Il Grand Continent https://legrandcontinent.eu/it/ La scala pertinente Tue, 02 Jun 2026 16:33:56 +0000 it-IT hourly 1 Prodi: per resistere all’impero Trump abbiamo un alleato paradossale, il papa https://legrandcontinent.eu/it/2026/06/02/prodi-leone/ Tue, 02 Jun 2026 16:45:00 +0000 https://legrandcontinent.eu/it/?p=46933 L’ex presidente della Commissione europea parla per la prima volta in modo così esteso dell’Enciclica e di ciò che potrebbe significare per l’Europa, “se solo qualcuno accettasse di prendere la bandiera”.

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Come si spiega che, in un momento storico in cui la democrazia cristiana come forza politica maggioritaria sembrava avviata alla scomparsa persino in Germania, il Papa finisca per diventare, come ha scritto Jan-Werner Müller, «il principale portavoce della democrazia cristiana in Occidente»?

È un paradosso che trova la sua origine nel rapporto che la Chiesa di Leone XIV intrattiene con il cambiamento. Il papa non rifiuta la modernità, la tecnologia o il mondo contemporaneo, ma invita a esercitare il discernimento, distinguendo ciò che può contribuire al bene comune da ciò che rischia di produrre conseguenze distruttive. La sua insistenza sulla vigilanza e sulla verifica rigorosa delle conseguenze dell’IA non è affatto contro il progresso, è un richiamo al ruolo della politica come regolatore necessario di questa grande rivoluzione tecnologica. È un dato di fatto, dice, ne dobbiamo tenere conto, ha grandi potenzialità. Ma questo suo ottimismo è inseparabile da una forte esigenza etica e politica.

Il titolo stesso, Magnifica Humanitas, è un richiamo alla fiducia per le cose nuove che stanno avvenendo nel mondo ma che contiene al tempo stesso un’analisi severa delle condizioni necessarie affinché l’umanità possa davvero meritare l’aggettivo «magnifica».

Ma quindi Leone è un papa, se mi permette il paradosso, riformista?

È proprio così. Ho visto nell’Enciclica l’attitudine profondamente riformista che è quasi scomparsa dalla politica contemporanea: da Tony Blair a Matteo Renzi, i progressisti hanno progressivamente rinunciato alla loro ambizione trasformativa, limitandosi a proporsi come la forza più affidabile nella gestione dell’economia. Così facendo, abbiamo smarrito la nostra vocazione originaria: cambiare la società in meglio. Con una conseguenza che è visibile dalla Francia agli Stati Uniti: quando il riformismo scompare, la democrazia diventa una lotta tra estremismi.

Eppure il Papa propone cambiamenti molto profondi, con una radicalità che raramente associamo al riformismo contemporaneo.

È proprio questo il punto. Leone XIV costruisce tutte le contrapposizioni fra gli estremi, ed è durissimo — questo è interessante — di fronte al potere monopolistico e al potere regolatorio delle grandi imprese, come negli Stati Uniti. Ma la riconquista di questa radicalità è proprio la battaglia che distingue i veri riformisti dai riformisti part time.

Leone XIV è un Papa antitrust?

Sì, ma in un senso molto preciso. L’Enciclica afferma esplicitamente che il mercato deve essere regolato e che tale compito spetta alla politica. Si tratta di una presa di posizione che rompe con il nuovo consenso americano, secondo cui l’intervento pubblico dovrebbe essere ridotto al minimo, anche di fronte a questioni strutturali come l’intelligenza artificiale, giustificando l’assenza di regole con la necessità di vincere la competizione geopolitica.

E quale sarebbe l’alternativa proposta dalla Magnifica Humanitas?

In realtà si tratta di una dottrina ben nota agli Europei: quella dell’economia sociale di mercato, di origine tedesca, che emerge con chiarezza lungo tutto il testo.

In cosa consiste l’economia sociale di mercato secondo Leone XIV ?

In un modello che combina libertà economica e intervento pubblico. Il mercato rimane il motore della prosperità, ma lo Stato conserva il compito di garantire le condizioni della concorrenza, correggere gli squilibri e orientare l’economia verso il bene comune. Non è né una visione liberista né una visione statalista.

È proprio da questa posizione intermedia che il Papa affronta il tema dell’intelligenza artificiale. Da un lato, respinge l’idea che una tecnologia così decisiva possa essere lasciata esclusivamente alle dinamiche di mercato, dall’altro, rifiuta una concezione puramente dirigista. Chi controlla gli algoritmi, infatti, può influenzare percezioni, desideri, consumi e persino la definizione stessa della verità. L’intelligenza artificiale è destinata a incidere sull’informazione, sulla finanza, sull’istruzione, sulla sanità e sulle decisioni pubbliche.

Il punto centrale è dunque che il mercato deve esistere, ma non può essere lasciato senza governo. La politica deve mantenere la capacità di indirizzare e regolare questi strumenti nell’interesse della collettività.

Poi però è economia sociale di mercato: tutti i diritti dei lavoratori, la difesa della scuola statale e gratuita. Riconosce che le associazioni cattoliche hanno fatto molto, ma quando dice che la scuola deve essere gratuita e a disposizione di tutti, tocca davvero il nodo del lavoro. Non a caso, alla fine dell’enciclica, sono proprio la famiglia, una scuola alla portata di tutti i cittadini e la dignità del lavoro a diventare gli strumenti necessari per governare le nuove tecnologie e renderle più umane. E c’è un fondamento che tiene insieme tutto: la giustizia sociale non è — come lo pensano i falsi riformisti — un tema separato e successivo alla produzione di ricchezza, come se l’economia dovesse semplicemente creare valore e la politica intervenire solo dopo per distribuirlo. La politica riguarda tutte le fasi delle attività economiche — dal reperimento delle risorse al finanziamento, dalla produzione al consumo — perché ogni scelta ha conseguenze morali. Per questo Leone ammonisce non solo i potenti oligopolisti, ma anche i riformatori parziali. Inserisce tutta la dottrina sociale in modo coerente con quella sulla pace e con quella sul controllo della concorrenza, riassumendo tutte le libertà necessarie.

Ma questa impostazione, pur con tutte le immense differenze del caso, non finisce per assomigliare più al modello cinese che a quello americano? 

È una provocazione interessante. L’Enciclica non affronta direttamente la questione, ma possiamo schematizzare così: il modello americano dice: nessun controllo. Il modello europeo: grande controllo, serio, sui problemi etici, giuridici, sulla garanzia della privacy e così via — ma con un’impotenza di fondo, l’incapacità di implementarlo, perché siamo del tutto preda, passivi, rispetto agli americani. 

La Cina rappresenta un caso diverso. Qui il controllo giuridico si accompagna a un controllo politico diretto dello Stato. È quello che definisco, in termini un po’ semplicistici, un «doppio controllo»: non soltanto regole, ma anche una supervisione politica permanente. Naturalmente questa dimensione non appartiene alla visione proposta da Leone XIV. L’orizzonte dell’Enciclica rimane quello europeo dell’economia sociale di mercato, della concorrenza regolata e della tutela della persona.

Come spiega invece il carattere fortemente antimperiale che attraversa l’intero testo?

È la cosa che mi stupisce di più. Sin dall’inizio, l’Enciclica legge il destino dell’umanità attraverso due immagini bibliche contrapposte: la torre di Babele e la ricostruzione di Gerusalemme guidata da Neemia.

Babele rappresenta il fallimento di un progetto fondato sull’orgoglio, sull’uniformità e sulla volontà di concentrare il potere. È la storia di una comunità che smarrisce il valore della cooperazione autentica e del riconoscimento delle differenze.

Neemia offre invece l’immagine opposta: opera coordinando gli sforzi di tutti, facendo lavorare insieme sacerdoti e artigiani, i capi famiglia con i giovani e le donne, in un’armonia in cui ognuno fa la sua parte. È l’immagine ideale che Leone richiama, ma che deve essere sostenuta da un sano realismo, capace di evitare tanto l’obiettivo astratto quanto il puro cinismo.

Ma quindi, senza che ci rendessimo conto, Leone XIV sta ridefinendo una nuova ipotesi neo-guelfa? 

È un’altra provocazione molto stimolante. I guelfi esistono solo se ci sono i ghibellini. I ghibellini sono in America e sono quasi tutti alla corte di Donald Trump e ormai il presidente americano non si trattiene nemmeno nel criticare direttamente il papa.

L’Enciclica è chiaramente e duramente anti-trumpiana, per usare un linguaggio popolare. Però questo mi ha colpito come una novità. C’era già stato in precedenza uno scontro molto forte e diretto tra Trump e il Papa, su elementi abbastanza fondamentali, cioè sul controllo della società in generale. E qui si apre un altro capitolo, in polemica indiretta: quello della guerra. 

In che senso?

C’è un passaggio interessante in cui Leone XIV osserva che oggi la guerra e la forza vengono sempre più spesso esaltate come strumenti ordinari della politica, mentre il loro impiego può essere giustificato soltanto nei casi di legittima difesa. È una posizione realista, fondata su un’analisi severa ma lucida del mondo contemporaneo, dove domina la logica di Babele: uno scontro tra imperialismi, tra chi vuole preservare il proprio primato e chi ambisce a conquistarlo.

La conseguenza di questa «guerra estesa» è la proliferazione dei conflitti locali, proprio come aveva previsto Francesco parlando di una «guerra mondiale a pezzi». In un contesto simile, la diplomazia, il multilateralismo e le stesse istituzioni internazionali, a partire dall’ONU, appaiono sempre più marginalizzate. Per questo Leone mette in guardia contro un’estensione eccessiva del concetto di «guerra giusta», riaffermando al tempo stesso il diritto alla legittima difesa, inteso però nel senso più rigoroso del termine.

E il papa ha scelto l’espressione «intelligenza artificiale disarmata» per presentare l’Enciclica…

Quello che sta dicendo è che serve un’Intelligenza Artificiale governata da istituzioni, capaci di rallentare l’accelerazione verso l’apocalisse. Tutto il suo impianto intellettuale è orientato a scongiurare la guerra, sia sul versante degli armamenti, sia su quello dell’intelligenza artificiale, che può diventare essa stessa uno strumento di guerra.

L’IA moltiplica le capacità dell’uomo, ma se non viene inserita in adeguate cornici giuridiche e accompagnata da una seria vigilanza, rischia di calpestare i diritti e la dignità umana.

Non si tratta di una questione tecnica. L’Intelligenza Artificiale incide profondamente sulla vita delle persone e sull’organizzazione della società. Non esiste, quindi, una salvezza puramente tecnica. È proprio per questo che l’immenso potere dei sistemi digitali rischia di condurci verso nuove atrocità, non meno vergognose di quelle del passato, pur continuando a prometterci l’immagine di una società avanzata e civilizzata.

Presidente, nella nostra prima intervista all’inizio della rivista nel 2019, le avevo chiesto se, nell’accelerazione, l’Europa non potesse diventare un potere che trattiene, che frena: un potere catecontico. Oggi colpisce vedere come questa funzione paolina sembri essere stata assunta in modo pieno dalla Chiesa. Una nuova convergenza e un punto di incontro laico è possibile tra Chiesa ed Europa?

Sotto questo aspetto è cambiato poco rispetto al 2019. È aumentata soltanto la debolezza dell’Europa. Già allora il suo ruolo appariva come quello di una possibile mediazione. Oggi, però, non contiamo più nulla.

Ricordo ancora che, al momento del lancio dell’euro, il presidente cinese mi disse che la Cina avrebbe detenuto tante riserve in dollari quante in euro. Accanto al dollaro c’era l’euro, e l’Europa era percepita come il punto di equilibrio, la mediazione fra la potenza consolidata e quella emergente.

Oggi il quadro, nei suoi contenuti fondamentali, è simile, ma l’Europa si è marginalizzata. Sono stato in Cina l’anno scorso: la differenza rispetto a vent’anni fa è abissale.

Ma secondo lei perché ci siamo marginalizzati?

C’è una cosa che non ho mai dimenticato. Quando Kohl mi disse: «Io voglio l’euro», gli chiesi come mai la Confindustria tedesca, che pure era un suo sostegno fondamentale, fosse contraria mentre lui era così determinato a favore. Mi rispose: «Voglio l’euro perché mio fratello è morto in guerra».

Non c’entrava nulla con l’euro, era il richiamo alla grandezza politica. Ecco ciò che ci manca, oggi: una grande cultura, comune. I rapporti Draghi e Letta sono utili, ma non saranno certo loro a costruire l’Europa. Da soli, non possono farlo, ci serve altro.

In modo paradossale, non stiamo ritrovando un baricentro per la costruzione europea proprio grazie al primo papa americano, antighibellino, capace di ridare una forma, una matrice ideologica e culturale?

Assolutamente sì. Quello di Leone è un forte messaggio unificante nei confronti dell’Europa, perché ne richiama indirettamente la missione conciliatrice. È la pazienza di ricostruire Gerusalemme pezzo per pezzo, custodendo l’umano e il bene comune, contro la tentazione di costruire la torre di Babele confidando nella potenza e nell’orgoglio. 

Ma se la direzione è identica — come contenuto — al messaggio europeo tradizionale, in cui io sono cresciuto, però, non vedo nessuno in Europa, oggi, pronto a farsi carico di questa missione. Una missione va messa in pratica. E nella guerra in Ucraina, in Medio Oriente, sull’Iran, sui grandi problemi del mondo, l’Europa non ha voce. La voce del Papa c’è, ma a cosa serve, se non c’è una struttura e una volontà politica, capaci di tradurla in atto? Pace e guerra sono i grandi problemi di oggi, e l’Europa non ha detto niente. Ha sostenuto l’Ucraina, e questo era fondamentale, ma senza spiegare qual è la visione per il futuro.

A proposito di futuro. A Roma, nello stesso momento, si stanno svolgendo due scene molto diverse. Da una parte, il mondo guarda al Vaticano: il cofondatore di Anthropic, i media internazionali e un’iniziativa che ha rilanciato un dibattito globale sull’autonomia e la resistenza imperiale. Dall’altra parte, a poche centinaia di metri di distanza, c’è un governo che aveva provato a proporre una nuova soluzione di allineamento transatlantico, ma che oggi sembra sempre più in crisi.

Giorgia Meloni è stata con gli americani fin quando ha potuto. Quando è diventato impossibile, perché ne andava del suo elettorato, si è spostata un po’ verso l’Europa. È tatticismo e non c’è spazio per un disegno politico. A Roma si tira a campare.

Ma se anche nell’Italia di Giorgia Meloni il baricentro si sposta verso l’Europa, non dovrebbe essere possibile questo per ricostruire uno spazio, una politicizzazione di massa?

Sembra possibile, ma manca la via. Chi conduce, oggi, una vera battaglia politica? 

Se non ci si può appoggiare né all’impero nascente né a quello consolidato, l’unico riferimento possibile dovrebbe essere l’Unione Europea e il suo patrimonio politico e culturale. Ma è l’Europa stessa a non riuscire a tradurre quel patrimonio in una forza storica e politica concreta.

Questa è, per me, la vera ragione di tristezza: non vedo nessuno in grado di raccogliere e portare avanti questa bandiera.

L’Enciclica può essere un seme che aiuta verso un’unificazione della politica europea. Lo spero. Può esserlo. Ma bisogna trovare chi possa prendere questa bandiera.

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La dottrina di Leone XIV sull’IA secondo il gesuita che ha consigliato Francesco https://legrandcontinent.eu/it/2026/05/25/la-dottrina-di-leone-xiv-sullia-secondo-il-gesuita-che-ha-consigliato-francesco/ Mon, 25 May 2026 10:19:08 +0000 https://legrandcontinent.eu/it/?p=46664 Una prima interpretazione a caldo dell’Enciclica Magnifica Humanitas.

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Perché aprire questo cantiere oggi?

Perché il cantiere è già aperto, che ci piaccia o no. L’intelligenza artificiale non bussa alla porta: è già dentro casa. Non è più un semplice insieme di strumenti, ma un ambiente mentale, culturale, spirituale — l’aria che respiriamo, il codice che struttura il nostro modo di pensare e di credere. La Magnifica Humanitas nasce da questa consapevolezza: non si può aspettare che i processi siano compiuti per pronunciarsi su di essi. Leone XIV lo dice con la forza di un’immagine biblica: siamo davanti a una scelta tra la torre di Babele e la ricostruzione di Gerusalemme. Il tempo del discernimento è adesso, perché — come avverte il documento — «mai l’umanità ha avuto tanto potere su se stessa».

C’è poi una ragione di calendario simbolico e dottrinale. L’enciclica è stata firmata il 15 maggio 2026, esattamente 135 anni dopo la Rerum novarum di Leone XIII. Non è una coincidenza: è una rivendicazione di continuità e di rottura. Come la Rerum novarum rispose alla questione operaia della prima rivoluzione industriale, la Magnifica Humanitas risponde alle res novae della rivoluzione digitale. Il parallelo è metodologico. Ciò che Leone XIII fece per il salario, l’orario di lavoro e il diritto di associazione dei lavoratori, Leone XIV lo fa per la dignità della persona nell’era dell’algoritmo.

Perché aprirlo all’interno della Chiesa cattolica? Quali sono le sue ambizioni e i suoi limiti?

Il giorno precedente all’elezione di Prevost al pontificato scrivevo su la Repubblica che l’Intelligenza Artificiale sarebbe stata la sfida che il futuro Papa avrebbe dovuto affrontare non solo per la Chiesa, ma per l’intera umanità. E l’avrebbe dovuto fare in un’epoca in cui essa non è più solo strumento, bensì ecosistema: permea la vita quotidiana, condiziona il pensiero, modella il desiderio, e mette in discussione l’umano stesso. E concludevo scrivendo che serve una intelligenza che non banalizzi la fede in codici etici per startupper, ma sappia interrogare il senso della vita in un’epoca di dati e algoritmi. Sono lieto di non essere stato smentito nelle mie previsioni!

La Chiesa non si pronuncia sull’IA perché pretenda una competenza tecnica. Si pronuncia perché la questione tecnologica è, in radice, una questione spirituale. Non si tratta soltanto di valutare ciò che la tecnologia «fa» all’uomo, ma ciò che «fa dell’uomo»: come modifica il nostro modo di percepire la realtà, di relazionarci, persino di credere. In un tempo come il nostro, la questione vera non è se l’intelligenza artificiale potrà diventare umana, ma se l’intelligenza umana potrà rimanere umana. Questa è una domanda che chiama in causa l’antropologia, e dunque la teologia.

L’ambizione della Magnifica Humanitas è enorme: offrire un quadro di principi — dignità, bene comune, destinazione universale dei beni, sussidiarietà, solidarietà, giustizia sociale — che non sia un elenco morale posticcio, ma una grammatica per leggere la trasformazione in corso. Il “limite” virtuoso, dichiarato con onestà dal documento stesso, è che la Chiesa non offre una «parola definitiva» sulle questioni specifiche, ma criteri di discernimento. È la differenza tra chi pretende di dare risposte preconfezionate e chi accompagna un processo di giudizio comunitario.

In cosa consiste sostanzialmente la nuova dottrina di Leone XIV sul digitale?

La Magnifica Humanitas non aggiunge l’IA come appendice tematica alla Dottrina sociale della Chiesa. Fa qualcosa di più radicale: riconosce che la trasformazione digitale interpella dall’interno le categorie stesse della Dottrina sociale e ne domanda un ulteriore sviluppo. Il documento lo dice esplicitamente al n. 17.

Le novità dottrinali più rilevanti sono almeno cinque. Prima: l’IA non è moralmente neutra — ogni artefatto tecnico porta con sé scelte e priorità (n. 104). Seconda: la sussidiarietà viene rideclinata per il mondo digitale, dove il «livello superiore» non è più lo Stato ma le grandi piattaforme tecnologiche che fissano le condizioni di accesso alla vita pubblica (n. 71). Terza: i dati vengono riconosciuti come parte della destinazione universale dei beni — brevetti, algoritmi, infrastrutture digitali sono beni che non possono restare concentrati nelle mani di pochi (n. 67). Quarta: il documento introduce il concetto di «disarmare l’IA» — sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è solo militare ma economica e cognitiva (n. 110). Quinta: il colonialismo digitale viene identificato come la nuova forma di estrazione — non più risorse naturali soltanto, ma dati sanitari, profili epidemiologici, mappe genetiche. Sono queste le «nuove terre rare del potere» (n. 178).

Come si spiega il titolo dell’Enciclica «Magnifica Humanitas»? Quali sono le fonti scritturali e filosofiche?

Il titolo opera una doppia risonanza. Da un lato richiama il Magnificat di Maria — il cantico della Vergine che vede il disegno di Dio rovesciare le logiche del potere, innalzare gli umili, rimandare i ricchi a mani vuote. La conclusione dell’enciclica è interamente costruita attorno al Magnificat come programma spirituale e politico. Dall’altro lato, il titolo afferma la «magnifica umanità» creata da Dio e rivelata nella sua pienezza in Cristo — un’umanità che nessuna macchina potrà mai sostituire nel suo splendore (n. 15).

Le fonti filosofiche sono molteplici. La linea agostiniana è forte: le «due città» e i «due amori» strutturano il capitolo terzo. C’è Guardini, con il monito sull’uomo moderno non educato al retto uso della potenza (n. 93). C’è Hannah Arendt, citata sulla dissoluzione della distinzione tra fatto e finzione come premessa del totalitarismo (n. 134). La trama è tomista nella struttura — la grazia che eleva la natura, la «distanza infinita» tra la nostra natura e la vita di Dio (n. 127) —, ma il tono è narrativo e biblico.

In cosa è un cambiamento rispetto alle posizioni definite dall’Antiqua et Nova nel gennaio 2025?

La nota Antiqua et nova — prodotta dal Dicastero per la Dottrina della Fede insieme al Dicastero per la Cultura e l’Educazione — era un documento istruttivo, che distingueva tra intelligenza umana e intelligenza artificiale e poneva le basi etiche del discorso. La Magnifica Humanitas fa un salto di livello: da documento interdicasteriale a enciclica papale, quindi con il massimo peso magisteriale nel registro dell’insegnamento sociale.

Il cambiamento sta pure nell’ampiezza. Antiqua et nova analizzava l’IA. La Magnifica Humanitas la inscrive in una visione complessiva della Dottrina sociale, la collega esplicitamente alla questione della guerra, delle armi autonome, del lavoro, dell’educazione, delle nuove schiavitù. E soprattutto introduce un elemento fondamentale: la critica strutturale alla concentrazione del potere nelle mani di attori privati transnazionali, che ridefiniscono le condizioni di accesso alla vita pubblica (n. 95). L’enciclica è più politica, più geopolitica, più conflittuale.

Più generalmente come si situa rispetto alla storia delle prese di posizione della Santa Sede nei confronti del digitale, a partire da Giovanni Paolo II e delle nuove tecnologie?

C’è un filo lungo. La Chiesa non è mai stata estranea alla questione tecnologica. Già Inter mirifica nel 1963 parlava delle tecnologie della comunicazione come cose mirabili che toccano lo spirito dell’uomo. E Paolo VI, nel 1964, rivolgendosi al Centro di Automazione dell’Aloisianum di Gallarate diretto dai gesuiti, pronunciò parole straordinarie su come «il cervello meccanico viene in aiuto del cervello spirituale» e su come lo sforzo di infondere in strumenti meccanici il riflesso di funzioni spirituali è «innalzato ad un servizio che tocca il sacro». Il timore dei nostri giorni è che, con l’intelligenza artificiale, accada esattamente il contrario: che si infonda nel cervello spirituale il riflesso degli strumenti meccanici.

La Magnifica Humanitas – fondandosi sulla riflessione precedente – compie un salto qualitativo. Giovanni Paolo II parlava dei media, Benedetto XVI del continente digitale, Francesco del paradigma tecnocratico e dell’IA al G7. Leone XIV integra l’IA nella struttura stessa della Dottrina sociale, non come tema aggiunto ma come lente attraverso cui ripensare tutti i principi — dal bene comune alla giustizia sociale. È la prima enciclica che dedica pagine sistematiche all’IA e alla rivoluzione digitale come questione centrale della convivenza umana.

La Rerum novarum parlava di salari e orario di lavoro. Quali sono gli elementi più concreti della Magnifica Humanitas?

L’enciclica non si limita ai principi. I passaggi più concreti sono almeno sei. Sul lavoro: la denuncia che l’IA può dequalificare i lavoratori, sottoporli a sorveglianza automatizzata e relegarli a funzioni rigide e ripetitive, e la richiesta che ogni introduzione di automazione sia accompagnata da scelte verificabili di tutela dell’occupazione e riqualificazione (nn. 150-156). Sull’educazione: la proposta di educarci a «digiunare dall’IA» e proteggere i giovani dalla «seduzione sottile che fa sembrare inutile il pensiero umano» (n. 140). Sui minori: la richiesta di interventi legislativi che fissino limiti di età per l’accesso ai dispositivi digitali e responsabilizzino i fornitori dei servizi (n. 142). Sulla finanza: la denuncia che la rendita da capitale rischia di sostituirsi al reddito da lavoro (n. 160). Sulle armi: il principio che la decisione letale non può essere delegata a processi automatizzati, e che deve restare sotto un controllo umano effettivo (n. 200). Infine, sulla schiavitù: la denuncia del lavoro invisibile di milioni di persone — etichettatura dei dati, moderazione dei contenuti, estrazione di terre rare — e la domanda di perdono per il ritardo storico della Chiesa nel condannare la schiavitù (nn. 173-176).

Quali sono i rischi sul percorso di lettura e interpretazione? Fino a che punto i laici e i non credenti possono leggere questo testo?

Il rischio principale è duplice. Da un lato, che i cattolici leggano il testo come un prontuario di risposte e non come ciò che è: un invito al discernimento. Dall’altro, che i laici lo respingano come interferenza confessionale. Ma Leone XIV è stato molto attento al registro. L’enciclica si rivolge esplicitamente «a tutti gli uomini e le donne di buona volontà» — la formula giovannea della Pacem in terris. I principi che propone — dignità inalienabile, bene comune, giustizia sociale, sussidiarietà — non sono confessionali: sono il patrimonio di una tradizione di pensiero che dialoga con la ragione. Quando il testo cita Arendt, Guardini, Platone, Frankl, Tolkien: sta costruendo un linguaggio condiviso. Il fondamento teologico c’è ed è forte — l’Incarnazione come criterio antropologico —, ma la struttura argomentativa è accessibile a chiunque prenda sul serio la domanda su cosa significhi essere umani.

Ci sono problemi nuovi posti dalla rivoluzione IA oppure nella storia millenaria del cristianesimo si tratta di una ritraduzione di risposte?

Entrambe le cose, e l’enciclica lo sa. La struttura biblica — Babele e Gerusalemme — mostra che la tentazione del dominio e la possibilità della ricostruzione condivisa sono costanti antropologiche. Ma i problemi nuovi sono reali. L’opacità degli algoritmi, la simulazione della relazione umana da parte di una chatbot, la possibilità di delegare a una macchina la decisione di uccidere, la creazione di deepfake, il colonialismo dei dati sanitari — sono fenomeni senza precedenti. Il punto decisivo è che l’IA non è un problema «da» risolvere, ma un ambiente «in cui» vivere. Non si tratta soltanto di valutare ciò che la tecnologia «fa» all’uomo, ma ciò che «fa dell’uomo»: come modifica il nostro modo di percepire la realtà, di relazionarci, persino di credere. L’enciclica riconosce che la questione tecnologica è «in radice, questione spirituale»: l’IA non è uno strumento tra gli altri, è un ambiente che ristruttura la coscienza. E la risposta non può essere solo etica — deve essere teologica e spirituale. L’anno scorso in un libro di dialoghi che ho realizzato con l’artista Michelangelo Pistoletto, abbiamo dedicato una sessione di conversazione alla «spiritualità algoritmica». 

Sulla scenografia della Magnifica Humanitas

Perché la scelta della firma è caduta il 15 maggio?

Il 15 maggio 1891 Leone XIII datò la Rerum novarum. 135 anni dopo, lo stesso giorno, Leone XIV firma la Magnifica Humanitas. Il segnale è inequivocabile: questo pontefice si pone nella linea del suo predecessore eponimo e rivendica per l’IA la stessa ambizione sistematica che Leone XIII ebbe per la questione operaia. Il nome «Leone» non è stato scelto per caso al conclave. Il papa stesso lo ha spiegato nel suo primo discorso ai cardinali, collegando esplicitamente la Dottrina sociale della Chiesa alla nuova rivoluzione industriale e all’intelligenza artificiale.

In cosa consiste la nuova commissione? Qual è il suo modo di funzionamento?

La Commissione Inter-Dicasteriale sull’Intelligenza Artificiale è stata approvata da Leone XIV il giorno dopo la firma dell’enciclica. È un organismo che riunisce rappresentanti dei diversi dicasteri della Curia romana, con il compito di coordinare la risposta della Santa Sede all’IA, facilitare lo scambio di informazioni, promuovere il dialogo e — aspetto cruciale — governare anche l’uso dell’IA all’interno del Vaticano stesso. Non è un think tank: è un organo di governance interna e di discernimento istituzionale. L’enciclica stessa chiede alla Chiesa di verificare al proprio interno i principi che propone al mondo (nn. 86-89).

Perché la pubblicazione avviene lunedì? Chi sono le personalità presenti? Come sono state scelte e che significato dare alla presenza di Christopher Olah, cofondatore di Anthropic?

La presentazione pubblica dopo il fine settimana della firma permette alla stampa internazionale di dare copertura adeguata al documento. Ma la vera domanda è sulla composizione del palco. La presenza di Christopher Olah — cofondatore di Anthropic, una delle aziende più avanzate nella ricerca sulla sicurezza dell’IA — è un gesto di grande significato. L’enciclica stessa lancia «uno speciale appello a coloro che sviluppano le intelligenze artificiali», riconoscendo che «l’innovazione tecnologica può essere, in un certo qual modo, una forma umana di partecipazione all’atto divino della creazione» (n. 111).

Il fatto che un ingegnere dell’IA — e non un qualunque capitano d’industria — sieda alla presentazione di un’enciclica papale è un segnale preciso: la Chiesa non parla contro la Silicon Valley, ma con i suoi protagonisti più riflessivi. Anthropic è un’azienda che ha posto la sicurezza e l’interpretabilità dell’IA al centro della propria missione. L’enciclica invoca esattamente questo: trasparenza, responsabilità, e ciò che Leone XIV chiama il «disarmo» dell’IA — sottrarla alla logica della competizione per restituirla alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita.

Sulla crisi dell’americanismo e sull’ecumenismo dell’odio

Molti tra i giganti della tech credono che lo sviluppo dell’IA abbia lanciato una corsa verso una forma di intelligenza generale che potrebbe prendere il posto di Dio. Cosa pensa la Chiesa di questo fenomeno? La Chiesa di Roma è la vera concorrente di OpenAI o Palantir?

La Magnifica Humanitas affronta questa questione di petto con la sua critica del transumanesimo e del postumanesimo — quello che il documento chiama un «arcipelago di isole concettuali collegate dal medesimo mare di presupposti: la centralità della tecnica e il sogno di oltrepassare i limiti della condizione umana» (n. 116). Lo sviluppo tecnologico esprime una forma di desiderio di «trascendenza» rispetto alla condizione umana così come è vissuta attualmente. La tecnologia ha una vocazione spirituale, ma la domanda è: quale?

La Chiesa non è la «concorrente» di OpenAI. È però forse la sua interlocutrice più radicale. Perché pone la domanda che nessun laboratorio può eludere: il vero «più che umano» non sta nel potenziamento tecnico ma nella grazia. Come scrive l’enciclica c’è una «distanza infinita» tra la nostra natura e la vita di Dio, e solo l’Infinito che si dona può superare questa sproporzione (n. 127). Contro la salvezza prometeica degli accelerazionisti, la Chiesa propone un compimento che non si conquista ma si riceve. Non è un messaggio rassicurante: è un messaggio sovversivo rispetto alla metafisica implicita della Silicon Valley.

Come si pone la Chiesa di Leone XIV e della Magnifica Humanitas di fronte all’accelerazione reazionaria che dà un’energia spettacolare alla Casa Bianca di Donald Trump?

L’enciclica non nomina Trump, ma il riferimento è trasparente in diversi passaggi. Quando denuncia la «cultura della potenza» che si nutre di «polarizzazioni e violenze» (n. 188); quando parla di un «falso realismo» che presenta la guerra come inevitabile (n. 205); quando critica la «normalizzazione della guerra» e il riarmo come risposta a ogni crisi (nn. 189-190); quando smonta la logica del «prima io» e della costruzione dell’identità collettiva contro un nemico — il lettore riconosce senza difficoltà il profilo della Realpolitik trumpiana. Ma c’è un passaggio ancora più affilato, al n. 133: la denuncia di chi dispone di «potenti risorse tecniche ed economiche» e le usa per «convincere un numero significativo di persone su quale sia la verità sull’essere umano, sul mondo, sul senso dell’esistenza, sulla famiglia, persino su Dio». Il testo lo chiama «puro potere privo di verità». 

Steve Bannon ha firmato con personalità del mondo evangelico una lettera che propone di dare una forma al tempo dell’IA attraverso il populismo nazionalista. Come farà la Chiesa perché Magnifica Humanitas non diventi un «human first»?

Il rischio è reale. L’enciclica lo previene con una mossa teorica precisa: l’umanesimo che propone non è un umanesimo chiuso. Non è il primato dell’uomo-che-domina, ma la custodia dell’uomo-in-relazione — con Dio, con gli altri, con il creato. È un «antropocentrismo situato», per usare l’espressione di papa Francesco che Leone XIV riprende nella conclusione (n. 237). Contro il human first del populismo nazionalista, la Magnifica Humanitas oppone la logica del Magnificat: Dio rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili. L’enciclica conclude con una lettura del cantico di Maria come programma politico (nn. 243-244). Il vero antidoto al populismo tecnologico non è un altro primato, ma il rovesciamento delle gerarchie del potere. Non è un caso che il documento dedichi pagine decisive ai migranti, alle donne, ai lavoratori invisibili della catena digitale, ai bambini delle miniere di terre rare.

Cosa succede se all’ecumenismo dell’odio si aggiunge il genitivo «dell’IA» — ecumenismo dell’odio dell’IA?

L’«ecumenismo dell’odio» — l’alleanza tra fondamentalismo evangelico e integralismo cattolico che si nutre di semplificazione manichea: amico-nemico, noi-voi, bene-male assoluto — trova nell’intelligenza artificiale un moltiplicatore perfetto: algoritmi che premiano lo scontro, piattaforme che amplificano la polarizzazione, deepfake che dissolvono la distinzione tra vero e falso.

L’enciclica lo riconosce quando avverte che «la guerra viene non solo combattuta, ma anche preparata culturalmente attraverso narrazioni semplificanti, logiche amico-nemico, disinformazione e paura» (n. 192). E descrive l’emergere di «estremismi religiosi e fanatismi identitari» che si alleano con «un economicismo irrazionale» (n. 206). Se l’ecumenismo dell’odio trova nell’IA un’infrastruttura tecnica per scalare globalmente, il rischio è una forma inedita di fondamentalismo algoritmico — in cui l’odio non ha più bisogno di predicatori, perché è automatizzato. La risposta della Chiesa non può essere solo dottrinale: deve essere una controcultura dell’incontro, sostenuta da una ecologia della comunicazione (n. 137) e da un’alleanza educativa (nn. 139-147).

In che misura la figura di Leone XIII è una fonte di ispirazione per Leone XIV nella sfida del nuovo americanismo?

La connessione è profonda e non solo nominale. Leone XIII non si limitò a scrivere la Rerum novarum sulla questione sociale: nel 1899 intervenne contro l’«americanismo» con la lettera Testem benevolentiae, denunciando la tendenza di alcuni cattolici americani ad adattare la dottrina ai valori della cultura dominante — pragmatismo, individualismo, primato dell’azione sulla contemplazione.

Leone XIV si trova davanti a un nuovo americanismo, ben più potente di quello del 1899: un americanismo che non si accontenta di adattare la fede alla cultura, ma che pretende di costruire una religione civile in cui Dio, patria e mercato si fondono in un’unica narrazione. Un americanismo che sacralizza la potenza e il successo, che divinizza l’efficienza, che considera il limite come un difetto da correggere — esattamente ciò che il transumanesimo promette sul piano tecnologico. La Magnifica Humanitas è la risposta a questo nuovo americanismo. Non con il tono della condanna, ma con la forza di una visione alternativa: l’umanità magnifica non è l’umanità potenziata, ma l’umanità abitata da Dio. È la differenza tra Babele e Gerusalemme: tra chi costruisce una torre per farsi un nome e chi ricostruisce le mura perché tutti possano abitarvi.

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L’Italia nella crisi di Hormuz https://legrandcontinent.eu/it/2026/05/16/italia-nella-crisi-hormuz-tajani/ Sat, 16 May 2026 14:39:34 +0000 https://legrandcontinent.eu/it/?p=46343 I punti chiave della strategia della Repubblica Italiana in Medio Oriente e nel «Mediterraneo allargato», secondo il Ministro degli Affari Esteri.

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Sin dallo scoppio della guerra tra Iran e Stati Uniti, l’Italia si è mossa insieme ai partner europei, al G7 e agli organismi multilaterali per favorire la cessazione delle ostilità, assicurare la riapertura dello Stretto di Hormuz e riportare stabilità in Medio Oriente. In questo quadro, il nostro Paese ha manifestato la disponibilità a partecipare, una volta concluso il conflitto, a una coalizione internazionale a carattere difensivo per il ripristino della libertà di navigazione nello Stretto.

Cone ho ricordato in queste ore intervenendo in Commissione al Parlamento italiano, per il nostro Governo il blocco di Hormuz non rappresenta una semplice crisi regionale, ma uno shock globale destinato a incidere sulla sicurezza energetica, sulla competitività industriale e sugli equilibri economici internazionali. Un rischio particolarmente rilevante per tutti i paesi della regione, ma anche per un Paese esportatore come l’Italia, il cui export vale circa il 40% del PIL.

Lo Stretto di Hormuz, lo sappiamo, è infatti uno snodo strategico del commercio mondiale: attraverso quel passaggio transita circa il 20% del petrolio globale, un quarto delle esportazioni di gas naturale liquefatto e una quota rilevante delle materie prime necessarie alle filiere produttive internazionali. L’insicurezza delle rotte commerciali e il rincaro dell’energia hanno già iniziato a produrre effetti sulle famiglie e sulle imprese europee. Nonostante il rallentamento del commercio globale e l’impatto dei dazi, nel 2025 l’export italiano è comunque cresciuto del 3,3%, confermando quanto la stabilità delle rotte marittime sia essenziale per l’economia nazionale.

Una pace duratura in Medio Oriente non possa prescindere dalla stabilità del Libano.

Antonio Tajani

Quello che ci preoccupa, tuttavia, non è soltanto l’impatto sull’industria nazionale. A destare allarme sono anche le conseguenze sui Paesi più fragili dell’Africa e del Mediterraneo allargato. Dallo Stretto di Hormuz passa infatti circa il 30% delle esportazioni mondiali di fertilizzanti, fondamentali per la sicurezza alimentare di molte economie vulnerabili. Il caso del Sudan, dove continua a consumarsi una delle più gravi crisi umanitarie al mondo, è emblematico. L’aumento dei prezzi dell’energia e dei fertilizzanti rischia infatti di ridurre le produzioni agricole, alimentare l’inflazione e aggravare instabilità, carestie e flussi migratori verso l’Europa.

Per questo motivo, all’inizio di maggio abbiamo convocato una riunione insieme con il mio omologo croato — presidente di turno del MED9 — invitando trenta Paesi del Mediterraneo, del Medio Oriente e dei Balcani, oltre alla FAO, per lanciare la “Coalizione di Roma per la Sicurezza Alimentare e l’Accesso ai Fertilizzanti”, un forum permanente per individuare soluzioni immediate e concrete.

La nostra lettura è che la crisi di Hormuz sia il riflesso di un conflitto più ampio, radicato in decenni di tensioni tra Stati Uniti, Israele e Iran. In questo scenario, continuiamo a sostenere che la via diplomatica resti l’unica percorribile, e ribadiamo che Teheran non può dotarsi di armi nucleari né di sistemi missilistici capaci di destabilizzare ulteriormente la regione.

Non possiamo cancellare il ricordo della repressione delle proteste giovanili in Iran, soffocate nel sangue dal regime. Una repressione che continua ancora oggi attraverso arresti ed esecuzioni capitali contro gli oppositori. Nelle ultime settimane, Teheran ha colpito indiscriminatamente aree residenziali, alberghi, ospedali e infrastrutture energetiche in diversi Paesi del Golfo. Attacchi che proseguono ancora oggi e che abbiamo condannato con fermezza, esprimendo solidarietà a Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Oman e Arabia Saudita.

Sul piano diplomatico, ho mantenuto un contatto costante con l’amico Segretario di Stato USA Marco Rubio, che ho incontrato a Roma nei giorni scorsi. Abbiamo concordato sulla necessità di preservare il legame transatlantico e di lavorare congiuntamente per la pace e la stabilità internazionale. Ho anche confermato il sostegno ai negoziati in corso in Pakistan, che consideriamo fondamentali per mantenere aperta una prospettiva diplomatica.

Non possiamo cancellare il ricordo della repressione delle proteste giovanili in Iran, soffocate nel sangue dal regime.

Ho proseguito il dialogo anche con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, sottolineando la necessità che Teheran negozi “in buona fede” e riprenda la collaborazione con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, ricostruendo al tempo stesso relazioni positive con i Paesi del Golfo.

Nelle scorse settimane mi sono poi recato in Cina, per incontrare il Ministro degli Esteri Wang Yi, che ho sollecitato per un ruolo più attivo di Pechino nella mediazione con Teheran. Parallelamente, Roma mantiene un filo diretto con i partner regionali del Golfo, considerati interlocutori indispensabili per qualsiasi soluzione diplomatica duratura e per il futuro ripristino della libertà di navigazione nello Stretto.

Sul piano operativo, l’Italia è pronta a mettere a disposizione l’esperienza maturata nelle missioni navali europee nel Mar Rosso, nell’Oceano Indiano e nel Mediterraneo. In particolare, riteniamo necessario rafforzare la missione europea ASPIDES, che attualmente vede solo Italia e Grecia impegnate nei pattugliamenti del Mar Rosso per garantire il trasporto marittimo.

Nella missione multilaterale che verrà lanciata nello Stretto di Hormuz, l’Italia potrebbe contribuire alle operazioni di sminamento e alla sicurezza della navigazione commerciale.

Riteniamo, tuttavia, che una pace duratura in Medio Oriente non possa prescindere dalla stabilità del Libano. 

Il Governo italiano sostiene il dialogo tra Israele e Beirut mediato dagli Stati Uniti e ha offerto la disponibilità a ospitare colloqui diretti tra le parti. Nel corso della missione in Libano dello scorso aprile, ho ribadito al presidente Joseph Aoun il sostegno italiano a un percorso che trasformi l’attuale tregua in un vero processo di pace.

Washington e Bruxelles guardano poi a Roma come a un attore sempre più centrale per rafforzare la statualità di Beirut, un tema che ho affrontato anche nel mio recente incontro alla Farnesina con il Ministro degli Esteri libanese.

Nello Stretto di Hormuz, l’Italia potrebbe contribuire alle operazioni di sminamento e alla sicurezza della navigazione commerciale.

Manteniamo alta anche l’attenzione sulla sicurezza dei nostri militari impegnati nella missione UNIFIL, nella missione bilaterale MIBIL e nel Comitato Tecnico Militare per il Libano a guida italiana. Parallelamente, non smetteremo di chiedere la protezione delle comunità cristiane nel Paese, dopo le violenze dei coloni estremisti israeliani contro villaggi del sud del Libano, compresi quelli a maggioranza cristiana.

Il tema delle violenze dei coloni estremisti israeliani è stato affrontato anche a Bruxelles, dove fra Ministri europei abbiamo appena dato il via libera a nuove, pesanti sanzioni nei loro confronti. Nella stessa seduta, abbiamo approvato ulteriori sanzioni contro i terroristi di Hamas, il cui disarmo resta una priorità assoluta. L’Italia continua a seguire con attenzione la situazione a Gaza e nei Territori palestinesi, mantenendo un ruolo attivo negli aiuti umanitari e nella futura ricostruzione, con l’obiettivo di arrivare a due Stati capaci di convivere in pace e sicurezza.

In questa prospettiva si inserisce anche l’arrivo in Italia, in questi giorni, di 72 studenti palestinesi vincitori di borse di studio presso università italiane: un investimento che consideriamo parte della formazione della futura classe dirigente palestinese.

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Draghi ad Aquisgrana: «trasformare la crisi in unione» https://legrandcontinent.eu/it/2026/05/14/draghi-ad-aquisgrana-trasformare-la-crisi-in-unione/ Thu, 14 May 2026 11:19:18 +0000 https://legrandcontinent.eu/it/?p=46217 Il discorso integrale di Aquisgrana.

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Non fingerò che ciò che attende l’Europa sia facile. La tensione cui è sottoposto il nostro continente è profonda e si fa più pesante di mese in mese.

Ma questo non è solo un momento di pericolo. È anche un momento di rivelazione.

Perché le forze che oggi mettono alla prova l’Europa stanno compiendo qualcosa che decenni di pace e prosperità non sono riusciti a fare: stanno spingendo gli europei a riconoscere, ancora una volta, ciò che hanno in comune e ciò che sono disposti a costruire insieme.

Questo dovrebbe darci fiducia. Dovrebbe anche renderci lucidi riguardo alla portata del compito che ci attende.

Dal 2020, gli shock esterni si sono susseguiti uno dopo l’altro, ciascuno aggravando il precedente e restringendo ulteriormente lo spazio per l’esitazione. Stiamo ancora assorbendo i dazi da parte del nostro principale partner commerciale, a livelli senza precedenti da un secolo a questa parte. Da ultimo, la guerra in Medio Oriente ha riportato l’inflazione nelle nostre economie e l’ansia nelle nostre famiglie. Anche quando lo stretto di Hormuz riaprirà, le fratture inferte alle catene di approvvigionamento potrebbero estendersi per mesi o anni.

Questi shock sarebbero difficili in qualsiasi circostanza. Ma arrivano proprio nel momento in cui il bisogno di investimenti dell’Europa è diventato enorme. La precedente stima di circa 800 miliardi di euro l’anno di spesa strategica aggiuntiva è salita, con gli impegni in materia di difesa degli ultimi anni, a quasi 1.200 miliardi di euro l’anno in media.

La crescita è quindi la precondizione per tutto ciò che l’Europa dice oggi di dover fare: finanziare la transizione energetica, difendere il proprio continente, costruire le industrie dell’era digitale e sostenere società che invecchiano.

E il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più. È diventato più duro, più frammentato e più mercantilista.

Al di là dell’Atlantico, non possiamo più dare per scontato che i custodi dell’ordine postbellico restino impegnati a preservarlo. Decisioni dalle profonde conseguenze per le economie europee vengono prese sempre più unilateralmente, ignorando le regole delle quali gli Stati Uniti un tempo si facevano paladini. E per la prima volta dal 1949, gli europei devono fare i conti con la possibilità che gli Stati Uniti non garantiscano più la nostra sicurezza alle condizioni che un tempo davamo per scontate.

D’altra parte neanche la Cina offre un’àncora alternativa. Sta generando surplus industriali su una scala che il mondo non può assorbire se non svuotando la nostra stessa base produttiva. E sta sostenendo direttamente il nostro avversario, la Russia.

In un mondo di partnership in evoluzione, ogni dipendenza strategica deve ora essere riesaminata. Per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli insieme. L’Europa sta rispondendo a questa nuova realtà. Ma sta rispondendo all’interno di un sistema che non era stato concepito per sfide di questa portata.

Il progetto europeo è stato costruito, deliberatamente e saggiamente, per impedire la concentrazione del potere. Dopo le catastrofi della prima metà del Novecento, gli europei stabilirono che nessuno Stato membro avrebbe dominato sugli altri.

Crearono invece un modello di governance diverso, condiviso e diffuso. Ci si affidò ad agenzie indipendenti, processi basati su regole e mercati finanziari per svolgere un lavoro che, altrove, avrebbe richiesto una scelta politica aperta. Laddove occorreva trovare accordi tra i governi, la governance europea li avvolgeva in strati di procedura che li privavano della loro carica politica. Decisioni che in un altro contesto sarebbero state divisive hanno finito per apparire amministrative.

I risultati di quel sistema sono stati straordinari. La pace su un continente un tempo definito dalla guerra. Il ritorno di nazioni che avevano trascorso generazioni dietro la Cortina di Ferro in una comunità di popoli liberi. Il mercato unico. L’euro. La libertà di muoversi attraverso confini che per secoli avevano diviso gli europei gli uni dagli altri.

Per settant’anni, questa architettura ha portato avanti l’Europa. Ci ha permesso di raggiungere qualcosa di storicamente raro: l’integrazione senza subordinazione. Ma si basava su due assunti fondamentali.

La prima era che l’Europa avesse costruito un’economia davvero aperta in cui lo Stato non avesse bisogno di dirigere la crescita: libero scambio al suo interno attraverso il mercato unico, e libero scambio all’esterno attraverso un ordine internazionale basato su regole.

La seconda era che l’Europa non avrebbe mai più dovuto affrontare le questioni più difficili sul potere e sulla sicurezza, perché sarebbero state risolte per noi.

Entrambi gli assunti si sono ora rivelati fallaci. E man mano che vengono meno, le questioni politiche che l’Europa aveva cercato di attenuare stanno tornando al cuore del progetto europeo.

Nulla rende tutto questo più visibile delle contraddizioni del modello economico europeo.

All’esterno, abbiamo smantellato le barriere commerciali, accolto le catene di approvvigionamento globali e costruito la più aperta delle grandi economie mondiali. All’interno, però, non abbiamo mai praticato pienamente l’apertura che predicavamo: abbiamo lasciato incompiuto il mercato unico, frammentati i mercati dei capitali, i sistemi energetici insufficientemente connessi e ampie parti della nostra economia avviluppate in strati di regolamentazione.

C’è dell’ironia in tutto questo. L’Europa si è affidata ai mercati per svolgere un lavoro che l’autorità politica comune non era stata messa in condizione di compiere. A quei mercati, però, abbiamo negato la scala continentale di cui avevano bisogno per avere successo. Il risultato è stato non una vera economia di mercato, ma un’economia asimmetrica. E da questa asimmetria derivano molte delle vulnerabilità che l’Europa si trova oggi ad affrontare.

La prima vulnerabilità è la nostra esposizione alla domanda esterna. Le imprese europee sono state spinte verso l’esterno in cerca della crescita che l’Europa stessa non riusciva a fornire. Dal 1999, il commercio in percentuale del PIL è salito dal 31% al 55% nell’area euro. Negli Stati Uniti e in Cina, al contrario, si è a malapena mosso. Gli uni e l’altra restano molto meno esposti al commercio.

La nostra sensibilità ai cambiamenti nelle politiche americane e cinesi non è quindi semplicemente una sfortuna imposta dall’esterno. È il riflesso del nostro stesso fallimento nel costruire un mercato interno sufficientemente profondo.

La seconda vulnerabilità è la nostra crescente dipendenza strategica. Nessuna economia avanzata può eliminarla completamente. Anche gli Stati Uniti hanno le loro esposizioni, anche in materia di minerali critici. Ma la posizione dell’Europa è di un ordine diverso.

Se avessimo adottato le misure necessarie per integrare la nostra economia, i mercati dei capitali avrebbero incanalato una quota maggiore dei risparmi europei verso il rischio produttivo interno. L’energia si sposterebbe più liberamente attraverso i confini, supportata da reti, interconnettori e stoccaggi. La decarbonizzazione sarebbe più alla nostra portata, e le nostre economie meno sensibili agli shock dei combustibili fossili: dall’inizio del conflitto in Iran, i cittadini dei paesi con quote più elevate di energia pulita hanno pagato, in media, circa la metà dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità rispetto a quelli con quote inferiori.

Ma l’Europa ha scelto un percorso più difensivo. Abbiamo cercato di tenere a bada le perturbazioni. Abbiamo limitato il consolidamento, vincolato il rischio e rinviato gli investimenti transfrontalieri. Ma il risultato non è stato un maggiore controllo. È stata la dipendenza.

Oggi, metà del capitale investito attraverso i fondi europei rifluisce negli Stati Uniti, dove sia i rischi che i rendimenti sono maggiori. Dipendiamo dall’America per il 60% delle nostre importazioni di GNL. Persino nelle tecnologie pulite, l’Europa non riesce ancora a dispiegare la sua transizione verde su larga scala senza aumentare la dipendenza dalle catene di approvvigionamento cinesi.

La terza debolezza, e forse la più importante, è il deterioramento della posizione dell’Europa nelle tecnologie che definiranno il prossimo decennio.

Dal 2019, il divario di produttività oraria tra l’Europa e gli Stati Uniti si è ampliato di 9 punti percentuali, a parità di potere d’acquisto e a prezzi costanti. Questo non misura, di per sé, le differenze nel tenore di vita. Ma indica una crescente divergenza nella capacità produttiva, che riflette non solo le maggiori dimensioni del settore tecnologico americano, ma la più profonda digitalizzazione delle imprese e dei flussi di lavoro negli USA.

L’intelligenza artificiale si aggiunge ora a quel divario.

Gli scenari dell’OCSE suggeriscono che circa la metà della crescita della produttività nel prossimo decennio potrebbe derivare dall’IA e dalla sua diffusione nell’economia. In nessun momento, nella memoria recente, una parte così grande del nostro futuro economico è dipesa da una singola trasformazione tecnologica.

Ma l’IA non è semplicemente l’ennesimo strumento digitale da adottare. Richiede una mobilitazione industriale su una scala mai vista da generazioni: enormi investimenti in energia, semiconduttori, infrastrutture di calcolo e capitale. E qui l’Europa è in ritardo.

Gli Stati Uniti sono avviati a spendere circa cinque volte più dell’Europa nella costruzione di data center entro il 2030. La Cina si sta mobilitando su scala analoga. Se l’Europa volesse eguagliare quell’ambizione, la domanda di energia potrebbe aumentare del 20-30% rispetto ad oggi.

L’Europa possiede i risparmi, i talenti e il potenziale energetico latente per competere in questa trasformazione. Ma le stesse barriere e vincoli che hanno prodotto la nostra esposizione e le nostre dipendenze ci impediscono ora di mobilitarci alla scala che il momento richiede.

Questo non è un divario che possiamo permetterci di lasciar allargare. A differenza dell’elettricità o di internet, l’IA migliora con l’uso. Ogni ciclo di implementazione genera i dati e le capacità che rendono il ciclo successivo ancora più potente. Le economie che combineranno per prime questi vantaggi si porteranno avanti in modo permanente.

Tutte e tre le conseguenze rimandano alla stessa fonte. L’Europa si è aperta al mondo senza completare il mercato al suo interno. È diventata troppo dipendente dalla domanda estera, troppo dipendente da capacità controllate altrove e troppo frammentata per mobilitare la propria stessa scala.

La domanda ora è come correggere questo squilibrio. In tutta Europa, stanno emergendo risposte diverse.

Per alcuni, la risposta è non cambiare: mentre altri si ritirano dall’apertura, l’Europa dovrebbe cogliere le opportunità che lasciano dietro di sé, espandere il commercio con il resto del mondo e diventare il principale difensore del sistema basato su regole.

L’Europa può ancora guadagnare da un’ulteriore liberalizzazione degli scambi. Ma sui limiti di quest’ultima dobbiamo essere onesti. Secondo una stima, anche se l’Europa concludesse con successo tutti i negoziati commerciali in corso, la spinta a lungo termine sul nostro PIL ammonterebbe a meno dello 0,5%.

Il problema più profondo è politico. Concordare nuovi accordi commerciali è più facile che affrontare il lavoro incompiuto in casa, perché questo lavoro impone scelte che l’Europa ha a lungo preferito evitare: confrontarsi con le posizioni di rendita consolidate e gli interessi acquisiti che traggono vantaggio da un mercato unico incompleto e da mercati energetici frammentati. Se l’apertura rimane la nostra unica risposta, diventa l’assenza di una decisione.

Per altri, la risposta è reintrodurre nei mercati uno Stato strategico. In tutta Europa, c’è un rinnovato appetito per la politica industriale, per orientare il capitale verso le tecnologie che non siamo riusciti a costruire, per proteggere i settori strategici dalle pressioni esterne e per usare dazi e sostegno statale per proteggere in casa la crescita che stiamo perdendo all’estero.

Queste posizioni sono comprensibili. Per molti aspetti, sono necessarie. Tutte le grandi economie del mondo stanno oggi dispiegando la propria politica industriale su una scala che fa sembrare ridicola l’idea di un campo di gioco livellato a livello globale. L’Europa deve navigare dipendenze sempre più complesse sia dagli Stati Uniti che dalla Cina. Non possiamo permetterci la rigidità ideologica.

Ma questi strumenti non produrranno ciò che i loro sostenitori sperano, a meno che l’Europa non risolva anche l’incoerenza al cuore del proprio modello economico.

Pensiamo a cosa accade se l’Europa adotta una postura commerciale più assertiva. Le ritorsioni invitano controritorsioni, costi che l’Europa, nella sua forma attuale, è poco attrezzata ad assorbire. Stiamo già assistendo agli effetti dei dazi americani: dal Liberation Day, le esportazioni europee verso gli Stati Uniti sono diminuite di circa il 17%.

Eppure, quando guardiamo dall’altra parte dell’Atlantico, vediamo un’economia capace di preservare la propria crescita dalle perturbazioni che essa stessa contribuisce a creare. Nonostante le crescenti tensioni commerciali, l’inflazione e il conflitto in Medio Oriente, il FMI ha rivisto al rialzo le sue previsioni di crescita per gli Stati Uniti per il prossimo anno, mentre ha rivisto al ribasso quelle dell’Europa.

La lezione è che la durezza esterna richiede profondità interna. All’interno dell’Europa, gli Stati membri differiscono significativamente per profondità di integrazione. La ricerca della BCE suggerisce che, se tutti si avvicinassero al livello già raggiunto da chi oggi fa registrare le performance migliori, i guadagni di benessere a lungo termine potrebbero superare il 3%, circa quattro volte l’impatto sulla crescita previsto da dazi americani più elevati.

“Made in Europe” dovrebbe essere visto anche in quest’ottica: come un modo per utilizzare la domanda europea in modo più deliberato. Dovrebbe offrire alle industrie con orizzonti di investimento lunghi, come semiconduttori, tecnologie pulite e difesa, un mercato abbastanza grande e stabile da investire qui. Senza una propria domanda, l’Europa non può sostenere una postura credibile all’estero.

La politica industriale affronta una versione diversa dello stesso problema.

Se gli Stati membri dell’Europa tenteranno una politica industriale su larga scala nell’attuale struttura del mercato unico, falliranno. Spenderanno in modo inefficiente, frammenteranno gli investimenti lungo linee nazionali e si imporranno costi a vicenda. Studi del FMI rilevano che i sussidi concessi in uno Stato membro sopprimono la crescita in altri, con esternalità negative che erodono i guadagni originali in appena due anni.

La risposta ideale sarebbe coordinare gli aiuti di Stato a livello europeo. Ma non è l’unico modo per ridurre queste distorsioni. Un’economia europea davvero integrata cambierebbe di per sé il campo su cui opera la politica industriale.

Anche se gli aiuti di Stato fossero ancora concessi entro i confini nazionali, i loro beneficiari sarebbero sempre più spesso imprese già testate in tutta Europa. Le aziende leader in ciascuna giurisdizione avrebbero meno probabilità di essere operatori nazionali protetti, e più probabilità di essere imprese di scala europea che competono là dove il capitale, l’energia, le competenze e le catene di approvvigionamento sono più forti.

A differenza dei fallimenti degli anni ’70, è così che i veri campioni europei hanno più probabilità di emergere: esposti alla concorrenza continentale e supportati da una strategia politica a livello europeo.

Questo a sua volta darebbe ai governi segnali più chiari su dove si trovano i veri punti di forza competitivi dell’Europa. Il denaro pubblico avrebbe meno probabilità di sostenere imprese senza prospettive di crescita, e più probabilità di rafforzare le capacità di cui l’Europa ha davvero bisogno. L’intervento potrebbe diventare più mirato, meno costoso e più efficace.

Più l’Europa si riforma, meno dovrà affidarsi al debito, nazionale o comune, per compensare la propria frammentazione.

Ecco perché il mercato unico e la politica industriale non dovrebbero essere trattati come filosofie rivali. Se correttamente concepiti, l’uno rafforza l’altra.

Ma quanto più l’Europa si addentra nella politica industriale e nelle tecnologie strategiche, tanto più è difficile evitare il fatto esterno centrale della nostra epoca: il nostro rapporto con gli Stati Uniti è cambiato.

L’Europa non può rimpatriare da sola ogni tecnologia critica. Il costo sarebbe proibitivo. Avremo bisogno di accordi preferenziali con partner fidati: garanzie di acquisto, standard comuni, investimenti condivisi e catene di approvvigionamento sicure. Gli Stati Uniti rimarranno centrali in questo sforzo. Il Memorandum d’intesa UE-USA sui minerali critici ne è un primo esempio.

Eppure il partner da cui ancora dipendiamo è diventato più conflittuale e imprevedibile. L’Europa ha cercato la negoziazione e il compromesso. Per lo più non ha funzionato. Ogni volta che assorbiamo uno shock senza risposta, abbassiamo il costo di quello successivo. Una postura pensata per de-escalare sta invece invitando ulteriore escalation.

Per ora, l’Europa ha bisogno della capacità di rispondere in modo più assertivo per riportare la partnership su basi più eque. Ciò che ci frena è la sicurezza. Un’alleanza in cui l’Europa dipende dagli Stati Uniti per la propria difesa è un’alleanza in cui la dipendenza in materia di sicurezza può estendersi a ogni altra negoziazione: commerciale, tecnologica, energetica.

Ecco perché il cambiamento di atteggiamento americano sulla sicurezza europea non dovrebbe essere visto solo come un pericolo. È anche un necessario risveglio. Se gli Stati Uniti chiedono all’Europa di assumersi maggiori responsabilità per la difesa del nostro continente e dei nostri vicini, allora l’Europa deve anche acquisire maggiore autonomia nel modo in cui quella difesa è organizzata, e con quell’autonomia verrà una maggiore forza nelle sue relazioni commerciali ed energetiche.

Questo non deve indebolire la relazione transatlantica o la NATO. Al contrario, porrebbe entrambe su basi più solide. Un’Europa in grado di difendersi potrebbe persino essere un alleato più prezioso. E una partnership fondata sulla forza reciproca sarà sempre più matura di una fondata sulla dipendenza asimmetrica.

Per l’Europa stessa, l’opportunità è sostanziale. Assumersi maggiori responsabilità per la nostra difesa significa anche ricostruire la base industriale e tecnologica da cui quella difesa dipende. La R&S europea nel settore della difesa è appena un decimo dei livelli americani. I governi europei spendono da 40 a 70 miliardi di euro l’anno in armi americane, e il nostro fallimento nel consolidare la domanda spreca ulteriori 60 miliardi in economie di scala mancate.

Ma importanti cambiamenti sono già in corso.

L’Europa ha compiuto la sua scelta strategica più significativa degli ultimi decenni: investire nella propria difesa. Entro la fine di questo decennio, la sola Germania spenderà pressappoco quanto la Russia spende ora per la sua economia di guerra pienamente mobilitata.

E l’Ucraina sta guidando una forma di integrazione pratica della difesa che l’Europa ha a lungo faticato a realizzare per disegno. I paesi stanno ordinando le stesse attrezzature perché non possono permettersi di aspettare varianti nazionali su misura. Le imprese europee producono in territorio alleato sistemi progettati dall’Ucraina.

La cooperazione in materia di difesa si sta allargando rapidamente: un recente esercizio di mappatura ha identificato più di 160 accordi di difesa bilaterali e plurilaterali tra Stati europei, il Regno Unito e l’Ucraina, la maggior parte dei quali firmati dopo l’invasione russa. Sei partnership recano una clausola di difesa reciproca.

Il compito ora è trasformare questo mosaico in impegni chiari e vincolanti. Se uno Stato membro viene attaccato, la risposta dell’Europa dovrebbe essere inequivocabile anche prima che la crisi abbia inizio.

Ci sono due percorsi per dare sostanza a quell’impegno, e non devono necessariamente escludersi a vicenda.

Uno passa attraverso coalizioni più ridotte di paesi accomunati già oggi da capacità e percezioni della minaccia affini. In pratica, gran parte della risposta militare europea è già sostenuta da un gruppo centrale: Germania, Polonia, Francia e Regno Unito, insieme agli Stati nordici e baltici che sono più vicini alla minaccia.

Non tutti i paesi devono contribuire nello stesso modo. L’Ucraina ha dimostrato che la difesa moderna non si esaurisce più in carri armati, aerei e artiglieria. Dipende anche da batterie, sensori, software e dalla capacità di adattare rapidamente le tecnologie civili. Alcuni paesi forniranno forze; altri forniranno componenti di droni, capacità cyber o logistica; altri ancora aiuteranno finanziariamente.

L’altro percorso è dare sostanza operativa all’articolo 42, paragrafo 7, la clausola di difesa reciproca dell’UE, che, sebbene giuridicamente definita e una volta invocata, non è ancora stata tradotta in piani concreti, capacità e strutture di comando.

Molto dipenderà da chi si unirà a questo sforzo comune. Ogni comunità politica è in ultima analisi plasmata dalla sua comprensione dell’obbligo reciproco, da ciò che i suoi membri ritengono di doversi l’un l’altro quando accade il peggio. Per settant’anni, l’Europa ha potuto lasciare questa domanda in parte senza risposta. Ora dobbiamo rispondervi noi stessi.

I primi segni si iniziano già a vedere. Quando la Russia ha invaso l’Ucraina, l’Europa ha scelto di stare al fianco di una nazione che combatte per la propria libertà, e ha mantenuto quell’impegno anno dopo anno. Quando la Groenlandia è stata minacciata, l’Europa ha tenuto testa al suo alleato più stretto e, così facendo, ha scoperto capacità che non sapeva di avere. Persino i partiti che hanno costruito la loro identità sulla sovranità nazionale riconoscono ora che nessuna nazione europea può difenderla da sola.

Ma la pressione per il cambiamento viene ora da ogni direzione. L’Europa è costretta a prendere decisioni finora evitate. E per la prima volta da molti anni, le condizioni per fare quelle scelte stanno cominciando a esistere.

C’è un’unità di diagnosi che è autenticamente nuova. La natura della difficile situazione dell’Europa è ora ampiamente compresa da governi e cittadini. La tabella di marcia per l’azione esiste e, in alcune aree, la Commissione europea sta già agendo.

Sotto la pressione di questi anni, agli europei vengono riportati alla mente valori che avevano cominciato a dare per scontati: solidarietà, democrazia, stato di diritto, protezione delle minoranze. Questa è l’eredità dell’Europa del dopoguerra. E stanno tornando visibili perché vengono messi alla prova.

Questo riconoscimento è più potente di qualsiasi programma politico, perché dà agli europei una ragione per agire. E i cittadini hanno già chiara la direzione che l’Europa deve prendere: nove su dieci intervistati dall’Eurobarometro vogliono che l’Unione agisca con maggiore unità; tre quarti vogliono che abbia più risorse per affrontare le sfide future.

Ma quando i cittadini chiedono più Europa, non stanno semplicemente chiedendo di più dell’Europa che abbiamo. Né stanno chiedendo un progetto istituzionale astratto. Stanno chiedendo miglioramenti pratici nel modo in cui l’Europa li protegge e li responsabilizza, in modi che possono veder funzionare e di cui possono chiedere conto. Il punto è come trasformare questa domanda di azione in forme decisionali in grado di soddisfarla.

La nostra esperienza attuale è che l’azione al livello dei ventisette spesso non riesce a fornire ciò che il momento richiederebbe. Il problema non è la mancanza di ambizione tra i leader. È ciò che accade dopo che l’ambizione entra nel meccanismo. Gli accordi vengono elaborati attraverso comitati che diluiscono e ritardano finché il risultato non assomiglia più a quel che era stato previsto.

Il risultato è un’azione che può risultare talmente inadeguata alla portata della sfida da diventare peggio dell’inazione. E un’UE che rivendica responsabilità ma delude ripetutamente entra in un ciclo da cui non riesce a uscire: la debolezza nella realizzazione erode la legittimità, e la debolezza della legittimità rende la realizzazione ancora più difficile.

Dobbiamo spezzare questo ciclo.

I paesi che sentono il peso di questo momento in modo più acuto, e capiscono che la finestra per l’azione non rimarrà aperta indefinitamente, devono essere liberi di andare avanti. Questo è ciò che ho chiamato federalismo pragmatico.

La sua virtù è che può ricostruire insieme la capacità di realizzazione e la legittimità democratica. I paesi con la volontà di agire dovrebbero approfondire la cooperazione in aree concrete, attraverso strumenti che producano risultati che i cittadini possano vedere e misurare. E ciascuno dovrebbe entrare attraverso una scelta nazionale deliberata, approvata dal proprio elettorato, in modo che i cittadini sappiano a cosa si è impegnato il loro governo e possano chiederne conto.

La realizzazione costruisce legittimità. La legittimità rende possibile una cooperazione più profonda. E man mano che cresce l’abitudine di agire insieme, cresce anche il senso di scopo comune.

Questo approccio sarà necessariamente sperimentale. Alcune iniziative funzioneranno; altre no. Ecco perché è pragmatico. Ma è anche federalismo, perché gli esperimenti non sono casuali. Sono guidati da una destinazione condivisa: la convinzione che gli europei debbano imparare a esercitare il potere insieme se vogliono preservare i propri valori.

L’euro mostra come questo possa accadere. Quanti erano disposti sono andati avanti. Hanno costruito istituzioni comuni con un’autorità vera. Quando l’impegno è stato messo alla prova fin quasi al punto di rottura, la solidarietà richiesta si è rivelata di gran lunga maggiore di quanto molti avevano immaginato. Il quadro ha retto, i paesi hanno continuato ad aderire e il sostegno all’euro è ora ai massimi storici. Per le società che lo condividono, uscirne è diventato quasi impensabile.

È questo che rende duraturi gli impegni europei. Non le parole scritte una volta in un trattato, ma l’esperienza dell’agire insieme, dell’essere messi alla prova insieme e dello scoprire attraverso il successo che la solidarietà può funzionare.

Il nostro compito ora è creare di nuovo quella stessa dinamica nell’energia, nella tecnologia e nella difesa. I leader europei sanno dove si trova il lavoro da fare. Devono ora decidere se sono disposti a mettere la sostanza prima del processo, e a scegliere gli strumenti che possono realizzarla.

Abbiamo raggiunto un punto in cui le decisioni che l’Europa deve prendere non possono più essere contenute nel quadro istituzionale che abbiamo ereditato. Alcune richiedono una scala che solo l’Europa può fornire. Altre richiedono un grado di legittimità democratica che va costruito dalle fondamenta.

Insieme, richiedono che i leader europei facciano un passo in più.

In tutto il nostro continente, gli europei stanno dimostrando di volere che l’Europa agisca. Vogliono che l’Unione europea difenda la loro libertà, prosperità e solidarietà. E continuano a sostenere, con passione, i valori che rendono l’Europa degna di essere costruita e che, oggi, la rendono unica.

Il compito ora è rispondere a quella fiducia con coraggio e dimostrare che l’Europa può di nuovo trasformare la crisi in unione.

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Il circolo vizioso dei Medici a Washington: breve storia dell’enigma finanziario di Trump https://legrandcontinent.eu/it/2026/04/01/il-circolo-vizioso-dei-medici-a-washington-breve-storia-dellenigma-finanziario-di-trump/ Wed, 01 Apr 2026 13:46:36 +0000 https://legrandcontinent.eu/it/?p=44615 Per estrarre le risorse delle imprese, la Casa Bianca adotta una strategia di terrore — che però potrebbe ritorcersi contro.

Per l’economista Luigi Zingales, questo slittamento verso la cleptocrazia avvicina gli Stati Uniti di Donald Trump all’Italia di Berlusconi — o persino all’Indonesia sotto la dittatura di Suharto.

Intervista.

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Nel 2003, in Saving Capitalism from the Capitalists 1, lei sosteneva che la principale minaccia al capitalismo proveniva dalle grandi imprese stesse, quando cercano di indebolire la concorrenza appropriandosi della regolamentazione e utilizzando lo Stato per proteggere le loro posizioni consolidate. È ciò a cui stiamo assistendo oggi negli Stati Uniti?

Luigi Zingales — In una certa misura, il quadro che abbiamo descritto resta pertinente. Alcune imprese dominanti continuano a cercare di influenzare la regolamentazione per limitare la concorrenza e proteggere le proprie posizioni.

Prendiamo l’esempio di OpenAI. Era un’azienda piuttosto liberale; ma dall’elezione di Trump, ha cercato di avvicinarsi a lui e ha iniziato a sostenere una regolamentazione più severa, il che, in pratica, significa norme che possono rendere più difficile l’ingresso nel mercato per nuovi concorrenti.

Il governo statunitense è oggi “catturato” dalle grandi imprese tecnologiche. Benché fosse già il caso sotto l’amministrazione precedente, credo che sotto Trump sia cambiata profondamente la natura del rapporto tra le imprese private e il potere pubblico.

Pochi giorni dopo il rapimento di Maduro a gennaio, abbiamo assistito a un evento piuttosto insolito: il presidente ha convocato gli amministratori delegati delle grandi compagnie petrolifere per incoraggiarli a investire in Venezuela. Allora, uno di loro — il CEO di Exxon —, avendo dischiarato che non vi era alcun interesse è stato umiliato pubblicamente. Questo tipo di comportamento non è caratteristico di un governo tradizionale.

L’industria petrolifera è ancora molto potente sotto Trump: basta guardare il modo in cui ha preso il controllo dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente (EPA). Tuttavia, non si può comprendere il presidente statunitense unicamente attraverso la lente classica della cattura regolatoria. Oggi a questa si aggiunge una dimensione di paura.

Staremmo quindi assistendo a un fenomeno di cattura inversa, in cui il settore privato non cerca più di influenzare la politica per servire i propri interessi, ma in cui sono le grandi imprese a essere requisite dal potere pubblico?

Nel 2017 ho proposto di classificare i regimi politici in funzione dell’equilibrio tra due fonti di potere: il potere economico privato e il potere statale. Un sistema sano si fonda su un equilibrio “Goldilocks” 2: lo Stato non è troppo debole rispetto alle imprese, e queste non sono nemmeno in grado di plasmare le regole a proprio vantaggio.

Quando il potere economico può trasformarsi in potere politico — e viceversa — emerge ciò che ho definito il “circolo vizioso dei Medici” 3: il denaro viene utilizzato per acquisire potere politico e, successivamente, il potere politico viene impiegato per aumentare le rendite economiche.

Si tratta di un meccanismo auto-rinforzante, che lega l’accumulazione di capitale economico all’influenza politica.

Oggi stiamo passando da un sistema di lobbying diffuso, in cui le imprese influenzano le regole per proteggere i propri interessi, a qualcosa che assomiglia di più alla situazione vissuta dai grandi gruppi indonesiani sotto la dittatura di Suharto: il potere politico non viene utilizzato per disciplinare le imprese, ma per esercitare ritorsioni contro di esse e per estrarne risorse. Dall’inizio del suo secondo mandato, si stima che Trump e la sua famiglia abbiano guadagnato quattro miliardi di dollari sfruttando le leve della Casa Bianca 4

Sotto Obama — e persino sotto Biden — il lobbying era un’industria strutturata e istituzionalizzata. Oggi è diventato personale.

Luigi Zingales

Direbbe che ci stiamo allontanando dal capitalismo liberale classico?

In una certa misura, sì.

Per questo non credo sia corretto affermare che il governo sia completamente “catturato”. Se lo fosse, non cercherebbe costantemente di ottenere concessioni di natura finanziaria. In un certo senso, siamo più vicini a una forma di cleptocrazia che a una semplice cattura regolatoria.

In un sistema del genere, lo Stato dovrebbe tuttavia continuare ad agire in modo razionale — non democraticamente razionale, ma economicamente razionale. Invece, oggi osserviamo negli Stati Uniti anche un elemento di irrazionalità, che serve a terrorizzare diversi attori.

In che senso?

L’amministrazione Trump ha scoperto che è molto più facile esercitare il potere in modo vago e intimidatorio — terrorizzando tutti, affinché nessuno sappia con chiarezza ciò che gli è consentito fare.

Prendiamo l’attacco di Trump contro il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell. Sarebbe un errore considerarlo come una semplice questione relativa alla banca centrale. Se Trump volesse davvero abbassare i tassi d’interesse, questo sarebbe il modo peggiore per ottenerli. I leader hanno sempre cercato di fare pressione sulle banche centrali per abbassare i tassi, ma martellare brutalmente non produce buoni risultati.

Credo piuttosto che Trump si comporti così per incutere timore a tutti. E funziona. Gli amministratori delegati e i funzionari sono sempre più riluttanti a esprimersi, per paura delle conseguenze. Trump è riuscito a creare un clima di paura.

Questa irrazionalità distrugge ogni coerenza politica?

Non del tutto. Trump ha comunque un programma: utilizzare i dazi doganali per ottenere concessioni e accumulare potere. Questa politica ha anche una dimensione elettorale, poiché i dazi piacciono a una parte della popolazione. Tuttavia, l’insieme non è sempre coerente: c’è una componente di follia in tutto ciò.

Mi chiedo spesso se il caos sia un incidente o una strategia, se Trump commetta errori o se la sua strategia consista nell’essere talmente imprevedibile da rendere impossibile anticipare una sua decisione.

Questa irrazionalità potrebbe essere strategica: in teoria dei giochi esiste una tattica che consiste nel sembrare folli per spingere l’avversario a fare maggiori concessioni, non sapendo cosa aspettarsi. Si può pensare che Trump stia giocando questo gioco. Per adottare una strategia del genere, bisogna avere il gusto del dominio, anche a costo personale. Trump possiede questo tratto caratteriale e lo mostra apertamente.

In fondo, negoziare con Trump consiste nel chiedersi sempre se ci è o ci fa?

In un certo senso, la distinzione non ha importanza. L’imprevedibilità conferisce potere a Trump.

Questa imprevedibilità ha trasformato il modo in cui circolano il potere e gli interessi negli Stati Uniti?

Sì, ha rivoluzionato il lobbying.

Questa evoluzione è ben documentata da Brody Mullins 5, autore di The Wolves of K Street, che racconta la storia e la trasformazione del lobbying a Washington. In un’intervista che abbiamo realizzato con lui alla fine del 2024, gli abbiamo chiesto come potrebbe apparire l’ambiente del lobbying in un contesto “Trump 2.0”. Secondo lui, sarebbe radicalmente diverso rispetto a quello delle amministrazioni precedenti.

Sotto Obama — e persino sotto Biden — il lobbying era un’industria strutturata e istituzionalizzata. Oggi è diventato personale. Se vuoi ottenere qualcosa, assumi Jared Kushner nella tua azienda. È un modo molto italiano di fare le cose.

Nel mio libro Capitalism for the People, scrivo che gli Stati Uniti stanno iniziando a somigliare all’Italia — a eccezione del cibo e del vino. Credo di non aver mai avuto così ragione come oggi. In realtà, gli Stati Uniti hanno superato l’Italia e stanno scivolando verso lo status di “repubblica delle banane”.

Come si manifesta questo cambiamento? Questa personalizzazione del potere trasforma anche il rapporto dei cittadini con le istituzioni?

Questo cambiamento si manifesta innanzitutto in un’erosione della fiducia. L’ho percepita fin dalla crisi finanziaria del 2008.

Ciò che mi aveva sempre colpito degli Stati Uniti era l’elevato grado di fiducia dei cittadini nelle loro istituzioni.

Quando ero studente al MIT, fu diramata un’allerta uragano a Boston. Il sindaco diede istruzioni precise: restare in casa e sigillare le finestre con nastro adesivo. Da buon italiano, la mia prima reazione fu lo scetticismo: perché sigillare le finestre? Il fratello del sindaco vende nastro adesivo?

In Italia, quando le autorità ti dicono “torna a casa”, l’istinto è spesso quello di fare il contrario. Questo scetticismo può, in alcune circostanze, essere una forma sana di vigilanza. Ma, in generale, rende più difficile il funzionamento di una società e di un’economia sana.

Si può ricordare il naufragio del Costa Concordia. Il capitano ordinò ai passeggeri di tornare nelle loro cabine. Coloro che riconobbero l’assurdità di quell’ordine se ne andarono e sopravvissero; gli altri obbedirono e morirono.

L’amministrazione Trump ha scoperto che è molto più facile esercitare il potere in modo vago e intimidatorio — così che nessuno sappia con chiarezza ciò che gli è consentito fare.

Luigi Zingales

In Italia, la diffidenza verso le istituzioni è profondamente radicata. Può essere utile in contesti estremi — per esempio sotto una dittatura. Ma nella vita quotidiana è un ostacolo: la fiducia è il fondamento che permette alle regole di funzionare.

Gli Stati Uniti si sono sempre basati su un livello di fiducia eccezionale, ma dopo il 2008 qualcosa si è incrinato. Per la prima volta, i cittadini comuni hanno iniziato a dubitare che il sistema funzionasse davvero nell’interesse generale. Dire che “il governo agisce nell’interesse di Goldman Sachs” è diventato quasi normale. La sfiducia si è progressivamente radicata.

Ricordo di un processo nel quale avevo testimoniato: lo Stato americano rischiava di pagare tra i cinque e i sette miliardi di dollari. Chiesi a un avvocato quali fossero, secondo lui, le probabilità che il Tesoro chiamasse il giudice per esercitare pressioni prima del verdetto. Seguendo il mio istinto, ero certo che quella telefonata sarebbe avvenuta, e invece mi rispose che erano nulle. 

Oggi so che le probabilità di un’interferenza di questo tipo non sono nulle. Tuttavia, molti americani continuano a credere che una simile situazione non possa verificarsi.

Il mio esempio preferito resta quello della fila: ognuno la rispetta solo perché è convinto che anche gli altri la rispetteranno. Se questa convinzione scompare, la fila si disgrega.

Le istituzioni funzionano secondo una logica simile. Se la fiducia nello Stato di diritto si indebolisce, tutti finiscono per chiedersi perché dovrebbero continuare a rispettare le regole.

Una volta che un paese entra in questo processo — un po’ secondo la logica del à la guerre comme à la guerre — cambia natura. E temo che gli Stati Uniti si stiano progressivamente orientando in questa direzione.

Una volta danneggiata, la fiducia può essere ristabilita?

È possibile che l’eccesso provochi una reazione — come accadde dopo il Watergate. Dunque, c’è speranza.

Ma questi fenomeni sono per loro natura non lineari e imprevedibili. Ed è molto più facile distruggere la fiducia che ricostruirla.

È come spaventare degli uccelli posati su un albero: è facile farli volare via, ma molto più difficile farli tornare.

Il fascismo in Italia è durato solo vent’anni, ma ha profondamente danneggiato le istituzioni privilegiando la lealtà politica rispetto alla competenza. L’Italia non si è mai completamente ripresa.

Questa erosione della fiducia indebolisce la posizione internazionale degli Stati Uniti?

Nel breve periodo, gli Stati Uniti conservano un vantaggio: non esiste un’alternativa credibile al loro ruolo. Se esistesse, i capitali si sposterebbero di conseguenza. Lo stesso vale per il dollaro: forse non si ha piena fiducia in esso, ma allo stesso tempo non si può puntare tutto sul franco svizzero.

Paradossalmente, il fatto che abusino della loro posizione dominante rende gli Stati Uniti ancora più centrali, in assenza di alternative. Ma nel lungo periodo, se emergerà un’altra opzione credibile, questa prevarrà.

Il soft power è qualcosa che richiede molto tempo per essere costruito, ma che può essere distrutto molto rapidamente. Mia madre amava gli americani perché avevano liberato il nord Italia: fu il giorno più bello della sua vita. Non sono sicuro di poter trasmettere questo sentimento ai miei figli.

Se l’equilibrio tra potere politico e potere economico si rompe, dove può essere ristabilito? Se lo Stato diventa instabile o intimidatorio, le imprese possono diventare un contropotere istituzionale?

Certamente — ed è qualcosa che diventa particolarmente urgente.

Innanzitutto, bisogna ricordare un fatto spesso sottovalutato: negli Stati Uniti, circa il 60% delle famiglie possiede azioni, in particolare attraverso i piani pensionistici 401(k). I cittadini dispongono quindi, in linea di principio, di una reale leva sul comportamento delle imprese. Che ne siano consapevoli o meno, costituiscono una base azionaria diffusa, quasi “collettiva”. Di conseguenza, la governance d’impresa dovrebbe logicamente allinearsi a questa sociologia democratica del capitale.

Questo allineamento oggi non avviene, perché pochi gestori di asset concentrano un enorme potere di voto, senza una reale legittimità democratica — né interna nei confronti degli investitori, né esterna nei confronti della società.

Eppure, i compromessi tra valore finanziario e valori — ambientali, sociali, politici — non sono decisioni puramente tecniche: sono decisioni morali e politiche. Non possono essere lasciate a una ristretta élite manageriale, ma dovrebbero essere sottoposte a procedure democratiche.

ll governo statunitense è oggi “catturato” dalle grandi imprese tecnologiche.

Luigi Zingales

Per questo, insieme a Oliver Hart e Hélène Landemore, proponiamo la creazione di assemblee di investitori selezionati casualmente 6. Il principio è semplice: invece di delegare le decisioni ai gestori o ai consulenti di voto, si selezionerebbe a caso un campione rappresentativo degli investitori del fondo. Questi investitori riceverebbero informazioni, ascolterebbero esperti con posizioni opposte, delibererebbero e poi definirebbero linee guida di voto.

Questo meccanismo risponde a due problemi. In primo luogo, consente di superare l’“apatia razionale”: la maggior parte dei piccoli investitori non ha né il tempo né la motivazione per informarsi, poiché il loro voto individuale è marginale. Una piccola assemblea concentra così gli sforzi di informazione e deliberazione a un costo minimo rispetto alle dimensioni del fondo. In secondo luogo, rafforza anche la legittimità: le decisioni non sono più prese da pochi dirigenti, ma da un campione statisticamente rappresentativo dei detentori di capitale.

Questo meccanismo sottoporrebbe alla logica democratica le decisioni aziendali, che producono effetti ben oltre i rendimenti puramente finanziari. Inoltre, “proteggerebbe” gli amministratori delegati dalle pressioni politiche: se sono un dirigente d’impresa e la mia unica bussola è la massimizzazione rigorosa del valore finanziario per gli azionisti, divento estremamente vulnerabile alle pressioni politiche. Se il potere politico può minacciare ripercussioni finanziarie, un CEO che si concentra esclusivamente sugli interessi degli azionisti finirà sempre per cedere.

In che senso?

Prendiamo l’esempio di Disney. Quando Trump ha fatto pressione sull’azienda affinché licenziasse Jimmy Kimmel, questa non lo ha fatto, forse per il rischio di perdere abbonati. Tuttavia, era possibile anche un esito diverso, poiché un amministratore delegato può essere tentato di proteggere il proprio bonus o la propria carriera mostrando risultati finanziari eccellenti.

Al contrario, se la questione fosse sottoposta a un’assemblea di investitori adeguatamente informati e se la maggioranza degli azionisti tenesse alla libertà di espressione, accetterebbero un piccolo sacrificio finanziario per difenderla. La decisione diventerebbe esplicita e legittima.

Un’assemblea di investitori non ha alcun interesse personale a fare carriera. È temporanea, selezionata casualmente e delibera nel merito. È un modo politicamente neutrale per restituire il potere agli stessi azionisti.

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Mario Draghi: i fondamenti dell’Europa nuova https://legrandcontinent.eu/it/2026/02/03/mario-draghi-i-fondamenti-delleuropa-nuova/ Tue, 03 Feb 2026 09:38:21 +0000 https://legrandcontinent.eu/it/?p=42841 All'Università Cattolica di Lovanio, dove lunedì 2 febbraio ha ricevuto una laurea honoris causa, l'ex presidente della Banca centrale europea ha tenuto un importante discorso.

Dopo il «momento Groenlandia», espone i pilastri fondamentali del «federalismo pragmatico» che auspica per resistere a Trump e Xi Jinping.

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Fin dalla sua nascita, l’architettura dell’UE ha incarnato la convinzione che l’ordine giuridico internazionale fondato sul diritto, sostenuto da istituzioni credibili, favorisca pace e prosperità.
Poiché nessuno Stato europeo possedeva la capacità di difendersi da solo, la nostra dottrina di sicurezza è stata plasmata dalla protezione offerta dall’America. Insieme, e sempre in alleanza con gli Stati Uniti, siamo stati in grado di affrontare qualsiasi minaccia e garantire la pace in Europa.

Con la sicurezza garantita e con il commercio che fluiva principalmente all’interno di quell’alleanza, abbiamo potuto perseguire incolumi l’apertura economica come fondamento della nostra prosperità e della nostra influenza.

Ma se quell’ordine globale ormai defunto è fallito, non è perché fosse costruito sull’illusione.

Ha prodotto vantaggi reali e ampiamente condivisi: per gli Stati Uniti, come egemone, attraverso un’influenza incontestata in tutti gli ambiti e il privilegio di emettere la valuta di riserva mondiale; per l’Europa attraverso una profonda integrazione commerciale e una stabilità senza precedenti; e per i paesi in via di sviluppo attraverso la partecipazione all’economia globale, risollevando miliardi di persone dalla povertà.

Il fallimento del sistema risiede in ciò che non ha potuto correggere.
Quando la Cina è entrata nell’OMC, i confini tra commercio e sicurezza hanno iniziato a divergere. Avevamo sempre commerciato anche al di fuori dell’alleanza, ma mai fino ad allora con un paese di tali dimensioni e con l’ambizione di diventare esso stesso un polo a sé.

Il commercio globale si è via via allontanato dal principio ricardiano secondo cui lo scambio dovrebbe seguire il vantaggio comparato. Alcuni Stati hanno perseguito il vantaggio assoluto attraverso strategie mercantiliste, imponendo ad altri la deindustrializzazione, mentre i guadagni rimanenti sono stati distribuiti in modo diseguale. Questo ha gettato i semi del contraccolpo politico che ora ci troviamo ad affrontare.

Allo stesso tempo, la profonda integrazione ha creato dipendenze di cui si poteva abusare quando non tutti i partner erano alleati. L’interdipendenza, un tempo vista come fonte di reciproco contenimento, è diventata una fonte di leva e controllo.

La governance multilaterale non aveva alcun meccanismo per affrontare gli squilibri, né un le parole giuste per riconoscere le dipendenze. La fede nei vantaggi reciproci del commercio rendeva impensabile l’idea stessa di usare la dipendenza come un’arma.

Ma il crollo di questo ordine non è di per sé la minaccia. Un mondo con meno commercio e regole più deboli sarebbe doloroso, ma l’Europa si adatterebbe. La minaccia è ciò che lo sostituisce.

Ci troviamo di fronte a Stati Uniti che, almeno nella loro postura attuale, enfatizzano i costi che hanno sostenuto ignorando i benefici che hanno raccolto. Stanno imponendo dazi all’Europa, minacciando i nostri interessi territoriali e mettendo in chiaro, per la prima volta, che considerano la frammentazione politica dell’Europa utile al perseguimento dei loro interessi.

Ci troviamo di fronte a una Cina che controlla nodi critici nelle catene di approvvigionamento globali ed è disposta a sfruttare quella leva: inondando i mercati, trattenendo input critici, costringendo altri a sostenere il costo dei suoi squilibri.Questo è un futuro in cui l’Europa rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata—tutto in una volta. E un’Europa che non è in grado difendere i propri interessi non preserverà a lungo i propri valori.

La transizione da questo ordine a qualunque cosa venga dopo non sarà facile per l’Europa.
Affronteremo un lungo periodo in cui le interdipendenze persisteranno nonostante l’intensificarsi delle rivalità. Restiamo fortemente dipendenti dagli Stati Uniti per energia, tecnologia e difesa. La Cina fornisce oltre il 90% delle nostre importazioni di terre rare e domina le catene del valore globali nel solare e nelle batterie che sostengono la nostra transizione verde.

In questo periodo, la strada migliore per l’Europa è quella che sta attualmente perseguendo: concludere accordi commerciali con partner che condividono i nostri valori e che offrono diversificazione, e rafforzare la nostra posizione nelle catene di approvvigionamento in cui abbiamo già un ruolo chiave.

È qui che l’Europa ha potere oggi. Nel 2023, l’UE è stata il più grande esportatore e importatore mondiale di beni e servizi, con importazioni dal resto del mondo per un totale di 3.600 miliardi di euro. È anche il principale partner commerciale di oltre 70 paesi.

E deteniamo posizioni critiche in diverse industrie strategiche. Aziende europee controllano il 100% della litografia ultravioletta estrema, la tecnologia necessaria per produrre chip avanzati. Produciamo metà dei velivoli commerciali del mondo. Progettiamo i motori che alimentano la stragrande maggioranza del trasporto globale.

In questo contesto, è sbagliato pensare agli accordi commerciali principalmente in termini di crescita. Il loro scopo ora è strategico: rafforzare la nostra posizione e riallineare le nostre relazioni ora che commercio e sicurezza non coincidono più pienamente.

Ma questa è una strategia di contenimento, non una destinazione. Presi singolarmente, la maggior parte dei paesi dell’UE non si configurano nemmeno come medie potenze, capaci di navigare questo nuovo ordine formando coalizioni, portando al tavolo ciascuno risorse specifiche, che si tratti di materie prime, nicchie tecnologiche o geografia strategica.

Collettivamente, tuttavia, abbiamo qualcosa di ben più grande: scala, ricchezza, cultura politica e 75 anni di costruzione delle istituzioni di un progetto comune.

Tra tutti quelli che in questo momento si trovano schiacciati tra Stati Uniti e Cina, gli europei sono gli unici ad avere la possibilità di diventare essi stessi una potenza autentica.

Quindi dobbiamo decidere: restiamo semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità altrui? Oppure compiamo i passi necessari per diventare un’unica potenza?

Sia chiaro: mettere insieme più paesi piccoli non produce automaticamente un blocco potente. Questa è la logica della confederazione, la logica che l’Europa segue ancora nella difesa, nella politica estera, nelle questioni fiscali.

Questo modello non produce potere. Un gruppo di stati che si coordina rimane un gruppo di stati: ciascuno con un diritto di veto, ciascuno con i suoi propri calcoli, ciascuno – uno dopo l’altro – esposto al rischio di essere isolato.

Il potere presuppone che l’Europa passi dalla confederazione alla federazione.

Laddove l’Europa si è federata – nel commercio, nella concorrenza, nel mercato unico, nella politica monetaria – siamo rispettati come potenza e negoziamo come un’entità unica. Lo vediamo nei successi degli accordi commerciali attualmente in fase di negoziazione con India e America Latina.

Dove invece non lo abbiamo fatto – nella difesa, nella politica industriale, negli affari esteri – siamo trattati come un’assemblea frammentata di stati di medie dimensioni, da dividere e gestire di conseguenza.

E dove commercio e sicurezza si intersecano, i nostri punti di forza non riescono a proteggere le nostre debolezze. Un’Europa unita sul commercio ma frammentata sulla difesa vedrà il suo potere commerciale sfruttato contro la sua dipendenza in materia di sicurezza, come sta accadendo ora.

Qualcuno dirà che non dovremmo agire finché la nostra posizione non sarà più forte, finché non saremo più uniti, finché l’escalation non sarà meno costosa.

Ma questo compromesso è illusorio. È solo muovendoci che creiamo le condizioni per agire più incisivamente in seguito. L’unità non precede l’azione; si forgia prendendo decisioni importanti insieme, attraverso l’esperienza condivisa e la solidarietà che esse creano, e scoprendo che siamo in grado di sopportarne le conseguenza.

Pensiamo alla Groenlandia. La decisione di resistere anziché cedere ha richiesto all’Europa di condurre una vera e propria valutazione strategica: mappare il nostro potere contrattuale, identificare gli strumenti a nostra disposizione e riflettere sulle conseguenze di un’escalation.

La volontà di agire ha imposto la chiarezza sulla capacità di agire.
E rimanendo uniti di fronte a una minaccia diretta, gli europei hanno scoperto una solidarietà che prima sembrava irraggiungibile. La determinazione condivisa ha fatto presa sul pubblico in modi che nessun comunicato di vertice avrebbe potuto ottenere.

Allo stesso tempo, costruire una forza collettiva non rappresenterà per l’Europa la stessa cosa che ha rappresentato per la Cina, o che ora sembra rappresentare per gli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti, nella loro postura attuale, cercano insieme dominio e partnership. La Cina sostiene il proprio modello di crescita esportando i suoi costi sugli altri. L’integrazione europea è costruita diversamente: non sulla forza, ma sulla volontà comune; non sulla subordinazione, ma sul beneficio condiviso.

È integrazione senza subordinazione: grandemente preferibile, ma grandemente più difficile.

Ciò richiede un approccio diverso. In passato l’ho chiamato “federalismo pragmatico“.

Pragmatico, perché dobbiamo compiere i passi che sono attualmente possibili, con i partner che sono attualmente interessati, nei settori in cui il progresso può ad oggi essere realizzato.

Ma federalismo, perché la destinazione conta. L’azione comune e la fiducia reciproca che essa crea devono in ultima analisi diventare il fondamento di istituzioni dotate di reale potere decisionale, istituzioni in grado di agire con decisione in ogni circostanza.

Questo approccio rompe l’impasse davanti alla quale ci troviamo oggi, e lo fa senza subordinare nessuno. Gli Stati membri aderiscono volontariamente. La porta rimane aperta ad altri, ma non a coloro che minerebbero lo scopo comune. Non dobbiamo sacrificare i nostri valori per ottenere potere.

L’euro è l’esempio di maggior successo. Coloro che erano disposti sono andati avanti, hanno costruito istituzioni comuni dotate di vera autorità, e attraverso quell’impegno condiviso hanno forgiato una solidarietà più profonda di quanto qualsiasi trattato avrebbe potuto prescrivere. E da allora, altri nove paesi hanno scelto di aderire.

La strada non sarà dritta. Come disse Schuman nel 1950, l’Europa non sarà fatta tutta in una volta. Non tutti i paesi aderiranno a ogni iniziativa sin dall’inizio, che si tratti di energia, tecnologia, difesa o politica estera. Ma ogni passo deve rimanere ancorato all’obiettivo: non una cooperazione più lasca, ma un’autentica federazione.

Alcuni potrebbero illudersi che il mondo non sia davvero cambiato, o che la geografia li renda immuni.

Alcuni potrebbero credere che rinunciare all’indipendenza economica, o persino ai propri territori, non finisca per minacciare la loro capacità di preservare i valori che ci definiscono.

Tutto ciò non dovrebbe impedire ai più lungimiranti di procedere. Siamo tutti nella stessa posizione di vulnerabilità, che lo vediamo già o meno. Le vecchie divisioni che ci paralizzavano sono state superate da una minaccia comune.

Ma minaccia non basterà da sola a sostenerci. Ciò che è iniziato nella paura deve continuare nella speranza.

Agendo insieme, riscopriremo qualcosa che è rimasto a lungo dormiente: il nostro orgoglio, la nostra fiducia in noi stessi, la nostra fede nel nostro stesso futuro.

E su quelle fondamenta, l’Europa sarà costruita.

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L’appello di Mario Draghi per una rivoluzione tecnologica europea https://legrandcontinent.eu/it/2025/12/01/il-futuro-possa-e-debba-essere-costruito-qui-lappello-di-mario-draghi-per-una-rivoluzione-tecnologica-europea/ Mon, 01 Dec 2025 18:44:36 +0000 https://legrandcontinent.eu/it/?p=41156 All'Università Politecnica di Milano, Mario Draghi ha tenuto un discorso che rompe con lo spirito di sconfitta che avvelena le nostre democrazie.

Una diagnosi realistica, da leggere per continuare a coltivare la speranza.

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Lunedì 1° dicembre, in occasione dell’apertura dell’anno accademico al Politecnico di Milano, Mario Draghi ha tenuto un discorso fondamentale.

Uno spettro aleggia sull’Europa: quello del ritardo tecnologico. Per evitarlo, l’Unione deve liberarsi dei suoi vecchi pregiudizi.

«Per ragioni storiche e culturali, l’Europa ha spesso adottato un approccio prudente, basato sul principio di precauzione».

Frenando la ricerca e l’innovazione, il peso delle normative agisce come un principio di inerzia.

Questo approccio non può che penalizzarci: con esso, l’Unione si priva della leva economica che potrebbe essere l’intelligenza artificiale.

Mentre solo il 14% delle misure del rapporto Draghi sono state attuate, l’ex presidente del Consiglio italiano ci mette in guardia 7: «Una politica efficace in condizioni di incertezza richiede flessibilità; è qui che l’Europa si è impantanata».

Lo traduciamo.

Per oltre due secoli, il miglioramento del tenore di vita è stato alimentato da successive ondate di progresso tecnologico.

Alla fine del XVIII secolo, le macchine a vapore spinsero la Rivoluzione industriale britannica. Nel XIX secolo, l’elettrificazione trasformò profondamente l’industria e la vita domestica.

All’inizio del XX secolo, il processo Haber–Bosch estrasse fertilizzanti dall’aria, sostenendo un boom demografico; più tardi, il container rivoluzionò il commercio globale comprimendo drasticamente i costi di trasporto.

Oggi la tecnologia rimane il principale motore della prosperità—ma con due sfumature cruciali.

Primo: le economie avanzate non possono più fare affidamento soltanto sul lavoro o sul capitale per sostenere la crescita come un tempo—rendendo la tecnologia, semmai, ancora più centrale per la prosperità futura.

Le nostre popolazioni stanno invecchiando e gran parte delle infrastrutture fisiche risale a decenni fa. Come mostrò Robert Solow a metà degli anni Cinquanta, una volta raggiunto questo stadio di sviluppo, la crescita di lungo periodo dipende in misura schiacciante dalla produttività—che, in pratica, significa nuove tecnologie e diffusione di nuove idee.

Esiste un’illusione seducente secondo cui la crescita sarebbe meno essenziale, una volta raggiunto un alto livello di sviluppo; il calo della popolazione potrebbe consentire un aumento del benessere anche se l’economia ristagna.

 Ma questo non è vero in generale e in particolare per i paesi che si trascinano un alto livello di debito.

Ciò che conta per la sostenibilità del debito è la dimensione complessiva dell’economia. Se l’economia smette di crescere mentre gli interessi continuano a maturare, il rapporto debito/PIL inizierà ad aumentare—fino a diventare insostenibile.

A quel punto, i governi sono costretti a scelte dolorose tra le loro ambizioni fondamentali: tra pensioni e difesa; tra preservare il modello sociale e finanziare la transizione verde.

Inoltre la crescita è essenziale per affrontare le nuove esigenze sociali, politiche, economiche , di sicurezza che si presentano continuamente a uno stato.

Secondo: il ritmo stesso del cambiamento tecnologico sta accelerando.

Resta aperta la domanda se le innovazioni di oggi eguaglieranno il potere trasformativo di quelle del passato. Ma ciò che determina la rapidità del loro impatto economico è la velocità con cui si diffondono nella società—e su questa dimensione il mondo è entrato in un territorio inesplorato.

La Rivoluzione industriale si dispiegò nell’arco di otto decenni; l’elettrificazione impiegò circa trent’anni per diffondersi nelle economie del mondo.

Per contro, ChatGPT è stato lanciato nel novembre 2022—e nel giro di pochi anni gli investimenti globali nelle infrastrutture di IA è previsto raggiungano diverse migliaia di miliardi di dollari.

L’IA può essere “solo” uno strumento, ma ciò che la rende eccezionale è la sua capacità di diffondersi nell’economia in tempi molto più rapidi rispetto alle precedenti rivoluzioni tecnologiche.

Quindi la divergenza tra i Paesi che abbracciano l’innovazione—e quelli che esitano—si allargherà sensibilmente e rapidamente negli anni a venire.

È per questo che l’Europa vive oggi un momento di verità.

Negli ultimi vent’anni siamo passati dall’essere un continente che accoglieva le nuove tecnologie—riducendo il divario con gli Stati Uniti—a uno che ha progressivamente eretto barriere all’innovazione e alla sua adozione.

Lo abbiamo già visto nella prima fase della rivoluzione digitale, quando la crescita della produttività europea è scesa a circa la metà del ritmo statunitense—e quasi tutta la divergenza è emersa dal settore tecnologico.

Ora questo schema si ripete con la rivoluzione dell’IA. Lo scorso anno, gli Stati Uniti hanno prodotto 40 grandi modelli fondamentali, la Cina 15 e l’Unione europea soltanto tre.

E lo stesso schema si osserva in molte altre tecnologie di frontiera—dalla biotecnologia ai materiali avanzati fino alla fusione nucleare—dove numerose innovazioni significative e investimenti privati avvengono al di fuori dell’Europa.

Se non colmiamo questo divario e non adotteremo queste tecnologie su larga scala, l’Europa rischia un futuro di stagnazione—con tutte le sue conseguenze.

Considerato il nostro profilo demografico, se l’UE mantenesse semplicemente il tasso medio di crescita della produttività dell’ultimo decennio, tra 25 anni l’economia avrebbe, di fatto, la stessa dimensione di oggi.

Per decidere come reagire, dobbiamo innanzitutto avere una visione chiara di ciò che questa nuova ondata tecnologica—soprattutto l’IA—offre davvero.

Trovarsi sull’orlo di una nuova rivoluzione tecnologica comporta inevitabilmente grande incertezza. Una valutazione lucida dell’IA deve riconoscere sia i rischi legittimi sia i potenziali benefici significativi.

Stime credibili suggeriscono che l’IA potrebbe innalzare in modo sostanziale il percorso di crescita delle economie avanzate.

Se la diffusione dell’IA ricalcasse il boom digitale statunitense della fine degli anni Novanta, la crescita della produttività potrebbe essere più alta di circa 0,8 punti percentuali all’anno. Se seguisse la diffusione dell’elettrificazione negli anni Venti, il miglioramento potrebbe avvicinarsi a 1,3 punti.

Anche la parte bassa di queste stime rappresenterebbe l’accelerazione più significativa che l’Europa abbia visto da decenni.

Ma a fronte di questo potenziale esiste un rischio reale di sostituzione del lavoro, aumento delle disuguaglianze e altri danni per la società quali frodi e violazioni della privacy.

La storia economica indica che la disoccupazione di massa non è l’esito più probabile. Le precedenti rivoluzioni tecnologiche non hanno generato perdite occupazionali permanenti; nel tempo, sono nate nuove professioni, industrie e fonti di domanda.

Ma la transizione raramente è lineare. La discontinuità colpisce in modo diseguale: alcuni lavoratori, mansioni e territori sopportano l’onere della sostituzione, mentre altri beneficiano in misura sproporzionata. E se l’IA rafforzasse dinamiche di mercato “winner-takes-most”, la distribuzione dei guadagni potrebbe diventare ancora più sbilanciata.

Vi sono tuttavia due elementi importanti.

Primo: la velocità e l’ampiezza della sostituzione del lavoro non sono determinate solo dalla tecnologia, ma dalle politiche che vengono attuate dai governi: dipenderà dalle scelte che questi faranno se la prosperità creata con l’uso dell’IA verrà condivisa con tutti i lavoratori oppure, come sta avvenendo attualmente, affluirà solo ad alcuni.

Il rischio di sostituzione è proporzionale alla rapidità con cui le imprese possono adottare nuove tecnologie, un fattore a sua volta influenzato da regolazione, connettività digitale, costo dell’energia e flessibilità del mercato del lavoro.

Allo stesso modo, la capacità dei lavoratori di spostarsi verso nuovi ruoli dipende dai sistemi educativi, dai programmi di formazione e dalla capacità delle società di riqualificare rapidamente la forza lavoro.

Secondo l’OCSE, la maggior parte dei lavoratori esposti all’IA non avrà bisogno di competenze tecniche specialistiche per trarne beneficio. Le competenze più richieste nelle professioni maggiormente esposte saranno legate alla gestione e all’ambito aziendale—abilità che milioni di persone possono acquisire con un supporto adeguato.

Secondo: ciò che è spesso assente nelle discussioni sul tema è la considerazione di quanto queste tecnologie possano aiutare a ridurre alcune delle diseguaglianze che più incidono sulla vita quotidiana delle persone.

Prendiamo la sanità.

Le differenze nei tempi di attesa per un intervento o nella rapidità con cui una persona viene visitata al pronto soccorso influenzano direttamente la percezione di equità. E tuttavia la tecnologia sta già contribuendo a ridurre questi divari.

 Uno studio negli USA riporta che strumenti di triage e gestione dei flussi basati su IA hanno ridotto i tempi di attesa in pronto soccorso di oltre il 55% portando al risparmio di circa 200 ore-uomo al mese, da destinare all’assistenza dei pazienti.

E nella diagnostica per immagini, altri studi suggeriscono che priorità basate sull’ IA potrebbero ridurre i tempi medi di refertazione dei casi più urgenti da circa 10–11 giorni a circa 3 giorni—consentendo diagnosi molto più rapide e un servizio esteso a un maggior numero di pazienti. 

 La diseguaglianza è presente in maniera importante anche nell’istruzione.

Oggi, una parte significativa dei risultati educativi dipende dal caso: dall’incontro con l’insegnante giusto al momento giusto; dal riconoscimento di un talento; dalla guida verso percorsi in cui uno studente può esprimersi al meglio.

L’IA ha il potenziale per ridurre questa componente casuale. I sistemi di tutoraggio personalizzato possono adattarsi al ritmo e alle esigenze di ogni studente, offrendo in linea di principio a ogni bambino un accesso a un’istruzione di alta qualità.

Uno studio recente mostra che gli studenti che utilizzano tali strumenti migliorano la propria performance passando dal 35° al 60° percentile. I miglioramenti sono risultati doppi per gli studenti provenienti da contesti svantaggiati.

Se sistemi come questi fossero adottati su larga scala nei sistemi pubblici di sanità e istruzione in Europa, genererebbero benefici sociali immediati.

Queste e altre tecnologie non saneranno le società da tutti i loro guasti ma possono migliorarne lo stato di salute. Quanto, dipenderà in gran parte dalle scelte politiche che ne guideranno la diffusione.

 Giudicare e regolare in anticipo l’IA richiede di soppesare una vasta gamma di possibili esiti—economici, sociali, etici— in una situazione in cui la stessa tecnologia si evolve con rapidità.

Se c’è un filo conduttore nelle difficoltà dell’Europa a tenere il passo con il cambiamento tecnologico, è la nostra incapacità di gestire questo tipo di incertezza radicale.

Per ragioni storiche e culturali, l’Europa ha spesso adottato un approccio improntato innanzi tutto alla cautela, radicato nel principio di precauzione—l’idea che, quando i rischi di una nuova tecnologia sono incerti, l’opzione più sicura sia rallentare o limitarne l’adozione.

Questo metodo può essere appropriato in ambiti chiaramente delimitati, come in alcuni settori della tutela ambientale. Ma è inadeguato per tecnologie digitali ad uso generale come l’IA, dove l’ampiezza—e la variabilità—degli esiti potenziali è enormemente maggiore.

In tali contesti, i regolatori devono inevitabilmente formulare giudizi ex ante, assegnando pesi a rischi e benefici prima che i fatti siano pienamente noti.

Semplicemente lasciare che nuove tecnologie si diffondano senza controllo, come accaduto con i social media, non è un’alternativa responsabile. Ma bloccare il potenziale positivo prima ancora che possa emergere è altrettanto sbagliato.

Una politica efficace in condizioni di incertezza richiede adattabilità: la capacità di rivedere le ipotesi, riequilibrare quei pesi, adeguare rapidamente le regole man mano che emergono evidenze concrete—sui rischi e sui benefici.

Ed è qui che l’Europa si è inceppata. Abbiamo trattato valutazioni iniziali e provvisorie come se fossero dottrina consolidata—inserendole in leggi estremamente difficili da modificare una volta che il mondo cambia.

Prendiamo il GDPR, varato nel 2016. Ha attribuito un peso molto elevato alla privacy rispetto all’innovazione .

Ma l’equilibrio individuato nel 2016 continua a vincolarci nel 2025, anche se la frontiera tecnologica è avanzata molto più rapidamente del quadro regolatorio—e i costi economici di questo approccio sono sempre più evidenti.

Studi mostrano che il GDPR ha penalizzato soprattutto le piccole imprese tecnologiche europee diminuendone i profitti di circa il 12%, ha aumentato il costo dei dati di circa il 20% rispetto ai concorrenti statunitensi e ridotto gli investimenti di venture capital nel settore tecnologico europeo di circa un quarto.

È come se alla prima scossa elettrica i nostri antenati avessero deciso di limitare l’elettricità stessa , invece di progettare impianti e standard di sicurezza che consentissero alla società di sfruttarne il potenziale trasformativo.

E tuttavia, nonostante queste condizioni, l’innovazione non è scomparsa dall’Europa.

Secondo molti indicatori di produzione scientifica, le istituzioni europee nel loro insieme eguagliano—e in alcuni settori superano—il volume della ricerca statunitense.

Nelle richieste di brevetto internazionali, l’Europa rappresenta circa un quinto delle richieste globali—leggermente più del Nord America, anche se molto dietro l’Asia. Questa università genera più attività brevettuale di qualsiasi altra in Italia.

Ma alcune delle regole che ci siamo dati ostacolano la fase successiva all’innovazione soprattutto per le imprese giovani, che non dispongono delle risorse necessarie per affrontare la complessità giuridica e la frammentazione nei mercati dei ventisette paesi membri. 

Gli europei che vogliono muoversi rapidamente—e che comprendono l’eccezionale velocità dei cicli di innovazione di oggi—vanno dunque all’estero per costruire e crescere. Oggi, quasi due terzi delle start-up europee si espandono negli Stati Uniti già nella fase pre-seed o seed (pre avviamento o avviamento)—rispetto a circa un terzo, cinque anni fa.

Il primo passo per riportare l’Europa sulla strada dell’innovazione è quindi cambiare questa cultura della precauzione: ridurre l’onere della prova che imponiamo alle nuove tecnologie e attribuire al potenziale dell’IA lo stesso peso che attribuiamo ai suoi rischi. Ma soprattutto occorre agilità nel saper riconoscere quando la regolamentazione è stata resa obsoleta dagli sviluppi della tecnologia e cambiarla rapidamente.

La buona notizia è che questo cambiamento è già iniziato.

Il rapporto sulla competitività europea pubblicato lo scorso anno ha analizzato in profondità le barriere strutturali che impediscono all’innovazione di radicarsi in Europa, evidenziando le cause della nostra perdita di posizione nei settori tecnologici chiave.

Oggi molti leader europei condividono questa diagnosi. Sempre più riconoscono che—ben lontani dal definire uno “standard d’oro” globale nella regolazione della tecnologia—abbiamo spinto l’innovazione altrove e accresciuto la nostra dipendenza da chi guida lo sviluppo.

Di conseguenza, la Commissione ha iniziato a rivedere alcune delle normative più controverse, con l’obiettivo di ripristinare un migliore equilibrio.

Ad esempio, con il prossimo pacchetto “Digital Omnibus”, propone una definizione più flessibile di dato personale per l’addestramento dei modelli e ha già rinviato alcune delle disposizioni più severe relative ai sistemi di IA ad alto rischio.

Ma questo è solo l’inizio. Anche se l’Europa eliminasse tutte le norme che hanno frenato l’innovazione, questo da solo non chiuderebbe il divario. La domanda decisiva è cosa faremo con la libertà che riconquisteremo.

La ricerca mostra che i sistemi di innovazione più efficaci hanno in comune alcune caratteristiche fondamentali.

Le istituzioni pubbliche svolgono un ruolo centrale finanziando la ricerca di base in aree in cui gli incentivi privati sono deboli— facendo scelte rischiose e coraggiose puntando su idee che hanno però un alto potenziale di rendimento.

Le università e gli istituti di ricerca a loro volta utilizzano quei finanziamenti per conseguire progressi scientifici, portando dei concetti nuovi fino alla loro applicazione concreta.

L’ impresa privata porta poi queste idee al traguardo finale: ne amplia la dimensione, le commercializzano e le traducono in guadagni di produttività.

Si pensa spesso che il motore di questo ciclo sia il settore della difesa—il famoso “modello DARPA 8”. Ma negli Stati Uniti sono le agenzie scientifiche civili, come i National Institutes of Health e la National Science Foundation, i cui finanziamenti risultano maggiormente correlati ai miglioramenti di produttività nel medio periodo.

I brevetti collegati a tali finanziamenti pubblici rappresentano solo il 2% del totale, ma spiegano circa il 20 pc dell’ incremento della produttività.

L’Europa ha tutto il potenziale per raggiungere risultati analoghi. Il sistema universitario europeo offre una istruzione di alta qualità a un grandissimo numero di studenti, ma stenta ad affermarsi tra i leaders della ricerca a livello mondiale, dove primeggiano Cina. e Stati Uniti. Non credo dovremmo abbandonare il nostro modello, ma effettuare alcuni interventi efficaci.

L’Europa non difetta di finanziamenti per la ricerca rispetto ad altre regioni. La spesa pubblica in R&S nell’UE, in percentuale del PIL, è paragonabile a quella degli Stati Uniti.

Il problema è che solo circa il 10% di questa spesa avviene a livello europeo, dove potrebbe essere destinata a grandi programmi di trasformazione dirompente.

Un miglior coordinamento è quindi essenziale per avvicinarsi alla frontiera globale. Per questo il Rapporto sulla competitività europea ha proposto il raddoppio del bilancio per la ricerca fondamentale attraverso lo European Research Council , raccomndazione che la Commissione Europea ha inserito nella sua propoposta di bilancio.

Secondo: in Europa abbiamo politecnici universitari eccellenti, come la vostra Università, ma dobbiamo fare in modo che dispongano delle risorse necessarie per condurre ricerca di livello mondiale e per attrarre i migliori talenti.

L’UE destina una quota più elevata dei fondi pubblici per R&S all’istruzione superiore rispetto agli Stati Uniti—56% contro 32%—ma le università statunitensi dispongono comunque di budget di ricerca complessivi molto più ampi, grazie alla combinazione di finanziamenti pubblici e ingenti dotazioni private e filantropiche.

In Europa, anche le università più grandi dispongono di budget di ricerca pari a qualche centinaio di milioni di euro, mentre negli Stati Uniti alcune singole istituzioni investono oltre 3 miliardi di dollari l’anno in R&S, e circa 30 università superano la soglia del miliardo.

La differenza è strutturale. Negli Stati Uniti, i donatori privati hanno forti incentivi—riconoscimento pubblico tramite cattedre e laboratori dedicati, e cospicue detrazioni fiscali.

In Europa, invece, le università spesso mancano della stessa flessibilità nella raccolta dei fondi. In molti Paesi, le donazioni non sono pienamente deducibili, e le istituzioni accademiche affrontano vincoli nell’utilizzo dei fondi privati —soprattutto per offrire retribuzioni competitive ai migliori ricercatori.

Rendere le Università più autonome nella raccolta e nell’utilizzazione dei fondi , sostenere il finanziamento privato a favore delle università e dei centri di ricerca pubblici, concentrando le risorse per creare veri centri di eccellenza è essenziale se l’Europa vuole competere a livello mondiale.

Il rapporto sulla competitività europea ha proposto l’istituzione di un programma altamente competitivo per favorire l’emergere di istituzioni di ricerca di livello mondiale—un “ERC per le istituzioni”. Ha inoltre raccomandato la creazione di un nuovo schema di “Cattedre Europee”, finanziate direttamente dal bilancio UE, per offrire ai migliori ricercatori posizioni stabili e attrattive in settori strategici.

 Come ha recentemente osservato il Presidente dell’ERC, l’Europa potrebbe diventare un “rifugio” per i ricercatori statunitensi che oggi affrontano restrizioni sui finanziamenti e sulla libertà accademica—ma solo se creeremo le condizioni per attrarli.

Terzo: esiste un enorme margine per migliorare la commercializzazione della ricerca di base.

Sebbene le università europee generino un ampio volume di brevetti, solo circa un terzo delle invenzioni brevettate viene effettivamente commercializzato.

Questo divario deriva da varie debolezze strutturali: regole poco chiare sulla proprietà intellettuale; scarsa integrazione in cluster dove start-up, grandi imprese e venture capital possono rafforzarsi reciprocamente; e barriere che rendono difficile la crescita per le imprese più giovani.

 Chiarire la proprietà intellettuale, consentire a fondi pensione e assicurativi di investire nel venture capital e creare un autentico “ventottesimo regime” per le imprese innovative rafforzerebbe in modo significativo l’ecosistema europeo dell’innovazione.

Una riforma chiave sarebbe una versione europea del Bayh–Dole Act, approvato negli Stati Uniti nel 1980, che consentì alle università di possedere e concedere in licenza invenzioni derivanti da ricerca finanziata con fondi federali. Nei due decenni successivi, la brevettazione universitaria negli USA aumentò di circa dieci volte e nacquero migliaia di imprese provenienti dalle università.

Alcuni paesi europei come la Germania e la Danimarca si sono dotati di strumenti analoghi, ma disporre di un quadro europeo potrebbe accelerare la commercializzazione della ricerca specie in vista degli interventi di completamento del mercato unico.

Queste riforme sarebbero particolarmente efficaci qui in Italia, dove il tessuto imprenditoriale è molto più dinamico di quanto suggeriscano alcuni stereotipi.

Tra i Paesi europei che ospitano il maggior numero di imprese con i più alti tassi di crescita annua nell’ultimo decennio, l’Italia è al primo posto con 65 imprese. E Milano è al terzo posto tra tutte le città europee, con 11 imprese ad alta crescita.

Nessuna di queste riforme richiede ingenti nuove spese. Richiedono coordinamento, focalizzazione e fiducia nei nostri scienziati e imprenditori.

Mentre iniziate il vostro percorso universitario, è naturale chiedersi quale sarà il vostro ruolo—come scienziati e innovatori di domani—in questa trasformazione.

Avete la fortuna, e il talento, di iniziare la vostra carriera al centro di una rivoluzione tecnologica. Questo vi pone in una buona posizione per affrontare l’incertezza che inevitabilmente l’accompagna. Ma vi incoraggio a non considerare l’incertezza come qualcosa da evitare.

Anche all’interno della tecnologia, alcune categorie professionali—in particolare le posizioni junior nel coding in settori esposti all’IA—stanno cambiando rapidamente. 

In un mondo così, il percorso più sicuro non sarà quello più prevedibile. Sarà quello che vi rende produttori di idee e che vi dà la libertà di adattarvi mentre la tecnologia evolve. Questo percorso passa anche attraverso l’imprenditorialità.

Vi invito inoltre a riflettere su come possiate contribuire a rendere il vostro Paese—e il vostro continente—un luogo in cui l’innovazione possa prosperare di nuovo.

Siete già stati formati da una società che ha investito in voi: da famiglie che vi hanno sostenuto, da insegnanti che vi hanno stimolato e da istituzioni pubbliche che vi hanno dato l’opportunità di apprendere e sviluppare i vostri talenti.

È un debito di gratitudine che tutti portiamo con noi.

Ripagare questo debito non significa che dobbiate tutti rimanere in Italia, o in Europa. La tecnologia è globale, e il talento va dove ha le migliori opportunità.

Ma non rinunciate a costruire qui: 

pretendete di avere le stesse condizioni che permettono ai vostri coetanei di avere successo in altre parti del mondo, 

combattete gli interessi costituiti che vi opprimono, che ci opprimono.

I vostri successi cambieranno la politica più di qualunque discorso o rapporto , costringeranno regole e istituzioni a cambiare. L’ Europa tornerà a essere un magnete per capitale e talento.

La voce di chi vuole che l’Europa si rinnovi suonerà sempre più forte.

 Nel nostro tempo, questo è ciò che significa servire il proprio Paese.

Quando incontro giovani scienziati e imprenditori in tutta Europa, vedo questo modo di pensare emergere. Vedo una generazione determinata a usare le proprie competenze con responsabilità. E vedo una convinzione crescente che questo futuro possa—e debba—essere costruito qui.

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Il nuovo antisemitismo https://legrandcontinent.eu/it/2025/10/26/il-nuovo-antisemitismo/ Sun, 26 Oct 2025 05:00:00 +0000 https://legrandcontinent.eu/it/?p=39485 Non abbiamo ancora misurato tutte le conseguenze del più grande successo strategico di Hamas: dal 7 ottobre, un nuovo antisemitismo ha messo radici in Occidente.

Alberto Melloni firma un testo importante: la meditazione lucida e angosciata di uno dei più grandi storici del cristianesimo.

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A chi scrive o legge di storia certe domande non passano di mente. E quando i conti non tornano – conti miseramente intellettuali, s’intende – esse riaffiorano come un presagio sinistro e ineluttabile, come l’iscrizione a quella “globalizzazione dell’impotenza” che papa Leone XIV denuncia, dichiarando la sua.

Una domanda storica molto classica, ad esempio, riguarda il modo, i tempi, i passaggi attraverso i quali si è formato quell’oggetto storico corposo, complesso, stratificato che chiamiamo antisemitismo e che una cura più attenta dell’espressione chiamerebbe die Sache-Antisemitismus. Che al suo interno si siano intrecciate convinzioni teologiche e mistificazioni teologiche, teorie scientifiche e pseudo-scientifiche, sentimenti politici e fiammate – lo capisce chiunque. Chiunque, d’altronde, sa che quella “cosa” (cucinata in un tempo che va dai Concili del IV secolo a quello del 1215, da lì a Lutero e poi su fino al XX). Sa che essa ha connotato il regime di Cristianità e avvelenato la catechesi delle Chiese; sa che ha subito una metamorfosi politica strepitosa e ha disseminato la storia di una teoria di abomini, simili ma non identici a tanti altri: fino alla pianificazione di quello sterminio industriale dell’ebraismo europeo, apice distinto e conseguente di ciò che lo ha preparato. 

Ma dal punto di vista storico, la questione non è che ci sia un gomitolo di orrore al centro del Novecento, né che, ovviamente, abbia delle origini, delle cause, un vissuto. La domanda storica è molto più tagliente, puntuale, appuntita. Se la si volesse sgranare in una serie di sotto-questioni, enunciate in modo casuistico, esse suonerebbero grosso modo così. 

Qual è la ragione precisa per cui Leone Magno, non troppo tempo dopo i decreti imperiali che colpivano con le stesse sanzioni cristiani ed ebrei, conia un vocabolario dell’invettiva sul sacrilegio deicida destinato a durare nel tempo? Per quale esatta ragione (culturale, teologica, politica) i crociati che si mettono in marcia al comando del papato gregoriano mentre scendono verso gli imbarchi del sud fanno strage di ebrei? E attraverso quali strumenti specifici il diritto canonico medievale prende in prestito la teoria agostiniana sulla necessità che un ebraismo minoritario e umiliato resti nella società cristiana per fissare leggi di discriminazione? Quale meccanismo puntuale fa sì che l’odio per gli ebrei sia l’unico punto di contatto fra evangelici e papisti all’esordio della Riforma di Lutero? E dandosi quale fondamento, modi e figure ecclesiastiche che conoscevano l’antico principio che vietava il battesimo invitis parentibus lo aggirano portando alla stagione che va dalle conversioni forzate al rapimento dei bambini ebrei? Qual è il passante concettuale –  chiaro agli occhi di chi lo percorre, trovandolo ora trafficato, ora deserto – che va dall’odio anti-islamico a quello antiebraico e alla cultura del nemico che li concima? E perché così pochi credenti, nell’Europa di Karl Barth e Dietrich Bonhoeffer, vedono che gli stereotipi della discriminazione cristiana combaciano con le politiche nazi-fasciste che perseguitano prima i diritti e poi le vite degli ebrei? 

Il ritorno

Sono domande che hanno punteggiato il lavoro quotidiano di chi affrontava professionalmente e scientificamente gli antisemitismi (nella storiografia italiana i plurali sono oggi all’ultima moda). Problematiche a lungo “fredde”: intimamente urgenti e, per molti, fin troppo alte.

Su di esse, però, ha fatto irruzione un presente disperante, nel quale Pòlemos è tornato con la forza di un dio “pater, cioè potens” (spiegava un saggio di Massimo Cacciari sul famoso frammento 53), la cui “potenza, non si manifesta distruggendo, ma ponendo” e “tutti accomuna proprio nel costituirli come differenti”, antagonisti, ostili, incomunicanti. Sotto i nostri occhi, l’oggi ha preso ad accumulare evidenze che suggeriscono quanto possa essere rapido, preciso, geometrico, il formarsi della cultura del disprezzo e dell’odio antiebraico – sulla cui precedente genesi ci interroghiamo per mestiere. Segnali, spunti, mentalità affiorano da un presente, nel quale si stanno riannodando – come sempre nel candore di una apparente “innocenza” soggettiva di chi lo esprime – un antisemitismo vecchio e nuovo. Reso invulnerabile da un argomento altrettanto geometrico e oggettivo che rifiuta (giuntamente) di usarlo come alibi davanti ad una guerra non più orrida di tante altre, ma attorno alla quale si è acceso un incendio di cui il cinismo politico (né quello pro-Pal, né quello Bibi pro domo sua) non vuole calcolare gli esiti.

Come davanti a Ellie Sattler e Alan Grant di Spielberg, un odio antisemita che sembrava estinto cammina davanti a noi, si muove, si nutre, si riproduce. Le teologie e il Concilio sembravano averlo ripudiato e fossilizzato con decenni di dialogo ebraico-cristiano. La lucidità morale, le costituzioni democratiche e il senso civico sembravano averlo sepolto sotto una montagna di “mai più”. 

Invece – lo vediamo sotto i nostri occhi – gli antichi stereotipi dell’antisemitismo cristiano (talora definito antigiudaismo con una distinzione implicitamente auto-assolutoria), si ripropongono in una variante secolarizzata, ma non troppo. L’accusa del deicidio, la diaspora come sanzione, la leggenda dello spargimento rituale del sangue dei bambini che avevano reso l’antisemitismo un mito popolare e popolano, creduto e credibile – sono risuscitati, rigenerati, in un nuovo impasto (vedremo come). Un sentimento che porterà tragedia a chi della violenza che esso legittima sarà vittima; e poi colpirà i compilatori dei nuovi breviari dell’odio, che si troveranno fra le mani un senso della libertà fradicio e una professione della fede umiliata dall’odio.

Lo sapevamo? 

A parte quelli che l’antisemitismo non l’avevano mai dismesso, per gli altri è una scena che porta dentro una ulteriore domanda, altamente ustionante. Dovremmo esserne sorpresi o dovevamo aspettarcelo?

Sì, dovevamo saperlo. Anzi: lo sapevamo. 

Lo sapevamo  talmente bene che non potevamo dircelo. Non avevamo gli strumenti per dirci che gli innumerevoli “mai più” delle cerimonie sulla Shoah e lo sdegno collettivo per gli attentati alle sinagoghe, ai ristoranti kosher o agli asili ebraici d’Europa, l’allarme per l’odio cialtrone degli stadi, erano tutti fondati sulla sabbia. Tutti. Quelli ipocriti e quelli più sinceri. Sabbia piena di nobili propositi, ma sabbia. Sabbia impastata dalla prosa della commozione, ma sabbia. 

Il ricordo dei superstiti, condannati a ricordare e a chiedere di ricordare, sembrava aver fissato la punteggiatura morale del discorso pubblico. I loro volti amati, le loro voci rotte, i loro volti “resi duri” (Is 50,7), le loro parole lente consentivano di non dire che quella punteggiatura morale, era scritta su righe spesso vuote, nelle quali speravamo che il tempo avrebbe scritto l’analisi profonda, spietata, severa alla quale ci si sottraeva. 

Loro no. Loro lo sapevano. I più implacabili con se stessi, come Primo Levi ne erano stati schiacciati. I più pessimisti di loro – penso Liliana Segre – descrivevano amaramente un domani nel quale di ciò che avevano portato e sopportato sarebbe diventato dieci righe di sussidiario, come un casus della malvagità umana. 

Gli altri confidavano in una superstizione civile derivata dalla grammatica latina: “spero, promitto e iuro vogliono l’infinito futuro”, insegnava il manuale. 

E allora, con volontarismo impaziente, gli altri si immergevano nei gesti e testi artistici, storici, cinematografici, liturgici della memoria. Erano, gli altri, fiduciosi che poche note (“si-mi, si-mi, do-si-sol-si” di John Williams per Schindler’s List) bastassero per sostituire la sordità degli indifferenti con un acufene sentimentale. Sopportavano gli incantesimi à la Benigni – quelle che chiedevano ai bambini morti appena scesi sulla rampa di Birkenau, di fingersi vivi per dire ai discendenti degli assassini che “la vita è bella”, come se la prova di tutto questo nel crogiuolo della storia potesse svanire. Accompagnavano la stagionale transumanza di giovanetti verso i lager, con sindaci e insegnanti volonterosi, che stimolavano l’identificazione di sé con la sofferenza; un’identificazione (faceva eccezione) che non era accompagnata dall’assunzione di categorie esigenti, radicali. E così diventava una compassione generica per un dolore di cui scorge la profondità sulla quale richiude il coperchio, sigillandolo con un silicone di lacrime di un minuto, di un’ora, di un giorno.  

La logica della memoria come “emozione” lasciava così intatti i pregiudizi che pascolano nel tempio lurido delle coscienze, insensibili agli esorcismi generici. Perché l’esorcismo funziona se il Male viene chiamato per nome, se è riconosciuto nel suo essere non-Assoluto, ma umanissimo, se viene sbeffeggiato esponendosi alla sua ritorsione. E per respingere il senso di un’azione fragile ripassavamo i “però”, gli “almeno”.

Perché tutti sapevamo tutto: ma speravamo che quelle emozioni, il giro della memoria a somma zero fra Shoah-foibe-resistenza-terrorismo-15/18 – che tutto quel castello potesse ritardare, spostare avanti, di un’altra generazione, il redde rationem; o forse due generazioni? O tre? Poi – chissà – poteva accadere che la virtù diventasse tale per abitudine a non far troppo male il male: no? 

La Shoah in miniatura

Invece no. Sono bastate poche ore di un 7 ottobre non proprio qualsiasi (7 ottobre come la fucilazione dei ribelli di Auschwitz, 7 ottobre come l’inizio della guerra di Yom Kippur). Poche ore usate per qualcosa di infinitamente più importante della celebrazione armata di una delle tante scene del conflitto arabo-israeliano. In quella striscia di terra palestinese che l’assedio israeliano aveva trasformato nel brodo perfetto di coltura è stata preparata una selezione di atti metodicamente valutati, scelti con la precisione, con cui il predicatore scrupoloso sceglie le sue citazioni. 

Grazie ai soldi dei nababbi venerati dai venditori di Rolex e di Ferrari. Grazie all’inefficienza dell’esercito più potente del Medio Oriente. Grazie alla stupidità naturale con cui l’intelligence più costosa al mondo s’è fidata delle tecnologie più evolute. Grazie all’illusione politicante di lasciare che gli spietati padroni della Striscia collaborassero a ridurre l’autorità dell’ANP a proporzioni vaticane. Grazie alla pazienza con cui la Fratellanza Musulmana – che vestiva i bambini con la mimetica, li decorava col nastrino dei martiri, li addestrava dai 5 anni in poi a prendere un ostaggio e tenerlo sotto tiro – aveva costruito una pedagogia del sangue che trasformava la speranza di veder riconosciuti o risarciti i torti subiti in sete di vendetta. 

Tutto visto, tutto fotografato, tutto detto. Tutto ignorato, tutto sottovalutato da un governo che si regge su figuri che la stampa definisce (sa Dio perché) “messianici” o “ultra-ortodossi”. Politici che hanno poco a che fare con l’ebraismo pensoso e santo dei Martin Buber, dei Franz Rosenzweig, degli Emmanuel Lévinas: perché il fondamentalismo biblico di cui menano vanto, è oggettivamente debitore non dai padri della sapienza del giudaismo o del sionismo o dello Stato d’Israele, ma deriva pari pari da una eresia evangelicale americana definita solitamente come Christian Zionism. Quella dottrina fissa il secondo avvento del Cristo e la rottura della fine del mondo ad un momento successivo alla ricostituzione del regno di Giuda, alla distruzione delle moschee, alla ricostruzione del III Tempio, alla ripresa del sacrificio e del vero olocausto, offerto alla divina presenza. Una pantomima blasfema di una eresia cristianeggiante il cui materialismo amorale avrebbe fatto inorridire i maestri di tutte le generazioni venute dopo Moshé, e che invece ha trovato in alcuni partiti, figli del proporzionale puro, e in alcuni ambienti ottusi la sua nicchia elettorale e teologica.

Fino al giorno fissato: Shemini Atzeret (lo stesso shabbat dell’assalto alla sinagoga di Roma nel 1982). E quel giorno i figli di un sistema educativo islamista – entro il quale avevano marciato alti un metro vestiti da soldati, quelli che avevano in casa la foto di papà col passamontagna nero che li teneva in braccio –  hanno attaccato il nemico di sempre, con uno scopo preciso, identico per ciascuna delle brigate messe in campo.

Lo scopo non era compiere un’azione di terrorismo, ancorché sanguinosissima. Lo scopo era produrre una “Shoah in miniatura”. L’obiettivo era servire in terra d’Israele a ragazzi assai secolari e danzanti, agli abitanti di kibbutz “pacifisti”, ai soldatini e soldatine di leva che avevano dato qualche allarme ignorato dal nonnismo da caserma – servire a tutti loro tutto ciò che era stato somministrato durante la seconda guerra mondiale ai loro nonni e bisnonni in Ucraina e in Polonia, in Francia e in Croazia, in Italia e in Germania. 

Il 7 ottobre non era un atto di terrorismo compiuto da terroristi. Non era un atto di resistenza, non c’entrava con lo Stato palestinese, non era un gesto “spettacolare” di tipo binladeniano. 

Era l’atto par excellence di una statualità sui generis di uno Stato che andava ad adempiere con i suoi soldati la sua finalità statutaria e statuale: uccidere, bruciare, violentare, straziare e – non ultimo – deportare. Deportare per uccidere, uccidere per deportare. 

Era un messaggio che diceva, chiaro e tondo, a chi aveva usato molte volte il teorema della “terra dei Padri” lontani, che i loro padri più prossimi erano venuti fin lì, in questo rettangolo di ex impero ottomano, per niente. 

Perché quando Hamas dice che “la bandiera di Allah che deve sventolare su ogni centimetro di Palestina”, secondo il wording della Fratellanza Musulmana, evoca per i propri sudditi e schiavi un destino di morte. Ma quando Hamas pianifica e realizza i piani del 7 ottobre non fa una “guerra”, come tante, ma “quella” guerra che è stata lo sterminio.

Non potendo fare un “genocidio” di proporzioni nazifasciste, si è dovuto limitare alla sua miniaturizzazione. Ma come nei plastici dei trenini elettrici, ha ricostruito tutto in modo millimetrico. Il rastrellamento casa per casa, le porte sfondate, le uccisioni gratuite davanti agli altri, la deportazione fatta per “selezione”, la prigionia e, comunque, la morte di un numero quanto più alto possibile di “pezzi”, si sarebbe detto nel gergo di Heinrich Himmler. 

Tutto, il 7 ottobre, è stato predisposto e dispiegato per dire che Israele non aveva un vicino agguerrito (ne ha avuti) o un nemico forte (ne ha avuti): ma che aveva accanto un aguzzino dal quale non poteva fuggire. Un antagonista acuto: che aveva capito che il filo spinato e il muro avevano una valenza ambivalente: chi l’aveva posto per imprigionare, ne era imprigionato e non poteva scappare da quella porzione di terra che anziché Heretz Israel era stata eletta da Hamas a Ghetto, sul quale nella soleggiata alba del 7 ottobre sono partite da Gaza le ondate dei fucilatori, poi dei deportatori, degli stupratori, dei saccheggiatori.

Hamas sperava esattamente ciò che ha ottenuto e ha ottenuto esattamente ciò che sperava: morti, ostaggi, reazioni, effetti. Ma soprattutto la merce più preziosa. La convinzione che quell’atto così evocativo avrebbe dato a Netanyahu qualcosa che avrebbe accettato. Lui che non era né Levi Eshkol né Moshé Dayan, né Golda Meir né Itzhak Rabin avrebbe trovato – se evitava la crisi di governo e il governo di unità nazionale che il capo dello Stato avrebbe potuto pretendere – funzione politica, legittimazione militare, pretesti, consenso, mandato. E avrebbe guidato la prima guerra di Israele priva di obiettivi strategici chiari e che quando li ha avuti è finita.

Una guerra destinata a dare ad Hamas l’altra cosa di cui aveva bisogno urgentissimo: “martiri”, lo aveva detto Sinwar. Martiri: meglio se a migliaia. Martiri combattenti: ma ancor meglio se innocenti. Martiri singoli: ma ancor meglio se famiglie. Martiri adulti: ma ancor meglio se bambini. Martiri da buttare attraverso il proprio Ministero della Salute nel sistema informativo, con un bollettino che non avrebbe avuto troppo bisogno di essere falsificato né arricchito con la descrizione delle regole di ingaggio israeliane che affidano all’AI il riconoscimento facciale (chiamarlo The Gospel è stata una gratuita bestemmia) e all’AI la scelta del sistema d’arma proporzionato al “valore” del bersaglio in termini di vittime innocenti.

Questa modalità d’azione di Israele sulle città della Striscia, di martiri ne ha forniti ad abundantiam. In un ambito dove Israele avrebbe potuto mettere in opera un sistema di rappresaglia tremendo come quello letteralmente scoppiato fra le mani dei comandanti di Hezbollah in Libano, è stata ordinata una serie di operazioni in un contesto urbano dove nessun generale vorrebbe entrare, scommettendo che al mondo ci fosse un uomo capace di entrare in un bellum perpetuum senza un piano – ed abitasse a Cesarea. 

Tutto quello che i capi e le diverse brigate di Hamas desideravano, dunque, è accaduto. Il 7 ottobre e dopo il 7 ottobre.

Il rimbalzo

È accaduto tutto ciò che voleva Hamas anche nel rimbalzo informativo. 

Che il 7 ottobre fosse “un legittimo atto di resistenza” lo hanno detto in pochissimi, anche se erano già troppi; che era il modo in cui “i palestinesi hanno affermato la loro esistenza”, pochi, pure troppi. Che fosse “l’atto giustificato di lotta di un popolo oppresso” troppi. Dall’altra parte il grosso dell’opinione pubblica e del mondo diplomatico non si aspettavano da Israele una reazione “moderata”: nemmeno Joe Biden che aveva raccomandato di non fare l’errore americano dopo l’11 settembre. 

Ma intanto quella reazione vedeva il contatore delle vittime gazawi, combattenti e civili, donne e bambini, salire vorticosamente anche perché Hamas ha usato non “scudi umani”, ma ha praticato “sacrifici umani” offerti ai bombardamenti: e questo ha eroso l’idea che Israele stesse reagendo, ma che stesse “compiendo” qualcosa. L’ammissione che le stragi di civili fossero atrocemente e inaccettabilmente simili a quelle perpetrate da tanti eserciti in tanti quadranti di guerra ha ceduto il passo al fatto che Israele stava facendo qualcosa di nuovo; e che questo dipendeva dal fatto che era il beneficiario-tipo del “double standard” con cui certi paesi si permettono ciò che impediscono ad altri. 

Nel frattempo il totale delle millecinquecento vittime del 7 ottobre è stato pareggiato con una quantità di uccisi (miliziani e innocenti) che si è ingigantita: il doppio, il quintuplo, il decuplo, cinquanta volte tanto e ancora. La strategia di Hamas di mettere i comandi negli ospedali ha “funzionato”; la tattica di mimetizzare i capi fra i civili e i bambini ha funzionato. Così il lessico è scivolato: l’esercito israeliano che colpiva, è diventato Israele bombarda; i crimini di guerra di cui erano accusati i vertici del governo israeliano e hamasiano è diventato lo sterminio dei  sionisti; le violazioni delle leggi di guerra dei comandi israeliani, la colpa degli ebrei. La guerra è diventata strage; anzi carneficina, anzi “genocidio” (ci tornerò).

Era questo lo scopo di Hamas? Chi la notte fra il 6 e il 7 ottobre 2023 chi vegliava in attesa di veder correre sangue israeliano e palestinese in un “diluvio”, aveva pianificato quella inversione dei ruoli che avrebbe cambiato l’opinione pubblica mondiale e risuscitato un odio antico e nuovo? 

Chi, come disse il card. Zuppi, aveva “preso in ostaggio 253 israeliani e 2 milioni di Gazawi” ha scommesso che il lancio di 5mila missili e l’assalto in tre ondate a Kfar Aza, Nir Yitzhak, di Nir Oz, Re’im nel rave Supernova, sarebbe stato sospettato di essere non un fatto militare, ma un alibi, un complotto, un pretesto in fondo gradito? Hamas avrà calcolato che per ogni miliziano ucciso in quel campo di battaglia strapieno di gente sarebbero sorte nuove “vocazioni”? Avrà pensato che nessuno avrebbe fatto un severo esame di coscienza politico, morale, teologico su cosa aveva fatto o detto quando Hamas aveva  preso il potere con un golpe, liquidato i membri dell’ANP, imposto un’economia di guerra finanziata a peso d’oro e trasformato chilometri di tunnel in una invulnerabile santabarbara? Aveva contato che l’analfabetismo religioso saltasse a piedi pari il problema di cosa tiene insieme una rete inter-denominazionale sciita-sunnita, di cui la Fratellanza Musulmana è il collante, temuta più dagli Emirati e dai governi arabi che da quelli della “entità sionista”? Ha forse progettato che anche per la immaginaria “Free Palestine from the river to the sea” – cioè cancellando lo stato di Israele in un modo che oggi sembra impossibile, ma domani chissà? –  si potrebbe realizzare un “modello siriano” che vede un capo miliziano come Ahmad Al’Shara passare dalle fila dell’Isis al ruolo di statista?

Forse sì. Ma c’era una domanda ben più amara da farsi? 

I capi del marketing di Hamas, a Gaza e fuori, hanno capito prima di noi, che ancora non ce ne capacitiamo, che ogni grammo di solidarietà europea ed occidentale verso una popolazione usata dalle grandi potenze arabe per decenni, ingannata dalla sua leadership a più riprese, usata dalla strategia iraniana del nemico esterno, straziata dalla dittatura di Hamas, oppressa dalla politica israeliana, ingiuriata dai coloni fondamentalisti ebraici – ogni grammo di solidarietà si sarebbe trasformato in un quintale di quel nuovo antisemitismo, che stiamo vedendo nascere, che torna per rimanere e che ci fa sentire la stessa impotenza dei clan gazawi che hanno osato domandare la resa di Hamas e sono stati passati per le armi?

Quel che non torna 

È questo quel che non torna. 

L’incancrenirsi della guerra, la quantità di vittime di un conflitto che ha posto in secondo piano la vita degli ostaggi israeliani e gazawi (per i quali si è battuto un movimento notevole in Israele al quale non è andata tutta la solidarietà – destrorsa, centrista e gauchiste – che ci si sarebbe potuti attendere), non ha comportato la crescita di un fronte pacifista. 

L’orrore incancellabile del conflitto non ha alimentato la denuncia della guerra come superstizione che promette di risolvere problemi che aggrava, della guerra come crimine, della guerra come atto di idolatria dei “sangui” (come dice la versione latina del Salmo 50, che fa supplicare al plurale: de sanguinibus libera me Domine). 

Se si volesse dirlo in modo visivo la guerra non ha visto salire le bandiere della pace, ma semmai ammainarle per sventolare quelle della Palestina (che sarebbe la Palestina dell’ANP, si presume), in nome di un sostegno alla Palestina combattente che è quella di Hamas. 

Questo non torna. 

Come non torna l’assunzione implicita che l’ebreo buono deve essere vittima – e se invece si sottrae a questo ruolo, è un ebreo che fa agli altri ciò che ha subito. Cioè un “genocidio”: categoria storicamente complessa, che dentro il diritto internazionale è ritenuta da alcuni troppo aspecifica per poter essere efficace e da altri troppo perimetrata per poter portare a sanzione crimini che sono sfuggiti a tutti i sistemi di prevenzione costruiti dalla politica e dalla diplomazia.

“Genocidio” che è entrato nel discorso pubblico ed è diventato un dogma: e chi esita ad usarlo, chi dice massacro, carneficina, o qualsiasi altra cosa deve accettare di essere insolentito come codardo, complice, sionista. 

Il termine ha conquistato il proscenio lentamente. Prima di diventare una stella gialla da cucire al bavero di chi non la vuole usare, come notitia criminis, come peccato imperdonabile (o perdonabile solo da chi ne è il gestore cultuale e culturale), ha avuto una sua storia.

L’incriminazione di Benjamin Netanyahu e del ministro Yoav Gallant insieme a Yahya Sinwar, Mohammed Deif e Ismail Haniyeh, tutti uccisi da Israele, davanti alla Corte Penale Internazionale con relativi mandati di cattura è del maggio 2024. È seguita una lunga discussione diplomatica sugli obblighi violati da Israele in quanto potenza occupante di Gaza in sede ONU e poi davanti alla Corte internazionale di giustizia. 

Ben prima, a gennaio 2024,  era stata formulata l’ipotesi di azioni “plausibilmente genocidarie” davanti alla CIG da parte del Sud Africa: un rapporto steso fra il 26 febbraio e il 5 aprile 2024 dello special rapporteur Francesca Albanese (“Anatomy of a Genocide – Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territory occupied since 1967 to Human Rights Council”) consacrava il termine in sede Onusiana non solo per Gaza, ma in senso estensivo, facendo della guerra iniziata nel 2023 l’ultimo capitolo di una politica ab origo (origo del 1948) segregazionista, coloniale, disumanizzante – in ultima analisi genocidaria.

Il 5 dicembre 2024 un rapporto di Amnesty International (“You Feel Like You Are Subhuman’: Israel’s Genocide Against Palestinians in Gaza”) rendeva note le proprie conclusioni sul “genocidio” in corso  a Gaza. E da lì nel corso del 2025 il termine è diventato non solo invalso nella protesta pubblica contro Israele, ma è diventato lo spartiacque fra chi, usandolo, si schiera dalla parte del diritto internazionale e chi rifiutandolo viene accusato di esserne “complice”. 

Sola, provvisoria, eccezione il papato: che sia con Francesco che con Leone ha lasciato perlomeno aperta la questione della natura effettivamente “genocidaria” dell’interminabile sequenza di morti, mutilazioni, ferimenti e patimenti patiti dai civili di Gaza, Rafah, Khan Younis in un tempo ormai lungo la metà dell’ultima guerra mondiale. Ma a parte loro due a nessuno è concesso definire altrimenti l’inutile strage causata da due eserciti in guerra fra le case, le tende, gli sfollati, con una parola che non sia quella. 

La coazione 

“Genocidio”, dunque, è diventata la chiave di volta di una costruzione ideologica nella quale si riconoscono ambienti qualificati, giornali, in alcuni paesi folle terribilmente vaste; attecchisce in zone della politica distanti: è il motore delle logiche di boicottaggio commerciale e perfino sportivo, artistico o scientifico. 

Si potrebbe considerare l’accusa di “genocidio” un puro fenomeno della psicologia di massa? Non si potrebbe attendere che passi l’affezione ad una parola che viene usata con sospetta parsimonia in altri quadranti bellici, ma che potrebbe forse evaporare, come acqua in una pentola? A mio parere no, assolutamente no.

Dentro di essa suona infatti una specie di teorema di psicologia sociale  che suona così: gli israeliani, eredi delle vittime della Shoah, stanno facendo ai Palestinesi ciò che hanno subito. Quello che le truppe di Tsahal fanno a Gaza è solo l’acme di una “disumanizzazione” dei palestinesi che costituisce l’essenza stessa della politica israeliana e che a ritroso trova la sua riprova nelle annessioni recenti, è lo sbocco dell’occupazione delle terre del 1967, è il risultato della proclamazione dello Stato d’Israele, è il frutto del sionismo come tale. 

La implausibilità di un tale assunto ideologico non è il vero punto.

Il punto è che per la proprietà palindroma dell’assurdo rendere dogmatica la definizione di “genocidio” (perpetrato da Israele) anziché condannare l’ecatombe di cui gli eserciti in guerra non tengono il conto, ha un retrogusto. 

Se Israele non ha la responsabilità di aver accettato la condotta di guerra criminale di Hamas e di essersi illusa che la montagna di vittime civili potesse essere attribuita alla volontà del nemico, ma è colpevole di “genocidio” – tutto ciò che accadrà agli ebrei, dovunque, è legittimo; lo si potrà far rientrare nella categoria del “pazzo” (come a Manchester per Yom Kippur) o dei combattenti (come il terrorista che nell’82 ammazzò i clienti di un ristorante e il piccolo Stefano Gaj Taché a Roma che l’ANP ha consegnato alla Francia in cambio del riconoscimento dello Stato di Palestina). Se Israele è colpevole di “genocidio” tutto ciò che accade va atteso con fatalismo, tenendo pronto il messaggio di cordoglio. E non solo.

Se infatti Israele replica tutto ciò che l’ebraismo ha subito nella Shoah, allora proprio la Shoah  riceve, retrospettivamente, una attenuazione: il conto torna magicamente in pareggio. 

Sì: noi, perpetratori della Shoah, siamo stati spregevoli fascisti, nazisti, razzisti e criminali. Ma dato che i discendenti delle nostre vittime stanno facendo lo stesso vuol dire che il “nostro” delitto – preparato da secoli di odio e di odio cristiano diventato catechesi e magistero fino al Vaticano II – è stato solo una fattispecie della malvagità umana, che sempre c’è e sempre ci sarà. E dunque (andando incontro alla tesi diasporica per la quale gli ebrei devono smetterla di pensarsi come vittime-vittime-vittime) anche noi possiamo smettere di considerare carnefici-carnefici-carnefici gli uomini del nostro passato. 

Se quello di Gaza non è un orrore che angoscia ogni anima viva, ma un “genocidio”, allora il male di un tempo diventa un male che ne ha generato un altro al quale non si somma, ma dal quale si sottrae.  Totale morale: zero.

Il “genocidio” fallito dei fascisti e dei nazisti diventa premessa minore del “vero” crimine che è quello di cui non i sei milioni di europei, ma i palestinesi di ogni dove, oggi rappresentati dalle decine di migliaia di civili gazawi morti nella guerra ad Hamas sono le vere vittime e di cui i veri colpevoli sono Netanyahu, oppure il suo governo, oppure lo Stato di Israele, oppure gli israeliani, oppure ebrei – in un crescendo indiscriminato e indiscriminabile.

Inoltre insistere sul fatto che l’assedio di Gaza – assedio di cui sono parte le bombe e i viveri, le tende e le medicine – è stato un genocidio, anzi “il” genocidio trasforma il sogno della Fratellanza Musulmana di guidare un regime teocratico islamista in una opzione politica meno irrealistica. Giustifica la speranza di poter cancellare quell’errore della storia che è stata la creazione dello Stato di Israele. Motiva una nuova generazione di bambini sopravvissuti alle bombe a votarsi alla distruzione di una società dipinta come compattamente feroce, religiosamente vendicativa, dove tutto ciò che non è prevaricazione (dall’orchestra di Daniel Barenboim al sincrotrone Sesame) è inganno, propaganda, alibi.

Infine il termine “genocidio” cancella ogni dubbio metodologico. Se le intollerabili sofferenze patite dai civili gazawi sono (speriamo di poter dire almeno sono state) un “genocidio” non si può interrogare sulla strategia informativa di Hamas, che controlla ogni notizia nella striscia e sulla striscia. Non si può comparare la reazione “sproporzionata” dell’aviazione israeliana a quella alleata sull’Italia  fascista, sulla Germania nazista e sul Giappone imperiale – eventi dopo i quali abbiamo costruito un sistema di leggi internazionali per la protezione delle popolazioni in guerra, che non ha mai avuto un effetto dirimente, ma che per uno Stato civile dovrebbe essere vincolante.

La ricostruzione del sistema 

Il “genocidio” così è il seme di quell’antisemitismo che si sta cristallizzando, sotto una mobilitazione piena di intenti etici, di sdegno umanitario, di quella pietas che non può non esserci davanti a migliaia e migliaia di bambini morti, mutilati, resi orfani da una guerra che a Gaza, all’una del 7 ottobre, era stata salutata con colpi in aria e clacson orchestrati dall’Hamas attorno ai propri ragazzi tornati, carichi del sangue altrui.

Perché quando i buoni sentimenti, le buone ragioni, le buone intenzioni saranno evaporati, quando laggiù la guerra cederà definitivamente il posto ad una tregua, quando in Medio Oriente ci saranno leadership politiche che usciranno dall’idea di spargere sale sulle macerie dell’altro, qui resterà qualcosa.

Come una salina che si prosciuga al di qua del mare nostrum prenderà dimora un altro antisemitismo. Nuovo di zecca? o forse quello vecchio ringiovanito dal breve e intermittente riposo che si era concesso? Sia come sia, sarà come l’altro: un odio costruito teologicamente.

In quel sistema dell’old antisemitism un ruolo centrale l’aveva l’accusa di “deicidio”. Esso fissava non tanto la responsabilità per l’uccisione di Gesù – condannato ad un supplizio tutto romano, con una sentenza del prefetto romano – ma la convinzione che ci fosse una colpa collettiva degli ebrei di tutti i tempi ed una sanzione (la diaspora) calata collettivamente sul popolo d’Israele ripudiato per l’eternità dall’Eterno, cacciato in ogni dove così che ciascuna porzione della cristianità avesse i “propri” ebrei a disposizione per dimostrare a se stessi che il crimine per il quale erano stati condannati non era andato in prescrizione. 

Il “genocidio”, oggi, ha la stessa funzione – e i tre volumi di “world history” del genocidio editi nella serie dei grandi manuali enciclopedici di Cambridge sono lì a dircelo. Mentre in ogni vicenda storica antica o recente, ci sono responsabilità individuali, solo per Israele e solo per gli ebrei esistono una colpa collettiva, come l’altra incancellabile. E come l’altra capace di far scattare un corto circuito così veloce da passare inosservato: per cui le sole colpe collettive sono degli israeliani, renitenti al loro ruolo, e in fondo di tutti gli ebrei. 

Tranne i “convertiti”, appunto. Il secondo pilastro dell’antisemitismo di conio cristiano era infatti la “conversione”. Infatti la riprova morale dell’innocenza dell’antisemitismo cristiano era che “bastava” il battesimo, perfino invitis parentibus, per sfuggire alla discriminazione di cristianità, non sempre a quella del razzismo nazista. Oggi al posto del battesimo c’è il ripudio non della fede dei padri, ma della storia dei fratelli: al posto della resa alla verità oggi è chiesta la conversione dall’“occupazione”: cioè la conquista di territori non previsti dalla partizione che creava i due Stati e che Israele ha annesso  nel corso delle guerre che ha combattuto nella sua storia di Stato laico (inizialmente socialista) e poi di Stato nel quale la componente religiosa ha avuto un ruolo che neanche un miscredente, ma Buber in persona avrebbe condannato con la forza della saggezza dei grandi Maestri. Come nel regime di cristianità solo l’ebreo convertito per tempo sfugge alla condanna, anche in questo nuovo regime solo l’ebreo che ripudia e sfugge all’occupazione – a parole se diasporico, andandosene da Israele per lasciare che i palestinesi governino la “Terra Santa” Hamas – dimostra di essere meritevole di un destino nel quale, come vuole Agostino, sarà qualcun altro a custodirlo intatto per l’ultimo Giorno.

Il terzo pilastro dell’antisemitismo era il supersessionismo: la dottrina per la quale l’alleanza di Israele non era stata estesa nella nuova alleanza, ma sostituita. Il nuovo popolo di Dio redento dal sangue di Gesù, prendeva il posto di quello vecchio, ipocrita, incredulo, formalista, cultore della vendetta e non dell’amore e perciò assetato di sangue. L’accusa agli ebrei di rapire i bambini il venerdì santo per dissanguarli e impastare le azzime aveva una capacità suggestiva enorme. Poco serviva che anche una superficiale conoscenza della Halakah dicesse che si trattava di una leggenda improponibile; essa entrava nel culto dei santi e nella sensibilità popolare. Poco serviva che un dotto come don Iginio Rogger fosse riuscito a far cessare il culto di san Simonino. Oggi l’accusa del sangue è diversa solo nella meccanica: non ci sono rabbini che dissezionano le arterie del martire bambino, ma persone, università, aziende, complici del genocidio e dunque meritevoli di boicottaggio necessario, giustificato, non negoziabile, che andrebbe confessato con la stessa docilità con cui confessarono gli ebrei sottoposti a tortura davanti ai tribunali ecclesiastici. 

L’esito 

C’è modo di evitare che questo residuato antisemita si insedi fra noi da qui in poi? Ci sono buone ragioni per dubitarne. L’altra volta (per quel che vale, ma vale) il suo formarsi non ha avuto ostacoli. S’è trasmesso fra generazioni, culture, confessioni, fino a che nei centocinquant’anni che vanno dalle emancipazioni alla Shoah è stata possibile una presa di coscienza. Di cui poi abbiamo percepito la fragilità.

Questa volta, per di più, c’è di mezzo la politica di Netanyahu, che aggiunge acqua salata alla pentola che ribolle di sdegno e sul cui fondo quel salgemma antisemita residuerà con spessori ancora più alti. 

Chi ha scelto come mestiere quello dello studio della storia è vissuto fin qui con una convinzione: produrre sapere storico ha una efficacia paradossale, ma reale; quanto più è immune da finalizzazioni sempliciste ed ideologiche, tanto più ottiene dei risultati etici e sociali. Per questo lo studio dell’antisemitismo era così urgente negli anni Cinquanta. Per questo capirne i meccanismi antichi e recenti, dai battesimi forzati tanto ben studiati da Marina Caffiero ai dilemmatici silenzi di Pio XII, dall’odio per il Talmud alla svolta del Vaticano II, era così necessario. 

L’angoscia dello storico di oggi è che la rapidità con cui l’antisemitismo si va ricomponendo in una teologia politica piena di tremenda energia dica non tanto che il suo lavoro è stato vano, ma che non c’è nulla da fare di utile, se non consegnarsi alla irricevibile logica sottesa al discorso pubblico della destra israeliana (“dato che nessuno condivide i nostri metodi qualunque ne sia la graduazione, vale fare un macello perché costerà uguale”).

Ma forse la perseveranza in questo mestiere, la testarda convinzione che il rigore critico possa bilanciare – se non oggi, domani – il furore ideologico è l’unico antidoto all’angosciante senso di impotenza che prende.

E proprio il mestiere di storico insegna che una forza di resistenza a questo antisemitismo rebound, ci sarebbe: e sta proprio nelle chiese cristiane, incubatrici e custodi dell’altro antisemitismo. 

Non tutte: il mondo evangelicale che ha inventato il Christian Zionism è al contrario un sostenitore della peggiore politica israeliana: sarà favorevole all’annessione della Samaria; sarebbe felice se incidente o un missile qualsiasi (Houthi sarebbe perfetto) distruggesse le moschee, scatenando un bagno di sangue; sosterranno tutte le politiche che identificano materialisticamente la promessa della terra con la terra promessa. 

Nelle chiese stabilite, e nel cattolicesimo romano in modo particolare, invece, ci potrebbe essere la coscienza e la credibilità necessaria per una resistenza. La chiesa del papa che telefonava a Gaza, del patriarca che s’era offerto ad Hamas in cambio degli ostaggi, potrebbe vigilare. Non per ispirazione divina, ma per la consapevolezza storica che l’antisemitismo si accende in un secondo e si spegne in un millennio, perché sa trovare ragioni teologiche con cui alimentarsi, in un roveto empio e incombusto che contamina la terra su cui brucia. 

C’è nel lavoro critico la lucidità necessaria? C’è nelle chiese questa forza teologica? 

Come diceva il peggior ambasciatore francese di tutti i tempi «l’avenir nous renseignerait».

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Il Federalismo pragmatico https://legrandcontinent.eu/it/2025/10/24/il-federalismo-pragmatico/ Fri, 24 Oct 2025 17:24:34 +0000 https://legrandcontinent.eu/it/?p=39445 Di fronte ad un cambiamento radicale, l'Europa sembra ferma.

Mario Draghi articola un programma per sbloccare l'Unione: il federalismo pragmatico.

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Il mio servizio pubblico in Italia è iniziato con i negoziati per il Trattato di Maastricht 9. Da allora, costruire l’Europa è stata una missione centrale della mia carriera—sia come responsabile delle politiche nazionali, come Capo del Tesoro italiano e poi come Presidente del Consiglio, sia come rappresentante europeo, alla guida della BCE.

Ma oggi, la prospettiva per l’Europa è tra le più difficili che io ricordi. Quasi ogni principio su cui si fonda l’Unione è sotto attacco.

Abbiamo costruito la nostra prosperità sull’apertura e sul multilateralismo: ora affrontiamo protezionismo e azioni unilaterali.

Abbiamo creduto che la diplomazia potesse essere la base della nostra sicurezza: ora assistiamo al ritorno della potenza militare come strumento per affermare i propri interessi.

Abbiamo promesso leadership nella responsabilità climatica: ora vediamo altri ritirarsi mentre noi sosteniamo costi crescenti.

Il mondo intorno a noi è cambiato radicalmente—e l’Europa fatica a rispondere.

Questo solleva una domanda cruciale: perché non riusciamo a cambiare?

Ci viene spesso detto che l’Europa si forgia nelle crisi. Ma quanto grave deve diventare una crisi affinché i nostri leader uniscano le forze e trovino la volontà politica di agire?

Dopo la grande crisi finanziaria e quella del debito sovrano, la BCE, anche grazie al suo mandato europeo, si è evoluta in un’istituzione più federale: è stata anche avviata l’unione bancaria.

Ma da allora, le nostre sfide sono diventate sempre più complesse—e ora richiedono un’azione comune da parte degli Stati membri. 

Riguardano ambiti come la difesa, la sicurezza energetica e le tecnologie di frontiera che necessitano di scala continentale e investimenti condivisi.

E in alcuni di questi settori—soprattutto difesa e politica estera—è necessario un grado più profondo di legittimità democratica.

Da molti anni  non abbiamo modificato la nostra governance. Oggi siamo una confederazione europea che semplicemente non riesce a far fronte a tali esigenze.

Questo lascia responsabilità a livello nazionale che non possono più essere gestite efficacemente. E anche se volessimo trasferire più poteri all’Europa, questo modello non ci offre la legittimità democratica per farlo.

Non è solo una questione di vincoli giuridici dei Trattati UE. Il vincolo più profondo è che, di fronte a questo nuovo mondo, non abbiamo costruito un mandato condiviso—approvato dai cittadini—per ciò che, come europei, intendiamo davvero fare insieme.

Non in ossequio a un sogno ma per necessità, il futuro dell’Europa deve essere un percorso verso il federalismo.

Ma, per quanto desiderabile sia una vera federazione, essa richiederebbe condizioni politiche che oggi non esistono. E le sfide che affrontiamo sono troppo urgenti per aspettare che emergano.

Un nuovo federalismo pragmatico è quindi l’unica strada percorribile.

Si tratta di un federalismo basato su temi specifici, flessibile e capace di agire al di fuori dei meccanismi più lenti del processo decisionale dell’UE.

Sarebbe costruito da “coalizioni di volenterosi” attorno a interessi strategici condivisi—riconoscendo che le diverse forze dell’Europa non richiedono che ogni paese si muova allo stesso ritmo.

Immaginate paesi con settori tecnologici forti che concordano su un regime comune che consenta alle loro imprese di crescere rapidamente.

Nazioni con industrie della difesa avanzate che uniscono ricerca e sviluppo e finanziano appalti congiunti.

Leader industriali che co-investono in settori critici come i semiconduttori, o in infrastrutture di rete che riducono i costi energetici.

Questo federalismo pragmatico permetterebbe a chi ha maggiore ambizione di agire con la velocità, la scala e l’intensità delle altre potenze globali. E, fatto altrettanto importante, potrebbe contribuire a rinnovare lo slancio democratico dell’Europa stessa.

Perché aderire richiederebbe ai governi nazionali di ottenere il sostegno democratico per obiettivi condivisi specifici, diventando così una costruzione dal basso di uno scopo comune—non un’imposizione dall’alto.

Tutti coloro che vogliono unirsi potrebbero farlo—mentre chi cerca di bloccare i progressi non potrebbe più trattenere gli altri.

In breve, offre una visione piena di fiducia dell’Europa—e una in cui i cittadini possono credere.

Un’Europa in cui i giovani vedono il loro futuro.

Un’Europa che rifiuta di essere calpestata.

Un’Europa che agisce non per paura del declino, ma per orgoglio di ciò che può ancora realizzare.

Dobbiamo offrire questa visione se vogliamo che l’Europa si rinnovi. E sono fiducioso che possiamo farlo.

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La dottrina António Costa, una conversazione con il presidente del Consiglio europeo https://legrandcontinent.eu/it/2025/09/22/la-dottrina-antonio-costa-una-conversazione-con-il-presidente-del-consiglio-europeo/ Mon, 22 Sep 2025 05:00:00 +0000 https://legrandcontinent.eu/it/?p=38587 Unità – senza tabù.

A Porto, alla vigilia della sua partenza per l'Assemblea generale delle Nazioni Unite e al termine di un tour europeo che lo ha visto incontrare i 27 capi di Stato e di governo, abbiamo incontrato il presidente del Consiglio europeo.

Tra Trump e Putin, come costruire un consenso europeo per voltare pagina dopo l'estate dell'umiliazione?

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Dopo il suo giro nelle capitali europee, che, secondo le sue parole, le ha permesso di ascoltare e riflettere, come definirebbe l’attuale contesto europeo e quali sono le sue priorità, visto che l’estate è stata particolarmente difficile per l’Unione?

Questo giro è stato molto importante per me. Volevo instaurare un dialogo e ascoltare ciascuno dei capi di Stato e di governo individualmente.

L’unità dell’Europa si costruisce ascoltando. Ecco perché questa era una tappa necessaria per stabilire una tabella di marcia comune per questo nuovo ciclo politico.

Due priorità chiare emergono: la difesa e la competitività. L’Europa è al fianco dell’Ucraina e vuole la pace. Tuttavia, sappiamo anche che è essenziale sviluppare in modo più efficace e rapido le nostre capacità di difesa per garantire la sicurezza del nostro continente.

La seconda priorità è migliorare la nostra competitività.

Vogliamo un’economia forte che ci permetta di crescere di più, di essere più competitivi e di preservare la nostra coesione sociale. È un punto fondamentale. Al di là della diagnosi, constato che c’è una reale volontà politica e che il quadro finanziario pluriennale sarà determinante.

Mario Draghi affermava la settimana scorsa che l’Europa tende a confondere unità e compiacenza. La ricerca permanente di un consenso servirebbe da pretesto per mascherare l’inazione. Come uscire dallo stallo politico per mettere in atto le priorità che lei stesso considera urgenti?

Il rapporto di Mario Draghi è una specie di bibbia.

I leader europei riconoscono che dobbiamo attuare i punti fondamentali presentati da Mario Draghi ed Enrico Letta.

Siamo d’accordo sul fatto che dobbiamo essere più agili eliminando le barriere che esistono nel nostro mercato interno, riconoscere che il prezzo dell’energia resta un problema per le nostre imprese e che dobbiamo completare il mercato dei capitali.

Questi tre punti sono essenziali.

La Commissione ha già presentato proposte per la loro attuazione e prepara nuove misure per i prossimi mesi. Parliamo di semplificazione, semplificazione e ancora semplificazione.

Capisco coloro che chiedono di andare ancora più veloce, perché la situazione storica che attraversa l’Europa lo esige. Il tempo non si ferma e nemmeno i nostri concorrenti. Ma dobbiamo essere onesti sulla complessità della nostra situazione.

In che senso?

Il processo decisionale all’interno della nostra Unione non è semplice. 

Non siamo uno Stato federale. Siamo un’unione di 27 Stati membri, ciascuno con la propria visione e il proprio orientamento politico. A ciò si aggiunge il controllo del Parlamento europeo e della Commissione. Questa combinazione di attori crea un meccanismo complesso, ma è il sistema che abbiamo scelto per continuare ad andare avanti insieme nel rispetto della nostra diversità democratica.

“Ci sono dunque dei vantaggi in un finanziamento comune. Dobbiamo riflettere senza dogmatismi, con pragmatismo, perché abbiamo bisogno di un bilancio all’altezza dell’urgenza e dell’ampiezza delle sfide cui siamo confrontati.”

Non teme che il rapporto di Draghi come quello di Letta siano ormai stati messi in un cassetto?

No, perché non abbiamo scelta. O li applichiamo, o siamo perduti. La risposta è quindi molto semplice: dobbiamo seguirli.

Quando era Primo ministro del Portogallo, si era espresso a favore di un debito comune europeo per affrontare la pandemia di Covid-19, e ne ha salutato i risultati da allora. Oggi, la minaccia viene dalla Russia. La difesa dell’Europa richiederebbe un piano di debito comune simile a quello adottato durante la crisi del Covid?

Quest’anno ci concentreremo principalmente sul finanziamento, poiché inizierà il dibattito sul nuovo bilancio europeo.

Abbiamo grandi ambizioni, che richiedono un livello di finanziamento sufficiente per rispondervi. Penso che l’aiuto europeo all’Ucraina e il piano di sicurezza e difesa non dovrebbero compromettere altri ambiti importanti per l’Europa, come l’agricoltura e la coesione. L’idea di fare di più con meno è molto seducente in teoria, ma raramente funziona nella pratica.

Se vogliamo raggiungere i nostri obiettivi e rispondere alle nostre aspettative, dobbiamo disporre degli strumenti di finanziamento necessari. Diverse opzioni sono possibili e non voglio pregiudicare il risultato di queste negoziazioni, ma tengo a essere chiaro: non dobbiamo escludere nessuno strumento. Nessuno.

Il dibattito sull’emissione congiunta di debito non sembra dispiacerle?

No, non mi disturba, perché in Europa dobbiamo poter discutere di tutto in modo sereno, ascoltando tutti. Senza dogmi.

Capisco perfettamente coloro che dicono che non possiamo contrarre ulteriori debiti se non disponiamo prima di risorse proprie per finanziare il costo del debito già emesso. Mi sembra ragionevole.

Tuttavia, ascolto anche gli argomenti di Isabel Schnabel, membro del comitato esecutivo della Banca centrale europea, che sottolinea che, per disporre di un vero mercato dei capitali, bisogna estendere la lista degli attivi europei considerati sicuri e liquidi.

Altri suggeriscono che una maggiore liquidità permetterebbe di ridurre i costi del debito europeo. Ci sono dunque dei vantaggi in un finanziamento comune.

Dobbiamo riflettere senza dogmatismi, con pragmatismo, perché abbiamo bisogno di un bilancio all’altezza dell’urgenza e dell’ampiezza delle sfide cui siamo confrontati.

Non ci sono tabù per António Costa?

No, ascolteremo tutti in modo pragmatico, senza dogmatismi.

È così che si costruisce l’unità.

Non ci sono tabù, ma ci sono nemici? Come definirebbe Vladimir Putin e la sua strategia in Europa?

Il minimo che si possa dire è che mostra un’ambizione imperialista evidente nello spazio ex sovietico. Ha un’ambizione che va oltre? Quello che osserviamo in Polonia, in Estonia e in Romania suggerisce che sia cominciato un braccio di ferro con l’Europa e la NATO.

Se la Russia dovesse imporsi in Ucraina, la nostra sicurezza e la nostra difesa sarebbero a rischio in tutta Europa. Quando dico “l’Europa”, intendo tutta l’Europa.

È uno dei messaggi che ho trasmesso durante il mio giro delle capitali. Non dobbiamo commettere l’errore di pensare che la minaccia russa riguardi solo i paesi dell’Est. La realtà è che finirà per toccarci tutti.

Pensa che i paesi del sud del continente siano altrettanto impegnati a favore della sicurezza europea?

Vorrei raccontarle un aneddoto.

Nel 2005, quando ero ministro dell’Interno del Portogallo, i paesi del sud hanno iniziato ad attirare l’attenzione sulla questione dell’immigrazione e sulle sfide che rappresentava. All’epoca, l’immigrazione era considerata un problema esclusivamente mediterraneo.

Oggi, vediamo che non è così. Riguarda tutti noi. In un’unione, le sfide di alcuni diventano le sfide degli altri. In più la minaccia russa non si limita ai confini fisici, è anche ibrida. E in questo senso riguarda già da oggi il Portogallo, la Spagna e l’Italia.

Lei ha menzionato la parola «imperialismo». Alcuni ritengono che una logica imperiale sia ormai ugualmente installata alla Casa Bianca. Il nostro sondaggio Eurobazooka mostra che una maggioranza di europei considera il risultato dei negoziati commerciali con gli Stati Uniti come un’«umiliazione» per l’Europa. Lei ha detto di capire questa frustrazione. Ma qual è la risposta politica?

Capisco questo sentimento, così come il fatto che alcune foto e pubblicazioni sui social network non siano piaciute, ma dobbiamo restare pragmatici e analizzare la situazione attuale in modo strategico.

Gli Stati Uniti sono un alleato storico dell’Europa, un partner economico importante dotato di un mercato molto potente per le imprese europee, e un paese che intrattiene legami molto forti con il nostro continente, tessuti nel corso dei decenni.

Il nostro obiettivo era stabilizzare questa relazione.

Dobbiamo vedere le cose in questo contesto.

Vale lo stesso per la NATO. Abbiamo tutti dato prova di grande creatività, come dimostra la coalizione di volontari sull’Ucraina, che gioca un ruolo importante. È facile? No, ma dobbiamo farlo nella situazione attuale.

Non è la fine della storia.

Possiamo dedurre che, nonostante questo accordo commerciale squilibrato, l’Europa non intenda farne un modello? Accettare le richieste di Trump per una volta non significa che l’Europa cederà nuovamente in futuro?

Vorrei sottolineare due punti.

Primo, i negoziati con gli Stati Uniti non riguardavano unicamente il commercio. Si trattava di una tripla negoziazione: difesa, Ucraina e commercio.

Se l’argomento fosse stato solo il commercio, l’approccio sarebbe stato certamente diverso. Se l’Ucraina fosse stato l’unico tema di discussione, la negoziazione sarebbe stata anch’essa diversa. E se l’unica questione fosse stata mantenere le relazioni con i paesi della NATO, la negoziazione sarebbe probabilmente stata del tutto diversa.

Ma, insisto, si trattava di una negoziazione multipla. Per valutare il risultato, è importante capire questo triplice approccio.

Quando sento dire che l’accordo è squilibrato, penso che sia importante comprendere che nessun altro paese ha ottenuto risultati migliori dei nostri nei rapporti commerciali con gli Stati Uniti. Ciò significa che la nostra competitività relativa rispetto al Giappone, alla Cina e al Regno Unito è più elevata. Le nostre condizioni sono identiche, se non migliori.

Una delle critiche che ho sentito di più è che non abbiamo imposto dazi doganali sui prodotti americani in rappresaglia. Ma ciò avrebbe significato imporre una tassa ai nostri consumatori e alle nostre imprese. Sarebbe stato un errore economico.

I dazi imposti dagli Stati Uniti sui prodotti europei non saranno pagati dalle imprese europee, ma dai consumatori americani. Avranno un impatto sui prezzi e sull’inflazione negli Stati Uniti.

Grazie a questo accordo, siamo riusciti a porre fine all’incertezza economica — che era il fattore più negativo —, a mantenere le condizioni delle nostre imprese rispetto ai paesi terzi e a evitare ai nostri consumatori di pagare la tassa che i dazi doganali avrebbero rappresentato.

In questa negoziazione però non si è tenuto conto delle numerose ingerenze degli Stati Uniti in Europa che sembrano sempre di più volte a provocare un cambio di regime, come annunciato peraltro dal discorso di J.D. Vance a Monaco.

Tutti questi elementi sono stati lasciati da parte durante le negoziazioni. Quando gli Stati Uniti ci hanno chiesto di modificare le regole digitali, abbiamo rifiutato. Questo non fa parte dell’accordo commerciale.

Chiunque abbia ascoltato il discorso di J.D. Vance a Monaco capisce che gli Stati Uniti hanno oggi valori diversi dai nostri.

Ma non abbiamo cambiato posizione. Continueremo a proteggere i nostri cittadini con le nostre regole contro l’oligarchia dei social network. Altri hanno una visione diversa, che rispettiamo, ma noi abbiamo fatto valere i nostri valori.

“L’unanimità implica una responsabilità supplementare per arrivare a un accordo a 27. Quando l’unanimità non viene raggiunta, non dobbiamo per questo cadere nella paralisi.”

Ha parlato di incertezza. È convinto che Donald Trump rispetterà l’accordo e non cambierà idea tra un mese o un anno? Si fida del presidente americano?

Quello che posso dire è che senza questo accordo, l’incertezza sarebbe stata più grande e più grave.

L’instabilità quasi strutturale di alcuni paesi europei e le difficoltà intergovernative di cui abbiamo appena parlato contribuiscono ad accrescere l’inefficacia politica dell’Europa? Se sì, come rimediare?

Le democrazie sono molto più efficaci di qualsiasi dittatura, anche se hanno una capacità di reazione più lenta. L’efficacia non si misura soltanto in termini di rapidità. È importante considerare anche la forma. Il consenso democratico e sociale ha un impatto più duraturo e positivo sulla società.

Ma è vero. Assistiamo a una grande frammentazione della politica europea.

Non c’è praticamente nessun governo con una maggioranza; abbiamo governi di coalizione complessi a livello nazionale, una grande coalizione nel Parlamento europeo, e il Consiglio europeo finisce anch’esso per riflettere questa frammentazione.

Ciò implica un bisogno maggiore di dialogo.

Siamo democrazie e questo risultato è frutto dell’espressione libera e democratica dei nostri cittadini. Se ci diciamo democratici, dobbiamo imparare a convivere con questo.

Da quando è diventato presidente del Consiglio europeo, le riunioni dei leader sono molto più brevi e incentrate sugli aspetti politici. Ha deciso di non concentrarsi sui paesi che bloccano le decisioni, ma di cercare accordi con gli altri. L’opposizione dell’Ungheria non è più che una nota a piè di pagina nelle conclusioni finali del Consiglio. L’Europa deve applicare questo metodo a tutte le altre decisioni quando l’unanimità è impossibile?

Questa questione solleva diversi punti.

Primo, la responsabilità dei 27 capi di Stato e di governo è esercitare la loro leadership politica. Non si tratta di dibattere per ore su una parola, aggiungerla o sostituirla con un’altra, o aggiungere o meno una virgola a un paragrafo delle conclusioni del Consiglio. L’essenziale è inviare un segnale chiaro sulla direzione che vogliamo prendere.

Questo nuovo approccio ci permette di avere discussioni più politiche e più intense.

Secondo, le riunioni sono sì più brevi, ma anche più produttive. In tutte le riunioni, abbiamo rispettato l’ordine del giorno, tutti gli Stati membri hanno preso la parola e siamo riusciti a far progredire le cose. Questo è ciò che intendo per leadership politica.

Se i leader si riuniscono, è per far avanzare le grandi questioni politiche. Ed è lì che interviene l’unità — e questa è la mia responsabilità.

Come si esercita questa responsabilità nella pratica?

Non mi stancherò mai di cercare l’unanimità, ma questa non conferisce un diritto di veto.

Il veto non deve essere considerato un diritto.

L’unanimità implica una responsabilità supplementare per arrivare a un accordo a 27. Quando l’unanimità non viene raggiunta, non dobbiamo per questo cadere nella paralisi. Al contrario, dobbiamo trovare soluzioni creative.

Dall’inizio della guerra in Ucraina, abbiamo ottenuto l’unanimità su tutte le grandi questioni, dando prova di creatività quando necessario.

Viktor Orbán è il suo grattacapo più grande?

Nessuno dei leader mi crea problemi, ho buone relazioni con tutti.

Quello che mi preoccupa davvero è l’Ucraina: arrivare alla pace, ritrovare la nostra competitività e darle un nuovo slancio.

Le chiedo di Orbán perché molti lo considerano un ostacolo alla realizzazione di questi obiettivi. Come costruire un’Unione con Viktor Orbán al tavolo delle negoziazioni?

Questa questione solleva un dibattito di fondo sul futuro dell’Unione che dovremo avere a tempo debito.

Alcuni anni fa, ho presentato quella che, secondo me, dovrebbe essere l’approccio per garantire la nostra unità. La prima cosa da capire è che esistono sensibilità diverse sulla natura dell’Unione europea. Alcuni vogliono approfondirne l’integrazione, altri vogliono restare come siamo, e alcuni vorrebbero persino un livello d’integrazione inferiore a quello che abbiamo raggiunto. A mio avviso, abbiamo il dovere di rispettare tutti i punti di vista. Vivere in famiglia non è sempre facile.

Come dicevo, avevo allora proposto un’Europa concepita come un edificio multifunzionale.

Se l’Europa fosse un centro commerciale, alcuni vorrebbero andare al cinema, fare la spesa, tutto nello stesso posto. Altri vorrebbero semplicemente andare al cinema. L’Unione è uno spazio comune in cui ogni paese può fare uso di questa flessibilità. Non sono certo che obbligare tutti ad andare sempre nella stessa direzione sia la soluzione più efficace.

In realtà, una maggiore flessibilità interna permette di raggiungere un’unità più efficace, integrando coloro che desiderano una maggiore integrazione, pur rispettando quelli che non lo vogliono. È tutta una questione di equilibrio.

Oggi, la Francia e l’Arabia Saudita organizzeranno una riunione volta ad avanzare il riconoscimento dello Stato palestinese, unendosi così a diversi altri paesi europei, tra cui Spagna e Belgio. Come analizza questa sequenza?

È molto importante che la comunità internazionale dichiari senza equivoci che la soluzione dei due Stati è l’unica in grado di garantire pace e stabilità in Medio Oriente.

L’iniziativa della Francia e dell’Arabia Saudita è molto importante.

Questa settimana potremo affermare che la maggior parte degli Stati membri dell’Unione riconosce lo Stato palestinese. Alcuni lo vedranno come una semplice dichiarazione, ma si tratta di una dichiarazione politica molto forte e molto chiara. La soluzione passa per la coesistenza di due Stati.

Washington non sostiene questa iniziativa. Come spiega la posizione attuale degli Stati Uniti?

Non vorrei perdermi in speculazioni. Quello che posso dire è che l’Unione europea ha una posizione chiara: condanniamo fermamente e senza riserve gli attentati terroristici di Hamas; esigiamo la liberazione immediata e senza condizioni degli ostaggi; e vogliamo rafforzare l’Autorità palestinese. Il nostro obiettivo è garantire che essa ottenga il controllo effettivo dell’intero territorio palestinese, affinché il futuro della Palestina sia democratico, senza i terroristi di Hamas.

La posizione europea verso Israele sembra essere cambiata in questi ultimi mesi…

Fin dall’inizio, abbiamo riconosciuto il diritto di Israele all’autodifesa, anche al di fuori delle sue frontiere. Tuttavia, è ormai evidente che l’azione militare di Israele non rientra più nell’autodifesa.

Non ci sono parole per descrivere la tragedia umanitaria che si svolge a Gaza. Usare la leva della fame come arma di guerra è inammissibile. Israele deve accettare un cessate il fuoco, autorizzare l’ingresso degli aiuti umanitari e rispettare le leggi internazionali a Gaza. Deve anche porre fine alle attività illegali dei coloni in Cisgiordania. Quello che Israele cerca è compromettere la fattibilità di uno Stato palestinese.

Alcuni temono che l’operazione militare a Gaza miri ad annettere il territorio palestinese e a spostarne la popolazione. Senza territorio, non ci sarebbe Stato palestinese. È questa la linea rossa per l’Europa?

Sì, questo non può accadere.

È evidente che, in termini militari, l’obiettivo perseguito da Israele è o un terribile fallimento, o qualcosa di completamente diverso dalla distruzione di Hamas. Dopo due anni di guerra, decine di migliaia di morti e una terribile distruzione a Gaza, Hamas conserva le sue capacità operative.

Due possibilità spiegano questa situazione: o l’operazione è stata un fallimento perché non è riuscita a distruggere Hamas, oppure il vero obiettivo era un altro.

Quale sarebbe questo obiettivo?

La distruzione di Gaza al fine di rendere impossibile qualsiasi coesistenza pacifica dei palestinesi in uno Stato sovrano.

Il presidente spagnolo, Pedro Sánchez, ha definito la guerra a Gaza un «genocidio» e ha invitato a non temere di usare questo termine, anche se non fa l’unanimità. La divergenza di opinioni all’interno del Consiglio europeo su questa questione è insormontabile?

È un esempio della difficoltà che incontriamo nel costruire una posizione comune a partire da sensibilità nazionali molto diverse.

Per mesi, abbiamo avuto molte difficoltà a stabilire una posizione comune all’interno del Consiglio. Nell’ultima riunione, siamo tuttavia riusciti a raggiungere un accordo che condanna il blocco degli aiuti umanitari e chiede un cessate il fuoco. Ma il percorso è stato davvero difficile. Austriaci, cechi, tedeschi o ungheresi hanno una percezione molto diversa da quella degli altri Stati membri. È molto difficile arrivare all’unanimità sui sentimenti.

Esiste tuttavia una volontà politica crescente e una presa di coscienza comune che la situazione a Gaza è inammissibile.

Concretamente, come si potrebbe tradurre?

La Germania, ad esempio, ha approvato l’embargo sulle esportazioni di armi verso Israele. La Commissione ha appena proposto sanzioni contro due ministri e la sospensione parziale dell’accordo commerciale con il paese.

La questione di Gaza resterà all’ordine del giorno del Consiglio.

Al di là di una presa di coscienza comune, dobbiamo prendere decisioni e mostrare coerenza nei confronti di Israele. È l’ampiezza di queste conseguenze a essere al centro del dibattito attuale.

80 anni dopo l’Olocausto, l’antisemitismo è tornato in Europa. E la nostra storia mostra purtroppo che, una volta accesa questa miccia, è molto difficile contenerla. Quali misure dovrebbero essere prese per impedire una nuova ascesa dell’antisemitismo in Europa?

Dobbiamo lottare contro tutte le forme di intolleranza e discriminazione. E dobbiamo farlo nell’ambito di questo conflitto in particolare.

Le nostre azioni non hanno nulla a che vedere con la comunità ebraica in Europa, con gli israeliani o con Israele.

Riguardano il modo in cui il governo israeliano conduce un’azione militare che viola il diritto internazionale e umanitario. Questo è inaccettabile. Tuttavia, non dobbiamo confondere il governo israeliano con Israele, con il popolo israeliano o con gli ebrei d’Europa.

Dobbiamo essere molto chiari su questo punto.

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