverata nei suoi elementi. È il corpo informe di Vṛta, che trattiene le acque, prima che Indra lo trapassi con la folgore»7. Ulteriori contatti tematici intervengono a rafforzare il legame fra Ka e le altre parti dell’opus calassiano. Per esempio, il rilievo sul fatto che Kafka si muova in un tempo in cui «il religioso o il sacro o il divino, per un oscuro processo di osmosi, sono stati assorbiti e occultati in qualcosa di alieno, che non ha più bisogno di nominarli perché è autosufficiente e si appaga di essere descritto come società».8 Non deve stupire che in questo intarsio si inserisca anche Giambattista Tiepolo. Calasso ammira nell’artista veneziano la capacità innata di tradurre il pensiero in un repertorio iconografico ridotto ma al tempo stesso multiforme: poche figure ritornano nelle sue opere in vesti sempre nuove, con un andamento che ricorda le varianti mitiche. Del resto, mitica è per Calasso la forma originaria del pensiero, fatta proprio di immagini.

Con il Cacciatore Celeste Calasso insegue invece le sfuggenti origini dei processi di ominizzazione. Il tema centrale del libro, la caccia, compariva già nella Rovina, in Ka e nell’Ardore. L’attività venatoria – e più precisamente nel momento della trasformazione dell’uomo preistorico da preda a predatore – viene vista come il presupposto del sacrificio, perché rappresenta il momento in cui l’uomo sovverte un ordine cosmico, uccidendo gli animali di cui prima subiva la forza. Il grande stravolgimento psichico che questo passaggio significa sul piano evolutivo offre il destro per alcune riflessioni su un’altra questione essenziale dell’Opera: la stretta corrispondenza fra le strutture logiche della mente e il mondo esterno.

L’innominabile attuale si riallaccia fin dal titolo alla Rovina di Kasch, dove la medesima espressione compariva a indicare la contemporaneità. Con inedita urgenza, il volume getta uno sguardo panoramico sul presente, l’«era dell’inconsistenza», riflettendo sulle conseguenze di alcuni processi avviati in quel tempo imprecisato a cui corrisponde l’inizio della modernità.

Anche Il libro di tutti i libri riprende degli spunti già contenuti nella Rovina e si avventura nell’oceano delle storie della Bibbia ebraica, Tanàkh. Il libro è tessuto seguendo un principio squisitamente narrativo: commenti e riflessioni teoriche affiorano lungo un disegno che sono i personaggi biblici a dettare, con il procedere delle loro storie. Le riletture psicologiche, antropologiche, e letterarie della Bibbia sono intrecciate ai testi di partenza, racconto ed erudizione sono continuamente avviluppati. 

L’ultima parte dell’Opera è La Tavoletta dei Destini, il cui titolo si riferisce a un misterioso oggetto comparso per la prima volta nel Cacciatore Celeste, laddove Calasso ragionava sulle potenze che precedono qualsiasi divinità e incombono anche sugli dèi. La prima fra queste potenze è Necessità, una forza cieca che si impone sulla trama dell’esistenza. Per riuscire a conviverci, gli dèi avevano bisogno di una piccola tavoletta di argilla che impartiva ordine al mondo. Un giorno la tavoletta fu rubata da Anzu, il guardiano con il corpo d’aquila e la testa di leone; la storia dello sgomento che allora invase gli dèi è raccontata, assieme a tante altre, in questo volume. A narrarla è Utnapishtim il Remoto, misterioso personaggio della mitologia mesopotamica che ha salvato l’umanità da un diluvio. Utnapishtim viene visitato nel posto in cui si trova, a Dilmun, da Sindbad il Marinaio, l’avventuriero delle Mille e una notte. È a lui che Utnapishtim racconta le tante storie accadute prima del Diluvio – fatte, come sempre, di uomini e dèi, di inganni e vendette, e, soprattutto, di tentativi costanti di mantenere l’ordine, quel fragile equilibrio fra visibile e invisibile che è il presupposto dell’esistenza. Fra i molti modi di avvicinare i misteri di questo ordine c’è quello di provare a raccontarlo, e, proprio per questo, La Tavoletta dei Destini è il volume in cui la vocazione narrativa di Calasso si esprime al massimo grado, lasciando scorrere in piena libertà il flusso delle storie. Nelle opere che la precedono, la messe di riferimenti bibliografici accumulati da Calasso per costruire i suoi libri è accessibile al lettore sotto forma di un repertorio finale nel quale sono elencate tutte le citazioni apparse nei testi. La presenza quasi fantasmatica delle letture di Calasso, che riaffiorano talvolta in modo esplicito, talaltra soltanto tramite allusioni che il lettore è invitato a cogliere autonomamente, sono il riflesso della sua particolare concezione della letteratura come forma onnivora, che si appropria di ogni sapere per renderlo materia di racconto. Nella Tavoletta dei Destini non compaiono pause di riflessione o inserzioni aforistiche ad arrestare il racconto e non ci sono neppure, alla fine del libro, repertori a cui attingere per ricostruirne il retroterra. Tutti i riferimenti storici, archeologici e filosofici di Calasso sono completamente assorbiti dalla voce narrante di Utnapishtim, scorrono nel fiume del suo racconto.

La presenza quasi fantasmatica delle letture di Calasso, che riaffiorano talvolta in modo esplicito, talaltra soltanto tramite allusioni che il lettore è invitato a cogliere autonomamente, sono il riflesso della sua particolare concezione della letteratura come forma onnivora, che si appropria di ogni sapere per renderlo materia di racconto.

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Memè Scianca

Benché i due volumi usciti lo scorso 29 luglio non ne facciano parte, numerosi sono i punti di contatto tematici e stilistici che li legano all’Opera senza nome. Per questo motivo, sarà interessante rileggerli alla luce degli undici volumi, prestando particolare attenzione all’autobiografico Memè Scianca. In questa sede, mi limiterò soltanto a farvi cenno. L’occasione generatrice del volume è una richiesta che arriva a Calasso dai suoi figli, Josephine e Tancredi, mentre è intento a leggere le memorie di Florenskij: i ragazzi vogliono sapere cosa ricordi dei suoi primi anni di vita. Inizia così una ricostruzione della propria infanzia che soddisfa in qualche modo un proposito remoto, un romanzo autobiografico cominciato a dodici anni e poi accantonato: «ciò che ci è più vicino ha bisogno di una via tortuosa per arrivare a mostrarsi»9, commenta Calasso a settant’anni di distanza. Con la sua impareggiabile abilità mitografica, Calasso tratteggia così la propria mitologia personale. Le tessere di questo mosaico affiorano in maniera discontinua e hanno colori brillanti. L’antifascismo fiorentino, alle cui file appartenevano tanto il padre Francesco quanto lo zio materno Tristano Codignola. L’arresto e la condanna a morte del padre assieme ad altri due accademici italiani a seguito dell’omicidio di Giovanni Gentile. Il loro salvataggio grazie all’intercessione del console tedesco Gerhard Wolf. Un libro di Fargue, sottratto al Gabinetto Viesseux. L’homme et la mere di Baudelaire, la prima poesia imparata a memoria, segno di un’affinità inestinguibile. Cime tempestose e la scoperta della passione travolgente per la lettura. I Fleurs du Mal sottratti alla biblioteca del nonno Codignola, direttore della casa editrice La Nuova Italia. Un gatto di pezza come «animale guida». Come i precedenti libri di Calasso, Memè Scianca segue un criterio compositivo squisitamente analogico: la narrazione procede per lampi e balzi in avanti, sovrapponendo continuamente i piani temporali in ragione di sottaciute corrispondenze emotive: «La memoria è fatta di buchi, come un territorio crivellato di crateri vulcanici ormai inattivi. Qualsiasi tentativo di stabilire un itinerario simile al tracciato di una strada su una mappa è vano e tende a sfigurare gli elementi che via via incorpora»10.

Molto più che analizzare la propria vita per ricostruire un’edificante storia di sé, Calasso preferisce far parlare le immagini, che sono per lui la forma primigenia del pensiero. È un tema a cui ha dedicato moltissime pagine della sua Opera e che viene a più riprese suggerito da queste pagine. Un’immagine fra le tante che vi affiorano giustifica il delicato color pastello scelto per la copertina del volume: si tratta di un glicine fiorito che si offre allo sguardo. «Fu il primo colore che contemplai. Lo guardavo soltanto. E l’immagine si è fissata. È ancora nitida»11.

Un foltissimo glicine si inerpica tutt’oggi sulla terrazza dello studio di Calasso nella sede delle edizioni Adelphi. È alla potenza di questa immagine e alla perfetta circolarità del suo apparire che mi appello mentre cerco di trovare un modo per salutare Roberto Calasso.

Note
  1. Roberto Calasso, La Tavoletta dei Destini, Milano, Adelphi, 2020, p. 128.
  2. Elena Sbrojavacca, Letteratura assoluta, Feltrinelli, 2021
  3. Roberto Calasso, Bobi, Milano, Adelphi, 2021, p. 18.
  4. Così viene definita la casa editrice in R. Calasso, Cento Lettere a uno sconosciuto, Milano, Adelphi, 2003.
  5. Italo Calvino, Roberto Calasso, La rovina di Kasch, in Id., Saggi, a cura di Mario Barenghi, Milano, Mondadori, 1995, pp. 1016-1022, spec. 1016.
  6. Ibidem.
  7. Roberto Calasso, Ka, Milano, Adelphi, 2002, p. 16.
  8. Ivi, p. 33.
  9. Roberto Calasso, Memè Scianca, Milano, Adelphi, 2021, p. 14.
  10. Ivi, p. 15.
  11. Ivi, p. 21