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La teoria politica classica vedeva nei dibattiti della sfera pubblica sia il riflesso che il baluardo della democrazia. Questo spazio sembra invece essere diventato il luogo in cui assistiamo, sgomenti, al crollo, lento eppure brutale, della sua struttura.

Alcuni pensatori, come Chantal Mouffe, obietterebbero che la situazione è meno grave di quanto sembri: il polemos sarebbe la forma ordinaria, agonistica, del dibattito democratico. Il conflitto, e non il consenso, ne costituirebbe lo stato normale, se non addirittura auspicabile. Contrariamente a quella che Mouffe definisce «illusione deliberativa» di Habermas, il conflitto sarebbe costitutivo di ogni politica autentica, poiché i disaccordi profondi non si risolvono mai attraverso la discussione razionale: sono destinati a scontrarsi in modo duraturo. Lungi dall’essere un malfunzionamento da correggere, il conflitto è la sostanza stessa della politica, poiché gli uomini e le donne, i loro interessi e i loro valori, sono di una pluralità irriducibile (ciò che Mouffe definisce «pluralismo agonistico»). In questo senso, il conflitto politico è «tragico»: contrappone punti di vista inconciliabili.

Se è così, ci sono due possibilità: o il nostro spazio pubblico non presenta alcun problema, oppure ciò che in esso è patologico va analizzato non come un fallimento del consenso, ma come una patologia del disaccordo stesso. Mouffe lo suggerisce quando distingue l’agonismo – relazione tra avversari che si riconoscono reciprocamente il diritto di esistere – dall’antagonismo, quella divisione tra amico e nemico che porta alla guerra civile. In una democrazia pluralista, l’oppositore non è un nemico da abbattere, ma un avversario legittimo: si contestano con vigore le sue idee, mai il suo diritto di difenderle. Da qui la domanda: quando l’avversario diventa nemico? E, più fondamentalmente, cosa, nell’architettura informativa dell’attuale spazio pubblico, rende possibile questo passaggio? Se il male risiede meno nella nostra incapacità di trovare un accordo che in un disaccordo diventato patologico, è proprio la struttura stessa delle controversie che occorre esaminare.

Per comprenderne i meccanismi, formulo un assioma: la difesa di una causa giusta deve seguire la verità dei fatti, senza anticiparla né ignorarla. Procederò in modo induttivo ed empirico, mettendo a confronto due controversie – il caso Dreyfus e la disputa sulla qualifica di genocidio applicata alla guerra di Gaza – per mettere in luce la struttura portante del dibattito contemporaneo e, di conseguenza, il malessere che corrode lo spazio pubblico. Il confronto è tanto più giustificato in quanto il caso Dreyfus presenta tutte le caratteristiche delle polemiche violente: due schieramenti chiaramente identificabili, una stampa schierata, una polarizzazione che attraversa la società fino al seno delle famiglie, accuse morali da entrambe le parti, tentativi di omicidio (contro Labori, l’avvocato di Dreyfus, e contro lo stesso Dreyfus), forse persino un omicidio (la morte di Zola, asfissiato nel 1902 da un camino ostruito, potrebbe non essere stata accidentale). Il caso riuniva così tutti gli ingredienti della polarizzazione, fino alla violenza; e la frattura, lungi dal limitarsi agli intellettuali, attraversava l’intera Francia. Ultimo punto in comune: entrambi i casi sollevano, ciascuno a modo proprio, la questione dell’antisemitismo, uno su scala nazionale, l’altro su scala mondiale. Per quanto profonde possano essere le loro differenze, si assomigliano abbastanza da rendere istruttivo un loro confronto.

La verità: una questione reale e verificabile

Nel settembre 1894, i servizi di controspionaggio militari francesi intercettarono presso l’ambasciata tedesca a Parigi un documento anonimo, il «bordereau», una lettera manoscritta che annunciava la consegna di documenti militari riservati. Il documento dimostrava che un traditore, all’interno dell’esercito, forniva informazioni alla Germania, nemica della Francia sin dalla guerra del 1870.

Il caso Dreyfus verteva su una questione precisa, fattuale, suscettibile di essere risolta: Dreyfus era colpevole di spionaggio? Per rispondere a questa domanda, furono raccolti documenti, perizie grafologiche, testimonianze e prove materiali. La polemica verteva su fatti tangibili e, soprattutto, tutti li consideravano verificabili. La prova migliore di questo consenso epistemologico: molti dei protagonisti cambiarono opinione nel corso degli eventi[nota]Jean-Denis Bredin, L’Affaire, Parigi, Julliard, 1983 (traduzione inglese di Jeffrey Mehlman, *The Affair: The Case of Alfred Dreyfus*, New York, George Braziller, 1986).[/nota].

Georges Picquart, il glorioso antisemita

L’ufficiale Georges Picquart condivideva i pregiudizi antisemiti dell’esercito del suo tempo. Nominato nel 1895 a capo del controspionaggio militare (la «sezione di statistica»), si trovò di fronte a nuovi elementi. Nel marzo 1896, nel cestino della carta straccia dell’addetto militare tedesco Schwartzkoppen fu rinvenuta una cartolina telegrafica strappata (un «petit bleu») indirizzata al comandante Esterhazy, che rivelava i suoi rapporti con la Germania. Picquart confrontò la grafia di Esterhazy con quella della nota, il documento che aveva portato alla condanna di Dreyfus: erano identiche. La nota era stata scritta di proprio pugno da Esterhazy. Picquart si procurò quindi il fascicolo segreto trasmesso illegalmente ai giudici del consiglio di guerra e scoprì che non conteneva quasi nulla di probatorio: la maggior parte dei documenti era estranea a Dreyfus o interpretata in modo improprio. Ne concluse l’innocenza del capitano.

Quando riferì la sua scoperta al proprio superiore, il generale Gonse, questi si irritò: il caso era chiuso, non sarebbe stato riaperto solo perché quell’uomo era innocente. Picquart rifiutò di cedere; per zittirlo, lo spedirono in Tunisia. Temendo per la propria vita, nel 1897 confidò segretamente le sue scoperte al proprio avvocato, Louis Leblois; queste giunsero così al vicepresidente del Senato, Auguste Scheurer-Kestner.

Esterhazy, processato davanti a un consiglio di guerra, fu assolto l’11 gennaio 1898, mentre Picquart fu arrestato proprio nel momento in cui Zola pubblicava *J’accuse*. Il 22 settembre 1898 fu rinchiuso nella prigione militare del Cherche-Midi, la stessa in cui era stato detenuto Dreyfus prima del processo.

Picquart, il cui ruolo fu decisivo, inizialmente non nutriva alcuna simpatia per Dreyfus: lo riteneva colpevole, era legato all’esercito e intendeva difendere la sua versione dei fatti. Se cambiò idea, fu per ragioni puramente documentarie. Rappresenta il caso esemplare di un uomo condotto dai fatti contro i propri interessi e, soprattutto, contro le proprie convinzioni. Le prove lo convinsero intellettualmente prima di coinvolgerlo moralmente. La reazione dei suoi superiori (insabbiare le sue scoperte, fabbricare nuove prove false e infine imprigionarlo) non fece altro che confermare che la condanna di Dreyfus si basava su una menzogna. Bisogna rendere omaggio a quest’uomo che seppe anteporre la verità sia alla sua lealtà verso l’istituzione che serviva, sia ai propri pregiudizi antisemiti.

Jean Jaurès, una conversione ideologica

Il percorso di Jaurès, più complesso, è politicamente più istruttivo. Inizialmente indifferente, se non addirittura riluttante, nei confronti della causa di Dreyfus, non era del tutto immune dall’antisemitismo diffuso all’epoca. La sua visione socialista lo portava a vedere nell’Affare una disputa borghese tra un ricco ufficiale ebreo e l’istituzione militare, due parti nessuna delle quali rappresentava la classe operaia.

Ma man mano che la colpevolezza di Esterhazy diventava difficile da negare e le manovre dello Stato Maggiore venivano alla luce, Jaurès comprese che la coalizione antidreyfusarda (l’esercito, la Chiesa, i monarchici) incarnava le forze reazionarie che il socialismo doveva sconfiggere. L’Affare divenne per lui una battaglia per la Repubblica. Si immerse nei resoconti dei processi e pubblicò, nell’autunno del 1898, *Les Preuves*, una confutazione metodica dell’accusa. In particolare, dimostrava che il fascicolo segreto era stato comunicato ai giudici all’insaputa dell’avvocato di Dreyfus, in spregio alle regole più elementari dello Stato di diritto. «Teniamo a fornire al proletariato gli elementi di discussione e di prova che abbiamo raccolto», scriveva nella prefazione (il grassetto è nostro). Anche per lui le prove venivano prima di tutto, l’imperativo morale poi. Anche in questo caso occorre rendere omaggio a Jaurès, che seppe cambiare prospettiva politica e rivedere le proprie categorie di analisi. 

Émile Zola, da osservatore a protagonista

Zola seguiva il caso con crescente disagio. Cambiò idea nell’autunno del 1897, dopo aver ascoltato Scheurer-Kestner e aver esaminato il fascicolo che dimostrava l’innocenza di Dreyfus. Capì che ci voleva uno shock spettacolare per far uscire l’opinione pubblica dall’impasse. La sua lettera aperta mirava deliberatamente a provocare un processo per diffamazione, nel corso del quale le prove sarebbero state portate alla luce. Ancor più dei fatti stessi, fu proprio la loro occultamento a spingerlo ad agire: lo riteneva moralmente intollerabile.

Il colonnello Henry aveva falsificato alcuni documenti per colmare le lacune del fascicolo autentico. Quando questi furono smascherati, nell’agosto del 1898, e lui si tolse la vita nella sua cella del Mont-Valérien, molti anti-dreyfusardi ne rimasero sconvolti. Il caso si concluse con una grazia (1899), una legge di amnistia (1900) e una sentenza della Corte di cassazione del 1906 che annullò il verdetto senza rinvio a un nuovo tribunale. Sebbene le loro motivazioni fossero più politiche che morali, le istituzioni non poterono comunque che cedere di fronte al corpus probatorio: Dreyfus fu riabilitato lo stesso anno. Se la polemica si concluse sostanzialmente, fu perché aveva avuto un oggetto chiaro e ben definito e aveva rispettato le regole relative all’amministrazione delle prove.

Nel caso Dreyfus, i fatti assunsero un ruolo di primo piano e finirono per conquistare, se non il campo antidreyfusardo, almeno molti di coloro che avrebbero potuto rimanere indifferenti. La frode istituzionale (prove fabbricate, udienze a porte chiuse, false testimonianze) aveva addirittura accelerato il crollo della posizione antidreyfusarda: ogni frode rivelata screditava l’intero edificio, poiché ciascuna delle due fazioni si reggeva esclusivamente sulla propria affidabilità epistemica. Il fronte antidreyfusardo si era infine rivelato indifferente al regime probatorio, proprio mentre quest’ultimo aveva prevalso nelle istituzioni (la Corte di cassazione, la Repubblica).

La figura dell’intellettuale: la sua origine e la sua legittimità

Il sostantivo «intellettuale» si è affermato durante l’affare Dreyfus. Gli antidreyfusardi, con Barrès in testa, lo utilizzarono per deridere Zola e i firmatari delle petizioni dreyfusarde: nei loro scritti, il termine aveva un’accezione dispregiativa. L’affare ha così coniato la figura dell’intellettuale che difende con un unico slancio la verità e i principi morali ad essa legati, ormai indissolubilmente uniti.

Questa figura si fonda su un’autorità di tipo particolare. Zola non è né un giurista, né un militare, né un politico: è un famoso romanziere, che interviene in nome dell’autorevolezza morale che gli deriva dai suoi romanzi naturalisti e dalla sua rappresentazione del mondo operaio. Il suo «J’accuse» trae la sua forza dal fatto che egli non è parte in causa nel conflitto, come invece potevano esserlo Bernard Lazare o Mathieu Dreyfus. Non è ebreo, né lo sono la maggior parte dei difensori di Dreyfus, da Anatole France a Jaurès, da Charles Péguy a Octave Mirbeau, solo per citarne alcuni; quanto alle origini ebraiche di Proust, da parte di madre, esse non hanno nulla a che vedere con il suo impegno. Questi intellettuali potevano presentarsi in modo convincente come estranei al gruppo a cui Dreyfus era assegnato, e quindi disinteressati (molti avevano più da perdere che da guadagnare nel difendere un capitano ebreo). Una tale posizione disinteressata poteva, al contempo, aspirare all’universalità.

Zola non era solo famoso: era moralmente serio, nel senso inteso dal XIX secolo. I Rougon-Macquart lo avevano trasformato nell’intrepido investigatore della verità sociale, e la sua autorità letteraria si era trasformata in autorità epistemica. Rari erano coloro che potevano rivolgersi all’intera nazione, e questa rarità conferiva peso a ogni voce; quella di Zola riusciva a raggiungere un pubblico di indecisi.

La lentezza, segno di serietà

Il caso durò dodici anni, dal 1894 al 1906. Nel corso di quei dodici anni, le argomentazioni si accumularono, le prove emersero poco a poco, le posizioni si evolvettero e alcuni cambiarono schieramento dopo aver esaminato i fatti. I resoconti stenografici delle udienze permettevano al pubblico di seguire i dibattiti parola per parola; si leggevano opuscoli e libri. La polemica era approfondita perché aveva tempo a disposizione.

Dodici anni sono sufficienti per sconvolgere profondamente la vita politica. Lo scandalo ampliò il divario tra repubblicani e antiripubblicani; contribuì persino a rafforzare l’unità del campo repubblicano. La vicenda fu presa così sul serio che diverse personalità di primo piano dovettero dimettersi man mano che la verità veniva alla luce: il capo di Stato Maggiore Boisdeffre si dimise all’indomani delle confessioni di Henry, nell’agosto 1898, e il ministro della Guerra Cavaignac pochi giorni dopo. Anche in questo caso, la lentezza del processo e la gravità di queste dimissioni attestavano la serietà dell’Affaire. 

Il caso del “genocidio” a Gaza

Parlo di «caso» in riferimento all’accusa di genocidio a Gaza perché, come nel caso Dreyfus, viene mossa un’accusa di estrema gravità, questa volta contro uno Stato. Portata davanti alla giustizia e ampiamente contestata, a molti sembra motivata dall’antisemitismo. Essa contrappone due schieramenti politici fortemente antagonisti e suscita manifestazioni e violenze antisemite. L’accusa non è più quella di alto tradimento, ma quella del «crimine dei crimini».

In quanto categoria giuridica e morale, il genocidio è stato spesso riconosciuto solo a posteriori. Il genocidio armeno non è stato quasi mai definito come tale per decenni. La Shoah è stata pienamente riconosciuta solo anni dopo i fatti. In Ruanda, nel 1994, mentre i massacri erano in corso, i responsabili occidentali si sforzavano di evitare quella parola e parlavano di «atti di genocidio» per sottrarsi ai propri obblighi giuridici. Ci sono voluti anni di procedimenti affinché il genocidio di Srebrenica fosse giuridicamente accertato. Lo schema si ripete: l’atrocità avviene, le prove si accumulano per mesi o anni, ricercatori e giuristi discutono sulle definizioni, le istituzioni finiscono per pronunciarsi, quando lo fanno. Il termine «genocidio» arrivava in ritardo, con grande peso, al termine di una lunga deliberazione e sulla base di prove schiaccianti – se alcuni negano ancora Srebrenica, non è per mancanza di prove. Su cosa si basa, quindi, l’accusa secondo cui la massiccia risposta di Israele a Gaza costituirebbe un genocidio?

Analisi delle prove a sostegno delle accuse di genocidio mosse contro Israele

Il caso Dreyfus si è svolto in un mondo in cui l’occultamento dei fatti costituiva il principale ostacolo alla verità. L’esercito nascondeva documenti, fabbricava prove, controllava ciò che l’opinione pubblica poteva sapere. La forza retorica di Picquart e Zola derivava dalla rivelazione: ecco cosa hanno nascosto! Questa rivelazione aveva un valore sia probatorio che morale, poiché l’occultamento suscitava scandalo.

Gaza pone il problema opposto, quello di una sovrabbondanza di documentazione: immagini satellitari, testimonianze, bilanci delle vittime, ricorsi presentati dinanzi alla Corte internazionale di giustizia, indagini dell’ONU, filmati. L’ostacolo non è la mancanza di prove, ma l’impossibilità che ciascuna di esse diventi determinante in uno spazio informativo saturo e frammentato, dove ogni documento viene immediatamente inserito in un quadro morale prestabilito. Ecco perché l’architettura giuridica del genocidio è stata ignorata e il verdetto è stato emesso dall’opinione pubblica[nota]Joël Kotek, Il genocidio alla prova di Gaza, Hermann, 2026.[/nota]. 

La soglia giuridica dell’«intenzione genocida» è estremamente elevata

Affinché l’accusa sia fondata, deve dimostrare il “dolus specialis”, ovvero l’intenzione specifica e dimostrabile di distruggere un gruppo in quanto tale, e non come conseguenza inevitabile di operazioni militari, per quanto orribili possano essere i risultati.

Secondo una giurisprudenza internazionale consolidata, gli atti di genocidio devono mirare deliberatamente alla distruzione del gruppo. Il passaggio da un criterio volitivo (volere la distruzione) a un criterio cognitivo (prevedere che essa sia probabile) ha permesso di offuscare la questione centrale dell’accusa, quella dell’intenzione, per quanto riguarda la responsabilità di uno Stato[nota]Corte internazionale di giustizia, Bosnia contro Serbia, sentenza del 26 febbraio 2007; Croazia contro Serbia, sentenza del 3 febbraio 2015.[/nota]. Anche se prevedibile, un numero elevato di vittime civili non costituisce giuridicamente un genocidio se l’intenzione non è quella di distruggere il gruppo. Tuttavia, in assenza di un’indagine ufficiale portata a termine, non sappiamo ancora quali fossero gli ordini e le intenzioni dell’esercito, né se la morte dei civili fosse voluta in quanto tale (i danni collaterali, per quanto dolorosi, non rientrano nella definizione di genocidio).

Un uso selettivo e decontestualizzato delle dichiarazioni come prove

Per dimostrare l’intenzionalità, il Sudafrica, che ha adito la Corte internazionale di giustizia, si è basato su una raccolta di dichiarazioni di esponenti politici israeliani. Il team legale israeliano ha ribattuto che si trattava di affermazioni estrapolate dal contesto, semplici «dichiarazioni sparse». Amos Yadlin, ex capo dei servizi segreti militari israeliani, ha giudicato infondata l’accusa: l’obiettivo, secondo lui, era quello di distruggere Hamas, non i palestinesi[nota]Majd Al-Waheidi, «A question of intent: Is what’s happening in Gaza genocide?», NPR, 25 settembre 2025.[/nota]. John Spencer, ufficiale americano in pensione ed esperto di guerra urbana, pur riconoscendo l’entità delle distruzioni, ha sostenuto che Israele non stesse commettendo un genocidio, invocando «la mole di prove di ciò che Israele sta facendo per preservare le infrastrutture, la vita dei civili e per fornire servizi»[nota]Steve Inskeep, «War scholar discusses why he does not think there is a genocide in Gaza», NPR, 29 luglio 2025.[/nota].

Il rapporto di Amnesty International pubblicato nel dicembre 2024 giungeva invece alla conclusione che si trattasse di un genocidio. A tal fine si basava in gran parte sulle dichiarazioni di responsabili politici, per lo più privi di autorità su Tsahal, e non attribuiva alcun peso agli elementi contrari: i richiami del procuratore generale militare di Tsahal sul dovere dei soldati di rispettare il diritto bellico, i resoconti declassificati del gabinetto che ordinavano all’esercito di aumentare gli aiuti umanitari a Gaza, o gli avvertimenti che esortavano la popolazione civile a evacuare le proprie abitazioni. La sezione israeliana di Amnesty International, la più vicina agli eventi e al campo, aveva invece preso le distanze dal rapporto dell’organizzazione madre dopo la sua pubblicazione. Questo disaccordo non ha dato luogo ad alcuna discussione, né a alcuna deliberazione sui metodi di analisi e raccolta delle prove: la sezione israeliana è stata sospesa per due anni nel gennaio 2025 ed è oggi definitivamente chiusa. 

Citare le dichiarazioni incendiarie di personaggi di secondo piano, tralasciando tutti gli elementi contrari, costituisce un vizio probatorio, tanto più che gli indizi attestano una distruzione massiccia quanto una politica sistematica che va nella direzione opposta (l’esercito israeliano, ad esempio, ha autorizzato la distribuzione di vaccini o ha cercato di allontanare i civili dal pericolo tramite migliaia di messaggi di avvertimento). L’accusa di genocidio richiede un lento accumulo di prove dell’intenzionalità, che forse emergerà al termine dell’indagine ma che per ora manca. Ciò che sappiamo invece con certezza è che vi sono elementi sufficienti a contraddire la tesi del genocidio, tanto da poter affermare, con la necessaria umiltà di fronte a un’accusa così grave: non sappiamo se ci sia stato un genocidio. 

La confusione tra crimini di guerra e genocidio

Israele ha probabilmente commesso gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, ma queste non costituiscono, di per sé, un genocidio. Il suo rappresentante legale, Christopher Staker, ha sostenuto dinanzi alla Corte internazionale di giustizia che «le morti inevitabili e le sofferenze umane proprie di ogni conflitto non costituiscono di per sé un comportamento che dimostri in modo plausibile un intento genocida»[nota]«Israel rejects accusations of genocide in Gaza war at ICJ hearing», Al Jazeera, 12 gennaio 2024.[/nota].

I ricercatori del Centro Begin-Sadat dell’Università Bar-Ilan hanno sostenuto che, per dimostrare il genocidio, chi accusa Israele dovrebbe dimostrare che esso abbia cercato di massimizzare il numero delle vittime civili e che le numerose misure adottate per ridurle, per quanto imperfette, rendono l’accusa insostenibile. Né le probabili violazioni del diritto bellico né la decisione, per quanto catastrofica, di bloccare gli aiuti umanitari per undici settimane nella primavera del 2025 costituiscono un genocidio. Danny Orbach, storico militare presso l’Università Ebraica di Gerusalemme e autore principale dello studio, ha affermato che l’accusa «è insostenibile alla luce delle misure adottate da Israele per ridurre le vittime civili, anche se le Forze di Difesa di Israele (Tsahal) non abbiano cercato di ridurre al minimo i danni collaterali nel 100% dei casi, e anche se tali misure non sono sempre state efficaci»[nota]Jeremy Sharon, «Le accuse di genocidio a Gaza si basano su fatti distorti, a volte deliberatamente, afferma l’autore dello studio», The Times of Israel, 22 settembre 2025.[/nota]. Ciò che urta la sensibilità morale e umanitaria non costituisce, di per sé, un verdetto giuridico. Questa distinzione, pur essendo elementare, non sappiamo più farla. 

Attenuare il genocidio

Quando le prove sono inconsistenti, rimane un unico rimedio: ampliare e rendere più flessibile, in modo deliberato, la definizione di genocidio. Affinché la guerra a Gaza possa essere qualificata come genocidio, Amnesty International ha esplicitamente criticato come «troppo restrittiva» la definizione adottata dalla giurisprudenza internazionale, in particolare i criteri della Corte internazionale di giustizia (CIJ), che renderebbero molto difficile la qualificazione di genocidio in un conflitto armato. Ha preferito un approccio più «flessibile», deducendo l’intenzione da schemi comportamentali, dichiarazioni dei responsabili e dall’entità delle distruzioni. Riguardo al criterio della Corte internazionale di giustizia, secondo cui l’intenzione genocida deve essere l’unica conclusione ragionevole che si possa trarre dai fatti, il rapporto afferma: «Come illustrato di seguito, Amnesty International ritiene che si tratti di un’interpretazione troppo restrittiva della giurisprudenza internazionale, che di fatto escluderebbe qualsiasi conclusione di genocidio nel contesto di un conflitto armato. » Amnesty ha quindi scartato il criterio giurisprudenziale di riferimento e lo ha rimodellato per far rientrare l’azione militare a Gaza nel proprio scenario. Il procedimento lascia perplessi. 

Il rapporto afferma inoltre di non aver «trovato alcuna prova, in nessuno dei casi, dell’esistenza di un obiettivo militare legittimo sul luogo dell’attacco o nelle vicinanze». Ma il fatto di non trovare traccia di un obiettivo militare non dimostra che l’intenzione fosse quella di colpire i civili, tanto meno di commettere un genocidio. L’assenza di prove relative a un obiettivo militare non equivale alla prova che i civili fossero stati presi di mira: Amnesty, tuttavia, equipara l’una all’altra, ricorrendo a un sofisma probatorio elementare. 

La strana distorsione dell’ordinanza della Corte internazionale di giustizia

La principale fonte di confusione nel dibattito pubblico deriva dal fatto che l’ordinanza sulle misure cautelari emessa dalla Corte internazionale di giustizia il 26 gennaio 2024 è stata interpretata come una decisione nel merito. La Corte stessa, tuttavia, afferma: «In questa fase del procedimento, […] la Corte non è chiamata a pronunciarsi in via definitiva sull’esistenza dei diritti che il Sudafrica intende far tutelare. Deve solo determinare se i diritti rivendicati dal Sudafrica e per i quali chiede tutela siano plausibili. »[nota]Ryan Goodman e Siven Watt, «Unpacking the Int’l Court of Justice Judgment in South Africa v Israel (Genocide Case)», Just Security, 26 gennaio 2024.[/nota] Giudicare una pretesa «plausibile» – il che è sufficiente per ordinare misure cautelari – non significa stabilire che si sia verificato un genocidio, ma solo riconoscere che la questione merita di essere esaminata (e sono la prima a esigere che tale esame abbia luogo). L’ordinanza è stata tuttavia ampiamente interpretata come un verdetto, cosa che non era affatto.

Il 29 aprile 2026, Karim Khan, procuratore della Corte penale internazionale (CPI) allora in congedo, ha concesso un’intervista molto discussa al giornalista Mehdi Hasan per la sua piattaforma Zeteo. Hasan lo ha esortato più volte a dichiarare che le azioni di Israele a Gaza costituivano un genocidio. Khan, che non è affatto un simpatizzante di Israele (è stato proprio lui a richiedere nel 2024 i mandati di arresto contro Benyamin Netanyahu e Yoav Gallant), si è rifiutato di farlo: «Bisognerebbe essere un procuratore imprudente per agire semplicemente sotto la pressione dell’opinione pubblica. Si agisce sulla base delle prove.»[nota]«Karim Khan’s truths», JusticeInfo.net, 5 maggio 2026.[/nota]

Khan si è rifiutato di confermare il verdetto di genocidio, forse per indicare che le prove non erano ancora state raccolte. Quando Hasan ha obiettato che «praticamente tutti gli esperti» parlano di genocidio, lui è rimasto fermo sulla sua posizione: «nessun crimine è escluso se le prove ci sono», ha affermato, senza però dire che tali prove esistessero.

Questa dichiarazione avrebbe dovuto produrre due effetti: sospendere l’accusa fino al completamento dei lavori della Corte e spostare il dibattito sulla proporzionalità della risposta israeliana e sulle sue violazioni del diritto bellico. Non è stato così; i giornali e i social media hanno dato pochissimo risalto alla precisazione. La parte dell’accusa è in realtà indifferente alle procedure giudiziarie, alle definizioni giuridiche e alle prove concrete. Queste procedure, che erano al centro del caso Dreyfus, qui sono discretamente scomparse. A esse si preferisce l’infamia che porta con sé una parola carica di storia. 

La velocità dell’informazione

A pochi giorni dall’inizio della risposta israeliana, nell’ottobre 2023, accademici, attivisti e intellettuali parlavano già di genocidio. Già il 13 ottobre, Raz Segal, uno storico israeliano specializzato in genocidi allora poco conosciuto, definiva su Jewish Currents le operazioni israeliane un «caso da manuale di genocidio». Formulata quasi all’indomani dello scoppio della guerra, questa tesi fu immediatamente presa sul serio dai media e dagli attivisti.

Il 29 dicembre 2023, a meno di tre mesi dall’inizio della guerra, il Sudafrica ha adito la Corte internazionale di giustizia (CIG) sulla base della Convenzione del 1948 per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, sostenendo che Israele stesse commettendo un genocidio contro i palestinesi di Gaza. (L’unico precedente più rapido è quello dell’Ucraina, che si è rivolta alla Corte internazionale di giustizia due giorni dopo l’invasione russa, ma proprio per denunciare l’uso improprio che Putin faceva dell’accusa di genocidio.)

Concepita per processi istituzionali lenti, l’architettura giuridica della Convenzione si è trovata ad essere applicata a una velocità per la quale non era mai stata pensata. Appena avviata la risposta a Gaza, la decisione era già stata presa e applicata con autorità a una situazione notoriamente avvolta nella nebbia della guerra.

Il “J’accuse” di Zola traeva in parte la sua forza dal fatto che arrivava dopo oltre tre anni di raccolta di documenti, ricorsi respinti, prove di falsificazione e scoperte insabbiate. Dreyfus era un solo uomo, il suo caso era semplice, eppure ci vollero tre anni perché la verità venisse alla luce. L’intervento di Zola coronava un lungo processo probatorio, e la sua autorevolezza derivava anche da questa sua tardività.

Le accuse relative a Gaza sono state formulate con una rapidità sbalorditiva, all’inizio della guerra, e non nel corso o al termine della stessa. Ecco perché danno l’impressione di aver ignorato il concetto stesso di prova. Intendiamoci: questa tempestività non è sempre un male, poiché la Convenzione mira proprio a consentire l’allerta precoce, affinché il «mai più» non rimanga un rimpianto retrospettivo. Ma un’allerta non è un’accusa. L’accusa, invece, criminalizza un’entità senza sostenere il peso di una prova che non ha ancora raccolto, in un contesto informativo che non aspetta altro che ciò avvenga.

Con questa documentazione in tempo reale, lo spirito investigativo cessa di operare. Immagini satellitari, dichiarazioni filmate di funzionari israeliani, bilanci quotidiani delle vittime: il dossier sembrava costituirsi da solo, pubblicamente e istantaneamente, come se portasse in sé la propria evidenza e rendesse superflua l’indagine. Durante i genocidi precedenti, era stato necessario riesumare pazientemente i documenti. In questo caso, invece, si diffondevano da soli, e l’interpretazione non doveva fare altro che attingere senza sforzo al vecchio serbatoio degli stereotipi antisemiti. 

Questa rapida diffusione ha cancellato le distinzioni tra sproporzionalità, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. Una volta entrato nella cerchia degli attivisti, delle reti e dei media, il termine perdeva la sua definizione giuridica per diventare un’accusa infamante. Una volta pronunciato, diventava difficile contestarlo senza essere accusati di «negazionismo». Dotato di un’autorità morale performativa, privava di legittimità le condizioni fondamentali dell’esercizio della giustizia: la sospensione del giudizio fino al verdetto, lo scrupolo epistemologico, la capacità di soppesare elementi contraddittori in una situazione complessa come quella della guerra. 

Il crollo dell’intellettuale autorevole

Un’altra differenza lampante rispetto al caso Dreyfus: la posizione sociale di chi accusa. Sotto la Terza Repubblica, era l’esercito a produrre falsi grossolani e prove talmente fragili da poter essere efficacemente contestate. Nel caso di Gaza, è proprio la fazione che si autodefinisce erede dei dreyfusardi (un intero ecosistema di ONG ed esperti di genocidi, sostenuto da media, blogger, tiktoker e attivisti) a ignorare le prove.

Questo ecosistema ha immediatamente amplificato i giudizi preliminari, aggirando la procedura deliberativa a cui si ricorre normalmente. Ricercatori come Segal o Bartov, ritenendosi autorizzati a decidere, hanno sottratto l’accusa a qualsiasi procedura deliberativa (il secondo, è vero, è entrato nel dibattito un po’ più tardi del primo).

Nel giro di poche settimane, il termine “genocidio” è passato dai media alle associazioni universitarie, alle ONG e all’ONU. Attraverso un meccanismo tipico di ciò che i sociologi chiamano «isomorfismo istituzionale» (l’imitazione), unito all’autorità simbolica conferita dallo status accademico, gli attivisti hanno fatto propria una realtà prodotta dalle istituzioni. Obiettivata da istanze giudiziarie male interpretate, da rapporti delle ONG che hanno stravolto la definizione di genocidio e dalla ripetizione senza fine dei troll sui social network, l’etichetta di «genocidio» è diventata un dato di fatto. Insieme, queste organizzazioni producono ciò che sembra un’evidenza ma non è altro che un effetto di autorità: si riconosce qui ciò che Berger e Luckmann hanno definito la costruzione sociale della realtà[nota]Peter L. Berger e Thomas Luckmann, The Social Construction of Reality: A Treatise in the Sociology of Knowledge, New York, Anchor Books/Doubleday, 1966 (trad. fr. La Construction sociale de la réalité)[/nota].

Questa realtà è stata resa possibile da un’infrastruttura giuridica e accademica preesistente: una comunità di esperti in materia di genocidio, giuristi internazionali e organizzazioni per la difesa dei diritti umani, pronta ad applicare rapidamente tale quadro normativo. La Convenzione sul genocidio, la Corte internazionale di giustizia (CIJ) e l’intero apparato del diritto internazionale umanitario potevano essere mobilitati su richiesta. Se il Sudafrica è riuscito a presentare la propria richiesta in poche settimane, è in parte perché la natura stessa di tale richiesta era già ben definita. Raz Segal e Omer Bartov hanno sostenuto che quanto stava accadendo rispondeva alle definizioni giuridiche e storiche di genocidio, ma ragionavano partendo dalla teoria e dalla loro opinione, non dai fatti e dalle sentenze giudiziarie. Bartov, che nel novembre 2023 affermava che non si trattasse ancora di genocidio, ha poi cambiato idea. In un editoriale del New York Times dal titolo curioso «Sono uno studioso di genocidi. Lo riconosco quando lo vedo»[nota]Omer Bartov, «I’m a Genocide Scholar. I Know It When I See It», The New York Times, 15 luglio 2025.[/nota], lo storico della Shoah affermava, dall’alto della sua cattedra universitaria, di vedere un genocidio. In realtà, non aveva visto nulla: non poteva entrare a Gaza, poiché il governo israeliano ne aveva vietato l’accesso sia ai giornalisti che ai ricercatori. Si basava sulle dichiarazioni dei leader israeliani e sulle immagini delle distruzioni di massa a Gaza: ospedali, università, scuole, moschee, siti del patrimonio culturale, impianti di depurazione e terreni agricoli. Vi vedeva una politica volta a rendere impossibile «la rinascita della vita palestinese», confondendo le devastazioni e gli effetti della guerra con l’intenzione genocida. Effetti e intenzioni devono rimanere categorie analitiche distinte. Questi ricercatori probabilmente non sono antisemiti. Hanno proiettato le loro categorie analitiche su un evento confuso, e giornali e social network, spesso animati da intenzioni malevole, si sono affrettati a riprendere le loro affermazioni.

Questo processo di proiezione è ben noto alle scienze sociali. Lo psicologo Nick Haslam ha proposto il concetto di «estensione concettuale» (concept creep) per descrivere l’ampliamento di determinati concetti, sia in senso orizzontale (a nuovi fenomeni) che in senso verticale (a casi meno gravi)[nota]Nick Haslam, «Concept Creep: Psychology’s Expanding Concepts of Harm and Pathology», Psychological Inquiry, vol. 27, n. 1, 2016, pp. 1-17.[/nota]. Così il «trauma» si applica ormai indifferentemente alla famiglia, al lavoro o alla guerra, il che rende il concetto al tempo stesso vago ed eccessivamente ampio. Anche il «genocidio» sembra seguire un percorso simile. Perché questa estensione concettuale? Quattro caratteristiche della sociologia delle comunità scientifiche lo spiegano. Gli interessi professionali: ampliare un concetto significa disporre di un maggior numero di eventi da studiare e insegnare, organizzare più convegni, ottenere più citazioni e una maggiore risonanza pubblica. L’imprenditoria morale: Howard Becker ha coniato il concetto di «imprenditori della morale» per indicare gli attori, esperti e attivisti, che si adoperano per far riconoscere i problemi sociali come gravi minacce morali e ne traggono influenza e risorse[nota]Howard S. Becker, *Outsiders: Studies in the Sociology of Deviance*, New York, Free Press, 1963 (trad. fr. *Outsiders. Études de sociologie de la déviance*, Parigi, Métailié, 1985).[/nota]. Le strutture di incentivazione: il mondo accademico premia la novità e la pertinenza più che il rigore terminologico[nota]Brian A. Nosek, Jeffrey R. Spies e Matt Motyl, «Scientific Utopia: II. Ristrutturare gli incentivi e le pratiche per promuovere la verità rispetto alla pubblicabilità», *Perspectives on Psychological Science*, vol. 7, n. 6, 2012, pp. 615-631.[/nota]. La nomina a titolare, le promozioni, i finanziamenti e le politiche editoriali delle riviste valorizzano le tesi nuove, sensazionali o socialmente rilevanti più della precisione concettuale o della replicabilità. Le discipline accademiche come corporazioni: il sociologo Randall Collins ha sostenuto che le discipline accademiche funzionano come corporazioni, in cui teorie e concetti costituiscono un capitale culturale che serve a tracciare confini, a competere per lo status e ad alimentare l’inflazione dei titoli di studio. I ricercatori ampliano il proprio ambito di ricerca per accrescere l’influenza della propria corporazione[nota]Randall Collins, The Credential Society: An Historical Sociology of Education and Stratification, New York, Academic Press, 1979.[/nota].

È degno di nota il fatto che la rivendicazione della giustizia sociale e la radicalità degli intellettuali vadano di pari passo con la crescita esponenziale delle retribuzioni nel settore pubblico. Zola aveva corso rischi immensi: dovette esiliarsi in Inghilterra e forse pagò con la vita il suo impegno. Ma uno Zola, un Drumont o un Maurras dei giorni nostri si arricchirebbe grazie a un pubblico mondiale, al circuito internazionale delle conferenze, ai blog, ai podcast e a una rete di organizzazioni e donatori (La France juive di Drumont ebbe più di un centinaio di ristampe già nel primo anno e anche La Libre Parole fu un successo commerciale; ma si trattò di eccezioni). L’attivismo degli intellettuali è strettamente legato al fatto che le idee circolano ormai in un mercato altamente strutturato, in cui un pubblico di parte ricompensa le idee che lo confortano. La difesa di una causa e la denuncia, di qualsiasi orientamento politico, «rendono» di più, poiché attivano reti, organizzazioni e pubblici disposti a pagare per un’opinione. 

La frammentazione dello spazio pubblico

Un’altra caratteristica distintiva: la frammentazione dello spazio pubblico. Ai tempi dell’affare Dreyfus, circa cinquanta giornali erano in concorrenza tra loro; oggi si contano migliaia di fonti di informazione, ciascuna con il proprio pubblico. Uno Zola dei giorni nostri sarebbe celebrato solo dai suoi fedeli sostenitori e ignorato o deriso da tutti gli altri. L’autorità si è spostata verso i podcaster con milioni di ascoltatori, gli autori di Substack con un pubblico fedele e i blogger. Queste figure rafforzano le comunità esistenti più che convertire gli oppositori. Zola, invece, raggiungeva persone che non credevano in lui. Questa capacità di adottare un altro punto di vista, di cambiare posizione, sembra compromessa: in uno spazio frammentato, la parola serve soprattutto a fornire a ciascuno argomenti per giustificare la propria posizione preesistente.

Poiché il pubblico è così frammentato, un intervento alla Zola risulterebbe diluito anziché avere un effetto esplosivo. Paradossalmente, la democratizzazione della parola ne ha minato il valore: quando tutti hanno una tribuna, il segnale si trasforma in rumore. L’autorità morale e intellettuale richiede una rarità e una serietà che ormai sono scomparse.

Internet espone ogni autorità alla contestazione di persone prive di credenziali ma con un pubblico immenso. Non appena una figura del calibro di Zola prende la parola, si levano mille voci, non per discutere l’argomento, ma per mettere in discussione le motivazioni dell’oratore, i suoi finanziamenti occulti, la sua identità etnica, le sue dichiarazioni passate. Si attacca la persona, le prove sono secondarie.

Ciascuna delle due parti considera i fatti come evidenti e sospetta che l’altra menta o sia stata sottoposta a un lavaggio del cervello. Lo spazio psicologico in cui un intervento alla Zola avrebbe potuto avere effetto presupponeva un pubblico incerto sui fatti, pronto a dubitare, suscettibile di essere persuaso. Questo pubblico non esiste più: si è irrigidito nelle proprie convinzioni e si è frammentato nella sua dispersione spaziale e sociale. 

Coerenza e incoerenza ideologiche

I dreyfusardi e gli antidreyfusardi non erano semplicemente «a favore» o «contro» Dreyfus. Incarnavano due visioni del mondo coerenti e articolate: da un lato i valori repubblicani, i diritti individuali, la separazione tra Chiesa e Stato; dall’altro il nazionalismo, l’autorità militare, la religione e l’antisemitismo come dottrina politica. Queste posizioni avevano una profondità filosofica. Era possibile comprendere l’ideologia degli antidreyfusardi pur combattendoli.

Le controversie odierne funzionano in modo diverso. Sono ampi ombrelli sotto i quali trovano riparo gruppi eterogenei.

A prima vista, il campo filopalestinese, quello che accusa di genocidio, sembra ideologicamente coerente: progressista, postcoloniale, solidale con il Sud del mondo, profondamente diffidente nei confronti del potere occidentale. Ma a uno sguardo più attento, questa coerenza si sgretola. Vi si trovano militanti di sinistra che applicano schemi anti-imperialisti per combattere l’estrema destra; simpatizzanti o compagni di strada islamisti con motivazioni religiose e per nulla emancipatorie; difensori liberali dei diritti umani, legati al quadro del diritto internazionale; accademici postcoloniali per i quali la causa palestinese rappresenta l’ultimo caso irrisolto di colonialismo classico; giovani tiktoker con un impegno umanitario, alimentato dai social media, e con conoscenze storiche limitate.

Questi gruppi condividono una realtà, quella del genocidio, per ragioni talvolta incompatibili. L’universalista laico e l’islamista non sono alleati naturali; il giurista liberale e il pensatore anti-occidentale non hanno molto in comune sul piano filosofico. Ciò che li unisce è l’oggetto della loro opposizione, non un progetto comune. Anche il campo filoisraeliano, una coalizione altrettanto frammentata, soffre della stessa incoerenza. Vi si trovano neoconservatori per i quali Israele è una linea del fronte della civiltà occidentale contro l’islamismo; cristiani evangelici animati da impegni teologici nei confronti di Israele; sionisti di sinistra angosciati dalle vittime civili ma che, per il momento, rifiutano la qualifica di genocidio; comunità ebraiche che agiscono soprattutto sotto l’effetto del trauma storico e della paura esistenziale; ebrei di destra che giustificano la politica del governo israeliano; nazionalisti di estrema destra, in Europa e in America, che sostengono Israele perché proiettano sul Paese la propria ostilità nei confronti delle popolazioni musulmane.

In entrambi i casi, ciò che tiene insieme gruppi così eterogenei è l’odio: l’oggetto dell’odio li unisce molto più del discorso. Un odio alimenta l’altro, al punto che odio e contro-odio sembrano essere diventati il collante di questi schieramenti e la normalità dello spazio pubblico.

Il contrasto storico è eloquente. La coalizione dreyfusarda non era priva di tensioni: anarchici, socialisti, repubblicani moderati e persino alcuni cattolici liberali vi convivevano. Ma organizzandosi, ha trovato una visione e una definizione, la legalità repubblicana, che è diventata la sua vera lingua comune.

Nel dibattito su Gaza non c’è nulla di simile. O meglio, se man mano che la controversia si sviluppa si sta delineando un linguaggio comune, questo è quello dell’antisionismo, un concetto politicamente povero e inetto, incapace di fornire una base filosofica o morale.

Conclusione: il divario tra verità e giustizia

Il caso Dreyfus viene spesso citato come modello di controversia democratica, poiché dimostra che una società è in grado di dividersi su una questione di giustizia e poi di correggersi. Il caso fu ben lungi dall’essere perfetto, ma rimane esemplare in quanto ha saputo fondere giustizia ed epistemologia. Ciò che manca alle controversie contemporanee è proprio il desiderio di una base fattuale, di una figura di autorità intellettuale disinteressata, del primato dell’indagine rispetto alla convinzione.

L’accusa di genocidio mobilita una fitta rete di organizzazioni, ricercatori, istituzioni e ONG che agiscono in simbiosi e sono in grado di creare, attraverso la sinergia e l’isomorfismo, una realtà potente, con categorie che sembrano scontate. Si è costruita ignorando le regole elementari della prova. Il caso Dreyfus, invece, era stato reso possibile da un’architettura della sfera pubblica in cui intellettuali disinteressati analizzavano le prove nell’arco di un lungo periodo istituzionale. 

Questa economia morale è venuta meno nel caso di Gaza. Il legame tra il fatto dimostrato e la risposta morale si è spezzato. Le convinzioni morali precedono i fatti, troppi fatti si contendono lo status di argomento definitivo e troppi attori confondono la competenza con l’autorità che un’istituzione conferisce loro. La nuova architettura dell’informazione permette di riunire pubblici frammentati attorno a realtà emotive che invadono lo spazio psichico. È proprio questa conversione dei valori in pseudo-fattualità a caratterizzare il dibattito contemporaneo.

La polemica sul caso Dreyfus si svolgeva ancora nell’ambito del logos, dell’argomentazione ragionata. Alcuni disaccordi possono essere risolti e, in questo senso, sono più razionali di altri. Le controversie contemporanee (sul clima, sui vaccini, sull’immigrazione, sull’identità) si svolgono sempre più sul terreno dell’identità e dell’affettività; diventano così al tempo stesso più intense e meno risolvibili. Trattandosi di valori, identità e visioni morali del mondo, non possono, per principio, essere risolte. Non esiste più un equivalente di quel documento che possa essere sottoposto a esame. La questione del genocidio a Gaza è stata trasformata in una controversia morale, sommersa da un miscuglio confuso di fatti. La forza del campo dreyfusardo risiedeva nello stretto legame che aveva instaurato tra verità e giustizia: la morale non poteva separarsi dall’epistemologia. Il campo che oggi si propone come quello della giustizia è diventato indifferente alle prove e alla verità. Dissociando le due cose, ha svuotato di sostanza le proprie rivendicazioni e le ha ridotte a una semplice gesticolazione. In questo si allinea al campo anti-dreyfusardo, che non cambiò opinione perché, in realtà, se ne infischiava della verità. Coloro che credono di aver ereditato lo spirito dei dreyfusardi assomigliano piuttosto a questi ultimi. Anche loro, in fondo, se ne infischiano della verità. La loro richiesta di giustizia non è che una retorica vuota, priva di profondità e di serietà. Usato in modo troppo ampio, troppo vago, troppo affrettato, il termine «genocidio» funziona più come un grido di battaglia politico che come una qualifica giuridica e morale. Si tratta di una grave distorsione del nostro vocabolario e della politica stessa. 

Segno dello smarrimento della nostra epoca: non ci resta che affidarci ai tribunali, sperando che facciano il loro lavoro senza pregiudizi. Nel frattempo, dobbiamo piangere i morti e sospendere il nostro giudizio.