Il nuovo libro di Thomas Piketty, Capitale e Ideologia, è uscito nella versione francese per  Le Seuil e in quella italiana per La Nave di Teseo. Le prime tre parti del testo, che si propongono di ricostruire una tipologia generale delle strutture sociali, sono già considerate un classico. Ma le questioni più contemporanee sono raccolte nella quarta parte, “Le dimensioni del conflitto politico”, dove l’autore elabora un’analisi secondo cui la politica si polarizza nei diversi paesi in tempi diversi: ricchi contro poveri, capitale culturale contro capitale economico, caste di alto rango contro caste popolari.

Questo studio riprende il lavoro che Piketty aveva consegnato al pubblico in un articolo dell’inizio del 2018: “Brahmin Left versus Merchant Right: Rising Inequality and the Changing Structure of Political Conflict, in France, Britain and the United States, 1948-2017”. Sullo sfondo, la domanda appena implicita è assordante: perché gli Stati sviluppati non hanno più un partito della classe operaia definito da esigenze redistributive e quali sono le condizioni per il suo riemergere? Ecco l’introduzione, per la prima volta in italiano.

Le disuguaglianze di reddito sono aumentate in modo significativo nella maggior parte del mondo a partire dagli anni ’80, anche se a ritmi diversi (cfr. Alvaredo et al, World Inequality Report 2018, wir2018.wid.world). Questo processo di crescente disuguaglianza è avvenuto dopo un periodo relativamente egualitario compreso tra il 1950 e il 1980, che a sua volta ha seguito una lunga serie di eventi drammatici – guerre, depressioni, rivoluzioni – durante la prima metà del ventesimo secolo (vedi Piketty, 2014). Dati i recenti sviluppi, ci si sarebbe potuti aspettare di osservare un aumento della domanda politica in termini di ridistribuzione, dovuto ad esempio semplicemente alla logica dell’elettore mediano1. Finora, però, ci sembra di osservare soprattutto l’affermarsi di varie forme di “populismo” e di politiche identitarie xenofobe (Trump, Brexit, Le Pen/FN, Modi/BJP, AfD, ecc.), piuttosto che il ritorno della politica di classe (basata sul reddito o sulla ricchezza). Perché le forze democratiche ed elettorali sembrano ridurre le disuguaglianze in alcuni contesti storici, ma non in altri? Abbiamo bisogno di circostanze estreme per produrre il tipo di coalizione politica socialdemocratica/new deal che ha portato alla riduzione delle disuguaglianze nel periodo del 1950-1980?

Perché le forze democratiche ed elettorali sembrano ridurre le disuguaglianze in alcuni contesti storici, ma non in altri?

Thomas Piketty

Questo studio cerca di fare alcuni (limitati) progressi nell’affrontare queste complesse questioni. L’obiettivo generale è quello di comprendere meglio l’interazione tra le dinamiche di disuguaglianza nel lungo periodo e la struttura mutevole delle fratture politiche. Per fare ciò, mi avvalgo sistematicamente dei sondaggi post-elettorali che sono stati condotti dopo quasi tutte le elezioni nazionali in Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti nel periodo 1948-2017. Costruisco quindi delle serie omogenee di lungo periodo sull’evoluzione della struttura dell’elettorato in questi tre paesi, cioè chi vota per determinati partiti o coalizioni secondo il diverso livello di disuguaglianza (reddito, ricchezza, istruzione, età, sesso, religione, origine straniera o etnica, ecc.) Ad esempio, dimostro che la relazione tra il comportamento di voto e il percentile di reddito è generalmente più forte nella parte superiore della distribuzione rispetto al restante 90%, e che la correlazione del voto con la ricchezza è sempre stata molto più forte che con il reddito. Per quanto ne so, è la prima volta che una serie così consistente viene considerata sul lungo periodo e con una base comparativa.

In secondo luogo, cosa ancora più importante, dimostro l’esistenza di un’impressionante evoluzione a lungo termine della struttura multidimensionale delle fratture politiche in questi tre paesi.

Negli anni ’50 e ’60, il voto per i partiti di “sinistra” (socialisti-lavoratori-democratici) era associato a un basso livello di istruzione e ad un reddito basso degli elettori. Ciò corrisponde a quello che si potrebbe definire un sistema di partito basato sulla nozione di classe: gli elettori della classe più bassa (elettori con un basso livello di istruzione, con un reddito basso, ecc.) tendono a votare per lo stesso partito o coalizione, mentre gli elettori della classe più elevata e della classe media tendono a votare per l’altro partito o coalizione.

A partire dagli anni ’70 e ’80, il voto della “sinistra” si è gradualmente associato a elettori altamente istruiti, dando vita a quello che propongo di chiamare un sistema di partiti basato su un’”élite multipla”, sviluppatosi negli anni 2000-2010: le élite altamente istruite ora votano per la “sinistra”, mentre le élite altolocate continuano a votare per la “destra” (ma sempre meno).

A partire dagli anni ’70 e ’80, il voto della “sinistra” si è gradualmente associato a elettori altamente istruiti, dando vita a quello che propongo di chiamare un sistema di partiti basato su un’”élite multipla”, sviluppatosi negli anni 2000-2010: le élite altamente istruite ora votano per la “sinistra”, mentre le élite altolocate continuano a votare per la “destra” (ma sempre meno).

Thomas Piketty

Cioè, la “sinistra” è diventata il partito dell’élite intellettuale (sinistra bramina), mentre la “destra” può essere considerata il partito dell’élite imprenditoriale (destra mercantile)2.

La stessa trasformazione è avvenuta in Francia, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, nonostante le molte differenze tra i sistemi di partito e le storie politiche di questi tre Paesi.

Credo che questo cambiamento strutturale possa contribuire a spiegare la crescente disuguaglianza e l’incapacità di rispondervi con una soluzione democratica, oltre all’aumento del “populismo” (gli elettori con bassi livelli di istruzione e basso reddito possono sentirsi abbandonati). Parlo anche delle origini di questa trasformazione (l’aumento del divario globalizzazione/migrazione e/o l’effetto della democratizzazione dell’istruzione) e delle prospettive per il futuro: la stabilizzazione della “élite multipla”; il completo riallineamento del sistema dei partiti attorno una frattura tra “globalismo” (alta istruzione, alto reddito) e “nativismo” (bassa istruzione, basso reddito); il ritorno a un conflitto di classe redistributivo (sia da un punto di vista internazionalista che nativista). Le recenti elezioni svoltesi in questi tre Paesi nel 2016-2017 suggeriscono che sono possibili diversi sviluppi: la Francia e gli Stati Uniti illustrano la possibilità di uno spostamento verso la struttura basata sull’opposizione di ‘globalismo’ e ‘nativismo’, mentre la Gran Bretagna dà prova dello scenario di stabilizzazione di una ‘élite multipla’ (e forse di un ritorno all’internazionalismo di classe, anche se questo sembra meno probabile).

Da questa ricerca emergono due lezioni generali. In primo luogo, con la disuguaglianza multidimensionale, possono verificarsi molteplici equilibri politici e biforcazioni. La globalizzazione e l’espansione dell’istruzione hanno creato nuove dimensioni di disuguaglianza e di conflitto, portando all’indebolimento delle precedenti coalizioni di classe e al graduale sviluppo di nuove fratture. In secondo luogo, in assenza di una forte piattaforma egualitaria internazionale, è difficile unire in un’unica coalizione gli elettori a basso livello di istruzione e a basso reddito e ottenere una riduzione delle disuguaglianze. Circostanze storiche estreme possono ed hanno contribuito allo sviluppo di una tale piattaforma inclusiva. Ma non c’è motivo di credere che questa sia una condizione necessaria o sufficiente3.

La globalizzazione e l’espansione dell’istruzione hanno creato nuove dimensioni di disuguaglianza e di conflitto, portando all’indebolimento delle precedenti coalizioni di classe e al graduale sviluppo di nuove fratture.

Thomas Piketty

Questo lavoro si basa su una lunga tradizione di ricerca di scienze politiche che studia l’evoluzione dei sistemi di partito e le fratture politiche. Tale letteratura è stata fortemente influenzata dalla teoria delle strutture di scissione sviluppata da Lipset e Rokkan (1967). Nel loro contributo fondamentale, Lipset e Rokkan hanno sottolineato che le democrazie moderne sono caratterizzate da due grandi rivoluzioni – nazionale e industriale – che hanno generato quattro fratture principali, di varia importanza nei diversi paesi: centro contro periferia; Stato contro Chiesa; agricoltura contro industria; lavoratori contro datori di lavoro/proprietari. La loro classificazione ha avuto una grande influenza sulla letteratura. Tuttavia, uno dei limiti di questo lavoro è che Lipset e Rokkan ignorano ampiamente le fratture razziali/etniche, nonostante la loro importanza nello sviluppo del sistema partitico americano4.

In questo studio, sostengo che le peculiarità della dinamica partitica americana (per cui il Partito Democratico si è spostato molto gradualmente da essere il partito della schiavitù ad essere il partito dei bianchi poveri, poi il partito del New Deal, e infine il partito dell’élite intellettuale e delle minoranze), che spesso sembrano strane ed esotiche viste dall’Europa (com’è possibile che il partito degli schiavisti sia diventato il partito “progressista”?), potrebbero in realtà essere molto rilevanti per comprendere la trasformazione attuale e futura delle strutture di scissione, in Europa e altrove.

Le ricerche successive hanno contribuito ad ampliare il quadro sviluppato da Lipset e Rokkan. In particolare, alcuni autori hanno sostenuto che, a partire dagli anni ’80 e ’90, l’ascesa dei valori universali e liberali in contrapposizione ai valori tradizionalisti e comunitari, in particolare come risultato dell’ascesa dell’istruzione superiore, ha creato le condizioni per una nuova dimensione della scissione, e l’ascesa della “destra populista” (si veda ad esempio Bornshier, 2010). Le mie conclusioni sono strettamente legate a questa tesi. In particolare, mi concentro sull’interazione tra reddito, istruzione e fratture etno-religiose, così come sui punti in comune e sulle differenze tra le traiettorie americane ed europee in questo senso (mentre Bornshier si concentra sull’Europa)5.

Questo lavoro è anche legato allo studio del concorso interpartitico su alcuni temi6 e a diversi articoli scritti di recente sull’ascesa del “populismo”7. Tuttavia, per quanto ne so, il mio articolo è il primo lavoro che tenta di collegare l’ascesa del “populismo” a quello che si potrebbe definire l’ascesa dell'”elitarismo”, cioè la graduale nascita (sia in Europa che negli Stati Uniti) di un sistema di partiti “multi-élite”, in cui ognuna delle due coalizioni di governo tende a riflettere le opinioni e gli interessi di una diversa élite (quella intellettuale contro quella degli affari).

Per quanto ne so, il mio articolo è il primo lavoro che tenta di collegare l’ascesa del “populismo” a quello che si potrebbe definire l’ascesa dell'”elitarismo”, cioè la graduale nascita (sia in Europa che negli Stati Uniti) di un sistema di partiti “multi-élite”, in cui ognuna delle due coalizioni di governo tende a riflettere le opinioni e gli interessi di una diversa élite (quella intellettuale contro quella degli affari).

Thomas Piketty

Più in generale, la principale novità di questa ricerca è il tentativo di costruire serie sistematiche a lungo termine sulle fratture elettorali utilizzando misure coerenti di disuguaglianza (soprattutto per quanto riguarda l’istruzione, il reddito, la ricchezza). In particolare, concentrandosi sulle differenze di comportamento elettorale tra i decili di reddito, di ricchezza o di istruzione (in relazione alla distribuzione del reddito, della ricchezza o dell’istruzione in un determinato anno), diventa possibile effettuare confronti significativi tra i paesi e per lunghi periodi di tempo, cosa impossibile utilizzando categorie professionali (su cui la letteratura si è finora concentrata ampiamente)8.

Questo documento dovrebbe essere visto come un passo (limitato) in un più ampio programma di ricerca volto ad analizzare in modo più sistematico l’interazione nel lungo periodo tra le dinamiche delle disuguaglianze e le strutture delle fratture politiche. I dati del sondaggio post-elettorale che utilizzo in questo lavoro per analizzare i casi della Francia, degli Stati Uniti e della Gran Bretagna nel periodo 1948-2017 presentano evidenti vantaggi: si può osservare direttamente chi ha votato per chi in base a caratteristiche individuali come il sesso, l’età, l’istruzione, il reddito, la ricchezza, la religione e così via. I sondaggi post-elettorali esistono ormai per un gran numero di Paesi, almeno a partire dagli ultimi decenni. Potrebbero e dovrebbero essere utilizzati per verificare se gli stessi schemi prevalgono e per comprendere meglio i meccanismi sottostanti. L’esame di soli tre paesi mi permette di analizzare questi casi in dettaglio. Tuttavia, è chiaro che per andare oltre, si dovrebbe tener conto di molti altri studi nazionali.

Anche le indagini post-elettorali presentano notevoli inconvenienti: il loro campione è limitato9, e non esistono prima degli anni ’40-’50 (e in alcuni paesi non prima degli anni ’80/90). L’unico modo per analizzare l’evoluzione delle disuguaglianze e delle fratture politiche in una prospettiva a più lungo termine (cioè risalendo ai dati elettorali del 1870 o precedenti) è quello di utilizzare i dati elettorali a livello locale insieme ai dati del censimento a livello locale e/o altri dati amministrativi o fiscali che forniscono indicatori sulle caratteristiche socio-demografiche ed economiche del territorio. Questo tipo di dati esiste in quasi tutti i paesi in cui si sono svolte le elezioni. Solo raccogliendo e utilizzando questo materiale si può sperare di raggiungere una comprensione soddisfacente dell’interazione tra le dinamiche della disuguaglianza e le strutture di scissione.

Un altro ovvio limite di questo lavoro è che le strutture di scissione non possono essere adeguatamente analizzate senza l’uso di altri tipi di fonti e documenti, compresi i manifesti dei partiti, i discorsi politici e altre forme di espressione di opinioni che non si traducono in un voto. Tuttavia, le piattaforme e le promesse non sono sempre facili da analizzare e confrontare nel tempo e tra i vari paesi. Un esame delle strutture di scissione, rivelate dalla mutevole struttura dell’elettorato, fornisce interessanti spunti su come i diversi gruppi sociali percepiscono i vari partiti e coalizioni e su ciò che è probabile che portino loro.

Forse, non è così sorprendente che il massiccio aumento dell’astensione, verificatosi in tutti e tre i Paesi tra il 1950-1960 e il 2000-2010, si sia verificato soprattutto tra i gruppi a basso livello di istruzione e a basso reddito

Thomas Piketty

Infine, ma non meno importante, questo lavoro di ricerca è già molto lungo; per guadagnare spazio, ho quindi scelto di concentrarmi sull’evoluzione delle fratture politiche all’interno degli elettori e di lasciare i miei risultati sull’astensione nell’appendice disponibile online. Forse, non è così sorprendente che il massiccio aumento dell’astensione, verificatosi in tutti e tre i Paesi tra il 1950-1960 e il 2000-2010, si sia verificato soprattutto tra i gruppi a basso livello di istruzione e a basso reddito10. Un’interpretazione ovvia è che questi elettori non si sentono ben rappresentati nel sistema dei partiti “a élite multipla”. Questo tema dovrebbe essere ulteriormente approfondito anche in ricerche future.

Il resto del presente documento è organizzato come segue. Nella sezione 2 presento le mie conclusioni sul cambiamento delle fratture politiche nel caso della Francia. Passo poi al caso degli Stati Uniti (Sezione 3) e della Gran Bretagna (Sezione 4). Nella sezione 5, presento semplici modelli bidimensionali di disuguaglianza, credenze e ridistribuzione, che possono aiutare a interpretare alcuni di questi sviluppi. In effetti, questi modelli si basano su alcuni dei miei lavori precedenti (Piketty, 1995) e introducono molteplici dimensioni di disuguaglianza (disuguaglianza domestica contro disuguaglianza esterna; disuguaglianza educativa contro reddito/ricchezza) nel modo più semplice possibile per tenere conto delle tendenze osservate. Anche se ritengo che il contributo principale di questa ricerca sia storico ed empirico, spero di convincere il lettore che anche la parte teorica è di un certo interesse. Infine, la sezione 6 presenta le osservazioni conclusive e le prospettive di ricerca.

Note
  1. Ndt: I modelli più semplici postulano che la politica seguita in una democrazia è quella corrispondente alle preferenze dell’elettore mediano, una sorta di elettore medio statisticamente definito.
  2. Nel sistema di caste tradizionale indiano, le caste superiori erano divise in bramini (sacerdoti, intellettuali) e Kshatryas/Vaishyas (guerrieri, mercanti e commercianti). In una certa misura, il conflitto politico moderno sembra seguire questa divisione.
  3. Ad esempio, la Grande Depressione, la Seconda Guerra Mondiale e l’ascesa del comunismo hanno certamente reso più desiderabile la piattaforma socialdemocratica/new deal, e la globalizzazione e la caduta del comunismo hanno contribuito a ridurla. Ma sono sempre possibili più traiettorie.
  4. È paradossale che Lipset e Rokkan facciano così poco riferimento alle fratture razziali dal momento che scrivono in contemporanea al movimento per i diritti civili americani. Il loro approccio è probabilmente un po’ troppo focalizzato sui sistemi di partito europei (e soprattutto nordeuropei) dell’epoca.
  5. Sulla graduale trasformazione del sistema partitico europeo e sull’ascesa della destra populista, si veda anche Kitshelt (1994, 1995) e Mudde (2007, 2013).
  6. Per un ambizioso tentativo di calibrare modelli di competizione interpartitica (ridistribuzione verticale contro atteggiamenti nei confronti di migranti/minoranze), utilizzando dati statunitensi ed europei, si veda Roemer, Lee e Van der Straeten (2007).
  7. Si veda in particolare Inglehart e Norris (2016) e Rodrik (2017).
  8. Un’importante corrente della scienza politica si basa su categorie professionali come “operai” o indici come l'”indice di voto della classe Alford” (Alford, 1962), cioè la differenza tra il voto del Partito Laburista all’interno della “classe operaia” (tipicamente definita come la classe dei lavoratori manuali o dei lavoratori poco qualificati, con variazioni significative nel tempo e nello spazio nell’esatta definizione e nella quota di popolazione) e il voto del Partito Laburista all’interno della “classe media” (tutti gli altri elettori). Queste categorie possono essere molto rilevanti nel caratterizzare il conflitto politico in un determinato periodo, ma non permettono confronti coerenti su lunghi periodi e tra i vari paesi. Per questo ho scelto di concentrarmi sul reddito, sul patrimonio e sull’istruzione (naturalmente l’istruzione pone anche problemi di comparabilità nel tempo e tra i vari Paesi, ma almeno può essere classificata su una scala comune, almeno in una certa misura: elementare-secondaria, terziaria, ecc.) La stessa domanda si pone per la misurazione delle tendenze a lungo termine della disuguaglianza.
  9. Come vedremo, le tendenze a lungo termine che documento sono statisticamente significative, ma molte delle variazioni annuali non lo sono.
  10. Vedi figure A1-A2 nell’appendice.