Il Grand Continent https://legrandcontinent.eu/it/ La scala pertinente Fri, 23 Oct 2026 17:02:46 +0000 it-IT hourly 1 Un «programma Captain America per cani»: in Texas, una start-up vuole modificare geneticamente i cani da supporto dell’esercito americano https://legrandcontinent.eu/it/2026/10/23/un-programma-captain-america-per-cani-in-texas-una-start-up-vuole-modificare-geneticamente-i-cani-da-supporto-dellesercito-americano/ Fri, 23 Oct 2026 17:02:42 +0000 https://legrandcontinent.eu/it/?p=54050 Warhound ha una valutazione di 1,2 miliardi di dollari

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Warhound, una nuova start-up americana fondata dal cofondatore di Anduril, Palmer Luckey, e da Ben Lamm, a capo di Colossal Biosciences, un’azienda biotecnologica che intende riportare in vita specie estinte, come il mammut lanoso, ha ottenuto un finanziamento di 200 milioni di dollari per clonare e modificare geneticamente dei «cani da guerra» destinati all’esercito e alle forze dell’ordine statunitensi 1.

  • L’azienda sarà guidata da David Spirk, un veterano del Corpo dei Marines, ex direttore dei dati del Pentagono e consulente presso Palantir, la società di sorveglianza cofondata da Peter Thiel.
  • Warhound sostiene di essere «certificata dall’American Humane Society», un’organizzazione statunitense dedicata al benessere degli animali, e che a lungo termine consentirà di limitare il numero di cani sottoposti a un addestramento intensivo e inutile 2.
  • A febbraio, l’Ispettorato Generale del Pentagono aveva segnalato in un rapporto le pessime condizioni di alloggio dei cani militari nei canili di dodici basi del Paese, in relazione alla morte di quattro di essi tra il 2021 e il 2023.
Video pubblicato sul sito di Warhound.

La creazione di Warhound si basa su una constatazione: secondo l’azienda, oltre l’80% dei cani dell’esercito americano viene importato dall’Europa e meno della metà è ritenuta idonea al servizio. Eppure, questi animali vengono ancora impiegati su larga scala per missioni di rilevamento di esplosivi, di ricerca o per altri compiti ritenuti troppo pericolosi per gli esseri umani o troppo difficili per le macchine.

  • Warhound prevede quindi di selezionare i cani ritenuti i più performanti, di conservarne le cellule in una biobanca e poi di clonarli.
  • I loro geni verranno poi modificati per aumentarne la longevità e migliorarne la salute e le prestazioni.
  • Sul proprio sito web, la start-up con sede in Texas promuove «una nuova generazione di dominio […] costruita per la vittoria».

Già nel 2023 Luckey aveva accennato alla possibilità di modificare geneticamente i cani per le esigenze dell’esercito.

  • In una puntata di un podcast alla quale partecipava, tra gli altri, Jacob Helberg, nominato da Trump sottosegretario di Stato agli affari economici nel gennaio 2025, Luckey ha dichiarato: «Pensate che i pastori tedeschi da 70 chili siano delle buone unità cinofile? E dei sinistri lupi («direwolves») da 270 chili che indossano 70 chili di armatura? […] Per ora sono estinti, ma non devono necessariamente rimanere tali».

Oltre a modificare il patrimonio genetico dei cani per renderli più performanti e resistenti, Warhound afferma di volerli dotare di tecnologie all’avanguardia, prodotte da Anduril, per fornire loro una «consapevolezza situazionale sul campo di battaglia». Ben Lamm lo riassume così: si tratta di un «programma Captain America per i cani» 3.

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Chi è Alain Soral? https://legrandcontinent.eu/it/2026/10/23/le-paradoxe-alain-soral/ Fri, 23 Oct 2026 15:35:14 +0000 https://legrandcontinent.eu/it/?p=54032 Inchiesta sul nazional-cospirazionismo, l’ideologia dell’estremista che mette a disagio l’estrema destra francese

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Dopo le dichiarazioni di Jordan Bardella pubblicate di recente dal media francese Mediapart, dove il numero due del Rassemblement National si lasciava andare a una dichiarazioni antisemite, citandolo, vale la pena ripercorrere la vicenda di questo punto di riferimento dell’estrema destra in Francia.

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Uno spettro si aggira nel panorama politico francese: un’ideologia nazionalista, antisemita e complottista di cui Alain Soral è l’incarnazione da oltre 25 anni. Attraverso libri e soprattutto innumerevoli video, è riuscito ad affermarsi come un leader d’opinione imprescindibile all’interno dell’estrema destra francese contemporanea. Negli Stati Uniti, grazie al ritorno al potere di Donald Trump, una corrente ideologica radicale e inizialmente marginale, «le Illuminismo oscuro» 4, ha acquisito una notevole visibilità e sembra ottenere una forma di riconoscimento ai massimi livelli. Infatti, uno dei suoi principali teorici, Curtis Yarvin, ha affermato di aver incontrato più volte il numero due dell’attuale amministrazione americana, il vicepresidente J. D. Vance, il quale lo ha citato esplicitamente già nel 2021, riprendendo pubblicamente molte delle sue idee. Una corrente radicale sembra così normalizzarsi, avvicinandosi al centro della vita politica americana. 

È ipotizzabile uno scenario del genere in Francia? Il Rassemblement National è profondamente influenzato dall’ideologia soraliana? Non pretendiamo di dare una risposta definitiva a queste domande, ma di partecipare al dibattito pubblico facendo luce sull’ideologia soraliana, i cui meccanismi, a nostro avviso, rimangono troppo poco conosciuti. Precisiamo che l’ideologia sviluppata da Alain Soral non rientra nella corrente ideologica propria dell’ «Illuminismo oscuro». Sebbene si possano osservare alcune somiglianze, in particolare la critica alla democrazia liberale e la denuncia di un potere occulto e diffuso, le loro origini intellettuali, i loro sistemi di valori e i loro progetti politici differiscono completamente. Lo stesso Alain Soral giudica negativamente questa ideologia, ritenendo che si tratti di un progetto volto a superare l’universalismo liberale, mentre egli sostiene, al contrario, un ritorno a una forma di universalismo repubblicano 5 – sebbene completamente snaturato, come vedremo. Resta da scrivere un’analisi comparativa; la prospettiva qui proposta ha il solo scopo di mettere in luce un precedente recente. Quest’ultimo permette di constatare che la marginalità ideologica non esclude la capacità di esercitare un’influenza significativa nel dibattito pubblico, se non addirittura sugli orientamenti del potere politico.

Un maschilismo in anticipo sui tempi?

Corrente ideologica eterogenea, il maschilismo emerge già negli anni ’70, in reazione al femminismo che si sta allora sviluppando nelle società occidentali, ma la sua ascesa diventerà più evidente negli anni 2010, grazie agli strumenti digitali. Per certi aspetti, i primi saggi di Alain Soral 6 prefiguravano alcune delle sue componenti: la riabilitazione della virilità, il rifiuto della femminilizzazione della società, l’incapacità delle donne di assumere una visione collettiva. Tuttavia, un’analisi attenta permette di individuare alcune specificità interessanti. Si possono già individuare le tre componenti essenziali che struttureranno l’ideologia soraliana, ovvero un uso rivendicato dello strumento di analisi marxista, riferimenti a valori tradizionali e reazionari e il ricorso a un complottismo già chiaramente identificabile.

Per Alain Soral, il femminismo non è altro che un «comunitarismo vittimistico» che consisterebbe nel mascherare la vera frattura che struttura le società umane, tra ricchi e sfruttati. La lotta femminista è quindi, ai suoi occhi, solo un’impostura. Egli precisa infatti che «la donna, non più dell’uomo, è una categoria sociale. L’interesse della borghese raramente coincide con quello della lavoratrice, che lei e le sue simili sfruttano senza nemmeno pensarci» 7. Si spinge addirittura oltre affermando che «la presunta opposizione uomo/donna mina la solidarietà salariale sul posto di lavoro» 8. Soral vede quindi nel femminismo una visione concorrente del marxismo che si ispirerebbe allo stesso principio della lotta perpetua come motore della storia – la lotta dei sessi che sostituisce quella delle classi. 

Alain Soral è apparso in numerosi programmi televisivi per presentare i suoi libri sulla seduzione, come in questa puntata del programma «Vie privée Vie publique», in compagnia della sorella Agnès, il 24 marzo 2003. Da allora, quest’ultima ha deciso di prendere le distanze da lui.

Egli denuncia inoltre la responsabilità del femminismo nell’alterazione dei valori virili, che secondo lui sono inerenti alla lotta politica e necessari ad essa – mentre la femminilità favorirebbe, al contrario, la sottomissione al dominio costituito. E precisa così: «secondo la mia teoria, la donna non è “il futuro dell’uomo”, ma quello (sic) della socialdemocrazia neoliberista, che passa necessariamente attraverso la depoliticizzazione “societaria” delle lotte sociali» 9. Alain Soral si basa qui sull’opera Sesso e carattere del filosofo austriaco Otto Weininger 10 in cui, secondo lui, si spiega che «la donna è un uomo privo di una visione collettiva del futuro, ovvero l’essere più facilmente manipolabile dalla politica» 11, e che il genio sarebbe intrinsecamente maschile. In quest’opera, Weininger concepisce la differenza tra uomo e donna solo in termini di inferiorità o superiorità, secondo una logica del tutto gerarchica ed essenzialista, ampiamente condivisa in certi ambienti intellettuali dell’epoca: «la donna» sarebbe guidata soprattutto dall’affettività, il suo posto non sarebbe quindi nell’azione politica, ma nella sfera privata.

Soral ritiene inoltre che i movimenti femministi non abbiano nulla di spontaneo, ma siano invece orchestrati dalle élite oligarchiche al potere. Il loro scopo sarebbe quello di distogliere l’attenzione dei lavoratori dai veri rapporti di dominio. Qui emerge la logica complottista: nulla è frutto del caso né di complesse evoluzioni storiche e sociali; i fenomeni sociali e politici sono pianificati e organizzati da un numero esiguo di persone in grado di trarne profitto. 

Dalla critica al comunitarismo a un antisemitismo dalle molteplici forme

Nel suo primo libro apertamente politico 12, i comunitarismi vengono ritenuti responsabili di una grave violazione dell’universalismo repubblicano, dell’unità della nazione e del progresso sociale. Soral attribuisce un ruolo centrale al «comunitarismo ebraico», poiché questo sarebbe, secondo lui, la comunità più potente, meglio organizzata e più dannosa. Essa manipolerebbe gli altri per dividere il popolo, creando così problematiche e questioni secondarie, che però presenterebbe come essenziali (la questione del matrimonio omosessuale, ad esempio), al fine di mascherare il proprio dominio. Tutte le crisi sociali e le tensioni comunitarie sarebbero quindi orchestrate al solo scopo di creare un diversivo, una cortina fumogena, che nasconda il vero dominio all’opera nella nostra società, quello dell’élite ebraica.

Vale la pena riportare integralmente la seguente citazione, poiché costituisce un’eccellente sintesi del pensiero di Soral su questo argomento (nel suo discorso, l’espressione «quella gente» si riferisce alle élite ebraiche): «Ci troviamo in un paese in cui quella gente è riuscita a raggiungere la posizione che occupa oggi, e quando si assiste alla cena del CRIF [Il Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche di Francia, la principale unione ebraica del Paese, ndt]si capisce benissimo che si tratta di una posizione dominante […]. E si vede chiaramente che governano in nome dell’uguaglianza per imporre una visione del mondo totalmente inegualitaria, che è interamente racchiusa nei due pilastri su cui si fonda la loro visione del mondo: popolo eletto, terra promessa; è abbastanza evidente. Come possono proteggersi da questa evidenza, che io chiamo i valori della Torah? Attraverso la Shoah, perché ogni volta che li si mostra come dominanti e dediti al doppio standard, e persino alla strategia del «divide et impera», tirano fuori il jolly della Shoah, da cui deriva l’ipertrofia della storia della Shoah oggi. La Shoah come scudo per governare secondo le regole della Torah, che è una visione del mondo razziale, inegualitaria, teologica» 13. Sono identificabili tutte le componenti dell’antisemitismo soraliano: l’antigiudaismo teologico, l’antisemitismo economico, un antisionismo radicale e complottista e il negazionismo.

In che modo Alain Soral «giustifica» il proprio antisemitismo? «La verità è che ho scoperto il dominio ebraico mentre studiavo la lotta di classe», afferma, «e del resto i due concetti si integrano molto bene dal punto di vista storico» 14. Alain Soral stabilisce uno stretto legame tra il «dominio ebraico» che intende denunciare e lo sfruttamento economico. Ciò rimanda a ciò che si può definire «antisemitismo economico» e denote anche una visione complottista – questa idea di dominio che evoca un potere nascosto e illegittimo. Lo storico Michel Dreyfus, nella sua opera L’antisemitismo a sinistra 15, individua una correlazione tra il pensiero anticapitalista di alcuni autori (Proudhon, Toussenel) e un antisemitismo anch’esso in forte ascesa nella seconda metà del XIX secolo. 

L’estrema destra francese allora nascente, sulla scia di Édouard Drumont[deputato e scrittore francese della fine del XIX sec., noto soprattutto per aver fondato la Lega antisemita di Francia nel 1899, ndt], non tarderà a fare propria questa analisi. Infatti, «l’internazionalismo degli ebrei» e il mito dell’«ebreo errante» sono presenti, ad esempio, negli scritti di Maurice Barrès: «Gli ebrei non hanno una patria nel senso in cui la intendiamo noi. Per noi, la patria è il suolo e gli antenati, è la terra e i morti. Per loro, è il luogo in cui trovano il loro massimo interesse; la patria è un’idea. Ma quale idea? Quella che è loro più utile» 16. Alain Soral si inserisce pienamente in questa continuità. Indica il neoliberismo, l’ultraliberismo economico e il liberalismo libertario (concetto mutuato da Michel Clouscard) come suoi avversari, attribuendo al contempo alla comunità ebraica la guida dell’«oligarchia mondialista» – in particolare attraverso il sistema bancario che egli presenta come uno strumento degli ebrei: «questa comunità ebraica organizzata a livello internazionale che oggi domina il mondo occidentale, grazie all’ascesa di quel capitalismo finanziario che ha sostituito il feudalesimo cristiano» 17. Soral personalizza qui fenomeni economici complessi e di ampia portata come il liberalismo economico, il cui sviluppo attribuisce a individui o gruppi di individui che ne sarebbero all’origine. Si tratta di una delle peculiarità del modo di pensare complottista: occorre individuare dei colpevoli, dei capri espiatori.

L’approccio razziale è poco sottolineato da Soral, ma non del tutto assente. Nel corso di un’intervista realizzata nel giugno 2014, Soral commenta un’intervista al presidente russo Putin, condotta dal giornalista francese Jean-Pierre Elkabbach, e pronuncia le seguenti parole: «e poi abbiamo visto anche il piccolo Elkabbach – qui entra in gioco la mia analisi un po’ più incentrata sulla razza e sulla comunità – che è il piccolo semita sefardita, sottomettersi alla fine come una donna a qualcuno che rappresenta ancora, direi, in un certo senso la virilità ariana, anche se è slava, e questa è la giusta gerarchia tradizionale» 18. Possiamo qui tornare a Otto Weininger, un autore che, per sua stessa ammissione, ha avuto grande importanza per Soral. A proposito del suo Sesso e carattere, Jacques Le Rider scrive: «La donna condivide con l’ebreo il ruolo di incarnare l’assoluto negativo e il germe della decadenza» 19. 

Nel suo «Capitolo XIII: Gli ebrei», Weininger traccia infatti un ritratto particolarmente negativo dell’«ebreo», considerandolo come una razza specifica, incapace di incarnare le caratteristiche maschili positive da lui descritte. Questo legame tra donne ed ebrei è un luogo comune molto antico degli antisemiti, secondo Léon Poliakov 20. Per Weininger, come per Drumont, Henry Coston e numerosi altri autori antisemiti successivi, gli ebrei hanno in comune una «mentalità», una particolare costituzione psichica. Il Rider sottolinea il fatto che Weininger non attinge quasi nulla dalla biologia, anche se le sue considerazioni essenzialiste si inseriscono chiaramente in una logica razzista. La stessa logica si sviluppa nell’ideologia soraliana.

Sebbene sia importante distinguere tra antisionismo e antisemitismo, nel caso di Soral il suo antisionismo radicale, essenzialista e complottista può essere considerato un’altra forma di antisemitismo. Nel suo discorso, Soral equipara gli ebrei ai sionisti: ogni ebreo, anche se francese, è sospettato e spesso accusato di essere un sostenitore o addirittura un agente di Israele. Il CRIF è per Soral uno dei principali canali di questo «potere sionista», motivo per cui ribadisce regolarmente che «la lotta principale, la più seria, è quella contro il CRIF, contro il sionismo internazionale, contro l’ebraismo politico» 21. Il sionismo è quindi percepito qui come una rete di influenza estremamente potente alla quale tutti i decisori politici sarebbero costretti a sottomettersi se volessero proseguire la propria carriera politica e scalare i gradini della gerarchia. Nell’argomentazione di Soral, antisionismo e antisemitismo sono quindi strettamente legati: il primo può fungere da alibi per il secondo, ma spesso sono proprio dall’antisemitismo più classico che vengono tratti gli argomenti per denunciare il sionismo. 

Aggiungiamo che il negazionismo deve essere considerato come la quarta componente dell’antisemitismo soraliano. Come è noto, per una parte dell’estrema destra francese, la realtà del genocidio degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale sarebbe una menzogna particolarmente nefasta, un «ostacolo da abbattere». Innanzitutto perché il genocidio criminalizza il nazismo e il fascismo, rendendo più difficile la loro riabilitazione. In secondo luogo, perché ciò consentirebbe agli ebrei di assumere il ruolo di vittime e di rendersi così intoccabili. Soral fa proprio questo discorso e conclude il suo video in omaggio a Robert Faurisson, figura di spicco del negazionismo in Francia, dichiarando: «penso che la Francia potrà un giorno essere liberata, la Francia come nazione e come popolo, solo il giorno in cui sarà caduta l’ignobile e iniqua legge Gayssot; che non vi sia alcuna reale possibilità, come dice molto bene Vincent Reynouard 22, di una rinascita nazionalista e dell’orgoglio di un popolo nazionale fintanto che il revisionismo storico sarà vietato». Conclude auspicando che «se un giorno la Francia sarà liberata», ci siano «viali e scuole intitolati a Robert Faurisson» e affermando che egli «ha avuto una vita cristiana, che è un modello e un maestro» 23.

Un nazionalismo anti-imperialista e complottista

Per Alain Soral, il nemico da combattere è l’«Impero», una sorta di nebulosa organizzata in reti, dominata da un’élite ebraica onnipotente il cui obiettivo sarebbe lo smantellamento delle nazioni al fine di attuare una governance mondiale. È quindi logico che, secondo lui, sia lo Stato-nazione a dover essere protetto per poter resistere a questo processo globalista distruttivo. Di fronte a ciò, egli sostiene la «doppia riconciliazione nazionale». Questa si realizza, da un lato, tra la «sinistra del lavoro» e la «destra dei valori», che egli contrappone a una sinistra deviata – interessata esclusivamente alle questioni sociali – e a una destra finanziaria apolide. D’altra parte, essa si realizza tra i «francesi autoctoni» e gli immigrati, in particolare i musulmani, spinti, secondo lui, allo scontro dalla comunità ebraica che spera così di imporsi «dividendo per regnare meglio». Esiste quindi, dal suo punto di vista, un nazionalismo buono e uno cattivo, quest’ultimo incarnato da Reconquête di Éric Zemmour ma anche dal Rassemblement national. Entrambi, così come i piccoli gruppi identitari, sarebbero rappresentativi del «nazionalismo sionista» che cade nella «trappola dello scontro di civiltà».

Soral ritiene che la linea identitaria e islamofoba si collochi oggettivamente dalla parte dell’«Impero», poiché equivarrebbe a favorire lo scontro di civiltà. Ciò porta Soral ad affermare, nel tipico stile complottista che lo contraddistingue: «gli identitari sono tutti agenti dell’Impero e sionisti» 24. Gli identitari, dal canto loro, considerano Soral un complice oggettivo dell’invasione musulmana. In sintesi, Soral punta all’unione con i musulmani contro una parte della comunità ebraica; mentre gli identitari, al contrario, cercano piuttosto l’unione con gli ebrei contro i musulmani. Tra le due posizioni, il dialogo sembra quindi impossibile. L’ascesa del movimento identitario all’interno dell’estrema destra francese contribuisce quindi innegabilmente a emarginare le tesi soraliane. Alain Soral analizza allo stesso modo l’evoluzione del Rassemblement national dall’espulsione di Jean-Marie Le Pen. Secondo lui, poiché Marine Le Pen «desidera reintegrarsi domani nell’“arco repubblicano”, ovvero: la governance globale […], si oppone solo in apparenza agli interessi e alla logica dell’Impero» e, peggio ancora, «promuove di nascosto il conflitto di civiltà» 25. Soral le rimprovera inoltre un’eccessiva sottomissione alla «lobby ebraica e sionista»: «Marine Le Pen fa teshuvah per ottenere il diritto di uscire dall’esclusione post-nazista e reintegrarsi nell’arco repubblicano, che è il dominio giudaico-massonico sulla Francia» 26. 

Jean-Marie Le Pen nel suo ufficio, con in mano un libro di Alain Soral. Tenuta di Montretout. Saint-Cloud. 12 ottobre 2017.

D’altra parte, l’«Impero» – che secondo lui si appoggia a due Stati completamente asserviti, gli Stati Uniti e Israele – ricorrerebbe, per dominare, a molteplici complotti e manipolazioni che Soral si prefigge di smascherare. Il ricorso a diverse teorie del complotto come fattore esplicativo degli sviluppi storici e degli eventi recenti è quasi sistematico nell’ideologia soraliana. Questo procedimento gli permette di mantenere la coerenza complessiva della sua ideologia neutralizzando le contraddizioni che potrebbero mettere in discussione il suo paradigma. Per Karl Popper, «secondo la teoria della cospirazione, tutto ciò che accade è stato voluto da coloro che ne traggono vantaggio» 27, e Pierre-André Taguieff precisa che «dal punto di vista complottista, le coincidenze non sono mai casuali, hanno valore di indizio, rivelano connessioni nascoste e consentono di elaborare modelli esplicativi degli eventi» 28. L’ideologia soraliana corrisponde esattamente a questi elementi definitori. 

Gli attentati dell’11 settembre 2001, così come quelli avvenuti a Parigi nel gennaio e nel novembre 2015, vengono interpretati come altrettanti complotti. Questi eventi potrebbero, a prima vista, essere visti come un limite significativo alla sua visione del mondo, secondo la quale sarebbe logico l’emergere di un’alleanza tra la cristianità e il mondo musulmano contro i valori dell’ebraismo e del sionismo. Questi attentati sono infatti considerati da alcuni esponenti dell’estrema destra come il simbolo della lotta dell’Islam contro l’Occidente giudaico-cristiano, avvalorando così piuttosto i sostenitori della teoria dello scontro di civiltà. Tuttavia, attraverso la teoria del complotto, Soral ribalta questi fatti, spiegando che i veri autori non sarebbero quelli ufficialmente indicati. Per giungere a questo tipo di conclusione, in assenza di prove, il ragionamento si basa principalmente sulla domanda: «A chi giova il crimine?» 29. Pertanto, poiché il governo degli Stati Uniti ha potuto trovare negli attentati dell’11 settembre 2001 un buon pretesto per intervenire in Medio Oriente, sono necessariamente i suoi stessi membri, legati allo «Stato profondo», ad averli organizzati.

Tali procedimenti ricordano l’interpretazione di Édouard Drumont, autore dell’opera antisemita La France juive, riguardo alla sparatoria di Fourmies del 1° maggio 1891 30. Si trattava in realtà di una manifestazione operaia che fu repressa nel sangue dall’esercito. Ora, per Drumont è inconcepibile che l’esercito e il popolo possano essere in opposizione; ne deduce quindi che sia stato il prefetto, un ebreo, il quale – proprio perché ebreo – abbia dato quell’ordine al fine di dividere i francesi tra loro. «Divide et impera» è proprio, insieme a «a chi giova il crimine?», un’altra espressione particolarmente utilizzata da Soral per giustificare la veridicità delle sue teorie.

In sintesi, Alain Soral non introduce grandi novità. La maggior parte delle sue idee, in particolare quelle antisemite e complottistiche, era già stata formulata in termini simili più di un secolo fa da autori a cui egli fa spesso riferimento. La sua particolarità risiede nella sintesi aggiornata e adattata alle sfide contemporanee che riesce a produrre. Ciò si basa anche sulla sua posizione, in controtendenza rispetto alla corrente dominante all’interno dell’estrema destra francese, ovvero la linea identitaria che si sforza invece di abbandonare questa eredità ingombrante, ritenuta controproducente. Qui si presenta un paradosso centrale, poiché Soral pretende di emanciparsi dall’unica visione reazionaria e nazionalista tradizionale attingendo a riferimenti di sinistra e sostenendo l’unione con gli immigrati musulmani, ritornando al contempo ai riferimenti più radicali dell’estrema destra francese – Maurice Bardèche, Henry Coston e molti altri.

Una diffusione di successo, ma limitata

Al di là del successo commerciale dei suoi libri 31, è soprattutto grazie alla diffusione di video su Internet che Alain Soral si è affermato nella sfera pubblica, facendo della provocazione il suo marchio di fabbrica e una delle principali fonti della sua notorietà. Come Jean-Marie Le Pen, l’uso della provocazione svolge due funzioni in Soral: tenere un discorso offensivo e seducente, che individua chiaramente i nemici da combattere; e posizionarsi come vittima del sistema denunciato, il che gli attira la simpatia e il sostegno di una parte del suo pubblico. Le azioni legali, definite «persecuzioni», vengono così presentate da Soral e considerate dai suoi fedeli come altrettanti segni di una reale ribellione al «Sistema». Tra il 2015 e il 2016, al culmine della sua influenza, il suo sito web «Égalité et Réconciliation» figurava tra i siti politici più visitati in Francia, con oltre 8 milioni di visite mensili e video che a volte superavano il milione di visualizzazioni. La chiusura dei suoi account Twitter e YouTube nel 2020 sembrava destinata ad accelerare un certo declino e una perdita di pubblico. Tuttavia, Soral è riuscito a mantenere la propria presenza utilizzando altre piattaforme, per poi tornare su Twitter – diventato X nel 2023 – e beneficiando di una notevole visibilità su YouTube attraverso canali affini – i video raggiungono regolarmente diverse centinaia di migliaia di visualizzazioni nel 2026. È tuttavia opportuno essere cauti, poiché è vero che una visualizzazione non testimonia necessariamente l’adesione all’ideologia.

Ricorrendo a una strategia metapolitica che si avvale principalmente di Internet e di strumenti di comunicazione moderni quali video, social network, meme e espedienti, Soral è riuscito a diffondere su vasta scala la propria ideologia, anche al di là dei consueti circoli dell’estrema destra. Ciò si spiega in parte con la padronanza dei codici comunicativi propri della cultura del web, ma anche con lo «stile» adottato da Soral. Inoltre, la diffusione del complottismo nelle società occidentali, unita a una recrudescenza dei sentimenti nazionalisti e, nel caso della Francia, persino dell’antisemitismo, permette di comprendere che l’ideologia soraliana sta vivendo un momento favorevole. Diversi recenti sondaggi d’opinione testimoniano infatti la portata dell’antisemitismo e del complottismo all’interno della popolazione francese 32. Questo contesto può spiegare in gran parte il successo della diffusione dell’ideologia soraliana. Si tratta di un’ideologia che, in fondo, si nutre delle debolezze della democrazia: della perdita di fiducia nelle istituzioni, del rifiuto dei principali organi di informazione, delle difficoltà di integrazione nel modello economico liberale e della propensione alla marginalità e all’eccesso di una frangia della gioventù. 

Detto questo, nonostante l’attenzione mediatica di cui gode grazie al caso Bardella, l’ideologia soraliana rimane marginale. Se l’idea della «generazione Soral» messa in evidenza dalla stampa è interessante in quanto rivela un’influenza significativa che potrebbe aver superato i confini dell’estrema destra tradizionale, è senza dubbio molto esagerata. Se la radicalità può essere considerata uno strumento di persuasione, poiché la trasgressione attrae e seduce, lo è solo in una certa misura. L’eccesso e l’estremismo possono poi rivelarsi fattori di repulsione, impedendo di trasformare la notorietà mediatica in una reale influenza politica.

Negli ambienti nazionalisti, Alain Soral sembra ormai suscitare più rifiuto che ammirazione. La sua volontà di allearsi con i musulmani, il suo antisemitismo ossessivo, le sue analisi sistematicamente complottistiche appaiono a molti eccessive, persino all’estrema destra dello scacchiere politico, poiché dannose per l’ambizione di conquistare il potere. È senza dubbio questo il suo limite principale: la linea politica scelta e la strategia adottata dalla corrente identitaria, dominante all’interno dell’estrema destra francese e in particolare nel Rassemblement national 33, divergono fortemente da quelle di Alain Soral.

Dal suo esilio in Svizzera nell’ottobre 2019, e successivamente in Russia nel febbraio 2026 a seguito della condanna a due anni di reclusione senza condizionale con mandato di arresto 34, la radicalità del suo discorso si è ulteriormente accentuata. La lettera del Ministero dell’Interno datata 9 ottobre 2026, che informa Alain Soral della procedura di scioglimento della sua associazione, rivela in una decina di pagine innumerevoli dichiarazioni estremiste, antisemite e complottistiche, pronunciate esclusivamente nel corso del 2025. Alain Soral avrebbe potuto scegliere una strategia diversa, quella di una sorta di normalizzazione che consistesse nell’esprimere le sue idee radicali solo in modo velato, come all’inizio degli anni 2000. Ha invece intrapreso la strada opposta: la sua propensione alla marginalità e alla provocazione sembra non conoscere più limiti. La sua recente esposizione mediatica, unita a condanne sempre più severe, sembra del resto rafforzarlo nella strada che ha intrapreso. Alain Soral è un mistico dichiarato che afferma di avere una missione da compiere, se non addirittura un destino da realizzare.

Nonostante il suo passaggio al Front National tra il 2005 e il 2009 e la forte presenza della sua ideologia nel dibattito pubblico, Alain Soral non sembra aver esercitato un’influenza determinante sulla linea politica oggi rivendicata dal Rassemblement National. La sua emarginazione e la condanna delle sue posizioni antisemite e complottistiche inducono piuttosto a ipotizzare una sua eventuale influenza indiretta su una parte dei militanti e dei dirigenti del partito di Marine Le Pen. Tale influenza potrebbe assumere la forma di una diffusione intellettuale diffusa, la cui portata rimane difficile da misurare, in particolare per la mancanza di un sufficiente distacco storico. In ogni caso, l’ideologia soraliana appare come un fenomeno significativo nella storia delle idee politiche in Francia, in questo inizio del XXI secolo.

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In Italia, lo sciopero dei camionisti paralizza il Sud del Paese https://legrandcontinent.eu/it/2026/10/23/in-italia-lo-sciopero-dei-camionisti-paralizza-il-sud-del-paese/ Fri, 23 Oct 2026 13:17:35 +0000 https://legrandcontinent.eu/it/?p=54007 I produttori di mozzarella sono stati costretti a sospendere la produzione

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Da due settimane, lo sciopero degli autotrasportatori contro l’aumento del prezzo del gasolio sta paralizzando il Sud Italia. Il governo Meloni ha stanziato ieri, giovedì 22 ottobre, un aiuto di 175 milioni di euro, di cui 105 milioni destinati agli autotrasportatori, ma i blocchi continuano in Campania 35.

  • Il movimento è stato lanciato all’inizio di ottobre in Calabria e in Puglia, per poi estendersi alla Campania, alla Sicilia, alla Basilicata e al Molise. È portato avanti da piccole imprese di trasporto, spesso proprietarie dei propri autocarri.
  • All’origine di questa rabbia c’è il prezzo del carburante: fino a febbraio, gli autotrasportatori beneficiavano di un rimborso delle accise sul gasolio professionale pari a 26,9 centesimi al litro. Il governo lo ha ridotto a causa della diminuzione generale delle accise, per poi compensare tale misura con un credito d’imposta che le organizzazioni di categoria ritengono insufficiente e il cui versamento è troppo lento.
  • Dopo diversi preavvisi di sciopero nazionale in primavera, la mobilitazione è ripresa quest’autunno in modo più radicale, su iniziativa di collettivi regionali, con blocchi sulle autostrade e all’ingresso dei porti.

In Italia, dove il gas rappresenta oltre la metà dell’energia consumata dalle famiglie per il riscaldamento, il prezzo del gas pagato dalle famiglie è aumentato del 62% in cinque anni.

Il primo bilancio economico del fenomeno, ancora parziale, evidenzia la vulnerabilità dei settori del Sud:

  • Secondo Confcommercio Sicilia, una delle principali organizzazioni del commercio meridionale, questi cinque giorni di blocco sono costati tra i 40 e i 50 milioni di euro alla grande distribuzione e alla filiera dei prodotti freschi dell’isola 36.
  • Il settore agroalimentare è quello più colpito: il produttore di pasta Rummo ha dovuto sospendere la produzione, La Molisana ha ridotto la propria e i produttori di mozzarella sono stati costretti a interrompere l’attività all’inizio della settimana a causa della carenza di latte di bufala 37
  • Gli aeroporti di Crotone e Reggio Calabria sono a corto di cherosene e gli scaffali di carne, frutta, latte fresco e acqua minerale sono vuoti in Campania, Puglia e Calabria.

L’entità dei disagi è dovuta alla mancanza di alternative all’autotrasporto nel sud del Paese.

  • In Italia, il 96,8% delle merci trasportate sul territorio circola su strada. Il trasporto merci su rotaia è concentrato nel nord del Paese, regione in cui si concentra la maggior parte dell’industria e da cui proviene circa l’82% delle merci trasportate su rotaia.
  • Il divario è ancora più marcato per i flussi interni a ciascuna grande regione. Nelle regioni del Sud, per ogni tonnellata trasportata su rotaia, circa 510 tonnellate di merci viaggiano su strada, mentre nel Nord-Ovest questo rapporto è di circa 50.

Il governo oscilla tra una politica di sostegno e una di fermezza.

  • Il Ministero dell’Interno riferisce che sono stati identificati 1.339 camionisti, 71 dei quali sono stati denunciati alle autorità giudiziarie.
  • Giorgia Meloni ha annunciato di aver raggiunto un accordo con le organizzazioni dei trasportatori, avvertendo al contempo che il governo non tollererà le intimidazioni da parte di chi dovesse continuare a organizzare blocchi stradali.

Le elezioni legislative dovranno tenersi al più tardi nel settembre 2027 e il governo Meloni, al potere dall’ottobre 2022, teme di essere superato sulla destra, in particolare nel sud del Paese. Futuro Nazionale, il partito di estrema destra fondato dall’ex generale Roberto Vannacci dopo la sua uscita dalla Lega, ha ottenuto il 10,94% dei voti alle elezioni suppletive di Reggio Calabria alla fine di settembre. 

A meno di un anno dalle elezioni, il Paese sembra diviso in due.

  • Nel nord del Paese, l’opposizione al governo e all’aumento del costo della vita si traduce in atti di vandalismo e violenze urbane, in particolare a Milano e a Bologna. Nel dibattito pubblico, in particolare a destra, questi scontri sono stati attribuiti ai «maranza», termine che indica i giovani dei quartieri periferici, spesso di origine immigrata.
  • Nel sud del Paese, la mobilitazione è guidata dagli autotrasportatori, ai quali si sono uniti gli agricoltori che talvolta espongono la bandiera italiana sui propri camion. È anche per questo motivo che una parte del centro-destra ha accolto il movimento con favore.
  • L’opposizione di centro-sinistra si è schierata a fianco degli autotrasportatori, mentre i sindaci di Napoli e Bari denunciano città paralizzate e sommerse dai rifiuti.

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In Ucraina, la trappola del cessate il fuoco “trumpista” https://legrandcontinent.eu/it/2026/10/23/in-ucraina-la-trappola-del-cessate-il-fuoco-trumpista/ Fri, 23 Oct 2026 09:55:44 +0000 https://legrandcontinent.eu/it/?p=53974 Perché una tregua in Ucraina, senza una deterrenza europea, preparerebbe il terreno per la prossima guerra

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Si torna a parlare della possibilità di un cessate il fuoco in Ucraina con il congelamento delle posizioni. Al di là della speranza che suscita sempre la prospettiva di una cessazione dei combattimenti, occorre tuttavia mantenere un atteggiamento prudente. Una simile possibilità non è necessariamente sinonimo di pace a lungo termine, ma spesso comporta complicazioni e nuove violenze. I negoziati, evidentemente spinti da una Casa Bianca alla ricerca di successi diplomatici prima delle elezioni di medio termine, potrebbero progredire rapidamente se la parte russa si mostrasse interessata. Infatti, ricordiamo che da tempo l’Ucraina si dichiara pronta a un cessate il fuoco preliminare ai negoziati di pace, mentre Mosca rifiutava il principio di una cessazione dei combattimenti prima di aver ottenuto soddisfazione alle proprie richieste.

I prossimi due mesi, prima dell’insediamento del nuovo Congresso americano, potrebbero rivelarsi particolarmente difficili per l’Ucraina: due settimane dopo le elezioni di medio termine, Donald Trump partirà per l’Asia, dove parteciperà al vertice della Cooperazione economica Asia-Pacifico a Shenzhen. Si è detto disponibile a un incontro trilaterale proposto dal Cremlino tra lui, Putin e Xi Jinping. Successivamente, il 20 dicembre, l’amministrazione ospiterà a Miami il vertice del G20, che, secondo diverse fonti diplomatiche, sarà l’occasione in cui Trump spera di raggiungere un accordo sull’Ucraina. Ha già espresso il desiderio di vedere Putin partecipare all’incontro, anche se quest’ultimo non ha ancora confermato la propria presenza.

Un cessate il fuoco in Ucraina non dovrebbe farci nutrire false speranze.

Stéphane Audrand

Supponiamo che Vladimir Putin accetti questo scenario: una cessazione dei combattimenti e un “congelamento” delle attuali posizioni delle due parti. Le voci diplomatiche che circolano intorno ai negoziati in corso accennano anche alla possibilità di una zona smilitarizzata e all’impegno degli europei a fornire «garanzie di sicurezza». Si parla anche di una moratoria sull’adesione dell’Ucraina alla NATO e del pagamento dei costi di ricostruzione da parte degli europei, che sembrano destinati a pagare per una guerra che non hanno iniziato e per danni che non hanno causato. E, naturalmente, come l’URSS nel 1991, la Russia del 2026 non sarebbe nuovamente chiamata a rispondere di nessuna delle sue aggressioni né dei suoi crimini, e tutto potrebbe «continuare come se nulla fosse».

Donald Trump è sicuramente disposto a spingersi molto lontano in termini di concessioni all’Ucraina e all’Europa, a condizione di poter affermare di aver fermato la guerra senza mettere a rischio la vita di un solo soldato americano né spendere un solo dollaro. Cercherà inoltre di appropriarsi delle risorse minerarie e agricole dell’Ucraina.

Dove finisce la Russia?

Un cessate il fuoco è semplicemente ciò che è: la cessazione dei combattimenti sulla base delle posizioni occupate dalle due parti al momento della sua conclusione. Un concetto che era ragionevolmente chiaro nel XX secolo, quando le linee del fronte erano la norma e si sapeva approssimativamente dove finivano le posizioni di una parte e dove iniziavano quelle dell’altra. Anche se, già allora, la situazione era più complicata nelle città, come si è potuto constatare da Beirut a Sarajevo.

Nel 2026, in Ucraina, il problema è che non esiste più una «linea del fronte», ma una zona di contatto diffusa, intrecciata e contesa in cui coesistono le posizioni delle parti belligeranti. Questa zona grigia si estende da 10 a 50 chilometri a seconda dei settori. Primo problema, quindi: «dove si trova la linea di cessate il fuoco»? È molto probabile che Mosca ritenga che il soldato russo più avanzato, anche se isolato e privo di mezzi oltre a quelli che porta con sé, definisca il «controllo russo», anche se non effettivo.

I cessate il fuoco vengono molto spesso violati. Dal Libano al Donbass, passando per il Nagorno-Karabakh, ciò accade purtroppo spesso quando le parti in conflitto cessano i combattimenti non per volontà propria, ma per costrizione. I colpi di artiglieria e gli attacchi alle pattuglie diventano allora la norma, cosa che le diverse forze di osservazione spesso non possono fare altro che deplorare, quando non ne sono esse stesse vittime. Violare il cessate il fuoco sarà tanto più facile per l’aggressore russo, nell’era dei droni, in quanto nessuno è in grado di avere una visione trasparente e in tempo reale della situazione in questo groviglio, nonostante i progressi dei sensori e dei software. E ogni movimento dei soldati sarà un pretesto per denunciare una «violazione». Ricordiamo che questa situazione si è già verificata nel Donbass nel 2015: la Russia, pur essendo massicciamente presente, si presentava allora come una terza parte, sostenendo che la questione fosse una questione tra «separatisti e ucraini». E Mosca impediva agli osservatori dell’OSCE di attribuire le violazioni del cessate il fuoco, che ufficiosamente venivano attribuite in gran parte alla Russia e ai suoi alleati.

75.000 km² di terra di nessuno

La conseguenza logica di un cessate il fuoco duraturo è la zona demilitarizzata, o “DMZ” in inglese. Si tratta di una zona neutralizzata, in cui nessuno può più entrare, al fine di limitare gli “incidenti”. È noto che ciò può funzionare a condizione che la zona sia ermeticamente chiusa, priva di corridoi civili e con un numero molto limitato di punti di attraversamento. In Corea, questa è la situazione che prevale dal 1953. Non è pace, non è proprio guerra, ma una situazione congelata lungo il 38° parallelo, al punto che si ha l’impressione che ci siano «sempre» state due Coree. La DMZ in Corea è costituita da circa 4 chilometri di terreno densamente minato, recintato con filo spinato e sorvegliato da sensori, dagli occhi delle sentinelle ai satelliti, passando per radar e sensori acustici. E dietro la DMZ, le due Coree mantengono eserciti in stato di allerta, dotati di abbondante artiglieria per reprimere qualsiasi tentativo di attraversamento. Su 250 km, ciò rappresenta comunque oltre 1.000 km² di territorio «sacrificato». Nell’era dei droni, la logica vorrebbe che una DMZ tra l’Ucraina e la Russia fosse più ampia. Di quanto? Idealmente, 50 km, per impedire l’attraversamento da parte della maggior parte dei droni FPV e per trovarsi oltre la gittata della maggior parte dei pezzi di artiglieria comuni. Sarebbe quindi necessario sacrificare tra i 4 e i 50 km lungo i 1.500 km della linea di contatto. Fino a 75.000 km² di territorio che la Russia aveva riconosciuto per ben tre volte come ucraino. Forse per un secolo. Questo scenario di zona demilitarizzata è tanto meno auspicabile in quanto richiederebbe che ciascuna parte rinunci a una parte delle proprie posizioni attuali. Ciò potrebbe costringere l’Ucraina a cedere ulteriore terreno e ad abbandonare le proprie posizioni fortificate nel Donbass. Si tratta del resto senza dubbio di uno dei limiti che potrebbero far fallire un accordo: se Vladimir Putin esigesse che l’agglomerato di Sloviansk-Kramatorsk gli fosse consegnato prima della tregua, l’Ucraina potrebbe rifiutare qualsiasi cessate il fuoco.

Donald Trump è sicuramente disposto a spingersi molto oltre in termini di concessioni nei confronti dell’Ucraina e dell’Europa.

Stéphane Audrand

Ma se venisse dichiarato un cessate il fuoco, come si può garantire che la Russia rispetti l’Ucraina e la sua integrità territoriale in futuro? La questione delle garanzie di sicurezza si pone inevitabilmente non appena vengono installati i cartelli della zona demilitarizzata (DMZ). Occorre qualcuno che garantisca, se non la pace, almeno l’assenza di conflitti.

In Corea, dal 1953, i due “promotori” della guerra non vogliono più combattere, ma tengono sotto controllo la situazione. La Cina è presente da un lato del confine e gli Stati Uniti sono schierati in gran numero nella Corea del Sud per evitare il disastro dell’inizio della guerra, nel 1950, quando la Corea del Nord andò vicinissima a riuscire a ottenere la riunificazione con la forza. Ma in Ucraina non ci saranno due «sponsor» che non vogliono combattere. Ci sarà la Russia, l’aggressore che ha tutto il tempo del mondo, e l’Ucraina che spera in garanzie che gli Stati Uniti non vogliono darle. Si capisce, del resto, che gli ucraini siano cauti. Il memorandum di Budapest del 1994, con cui il Regno Unito, la Russia e gli Stati Uniti «riaffermavano il loro impegno […] a rispettare i confini esistenti (dell’Ucraina) », in cambio della rinuncia alle armi nucleari sovietiche rimaste sul suo territorio, ha lasciato l’amaro in bocca. 

Una coalizione dal mandato poco chiaro

Garantire la sicurezza di un Paese è in realtà molto semplice: basta essere pronti a combattere per difenderlo in caso di attacco. Il principio è facile da comprendere, ma la sua attuazione è più complessa. Dal 1949, gli europei dubitano spesso della sincerità della promessa americana, pur essendo esplicitamente sancita dal Trattato del Nord Atlantico e concretizzata dalla presenza delle forze armate statunitensi in Europa. Per quanto riguarda l’Ucraina, sembra che, nella mentalità americana, sarà la «coalizione dei volontari» a entrare nel territorio ucraino per… «garantire» qualcosa. Ma cosa, e con quale mandato? Non lo si sa con esattezza. Si intuiscono però le riserve della Casa Bianca, che preciserà che un attacco della Russia contro le forze europee in Ucraina non potrebbe giustificare il ricorso all’articolo 5 della NATO da parte dei paesi europei coinvolti. Poiché la Russia bloccherebbe qualsiasi mandato in seno al Consiglio di Sicurezza, si eviteranno i «caschi blu», che sarebbero nel migliore dei casi inefficaci e nel peggiore un disastro. E non si avrà mai alcuna risoluzione adottata ai sensi del capitolo VII che sia favorevole all’Ucraina.

Inoltre, una forza europea in Ucraina: secondo le ultime notizie, la Russia non la voleva, accennando talvolta alla presenza di cinesi o pakistani. Sebbene sia possibile che alcune nazioni emergenti siano tentate di prendere piede in quella zona, è improbabile che Pechino si intrometta in questo vespaio.

La Russia vuole la fine della NATO, il ritiro degli Stati Uniti ai confini precedenti al 1989, la rinuncia a ogni sovranità effettiva e a ogni alleanza da parte degli ex membri del Patto di Varsavia.

Stéphane Audrand

Supponiamo tuttavia che la Russia acconsenta all’ingresso di europei in Ucraina. È proprio a questo che la Coalizione dei volontari, guidata da Francia e Regno Unito, dovrebbe essere preparata sul piano operativo. E gli Stati Uniti, dietro le quinte, forniscono il loro aiuto, in particolare per la futura sorveglianza del cessate il fuoco, e potrebbero continuare a farlo dalle loro basi in Germania. Ma l’Ucraina è un paese vasto. Anche mantenendo l’esercito ucraino in stato di allerta a lungo termine, il che sarà costoso, occorrerebbe almeno l’equivalente di 4 o 5 brigate europee costantemente sul posto. Ricordiamo che l’esercito francese ne ha oggi sei. È difficile immaginare che la Francia ne impegni più di una. Ne occorrerebbe quindi almeno una tedesca, una britannica, una scandinava e altre due da reperire sul continente. Il che potrebbe rivelarsi complicato. Queste brigate avrebbero soprattutto il compito di garantire una «presenza», sotto la copertura di batterie antiaeree e caccia che dovrebbero essere schierati sotto un comando separato. E tutte queste risorse verrebbero ovviamente a mancare al dispositivo esistente della NATO. Per molto tempo, poiché questo scenario potrebbe protrarsi tanto a lungo quanto la situazione in Corea, come già detto.

Agire subito per scoraggiare

Ci sono misure che potremmo adottare fin da subito per iniziare a dissuadere la Russia. Misure che andrebbero a vantaggio dei nostri interessi diretti, porrebbero gli europei al centro dei negoziati e costringerebbero sia Mosca che Washington a tenere conto delle nostre richieste. Potremmo, ad esempio, dichiarare che proteggeremo i reattori nucleari ucraini ancora in funzione da qualsiasi bombardamento, tenuto conto del rischio che comporterebbe per noi un bombardamento russo, intenzionale o meno, che li colpisse. Di fronte al numero crescente di incursioni di droni nello spazio europeo, potremmo anche decretare una zona di esclusione aerea sopra l’Ucraina e abbattere qualsiasi velivolo che volasse a ovest di Leopoli e si dirigesse verso l’Europa. Non si tratterebbe di azioni «escalatorie» che ci renderebbero «co-belligeranti», ma dimostrerebbero che anche noi abbiamo interessi da difendere.

Come si è ben compreso, un cessate il fuoco in Ucraina è uno scenario piuttosto complicato, per non dire da incubo. Certo, dal punto di vista umanitario è senza dubbio «meno grave» del protrarsi dei combattimenti. Ma non dovrebbe illuderci. Eppure lo farà. Ci illuderà. Una parte dell’opinione pubblica europea, e soprattutto della classe politica, aspira solo alla fine di questa guerra che li disturba, poiché si tratta di un conflitto esistenziale sul suolo europeo che andrebbe affrontato dal punto di vista dei nostri interessi di sicurezza, cosa che la classe politica non sa più fare. La classe politica europea è soprattutto esperta nel trasformare qualsiasi questione di politica estera in una presa di posizione e in una questione elettorale, senza più dedicarsi a un calcolo degli interessi. Se così fosse, l’unione sacra di fronte alla Russia sarebbe in atto già dal 2022, o addirittura dal 2014. Infatti, in modo del tutto egoistico, sostenere l’Ucraina è nel nostro interesse di fronte a una Russia espansionista e revisionista.

Un dopoguerra all’insegna delle tensioni

Sia in Russia che in Ucraina, un cessate il fuoco comporterà anch’esso grandi sfide. L’Ucraina dovrà organizzare le elezioni, il che potrebbe dare adito a tentativi di ingerenza su larga scala da parte della Russia. L’unione sacra potrebbe reggere per un po’, ma potrebbe incrinarsi in occasione della candidatura dei vari candidati alla successione del presidente Zelensky. La politicizzazione di una parte dell’esercito è un fatto innegabile che avrà un peso notevole. La società civile ucraina ha dimostrato una forte capacità di mobilitarsi per mantenere la rotta democratica ed europea, il che è fonte di ottimismo. L’Ucraina è senza dubbio destinata a vivere lo stesso fenomeno della «Camera dell’Orizzonte Blu» che caratterizzò l’Assemblea nazionale del 1919, quando numerosi veterani entrarono a far parte del parlamento. In entrambi i paesi, e soprattutto in Russia, il ritorno a casa di centinaia di migliaia di veterani sarà molto difficile e le tensioni sociali saranno enormi. In Russia si osserva già un aumento degli atti criminali violenti e del traffico d’armi, ben più marcato che in Ucraina. A Mosca si stanno inoltre affermando nuove élite, «forgiate sul campo di battaglia», che rivendicheranno la loro quota di potere e ricchezza all’interno del regime cleptocratico. Saranno senza dubbio più brutali e meno esperte nel «balletto diplomatico-militare» rispetto ai loro predecessori che hanno vissuto la guerra fredda. Le difficoltà economiche della Russia e l’instabilità della sua economia spingeranno Mosca a esercitare pressioni per una rapida revoca delle sanzioni, cosa che sarà approvata, ne siamo certi, da numerosi industriali europei, ansiosi di riprendere le forniture di gas russo. Una tregua potrebbe quindi allettare le élite russe, ma sarà sufficientemente breve da non far raffreddare il surriscaldamento dell’economia di guerra né smobilitare troppi soldati. Questa pausa consentirebbe loro di ottenere la revoca di alcune sanzioni, di attendere cambiamenti politici favorevoli in Europa, di preparare meglio la loro prossima aggressione e di sperare di riuscire nel prossimo «colpo di Kiev» tra sei mesi e due anni, dopo aver ricostituito le scorte e aver indotto gli europei a rinunciare a una parte del loro riarmo, per comodità quanto per miopia.

Violare il cessate il fuoco sarà tanto più facile per l’aggressore russo, nell’era dei droni, in quanto nessuno è in grado di avere una visione chiara e in tempo reale della situazione in questo groviglio.

Stéphane Audrand

Per alleviare le sofferenze del popolo ucraino, bisogna sperare che i combattimenti cessino. Ma diffidiamo delle false speranze. Non ogni cessazione dei combattimenti è sinonimo di pace giusta ed equa. La storia dimostra invece che il congelamento dei conflitti spesso non risolve nulla ed è solo un preludio alla ripresa della violenza. L’essenziale è che l’Ucraina possa scegliere il proprio destino in piena libertà. È altrettanto importante per noi renderci conto che dialogare con Mosca non «basta» affinché il regime russo cambi. L’ostilità delle élite russe nei confronti delle democrazie europee è strutturale. Il loro progetto era stato presentato con una certa candore alla fine del 2021 nell’ambito del doppio progetto di trattato. La Russia vuole la fine della NATO, il ritiro degli Stati Uniti ai confini precedenti al 1989, la rinuncia a ogni sovranità reale e a ogni alleanza da parte degli ex membri del Patto di Varsavia, che sarebbero quindi sottoposti alla sua influenza, alle sue ingerenze e alle minacce armate, il tutto ricostituendo l’URSS attraverso l’annessione delle ex repubbliche sovietiche. Il programma non è cambiato. Ogni tregua sarà sfruttata per preparare una prossima aggressione, continuando nel contempo a destabilizzare le nostre società. Sperare nella pace è legittimo. Ma essere miopi di fronte a un cessate il fuoco fasullo sarebbe pericoloso. La pace non potrà che essere armata e coraggiosa.

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Economia russa: Putin può permettersi di fornire carburante agli Stati Uniti? https://legrandcontinent.eu/it/2026/10/23/economia-russa-putin-puo-permettersi-di-fornire-carburante-agli-stati-uniti/ Fri, 23 Oct 2026 08:32:16 +0000 https://legrandcontinent.eu/it/?p=53961 I margini di manovra di Mosca sono limitati dalla guerra

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Ieri, giovedì 22 ottobre, una petroliera che trasportava gasolio è salpata, secondo Mosca, da un porto russo con destinazione gli Stati Uniti. Si tratta della prima consegna di questo tipo tra i due paesi dall’entrata in vigore del divieto di importazione di petrolio e prodotti petroliferi russi decretato dall’amministrazione Biden nel marzo 2022, due settimane dopo l’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina.

  • La consegna è stata annunciata dal vice primo ministro russo Aleksandr Novak. Essa fa seguito all’accordo siglato il 9 ottobre tra Trump e Putin, che prevede la fornitura di oltre 1,8 milioni di tonnellate di gasolio russo ai mercati statunitensi e mondiali entro la fine dell’anno.
  • Mentre l’11 ottobre il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, aveva assicurato che Mosca sarebbe stata in grado di vendere gasolio sui mercati mondiali senza problemi, vista la forte domanda di prodotti petroliferi, Novak si è mostrato più cauto.
  • Quest’ultimo ha infatti dichiarato mercoledì che la Russia soddisferà le esigenze statunitensi «nei limiti delle proprie capacità» 38.

Questa prima consegna è probabilmente limitata: Novak parla di una nave da 40.000 tonnellate, mentre Trump aveva annunciato una consegna «immediata» di oltre 300.000 tonnellate, seguita da altre 500.000 tonnellate a novembre, nella speranza di far scendere i prezzi del gasolio in vista delle elezioni di medio termine.

  • Sebbene i volumi ridotti possano essere spiegati anche dall’assenza di un accordo definitivo firmato tra Washington e Mosca – Novak ha precisato che la firma è ancora «nella fase finale» –, essi testimoniano in realtà il deterioramento della situazione dell’industria petrolifera russa.

Secondo diverse fonti vicine alla vicenda, le ripetute riparazioni rese necessarie dagli attacchi con droni ucraini gravano pesantemente sulle operazioni di Rosneft, il principale produttore di petrolio del Paese, e fanno lievitare i costi. In privato, i dirigenti del gruppo ritengono che tali costi siano insostenibili nel lungo periodo, in particolare per i complessi impianti di raffinazione i cui ricambi venivano precedentemente acquistati in Occidente 39.

  • I loro sostituti russi o cinesi impiegano infatti mesi ad arrivare e non sono sempre compatibili con gli impianti esistenti.
  • Tuttavia, la domanda di pezzi di ricambio nuovi continua ad aumentare man mano che gli attacchi ucraini si intensificano e la gittata dei droni si allunga. Quest’ultima è passata da circa 650 chilometri nel 2022 a 2.500 chilometri quest’estate.
  • Da gennaio si sono verificati almeno 114 attacchi contro raffinerie russe, più del doppio rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

Le difficoltà incontrate dal settore petrolifero russo incidono sull’attuale produzione del Paese: quest’anno dovrebbe scendere al livello più basso dal 2009, passando dai 511 milioni di tonnellate di petrolio prodotte nel 2025 a 494 milioni. Il rischio per Mosca è inoltre che gli importi stanziati per la riparazione delle infrastrutture esistenti limitino le risorse destinate allo sviluppo di nuovi giacimenti.

  • La maggior parte dei grandi giacimenti petroliferi russi è in produzione fin dall’epoca sovietica e la loro produzione è in calo, il che rende sempre più necessario lo sviluppo di nuove riserve.
  • Tuttavia, iniziative come il megaprogetto Vostok Oil, sviluppato da Rosneft nell’Artico russo per circa 50 miliardi di dollari, hanno accumulato anni di ritardo a causa della guerra e delle sanzioni occidentali.

La guerra mette in discussione lo status della Russia come “Stato petrolifero”. Sebbene il Paese sia il secondo produttore mondiale di petrolio, dopo gli Stati Uniti, la quota del petrolio e del gas nel suo PIL è in netto calo. Tale quota è scesa dal 20% nel 2022, primo anno della guerra contro l’Ucraina, al 13% nel 2025.

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I francesi cercano di procurarsi armi di autodifesa, in vista di un nuovo finesettimana di manifestazioni https://legrandcontinent.eu/it/2026/10/22/i-francesi-cercano-di-procurarsi-armi-di-autodifesa-in-vista-di-un-nuovo-finesettimana-di-manifestazioni/ Thu, 22 Oct 2026 17:18:20 +0000 https://legrandcontinent.eu/it/?p=53940 Le ricerche su Google per «armeria» o «mazza da baseball» sono aumentate vertiginosamente

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Le ricerche su Google relative a parole chiave legate all’autodifesa, come «acquisto di armi», «armeria», «gas lacrimogeno» o «mazza da baseball», hanno registrato un’impennata a partire dal 17 ottobre, fine settimana in cui oltre 1.500 negozi sono stati presi di mira e saccheggiati o danneggiati a margine delle manifestazioni.

  • A Parigi, 451 negozi sono stati oggetto di atti vandalici, di cui 228 saccheggiati e 223 danneggiati, in particolare nel X arrondissement, secondo i dati forniti dal Comune e dalla Prefettura di Polizia 40.
  • La portata della mobilitazione e il numero dei rivoltosi, che erano stati sottovalutati dal Ministero dell’Interno, hanno portato quest’ultimo a schierare un numero insufficiente di forze dell’ordine, ha ammesso Laurent Nuñez, parlando di una «mancanza di lungimiranza».

L’aumento del numero di ricerche su Google relative all’acquisto o alla ricerca di informazioni sulle armi da difesa personale non si traduce necessariamente in un volume significativo di ricerche. Essendo i dati di Google relativi, essi riflettono soprattutto un netto aumento dell’interesse rispetto a un livello solitamente basso, in particolare per quanto riguarda le armi da fuoco, il cui possesso da parte dei civili è molto regolamentato in Francia e autorizzato essenzialmente nell’ambito della caccia o della pratica sportiva.

Può anche riflettere la percezione di uno Stato ritenuto incapace di garantire la sicurezza.

  • In vista delle nuove manifestazioni previste per sabato 24 ottobre, il prefetto di polizia Patrice Faure ha invitato mercoledì 21 ottobre i commercianti a «rafforzare la loro sicurezza» 41.
  • In particolare, ha raccomandato ai commercianti situati lungo il percorso delle manifestazioni o nelle vicinanze di ricorrere, «se possibile, a servizi di sicurezza privata», affiancati, se necessario, da squadre cinofile, e di verificare i propri sistemi di allarme e di videosorveglianza.

Sabato 24 ottobre verrà dispiegato un imponente dispositivo a livello nazionale, che comprenderà in particolare veicoli blindati della gendarmeria e unità d’élite della polizia e della gendarmeria, mentre i militari dell’operazione Sentinelle saranno incaricati di garantire la sicurezza dei siti sensibili. Complessivamente, le forze dell’ordine saranno circa il 20% in più rispetto a sabato 17 ottobre.

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Come alcuni attori stranieri hanno alimentato l’indignazione online in merito alle manifestazioni del 17 ottobre in Francia https://legrandcontinent.eu/it/2026/10/22/come-alcuni-attori-stranieri-hanno-alimentato-lindignazione-online-in-merito-alle-manifestazioni-del-17-ottobre-in-francia/ Thu, 22 Oct 2026 14:36:04 +0000 https://legrandcontinent.eu/it/?p=53925 Uno studio quantitativo rivela la portata dell'amplificazione straniera

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In un rapporto pubblicato ieri, mercoledì 21 ottobre, Alliance4Europe, una ONG europea impegnata nella lotta contro la disinformazione online, ritiene che diversi attori stranieri abbiano contribuito ad amplificare le narrazioni distorte e le notizie false diffuse online prima e durante le manifestazioni e gli episodi di violenza verificatisi in Francia il 17 e il 18 ottobre 42.

  • Secondo l’analisi dell’ONG, che si basa su un corpus di circa 550.000 post sui social network e sui siti di informazione, solo il 3% dei post in lingua francese attribuisce la responsabilità dei disordini ai migranti o all’Islam.
  • In inglese, tuttavia, questa percentuale sale a quasi il 19%, mentre in polacco si attesta a circa il 13%. Si osserva un divario simile nei commenti pubblicati sotto i video più visti su TikTok e YouTube: tra lo 0,3 e lo 0,7% dei commenti in francese attribuisce i disordini all’Islam o ai migranti, contro il 2,6-4,3% in inglese.

La forte presenza di contenuti nelle sfere digitali anglofone, polonofone e germanofone, in particolare, che puntano il dito contro i migranti e l’Islam, è stata alimentata da contenuti, online e sui social media, diffusi da influencer di estrema destra anglofoni e dai media conservatori statunitensi, come Fox News, nonché da media locali, come il canale YouTube polacco Kanał Zero.

  • La campagna russa è iniziata ben prima del 17 ottobre: nel periodo compreso tra il 2 settembre e il 14 ottobre, la rete di bot Doppelganger ha pubblicato almeno 639 messaggi in 22 ondate sincronizzate, in francese, tedesco, inglese e polacco.
  • Questi post sono stati visualizzati circa 7,4 milioni di volte.

Questi articoli, in particolare, descrivevano gli aiuti all’Ucraina come denaro «rubato» ai francesi, collegando l’aumento del costo della vita alla politica di aiuti di Parigi a Kiev, e mettevano in primo piano «il ricordo dei gilet gialli»; un articolo recitava: «Il fantasma del 2018 perseguita Macron».

  • Gli articoli prendevano di mira Emmanuel Macron e i suoi potenziali successori all’Eliseo, in particolare Gabriel Attal ed Édouard Philippe, oltre a Raphaël Glucksmann, considerato uno dei candidati più filoucraini della campagna presidenziale.
  • Mettevano in evidenza la proposta di Jean-Luc Mélenchon sui salari e auspicavano la presenza di un «vero patriota all’Eliseo», senza nominarlo, mentre Marine Le Pen e il RN venivano citati solo una volta.

Oltre agli attori russi – Doppelganger, Pravda, Rybar o RT –, i media statali iraniani Press TV e IRNA hanno dedicato più di un terzo dei loro contenuti in francese alla situazione in Francia tra l’11 e il 18 ottobre. In Francia, tra una selezione di account politici, sono stati quelli di Sarah Knafo, del RN, e di Jordan Bardella ad aver totalizzato il maggior numero di visualizzazioni su TikTok con video relativi ai disordini.

  • Diversi alti funzionari statunitensi, tra cui il vicepresidente J.D. Vance e Donald Trump, si sono uniti alle voci ufficiali russe nell’attribuire le violenze in Francia all’immigrazione.
  • L’inviato speciale di Putin, Kirill Dmitriev, aveva ripreso quasi parola per parola le dichiarazioni della Casa Bianca, parlando di un «suicidio della civiltà occidentale» provocato dal «caos migratorio».
  • Secondo Marion Solletty, caporedattrice per la Francia di Politico, «la Russia non cerca il caos fine a se stesso: cerca di minare le fondamenta della nostra democrazia per indebolire un avversario politico e geopolitico».

La Francia non è l’unico Paese in cui si sospetta che le ingerenze straniere abbiano contribuito ad amplificare e plasmare la narrazione sui movimenti di protesta. In Italia, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha denunciato una «guerra ibrida» condotta tramite «TikTok, YouTube e altri social network», alludendo implicitamente a Mosca 43.

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Bolsonaro e l’influenza evangelica: un’inchiesta https://legrandcontinent.eu/it/2026/10/22/bolsonaro-e-linfluenza-evangelica-uninchiesta/ Thu, 22 Oct 2026 13:31:24 +0000 https://legrandcontinent.eu/it/?p=53912 I pastori stanno forse cambiando il corso della storia in Brasile?

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Scopri “Il Grand Continent”. Idee e analisi che non troverai da nessun’altra parte. Ma che presto vedrai ovunque. Nella tua casella di posta a partire da 8 euro al mese

In Brasile, il rapporto tra religione e voto viene spesso affrontato in modo radicale. Da un lato, viene diffusa l’immagine di un «voto cieco» o di un «voto gregario»: il fedele seguirebbe passivamente le direttive del pastore o del sacerdote. Dall’altro, la difesa della libertà religiosa viene presentata come una garanzia che nulla di ciò che viene detto nel luogo di culto possa subire l’ingerenza dello Stato. Ciò che accade realmente durante le messe e le funzioni religiose è tuttavia più sfumato. Tra la propaganda elettorale esplicita e il discorso antipolitico, emerge una varietà di prese di posizione politiche, etiche e civiche, dirette o indirette.

Uno studio inedito condotto da More in Common Brasil in collaborazione con l’Università Federale di Rio de Janeiro ha analizzato 7.500 funzioni religiose e messe delle due domeniche precedenti il primo turno delle elezioni del 4 ottobre, al fine di tracciare un quadro del ruolo della politica nelle omelie delle chiese cattoliche, battiste e dell’Assemblea di Dio. In totale sono state analizzate 13.886 ore di registrazioni audio relative a cerimonie organizzate in 26 Stati e nel Distretto Federale, pari a 578 giorni consecutivi di trasmissione.

Da questi estratti video emerge un quadro empirico del modo in cui i temi elettorali vengono affrontati nei discorsi religiosi.

1. Una propaganda elettorale davvero marginale

Solo il 3% delle messe e delle funzioni religiose è interessato dalla propaganda elettorale. Per «propaganda elettorale» si intendono tutte le pratiche che promuovono o attaccano una candidatura, direttamente o indirettamente. Ciò include l’esplicito invito al voto, ma anche la designazione e/o la benedizione di candidati o di una fazione politica, dato che alcuni candidati possono provenire dalla stessa comunità. 

Un candidato proveniente dalla stessa comunità — Parrocchia di Nostra Signora di Fatima, Sorocaba, San Paolo

Questo dato contraddice la convinzione ampiamente diffusa secondo cui i pastori e i sacerdoti considerino i fedeli come una riserva di voti. Questo comportamento è molto raro durante le messe cattoliche (0,7% delle messe analizzate), leggermente più frequente durante le funzioni battiste (1,4%) e più marcato durante le funzioni delle Assemblee di Dio (8,3%) – ma rimane comunque minoritario. 

2. Una propaganda elettorale più incisiva all’interno delle Assemblee di Dio

Occorre prestare attenzione ai risultati ottenuti per le Assemblee di Dio. Per quanto riguarda la Chiesa cattolica e le due grandi convenzioni battiste, è possibile basarsi sui registri amministrativi. Al contrario, non esistono dati relativi alle Assemblee di Dio. Pertanto, non sappiamo se le chiese che trasmettono le loro celebrazioni contengano meno propaganda elettorale rispetto alle altre, poiché sanno che il contenuto è disponibile su YouTube, o se, al contrario, ne contengano di più, dato che i sacerdoti e i pastori più politicizzati tendono a trasmettere per ampliare la portata del loro messaggio.

Vi do un consiglio — Assemblea di Dio di Balneário Camboriú, Santa Catarina.

Tuttavia, anche se questi campioni non sono rappresentativi, suggeriscono che la propaganda elettorale sia molto più frequente all’interno delle Assemblee di Dio che nelle chiese battiste e cattoliche. Come si spiega questo fenomeno? La centralizzazione amministrativa della Chiesa cattolica e l’orientamento delle due grandi convenzioni battiste (la Convenzione Battista Brasiliana e la Convenzione Battista Nazionale) hanno forse permesso di imporre una disciplina più conforme alla legislazione elettorale brasiliana. 

3. Contenuti civici più frequenti

In media, i contenuti civici erano cinque volte più frequenti di quelli di carattere elettorale, con un rapporto inferiore tra contenuti civici e contenuti elettorali nelle funzioni delle Assemblee di Dio. In altre parole, quasi una messa o una funzione su sei conteneva discorsi civici. 

Per «contenuto civico» si intendono tutte quelle pratiche che contrastano la divisione sociale e la polarizzazione politica e/o che mirano a incoraggiare un voto consapevole, fondato su valori umanistici e/o religiosi, senza mai indicare una candidatura o una corrente politica specifica. Questi discorsi dimostrano che le Chiese sono state in grado di integrare il contesto elettorale nelle loro omelie e nei loro sermoni in modo civico e apartitico. 

La legge elettorale brasiliana mira a garantire la “parità di condizioni” tra i candidati al fine di evitare qualsiasi asimmetria. La limitazione della propaganda nei luoghi di culto rientra tra le misure volte a garantire tale parità. Ciò pone tuttavia un problema alle Chiese che affrontano questioni sociali e promuovono valori etici e religiosi che hanno naturalmente implicazioni politiche. Ciononostante, constatiamo che numerose Chiese hanno sviluppato discorsi che definiamo «civici», invitando i fedeli a votare in modo ponderato tenendo conto dei valori umanistici e cristiani, senza indicare candidati, partiti o correnti politiche. Molti criticano inoltre la polarizzazione politica e la divisione sociale, ricordando i legami duraturi che uniscono le comunità. Riteniamo che questo tipo di approccio non solo rispetti la legge elettorale, ma illustri anche il modo in cui le funzioni religiose possono affrontare le questioni politiche in periodo elettorale, coniugando il loro lavoro pastorale con un approccio pluralista alla politica.

La Chiesa cattolica non vi dice per chi dovete votare. Non litigate per questioni politiche — Parrocchia di San Giuseppe, a São José do Rio Preto, San Paolo

Votate per chi rispetta la vita e l’ambiente e si batte per i più bisognosi — Parrocchia della Sacra Famiglia, São José dos Campos, San Paolo

4. Designare: il segno delle dinamiche locali

Quando si procede alla designazione nominativa dei candidati, i principali interessati non sono necessariamente i candidati alle cariche esecutive, bensì i candidati alle elezioni legislative, sia a livello statale che federale. Questi ultimi vengono spesso presentati per la loro vicinanza alla comunità religiosa, per la loro appartenenza alla Chiesa o per il sostegno che hanno offerto in passato all’istituzione. Si tratta quindi di una politica meno incentrata esclusivamente sulla corsa alla presidenza e maggiormente radicata nelle reti locali di reciprocità e rappresentanza.

Reciprocità tra la Chiesa e i candidati — Assembleia de Deus Paulistana, Mauá, San Paolo

5. Forme di propaganda e orientamento elettorale

La propaganda assume diverse forme e l’esplicito invito al voto è solo una tra tante. Si osservano così candidati presentati in occasione di celebrazioni, riferimenti a candidati sostenuti dalla Chiesa, nonché orientamenti basati su categorie morali e politiche più ampie. In alcuni casi, inizialmente non viene menzionato alcun nome, ma si contrappongono la «destra» e la «sinistra», i «cristiani» e i «comunisti», oppure i candidati che difenderebbero determinati valori religiosi e quelli che li minaccerebbero. 

Smentita delle notizie false e attacco alla sinistra — Parrocchia di Menino Jesus, Paraúna, Goiás

In altri casi, lo spazio fisico della chiesa diventa anche un luogo di diffusione di materiale elettorale, con volantini, liste di «candidati raccomandati», manifesti elettorali e persone incaricate di distribuirli all’uscita. 

Richiesta di apporre adesivi sulle automobili — Assembleia de Deus Ypiranga, Valparaíso de Goiás, Goiás

6. Una propaganda che riconosce i propri limiti

Ci sono anche situazioni particolarmente rivelatrici in cui gli stessi leader sembrano riconoscere l’esistenza di un limite a ciò che può essere detto pubblicamente. Di conseguenza, interrompono la trasmissione o invitano i fedeli a contattarli per telefono o durante un colloquio privato per ricevere consigli elettorali. Il limite legale non restringe quindi determinate pratiche, ma sembra, in alcuni casi, modificarne la forma e il canale di diffusione.

Interruzione della trasmissione — Assemblea di Dio del ministero di Vila Nova, Goiânia, Goiás

7. La dimensione soteriologica dell’interpretazione religiosa della politica

Esiste inoltre una dimensione soteriologica nel modo in cui la politica viene considerata da un punto di vista religioso. La soteriologia è, in termini semplici, la riflessione religiosa sulla salvezza e su ciò da cui dipende, in ultima analisi, il destino del fedele. Anche in occasione di celebrazioni fortemente politicizzate, l’azione elettorale viene quindi spesso relativizzata dall’affermazione secondo cui il risultato delle urne non sostituisce la sovranità divina. 

La politica ha la sua importanza, deve mobilitare il cristiano e può persino essere presentata come il terreno di uno scontro tra forze morali antagoniste, ma rimane subordinata a un ordine religioso più ampio. Questa combinazione è importante perché impedisce di interpretare automaticamente la politicizzazione dei culti come una sostituzione della religione con la politica. In molti casi, accade proprio il contrario: la politica viene assorbita da una logica religiosa che esige contemporaneamente la partecipazione e ne limita l’importanza ultima.

La reazione dei fedeli alla campagna — Assemblea di Dio a Paulo Ramos, nello Stato del Maranhão

Prima chiesa battista di Itatiaia, Rio de Janeiro

8. Tra spazio pubblico e comunità religiose: una diversa percezione delle controversie

Durante il periodo pre-elettorale, gran parte del dibattito pubblico è stato animato dalla polemica su Nostra Signora di Aparecida. Si trattava di una notizia falsa secondo cui il candidato Flávio Bolsonaro avrebbe avuto intenzione di revocare a Nostra Signora di Aparecida il titolo di patrona del Brasile. Nonostante la sua ampia diffusione sui social network e sulla stampa, durante le celebrazioni si è osservata una presenza molto marginale di questa polemica e vi sono stati pochi riferimenti ad essa. Quando la polemica è stata menzionata, si è trattato soprattutto di smentire, correggere o chiarire la notizia, anche se tale chiarimento era talvolta accompagnato da interpretazioni politiche sulla sua diffusione. 

Questa divergenza è significativa: i temi religiosi che possono dominare il dibattito pubblico e digitale non influenzano necessariamente, con la stessa intensità, la vita quotidiana delle comunità religiose. La liturgia cattolica ha una dinamica propria e non riproduce meccanicamente l’agenda delle controversie pubbliche. 

Parrocchia di Sant’Agostino, Chapada Gaúcha (MG), 27 settembre 2026

9. Discorsi che sfuggono al diritto

A seguito della modifica apportata dalla legge n. 12.034/2009 all’articolo 37, comma 4, la legge elettorale (legge n. 9.504/1997) considera i luoghi di culto come «beni di uso comune», alla stregua di cinema, circoli e stadi. In altre parole, si tratta di luoghi privati, ma aperti al pubblico, in cui è vietato diffondere qualsiasi forma di propaganda elettorale. La stessa legge vieta alle entità religiose di effettuare donazioni alle campagne elettorali (art. 24, VIII). 

Il quadro giuridico è quindi restrittivo in termini di spazio e risorse. Non dice tuttavia nulla riguardo al contenuto: la legge non definisce cosa distingua la predicazione su temi morali e pubblici dall’invito al voto.

È spettato alla giustizia elettorale colmare questa lacuna, cosa che ha fatto con cautela. Nel 2020, durante il giudizio di un caso a Luziânia (GO), il giudice del Tribunale Superiore Elettorale (TSE) Edson Fachin ha proposto di riconoscere l’«abuso di potere religioso» come una categoria autonoma suscettibile di comportare la destituzione. La maggioranza del TSE ha respinto questa tesi a causa della mancanza di una disposizione di legge. È stato quindi stabilito che l’uso elettorale della struttura religiosa può essere sanzionato solo quando rientra nelle figure già esistenti di abuso di potere economico, abuso di potere politico o uso improprio dei media. L’abuso di potere religioso rimane privo di un’esistenza giuridica propria, ma la tolleranza nei confronti dei luoghi di culto trasformati in tribune elettorali è diminuita.

10. Un consenso tra legislazione e fedeli?

Lo studio «Religione e vita pubblica in Brasile», pubblicato di recente e condotto dall’Istituto di studi religiosi in collaborazione con Quaest, ha fornito un contesto prezioso per l’interpretazione dei dati, poiché dimostra che la restrizione legale del discorso elettorale nelle chiese gode di ampio sostegno. Otto brasiliani su dieci sono contrari alle discussioni politiche nei luoghi di culto e nove su dieci disapprovano il fatto che i leader religiosi mettano a disposizione la chiesa ai candidati per scopi elettorali. Lo stesso sondaggio mostra che tale disapprovazione coesiste con la pratica. 

Sebbene vi sia un apparente consenso tra la legislazione e i fedeli, tale consenso nasconde tuttavia una zona grigia molto ampia: il divieto di legge si applica alla propaganda all’interno della chiesa, ma non alla distribuzione di volantini sul marciapiede o all’uscita dalla funzione, per esempio. La giurisprudenza sanziona il candidato presentato e celebrato sull’altare, ma non ha molto da dire sull’invito discreto a «parlare in privato con il pastore». Temi come l’aborto, la famiglia o la sicurezza pubblica possono essere predicati come una dottrina, e il confine tra questa predicazione e l’invito a votare per chi li difende è raramente tracciato con chiarezza. La preghiera per i governanti, i ringraziamenti rivolti a coloro che «hanno aiutato la Chiesa» e la presenza di personalità ufficiali in prima fila sono pratiche che non rientrano facilmente in una categoria giuridica.

I valori cristiani contro l’aborto, l’ideologia di genere e la corruzione — Prima Chiesa Battista di Cancela Preta, Padre Miguel, Rio de Janeiro

11. Un approccio teologico ed etico necessario

In linea di massima, l’intersezione tra fede e politica è considerata una forma di manipolazione elettorale. La regolamentazione da parte della giustizia elettorale sembra quindi essere l’unica soluzione. Tuttavia, i leader e le istituzioni religiose possono svolgere un ruolo importante. È quindi necessario interrogarsi, da un punto di vista politico e teologico, su come le cerimonie religiose possano integrarsi nel contesto elettorale in modo più sano, nel rispetto del pluralismo e favorendo la coscienza civica.

Dal punto di vista teologico, si tratterebbe di interrogarsi su ciò che ciascuna tradizione intende per «missione profetica» e su ciò che considera una strumentalizzazione della fede. Dal punto di vista etico, occorre evocare il rispetto della coscienza del fedele e interrogarsi sull’asimmetria di potere tra chi predica e chi ascolta.

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La crisi del debito in Francia si sta aggravando https://legrandcontinent.eu/it/2026/10/22/la-crisi-del-debito-in-francia-si-sta-aggravando/ Thu, 22 Oct 2026 11:13:26 +0000 https://legrandcontinent.eu/it/?p=53889 Il differenziale tra i tassi di interesse francesi e tedeschi ha raggiunto il livello più alto dal 2011

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Ieri, mercoledì 21 ottobre, il tasso d’interesse richiesto dagli operatori dei mercati finanziari sui titoli del debito pubblico francese a 10 anni ha superato il 5% annuo per la prima volta dal luglio 2002, pochi mesi dopo l’introduzione dell’euro.

Oggi, attestandosi a circa il 5,1%, questo tasso supera quello richiesto per finanziare il debito statunitense: una situazione che non si verificava dal 2013.

  • Allo stesso tempo, lo spread, ovvero il differenziale tra i rendimenti dei titoli di Stato francesi e tedeschi a 10 anni, supera i 170 punti base, ovvero 1,7 punti percentuali.
  • Si tratta di un livello che non si registrava dal novembre 2011, al culmine della crisi dell’eurozona.

Anche la Francia ora si finanzia a un tasso superiore di circa 1 punto percentuale rispetto a quello della Spagna e di circa 0,5 punti rispetto a quello dell’Italia, il cui debito è tuttavia più elevato in rapporto al PIL. Al ritmo attuale, e secondo i calcoli della rivista, la Francia potrebbe tuttavia superare la Grecia in termini di rapporto debito/PIL già nel 2028 o nel 2029, e l’Italia tra il 2033 e il 2040, diventando così il paese più indebitato dell’Unione entro sette anni.

  • Lo spread misura il premio di rischio che gli operatori finanziari attribuiscono al debito francese rispetto a quello tedesco. Esso riflette in particolare il rischio che essi percepiscono di non essere rimborsati alla scadenza prevista dalle obbligazioni in loro possesso.
  • A causa della grave crisi sociale e politica che sta attraversando il Paese e dell’assenza di prospettive di una soluzione credibile a breve termine, questi attori ritengono che tale rischio stia aumentando e che la sfiducia nei confronti del debito pubblico francese stia crescendo rapidamente.
  • Di conseguenza, la prospettiva di una grave crisi finanziaria, ancora prima delle elezioni presidenziali – il cui primo turno si terrà il 18 aprile 2027 – si avvicina a grandi passi.

La sfiducia genera sfiducia, e il peggioramento delle condizioni di credito che grava sul debito francese appesantisce automaticamente l’onere del debito, il che a sua volta aumenta il rischio di un default. Si rischia di innescare una spirale che si autoalimenta, che solo un intervento massiccio della BCE, o addirittura del FMI, potrebbe interrompere.

  • La Francia, seconda potenza economica e demografica dell’Unione europea, non è però la Grecia.
  • Un salvataggio finanziario della Francia rappresenterebbe per l’eurozona e per l’Unione una sfida politica ed economica di portata ben diversa.

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Trump e Putin hanno orchestrato le rivolte in Francia? https://legrandcontinent.eu/it/2026/10/22/manifestazioni-la-tentazione-dellingerenza-straniera/ Thu, 22 Oct 2026 09:44:02 +0000 https://legrandcontinent.eu/it/?p=53866 Nella rabbia che si manifesta nelle strade europee, Mosca e Washington trovano un terreno fertile per la loro guerra politica

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Secondo Thierry Breton, le recenti manifestazioni, così come la crisi di Ceuta di quest’estate, dimostrano che i paesi europei non hanno il controllo del proprio spazio informativo. È d’accordo? 

Kevin Limonier: Sono emerse alcune interpretazioni secondo cui alcune potenze straniere avrebbero, se non istigato, almeno favorito le violenze. 

Occorre distinguere due questioni. La prima riguarda il controllo dello spazio informativo. Su questo punto, concordo pienamente con il parallelo tracciato con Ceuta: quest’estate si è verificata una disfunzione nella sorveglianza delle frontiere spagnole, e in questo caso nella proiezione virtuale di tali frontiere, con le autorità che non hanno previsto un evento che avrebbero dovuto anticipare. 

E la seconda? 

È quella delle ingerenze in corso in diversi paesi europei. Ma sostenere che le manifestazioni siano state fomentate da potenze straniere rappresenta un pericolo politico fondamentale. 

In primo luogo, perché ciò permette a molti dirigenti di sottrarsi alle proprie responsabilità. In secondo luogo, perché equivale a partecipare a campagne di auto-disinformazione. È la stessa cosa che è successa quando Gabriel Attal è stato preso di mira da alcune operazioni quest’estate. All’epoca avevo detto che non bisognava assolutamente parlarne, perché gli attori russi non aspettavano altro. Fa parte del loro modello economico, che consiste nell’occupare il centro della scena e nell’essere percepiti come molto potenti. 

Di fronte alle violenze a cui assistiamo in Francia, in Italia e altrove, è pericoloso mettere queste operazioni di ingerenza al centro dell’attenzione, perché ciò equivale a eludere il fatto che abbiamo un vero e proprio problema di disuguaglianze. D’altra parte, è ovviamente vero che attori russi e iraniani, tra gli altri, alimentano, amplificano e manipolano questi eventi. Il contrario sarebbe davvero sorprendente.

In che modo le operazioni russe si inseriscono in una guerra politica? In che cosa differiscono dalla strumentalizzazione politica dei fenomeni endogeni che si osservano? 

Marion Solletty: C’è una vera e propria differenza di natura tra le operazioni montate ad arte da agenti al soldo della Russia, che poi trovano eco nei media — ed è proprio questo successo a produrre un effetto destabilizzante — e le manifestazioni che si svolgono oggi in Francia, che hanno un’origine del tutto spontanea. Queste ultime nascono dalle rivendicazioni degli studenti delle scuole superiori o di altre fasce della popolazione riguardo alle loro condizioni di vita, di lavoro o di studio, e vengono poi strumentalizzate da leader stranieri, poiché ciò va a vantaggio della loro ideologia. 

Per quanto riguarda la mancata gestione dello spazio informativo, se il governo è oggetto di critiche così aspre per la sua gestione, è perché non ha saputo cogliere alcuni segnali evidenti, soprattutto online, riguardanti sia la portata che la natura del movimento, e in particolare il fatto che teppisti e saccheggiatori si stessero organizzando. 

È difficile, in parte perché tutto avviene su piattaforme come Snapchat, che funzionano in tempo reale e dove i contenuti scompaiono. Resta il fatto che, già da venerdì, diversi osservatori che monitorano i social media e la viralità di alcune parole chiave avevano intuito la portata della mobilitazione di sabato. Perché i servizi di intelligence territoriali, e di conseguenza il Ministero dell’Interno, non sono riusciti a tenerne conto nel dispositivo poi messo in atto? 

Una delle conclusioni del suo libro riguarda il «rischio 2027»: le divisioni interne delle società occidentali, in particolare della società francese, potrebbero essere strumentalizzate dalle operazioni russe, sia in modo molto concreto, prendendo di mira candidati o una lista precisa, sia attraverso operazioni volte ad esacerbare le tensioni esistenti. Cosa ci si può aspettare? In che modo la Russia sfrutta una situazione di tensione come quella attuale?

Marion Solletty: Si possono individuare due fenomeni. Da un lato, l’amplificazione e la distorsione di fenomeni già esistenti sono ben documentate e monitorate, in particolare da Viginum. Questo non rappresenta il rischio maggiore per i prossimi mesi. D’altra parte, vi sono gli attacchi fisici e informatici che potrebbero intensificarsi. Nelle ultime settimane abbiamo parlato molto degli attacchi informatici rivolti alle infrastrutture critiche, ma questi possono colpire anche i supermercati, ad esempio. 

Affermare che le manifestazioni siano state fomentate da potenze straniere rappresenta un pericolo politico fondamentale. 

Kevin Limonier

La mancanza di comprensione, da parte della popolazione, delle basi ideologiche di questi atti rappresenta un rischio grave. La Russia non cerca il caos fine a se stesso: cerca di minare le fondamenta della nostra democrazia per indebolire un avversario politico e geopolitico. Facciamo molta fatica a capirlo. 

Perché?

Perché non proveniamo affatto dallo stesso contesto culturale, storico e politico. I nostri ricordi della Guerra Fredda sono troppo lontani, a differenza di altri paesi che l’hanno vissuta in modo più diretto. I cittadini sono male informati su ciò che sta accadendo, e noi non ce ne rendiamo conto perché abbiamo l’impressione che certe cose siano ormai note a tutti. L’intera dottrina della destabilizzazione dell’Occidente, percepito come il nemico da abbattere in un conflitto più ampio, è molto mal compresa.

Si può ritenere che gli Stati Uniti perseguano un obiettivo simile, ovvero minare le fondamenta e i valori della democrazia liberale?

Maud Quessard: Non userei i termini “sape” o “sovversione”, perché implicano che ci troviamo in una zona grigia. In realtà, l’ingerenza degli Stati Uniti non è sottile, ma palese. Non siamo in una zona grigia, ma in una situazione di bianco o nero. Ciò che differenzia la nostra epoca dalla Guerra Fredda è che la strategia americana di George Kennan del 1948 era riservata, mentre la Strategia di sicurezza nazionale pubblicata nel dicembre 2025 non è un documento dottrinale destinato agli operatori della politica estera. Si tratta di un documento di propaganda che sancisce la volontà degli Stati Uniti di vedere realizzarsi uno scisma ideologico all’interno dell’Occidente.

A mio avviso, questo sconvolge molto di più le nostre percezioni come europei rispetto alla volontà russa di minare le nostre istituzioni. Facciamo fatica a capire che possano esserci dei nemici all’interno dell’alleanza atlantica. 

La narrativa americana sull’islamo-sinistrismo in Francia e sul “grande rimpiazzo” non è una fissazione trumpista. È sostenuto dall’estrema destra americana sin dagli anni 2010, con un fronte ultraconservatore che si è lanciato in una crociata per spiegare quanto l’Europa, e la Francia in particolare, siano corrotte dall’immigrazione. Oggi questa narrativa ha un obiettivo molto chiaro e pragmatico: il 3 novembre si terranno le elezioni di medio termine. Il discorso del vicepresidente e del presidente americano non potrebbe essere più limpido.

Del resto, prende di mira esplicitamente la Francia, mentre le manifestazioni si svolgono anche altrove.

Maud Quessard: Assolutamente sì, riguarda ciò che sta accadendo in Francia, e non in Europa o in altri paesi dove esistono anch’essi movimenti giovanili. Se guardiamo altrove nel mondo, si osservano manifestazioni di massa in India, nonché una mobilitazione sociale molto forte sui social network, spesso con un’intensità molto maggiore. 

Si deve parlare di guerra ibrida o di guerra politica?

Maud Quessard Il termine «guerra politica» (political warfare) è molto pertinente, poiché gli americani non se ne sono mai veramente discostati. Lavorando con esperti nordamericani di guerre informative, ci si rende conto che insistono sempre sullo stesso punto: bisogna semplificare i concetti e smettere di parlare di disinformazione, manipolazione o sovversione. Ciò che conta è la guerra politica. Non è il mezzo o lo strumento tecnologico. Ciò che ha potere è il messaggio.

Eppure, oggi, gli Stati Uniti di Donald Trump trasmettono un messaggio chiaro: il declino intra-occidentale. Propongono un nuovo modello, che non è quello che promuovevano durante la guerra fredda. Si tratta ormai di un modello tecno-libertario che è innanzitutto conservatore e religioso. Ed è proprio questa dimensione che spinge a commentare in primo luogo ciò che sta accadendo in Francia.

Questa guerra politica sopravviverà a Donald Trump? 

Maud Quessard: Questa guerra politica conta centinaia di migliaia di battaglioni e divisioni. È organizzata attorno a fondazioni, think tank e università che consentono di sostenere un progetto di civiltà portato avanti più da J.D. Vance che da Marco Rubio. 

Sarà lui a portare avanti questo progetto dopo Donald Trump?

Maud Quessard: Il periodo post-Trump vedrà un forte schieramento MAGA, guidato da J.D. Vance e sostenuto da due componenti: i conservatori religiosi e i tecnolibertari, questi ultimi più coinvolti nella dimensione finanziaria che in quella ideologica. Sarà il progetto teologico-politico di Vance a prevalere, un progetto che va ben oltre il semplice discorso populista che invoca il rovesciamento delle istituzioni democratiche. Si tratta di un progetto di civiltà che ha un unico motore in grado di unire tutti i sostenitori del MAGA che rimarranno: la paura del declino. 

La Russia non cerca il caos fine a se stesso: cerca di minare le fondamenta della nostra democrazia per indebolire un avversario politico e geopolitico.

Marion Solletty

Non è una novità del XXI secolo; questo timore attraversa tutta la storia politica americana. È stato teorizzato alla fine degli anni ’80 da Paul Kennedy e non ha fatto altro che amplificarsi in varie forme. Il vicepresidente degli Stati Uniti ha scoperto questa grande crociata e si è convertito al cattolicesimo nel 2019, proprio nel tentativo di dare un senso alla propria storia e di portare avanti questo progetto. Non è solo: l’idea ha pervaso gli apparati statali negli Stati Uniti, ma anche in Europa. 

La Francia è il secondo Paese più preso di mira dalle ingerenze russe dopo l’Ucraina. Come si spiega questa centralità? 

Marion Solletty: L’azione della Russia è più comprensibile di quella degli Stati Uniti, poiché i suoi obiettivi bellici sono noti. La Francia è presa di mira principalmente per un motivo: la sua potenza militare e la sua capacità di mobilitazione politica. Pur non essendo il principale contributore finanziario degli aiuti all’Ucraina, ha comunque permesso di mobilitare le energie politiche attorno alla coalizione di volontari guidata da Emmanuel Macron. È bersaglio di operazioni politiche perché presenta anche una grande debolezza: le sue attuali divisioni, una polarizzazione molto forte e una permeabilità storicamente significativa al discorso russo.

Kevin Limonier: Dal punto di vista russo, vedo tre ragioni per cui la Francia è nel mirino: una ragione congiunturale, una strutturale e una interna alla stessa Russia. La prima è l’avvicinarsi delle elezioni, che rischiano di ribaltare i rapporti di forza, il che rappresenta una questione fondamentale per la Russia. Il regime e i suoi leader si giocano la sopravvivenza in Ucraina: non possono perdere questa guerra. In Russia circolano narrazioni molto influenti secondo cui perdere una guerra percepita come separatista — come nel caso della guerra in Ucraina oggi, ma come è avvenuto anche nelle guerre in Cecenia — provocherebbe la frammentazione della Federazione Russa. Garry Kasparov ha del resto dichiarato: «La guerra in Ucraina è per la Russia ciò che la guerra d’Algeria è stata per la Francia, ovvero la guerra che questo Paese deve perdere per porre fine alla sua sindrome imperiale. » Resta da vedere se la Russia potrà sopravvivere alla sua sindrome imperiale. 

In passato abbiamo assistito a dichiarazioni ideologiche a sostegno del Rassemblement National. Credo che oggi Mosca non sia più coinvolta in tutto questo. Le élite russe hanno un bisogno così urgente di sopravvivenza che tutto ciò che potrà essere mobilitato per sovvertire il nostro sistema politico, sia a destra che a sinistra, verrà utilizzato, indipendentemente dalla coerenza ideologica. Quest’ultima non ha più alcuna importanza per i decisori russi. 

Qual è la terza ragione? 

Kevin Limonier: È una questione interna alla Russia, un Paese strutturalmente francofilo che ha sempre guardato alla Francia con sentimenti contrastanti, ma spesso positivi. Non bisogna dimenticare il ruolo che la cultura francese ha svolto durante l’era sovietica. Nel 2012 mi trovavo a Mosca al momento dell’elezione di François Hollande. Putin era tornato al potere a marzo, dopo importanti manifestazioni a Mosca che hanno segnato una vera e propria svolta storica. Sui social network russi dell’epoca, un post ha fatto scalpore. Si trattava di due immagini: François Hollande che percorreva gli Champs-Élysées in mezzo alla folla e Putin che si recava al Cremlino per il suo insediamento, in una Mosca deserta, con la didascalia: «Ecco cos’è una democrazia». Questo tipo di immagini sembra provenire da un altro mondo, ma rimane radicato nell’immaginario collettivo russo. Semplicemente, si tratta di un Paese che oggi subisce un’oppressione senza precedenti dai tempi di Stalin, tanto che tutto ciò è profondamente sepolto. 

Questo concetto di immaginario collettivo è applicabile al caso americano? 

Maud Quessard: Il concetto di immaginario collettivo è molto pertinente perché, in effetti, non tutto è plasmato dai social network. Esiste davvero un rapporto speciale tra la Francia e gli Stati Uniti, quello delle “repubbliche sorelle”, che deriva dal modello di una Repubblica contrapposta a un impero. Questa interpretazione è fondamentale per comprendere il rapporto della Francia con gli Stati Uniti: abbiamo sempre la volontà di rimanere una Repubblica e una democrazia sociale. È ciò che si sta esprimendo nelle ultime settimane nelle piazze, di fronte al nuovo Impero, senza dubbio quello di Trump.

Gli Stati Uniti e la Russia utilizzano gli stessi metodi in Europa? 

Marion Solletty: Siamo tutti d’accordo sul fatto che esista un allineamento ideologico tra la Russia e una parte significativa del movimento MAGA sull’idea che l’Europa sia in pieno declino civile. D’altra parte, i mezzi messi in campo sono piuttosto diversi. Ciò non significa che non vi siano punti in comune, ma nel caso degli Stati Uniti, la volontà di influire sul dibattito politico europeo e il sostegno ai partiti che definiscono «patriottici» vengono presentati in modo molto ufficiale, mentre Vladimir Putin non ha mai rivendicato pubblicamente le operazioni condotte in Europa. 

Più in generale, la politica estera statunitense si basa oggi su diversi pilastri: una corrente ideologica, ma anche una corrente molto pragmatica e opportunista, come si può vedere nell’operato di Donald Trump e nelle operazioni che sceglie di condurre, oltre che su interessi finanziari ed economici. Del resto, si assiste a cambiamenti delle sue posizioni da un giorno all’altro. Quel che è certo è che abbiamo vissuto di recente un nuovo momento di stordimento vedendo Trump allinearsi improvvisamente alle posizioni provenienti dalla Russia, in particolare riguardo all’Ucraina. Era già successo all’inizio del 2025, con la scena nello Studio Ovale e il discorso di Monaco. Stiamo rivivendo la stessa situazione, ma l’ago della bilancia oscilla avanti e indietro. È molto destabilizzante per l’Europa, poiché proviene da un paese ufficialmente alleato con il quale si cerca di preservare ciò che è possibile preservare nel rapporto, in particolare la cooperazione in materia di sicurezza.

Kevin Limonier: Tra gli Stati Uniti e la Russia esiste innanzitutto una convergenza ideologica e, molto probabilmente, strategica che consiste, per Washington, nel voler ottenere, secondo l’espressione di Sofi Oksanen, la «finlandizzazione» dell’Europa. Vale a dire trasformare l’Europa in ciò che era la Finlandia durante la guerra fredda: una potenza cuscinetto, un terreno di intesa neutrale tra due poli di potere. 

Da parte russa, c’è questa ossessione secondo cui la Francia e l’Europa minaccerebbero l’integrità stessa della struttura imperiale della Russia. Va ricordato che la guerra in Ucraina è iniziata quando, alla fine del 2013, il presidente ucraino si è rifiutato di firmare l’accordo di associazione con l’Unione europea, provocando manifestazioni popolari. È l’inizio di tutto ciò che stiamo vivendo oggi, e i russi ne sono ben consapevoli. 

Da parte americana, oggi si sta cercando di ridefinire la strategia, ovvero si auspica un riallineamento degli europei alle proprie priorità del momento e a una certa visione del mondo. Ciò comporta un indebolimento delle strutture europee, poiché, per diverse ragioni, vi è una forte intolleranza verso qualsiasi forma di autonomia strategica e di volontà di potere europeo. Questo mi sembra assolutamente fondamentale.

Si può quindi parlare di complementarità piuttosto che di convergenza?

Kevin Limonier: Sì, quello che vediamo oggi è che, sia da parte americana che da parte russa, si assiste a una strumentalizzazione e a una “militarizzazione” delle dipendenze strategiche dell’Europa. Da parte americana, assistiamo a un assalto dall’alto, ovvero da parte delle grandi piattaforme e attraverso tutte le nostre dipendenze digitali. I russi, dal canto loro, si lanciano piuttosto in una sorta di guerriglia cibernetica che sfrutta il panorama cibernetico, ovvero la dipendenza dagli algoritmi progettati dalle piattaforme americane. 

È un po’ come negli oceani: le balene sono accompagnate da piccoli pesci che vivono sulla loro scia. La Russia, potenza regionale che punta più in alto delle proprie possibilità e cerca di rimanere una potenza mondiale, versa in una tale debolezza strutturale da aver bisogno degli algoritmi americani per raggiungere gli europei. 

Maud Quessard: Esistono punti di convergenza riguardo al cambiamento civile e ideologico, sostenuto anche da convergenze religiose, e molti flussi che non vanno solo dalla Russia verso gli Stati Uniti, ma anche dagli Stati Uniti verso la Russia. 

C’è poi questo paradosso: il colosso americano è più aggressivo, ma fatica a ricorrere fino in fondo agli strumenti coercitivi. Si potrebbe rimanere sorpresi da questa riflessione quando si considerano i dazi doganali, l’interruzione dei servizi di intelligence, ecc. Ma in realtà non c’è da stupirsi, perché, se si osservano gli obiettivi che ci interessano, ovvero persuadere e far aderire al modello, non c’è adesione. Ciò che oggi infastidisce gli americani è che non si aderisce più a ciò che propongono. Gli Stati Uniti hanno oggi questa difficoltà ad assumersi fino in fondo questa svolta civilizzativa. 

Lei concorda sul fatto che in Europa vi sia una volontà di cambiamento civile, condivisa dalla Russia e dagli Stati Uniti, e che le loro azioni siano complementari. Entro la fine del 2027 si terranno diverse elezioni decisive in Europa: come uscire da questa morsa? 

Marion Solletty: In qualità di media, abbiamo la responsabilità di contestualizzare le cose e di non parlarne con leggerezza. Sono pienamente d’accordo con Kevin Limonier su quanto è accaduto durante l’estate: si è trattato di operazioni a bassa intensità, con un impatto molto limitato. Sono stati Raphaël Glucksmann e Gabriel Attal a parlarne, ed è questo che li ha resi famosi. Come media, anche noi veniamo informati di queste operazioni, ma spesso scegliamo di non parlarne perché riteniamo che non si tratti di una notizia di interesse pubblico. 

Facciamo fatica a capire come possano esserci dei nemici all’interno dell’Alleanza Atlantica. 

Maud Quessard

Ci sono quindi due aspetti. Uno rientra nelle nostre competenze: informare adeguatamente il pubblico e sensibilizzarlo maggiormente su questi temi. L’altro è di natura politica: si tratta di ridurre le dipendenze da una serie di potenze. Se vogliamo essere più autonomi e indipendenti, dovremo porre fine a una serie di dipendenze strutturali. Si tratta di una scelta politica forte, ma in qualità di giornalista, il mio ruolo è piuttosto quello di raccontare ciò che accade, non di prendere parte a questo dibattito. 

Kevin Limonier: I giornalisti sono senza dubbio una delle professioni che hanno maggiore influenza su queste questioni. Il nostro ruolo di ricercatori è diverso. È necessaria una risposta politica in merito alla dipendenza strategica. Ma c’è un’altra questione politica fondamentale. Numerose ricerche accademiche dimostrano che le operazioni di ingerenza trovano terreno fertile in contesti politici e sociali estremamente degradati.

Questi studi dimostrano che la Russia ha fatto della strumentalizzazione delle fasce sociali emarginate una delle sue principali leve di influenza. Era già così con i Gilet Gialli, ed è ciò che sta accadendo in molti paesi. Si può riprendere l’espressione di Ronald Ramos, che parla di «geografia della rabbia», per spiegare le crisi politiche nel Sahel, in particolare in Burkina Faso. Il meccanismo è lo stesso: queste operazioni hanno, o possono avere, efficacia perché si basano su qualcosa. Si fondano sulle frustrazioni, su un senso di esclusione. 

Finché non ci impegneremo collettivamente a comprendere che la lotta contro le ingerenze è una questione di politica pubblica nel senso più ampio del termine — non solo di competenza sovrana, ma che coinvolge l’intero Stato, dai ministeri della Gioventù e dello Sport alla DGSE —, non faremo progressi. Ma affinché ciò avvenga, è necessario in particolare che gli attuali dirigenti facciano una sorta di autocritica, alla quale, come dimostrano gli avvenimenti attuali, non sono ancora del tutto pronti.

Le interferenze mettono quindi in luce i punti deboli su cui occorre lavorare.

Kevin Limonier: Esatto. Mi dispiace, del resto, che gli ambienti progressisti non si occupino maggiormente di questa questione e che non siano più consapevoli del fatto che anche le disuguaglianze sociali costituiscono delle vulnerabilità strategiche.

Maud Quessard: Non posso che concordare pienamente. C’è una grave vulnerabilità su cui non abbiamo lavorato abbastanza e che è presente negli ultimi sviluppi, ma che non risale né alle ultime settimane né al 17 ottobre: il divario generazionale e la questione della politicizzazione, o della non politicizzazione, dei giovani. È una constatazione che anche altre democrazie occidentali hanno fatto: non abbiamo preparato la prossima generazione politica. È qui che c’è del lavoro da fare, forse soprattutto per i docenti-ricercatori.

Questa frattura si riscontra anche nel rapporto con la politica e nella capacità di impegnarsi. Oggi, se le nostre istituzioni sono criticate, se non funzionano, se i nostri servizi pubblici sono carenti – è ciò che emerge dalle rivendicazioni attuali – e se questa narrativa endogena, fondata su un’esperienza comprovata e che non necessita di attori esterni, viene amplificata dall’idea che le nostre istituzioni debbano essere completamente riorganizzate, allora significa che forse non è stato svolto un lavoro di sensibilizzazione: sul funzionamento delle istituzioni, sul concetto di impegno e sul modo di rimodellarle dall’interno. Non abbiamo lavorato abbastanza sulla prossima generazione di decisori politici illuminati – forse il termine è un po’ forte. È anche ciò che emerge dalla nostra iperpolarizzazione politica.

Come si può ridare un tocco di magia a tutto questo?

Maud Quessard: Tutto circola, c’è una forte amplificazione e gli spazi informativi sono per loro natura completamente interconnessi. Allora perché restiamo rinchiusi nelle nostre bolle intraeuropee a lamentarci del nostro declino, senza riuscire a vedere che altrove esistono delle soluzioni? Perché in Francia non siamo abbastanza bravi a spiegare che l’Europa della difesa non è solo un concetto? Perché dubitiamo del fatto che i nostri partner canadesi abbiano proposte concrete di cooperazione militare già operative e non solo prospettiche? Bisogna raccontarlo alla gente, e ai giovani in particolare, perché si tende a credere che sia sempre una questione da rimandare a più tardi. Abbiamo dei punti di forza, ma li sottovalutiamo e non ne parliamo abbastanza. Non è poi così complicato da spiegare: sono sicura che chiunque tra i nostri concittadini possa capire cosa significhi la cooperazione militare e di intelligence con partner che condividono i nostri stessi valori, compresi quelli non europei.

E questa non è “finlandizzazione”: gli stessi finlandesi sono ben lontani dalla Finlandia della guerra fredda. C’è un blocco che resiste a questo mondo di predatori, stretto in una tenaglia tra Russia, Stati Uniti e Cina, e che è portatore di valori e di speranza. I Paesi baltici e quelli nordici sono ben più esposti, eppure molto più combattivi e meno disfattisti.

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