Che cosa pensa Putin della vittoria di Trump?
Si dice che Putin controlli Trump, ma Trump può davvero essere controllato?
Traduciamo e commentiamo riga per riga la prima reazione ufficiale della Russia al trionfo del candidato repubblicano.
- Autore
- Guillaume Lancereau •
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- Donald Trump durante un comizio elettorale al Rocky Mount Event Center, mercoledì 30 ottobre 2024, a Rocky Mount, nella Carolina del Nord. © AP Photo/Julia Demaree Nikhinson
Nell’articolo 56 della “Dichiarazione di Kazan”, pubblicata il 23 ottobre 2024, la Russia, insieme ai rappresentanti dei BRICS invitati nella capitale tatara, ha espresso la sua preoccupazione per “la crescita esponenziale e la proliferazione della disinformazione”, nonché per i discorsi di odio che incoraggiano la radicalizzazione dei conflitti. Eppure è risaputo che la Russia, oltre a interferire nei processi elettorali di molti Paesi vicini – come ha fatto di recente in Georgia e Moldavia – e lontani – dagli Stati Uniti alla Repubblica Centrafricana – è impegnata in una propaganda mediatica volta sia a migliorare la propria immagine internazionale sia a minare le fondamenta di regimi che le sono – o sembrano esserle – ostili.
Se prendiamo solo come esempio la Francia, le mani rosse dipinte sul “Muro dei Giusti” al Memoriale della Shoah lo scorso maggio sono state rapidamente identificate come un’operazione di destabilizzazione russa. Si pensava addirittura che ci fosse il Cremlino dietro il sabotaggio delle linee ferroviarie che aveva preceduto l’apertura dei Giochi Olimpici, prima che il Ministro degli Interni si affrettasse ad esplorare un’ipotesi che lo attribuiva all’ultra-sinistra. Nessuno sembra più evocare il terrorista del Donbass arrestato lo scorso giugno nei pressi dell’aeroporto di Roissy mentre preparava un ordigno esplosivo artigianale. Dal punto di vista politico, l’influenza del Cremlino è stata evidente nel sostegno formale e finanziario alle campagne del Rassemblement National: è avverato che il partito di Marine Le Pen ha beneficiato di diversi milioni di prestiti dalla Federazione Russa. Infine, ciò che molti sospettavano è stato confermato da uno studio di David Chavalarias del CNRS: l’eccessivo coinvolgimento dei media sulla questione della Palestina, almeno nei primi mesi della risposta mortale di Israele, è stato in parte dovuto agli sforzi del Cremlino per promuovere contenuti ansiogeni su X (ex Twitter), volti ad amplificare le emozioni e a spaccare l’opinione pubblica francese ancora di più di quanto non lo fosse già.
Per molti mesi, quindi, gli occhi del mondo politico e giornalistico sono stati puntati sul modo in cui la Russia voleva influenzare le elezioni presidenziali statunitensi: soprattutto perché è stato accertato senza ombra di dubbio che gli attacchi informatici, le campagne di disinformazione e le operazioni di propaganda hanno cercato, nel 2020 come nel 2016, di polarizzare l’elettorato statunitense e di mettere in dubbio l’integrità del processo elettorale stesso. Tuttavia, saremmo tratti in inganno sul modo in cui la Russia percepisce i suoi interessi politici e geopolitici se ipotizzassimo, fin da subito, un utilizzo di tutti i mezzi a sua disposizione per favorire la vittoria di Donald Trump.
Le elezioni del 2024 sono state percepite come un vero e proprio grattacapo da parte della Russia. Le ambizioni politiche di Vladimir Putin e Donald Trump sono chiaramente in accordo su alcuni punti: l’indebolimento della democrazia, l’assoggettamento di tutti i meccanismi politici e amministrativi alla volontà di un presidente plenipotenziario, il regno dei valori tradizionali e persino la caccia ai migranti – soprattutto se consideriamo il recente inasprimento razzista della politica migratoria russa, che riesce a dirottare i flussi dall’Asia centrale verso l’Europa ed altri Paesi asiatici. Tuttavia, la visione di Vladimir Putin è più strategica che ideologica. Nessuno al Cremlino ha dimenticato, come ha ricordato il suo portavoce Dmitri Peskov, che l’inasprimento delle sanzioni contro la Russia e l’armamento dell’Ucraina sono avvenuti sotto l’amministrazione Trump. Inoltre, gli esperti del Cremlino e i media russofoni cercano di capire il contenuto concreto del potenziale piano di Donald Trump per porre fine alla guerra in Ucraina. Per questo motivo, sono particolarmente interessati agli elementi di questo programma presentati recentemente, seppur sotto forma di ipotesi, da Mike Pompeo, Segretario di Stato dal 2018 al 2021.
Eppure, gli elementi d’analisi a nostra disposizione non sembrano dimostrare che Donald Trump, che ha appena vinto le elezioni americane, sia l’alleato evidente della Russia sulla scena internazionale.
Pubblicata all’indomani delle elezioni, la dichiarazione ufficiale di una pagina rilasciata dal Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa tradisce un’analisi abbastanza chiara: se la vittoria del candidato repubblicano rimane la migliore opzione di Vladimir Putin, è soprattutto grazie alla suo essere un fattore di destabilizzazione dell’intera vita politica e sociale degli Stati Uniti.
Gli interessi del Presidente russo possono essere riassunti in una semplice formula: massimizzare sia la prevedibilità della politica internazionale sia l’incertezza politica all’interno dei Paesi del cosiddetto “Occidente collettivo”. Per portare avanti con successo le sue politiche, Vladimir Putin ha bisogno di “prevedere le mosse” che i sostenitori dell’Ucraina potrebbero contemplare o tentare. Da questo punto di vista, le istituzioni europee si adattano perfettamente al Cremlino, poiché esse appaiono come attori perfettamente prevedibili. Inoltre, qualsiasi confusione all’interno dei Paesi che gli si oppongono, a partire dagli Stati Uniti, sarà a suo favore. Ma dopo la notte elettorale del 5 novembre resta una domanda: se Trump, ora strettamente consigliato da Musk, resta una forza imprevedibile, fino a che punto può reggere la strategia di Putin del caos incontrollato?
Dichiarazione ufficiale del Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa sulle elezioni presidenziali americane
La vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali statunitensi, che segna il suo ritorno alla Casa Bianca dopo quattro anni di assenza, riflette senza dubbio il malcontento del popolo americano, che disconosce sia i risultati dell’amministrazione di Joe Biden sia il programma elettorale presentato dal Partito Democratico, che ha frettolosamente investito la Vice Presidente Kamala Harris al posto dell’attuale capo di Stato.
Nonostante la potente macchina propagandistica scatenata contro Donald Trump dai democratici, che hanno mobilitato a tal fine tutte le risorse amministrative possibili e che hanno beneficiato del sostegno dei media liberali, il candidato repubblicano, forte dell’esperienza del suo primo mandato presidenziale, ha accettato la scommessa di affrontare i temi che preoccupano davvero gli elettori, come l’economia e l’immigrazione clandestina, in contrapposizione agli orientamenti globalisti della Casa Bianca.
In questo contesto, il piccolo gruppo al potere non è stato in grado di impedire la sconfitta di Kamala Harris, anche tenendo conto dei vizi cronici della “democrazia” americana – una democrazia arcaica, in contrasto con gli standard moderni di elezioni dirette, eque e trasparenti.
Questa vittoria non sarà sufficiente ad abolire la profonda frattura nella società civile americana, dove l’elettorato è, di fatto, diviso in due metà quasi uguali: Stati democratici e Stati repubblicani; sostenitori del “progressismo” e difensori dei valori tradizionali. È ragionevole immaginare che il ritorno al potere di Donald Trump non farà che esacerbare queste tensioni interne e l’ostilità tra i diversi schieramenti.
Tuttavia, non ci facciamo illusioni né sul nuovo Presidente appena eletto, che è ben conosciuto in Russia, né sulla nuova composizione del Congresso, dove i dati ora disponibili indicano che i Repubblicani avranno la maggioranza. L’élite politica alla guida degli Stati Uniti, indipendentemente dalla loro appartenenza ai due partiti in corsa, nutre gli stessi sentimenti anti-russi e sostiene unanimemente il progetto di “contenimento” della Russia. Questa linea rimane costante anche quando cambia il clima politico interno degli Stati Uniti, sia che si tratti di promuovere “l’America First” secondo Donald Trump e i suoi sostenitori, sia che si tratti di difendere “un ordine mondiale basato sulle regole”, la vera ossessione dei Democratici.
La Russia collaborerà con la nuova amministrazione una volta insediatasi alla Casa Bianca, difendendo strenuamente gli interessi nazionali della Russia e continuando a perseguire gli obiettivi fissati nell’operazione militare speciale.
Le nostre condizioni non sono cambiate e sono ben note a Washington.