Il Grand Continent https://legrandcontinent.eu/it/ La scala pertinente Fri, 02 Oct 2026 15:53:56 +0000 it-IT hourly 1 Dallo stato di emergenza alla “legge marziale”: come i circoli MAGA si preparano a contestare una sconfitta alle elezioni di midterm https://legrandcontinent.eu/it/2026/10/02/dallo-stato-di-emergenza-alla-legge-marziale-come-i-circoli-maga-si-preparano-a-contestare-una-sconfitta-alle-elezioni-di-medio-termine/ Fri, 02 Oct 2026 15:48:57 +0000 https://legrandcontinent.eu/it/?p=52256 Trump non esclude la possibilità di dichiarare lo stato di emergenza in vista delle elezioni di midterm

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In un’intervista rilasciata alla rivista Time e pubblicata ieri, giovedì 1° ottobre, Donald Trump ha rifiutato di escludere «la possibilità di dichiarare lo stato di emergenza in vista delle elezioni di medio termine», che si terranno il 3 novembre 1. Durante il comizio elettorale di ieri in Oklahoma, il presidente americano ha accennato alla possibilità che i Democratici cerchino di destituirlo in caso di una sconfitta repubblicana 2.

Nessuna legge federale conferisce al presidente poteri in materia elettorale. Il ricorso all’Insurrection Act potrebbe tuttavia dissuadere gli elettori dal recarsi alle urne.

  • Il testo autorizza il presidente a dispiegare truppe per reprimere un’insurrezione, una ribellione, atti di violenza interna o qualsiasi altro evento che ostacoli l’applicazione delle leggi federali o statali in materia di diritti civili.
  • Trump ha preso in considerazione più volte il ricorso a questa legge sin dal suo primo mandato: nel 2020, in seguito all’omicidio di George Floyd da parte della polizia di Minneapolis; nel giugno 2025, in risposta alle manifestazioni contro l’ICE nelle strade di Los Angeles; e nel gennaio 2026, nel contesto delle proteste a Minneapolis.

Secondo gli ultimi sondaggi, i Repubblicani dovrebbero perdere il controllo della Camera dei Rappresentanti a seguito delle elezioni e, potenzialmente, anche la maggioranza al Senato. Nel tentativo di limitare la portata dell’ondata blu che si profila all’orizzonte, i repubblicani hanno avviato a livello statale una ridistribuzione molto controversa dei collegi elettorali, mentre i sostenitori di Trump ipotizzano scenari in cui la Casa Bianca potrebbe prendere il controllo delle elezioni.

  • Nell’estate del 2025, l’esperto di guerra informatica Olivier Schmitt aveva dichiarato, in seguito all’assunzione di Heather Honey da parte del Dipartimento per la Sicurezza Interna, che era «impossibile che le elezioni di medio termine fossero eque e trasparenti».
  • Honey ha svolto, insieme ad altri attivisti del movimento MAGA, come Cleta Mitchell, un ruolo centrale nella campagna volta a screditare i risultati delle elezioni presidenziali statunitensi del 2020, che hanno visto la sconfitta di Donald Trump contro Joe Biden.

Al di fuori dell’amministrazione, altre voci si levano a favore di misure radicali che potrebbero compromettere lo svolgimento delle elezioni, come quella di Steve Bannon, che lo scorso anno aveva parlato di un dispiegamento della polizia dell’immigrazione nei pressi dei seggi elettorali.

  • Tra queste voci figura quella di Peter Ticktin, ex compagno di scuola militare di Trump e uno dei suoi principali avvocati nel processo civile che ha intentato contro Hillary Clinton nel 2022.

A margine di una conferenza organizzata all’inizio di settembre a Las Vegas, Ticktin, che è rimasto vicino a Trump, ha descritto tre scenari:

  • Il primo, a suo avviso improbabile poiché i democratici avrebbero già truccato le primarie senza alcuna prova, sarebbe che le elezioni di medio termine si svolgessero senza intoppi;
  • Il secondo è che Trump adotti misure prima delle elezioni per impedire frodi;
  • L’ultima ipotesi è che Trump dichiari la legge marziale intorno al 3 novembre, giorno delle elezioni, per porre le elezioni sotto il controllo federale: «O la legge marziale, o si fa da parte».
  • Alla domanda sul rischio di disordini qualora Trump tentasse di ribaltare i risultati, Ticktin si è detto sereno: «Credetemi, le nostre forze armate sono ben più numerose delle loro» 3.

Secondo un funzionario della Casa Bianca, Ticktin e altri sostenitori delle teorie del complotto, come Wayne Allyn Root, che ad agosto ha esortato Trump a dichiarare uno “stato di emergenza per la sicurezza nazionale” in vista delle elezioni, o Tina Peters, che quest’anno ha ottenuto la grazia dal governatore del Colorado con il sostegno di Trump, non svolgono alcun ruolo nella politica elettorale dell’amministrazione. Hanno tuttavia accesso diretto al presidente americano.

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Il caso Bardella e la persistenza dell’antisemitismo nell’estrema destra https://legrandcontinent.eu/it/2026/10/02/il-caso-bardella-e-la-persistenza-dellantisemitismo-nellestrema-destra/ Fri, 02 Oct 2026 14:34:20 +0000 https://legrandcontinent.eu/it/?p=52244 Le rivelazioni del media francese Mediapart hanno riportato alla ribalta una vicenda ormai lontana nel tempo. Due studiosi della nuova generazione ci aiutano a districarne i fili

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I messaggi antisemiti attribuiti da Mediapart al giovane Jordan Bardella recano l'impronta di Alain Soral. In che senso si tratta di un fenomeno al tempo stesso nuovo e vecchio?

Pierre SavySoral è infatti al tempo stesso nuovo e antico, proprio come il libro, del resto. È nuovo per la disposizione dei temi, che è inevitabilmente singolare: l’antisemitismo riunisce un insieme di temi, credenze e pregiudizi che si possono organizzare in mille modi diversi, una sorta di combinatoria. È nuovo anche per il suo modo di comunicare. Non è l’unico, ma utilizza i social network, dispone di una tribuna illimitata e di un pubblico considerevole, nonostante tutte le condanne di cui è stato oggetto.

D'altra parte, è antiquato perché non ha inventato una tematica particolarmente forte. Ha ripreso molti temi, non tutti, dell'antisemitismo sviluppatosi a partire dal XIX secolo. La dimensione antigiudaica, cristiana, non è massicciamente presente nelle sue opere. Ma la denuncia della misantropia ebraica, il sionismo come complotto mondiale, l’amore per il denaro, il potere smisurato: tutto questo non è nuovo, e tutto questo si ritrova in Soral. È una novità fatta di elementi già noti.

Si ha l'impressione che l'antisemitismo sia frutto di un processo di sedimentazione: i temi principali, compresi quelli medievali che lei cita nel suo libro, sono presenti. Tranne forse la questione razziale, che sembrerebbe piuttosto in declino?

Sono d’accordo, questa idea di sedimentazione è una buona immagine. Quando si scrive un libro che ripercorre la lunga storia delle credenze e dei pregiudizi, si tende a parlare di tutti gli strati sedimentati. Nel lungo periodo, la sedimentazione c’è davvero: è questa la storia. E oggi, molti temi, se non tutti, si possono ancora trovare quando si fa una ricerca su Internet o quando si legge la stampa antisemita: c’è praticamente di tutto. Ma se si osserva ciò che si dice e si scrive oggi, alcuni temi sono passati in secondo piano, se non addirittura scomparsi, altri sono stati riformulati, altri ancora sono in forte ascesa.

Sono d’accordo anche con l’idea che occorra distinguere, per quanto possa sembrare un po’ scolastico, tra razzismo e razzialismo. Il razzismo è purtroppo diffuso, anche nei confronti degli ebrei. La dimensione propriamente razziale, fondata su una pseudo-teoria elaborata tra la fine del XVIII secolo e soprattutto nel XIX e nella metà del XX, e che raggiunge il suo apice con il nazismo, è in declino: sappiamo bene che è un po’ ridicolo crederci. Ciò non significa che nessuno ci creda. Ma il razzismo oggi assume volentieri un carattere culturale, il che non gli impedisce di essere un vero razzismo, pur senza basarsi su una falsa teoria genetica. Questo fenomeno è in declino, e anche altri temi hanno perso terreno.

Quali sono questi altri temi?

Per due ragioni piuttosto rilevanti, l’antisemitismo di matrice cristiana ha perso gran parte della sua forza. Da un lato, il ruolo sempre più marginale della religione cristiana nella nostra società e nel dibattito pubblico, ciò che gli studiosi del contemporaneo definiscono “scristianizzazione”. D'altra parte, e questo è molto lodevole, la profonda svolta intrapresa dalla Chiesa dopo la Shoah: il Concilio Vaticano II, negli anni '60, e la promulgazione della Nostra Aetate. Queste idee si possono ancora trovare presso pensatori reazionari, nel senso più forte del termine. Ma l’idea che gli ebrei siano troppo ritualisti, che non comprendano le loro Scritture e, soprattutto, che abbiano ucciso Cristo, è meno presente nell’argomentazione.

Oppure in forma metaforica. Il deicidio, ovvero l’idea che tutti gli ebrei siano colpevoli di aver ucciso Gesù, e non solo gli ebrei di quell’epoca – il che è già di per sé falso –, è un tema così forte e così significativo nell’arte e nella cultura occidentale che lo ritroviamo ancora oggi. Una madre palestinese che porta tra le braccia il figlio morto diventa una Pietà; gli israeliani ucciderebbero il popolo palestinese, rappresentato come Cristo. Ma è comunque meno presente.

L’altra serie di temi che ha subito un forte declino riguarda le credenze relative al corpo, legate al razzismo di cui parlavamo: le corna, l’odore mefitico, la coda nella parte bassa della schiena. Si tratta di credenze fantasiose, difficili da sostenere oggi, perché il livello di informazione e le capacità cognitive collettive lo rendono impossibile, tranne che in alcune menti particolarmente arretrate.

Cosa ritrovate di questi temi antisemiti nelle dichiarazioni attribuite a Jordan Bardella?

Vi si ritrovano chiaramente tutti i temi dell’antisemitismo classico, quello del suo “periodo d’oro”, se così si può dire, il XIX secolo. Un antisemitismo francese che, come abbiamo appena detto, non è violentemente razzista: anche se ha potuto dire queste cose, non è in grado di sottoscrivere le posizioni dei nazisti. C’è comunque una differenza, anche se queste affermazioni sono terribili.

Forse non ha menzionato Rothschild, ma c’è questa idea della banca ebraica, del dominio del mondo da parte degli ebrei, o almeno del progetto di dominio. Vi si ritrovano tre dei temi principali che sono oggetto di capitoli specifici nel nostro libro. Innanzitutto il complotto di dominio, con i Protocolli dei Saggi di Sion sullo sfondo: l’idea che, fin dal XIX secolo, gli ebrei stiano lavorando per dominare il mondo. Poi un tema che risale all’antichità, quello della misantropia, dell’odio verso i goy. Si fa un gran uso di questa parola, che significa semplicemente «non ebreo», per attribuire agli ebrei un odio verso l’umanità e gli altri popoli; ciò è molto esplicito nei suoi messaggi, insieme a questa volontà di dominare gli altri popoli. Infine, ovviamente, il denaro, il tema più ricorrente: la passione per il denaro, il talento nel guadagnarlo, la volontà di accaparrarsi tutto il denaro attraverso le banche. Il secondo tema è molto antico; gli altri due erano in pieno vigore nel XIX secolo e all’inizio del XX.

Perché il denaro? Da dove viene?

È una questione complessa. In poche parole: fin dai primi Vangeli si instaura una tendenza negativa, con un certo Giuda che tradisce Cristo. I Vangeli sono stati scritti da ebrei, ed è importante sottolinearlo, perché si tende facilmente a definirli antisemiti, il che è un po’ caricaturale. Ma Giuda ha la sfortuna di chiamarsi Giuda. Nei primi secoli del primo millennio, alcuni Padri della Chiesa, alcuni teologi, trasformano Giuda in ebreo. Non occorre essere linguisti per riconoscere in Giuda «Yehouda», un nome che permette di renderlo, per antonomasia, l’incarnazione degli ebrei. Si ricorre quindi a Giuda per criticare la brama di denaro degli ebrei.

Questo fenomeno prosegue e si consolida in modo inesorabile nel Medioevo centrale, tra l’XI e il XIV secolo. Gli ebrei vengono tenuti lontani dalla proprietà terriera e indirizzati verso i mestieri legati al denaro, che essi praticano: il prestito, il commercio. Non sono gli unici: la maggior parte dei prestatori non è ebrea. Ma per alcuni secoli questa attività nel settore finanziario contribuisce a consolidare definitivamente il cliché, lo stereotipo. È un'etichetta che non ha più abbandonato il popolo ebraico. In seguito, grazie a questa competenza nei numeri e nella scrittura, e in assenza di proprietà fondiaria, il patrimonio mobiliare ha dato origine, nell’epoca moderna e nel XIX secolo, a grandi banche ebraiche, o protestanti del resto. Si tratta di una presenza concreta nel settore bancario e nel commercio, ma che non è inspiegabile e certamente non esclusiva.

Cosa è cambiato nello Stato di Israele, visto che l'estrema destra si mostra molto ambigua nei suoi confronti?

Si sarebbe potuto immaginare che le cose andassero bene. Il problema è che dal 1948, e in particolare negli ultimi decenni, è in corso un conflitto terribilmente violento, che coinvolge ben oltre i confini di Israele e della Palestina. L’estrema destra si trova quindi di fronte a una scelta corneliana: chi odia di più, gli ebrei o gli arabi?

Alcuni ritengono che Israele sia il baluardo della civiltà «giudaico-cristiana» – ovviamente tra virgolette – contro la minaccia araba e islamista, e che sia quindi necessario sostenere questo Paese. Ciò è tanto più facile in quanto attualmente è guidato dall’estrema destra: allinearsi con un paese occidentale, per ora piuttosto democratico e fortemente militarizzato, non è affatto complicato. Oppure, al contrario, prevale l’odio verso gli ebrei, e bisogna sostenere gli arabi, ai quali si possono allora attribuire ogni sorta di virtù. Le Pen padre e gran parte dell’estrema destra, ancora oggi, si schierano piuttosto da quella parte. Tra due odi, il loro cuore oscilla.

Soral, dal canto suo, ha fatto la sua scelta. Si tratta anche di persone che riescono a unire, attraverso l’antisemitismo, individui che avrebbero tutte le ragioni per odiarsi a vicenda. Da Soral, ormai, c’è una porta spalancata per i patrioti di origine arabo-musulmana, disposti a lottare contro l’unico nemico: il sionismo. Parla molto male delle donne o degli omosessuali, ma in realtà ciò che lo ossessiona è l’ebreo.

La dimensione maschilista di Soral: non sto dicendo che sia presente anche in Bardella, ovviamente non ne so nulla. Ma si può immaginare che, per un giovane militante del Rassemblement National di allora, non fosse qualcosa di mostruoso?

No. Anche in questo caso, non lo conosco personalmente e non mi pronuncio sulla sua personalità. Ma l’immagine che trasmette è quella di un uomo alto, bello, molto atletico, che, a quanto si dice, solleva pesi. E più in generale, questi giovani che oggi hanno circa trent’anni e che, a quanto pare, sono stati in qualche modo plasmati da Soral durante la loro fase di politicizzazione adolescenziale, sono sensibili a questo tipo di discorso. A volte pubblicano contenuti estremamente discutibili riguardo alle donne, e tra loro non c’è nessuna donna. Chi si occupa di estrema destra ha l’impressione che ci sia più intesa tra Soral e questi giovani uomini che, ad esempio, con Marine Le Pen.

C’è quindi qualcosa di abbastanza plausibile in questo atteggiamento. Il virilismo e il maschilismo sono molto presenti in Soral, che non esita a rivolgere alle donne ogni sorta di epiteto. Insulta anche gli uomini, ma quando si tratta delle donne è specifico, sempre di natura sessuale: «puttana», «troia», «succhiatrice», e potrei continuare. È una dimensione molto presente, che potrebbe aver affascinato un giovane. Ma, ancora una volta, non lo conosco personalmente.

In linea di massima, cosa ne pensa delle accuse mosse da Mediapart riguardo a un antisemitismo di stampo soraliano da parte del giovane Jordan Bardella?

Baptiste Roger-LacanÈ una storia che si può interpretare su due livelli. Innanzitutto, ci sono pochissimi motivi per dubitare di quanto afferma Mediapart, che raramente sbaglia in questo tipo di inchieste. E il contesto offre molti motivi per crederci, alla luce dei discorsi, delle tematiche e dell’immaginario antisemita che potevano circolare nelle sedi e nelle federazioni del FN all’inizio degli anni 2010. È un periodo in cui Soral gode di un’influenza molto ampia all’interno dell’estrema destra. È stato uno dei primi a saper cogliere e canalizzare le possibilità offerte dai video e dal digitale per disintermediare completamente il proprio messaggio: aggirare i giornali e raggiungere direttamente un pubblico sensibile a quel discorso antisemita. Le date fornite da Mediapart corrispondono esattamente a quel momento di massimo splendore del discorso soraliano negli ambienti di estrema destra, in particolare in quelli digitali.

La seconda cosa interessante è che, a partire da quel momento, Jordan Bardella sembra aver fatto propria la logica del doppio discorso tipica di quasi tutte le organizzazioni di estrema destra in Europa dal 1945. Esiste una distinzione strategica, tattica e interiorizzata tra ciò che si dice tra di noi, quando la sezione è riunita o tramite messaggi, e ciò che si dice all’esterno. Tra di noi, socializziamo, affermiamo la nostra appartenenza attraverso questo discorso ed esprimiamo con grande disinvoltura le affermazioni più razziste, antisemite e omofobe. Verso l’esterno, ci si comporta in modo composto. In questo senso, Fabrice Arfi ha ragione a parlare di dissimulazione piuttosto che di «dedialabilizzazione» riguardo al RN negli ultimi 15 anni.

Ma, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, questa logica non è emersa con Marine Le Pen: esiste praticamente sin dalla nascita del partito. L’unica differenza è che sotto Jean-Marie Le Pen alcuni dirigenti del partito violavano regolarmente questa regola rilasciando pubblicamente dichiarazioni antisemite, omofobe e simili. Con l’arrivo di Marine Le Pen, tali dichiarazioni, quando erano pubbliche, sono state spesso sanzionate con l’espulsione, tranne nei casi in cui la vicinanza ai vertici del partito proteggesse chi le aveva rilasciate.

Il primo caso, verificatosi poco dopo l’insediamento di Marine Le Pen alla guida del partito, è quello di Alexandre Gabriac, una giovane promessa del partito, nonché membro dell’Œuvre française, in un momento in cui quest’ultima tentava un entrismo all’interno del Front National. Viene fotografato mentre fa il saluto nazista e viene immediatamente espulso. Ciò dà adito a dibattiti all’interno del Consiglio nazionale del FN, poiché Jean-Marie Le Pen si oppone a tale espulsione. Si delineano quindi due linee, e ciò che è interessante è che non divergono sulla sostanza, ma su come trattare chi non rispetta le regole. Ora, i messaggi in questione erano stati diffusi, a priori, nell’ambito della sezione o della federazione a cui apparteneva Jordan Bardella. Il loro scopo, credo, era quello di alimentare quella socialità militante che, all’interno del Front National, si manifesta in particolare attraverso sfoghi razzisti e antisemiti. Infine, questa vicenda si inserisce nella lunga storia dell’antisemitismo nell’estrema destra.

Ma allora, nell'ipotesi, ovviamente, che abbia davvero pronunciato quelle parole, perché non ammetterlo? Perché non dire: «L'ho fatto a diciassette anni, siete stati tutti giovani»?

Si tratta di ipotesi. Credo che, durante la sua ascesa alla guida del RN, Bardella abbia voluto incarnare questo nuovo volto, apparentemente “sdoganato”, con l’idea ben precisa che il partito fosse stato demonizzato da altri e non da lui stesso. Ha voluto incarnare un partito che si diceva fosse libero dalla cultura e dall’ideologia antisemite che lo caratterizzavano sin dalla sua fondazione, negli anni ’70. Per un breve periodo candidato putativo alle elezioni presidenziali, numero due il cui ruolo sembra per ora destinato a durare, incarnava addirittura la possibilità di una normalizzazione del partito.

Per tutti questi motivi, ammettere di aver pronunciato quelle parole, anche se come errore di gioventù, sarebbe una strategia rischiosa. In questo caso, ciò manderebbe completamente all’aria la sua strategia e quella di Marine Le Pen, in un momento in cui il Rassemblement National ha fatto propria la questione del ruolo degli ebrei francesi nella società, e, più in generale, del conflitto israelo-palestinese, per rafforzare la propria immagine di unico baluardo contro il «pericolo musulmano» in Francia.

Per il momento, penso quindi che la linea sarà piuttosto “trumpiana”: negare, negare, negare, probabilmente ricorrere a teorie complottistiche nelle dichiarazioni, e senza dubbio intensificare la violenza nei confronti di chi si occuperà del caso. Innanzitutto i giornalisti, che dovranno indossare giubbotti in kevlar; i giudici, se il caso finirà in tribunale; e senza dubbio i ricercatori. Il RN tornerà a una linea classicamente populista, contrapponendo il popolo – la cui scelta legittima e maggioritaria di portare il RN al potere sarebbe minacciata – a una piccola élite di laureati attaccata ai propri privilegi. Resta da vedere cosa tirerà ancora fuori Mediapart, ma penso che non ammetteranno nulla il più a lungo possibile. Ciò non significa che Bardella non verrà progressivamente, impercettibilmente, allontanato dalla direzione del RN. Ma non credo che il partito ammetterà che egli abbia potuto pronunciare quelle parole.

Lei afferma che quello fu il momento di massimo splendore di Soral, circa tredici anni fa. Come si può definire il suo ruolo nella storia dell’estrema destra e dell’antisemitismo? E perché ritiene che abbia perso importanza? È meno presente in Francia, per ragioni evidenti, ma siamo certi che la sua stella abbia perso splendore?

Nella storia dell’estrema destra, e soprattutto in quella dell’antisemitismo, ha offerto una visibilità mediatica, e soprattutto digitale, a un discorso che si fonde con l’antisemitismo classico. Quest'ultimo presenta gli ebrei come una minoranza cosmopolita e manipolatrice, che agisce a favore dei propri interessi cercando di opprimere le maggioranze nazionali: è la dinamica classica dell’antisemitismo scaturito dal nazionalismo esclusivo e difensivo della fine del XIX secolo, quello che emerge contemporaneamente all’estrema destra moderna e ne definisce la struttura. Soral ridà slancio a questo discorso con una lettura ossessiva del conflitto israelo-palestinese e di Israele come incarnazione visibile e manifesta del disegno dominatore del popolo ebraico.

La cosa interessante è che a Soral, progressivamente emarginato dai media dagli anni ’90 agli anni 2000, viene sempre più spesso negato l’accesso alle emittenti televisive, alle radio e a quasi tutta la stampa francese. Decide quindi di puntare su Internet, creando un sito e producendo video diffusi in particolare su YouTube, per trasformare questo discorso antisemita in un business. Fonda una casa editrice e affianca a tutto ciò un’offerta di contenuti in vendita. È un classico: il business dell’antisemitismo è antico quanto Édouard Drumont, c’è un guadagno finanziario da ricavare dall’antisemitismo. In questo modo, raggiunge un pubblico nuovo, in particolare nell’estrema destra, quei giovani che fanno parte delle prime generazioni a cercare spiegazioni sul mondo su Internet piuttosto che nei media tradizionali.

Svolge quindi un ruolo molto importante in quel periodo. Alla fine degli anni 2000 e all’inizio degli anni 2010 gode di una notevole popolarità: i suoi video sono molto diffusi e molto seguiti. Inoltre, per un certo periodo è stato alleato del Front National, che lo considerava un punto di riferimento per attirare nuovi elettori, più giovani.

Oggi il mercato dell’odio è diventato sempre più competitivo, sia in Francia che a livello globale, e la sua influenza è diminuita. Rimane tuttavia un punto di riferimento per tutta una parte dell’estrema destra radicale. Non ne ho prove, altri ricercatori ne sanno più di me, ma sono certo che ancora oggi ci siano militanti che lo ascoltano a porte chiuse.

Oggi ha una carriera internazionale. Si trova in Russia, ma sta forse portando avanti una carriera da intellettuale?

Non conosco bene l’ultra-contemporaneo. Mi ero interessato a lui proprio nel momento in cui faceva parte delle reti del RN. Oggi non saprei nemmeno dirvi da dove provengano le sue entrate. Riceve forse un po’ di denaro dalla Russia, o addirittura svolge un ruolo di agente di destabilizzazione? Non ne so nulla.

Come lo definireste? Ne parlo spesso come di un Drumont che ha incontrato Internet, ma non so se sia una definizione calzante.

In questo caso, le analogie tra i due sono numerose. Si tratta di un intellettuale, una figura di spicco della vita intellettuale parigina, che si dedica all’antisemitismo in modo sempre più ossessivo, poiché vi trova una ragion d’essere sociale, mediatica e finanziaria, e che si spinge sempre più in là nell’eccesso antisemita. Al punto da risultare difficilmente assimilabile dalle classiche strutture partitiche dell’estrema destra. È una sorta di imprenditore antisemita creativo dell’estrema destra contemporanea.

Ciò che lo distingue da Drumont, per ovvie ragioni, non è forse proprio la sua visione maschilista che forse ha affascinato Jordan Bardella? Nell’articolo di Mediapart, uno dei suoi ex compagni spiega del resto che non era interessato a Soral, ma al maschilismo.

Qui si vede la capacità dell’estrema destra di segnare contro la propria squadra non appena si trova in difficoltà. Il maschilismo si inserisce nel moltiplicarsi delle gerarchie difese dall’estrema destra: la sua visione del mondo è sempre estremamente gerarchica. Essa difende gerarchie culturali, sociali, razziali e di genere. C’è sempre questa idea di una differenza tra uomini e donne, e di qualità e virtù maschili minacciate. È un discorso classico dell’estrema destra.

Soral se ne è appropriato perché, in quel mercato digitale dell’estremismo che è emerso alla fine degli anni 2000 e si è davvero consolidato all’inizio degli anni 2010 su Internet in Francia, ciò gli permette di distinguersi e di attirare, letteralmente, spettatori. E non è del tutto assurdo da parte di un antisemita così fanatico, poiché esiste anche una tradizione, presente tra i nazisti, secondo cui l’ebreo è femminile. L’ebreo non è dalla parte della forza, ma dalla parte dell’astuzia; in lui ci sarebbe una sorta di androginia, se non addirittura di femminilità, in contrapposizione a una cultura virile, gerarchica, armata, maschile, che sarebbe minacciata. Per dirla in parole povere, gli ebrei cercherebbero di evirare le società occidentali per asservirle meglio.

Nelle dichiarazioni attribuite a Bardella emerge la questione del sionismo. Il termine si è diffuso ampiamente ed è diventato ancora più polisemico di prima, al punto da essere sinonimo di «ebreo» per un certo numero di persone che cercano di velare il proprio messaggio, sia all’estrema destra che all’estrema sinistra. Cosa ne pensa?

Questo parallelismo esiste da molto tempo, come dimostrano in particolare gli studi di Valérie Igounet sul negazionismo. Ma per molto tempo è rimasto confinato ai margini. Nell’estrema destra si discuteva della questione di Israele. Il caso di Xavier Vallat è molto ben documentato: l’ex commissario generale per le questioni ebraiche divenne sionista dopo la Seconda guerra mondiale e difese l’esistenza dello Stato di Israele, sostenendo che se gli ebrei avessero avuto una terra, non avrebbero più minacciato la razza francese. Si tratta di una sorta di etno-nazionalismo che si applicherebbe in modo coerente anche agli ebrei. Allo stesso modo, una parte molto minoritaria della sinistra radicale avanzava l’idea di un’equivalenza.

Mi sembra che il 7 ottobre e la campagna di bombardamenti condotta da Israele a Gaza abbiano trasformato la natura del dibattito su Israele in Francia. Questo dibattito è sempre esistito, ma ha acquisito una centralità mediatica e politica piuttosto inedita, con strategie nuove. All’epoca delle dichiarazioni di Bardella di cui stiamo parlando, questo grado di fusione tra antisemitismo e antisionismo rimaneva piuttosto marginale ed era sostenuto in questo modo solo da poche figure, tra cui Soral.

Ritenete che ci siano elementi che le reazioni alle rivelazioni di Mediapart abbiano tralasciato? 

Forse due cose. La prima: si è parlato molto di Soral nell’ultima settimana, ma non bisogna sottovalutare l’importanza implicita di Jean-Marie Le Pen nelle dichiarazioni antisemite attribuite a Bardella. 

Bardella non ha mai nascosto di essersi iscritto al FN per ammirazione verso Jean-Marie Le Pen. Il suo fascino iniziale per il partito deriva piuttosto dalla sua ammirazione per Jean-Marie Le Pen, che è senza dubbio l’antisemita più famoso della Francia nella seconda metà del XX secolo. Questo aspetto influisce inevitabilmente sulle sue dichiarazioni. Più in generale, proprio come guardare i video di Soral, commentarli e discutere di questi temi faceva parte della cultura partitica e militante del FN all’inizio degli anni 2010; il fascino per Jean-Marie Le Pen e per le sue dichiarazioni più trasgressive nella Francia degli anni ’80, 1990 e 2000, in particolare le sue dichiarazioni antisemite e negazioniste, faceva parte di questa cultura militante quasi clandestina, in ogni caso teoricamente tenuta lontana da orecchie esterne. Rafforzava i legami tra i militanti del RN. Non bisogna quindi sottovalutare l’ombra dell’antisemitismo di Jean-Marie Le Pen.

Il secondo punto è che questa sequenza si inserisce nella storia dell’estrema destra in Francia. L’estrema destra francese, nella sua versione moderna, si è sviluppata non solo parallelamente all’emergere dell’antisemitismo moderno, ma in modo quasi indissociabile da esso. Esisteva un antigiudaismo controrivoluzionario, che produceva testi in cui si mescolavano la diffidenza verso il liberalismo economico e il rifiuto degli ebrei, secondo modalità che riprendevano le tematiche e i tropi del rifiuto degli ebrei da parte dei cristiani, in particolare dei cattolici. Ma l’antisemitismo emerge alla fine degli anni Settanta del XIX secolo in Germania. Qualche anno dopo, Édouard Drumont e *La France juive* ridefiniscono l’antisemitismo fondendo elementi provenienti dall’antigiudaismo cattolico, dall’escatologia antisemita, millenarista e controrivoluzionaria, e dall’antigiudaismo anticapitalista di una parte della sinistra, dato che il termine «antisemitismo» non esisteva ancora. Ne fa un discorso perfettamente coerente, che secondo lui spiega il declino della Francia nel contesto della crisi economica europea degli anni Ottanta del XIX secolo.

È proprio in quel periodo, negli anni 1880-1890, che emerge anche un’estrema destra riorganizzata attorno alla questione nazionale. Da allora, questi due fenomeni, l’estrema destra nazionalista e l’antisemitismo, sono indissociabili: non esiste praticamente estrema destra senza antisemitismo, e viceversa. Il Front National ne ha ereditato questa caratteristica. Anche se si definiscono di destra, hanno innalzato la bandiera dell’estrema destra, e quindi quella dell’antisemitismo. E ciò che è interessante è che ne accompagnano le trasformazioni nel corso dei decenni. È quasi sorprendente che questo partito, questa corrente politica, non riesca a liberarsene, come se in realtà fosse impossibile.

È importante, perché permette di ricordare che tutte le dichiarazioni antisemite, omofobe e xenofobe individuate tra i candidati del partito non sono casi isolati. Il termine «slittamento», così come quello di «provocazione», sono espressioni molto contestualizzate, che in un certo senso finiscono per assolvere il RN in quanto partito. Ciò che sta accadendo oggi dimostra quanto tutto ciò sia sistematico e costitutivo dell’identità del partito, anche se tale identità non viene rivendicata pubblicamente dai media. Questo discorso è profondamente identitario all’interno della cultura militante del Rassemblement National.

Jordan Bardella avrebbe potuto prendere le distanze da Jean-Marie Le Pen? 

Ci sono stati diversi momenti in cui la questione è stata sollevata, ma loro non hanno mai voluto prendere le distanze da Jean-Marie Le Pen, nemmeno alla sua morte. In realtà, alla morte di Jean-Marie Le Pen, si è assistito piuttosto a un ritorno alla memoria militante e a una celebrazione del grande combattente nazionalista che avrebbe dovuto essere. È stato infine espulso nel 2015, dopo una serie di dichiarazioni tra il 2010 e il 2015 che hanno costretto Marine Le Pen ad allontanarlo per mantenere la sua linea di cosiddetta «dedializzazione». Ma in realtà, questo nazionalismo antisemita e razzista non è mai stato abbandonato e fa ancora parte della cultura militante profonda del partito. Molti, in un modo o nell’altro, ne sono stati alimentati.

Si può parlare di Caroline Parmentier, di tutta la cerchia di Marine Le Pen. Se si osservano i legami tra l’estrema destra radicale, il RN e i piccoli movimenti, talvolta violenti, che esistono nell’estrema destra e non partecipano alle elezioni, si nota che sono profondi. Il partito è ancora immerso in questa fusione – e non in questa unione – tra destra e estrema destra, che lo caratterizza sin dall’inizio degli anni ’70.

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In Ucraina, l’operazione «Vivaldi» ridisegna la linea del fronte https://legrandcontinent.eu/it/2026/10/02/in-ucraina-loperazione-vivaldi-ridisegna-la-linea-del-fronte/ Fri, 02 Oct 2026 13:40:58 +0000 https://legrandcontinent.eu/it/?p=52238 A settembre Mosca ha registrato le perdite più elevate dell’anno

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Secondo l’Institute for the Study of War (ISW), nel mese di settembre l’esercito russo ha preso il controllo di 176 km² di territorio ucraino, ma ne ha persi 256 km², con una perdita netta di 81 km² 4. Nel 2025, nello stesso periodo, Mosca aveva conquistato 330 km² di territorio in Ucraina. 

  • I dati relativi a settembre raccolti dall’ISW tengono conto dell’avanzata dell’esercito ucraino compiuta nell’ambito dell’operazione «Vivaldi», avviata a maggio nel settore di Lyman.
  • Si osserva tuttavia un netto rallentamento del ritmo di crescita russo a partire dal mese di marzo, che da allora è rimasto modesto o addirittura negativo.
  • I dati forniti da Deep State, un gruppo di analisti ucraini, mostrano invece un netto avanzamento russo di 66 km² nel mese di settembre.

Sebbene l’operazione Vivaldi non abbia quindi fermato l’avanzata russa su tutto il fronte, potrebbe comunque avere importanti ripercussioni sulla campagna russa.

  • Mercoledì 30 settembre, un blogger militare vicino al Cremlino ha affermato che la situazione per Mosca si sta deteriorando non solo a Lyman, dove l’esercito russo ha perso terreno negli ultimi mesi, ma anche nella zona di Sloviansk 5.
  • Quest’ultimo rileva che le forze ucraine sono riuscite «a insediarsi nella regione di Dibrova e Ozernoye», a nord del fiume Siverskyi Donets, il che potrebbe compromettere la capacità di Mosca di circondare la «cintura di fortezze» che collega Kostiantynivka, Kramatorsk e Sloviansk.

L’esercito russo continua ad avanzare in alcuni settori del fronte, in particolare nella zona centrale dell’oblast di Donetsk e in direzione di Kharkiv, secondo la società di consulenza Rochan Consulting 6. L’ISW rileva inoltre un’avanzata russa nel sud dell’Ucraina. Tale avanzata ha tuttavia un costo considerevole: lo Stato Maggiore delle forze armate ucraine ha registrato oltre 46.000 perdite russe nel mese di settembre, contro meno di 32.000 a gennaio, con un aumento del 46%.

  • L’esercito russo ha storicamente compiuto importanti progressi in autunno: secondo Deep State, nel novembre 2024 aveva guadagnato 730 km² di territorio e nel novembre 2025 altri 505 km².
  • La caduta delle foglie dagli alberi in autunno comporta tuttavia una minore copertura per le truppe di terra, il che facilita il lavoro di individuazione degli obiettivi da parte degli operatori dei droni ucraini.

In una nota redatta da Sberbank e pubblicata alla fine di agosto dal gruppo di hacker Black Mirror, la banca stimava al solo 7% la probabilità di una vittoria decisiva da parte della Russia. Il documento recitava: «Senza mobilitazione, non ci sono uomini. Senza una soluzione al problema della difesa aerea delle retrovie, gli attacchi contro le infrastrutture continueranno. Questi ‘senza’ rendono questo scenario improbabile, ma non impossibile: qualsiasi di questi fattori può cambiare per decisione del comandante in capo supremo».

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Chi si nasconde davvero dietro il caso di Thélyson Orélien? https://legrandcontinent.eu/it/2026/10/02/chi-si-nasconde-davvero-dietro-il-caso-di-thelyson-orelien/ Fri, 02 Oct 2026 12:23:32 +0000 https://legrandcontinent.eu/it/?p=52197 Un giovane ricercatore spiega a Il Grand Continent perché ha cofondato il collettivo «Balance ton Claude»

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Scopri “Il Grand Continent”. Idee e analisi che non si trovano da nessun’altra parte. Ma che presto vedrai ovunque. Nella tua casella di posta a partire da 8 euro al mese

Mi chiamo Pierre-Thomas Eckert, sono dottore in filosofia morale presso l’Università Europea di Roma e ricercatore in metaetica presso il Centre for Character and Human Growth dell’Università Villanueva di Madrid. Insieme a Samuel Fitoussi e ad alcuni altri utenti di Internet, sono uno dei membri fondatori del collettivo «Balance ton Claude» (@Pangramed), che ha rivelato come il libro di Thélyson Orélien fosse molto probabilmente il frutto di un’intelligenza artificiale 7. 

Perché ho partecipato a «Balance ton Claude»? Anche se nutro grande stima per il lavoro di Fitoussi, ritengo importante che la lotta che stiamo conducendo contro l’inquinamento della scrittura causato dai contenuti generati dall’IA sia il più ampia e trasversale possibile. È proprio per questo motivo che inizialmente avevamo concordato di mantenere l’anonimato, affinché fosse l’esame dei fatti – e solo dei fatti – a influenzare il giudizio informato delle nostre lettrici e dei nostri lettori. Ora che il nome di Fitoussi è stato reso pubblico dalla stampa, ritengo preferibile che venga reso noto anche il mio, affinché il grande pubblico comprenda meglio alcune delle altre motivazioni che animano il nostro collettivo. 

“Era questo o morire” e il suo autore non ci interessano di per sé: hanno attirato la nostra attenzione solo in quanto sintomi particolarmente evidenti di quel fenomeno di proliferazione di contenuti generati dall’IA, particolarmente deleterio per la nostra società. 

Il punto oscuro del caso Thélyson Orélien

Condivido le analisi di Fitoussi pubblicate su queste pagine riguardo al pericolo esistenziale che i progressi esponenziali delle capacità delle IA generative comportano per la produzione letteraria e per la qualità degli scambi sui social network. Ma mi sembra che un altro elemento altrettanto importante sia stato trascurato nel corso di questa polemica: il pericolo, altrettanto esistenziale, che l’IA rappresenta per la qualità della produzione universitaria e accademica. Come spiega molto bene Fitoussi, la prospettiva di un futuro in cui regnerà un sospetto generalizzato sulla paternità umana dei testi pubblicati online è già di per sé poco incoraggiante, ma diventa particolarmente angosciante quando si aggiunge il mondo accademico all’equazione. 

Ritengo sia importante esprimere questa paura in modo razionale affinché non venga liquidata con un semplice gesto della mano dai “tecnottimisti” più entusiasti, ed è per questo che pubblico questo articolo. In Europa, la quasi totalità del nostro sistema di attribuzione dell’autorità epistemica si basa, implicitamente o esplicitamente, sul mondo accademico. Se volete sostenere una tesi su qualsiasi argomento, è molto probabile che farete ricorso, almeno implicitamente, a frasi del tipo «Uno studio ha dimostrato che X», «Il professor Y afferma che Z», «I risultati dello studio A sono stati confermati dalla meta-analisi B pubblicata sulla rivista peer-reviewed C», ecc. Anche se è abbastanza plausibile che non ricorriate direttamente a queste formule nella vostra vita quotidiana, è in realtà molto improbabile che ciò che affermano gli articoli di stampa o i programmi televisivi su cui baserete le vostre opinioni non faccia ricorso a questo tipo di informazioni. 

La polemica che abbiamo sollevato con «Balance ton Claude» ha del resto permesso di illustrare questo procedimento: abbiamo utilizzato lo strumento di rilevamento Pangram v.4 in modo così sistematico solo perché studi indipendenti ne avevano confermato l’affidabilità, e commentatori autorevoli come CheckNews di «Libération» o Stéphane Jourdain su France Inter hanno analizzato innanzitutto questo elemento della nostra argomentazione quando si sono occupati delle nostre affermazioni. 

Questa piramide di giustificazione è possibile solo se si può fare affidamento sul fatto che gli accademici scrivano, riflettano, eseguano le operazioni che descrivono e ottengano effettivamente i risultati che pubblicano sulle riviste scientifiche. 

Il fondamento morale della ricerca 

C’è quindi una necessaria scommessa morale alla base della nostra fiducia negli studi e nella parola accademica: partiamo dal presupposto che gli autori che presentano un manoscritto abbiano 1) valutato attentamente il significato delle affermazioni e delle argomentazioni ivi presentate, 2) abbiano effettuato e verificato personalmente i calcoli e letto le fonti a cui fanno riferimento nella loro argomentazione; e scommettiamo inoltre che 3) i revisori incaricati di valutare i manoscritti li leggeranno essi stessi con scrupolo, senza tralasciare alcuna affermazione ingiustificata. 

In pratica, i revisori basano il proprio lavoro su un accordo di fiducia implicito con il ricercatore che ha presentato il manoscritto, poiché non hanno il tempo di verificare che ogni parola e ogni riferimento siano autentici. La revisione tra pari in doppio cieco (su cui si basa l’intera produzione accademica) non è stata infatti concepita come un sistema infallibile per individuare le frodi, ma come un filtro di qualità basato su una presunzione di buona fede.

Il problema è che l’uso di LLM sufficientemente potenti compromette ciascuno di questi tre aspetti: 

  • le ultime versioni di Claude o ChatGPT sono ormai in grado di generare testi accademici che, almeno in apparenza, risultano di alta qualità, individuabili solo con una lettura attenta, e persino questa potrebbe non essere più sufficiente di fronte alle loro versioni future; 
  • le allucinazioni evidenti che rendono facile individuare le frodi relative ai riferimenti sono sempre più rare; 
  • e l’IA può addirittura facilitare notevolmente la falsificazione dei dati, arrivando persino a generarne di nuovi dal nulla e a cancellarne ogni traccia. La maggior parte dei testi generati dall’IA, quando contengono affermazioni false, lo fa in modo sufficientemente vago e sottile da non saltare immediatamente all’occhio. 

Le sanzioni, quando vengono comminate, sono ancora troppo rare e troppo poco sistematiche per essere dissuasive. Se non interveniamo, rischiamo di assistere a una generalizzazione del caso Sokal 8 – che aveva già minato la credibilità di alcuni settori delle scienze umane e sociali – all’intero mondo accademico, comprese le scienze esatte e le discipline umanistiche più rigorose come la filosofia analitica. 

I risultati non sono sufficienti

Non si potrebbe forse affermare che, in fin dei conti, conta solo il risultato e che, purché l’articolo sia valido, le preoccupazioni relative all’uso dell’IA sono infondate? A mio avviso, ciò significa non cogliere la vera natura del processo di produzione della conoscenza nel mondo accademico. 

Una prima ragione risiede nel fatto che la revisione tra pari in cieco si basa su determinati incentivi che verrebbero compromessi dalla diffusione della scrittura basata sull’IA. Dato che tale processo implica che il revisore dedichi parte del proprio tempo a valutare il lavoro di un collega, se sa che quest’ultimo ha lavorato esclusivamente con la propria IA e non si è preso il tempo di soppesare le proprie affermazioni man mano che procedeva, perché dovrebbe affannarsi a cercare di decifrare ciò che l’IA avrà generato? Perché dovrebbe fidarsi dell’autore riguardo all’accuratezza dei dettagli? Farebbe meglio a discutere l’argomento con la propria IA o semplicemente a ignorare l’articolo. Non sorprende, del resto, che l’avvento delle IA generative abbia coinciso con un’esplosione delle proposte di articoli e che i revisori esprimano un crescente malcontento al riguardo. 

Se invece non c’è più alcun modo di sapere se un articolo sia stato scritto da un essere umano o generato da un LLM, il segnale della buona ricerca rischia di perdersi nel rumore della marea di “slop IA” 9, rendendo di fatto impossibile il processo di valutazione collettiva delle conoscenze. La maggior parte delle valutazioni dei testi si basa infatti in parte su meta-indicatori di affidabilità (la presunta competenza dell’autore, il prestigio della rivista, l’affidabilità della banca dati, ecc.); se questi indici non fossero più affidabili, il processo diventerebbe impossibile da svolgere correttamente nei tempi previsti. Ogni ricercatore si ritroverebbe isolato, potendo fare affidamento solo sulla propria memoria, sulla propria coscienza e sui ricercatori che già conosce personalmente. 

Ciò penalizzerebbe inoltre pesantemente i giovani ricercatori onesti, che avrebbero difficoltà a ottenere la revisione tra pari attraverso i canali tradizionali: chi si imbarcherebbe in un dottorato se sapesse che il risultato di tre anni di duro lavoro rischia di essere considerato alla stregua di un testo generato in poche ore da un modello di linguaggio (LLM) abilmente guidato? Per quanto i ricercatori siano animati innanzitutto da un nobile interesse per la verità, è irrealistico pensare che le vocazioni continuino a fiorire con un sistema di incentivi così negativo. 

Formare le menti, elaborare affermazioni 

Un approccio alla ricerca interamente incentrato sui risultati e che non tiene conto dell’uso generativo dell’IA trascura inoltre una dimensione importante della pratica accademica: il fatto che, sotto diversi aspetti, il percorso sia importante almeno quanto il risultato. 

Il mondo accademico non è una semplice macchina per produrre affermazioni vere: è innanzitutto un fucina di esseri umani d’eccellenza, ovvero di menti che hanno sviluppato qualità eccezionali, siano esse epistemiche (rigore, precisione, concisione, autonomia riflessiva, economia argomentativa, ecc.) o morali (pazienza, perseveranza, integrità, capacità comunicativa, ecc.). 

Ma queste virtù, ovviamente, non si sviluppano da sole: come Aristotele aveva ben intuito nell’Etica Nicomachea, esse richiedono sia un lungo processo di assuefazione sia la guida di un maestro virtuoso che permetta di correggere gli errori lungo il percorso. 

L’uso regolare dell’intelligenza artificiale per la generazione dei nostri testi accademici – anche quelli più semplici, come i riassunti di articoli o le note per le presentazioni – bypassa completamente i circuiti di ricompensa che consentono di acquisire in modo duraturo queste capacità: come si può imparare a cucinare correttamente se uno chef a tre stelle vi prepara un piatto abbondante a ogni pasto? 

In teoria, ognuno è libero di mettersi ai fornelli, ma contare sul fatto che la maggioranza lo faccia è del tutto irrealistico. 

Il miraggio della scoperta accelerata

Un ultimo punto su cui mi sembra che i tecnottimisti abbiano torto: l’affermazione secondo cui l’accelerazione dei progressi dei modelli di linguaggio di grandi dimensioni (LLM) non può che portare a un’accelerazione delle scoperte. In questa argomentazione, la conoscenza è concepita come un vastissimo giacimento di proposizioni vere, e i modelli di linguaggio di grandi dimensioni (LLM) sarebbero i nostri strumenti più efficaci per accelerarne lo sfruttamento: perché privarcene? 

Questa visione ingenua trascura il fatto che una delle fasi fondamentali del processo di scoperta o creazione della conoscenza consiste nella verifica da parte di esperti del settore. Ora, se un «frammento di conoscenza» viene «estratto» da un LLM senza che vi sia più alcun essere umano sufficientemente competente a valutarlo, come potremmo essere sicuri che abbia realmente tale status? Attraverso «pari» di IA estremamente potenti? 

Il funzionamento interno dei modelli di linguaggio di grandi dimensioni (LLM) è notoriamente opaco e il loro allineamento ai nostri principi morali fondamentali suscita già numerose preoccupazioni. La domanda è quindi: è auspicabile affidare all’intelligenza artificiale una tale delega delle nostre autorità epistemiche? 

Riorientare il dibattito

Che la mia argomentazione sia ben chiara: non sto dicendo che la partita sia irrimediabilmente persa né che ogni utilizzo dell’IA debba essere vietato. I modelli di linguaggio di grandi dimensioni (LLM) rimangono uno strumento di grande rilievo per generare critiche alle nostre stesse argomentazioni, esplorare nuove piste di ricerca o aprire la strada a nuovi approcci concettuali. 

Ma un uso del genere è necessariamente attivo e equivale ben più a uno “sforzo cognitivo” che a quell’“alleggerimento cognitivo” contro cui i membri di “Balance ton Claude” hanno unito le forze. In base alla mia esperienza nella filosofia analitica e a ciò che sento e leggo da alcuni colleghi, non è questo uso saggio e moderato che si sta diffondendo a macchia d’olio nelle nostre istituzioni. 

Alcuni di loro, compresi docenti già affermati, non sembrano rendersi conto del pericolo che ciò comporta per la credibilità della nostra intera professione. Il passaggio da un semplice brainstorming assistito dall’IA alla stesura integrale di «un’idea che avevamo in mente ma che non riuscivamo a formulare bene» per un articolo o una presentazione è diventato molto più diffuso di quanto si creda, e questa è una pessima notizia: ritengo che il blocco creativo e la pagina bianca siano fasi necessarie per affinare la comprensione e che l’IA ci faccia guadagnare nel breve termine ciò di cui non potremo che pentirci nel lungo termine. 

Come ben sottolinea il filosofo americano Eric Schwitzgebel, c’è un’enorme differenza cognitiva tra il dare il proprio assenso leggendo qualcosa e il redigere un testo di proprio pugno 10: nel primo caso, si è tentati di accontentarsi passivamente di un sinonimo approssimativo, mentre nel secondo si è costretti a scervellarsi per esprimere la sfumatura esatta. Anche una riformulazione elegante e più concisa da parte di un LLM rischia ogni volta di introdurre un sottile slittamento semantico rispetto a ciò che avremmo espresso se avessimo preso carta e penna, e la qualità generale del risultato non può che esserne compromessa, anche se ciò non è immediatamente visibile a occhio nudo. 

Il rischio di un trasferimento massiccio e irreversibile delle nostre autorità epistemiche e delle nostre capacità cognitive (cognitive offloading) a favore dell’IA è estremamente reale e, proprio come Fitoussi e gli altri nostri compagni di «Balance ton Claude», non vedo alcuna prospettiva incoraggiante in tutto ciò. 

Speriamo che questa vicenda abbia fatto da campanello d’allarme, anche se non ci facciamo molte illusioni al riguardo. Riteniamo tuttavia che fosse nostro dovere allertare l’opinione pubblica su questi sviluppi e, in tal senso, la divulgazione dell’identità di alcuni membri del collettivo potrebbe rivelarsi un male necessario. È quindi con la sensazione di aver adempiuto al nostro dovere che concludo questo testo.

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Secondo Mario Draghi, l’Europa non può più fare a meno della crescita https://legrandcontinent.eu/it/2026/10/02/secondo-mario-draghi-leuropa-non-puo-vivere-senza-crescita/ Fri, 02 Oct 2026 09:00:31 +0000 https://legrandcontinent.eu/it/?p=52196 L'ultima lezione inedita dell'ex presidente della BCE

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Mario Draghi ha appena tenuto presso il Politecnico federale di Zurigo la decima conferenza della Banca nazionale svizzera dedicata alla memoria dell’economista Karl Brunner. 

L’ex presidente della BCE traccia un bilancio particolarmente accurato e severo. Il quadro monetario europeo ha resistito a tutte le crisi, ma si basava su un’ipotesi che ormai non è più valida: si pensava che la crescita sarebbe arrivata da altrove.

Draghi parte da quella che definisce «la condizione di Brunner». «Una banca centrale può preservare la stabilità della moneta solo se i governi tengono sotto controllo il proprio debito», il che implica che il divario tra il tasso pagato sul debito e la crescita sia positivo («r meno g»). Quando il primo supera il secondo, il debito cresce di per sé. La tentazione è allora quella di farlo finanziare dalla Banca centrale. Negli anni 2010, la BCE ha invertito da sola questo divario: «È stata l’indipendenza, correttamente esercitata, a proteggere il progetto». «Ma quei tempi sono finiti: “una banca centrale che sostiene la crescita non è una soluzione sostenibile, e questa soluzione oggi non regge più”».

Secondo Draghi, siamo entrati in una nuova fase, in cui nemmeno il rigore di bilancio è più sufficiente: «anche un governo con finanze sane non può controllare interamente il costo dei propri prestiti». Il costo del denaro viene ormai determinato a Washington e nei centri dati dell’intelligenza artificiale, imponendo uno squilibrio brutale all’Europa che «importa l’intero aumento dei tassi, ma solo una frazione della crescita». «Un’unica leva rimane nelle sue mani: «Delle due forze che determinano il debito, il tasso d’interesse viene fissato sempre più al di fuori dell’Europa. La crescita è l’unica su cui l’Europa può ancora agire.»

È partendo da questa riflessione di economia monetaria che l’ex presidente della BCE tiene uno dei suoi discorsi più incentrati sulla crescita, parola o verbo che ricorre più di sessanta volte. 

Draghi ricorda che le imprese europee «continuano a crescere al ritmo delle loro economie di origine». Il loro mercato nazionale le limita, e le riforme nazionali non cambieranno nulla, poiché «non possono fornire la scala da cui ormai dipendono la tecnologia… Solo l’integrazione può farlo». È quindi necessario portare a compimento il mercato unico, un obiettivo perseguito «dal 1985», realizzare l’unione dei mercati dei capitali e mettere in comune gli sforzi in materia di capacità di calcolo per l’intelligenza artificiale, pari a circa 100 miliardi di euro: «Questa somma è assolutamente alla nostra portata».

La conclusione suona come un monito alle capitali. Il quadro di Maastricht reggerà solo se i legislatori «si assumeranno pienamente la responsabilità della crescita come obiettivo dell’Unione». Solo a questa condizione, «crescita e indipendenza si rafforzano a vicenda».

Il primo decennio: i lavori proseguono

Karl Brunner è stato uno degli economisti le cui idee hanno plasmato quella che sarebbe poi diventata la costituzione monetaria dell’Europa.

Nel 1968 ha introdotto il termine «monetarismo» nel vocabolario comune dell’economia. Insieme a Milton Friedman e ad altri, ha contribuito a riaffermare l’idea che l’inflazione sia un fenomeno monetario e che la responsabilità del livello dei prezzi spetti alla banca centrale 11.

Ma Brunner era altrettanto chiaro sui limiti di tale responsabilità. La banca centrale non poteva garantire da sola la stabilità dei prezzi. Aveva bisogno di un’autorità di bilancio i cui incentivi fossero compatibili con i propri 12.

Se un governo registrasse deficit permanenti di entità tale da far aumentare costantemente il proprio debito rispetto alla produzione, si intensificherebbe la pressione a favore della monetizzazione di tale debito. A lungo termine, i due regimi non potrebbero coesistere, e sarebbe il regime monetario a cedere per primo 13.

Queste idee si ritrovano nel Trattato di Maastricht, che ha conferito alla BCE l’indipendenza e l’obiettivo primario della stabilità dei prezzi. Inoltre, ha introdotto la separazione tra politica monetaria e politica di bilancio necessaria per rendere tale indipendenza sostenibile: il divieto di finanziamento monetario, la clausola di non salvataggio e la procedura per i disavanzi eccessivi 14.

Il fatto che questa separazione regga nella pratica dipende tuttavia da fattori diversi dalle regole. Essa si basa, in definitiva, sul rapporto tra il costo del credito e la crescita, ovvero, in breve, r meno g 15.

Se il tasso di interesse che un governo paga sul proprio debito è superiore al tasso di crescita dell’economia, il rapporto debito/PIL aumenta automaticamente, a meno che il governo non realizzi un avanzo primario. Maggiore è il divario, più consistente deve essere l’avanzo necessario e più forte è la tentazione di esercitare pressioni sulla banca centrale affinché ricorra alla monetizzazione. Questa stessa relazione era al centro dell’analisi dello stesso Brunner 16.

Il quadro europeo si basava su due ipotesi implicite riguardo al modo in cui r e g sarebbero rimasti vicini.

La prima era che la crescita sarebbe stata garantita da altre politiche.

La politica monetaria era considerata neutra nel lungo periodo, mentre la politica di bilancio poteva, nella migliore delle ipotesi, attenuare le fluttuazioni del ciclo economico. La crescita doveva provenire dall’offerta, in particolare dal completamento del mercato unico, e l’unione monetaria avrebbe dovuto rafforzare tali benefici 17.

I valori di riferimento delle regole di bilancio dell’Unione presupponevano che tale crescita sarebbe stata relativamente forte. Un disavanzo pari al 3% del PIL stabilizza il debito al 60% del PIL solo se la crescita nominale raggiunge il 5% all’anno. All’epoca, ciò corrispondeva a una crescita reale di circa il 3% e a un’inflazione di circa il 2% 18.

Ma mentre la politica di bilancio era disciplinata da regole esplicite e da procedure di attuazione, la crescita era ampiamente data per scontata. Dopo il 1992, in assenza di un calendario comune, i progressi del mercato unico hanno subito un rallentamento e quest’ultimo non è mai stato portato a compimento.

Le politiche strutturali nazionali erano coordinate solo attraverso raccomandazioni prive di sanzioni.

La seconda ipotesi era che una banca centrale che adempisse al proprio mandato e dei governi che rispettassero le regole avrebbero, insieme, determinato un calo dei tassi di interesse.

Una banca centrale credibile riduce il premio richiesto dagli investitori a titolo di rischio di inflazione. Finanze pubbliche sane riducono il premio che essi esigono per detenere il debito pubblico. Con la diminuzione di entrambi questi premi, r si avvicinerebbe a g. E tassi di interesse più bassi sosterrebbero a loro volta gli investimenti e la crescita, in modo tale che il processo si autoalimenterebbe.

Questo è, a grandi linee, ciò che è accaduto durante la Grande Moderazione, in due fasi.

Negli anni ’90, i governi delle economie avanzate hanno ridotto i propri disavanzi, mentre le banche centrali hanno stabilizzato le aspettative di inflazione. I tassi di interesse a lungo termine sono scesi in modo costante. I premi di termine stimati sono diminuiti di pari passo, in modo più marcato laddove le banche centrali rafforzavano il proprio quadro di politica monetaria 19.

I paesi che si stavano preparando all’euro ne hanno tratto un doppio vantaggio: da questo processo e dalla convergenza verso la moneta unica. I governi determinati ad aderirvi hanno registrato avanzi primari compresi in media tra il 2% e il 3% del PIL alla fine degli anni ’90 20.

La prospettiva dell’euro ha eliminato il rischio di svalutazione del loro debito. Nel 1999, i rendimenti a lungo termine in Italia e in Spagna erano diminuiti di oltre 8 punti percentuali dall’inizio del decennio, attestandosi intorno al 4%, contro un calo di circa 3 punti percentuali negli Stati Uniti 21.

Successivamente, nel corso del primo decennio dell’euro, la crescita ha preso piede. Il calo dei tassi ha stimolato l’attività soprattutto nei paesi periferici, man mano che i capitali affluivano dal cuore dell’area e il credito e gli investimenti si espandevano. Dal 1999 al 2007, l’area dell’euro è cresciuta di poco più del 2% all’anno in termini reali, leggermente al di sotto del 3% su cui si basavano le regole di bilancio 22. 

Tale crescita ha mantenuto r vicino a g: nel corso di questi anni, il divario tra il tasso di interesse medio sul debito pubblico dell’area dell’euro e la crescita nominale si è attestato in media a 0,6 punti percentuali 23. La banca centrale ha potuto adempiere al proprio mandato avvalendosi esclusivamente del tasso di riferimento, e la sua indipendenza non è stata messa seriamente alla prova.

Ma l’opera presentava alcuni segnali di allarme.

La crescita derivava in misura maggiore dal credito e dalla convergenza piuttosto che dalle riforme del mercato unico su cui il quadro aveva puntato. Le eccedenze primarie della fine degli anni ’90 riflettevano uno sforzo eccezionale per qualificarsi all’euro: erano di gran lunga superiori alla media osservata dal 1960, che era vicina allo zero 24. Una volta esaurite tali eccedenze, la stabilità del debito dipenderebbe dalla capacità della crescita di tenere il passo con i tassi di interesse.

Per un decennio, quindi, la teoria ha retto. Ma non era ancora stata messa alla prova da un periodo in cui i due si fossero allontanati l’uno dall’altro.

Gli anni 2010: la banca centrale interviene per proteggere il settore edile

La crisi finanziaria, seguita poi dalla crisi del debito sovrano, hanno rappresentato questa prova.

La crescita basata sul credito si è esaurita. E i tassi di interesse hanno ricominciato a divergere da un paese all’altro, poiché gli investitori hanno iniziato a nutrire dubbi sulle finanze pubbliche di diversi paesi. Il differenziale tra r e g sul debito dell’area dell’euro si è ampliato fino a raggiungere i 2,8 punti percentuali nel periodo 2008-2011 25.

Con il crollo della crescita e l’allontanamento di r da g, le autorità macroeconomiche hanno dovuto intervenire per sostenere la crescita. Durante la prima fase della crisi finanziaria, i governi hanno agito in tal senso. Nel 2009 e nel 2010, sia la politica fiscale che quella monetaria erano fortemente espansive 26.

Ma sin dall’inizio della crisi del debito sovrano, i governi hanno fatto riferimento alla lezione degli anni ’90, secondo cui il risanamento di bilancio avrebbe fatto scendere i tassi di interesse. Alcuni sono andati oltre, convinti che avrebbe anche stimolato la crescita ripristinando la fiducia nelle finanze pubbliche 27.

L’orientamento di bilancio si è quindi notevolmente inasprito. Tra il 2010 e il 2013, il saldo corretto per le variazioni congiunturali dell’area dell’euro si è inasprito del 3,7% del PIL 28. A peggiorare la situazione, ciò riguardava anche paesi che non subivano pressioni dai mercati.

Ma le condizioni erano ormai diverse. Negli anni ’90, il settore privato si era sviluppato di pari passo con il calo dei tassi di interesse. Nel 2010, le banche e le imprese stavano riducendo il proprio indebitamento e non erano in grado di colmare il vuoto lasciato dallo Stato, per cui i moltiplicatori di bilancio erano eccezionalmente elevati 29.

Di conseguenza, il risanamento ha inciso sulla crescita in misura maggiore rispetto ai tassi di interesse. Dal secondo trimestre del 2011 al primo trimestre del 2013, la crescita è stata pari a zero o negativa per otto trimestri consecutivi. La produzione dell’area dell’euro era allora inferiore di circa il 3,5 % rispetto al proprio potenziale. Secondo le simulazioni della BCE, se la politica di bilancio avesse contrastato il rallentamento, tale deficit di produzione sarebbe stato circa la metà 30.

Questa stessa debolezza della domanda ha avuto ripercussioni sulla politica monetaria, poiché ha determinato un effetto disinflazionistico sull’intera zona euro. L’inflazione sottostante è scesa allo 0,6% nel gennaio 2015, mentre le aspettative di inflazione a più lungo termine sono scese a circa l’1,5%. Per ripristinare la stabilità dei prezzi era necessario che la politica monetaria diventasse fortemente espansiva.

La debolezza della crescita è così entrata a far parte delle preoccupazioni della banca centrale. In assenza di altre politiche a sostegno della domanda, la ripresa economica rappresentava l’unico canale attraverso il quale la politica monetaria poteva riportare l’inflazione al proprio obiettivo. Ciò ha costretto la banca centrale ad agire su una scala e con strumenti a cui non aveva mai fatto ricorso in precedenza.

I tassi sono stati abbassati a zero e poi anche al di sotto di tale livello. Se i mercati ritengono che lo zero rappresenti un limite minimo, allora, una volta che i tassi hanno raggiunto lo zero, non possono che salire, e questa aspettativa si riflette sull’intera curva dei rendimenti. L’eliminazione di tale soglia minima ha quindi avuto un effetto superiore a quanto lasciasse supporre l’entità dei tagli. Al suo apice, la politica dei tassi negativi avrebbe aggiunto, secondo le stime, circa 0,3 punti percentuali alla crescita annuale del PIL e 0,2 punti all’inflazione 31.

Per influenzare i tassi a più lungo termine, la banca centrale ha acquistato attività, soprattutto titoli di Stato. Ciò avveniva attraverso un canale che Brunner, nel corso della sua lunga collaborazione con Allan Meltzer, aveva contribuito a sviluppare: la politica monetaria agisce attraverso i prezzi relativi dell’insieme degli attivi, e non tramite un unico tasso di interesse 32.

Gli attivi sono sostituti imperfetti gli uni degli altri. Quando la banca centrale acquista obbligazioni a lungo termine, gli investitori che le vendono si orientano verso altri attivi: obbligazioni di altri Stati membri, obbligazioni bancarie, debito societario. Il premio si riduce su tutte queste attività e le condizioni di finanziamento si allentano in tutta l’economia 33. Nell’area dell’euro, dove il mercato dei titoli di Stato è frammentato lungo linee nazionali, questo effetto è ancora più marcato.

Queste misure hanno raggiunto i propri obiettivi. Al culmine della loro efficacia, hanno ridotto i tassi di interesse a lungo termine di circa 140-150 punti base 34. Secondo le stime della BCE, queste misure spiegano oltre un quarto della crescita dell’area dell’euro tra il 2015 e il 2019. Senza di esse, circa due milioni e mezzo di persone in meno avrebbero avuto un lavoro e l’inflazione sarebbe diventata negativa nel 2016 35. 

All’epoca si temeva un predominio in materia di bilancio. Si trattava di un timore infondato, sia in linea di principio che nella pratica.

Era infondata in linea di principio, poiché i fondatori del trattato hanno tracciato chiaramente il confine: la banca centrale non può concedere prestiti ai governi, ma può acquistare e vendere i loro titoli sul mercato per condurre la politica monetaria. Ciò che distingue le due cose è la finalità 36.

Poiché l’inflazione era ben al di sotto dell’obiettivo e in calo, gli acquisti di titoli erano indispensabili per adempiere al mandato. Si è trattato di un’operazione volta ad affermare il primato monetario. Se l’inflazione è un fenomeno monetario, la responsabilità ricade sulla banca centrale, sia che sia troppo alta sia che sia troppo bassa. La BCE si è assunta pienamente tale responsabilità, come voluto dai fondatori.

La Corte di giustizia dell’Unione europea ha adottato la stessa posizione. Ha ritenuto che tali acquisti rientrassero nella politica monetaria e che, tenuto conto delle garanzie ad essi associate, non violassero il divieto di finanziamento monetario 37.

Anche nella pratica tale timore si è rivelato infondato. Gli acquisti non hanno trascinato la banca centrale nell’orbita della politica di bilancio. Hanno eliminato la condizione alla base del predominio della politica di bilancio: un rapporto di indebitamento che cresce di per sé perché r supera g e, con esso, la pressione a favore della monetizzazione.

Riducendo il costo del credito e sostenendo la crescita, la politica monetaria ha contribuito a invertire il divario tra r e g, che tra il 2015 e il 2019 si è attestato in media a meno 1 punto percentuale 38. Con la riduzione dei disavanzi man mano che l’economia si riprendeva, ciò è bastato a far scendere il rapporto debito/PIL dell’area dell’euro dal 93 % del PIL nel 2014 all’84 % nel 2019.

Questi acquisti non hanno nemmeno limitato l’operato della banca centrale quando l’inflazione ha ripreso a crescere, come alcuni temevano. Nel 2022, ha aumentato i tassi al ritmo più rapido della sua storia, pur detenendo un ampio portafoglio di obbligazioni e subendo perdite su di esso 39.

È stata proprio l’indipendenza, correttamente esercitata, a salvaguardare il sistema e a mantenere la separazione tra politica monetaria e politica di bilancio.

Ma una banca centrale che sostiene la crescita non è una soluzione sostenibile, e oggi questa soluzione non regge più.

Oggi: tassi globali, crescita locale

Oggi sono all’opera due forze che la banca centrale non può, o non deve, controbilanciare.

In primo luogo, i tassi di interesse a lungo termine dell’area dell’euro stanno aumentando, e sempre più per ragioni che sfuggono al controllo dell’Europa.

Negli ultimi mesi hanno raggiunto il livello più alto degli ultimi quindici anni circa, evolvendo di pari passo con i rendimenti dei titoli del Tesoro statunitense. Ciò rientra in una tendenza di più lungo periodo. I rendimenti a lungo termine delle economie avanzate evolvono ormai in modo molto più strettamente correlato rispetto all’epoca in cui è stato concepito l’euro 40. E lo scorso anno i fattori globali hanno influenzato la parte più lunga della curva dei rendimenti dell’area dell’euro più di quanto non abbiano fatto in qualsiasi altro anno dell’ultimo decennio 41.

Questo non era stato previsto nella struttura del sistema. Si partiva dal presupposto che i governi che mantenevano in ordine le proprie finanze sarebbero stati ricompensati con un costo del debito più basso.

La disciplina di bilancio rimane importante, ma non può proteggere un governo dalle fluttuazioni dei tassi di interesse mondiali. Ormai, nemmeno un governo con finanze sane può controllare interamente il costo dei propri prestiti.

Una parte dell’aumento dei rendimenti riflette l’inflazione. Gli shock di offerta a livello mondiale hanno fatto risalire l’inflazione, di recente a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia provocato dal conflitto con l’Iran e dalla perdita di capacità di raffinazione in Russia e in Medio Oriente.

Poiché i rendimenti a lungo termine riflettono l’inflazione attesa per l’intera durata di un’obbligazione, un aumento dell’inflazione ne determina un aumento diretto.

La quota maggiore riflette l’offerta di debito, derivante soprattutto dalla politica di bilancio, diventata prociclica in quasi tutte le principali economie, e ancor più negli Stati Uniti. Quest’anno gli Stati Uniti registreranno un disavanzo vicino al 6% del PIL e, a parità di politiche, entro il 2030 il loro debito supererà il record del dopoguerra 42.

Il finanziamento privato attinge allo stesso bacino di capitali. Si prevede che le principali aziende tecnologiche statunitensi, da sole, investano quest’anno quasi 800 miliardi di dollari, principalmente in data center per l’intelligenza artificiale, pari a circa un sesto degli investimenti annuali totali delle imprese statunitensi. Gli investimenti globali nei data center potrebbero superare i 3.000 miliardi di dollari entro il 2030 43. Gran parte di questi investimenti è finanziata dal debito: le emissioni obbligazionarie legate all’IA potrebbero raggiungere circa 300 miliardi di dollari quest’anno, pari a circa un terzo delle emissioni nette di obbligazioni societarie statunitensi 44.

Anche l’Europa contribuisce all’offerta di debito, con l’espansione di bilancio della Germania e un disavanzo francese superiore al 5% del PIL. È improbabile che questa tendenza si inverta. A parità di politiche, il FMI stima che entro il 2040 le economie avanzate europee dovranno far fronte a spese aggiuntive pari a circa il 4,5% del PIL a causa dell’invecchiamento demografico, della difesa e della transizione climatica. Ciò rappresenta un aumento circa tre volte più rapido rispetto a quello registrato nei due decenni precedenti la pandemia 45.

Dovendo detenere una maggiore quantità di debito a lungo termine, gli investitori richiedono un premio più elevato per detenerlo.

Negli anni 2010, gli acquisti della banca centrale hanno ridotto il differenziale a termine, mantenendo i rendimenti a lungo termine dell’area dell’euro ben al di sotto di quelli degli Stati Uniti. Oggi, con un’inflazione superiore all’obiettivo, non può più farlo. Al contrario, liquidando i propri acquisti passati, aumenta il premio a termine di ulteriori 20 punti base nell’area dell’euro entro la fine del decennio 46.

In secondo luogo, la crescita dell’area dell’euro è ormai inferiore al tasso di interesse a cui è soggetta a livello mondiale.

L’impatto immediato dell’aumento dei deficit e degli investimenti nell’IA si fa sentire soprattutto negli Stati Uniti, che hanno anche più da guadagnare da un’accelerazione della crescita della produttività se l’IA manterrà le sue promesse. L’Europa subisce l’intero aumento dei tassi, ma solo una parte della crescita.

Questo divario non si riflette ancora negli oneri finanziari. Il debito emesso nel corso del decennio caratterizzato da tassi bassi continua ad avere cedole modeste, per cui il tasso medio pagato dai governi, pari a circa il 2,25%, rimane nettamente inferiore a una crescita nominale di circa il 3,5% 47. 

Ma ogni anno circa un sesto di questo debito viene rifinanziato ai tassi attuali, e il tasso medio aumenta di conseguenza. La Commissione prevede che all’inizio del prossimo decennio il tasso di interesse medio del debito dell’area dell’euro supererà il tasso di crescita 48.

Se le tendenze attuali dovessero continuare, la crescita non sarà sufficiente a colmare il divario. Anno dopo anno, le riforme che avrebbero dovuto favorire la crescita sono rimaste incompiute.

Il mercato unico dei servizi è un obiettivo fin dal 1985; tuttavia, negli ultimi vent’anni, gli ostacoli agli scambi di servizi all’interno dell’Europa non sono diminuiti più rapidamente di quelli che devono affrontare le imprese esterne 49.

L’unione dei mercati dei capitali è all’ordine del giorno da oltre dieci anni e, dal 2014, gli ostacoli che deve affrontare un risparmiatore che investe in azioni in un altro paese dell’eurozona sono diminuiti della metà rispetto a quelli legati a un investimento negli Stati Uniti 50.

Infine, la crescita della produttività nell’area dell’euro è rimasta ben al di sotto di quella degli Stati Uniti. Dal 1999, la produzione oraria è cresciuta a un ritmo circa due volte inferiore rispetto agli Stati Uniti e, dal 2019, i tassi di crescita hanno registrato un ulteriore divario: 0,3% all’anno nell’area dell’euro contro l’1,8% negli Stati Uniti 51.

La necessità di crescita e il ruolo della politica monetaria

Il FMI ha recentemente illustrato cosa attende l’Europa se continuerà a seguire l’attuale percorso.

Se i governi finanzieranno il loro crescente fabbisogno di spesa senza ulteriori misure di risanamento né riforme, il rapporto debito/PIL medio europeo raggiungerà il 130% del PIL entro il 2040. Ponderato in base alle dimensioni delle economie, raggiungerà il 155 % 52.

A medio termine, un certo risanamento di bilancio è inevitabile. Tuttavia, se dovesse basarsi esclusivamente su tagli alla spesa e aumenti delle imposte, difficilmente produrrebbe i risultati necessari.

Negli ultimi tre decenni, un tipico processo di risanamento in Europa ha rappresentato complessivamente dal 3 al 4% del PIL. Ponderando i paesi in base alle dimensioni della loro economia, quelli che devono adeguarsi dovrebbero oggi migliorare il proprio saldo primario di circa il 6-7% del PIL, ovvero quasi il doppio 53. E anche lo sforzo più modesto non è mai stato politicamente facile.

La capacità dei governi di portare avanti questo risanamento dipende quindi dalla crescita. Tra i due fattori che determinano il debito, il tasso di interesse viene fissato sempre più spesso al di fuori dell’Europa. La crescita è l’unico fattore su cui l’Europa può ancora intervenire.

Un mezzo punto percentuale di crescita in più all’anno, mantenuto fino al 2040, con una parte delle entrate aggiuntive destinata al risparmio, consentirebbe all’Europa di percorrere circa un terzo del cammino verso un percorso di indebitamento sostenibile. Lo sforzo rimanente sarebbe quindi simile a quello che l’Europa è già riuscita a compiere 54.

Una crescita di questa portata è alla nostra portata. Una rapida adozione dell’IA potrebbe aggiungere fino a 0,4 punti percentuali alla crescita della produttività totale dei fattori nel corso del prossimo decennio 55, mentre le riforme nazionali e quelle del mercato unico potrebbero insieme aggiungere circa mezzo punto percentuale in più all’anno 56.

Senza questa crescita, gli indici di indebitamento continueranno ad aumentare di per sé, e la tentazione sarà quella di finanziarli tramite la banca centrale. La storia suggerisce che, di fronte alla scelta tra un forte inasprimento di bilancio e il finanziamento monetario, i governi si sono rivolti più spesso alla banca centrale piuttosto che prendere autonomamente le decisioni difficili.

Cosa può fare, quindi, la politica monetaria? La priorità assoluta è tenere sotto controllo l’inflazione

In una fase di peggioramento dell’andamento del debito, i mercati inizieranno a mettere alla prova l’impegno della banca centrale. Se dovessero arrivare a dubitare che la stabilità dei prezzi abbia la precedenza sul finanziamento degli Stati, il premio di inflazione riapparirà, il costo del credito aumenterà e la situazione di bilancio peggiorerà.

Questo ciclo può autoalimentarsi. La maggiore fragilità delle finanze pubbliche rafforza le aspettative di una futura monetizzazione del debito. Tali aspettative fanno aumentare le previsioni di inflazione, che a loro volta fanno salire nuovamente il costo del credito, indebolendo ulteriormente le finanze pubbliche. In ultima analisi, la banca centrale non potrebbe più aumentare i propri tassi senza alimentare le aspettative di monetizzazione 57.

La seconda priorità è evitare di indebolire la crescita più del necessario. Di fronte a shock inflazionistici, la politica monetaria non può oggi sostenere la crescita, ma può garantire che l’andamento dei tassi di riferimento non sia più elevato di quanto richiesto dalla stabilizzazione dell’inflazione nel medio termine. Ciò è compatibile con la priorità attribuita alla stabilità dei prezzi.

La posta in gioco è alta, poiché la crescita è sensibile all’andamento previsto dei tassi. Secondo le stime, l’aumento dei tassi a breve termine previsto dalla fine dello scorso anno ridurrà la crescita complessivamente di 1,1-1,3 punti percentuali nel periodo 2026-2028 58. Queste stime sono precedenti al nuovo aumento dei tassi previsto, verificatosi a partire dalla metà di agosto.

Gli effetti di una stretta monetaria possono protrarsi anche più a lungo della stretta stessa. La crescita della produttività è generalmente considerata di competenza esclusiva delle politiche strutturali e di bilancio, insensibile alla politica monetaria. Tuttavia, sia negli Stati Uniti che nell’area dell’euro, circa la metà della crescita della produttività registrata dal 1999 deriva dall’intensificazione del capitale, che dipende dal costo del capitale. Incidendo sugli investimenti e sull’innovazione, una politica restrittiva può ridurre la produttività e il prodotto potenziale per un certo periodo 59. Con una crescita potenziale appena superiore all’1 % 60, l’Europa dispone di un margine di errore molto ridotto.

Quando gli shock sono frequenti e complessi, individuare l’andamento corretto dei tassi è in gran parte una questione di comunicazione: i mercati devono comprendere come reagirà la banca centrale in ogni scenario.

Il motivo è che i mercati non scontano nei prezzi un unico andamento dei tassi di interesse. Essi scontano tutti gli andamenti che ritengono possibili, ponderati in base alla loro probabilità, e l’andamento dei tassi osservato oggi ne riflette la media.

Se i mercati sanno come reagirà la banca centrale, il peso maggiore ricade su un unico percorso. In caso contrario, devono prendere in considerazione altre reazioni: ad esempio, che di fronte a shock dal lato dell’offerta, le banche centrali si limitino ad aumentare i tassi al ritmo dell’inflazione complessiva. Questa possibilità fa salire la media, e il percorso atteso dei tassi può finire per essere più elevato di quanto richiesto dalla stabilità dei prezzi.

È importante, soprattutto in un momento in cui i fattori globali assumono un ruolo sempre più rilevante nell’aumento dei rendimenti in Europa, garantire che l’andamento previsto dei tassi di riferimento rifletta le intenzioni della banca centrale e non l’incertezza riguardo al modo in cui essa reagirà.

L’importanza attribuita oggi alla comunicazione dimostra chiaramente che la competenza più necessaria è la capacità di spiegare.

Una via verso il rinnovamento europeo

Il principale motore della crescita a lungo termine, ovvero lo sviluppo e la diffusione delle nuove tecnologie, sfugge all’influenza di qualsiasi banca centrale. La crescita dovrebbe diventare un obiettivo esplicito condiviso da tutti i governi.

La risposta tradizionale dell’Europa, con ogni paese che agisce per conto proprio, non sarà sufficiente nel mondo con cui deve ormai confrontarsi. Le riforme nazionali rimangono importanti, ma non possono garantire quella portata da cui dipendono ormai la tecnologia e, di conseguenza, la crescita. Solo l’integrazione può farlo.

Recenti studi evidenziano il costo della mancanza di scalabilità 61. Tra il 2008 e il 2023, il divario tra il valore delle società quotate statunitensi ed europee è passato da circa 3.000 miliardi a 34.000 miliardi di dollari. Questo divario non è dovuto a poche aziende di punta né a differenze settoriali. È più marcato tra le start-up e nei settori in cui i rendimenti di scala sono più elevati.

Sono proprio questi studi a individuarne la causa. Le imprese europee continuano a crescere al ritmo dell’economia del proprio paese d’origine: un aumento dell’1% del PIL di un paese è associato a un aumento dello 0,8% del fatturato delle sue imprese, mentre il fatturato delle imprese statunitensi non è correlato alle dimensioni dello Stato di origine.

Le riforme sovranazionali sono quindi diventate la leva più importante per la crescita. Nel rapporto sulla competitività europea è stato presentato un piano dettagliato per l’attuazione di tali riforme, gran parte del quale è ora incluso nella tabella di marcia comune dell’Unione 62. La prima cosa da fare è attuare questa tabella di marcia.

Ciò consentirà inoltre di finanziare gli investimenti di cui l’Europa ha bisogno nei settori della tecnologia, delle energie pulite e della difesa, in un momento in cui le finanze pubbliche sono soggette a vincoli.

Il completamento del mercato unico e dell’unione dei mercati dei capitali aumenterebbe la redditività del capitale in Europa, che, per le grandi imprese europee, è inferiore di circa un quinto rispetto a quella osservata negli Stati Uniti 63. In combinazione con una politica monetaria che non mantenga i tassi più alti del necessario, ciò consentirebbe al settore privato di farsi carico di una quota maggiore degli investimenti.

Una quota maggiore dell’abbondante risparmio europeo potrebbe quindi essere investita sul posto, e si potrebbero attrarre maggiori flussi di risparmio estero, in un momento in cui gli investitori cercano di diversificare al di fuori degli attivi statunitensi. Lo scorso anno, le emissioni internazionali di debito in euro hanno raggiunto il livello più alto dall’introduzione della moneta unica, mentre gli afflussi di capitali esteri nei fondi di portafoglio si sono avvicinati ai livelli record storici 64.

Una crescita più rapida migliorerebbe a sua volta l’equilibrio tra crescita e tassi di interesse, creando così margini per gli investimenti pubblici senza compromettere la sostenibilità del debito. E il margine di manovra di bilancio risulterebbe ulteriormente ampliato se tali investimenti fossero destinati al livello, nazionale o europeo, in cui risultano più efficaci.

L’intelligenza artificiale ne è oggi uno degli esempi più evidenti. Un accesso sicuro alle capacità di calcolo va a vantaggio di tutti gli europei, eppure tali capacità risultano insufficienti quando ogni paese agisce da solo. L’Unione dispone di meno del 5% delle capacità mondiali di calcolo per l’intelligenza artificiale. Secondo un recente studio, portare questa quota al 15% entro il 2030, ovvero all’incirca il peso dell’Unione nell’economia mondiale, richiederebbe circa 1.300 miliardi di euro di investimenti 65.

La quota pubblica necessaria per ridurre il rischio di questo investimento, stimata in circa 100 miliardi di euro, si presta particolarmente bene a un finanziamento a carico del bilancio europeo. Anche l’intero importo rappresenterebbe solo circa il 5 % del prossimo bilancio, attualmente in fase di negoziazione, e consentirebbe di non gravare sui bilanci nazionali durante il loro risanamento 66. Questa somma è perfettamente alla nostra portata.

La condizione di Brunner rimane valida: una banca centrale può preservare la stabilità della moneta solo se i governi tengono sotto controllo il proprio debito 67. Ciò che è cambiato è il modo in cui soddisfare tale condizione. Un quadro di bilancio non può da solo raggiungere tale obiettivo in presenza di una crescita debole.

Più l’integrazione avanza, più la crescita potrà mantenersi saldamente al di sopra dei tassi di interesse e meglio la banca centrale sarà protetta dalle pressioni politiche. Crescita e indipendenza si rafforzano quindi a vicenda.

Una generazione fa, l’Europa si è dotata di una costituzione monetaria che da allora ha resistito a tutte le crisi. Essa si basa su una banca centrale indipendente, la cui priorità chiara è la stabilità dei prezzi, e sulla disciplina di bilancio. Questo quadro rimane quello giusto.

Ma affinché questa costituzione possa durare nel tempo, i legislatori, sia a livello nazionale che europeo, devono d’ora in poi assumersi pienamente la responsabilità della crescita come obiettivo dell’Unione. Se lo faranno, metteranno l’Europa sulla via del rinnovamento.

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Il blocco dello Stretto di Ormuz ridefinisce il potere di mercato dell’OPEC+ https://legrandcontinent.eu/it/2026/10/02/il-blocco-dello-stretto-di-ormuz-ridefinisce-il-potere-di-mercato-dellopec/ Fri, 02 Oct 2026 04:30:00 +0000 https://legrandcontinent.eu/it/?p=52136 Nel 2002, la capacità di riserva dell’OPEC, ovvero la produzione che un paese può reimmettere sul mercato in un periodo compreso tra 30 e 90 giorni e poi mantenere, rappresentava il 14,5% della produzione mondiale di greggio. Nei primi sette mesi del 2026, tale capacità rappresentava ormai solo l’1%.

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L’impatto causato dalla chiusura dello stretto di Ormuz sull’offerta mondiale di petrolio è avvenuto nel momento peggiore per l’OPEC+, che aveva appena allentato le proprie quote per riconquistare quote di mercato, con circa 2,9 milioni di barili al giorno in più nel corso dell’anno, all’inizio della guerra in Iran.

  • Nel 2002, la capacità di riserva dell’OPEC rappresentava il 14,5% della produzione mondiale di petrolio greggio. Un anno dopo, in seguito allo sciopero petrolifero in Venezuela e all’invasione dell’Iraq, era scesa al 2,3%, un livello al quale non è mai riuscita a tornare in modo duraturo.
  • Nel 2025 rappresentava il 4,3% e appena l’1% nei primi sette mesi del 2026 68.
  • Le esportazioni del Golfo sono scese quasi a zero pochi giorni dopo la chiusura dello stretto e sono rimaste a quel livello per quasi tre mesi.
  • Anche dopo la firma di un protocollo d’intesa il 17 giugno, queste non hanno raggiunto nemmeno la metà del livello pre-crisi.

Per misurare questa tendenza, possiamo prendere in esame un nuovo indicatore: la capacità di riserva esportabile, ovvero i barili che possono effettivamente raggiungere il mercato. Nel 2026, tale capacità non supererà i 0,4 milioni di barili al giorno per l’Arabia Saudita e i 0,2 milioni per l’Iraq. Per il Kuwait è pari a zero, poiché, in assenza di infrastrutture terrestri, i suoi 0,4 milioni di barili di riserva sono completamente bloccati.

L’Arabia Saudita dispone della principale via di aggiramento della regione: l’oleodotto Est-Ovest, lungo 1.200 km, che collega il complesso di Abqaiq al terminale di Yanbu, sul Mar Rosso. Prima dell’inizio della guerra, trasportava meno di un milione di barili al giorno, a fronte di una capacità portata a 7 milioni. Tuttavia, gli attracchi di Yanbu possono caricare solo circa 4-4,5 milioni di barili al giorno.

  • A giugno, le spedizioni hanno raggiunto il picco di 4,1 milioni di tonnellate e Yanbu ha gestito il 92% delle esportazioni marittime del regno. Una volta caricato, il petrolio greggio deve ancora attraversare lo stretto di Bab el-Mandeb per raggiungere l’Asia.
  • A luglio, le minacce degli Houthi hanno costretto alcuni carichi a tornare indietro attraverso il Canale di Suez, che le petroliere più grandi non possono attraversare a pieno carico.
  • L’11 settembre, alcuni attacchi con droni hanno danneggiato l’oleodotto, costringendone la chiusura.
  • Il 22 settembre Riyadh ha ripristinato il funzionamento dell’oleodotto Est-Ovest, a portata ridotta, e il ritorno alla normalità potrebbe richiedere dalle sei alle otto settimane.
  • In Iraq, a luglio Baghdad e Damasco hanno firmato, sotto l’egida di Washington, un accordo per il ripristino dell’oleodotto Kirkuk-Banias verso il Mediterraneo, i cui lavori potrebbero durare fino a tre anni.

Per quanto riguarda gli Emirati Arabi Uniti, la capacità dell’oleodotto che collega Habshan a Fujairah è più ridotta: prima dell’inizio della guerra trasportava circa 1,5 milioni di barili al giorno, a fronte di una capacità massima di circa 1,8 milioni. 

  • Presenta tuttavia un vantaggio decisivo, poiché Fujairah si affaccia direttamente sul Golfo di Oman, senza che sia necessario superare alcun punto di strozzatura. 
  • L’Abu Dhabi National Oil Company prevede quindi di aumentare notevolmente la propria capacità, mentre gli Emirati Arabi Uniti puntano a una produzione di 5 milioni di barili al giorno. 

Per stabilire quali produttori siano effettivamente in grado di ricostruire capacità di esportazione, abbiamo elaborato un indice di adattabilità relativo a 22 paesi dell’OPEC e dell’OPEC+. Tale indice si basa su cinque indicatori: finanze, governance, infrastrutture, geografia ed esposizione ai colli di bottiglia.

  • Gli Emirati Arabi Uniti sono in testa a questa classifica.  
  • Al contrario, il Kuwait, nonostante il suo fondo sovrano che supera i 1.000 miliardi di dollari, ha un margine di manovra molto più limitato, poiché tutte le sue esportazioni transitano attraverso lo stretto di Ormuz.
  • La Russia rappresenta un altro caso: nonostante le sue capacità di esportazione siano ripartite tra terminali GNL e oleodotti terrestri, le sanzioni e il deterioramento delle sue infrastrutture causato dagli attacchi ucraini ne riducono la capacità di adattamento.

Pertanto, la riserva nominale non consente più di misurare il potere di mercato dell’OPEC+. Nel nuovo contesto geopolitico, la quota di barili che può effettivamente raggiungere gli acquirenti assume un’importanza molto maggiore. Questa evoluzione indebolisce la logica delle quote su cui si basa il funzionamento dell’organizzazione, poiché i produttori potrebbero essere incentivati a competere a livello di infrastrutture di esportazione piuttosto che accettare limiti massimi prestabiliti.

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I prezzi dei prodotti agricoli registrano il loro aumento più consistente dall’invasione russa dell’Ucraina https://legrandcontinent.eu/it/2026/10/01/i-prezzi-dei-prodotti-agricoli-registrano-il-loro-aumento-piu-consistente-dallinvasione-russa-dellucraina/ Thu, 01 Oct 2026 19:52:39 +0000 https://legrandcontinent.eu/it/?p=52135 Le condizioni meteorologiche avverse e la guerra in Ucraina potrebbero alimentare ulteriormente l’inflazione

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Secondo l’indice Agriculture Spot di Bloomberg, che monitora l’andamento dei prezzi di 10 colture chiave (mais, grano, soia, zucchero, caffè…), i prezzi agricoli hanno registrato un’impennata del 13% nel corso del terzo trimestre del 2026. Si tratta del rialzo più consistente dal primo trimestre del 2022, caratterizzato dall’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia, quando l’indice aveva registrato un aumento del 19,5% 69.

  • Il forte aumento dei prezzi agricoli riflette i timori legati al peggioramento delle condizioni meteorologiche e, in particolare, alla moltiplicazione dei fenomeni estremi, favoriti da El Niño.
  • Secondo la maggior parte delle previsioni, questo fenomeno si preannuncia come uno dei più intensi della storia recente: nella zona Niño 3.4, al centro dell’Oceano Pacifico equatoriale, la temperatura media dell’oceano ha già raggiunto i 3,1 °C al di sopra della media, ovvero l’anomalia più elevata mai registrata.

I prezzi agricoli risentono anche del calo delle esportazioni russe di cereali, che ha subito un’accelerazione a partire da settembre. A causa degli attacchi ucraini contro i terminali cerealicoli del Mar Nero, tra il 1° e il 20 settembre le esportazioni di Mosca sono state inferiori del 17% rispetto a quelle dell’Ucraina.

L’anno scorso, nello stesso periodo, erano più che raddoppiate.

  • L’aumento del prezzo delle materie prime non dovrebbe, in una prima fase, ripercuotersi sui prezzi pagati dai consumatori.
  • L’impennata dei prezzi agricoli rischia tuttavia di alimentare ulteriormente l’inflazione, mentre gli elevati prezzi dell’energia, causati dalla guerra in Medio Oriente, gravano già sui bilanci delle famiglie e, in particolare, degli agricoltori.
  • Tra febbraio e settembre, i prezzi della benzina sono aumentati di quasi il 50% negli Stati Uniti, del 35% in Indonesia e in Sudafrica, del 17% in Cina e del 24% in media nell’Unione. 

A causa della chiusura dello stretto di Ormuz da parte di Teheran, che ha provocato un calo delle esportazioni di fertilizzanti dal Golfo – uno dei principali produttori mondiali di urea –, quest’anno le semine di grano e mais, in particolare, sono state inferiori a livello mondiale.

  • Il meccanismo è semplice: un agricoltore che non ha i mezzi per acquistare l’urea all’inizio della semina può ridurre le dosi di applicazione, optare per colture meno esigenti o semplicemente rinunciare a seminare.
  • Da tre a sei mesi dopo, questa decisione si riflette nei dati relativi al raccolto. Da uno a tre mesi dopo, si ripercuote sui prezzi al consumo.

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La Cina e gli Stati Uniti esportano la loro crisi in Europa https://legrandcontinent.eu/it/2026/10/01/la-cina-e-gli-stati-uniti-esportano-la-loro-crisi-in-europa/ Thu, 01 Oct 2026 15:20:37 +0000 https://legrandcontinent.eu/it/?p=52091 Comprendere i meccanismi invisibili della nuova configurazione geoeconomica

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Hélène Rey, lei ha presieduto il gruppo di lavoro sugli squilibri globali in occasione dell’ultimo G7. Potrebbe spiegarci perché, al di là dell’aspetto tecnico, si tratta di uno degli elementi chiave di questo momento geopolitico in relazione alla globalizzazione? 

Hélène ReyGli squilibri globali sono gli squilibri delle partite correnti. Un paese in surplus concede prestiti al resto del mondo, mentre un paese in deficit ne riceve, ad esempio per consumare o importare. Gli Stati Uniti ne sono l’esempio tipico: da tempo consumano più di quanto producano e finanziano la differenza prendendo in prestito dall’estero.

D’altra parte, qualcuno deve pur prestare, ovvero esportare i beni che gli americani consumano. Si tratta in gran parte della Cina. Nel 2025, secondo i dati doganali, la Cina ha esportato beni per un valore di 1.200 miliardi di dollari, assorbiti dagli Stati Uniti, dall’Europa e, in misura sempre maggiore, dalle economie emergenti.

L’Europa occupa una posizione intermedia. Il suo modesto surplus, in calo, riflette un risparmio leggermente superiore agli investimenti. Lo squilibrio si manifesta quindi soprattutto tra gli Stati Uniti e la Cina, ma l’Europa ne risente comunque.

Perché dovremmo preoccuparcene?

Perché la storia dimostra che i grandi squilibri, come è avvenuto nel 1985 o nel 2007, finiscono per provocare tensioni internazionali. Quando un paese come la Cina esporta in modo massiccio, destabilizza la capacità industriale dei paesi importatori. Quando queste esportazioni diventano così destabilizzanti come oggi, alimentano il protezionismo.

L’altro rischio è di natura finanziaria. Questi flussi commerciali hanno come contropartita dei flussi di capitali: si accumulano crediti, posizioni di finanziamento, a volte con effetto leva. Quando i volumi sono molto elevati e non si capisce più bene chi finanzia cosa, l’instabilità diventa una minaccia. È ciò che è accaduto nel 2007-2008: enormi squilibri finanziati in parte dall’Asia, un consistente deficit statunitense e, di conseguenza, una grave crisi. Gli stessi attori sono ancora presenti e questo tipo di rischio può ripresentarsi.

Nel 2007, tuttavia, l’Europa non si preoccupava dei propri surplus. Non c’è forse un doppio standard nell’analisi che facciamo dello sviluppo cinese?

La Cina potrebbe effettivamente rimproverarcelo. E bisogna ammettere che non aver previsto l’aumento del rischio finanziario vent’anni fa non è certo un successo. All’inizio degli anni 2000, il sistema era troppo indebitato, in particolare per finanziare il settore immobiliare statunitense. Anche in Europa, paesi in deficit e in pieno boom immobiliare, come la Spagna o l’Irlanda, erano finanziati dalle economie del cuore dell’area.

La crisi del 2008, la più grave dagli anni ’30, ha colpito gli Stati Uniti e poi l’Europa. Questi paesi sono stati costretti a raggiungere un avanzo di bilancio al prezzo di un aggiustamento macroeconomico molto doloroso; la Grecia, un caso leggermente diverso, ha vissuto la stessa prova. La lezione da trarre da questo periodo è che occorre prendere molto sul serio questi grandi squilibri.

Cosa proponete?

La mia tesi principale, sviluppata nella relazione che abbiamo presentato al G7, è che, per correggere questi squilibri, occorre correggere le politiche macroeconomiche che li generano.

Negli Stati Uniti si tratta di una spesa di bilancio eccessiva in un’economia in cui la domanda è già forte. In Cina, si tratta di una struttura degli investimenti distorta, orientata verso l’industria e le esportazioni a scapito dei servizi. I consumi delle famiglie cinesi sono compressi: troppi investimenti nell’industria manifatturiera e in alcuni settori tecnologici, ma non abbastanza nei servizi né nel consumo.

Se questi due modelli non riusciranno a ristabilire un equilibrio e se l’Europa non accelererà i propri investimenti produttivi e la propria crescita, gli squilibri persisteranno. Si accumuleranno quindi vulnerabilità finanziarie da un lato e tensioni commerciali dall’altro, il tutto difficile da gestire.

Pierre Wunsch, il suo articolo 70 evoca un ritorno dell’«eurosclerosi» degli anni ’70-’80. Non è forse una diagnosi esagerata?

Pierre WunschIl nostro articolo si articola in due fasi: la ripetizione, poi la rottura. Si potrebbero copiare e incollare brani del rapporto Draghi nei rapporti degli anni ’70 o ’80: è la stessa storia di un’Europa in ritardo, troppo regolamentata, che innova e cresce troppo poco. Da quaranta o cinquant’anni, il dibattito europeo ripete gli stessi messaggi, con sempre la stessa risposta: «più Europa» e grandi progetti, senza mai risolvere davvero il problema.

Non è stato tutto negativo. Dopo le crisi petrolifere, abbiamo fatto una scelta chiara: il mercato unico, l’apertura commerciale, una politica di concorrenza rigorosa e nessuna politica industriale, perché i tentativi di salvare le vecchie industrie erano costati caro senza portare a risultati. Si è formato un consenso, sia a sinistra che a destra, per affidarsi ai mercati. La politica commerciale è stata delegata alla Commissione, che negoziava a nome degli Stati membri applicando i principi del libero scambio.

Ha funzionato piuttosto bene. In un mondo basato sulle regole, l’Europa – dove il processo decisionale è complesso, con 27 Stati membri, il Consiglio e il Parlamento – era nel suo elemento. Ci eccellavamo addirittura, al punto da esportare i nostri standard nel resto del mondo: è il cosiddetto «effetto Bruxelles».

Ma abbiamo continuato a perdere le onde dell’innovazione. La strategia di Lisbona avrebbe dovuto renderci il continente più innovativo del mondo; non lo siamo. Non figuriamo tra i «Sette Magnifici» e oggi, nel campo dell’intelligenza artificiale e della robotica, gli Stati Uniti e la Cina sono in testa, mentre l’Europa è, nella migliore delle ipotesi, terza. Resta da vedere se essere terzi sia poi così grave: dipenderà dalla struttura di questi mercati e dal fatto che l’intelligenza artificiale diventi o meno di uso comune.

Allora, cosa è cambiato?

Stiamo passando da un mondo basato sulle regole a un mondo transazionale. Ogni giorno ci pone di fronte a una serie di decisioni che non rientrano in alcuna regola, mentre l’Europa si colloca all’estremo opposto: da noi, tutto è regolato da norme.

Le scelte che ieri si sono rivelate efficaci non possono più essere applicate così come sono. Innanzitutto perché l’autonomia strategica ora include l’accesso alle terre rare. In secondo luogo, a causa delle nostre norme in materia di clima: produrre in modo decarbonizzato ci rende non competitivi in alcuni settori, in particolare nell’industria pesante.

Vogliamo quindi produrre laddove non disponiamo di un vantaggio comparativo naturale, cosa che una soluzione puramente di mercato non consente. Occorre trovare una via di mezzo, essere in un certo senso «a metà strada»: rispettare le regole in generale, ma disporre di strumenti per i casi in cui non potremo farlo, che si tratti di sovvenzioni, di politica industriale o di barriere commerciali. Il commercio deve continuare a basarsi su regole, con dei limiti alla politica industriale per evitare una corsa all’eccesso tra i paesi europei, ma a volte sarà necessario discostarsene. Tutta la difficoltà sta nel conciliare quarant’anni di rispetto delle regole con un presidente degli Stati Uniti come Donald Trump che ogni giorno inventa qualcosa di nuovo.

Bisogna assumere una posizione a favore dell’Europa?

È soprattutto necessario riaprire il dibattito sulla base di argomenti concreti. Il vecchio equilibrio non funziona più, ma non bisogna buttare via il bambino con l’acqua sporca: l’intervento deve rimanere eccezionale e disciplinato da regole chiare. Occorre poi valutare l’efficacia degli strumenti. Una preferenza per la produzione locale può essere pertinente in alcuni settori, ma non necessariamente in tutti. Spetta agli economisti confrontare gli strumenti caso per caso.

Come dovrebbe comportarsi l’Europa nei confronti degli Stati Uniti?

Per rispondere, farò un esempio. Donald Trump si reca in Scozia, vede delle turbine eoliche vicino al suo campo da golf, le detesta e pensa di imporre dazi doganali proprio per questo motivo. Per noi, le turbine eoliche vicino a un campo da golf non hanno nulla a che vedere con il commercio. Per lui, tutto è collegato a tutto. L’Europa ha sempre trattato il commercio, la difesa e l’ambiente come ambiti separati. Ma di fronte a qualcuno che gioca tutte le sue carte e dice a Zelensky «tu non hai le carte in mano», questo approccio non funziona più.

Bisogna trovare una via di mezzo, essere in un certo senso “a metà strada”: rispettare le regole in generale, ma disporre di strumenti per i casi in cui non potremo farlo.

Pierre Wunsch

Dobbiamo abbattere questi compartimenti stagni e costruire la nostra strategia, collegando difesa, commercio e ambiente, cosa che finora abbiamo fatto ben poco. Dobbiamo anche definire il nostro posizionamento geopolitico tra Stati Uniti e Cina, un esercizio che abbiamo a lungo evitato. La Russia sta facendo la guerra all’Ucraina, noi sosteniamo l’Ucraina e la Cina sostiene la Russia. In passato, questi temi rimanevano separati. Oggi sorge la domanda: possiamo ignorare il fatto che un paese che dovrebbe rispettare le nostre regole comuni sia anche il miglior alleato del nostro peggior nemico?

L’Europa dispone degli strumenti necessari per reagire?

Hélène ReyPer quanto riguarda il commercio, mi pronuncio a favore di un ordine maggiormente basato sulle regole. Abbiamo tratto vantaggio dall’ordine multilaterale sin dalla Seconda guerra mondiale, ed è facile sottrarsi ad esso quando si è il principale attore commerciale.

Ma fin dall’inizio, le norme del GATT e, successivamente, dell’OMC hanno riconosciuto che un libero scambio totale non sarebbe mai stato politicamente sostenibile. Gli afflussi improvvisi di importazioni possono causare danni troppo ingenti. Ecco perché tali norme prevedono delle clausole per far fronte a questa eventualità.

Esistono le ben note misure antidumping e quelle antisovvenzioni, piuttosto limitate, che coprono solo una piccola parte delle esportazioni cinesi. C’è soprattutto la clausola di salvaguardia che, nello spirito stesso del GATT, autorizza l’applicazione di dazi doganali o di contingenti di fronte a un afflusso di importazioni che danneggia l’economia. Diventata troppo onerosa da attuare, viene utilizzata sempre meno.

Il nostro rapporto propone di tornare a questo spirito originario e di facilitarne l’utilizzo. Essa protegge temporaneamente un’economia, il tempo necessario affinché questa si adatti. È inoltre non discriminatoria, poiché fedele al principio della nazione più favorita, e si applica a tutte le importazioni di un settore, il che la rende più accettabile dal punto di vista politico. È sul piano giuridico che rimane complessa ed è proprio lì che occorre migliorarla.

Gli Stati Uniti seguono un’altra linea, ma una parte considerevole del commercio mondiale non li riguarda. Se il resto del mondo si coordinasse, rispettasse le regole e le adeguasse nello spirito del GATT senza abbandonarle, queste tensioni sarebbero notevolmente ridotte.

E di fronte alla coercizione economica?

Hélène ReyÈ l’altro versante: il mondo in cui «posso costringervi perché dipendete da me». L’Europa deve proteggersi da questo rischio individuando i punti di strozzatura dell’economia mondiale, quei nodi chiave da cui dipendiamo. Si tratta, ad esempio, del dollaro nel sistema finanziario internazionale o delle terre rare e dei minerali critici necessari all’elettrificazione, che sono in gran parte controllati dalla Cina.

Si tratta di un’altra forma di difesa: diversificare gli approvvigionamenti con i propri alleati o produrre autonomamente per impedire che si creino tali dipendenze nelle nostre catene del valore. È ciò che si osserva attualmente, sia negli Stati Uniti che in Europa.

Non esiste un consenso europeo sulla Cina, e l’industria tedesca continua a tenere molto al proprio accesso al mercato cinese, anche se questo sta diventando sempre meno importante. Come procedere?

Pierre WunschÈ proprio questo che rende complesse queste questioni, anche se l’Europa disponeva già di alcuni strumenti. Per molto tempo questi argomenti non sono stati affatto discussi; ci eravamo abituati a questo sistema. Ora è necessario riconsiderare l’uso di questi strumenti.

Un giornalista giapponese mi ha chiesto di recente se l’Europa avrebbe escluso le imprese giapponesi dal proprio mercato in nome delle proprie regole. La situazione non è paragonabile. Concedersi del tempo di fronte alla concorrenza di numerosi paesi è una cosa; affrontare un unico paese molto grande che non rispetta le regole è un’altra.

La Cina non è un’economia di mercato e ha perseguito una politica industriale volta a dominare determinati settori. Il primo «shock cinese» ha colpito alcuni paesi, come il Portogallo, molto più del resto d’Europa. Oggi la Cina ha una politica industriale in ogni settore e non lo nasconde: vuole essere autonoma in tutti i campi e non importare più nulla.

Si discute se la Cina manipoli il proprio tasso di cambio, ma i dati cinesi presentano alcune zone d’ombra. Tuttavia, un paese non può avere un vantaggio comparativo in tutti i settori senza manipolare pesantemente la propria valuta. Se la Cina superasse tutti su tutti i fronti, ciò si rifletterebbe nei dati; per il momento, non è proprio così.

La mia posizione è quindi la seguente: costruiamo alleanze e manteniamo il libero scambio con i partner che rispettano le regole, ma la Cina è un caso a sé stante. Non bisogna agire con precipitazione, poiché queste scelte avranno delle conseguenze. 

Il renminbi è quindi notevolmente sottovalutato?

Hélène ReySì, ma bisogna capirne il motivo. L’avanzo cinese è dovuto alla combinazione di politiche attuate a Pechino. Il settore delle esportazioni ha beneficiato di aiuti mirati. Parallelamente, una grave crisi immobiliare ha ridotto drasticamente i consumi delle famiglie, senza che venissero adottate misure di stimolo fiscale adeguate, in particolare nel settore dei servizi.

Abbiamo beneficiato dell’ordine multilaterale sin dalla Seconda guerra mondiale, ed è facile sottrarsi a esso quando si è il principale attore commerciale.

Hélène Rey

In un’economia che combina un immenso settore delle esportazioni con un consumo interno molto basso, l’unico equilibrio possibile passa attraverso un tasso di cambio reale fortemente sottovalutato. A farne le spese sono le famiglie: il loro consumo non è sostenuto e lo scoppio della bolla immobiliare ha ridotto in modo duraturo il loro patrimonio.

Perché Pechino non cambia rotta?

Gran parte della politica industriale viene decisa a livello regionale e i dirigenti locali sono incentivati a creare i propri “campioni”, in particolare nel settore dei veicoli elettrici. Tuttavia, i governi regionali traggono la maggior parte delle loro entrate dalla tassazione della produzione industriale locale. Quando un settore viene dichiarato prioritario, ogni regione cerca quindi di massimizzare la propria produzione, per poi ripetere il processo con il settore successivo.

Questo modello di governance è difficile da riformare, come ogni equilibrio consolidato, sia in Cina che in Europa o negli Stati Uniti. La sovrapproduzione che ne deriva deprezza il renminbi in termini reali, non tanto a causa del tasso di cambio nominale, che rimane abbastanza stabile, quanto piuttosto a causa della deflazione dei prezzi alla produzione, come avviene nel settore automobilistico. Non basterà quindi rivalutare la moneta: occorre affrontare la causa, ovvero l’insieme delle politiche.

Questo modello può durare?

Non all’infinito, e Pechino lo sa bene. A forza di esportare molto e importare poco, i mercati di sbocco si riducono, tanto più che le esportazioni hanno un peso sempre minore nell’economia cinese. Se il resto del mondo diventa più protezionista, come sta accadendo attualmente, la Cina si troverà di fronte a un ostacolo insormontabile. A ciò si aggiungono le preoccupazioni relative all’occupazione: i germi di un cambiamento esistono, resta da vedere come e quando.

La Commissione sta orientandosi verso una politica industriale più attiva. L’Unione dispone dei mezzi necessari?

Pierre WunschÈ proprio questo il problema del bilancio. In mancanza di margini a livello europeo, la politica industriale, non appena autorizzata, torna a essere gestita a livello nazionale. Nel settore siderurgico, ad esempio, la Commissione ha autorizzato gli Stati membri a sovvenzionare gli investimenti verdi. Risultato: il Belgio stanzia una somma modesta, la Germania 700 milioni. Si corre così il rischio di frammentare il mercato unico, poiché gli Stati si sostituiscono a un’Europa priva di mezzi.

Se il resto del mondo dovesse diventare più protezionista, come sta accadendo attualmente, la Cina si troverà di fronte a un ostacolo insormontabile.

Hélène Rey

Per agire nel modo giusto, bisognerebbe combinare strumenti commerciali e industriali, scegliendo il più efficace settore per settore, e dubito che l’attuale sistema lo consenta. Finché il bilancio europeo rimarrà al livello attuale, una politica industriale efficace a livello dell’Unione rimarrà molto limitata. Siamo costretti a scegliere strumenti compatibili con la mancanza di risorse finanziarie, che non sono necessariamente i migliori. Per questo motivo occorrerà affrontare anche la questione dei dazi doganali, senza escluderli a priori.

I tassi d’interesse stanno risalendo sui mercati obbligazionari. È forse un segnale premonitore di una crisi?

Direi che questo aumento deriva da una buona notizia: un’economia dinamica e una crescita degli investimenti. Resta da vedere se questi investimenti saranno redditizi. Dopo un lungo periodo di eccesso di risparmio a livello mondiale, siamo passati bruscamente a una carenza di risparmio, il che esercita una pressione sulle finanze pubbliche.

Siamo d’accordo sulla soluzione ideale: che gli Stati Uniti e la Cina riequilibrino il proprio risparmio e i propri investimenti. La vera domanda è questa: e se non lo facessero? L’instabilità aumenterebbe quindi in un contesto di tassi in rialzo. Sono preoccupato per i paesi, compresi quelli europei, che presentano ingenti deficit pubblici e non dispongono di alcun margine di manovra per assorbire uno shock.

Mi preoccupa inoltre l’equilibrio tra il mercato unico, gli obiettivi climatici e il libero scambio. Temo che alcune aziende chiudano stabilimenti in Germania o in Belgio per riaprirli negli Stati Uniti, in Medio Oriente o in Cina a causa della nostra politica climatica, senza che ciò comporti una riduzione delle emissioni globali. Si tratterebbe di un problema grave, innanzitutto per la Germania, ma senza dubbio anche per il Belgio.

Alcuni imprenditori mi hanno confidato che non acquistavano mai attrezzature cinesi, ma che la pressione era diventata troppo forte: i prodotti sono di buona qualità e costano circa un terzo del prezzo europeo. Come spiegare ai lavoratori che stanno perdendo il posto di lavoro a causa dei prodotti cinesi, mentre la Cina sostiene la Russia nella sua guerra contro l’Ucraina e accumula surplus colossali? A lungo termine, non avremo più una narrativa credibile e le conseguenze politiche sono preoccupanti. Siamo d’accordo sulla soluzione ideale, ma se questa rimane lontana, il periodo di transizione sarà politicamente molto pericoloso.

Quali sono i fattori alla base di questo aumento dei tassi?

Hélène ReySono molteplici. Il boom dell’intelligenza artificiale sta creando una forte domanda di investimenti, non solo negli Stati Uniti, ma anche in economie come quella della Corea del Sud. Per quanto riguarda i tassi a breve termine, l’inflazione rimane persistente a causa dei prezzi dell’energia e le banche centrali hanno dovuto reagire, come nel 2022.

Dal punto di vista dei mutuatari, l’economia mondiale ricorre ampiamente al credito: i giganti del cloud stanno crescendo molto rapidamente e gli Stati, a cominciare dagli Stati Uniti, contraggono prestiti su larga scala. Ciò potrebbe spingere i tassi al rialzo. Non si osserva ancora un effetto di spiazzamento marcato, ma è necessario tenerlo sotto controllo.

Se i capitali affluiscono negli Stati Uniti e l’intelligenza artificiale genera aumenti di produttività abbastanza rapidi, non c’è alcun problema: si sarà creato valore. Il pericolo sarebbe quello di assistere nuovamente a operazioni finanziarie opache, come nel 2007, che finiscono per crollare e provocare effetti a catena. È questo il rischio da tenere d’occhio.

Di fronte a Trump, Xi e Putin, è necessaria un’industria della difesa europea finanziata congiuntamente?

Pierre WunschIn linea di principio, non posso che essere d’accordo. Tuttavia, ho lavorato alla definizione delle esigenze comuni, fino ai caschi dei soldati, e passare ad acquisti collettivi tra 27 paesi mi sembra troppo ambizioso: era già molto difficile tra Francia e Germania. Diffido anche dell’idea di provare per cinque anni per vedere come va, poiché in alcuni settori i danni possono manifestarsi rapidamente. La mia cautela deriva anche da una politica commerciale che è stata percepita come troppo poco protettiva nei confronti dei perdenti della globalizzazione.

Il prestito congiunto potrebbe quindi essere una soluzione?

Non di per sé. Senza riforme strutturali, indebitarsi non risolve nulla. Occorre cercare nuovi strumenti di finanziamento piuttosto che trasporre a livello europeo gli strumenti nazionali. Non escluderei, ad esempio, l’introduzione di dazi doganali moderati, che garantirebbero una certa protezione e risorse per finanziare queste politiche. Più la politica industriale e quella della concorrenza saranno organizzate a livello europeo, meglio sarà; altrimenti, si ricadrà nel sistema dei «campioni nazionali».

Come spiegare ai lavoratori che stanno perdendo il posto di lavoro a causa dei prodotti cinesi, mentre la Cina sostiene la Russia nella sua guerra contro l’Ucraina e accumula surplus colossali?

Pierre Wunsch

Hélène ReyL’anno scorso, insieme ad alcuni colleghi, abbiamo proposto che una coalizione di paesi contragga prestiti congiunti per finanziare il recupero del ritardo nei settori della difesa aerea, del cloud militare e della tecnologia quantistica. Queste tecnologie hanno senso su scala europea: che senso ha avere un satellite in Germania e un altro in Francia? Esse beneficiano di economie di scala e sono spesso a duplice uso.

Il prestito comune finanzierebbe la fase di recupero, della durata di circa dieci anni. Successivamente, una volta estinto il debito iniziale, subentrerebbe un finanziamento strutturale, tramite un debito o un’imposta europea, per far fronte a esigenze più modeste.

A che punto è il dialogo all’interno del G7?

Il nostro primo compito era quello di formulare una diagnosi condivisa, cosa che non era affatto scontata. Alcuni vedevano in questi squilibri una questione di manipolazione dei tassi di cambio, mentre altri la consideravano una questione di politica industriale. Al termine di numerosi scambi, è emersa una diagnosi più condivisa: sono le combinazioni di politiche macroeconomiche a spiegarne la persistenza. Per quanto riguarda le risposte, ritrovare lo spirito delle regole e ridare spazio a questi strumenti ha, credo, ispirato in parte ciò che si sta facendo oggi. Non ce ne attribuiremo il merito, ma vi abbiamo contribuito, e il 2026 dovrebbe portare nuovi progressi.

Un debito comune rafforzerebbe il ruolo internazionale dell’euro?

Ne sono convinto. L’emissione di debito comune consente di creare un’attività sicura, il che può contribuire all’internazionalizzazione dell’euro. Entrano in gioco molte altre condizioni, in particolare la profondità dei mercati, ma l’interesse per queste tematiche è reale e sono in corso diverse iniziative. Sarà inoltre necessario garantire parità di condizioni competitive in materia di regolamentazione, sia per le banche che per gli operatori non bancari.

Il rischio si è spostato verso gli istituti finanziari non bancari, soggetti a una regolamentazione meno rigorosa rispetto alle banche?

I sintomi rimangono simili. Quando gli squilibri sono significativi, il rischio si nasconde da qualche parte nel settore finanziario: nelle banche, sui mercati obbligazionari o altrove. È quindi necessario tenerli sotto controllo per individuare dove una correzione dei prezzi potrebbe diventare sistemica e ripercuotersi sui cittadini.

Se un titolo quotato subisce una correzione e le perdite vengono ripartite tra gli investitori senza danneggiare il resto dell’economia, questo scenario è gestibile. Se invece gli operatori non bancari sono strettamente interconnessi con le banche e una loro difficoltà si propaga al sistema bancario, ci si ritroverebbe in una situazione simile a quella del 2007-2008, con conseguenze molto gravi.

È proprio questo che stiamo cercando di monitorare. Non è semplice, perché disponiamo di molti meno dati sul settore non bancario rispetto a quelli relativi alle banche: questa è una delle nostre principali lacune statistiche.

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Perché Trump si rifiuta di rallentare lo sviluppo dell’IA https://legrandcontinent.eu/it/2026/10/01/perche-trump-si-rifiuta-di-rallentare-lo-sviluppo-dellia/ Thu, 01 Oct 2026 14:59:03 +0000 https://legrandcontinent.eu/it/?p=52093 Il futuro dell'economia statunitense è ormai legato alla tecnologia

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Secondo uno studio presentato il 25 settembre, gli investimenti cumulativi negli Stati Uniti nelle infrastrutture dell’intelligenza artificiale potrebbero raggiungere i 10.300 miliardi di dollari nel periodo 2025-2032, pari in media al 3,6% del PIL ogni anno. Alla fine di questo periodo, nel 2032, tali investimenti rappresenterebbero il 5,1% del PIL 71.

Si tratta di quasi 2 punti in più rispetto alla spesa per la difesa, stimata al 3,2% del PIL nel 2026 72.

  • Il boom dell’intelligenza artificiale non ha nulla a che vedere con gli investimenti effettuati durante i precedenti grandi cicli di sviluppo delle infrastrutture negli Stati Uniti.
  • Le ferrovie avevano rappresentato in media il 2,2% del PIL all’anno tra il 1870 e il 1890, l’elettrificazione lo 0,5% tra il 1905 e il 1925, le autostrade l’1,1% tra il 1956 e il 1973 e la fibra ottica e le telecomunicazioni l’1,1% nel periodo 1996-2003.

Questi investimenti serviranno a realizzare le infrastrutture fisiche necessarie allo sviluppo della tecnologia: data center (edifici, sistemi di raffreddamento), infrastrutture elettriche di collegamento e, per circa due terzi, apparecchiature informatiche. Gli hyperscaler destinano infatti somme considerevoli all’acquisto di chip, la cui vita economica è tuttavia stimata in cinque o sei anni.

  • Le grandi aziende tecnologiche statunitensi non possono farsi carico da sole di questi finanziamenti.
  • Più della metà proverrà quindi da capitali esterni (investitori in capitale proprio, mercati obbligazionari, banche e credito privato), con la conseguenza di distribuire i potenziali rischi attraverso il sistema finanziario, fino ai fondi pensione 73.

Secondo un’analisi condotta da due economisti di Stanford, Jared Bernstein e Ryan Cummings, per rendere redditizi gli investimenti nell’IA effettuati dal 2024 da Google, Amazon, Microsoft, Meta, Oracle e SpaceX, queste aziende dovrebbero generare tra i 2.400 e i 3.800 miliardi di dollari di ricavi derivanti dall’IA nei prossimi sei anni, il che implica un aumento dei loro attuali ricavi legati all’IA da 13 a 45 volte 74.

I ritorni sull’investimento potrebbero tuttavia concretizzarsi più tardi del previsto.

  • Berstein e Cummings scrivono: «La diffusione di una nuova tecnologia richiede non solo che le aziende la adottino, ma anche che determinino come integrarla al meglio nei loro processi di lavoro esistenti, un processo che può richiedere molto tempo. Ad esempio, nel 1900 solo il 5% della potenza meccanica era elettrificata. Ci sono voluti altri 30 anni per raggiungere un tasso di adozione dell’80%».

Donald Trump ritiene che il primato statunitense nel campo dell’intelligenza artificiale potrebbe rappresentare una delle principali eredità del suo secondo mandato.

  • Martedì 29 settembre, alla Casa Bianca, ha fatto firmare a OpenAI, Anthropic, Google, Meta, xAI e Nvidia un accordo con cui queste aziende si impegnano volontariamente ad autoregolarsi. 
  • Il documento si limita a menzionare la possibilità, «a lungo termine», di sancire tali impegni nella legge o nei regolamenti.

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Il debito e il muro della realtà https://legrandcontinent.eu/it/2026/10/01/il-debito-e-il-muro-della-realta/ Thu, 01 Oct 2026 12:09:26 +0000 https://legrandcontinent.eu/it/?p=51838 La Francia può ancora scegliere tra ripresa e austerità

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I fatti sono noti e documentati. Recentemente, l’OCSE 75, la Corte dei conti 76, e successivamente la missione di Xavier Jaravel, Xavier Ragot, Jean-Luc Tavernier e Natacha Valla hanno tracciato un quadro inesorabile della situazione allarmante dei conti pubblici francesi 78.

Questo coinvolgimento, se non di tutti, almeno di molti, è necessario, poiché la ripresa richiederà uno sforzo costante per oltre cinque anni. Nessuna ripresa è possibile senza un percorso pluriennale, credibile, realistico e determinato. È quindi necessario costruire nel lungo periodo una forma, se non di consenso, almeno di accordo su un progetto di ripresa che superi i tradizionali confini di parte. Affinché lo sforzo sia sostenibile, le sue premesse devono essere ampiamente condivise.

Come si può costruire questo movimento attorno a un obiettivo comune di ripresa?

Per realizzare un risanamento mirato, esistono tre soluzioni: aumentare la pressione fiscale, ridurre la spesa pubblica e incrementare la crescita, aumentando la produttività e la quantità di lavoro. La facilità pavloviana è consistita, per ogni forza politica, nel voler concentrare lo sforzo su una sola delle tre leve. La realtà ineludibile è che dovremo agire su tutte e tre le leve, per due ragioni. Innanzitutto perché l’entità del risanamento necessario non consente di raggiungere l’obiettivo con una sola leva. In secondo luogo, e soprattutto, perché l’adesione collettiva a uno sforzo condiviso richiede proprio che gli sforzi siano condivisi.

Prima leva: aumentare la pressione fiscale, che è la soluzione predefinita della Francia in questo tipo di circostanze. Così, nel 2025, la riduzione del disavanzo era attribuibile esclusivamente agli aumenti delle imposte, soprattutto sulle grandi imprese e sulle famiglie più abbienti. Lo stesso vale anche per il 2026. Tuttavia, dovremo avviare il processo di risanamento con il tasso di prelievo obbligatorio più elevato dell’eurozona e persino dei 38 paesi dell’OCSE. Dovremo quindi valutare insieme quali imposte aggiuntive avrebbero il minor impatto sulla nostra produttività e sulla nostra crescita. Le imposte sulle successioni sono senza dubbio le meno dannose sotto questo profilo. Senza dubbio dovremo anche aumentare l’IVA di 2 o 3 punti, come hanno fatto tutti i paesi europei che hanno attuato ambiziosi programmi di risanamento, ma soprattutto perché, nel nostro paese in cui i deficit commerciali si stanno aggravando, l’IVA è in realtà l’unico modo per far contribuire alle spese comuni il consumo di prodotti importati. Molti obietteranno che l’IVA grava in modo sproporzionato sulle famiglie più modeste, che destinano l’intero reddito al consumo, mentre le famiglie più agiate risparmiano molto e consumano una quota minore del proprio reddito. Ecco perché, come hanno fatto i tedeschi, sarà senza dubbio necessario destinare una parte di questo aumento dell’IVA alla riduzione del costo del lavoro, avvicinando la retribuzione lorda a quella netta attraverso una riduzione dei contributi sociali che gravano essenzialmente sul lavoro. Scegliere il lavoro e la produzione piuttosto che il consumo ci costringerà ad aumentare l’IVA per consentire a chi lavora di guadagnare di più, prima di poter consumare a prezzi più bassi. Allo stesso modo, alleggerire la pressione fiscale e sociale che grava principalmente sul lavoro richiederà senza dubbio di fare ricorso ai risparmiatori aumentando la CSG.

Seconda leva: ridurre la spesa sarà la nuova priorità. Anche in questo caso, infatti, inizieremo l’esercizio con il 57% del PIL destinato alla spesa pubblica. Dovremo deliberare insieme sul modo più efficace per riorganizzare il complesso delle nostre amministrazioni locali, eredità di una struttura amministrativa stabilita più di due secoli fa e fortemente appesantita negli ultimi cinquant’anni, che non possiamo più permetterci. Dovremo deliberare insieme sugli interventi pubblici che, anche in questo caso, non possiamo più permetterci e che dovranno essere abbandonati, sia definitivamente, sia fino a quando i nostri conti pubblici non saranno tornati in pareggio. Dovremo inoltre deliberare insieme per distinguere ciò che è necessario, in materia di sanità, e deve essere potenziato, da ciò che d’ora in poi dovrà rientrare nelle spese personali di benessere, poiché il sistema attuale non è sostenibile. Dovremo deliberare insieme sul periodo durante il quale la maggior parte delle pensioni smetterà di aumentare, poiché l’INSEE ha dimostrato lo scorso anno che la quasi totalità dell’aumento delle pensioni era destinata al risparmio.

Terzo pilastro: aumentare il potenziale di crescita, ovvero accrescere la competitività della nostra economia e il volume di lavoro. Qualsiasi aumento delle imposte e qualsiasi riduzione significativa della spesa comportano, nel breve termine, rischi di recessione. Ecco perché qualsiasi programma di ripresa dovrà prevedere misure volte ad accrescere la competitività delle imprese e gli investimenti nel capitale umano, nonché nelle trasformazioni tecnologiche in atto. Dovremo inoltre riflettere insieme sulle condizioni in cui saremo tutti chiamati a lavorare più ore, più giorni e per più anni. Infatti, nel lungo periodo, solo il ripristino di una crescita forte, fondata su una maggiore produttività e su una ritrovata competitività, potrà rendere sostenibile il nostro sistema sociale.

Accettare un po’ di sudore adesso per evitare molto sangue e molte lacrime in seguito.

Stéphane Boujnah

L’unico modo per rendere lo sforzo di ripresa collettiva accettabile per tutti e sopportabile da parte di ciascuno è agire contemporaneamente su queste tre leve. Dovremo spiegare chiaramente il significato di questi sforzi collettivi, i cui primi beneficiari saranno i nostri figli. Dovremo anche precisare che questi sforzi non mirano a porre fine a un sistema di solidarietà e di interventi pubblici per cambiare civiltà, ma piuttosto a sospendere, per il numero di anni necessario, le spese e gli interventi pubblici meno prioritari, fino a quando non avremo ripreso il controllo del nostro indebitamento. Le imprese, con le clausole di «ritorno alla prosperità», conoscono bene queste situazioni. Lo stesso vale per le famiglie, quando rinunciano a certe spese di comfort durante alcuni anni difficili. Questo risanamento volontario deve essere inteso come un progetto collettivo positivo per riprendere il controllo del nostro futuro, e non vissuto come un momento di dolorosa espiazione dei peccati del passato.

È necessario raggiungere un accordo abbastanza ampio, basato sull’utilizzo di queste tre leve, per ripristinare la credibilità dei nostri impegni europei. Da molti anni ormai la Francia non rispetta gli impegni assunti con i nostri partner europei, che hanno unificato la loro moneta con la nostra, per il risanamento dei propri conti pubblici. Nessuno può ragionevolmente pensare che i paesi europei che lavorano più ore all’anno di noi, dove si va in pensione a 67 anni e le pensioni non sono indicizzate, versino i propri contributi per aiutarci a vivere senza compiere gli sforzi che loro hanno fatto e che noi non vogliamo fare. Non convinceremo nessuno ad aiutarci senza cambiare le nostre abitudini.

La stragrande maggioranza dei francesi è sicuramente disposta a evitare l’austerità subita ed è pronta ad accettare un po’ di fatica adesso per evitare molto sangue e molte lacrime in futuro. Infatti, la maggioranza dei francesi preferisce rimanere padrona del proprio destino in un contesto democratico piuttosto che rassegnarsi a vedere decisioni necessarie imposte dai nostri creditori. Il tasso di risparmio nel nostro Paese, molto elevato e in crescita, ne è la prova: risparmiando in vista di tempi difficili, i francesi dimostrano di ritenere che l’attuale sistema non sia più sostenibile e di essere molto più disposti ad ascoltare la verità e ad avviare un risanamento in cui gli sforzi saranno realmente condivisi.

Possiamo farlo, non solo perché dobbiamo farlo, ma soprattutto perché l’abbiamo già fatto e perché altri l’hanno fatto. Bisogna però farlo insieme e con fiducia.

Visto che possiamo farlo, facciamolo.

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