{"id":9228,"date":"2023-07-20T10:17:35","date_gmt":"2023-07-20T09:17:35","guid":{"rendered":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/ita\/?p=9228"},"modified":"2023-09-18T16:33:18","modified_gmt":"2023-09-18T15:33:18","slug":"paralisi-uscita-integrazione-mario-draghi-e-leuropadel-futuro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2023\/07\/20\/paralisi-uscita-integrazione-mario-draghi-e-leuropadel-futuro\/","title":{"rendered":"Paralisi, uscita o integrazione: Mario Draghi e l\u2019Europa del futuro"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"intro\">Mario Draghi \u00e8 rimasto molto silenzioso da quando ha lasciato il suo incarico, pronunciando solo qualche <a href=\"https:\/\/legrandcontinent.eu\/fr\/2023\/06\/15\/de-la-concurrence-au-conflit-mario-draghi-sur-linflation-et-la-guerre-en-ukraine\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">discorso politico di rilievo<\/a>. Il suo discorso al National Bureau of Economic Research (NBER) \u00e8 un coraggioso invito all\u2019azione per i leader europei, basato su un\u2019analisi sobria e cupa dell&#8217;attuale situazione dell&#8217;Europa. Egli sostiene con forza la necessit\u00e0 di un nuovo patto fiscale che fornisca all\u2019Unione maggiori risorse, riformi le sue regole di bilancio e le dia i mezzi per espandersi verso la periferia, approfondendo al contempo l\u2019integrazione del nucleo centrale.<\/p>\n\n\n\n<p>Signore e signori,&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 un grande onore tenere la conferenza Martin Feldstein di quest&#8217;anno.&nbsp;Sono molto grato a Jim Poterba e all\u2019NBER per l\u2019invito. L\u2019NBER \u00e8 una pietra miliare del pensiero economico mondiale. Avete guidato il lavoro dei politici e contribuito a rendere il mondo un posto migliore. Personalmente vi sono molto grato per la ricerca che avete prodotto durante il mio periodo di lavoro al governo e nelle banche centrali. Vorrei anche rendere omaggio al compianto Marty Feldstein. \u00c8 stata una figura di spicco per tutta la mia carriera &#8211; ed \u00e8 stato proprio grazie a un suo invito che ho partecipato al primo Summer Institute nel 1978. Il suo lavoro sulla politica fiscale, l\u2019economia pubblica e il comportamento del risparmio ha trasformato il modo in cui pensiamo intere aree di ricerca. La ricerca di Marty ha sempre unito idee brillanti, solide prove empiriche e importanza delle politiche. In qualit\u00e0 di presidente del Consiglio dei consulenti economici del presidente Ronald Reagan, ha guidato un cambiamento di paradigma nel rapporto tra governi e mercati, non solo negli Stati Uniti ma in tutto il mondo. E ha fatto tutto questo continuando a occuparsi di studenti universitari e laureati, facendo da mentore a molte generazioni di economisti. La mia conferenza di oggi si concentrer\u00e0 su un argomento che stava molto a cuore a Marty: la creazione dell\u2019Unione Monetaria Europea e il suo futuro, su cui Marty era estremamente scettico.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"comment\">\u00c8 un po\u2019 ironico che in un momento di vigorosa critica dell\u2019ordine neoliberale e di celebrazione di profondi cambiamenti nel consenso economico negli Stati Uniti e in Europa, Mario Draghi ricordi a tutti noi le sue profonde radici nel consenso neoliberale sviluppatosi negli Stati Uniti alla fine degli anni Settanta.<\/p>\n\n\n\n<p>La sfida macroeconomica fondamentale della formazione di un\u2019unione monetaria fu delineata da Robert Mundell nel 1961 e si incentrava sulla gestione degli shock asimmetrici.&nbsp;Poich\u00e9 la politica monetaria e la politica dei tassi di cambio erano all\u2019epoca destinate alla gestione degli shock comuni, sarebbero stati necessari altri meccanismi di aggiustamento per affrontare gli shock asimmetrici ed evitare che innescassero crolli regionali prolungati. Mundell identific\u00f2 tali meccanismi di aggiustamento nei trasferimenti fiscali e la mobilit\u00e0 del lavoro e del capitale, che potevano stabilizzare la domanda ex post nelle regioni depresse. Nella letteratura successiva \u00e8 stato riconosciuto anche il ruolo cruciale della condivisione del rischio attraverso l&#8217;integrazione dei mercati dei capitali, che limiterebbe ex ante l\u2019entit\u00e0 degli shock locali. La moneta unica, tuttavia, \u00e8 andata avanti con poche di queste condizioni. I trasferimenti fiscali tra gli Stati membri sotto forma di assunzione di debiti reciproci sono stati vietati dal trattato di Maastricht &#8211; riflettendo una filosofia secondo cui i Paesi dovrebbero \u201ctenere in ordine la propria casa\u201d e non fare affidamento sulla generosit\u00e0 degli altri L\u2019aggiustamento regionale attraverso la mobilit\u00e0 della manodopera era poco sviluppato: gli studi dell\u2019epoca hanno rilevato che la maggior parte degli shock occupazionali veniva assorbita attraverso variazioni del tasso di partecipazione piuttosto che attraverso la migrazione. E non c\u2019era alcun serio tentativo di integrare i mercati finanziari europei, al di l\u00e0 di un morbido allineamento normativo. Allora perch\u00e9 lo hanno fatto? Viste da questa parte dell&#8217;Atlantico, le ragioni erano spesso incomprensibili. Molti economisti hanno avvertito che l\u2019unione monetaria europea era destinata a fallire, che le \u00e9lite avevano imbrogliato i loro popoli e &#8211; come ha avvertito Marty Feldstein in un famoso articolo del 1997 per <em>Foreign Affairs<\/em> &#8211; che le conseguenze sarebbero state drammatiche, condannando l&#8217;UE sia come progetto economico che politico.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"comment\">In effetti, Feldstein \u00e8 stato uno dei pi\u00f9 fervidi critici dell\u2019euro, sia per ragioni economiche sia perch\u00e9 lo vedeva chiaramente come un progetto politico destinato a sfidare il dominio degli Stati Uniti e del dollaro. Si trattava di un vero e proprio scetticismo economico alimentato da un duro realismo politico internazionale: \u00abPer la maggior parte degli americani, l\u2019unione economica e monetaria europea sembra essere un\u2019oscura impresa finanziaria di nessun interesse per gli Stati Uniti. Questa percezione \u00e8 tutt\u2019altro che corretta. Se l\u2019UEM andr\u00e0 avanti, come sembra sempre pi\u00f9 probabile, essa cambier\u00e0 il carattere politico dell\u2019Europa in un modo che potrebbe portare al conflitto in Europa e al confronto con gli Stati Uniti\u00bb&nbsp;<span class='whitespace-nowrap'><span id='easy-footnote-1-9228' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2023\/07\/20\/paralisi-uscita-integrazione-mario-draghi-e-leuropadel-futuro\/#easy-footnote-bottom-1-9228' title='Martin Feldstein,&amp;nbsp;&lt;a href=&quot;https:\/\/www.foreignaffairs.com\/articles\/europe\/1997-11-01\/emu-and-international-conflict&quot;&gt;\u00ab&amp;nbsp;EMU and International Conflict&amp;nbsp;\u00bb&lt;\/a&gt;,&amp;nbsp;&lt;em&gt;Foreign Affairs&lt;\/em&gt;, november-december 1997.'><sup>1<\/sup><\/a><\/span><\/span><\/p>\n\n\n\n<p>Ma c\u2019era sempre un\u2019altra prospettiva: l\u2019euro era la conseguenza di decenni di integrazione passata &#8211; in particolare l&#8217;evoluzione del mercato unico europeo &#8211; e rappresentava solo un ulteriore passo lungo un percorso molto pi\u00f9 lungo verso l&#8217;unione politica.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>Molti economisti hanno avvertito che l\u2019unione monetaria europea era destinata a fallire, che le \u00e9lite avevano imbrogliato i loro popoli<\/p><cite>Mario draghi<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<p>Da questo punto di vista, la questione chiave non era se l&#8217;area fosse un&#8217;area valutaria ottimale fin dall\u2019inizio &#8211; evidentemente non lo era &#8211; ma se i Paesi europei fossero disposti a farla diventare tale nel tempo.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"comment\">Molti economisti europei condividevano alcuni di questi dubbi, ma svilupparono un\u2019argomentazione completamente nuova, lontana da quella di Mundell e incentrata sulla politica della concorrenza e sul mercato unico. In questo discorso, Draghi riconosce implicitamente che l\u2019euro effettivamente non era e non sarebbe stato per lungo tempo un\u2019area valutaria ottimale, ma il funzionamento del mercato unico richiedeva una moneta comune e la fine delle potenziali svalutazioni competitive. Questo, a sua volta, avrebbe incoraggiato la convergenza endogena. L\u2019esercizio intellettuale era un po\u2019 complicato, soprattutto per una moneta comune che non avrebbe coperto l\u2019intero mercato comune, ma funzionava&nbsp;<span class='whitespace-nowrap'><span id='easy-footnote-2-9228' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2023\/07\/20\/paralisi-uscita-integrazione-mario-draghi-e-leuropadel-futuro\/#easy-footnote-bottom-2-9228' title='Commission of the European Communities,&amp;nbsp;&lt;em&gt;European Economy&lt;\/em&gt;, n\u00b0 44, octobre 1990'><sup>2<\/sup><\/a><\/span><\/span>.<\/p>\n\n\n\n<p>Le conseguenze immediate della creazione dell\u2019euro, tuttavia, hanno aumentato i dubbi degli scettici. Ed \u00e8 facile capire perch\u00e9 molti non abbiano ritenuto credibile questa narrazione politica, soprattutto dopo il lancio dell&#8217;euro e l&#8217;inizio delle successive fasi dell&#8217;unione politica. Quando gli europei hanno avuto la possibilit\u00e0 di dimostrare il loro impegno verso l&#8217;unione politica sotto forma di una costituzione europea, l\u2019hanno rifiutata. E l\u2019UE ha poi scelto di allargarsi all\u2019Europa dell&#8217;Est a met\u00e0 degli anni Duemila senza riformare le sue regole decisionali &#8211; probabilmente indebolendo piuttosto che rafforzando la sua natura politica.&nbsp;Ma avendo partecipato ai negoziati per l\u2019unione monetaria come capo del Tesoro italiano all&#8217;inizio degli anni Novanta, posso testimoniare che questa motivazione politica era reale.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"comment\">\u00c8 sorprendente che Draghi ammetta che il fallimento del Trattato costituzionale e la maggiore integrazione dell\u2019Europa combinata con l\u2019allargamento abbiano contribuito all\u2019indebolimento dell\u2019Unione.<\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;obiettivo di costruire un\u2019Unione Europea sempre pi\u00f9 stretta era profondo, nato dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale, tramandato da generazioni di leader politici e concepito soprattutto per evitare conflitti in Europa. La moneta unica era vista come un passo fondamentale per questo obiettivo e per preservare le conquiste del mercato unico. La priorit\u00e0 era quindi quella di cogliere il momento storico e non di aspettare che tutte le condizioni necessarie fossero soddisfatte. E c\u2019era la genuina convinzione che l&#8217;impegno fondamentale per l&#8217;unit\u00e0 europea avrebbe creato la volont\u00e0 politica di affrontare qualsiasi difetto di progettazione che fosse emerso lungo il percorso.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>Avendo partecipato ai negoziati per l\u2019unione monetaria come capo del Tesoro italiano all&#8217;inizio degli anni Novanta, posso testimoniare che questa motivazione politica era reale<\/p><cite>Mario draghi<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec, siamo andati avanti, evitando le nostre contraddizioni ma nella ferma convinzione che sarebbero state risolte nel tempo. Nel frattempo, il successo dipende dal rispetto di tre condizioni.Prima, gli stabilizzatori fiscali nazionali dovrebbero essere in grado di operare liberamente e, date le dimensioni dei bilanci nazionali in Europa, in condizioni normali potrebbero fornire una sostanziale stabilizzazione degli shock locali. Le stime dell&#8217;epoca indicavano che i bilanci nazionali potevano fornire una stabilizzazione degli shock asimmetrici pari a quella del bilancio federale degli Stati Uniti. Seconda, l\u2019impegno politico nei confronti dell&#8217;euro dovrebbe creare trasferimenti impliciti al posto di quelli espliciti &#8211; tramite i Paesi fiscalmente pi\u00f9 deboli che \u201cprendono in prestito\u201d la credibilit\u00e0 di quelli fiscalmente pi\u00f9 forti e godono di costi di finanziamento inferiori. Ci\u00f2 consentirebbe ai governi di attuare politiche di stabilizzazione senza minacciare il loro accesso al mercato. Terza, le regole di bilancio dovrebbero essere concepite e applicate in modo da consolidare la fiducia nella solidit\u00e0 a medio termine delle finanze pubbliche, in modo che le espansioni anticicliche non generino questioni fondamentali di solvibilit\u00e0. In questo modo, le promesse alla base di questi trasferimenti impliciti non dovrebbero mai essere messe alla prova.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"comment\">\u00c8 importante riconoscere che l\u2019UE, e in particolare la zona euro, si basa su trasferimenti nascosti e\/o impliciti. Ci\u00f2 solleva la questione fondamentale della sostenibilit\u00e0 economica del progetto senza questi trasferimenti, su cui Draghi \u00e8 molto esplicito, ma solleva anche la questione della sostenibilit\u00e0 politica di questi trasferimenti.<\/p>\n\n\n\n<p>Per il primo decennio dell\u2019euro, le prime due condizioni sono state ampiamente rispettate.&nbsp;I mercati consideravano gli emittenti sovrani dell&#8217;area euro come sostanzialmente intercambiabili, con gli spread dei titoli italiani che convergevano verso pochi punti base di quelli tedeschi. Inoltre, gli stabilizzatori di bilancio nazionali sono stati in grado di operare con relativa libert\u00e0 di fronte a shock economici moderati, come il post 11 settembre e il fallimento delle dotcom. Ma la terza condizione \u00e8 venuta meno. Le regole fiscali europee sono state costruite intorno a limiti di deficit &#8211; con un tetto del 3% del PIL &#8211; che hanno creato una prociclicit\u00e0 intrinseca.&nbsp;Ogni volta che un Paese cresceva rapidamente, si vedeva aumentare le entrate che facevano apparire il tetto del deficit allentato, portando a sua volta a un aumento degli impegni di spesa e a un aumento dei deficit strutturali. Ma se il ciclo si inverte bruscamente, quelle entrate evaporano mentre gli impegni strutturali rimangono, riducendo rapidamente lo spazio fiscale.&nbsp;Di conseguenza, di fronte a uno shock molto forte con il crollo di Lehman, i deficit sono aumentati. E temendo un default diffuso, i creditori privati sono stati salvati anche dai governi, spingendo il debito pubblico a livelli che non potevano essere sostenuti dai soli trasferimenti impliciti. <\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;ambiguit\u00e0 costruttiva dell&#8217;impegno comune nei confronti dell\u2019euro doveva essere colmata da piani dettagliati per ci\u00f2 che sarebbe accaduto in extremis.&nbsp;I governi hanno inizialmente risposto ampliando il quadro politico dell&#8217;area euro per consentire trasferimenti limitati sotto forma di assistenza finanziaria di tipo FMI. E lo hanno fatto con successo, lanciando il primo salvataggio della Grecia e un meccanismo di finanziamento comune europeo.&nbsp;Ma alla fine del 2010 i leader dell\u2019UE hanno annunciato che i futuri salvataggi sarebbero stati soggetti alla ristrutturazione del debito sovrano: il cosiddetto \u201caccordo di Deauville\u201d. In un attimo, questo ha interrotto i trasferimenti impliciti e ha iniettato il rischio di credito in tutte le obbligazioni sovrane europee. Questo ci ha posti di fronte a due scelte nette. La prima era quella di accettare fallimenti sovrani diffusi per \u201cresettare\u201d l\u2019unione a livelli di debito pi\u00f9 bassi, preservando cos\u00ec il principio secondo cui gli Stati fiscalmente pi\u00f9 forti non dovrebbero pagare per quelli pi\u00f9 deboli. Ma proprio perch\u00e9 i livelli di debito iniziali erano cos\u00ec elevati e la propriet\u00e0 di titoli sovrani era concentrata all&#8217;interno del sistema bancario dell\u2019area euro, i default non potevano rimanere eventi contenuti se non in casi molto limitati.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"comment\">Il riferimento alla crisi del debito dell\u2019euro \u00e8 abbastanza sincero, ma oscura il ruolo che Draghi stesso ha svolto in questa dinamica. Spesso lo si dimentica, ma il governatore Draghi, alla guida della Banca d\u2019Italia, ha firmato insieme al presidente Trichet una lettera al presidente del Consiglio Berlusconi in cui le istituzioni europee chiedevano degli sforzi per migliorare i conti pubblici italiani. Ma forse l\u2019ex presidente della BCE avrebbe potuto tenere un\u2019analisi pi\u00f9 franca del ruolo svolto dalla politica monetaria nell\u2019espansione dei dubbi fiscali sui mercati finanziari. Soprattutto perch\u00e9 questa non era limitata all\u2019Italia, ma era il cuore dell\u2019accordo concluso dallo stesso Draghi all\u2019inizio del suo mandato alla guida della BCE nell\u2019autunno 2011, quando l\u2019economista italiano propose un nuovo patto fiscale (che alla fine ha preso la forma del TSCG) in cambio di un ciclo di espansione della politica monetaria sotto forma di operazioni di rifinanziamento a lungo termine. Mario Draghi pu\u00f2 lamentarsi del ruolo della politica fiscale nell\u2019esacerbare la crisi dell\u2019euro, ma avrebbe potuto riconoscere alcuni errori politici personali e istituzionali commessi nello stesso periodo.<\/p>\n\n\n\n<p>Temendo perdite di capitale e, nel peggiore dei casi, la ridenominazione in valute di valore inferiore, gli investitori hanno svenduto il debito pubblico di qualsiasi Paese percepito come vulnerabile, innescando un circolo vizioso di peggioramento dei bilanci bancari, inasprimento delle condizioni di credito e caduta della crescita, in fondo una profonda frammentazione finanziaria. Nel 2012, lo spread rispetto ai titoli di Stato decennali tedeschi ha raggiunto i 500 punti base in Italia e i 600 punti base in Spagna, con spread ancora pi\u00f9 ampi in Grecia, Portogallo e Irlanda. Poich\u00e9 queste economie rappresentavano un terzo del PIL dell&#8217;area euro, era impensabile che il resto dell&#8217;Unione non sarebbe stato trascinato nella caduta senza un deciso cambiamento di rotta. La seconda opzione era quindi quella di rendere pi\u00f9 espliciti i trasferimenti, cosa che alla fine l&#8217;Europa ha fatto, anche se in modo tutt\u2019altro che perfetto. Ha inoltre ampliato il suo meccanismo di finanziamento comune, che ha aumentato la condivisione del rischio attraverso i prestiti transfrontalieri all&#8217;interno dell&#8217;Unione. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"comment\">L\u2019accordo sul passaggio dai trasferimenti fiscali impliciti a quelli espliciti \u00e8 stato un elemento importante degli sforzi condotti dal FMI e dal MES. In realt\u00e0, questi trasferimenti si sono rivelati insufficienti fino a quando non sono stati compensati da trasferimenti ancora pi\u00f9 impliciti sotto forma di operazioni monetarie su titoli (MTS) della BCE e, infine, di quantitative easing. I trasferimenti impliciti non sono mai stati abbandonati e di fatto rimangono la forma dominante di trasferimenti fiscali. Riconoscere la natura fiscale delle azioni di politica monetaria sarebbe stato un utile contributo al dibattito.<\/p>\n\n\n\n<p>La letteratura indica che, prima della crisi del debito sovrano, solo il 40% circa degli shock nazionali nell&#8217;area euro veniva assorbito, come mostrato dallo scarto tra consumo e produzione. Una volta che l\u2019assistenza ufficiale \u00e8 stata attivata, circa il 60% degli shock \u00e8 stato attenuato.&nbsp;Questi prestiti hanno a loro volta facilitato una forma di trasferimento fiscale, in quanto i creditori pubblici hanno esteso i loro prestiti per decenni nel futuro a tassi di interesse fissi molto bassi, il che porter\u00e0 nel frattempo ad ampi trasferimenti ai Paesi che hanno ricevuto assistenza finanziaria. Questa risposta ha reso l\u2019area euro pi\u00f9 vicina ad un\u2019area valutaria ottimale. Ma i trasferimenti erano ancora lontani dal modello immaginato da Mundell.&nbsp;Il problema principale \u00e8 che il loro effetto stabilizzante nei Paesi che li hanno ricevuti \u00e8 stato compromesso dai rigidi termini dei programmi di aggiustamento che li accompagnavano. Allo stesso tempo, le regole fiscali procicliche dell&#8217;Europa hanno aggravato la debolezza della domanda, trasformando una contrazione fiscale aggregata in uno shock recessivo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"comment\">Riconoscere le difficolt\u00e0 incontrate da alcuni aspetti della politica fiscale durante la crisi \u00e8, tuttavia, un passo importante nella giusta direzione. L\u2019aver trascurato la nozione di fiscal stance complessiva e il modo in cui la politica fiscale ha spinto l\u2019eurozona in recessione nel 2011 sono utili promemoria di quanto \u00e8 accaduto. Ma sarebbe utile ricordare anche il contributo della politica monetaria e il ruolo della retorica della BCE in quel periodo.<\/p>\n\n\n\n<p>Mentre i Paesi si sforzavano di rimanere al di sotto dei limiti di deficit, il fiscal stance dell\u2019area euro si \u00e8 ristretto di circa 4 punti percentuali del PIL potenziale tra il 2011 e il 2013, anche nei Paesi che disponevano di un ampio spazio fiscale e non subivano pressioni di mercato, riducendo cos\u00ec la domanda di esportazioni da parte dei Paesi privi di spazio fiscale. Inoltre, circa due terzi del risanamento fiscale complessivo \u00e8 avvenuto attraverso aumenti delle imposte piuttosto che tagli alla spesa, riducendo cos\u00ec ulteriormente il reddito disponibile e i consumi. La difficile strada verso la costruzione di un\u2019unione monetaria ottimale \u00e8 stata illustrata dalle risposte divergenti in Europa a questi sviluppi.&nbsp;In Grecia e in altri Paesi, anni di austerit\u00e0 hanno alimentato un populismo crescente. Ma anche in Germania \u00e8 aumentato l\u2019euroscetticismo, con la comparsa di nuovi partiti che si oppongono ai bailout e all\u2019idea di tenere a bordo i Paesi pi\u00f9 deboli. A fronte di tutti questi problemi, tuttavia, l\u2019euro \u00e8 sopravvissuto.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>La risposta alla crisi del debito ha permesso all&#8217;area euro di avvicinarsi ad un&#8217;area monetaria ottimale<\/p><cite>Mario Draghi<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<p>Nel 2012 la Banca centrale europea ha annunciato che avrebbe fatto \u00abwhatever it takes\u00bb per salvare l\u2019euro, una decisione validata dalla Corte di giustizia europea tre anni dopo.&nbsp;Gli investitori hanno smesso di scommettere contro la dissoluzione della moneta comune, poich\u00e9 sapevano che i dirigenti europei non l&#8217;avrebbero mai permesso.&nbsp;E i governi di tutti i colori e di tutti i Paesi hanno continuato a sostenere il progetto, preferendo aiutare anche gli Stati membri pi\u00f9 deboli a rimanere nell\u2019Unione. Nell\u2019area euro non esiste ancora un accordo su un bilancio centrale a fini di stabilizzazione o sui trasferimenti fiscali transfrontalieri. E questo porta a chiedersi se l&#8217;area valutaria potr\u00e0 mai essere veramente stabile senza un&#8217;ulteriore integrazione in questo ambito.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"comment\">Il vero contributo di Mario Draghi al dibattito europeo, al di l\u00e0 del famoso \u00abwhatever it takes\u00bb, \u00e8 stato quello di posizionare chiaramente la BCE a favore dell\u2019integrazione e dei trasferimenti fiscali espliciti. La necessit\u00e0 di centralizzazione e la creazione di un\u2019autentica capacit\u00e0 fiscale, sostenute dal rapporto dei Quattro Presidenti nel 2012, sono state infine approvate da Draghi contro la resistenza del personale della BCE e rimarranno una delle sue eredit\u00e0 intellettuali pi\u00f9 importanti.<\/p>\n\n\n\n<p>Non c\u2019\u00e8 dubbio che sarebbe un obiettivo finale auspicabile avere una capacit\u00e0 fiscale centrale a fini di stabilizzazione, poich\u00e9 le diverse regioni saranno sempre esposte a shock asimmetrici. Tuttavia, tre fattori suggeriscono che potrebbe non essere pi\u00f9 una condizione sine qua non.&nbsp;Primo, nel corso del tempo, l\u2019area euro si \u00e8 gradualmente avvicinate alle altre condizioni ideali indicate da Mundell, attenuando in qualche modo la necessit\u00e0 di trasferimenti fiscali. 25 anni di unione economica e monetaria hanno portato a catene di approvvigionamento pi\u00f9 integrate e a cicli economici pi\u00f9 sincronizzati, e l&#8217;euro pu\u00f2 spiegare almeno la met\u00e0 di questo complessivo incremento. Allo stesso tempo, mentre la mobilit\u00e0 del lavoro nell\u2019area euro rimane lontana dai livelli degli statunitensi, gli studi hanno riscontrato una graduale convergenza, che riflette sia il calo della migrazione interstatale negli Stati Uniti sia l&#8217;aumento del peso della migrazione in Europa. I processi di condivisione del rischio sono ulteriormente migliorati. Ad esempio, in un contesto di integrazione del settore bancario &#8211; la cosiddetta unione bancaria &#8211; e di abbondante assistenza pubblica, i prestiti transfrontalieri sono stati notevolmente pi\u00f9 robusti durante la pandemia rispetto a quanto si era visto in occasione di grandi shock precedenti.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>A fronte di tutti questi problemi, tuttavia, l\u2019euro \u00e8 sopravvissuto<\/p><cite>Mario Draghi<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<p>Quanto pi\u00f9 l\u2019Europa riuscir\u00e0 ad avanzare su questa strada &#8211; soprattutto in termini di integrazione dei mercati dei capitali &#8211; tanto minore sar\u00e0 la necessit\u00e0 di trasferimenti fiscali permanenti. In secondo luogo, la capacit\u00e0 delle politiche fiscali nazionali di stabilizzare il ciclo \u00e8 stata rafforzata dal cambiamento della funzione di reazione della Banca centrale.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"comment\">Tuttavia, persiste la convinzione che i mercati dei capitali e l\u2019integrazione fiscale possano sostituirsi l\u2019un l\u2019altro perch\u00e9 entrambi permetterebbero la stabilizzazione e i trasferimenti. Si tratta di una convinzione comune ed errata nei circoli europei, basata sull\u2019illusione che la condivisione dei rischi sui mercati dei capitali avvenga ex nihilo. Non \u00e8 cos\u00ec, e la prova \u00e8 che il motivo per cui l\u2019unione bancaria e l\u2019unione dei mercati dei capitali si sono arenate nell\u2019ultimo decennio \u00e8 proprio perch\u00e9, in assenza di integrazione fiscale e in particolare in mancanza di una chiara rete di sicurezza fiscale, non pu\u00f2 esistere una vera unione bancaria. L\u2019unione fiscale e l\u2019unione bancaria non sono quindi sostitutive ma complementari. Una ha la precedenza sull\u2019altra.<\/p>\n\n\n\n<p>Dal 2012, la BCE ha individuato negli aumenti ingiustificati degli spread sovrani un ostacolo fondamentale alla regolare trasmissione della politica monetaria, e ha costantemente sviluppato una serie di politiche per affrontare tali minacce. Questa funzione di reazione ha posto una base efficace ai mercati delle obbligazioni sovrane nei casi in cui gli spread non siano effettivamente guidati dai fondamentali, una base che si \u00e8 dimostrata efficace anche quando l&#8217;orientamento della politica monetaria e fiscale non \u00e8 stato allineato.&nbsp;Ad esempio, i governi dell\u2019area euro sono stati in grado di adottare un consistente stimolo fiscale per compensare gli effetti della crisi energetica dello scorso inverno, anche quando i tassi di interesse erano in forte aumento e l&#8217;economia in fase di stallo, con l&#8217;area euro che trasferiva pi\u00f9 di 200 miliardi di euro al resto del mondo sotto forma di tassa sugli scambi. Questo sarebbe stato probabilmente impossibile dieci anni prima, quando anche piccoli aumenti dei tassi si rivelavano destabilizzanti. Ci\u00f2 suggerisce che qualcosa \u00e8 cambiato radicalmente nel modo in cui gli investitori considerano l&#8217;area euro e il margine di manovra che sono disposti a concedere.<\/p>\n\n\n\n<p>Terzo, la natura degli shock che dobbiamo affrontare sta cambiando.&nbsp;Con la pandemia, la crisi energetica e la guerra in Ucraina, ci troviamo sempre pi\u00f9 spesso ad affrontare shock comuni ed esogeni, piuttosto che shock asimmetrici ed interni. Questo sposta il problema dal sostenere gli Stati in difficolt\u00e0 nell\u2019affrontare le sfide condivise, creando cos\u00ec un diverso assetto di preferenze politiche. Come illustrato dall\u2019episodio descritto in precedenza, la condivisione del rischio ciclico \u00e8 difficile da attuare in Europa perch\u00e9 le preferenze politiche sono fortemente disallineate. Ma per obiettivi condivisi come la salute, la difesa e la transizione climatica, le preferenze politiche si sovrappongono e la necessit\u00e0 di maggiori impegni di spesa \u00e8 incontrovertibile.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"comment\">Questo \u00e8 un altro importante cambiamento nelle motivazioni economiche alla base dei trasferimenti e della capacit\u00e0 fiscale comune. Sebbene siano stati a lungo considerati un requisito per la condivisione del rischio di fronte a shock macroeconomici asimmetrici, la realt\u00e0 \u00e8 che \u00e8 stato molto pi\u00f9 facile mobilitare la volont\u00e0 politica per creare risposte fiscali comuni a shock simmetrici (la crisi COVID) o per affrontare sfide e beni pubblici comuni. Si tratta di un cambiamento importante che potrebbe minare strutturalmente la tesi che presenta l\u2019integrazione fiscale come inestricabilmente legata all\u2019euro piuttosto che all\u2019UE. In un certo senso, l\u2019argomento dei beni pubblici indebolisce le argomentazioni sulla capacit\u00e0 fiscale della zona euro e rafforza la tesi dell\u2019estensione e dell\u2019ampliamento del bilancio dell\u2019UE.<\/p>\n\n\n\n<p>La risposta europea alla pandemia ha riconosciuto questa nuova realt\u00e0. Ha costretto l\u2019Europa a centralizzare importanti settori della politica sanitaria, in quanto la Commissione ha dimostrato di poter acquistare vaccini pi\u00f9 efficacemente di quanto potessero fare i singoli Stati. Le restrizioni necessarie a rallentare la diffusione del virus hanno portato anche alla creazione di un fondo comune per sostenere i mercati del lavoro nell\u2019area euro (SURE). Infine, l\u2019Europa ha concordato la creazione di un fondo da 750 miliardi di euro (Next Generation EU) per sostenere i Paesi nell\u2019affrontare le transizione verde e quella digitale, che richiedono entrambe investimenti molto maggiori di quelli che i singoli Paesi possono permettersi individualmente.&nbsp;Quindi, se il grado di convergenza all\u2019interno dell\u2019area euro \u00e8 pi\u00f9 elevato, la frequenza degli shock asimmetrici \u00e8 minore e il finanziamento comune degli obiettivi condivisi aumenta, pi\u00f9 rari saranno i casi in cui sar\u00e0 davvero necessaria una capacit\u00e0 fiscale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"comment\">La tesi secondo cui \u00e8 pi\u00f9 probabile che l\u2019integrazione fiscale si realizzi attraverso i beni pubblici piuttosto che attraverso la stabilizzazione non deve tuttavia portare alla conclusione che quest\u2019ultima non sia necessaria. La stabilizzazione \u00e8 necessaria per soddisfare le esigenze di stabilizzazione piuttosto che quelle di allocazione anche in aree economiche fortemente integrate. Le politiche di stabilizzazione vengono spesso nascoste perch\u00e9 quelle di allocazione di risorse possono essere pi\u00f9 convenienti dal punto di vista politico, ma ci\u00f2 non deve distogliere l\u2019attenzione dall\u2019argomentazione economica secondo cui questi strumenti sono necessari.<\/p>\n\n\n\n<p>La domanda chiave ora \u00e8 se l\u2019Europa pu\u00f2 aprire una strada diversa verso l\u2019unione fiscale. La storia ci dice che raramente i bilanci comuni sono stati creati come complemento dell\u2019integrazione monetaria, ma piuttosto con lo scopo di raggiungere specifici obiettivi nell\u2019interesse pubblico.&nbsp;Negli Stati Uniti, \u00e8 stata la Guerra d\u2019indipendenza che ha portato al \u00abmomento hamiltoniano\u00bb dell\u2019assunzione del debito da parte del governo federale. In Canada e in Germania, le prime imposte federali dirette &#8211; esclusi i dazi doganali &#8211; furono create per generare nuove entrare volte a finanziare la Prima guerra mondiale. \u00c8 stata la necessit\u00e0 di superare la Grande depressione a portare all\u2019espansione del bilancio federale statunitense negli anni Trenta.&nbsp;Allo stesso modo, l\u2019Europa &#8211; fino ad oggi &#8211; non ha mai affrontato cos\u00ec tanti obiettivi sovranazionali condivisi, ovvero obiettivi che non possono essere gestiti dai singoli Paesi. Stiamo attraversando una serie di grandi transizioni che richiederanno grandi investimenti comuni. Secondo la Commissione europea, il fabbisogno di investimenti per la transizione verde ammonta a oltre 600 miliardi di euro all&#8217;anno fino al 2030 &#8211; e&nbsp; una somma tra un quarto e un quinto del totale dovr\u00e0 essere finanziata dal settore pubblico.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>Raramente i bilanci comuni sono stati creati come complemento dell\u2019integrazione monetaria, ma piuttosto con lo scopo di raggiungere specifici obiettivi nell\u2019interesse pubblico<\/p><cite>Mario draghi<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<p>Stiamo anche affrontando una transizione geopolitica, guidata dal disaccoppiamento tra Stati Uniti e Cina, in cui non possiamo pi\u00f9 fare affidamento su Paesi non amici per le forniture critiche. Ci\u00f2 richieder\u00e0 un sostanziale riorientamento degli investimenti verso la costruzione di capacit\u00e0 produttiva in patria o con i partner.&nbsp;E mai nella storia dell&#8217;UE i suoi valori fondanti di pace, democrazia e libert\u00e0 sono stati messi in discussione quanto lo sono adesso dalla guerra in Ucraina. Una conseguenza immediata \u00e8 che dobbiamo passare a una difesa comune europea molto pi\u00f9 forte se vogliamo, come minimo, raggiungere l&#8217;obiettivo di spesa militare della NATO del 2% del PIL.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"comment\">Forse il passaggio pi\u00f9 audace del discorso di Draghi \u00e8 la sua posizione favorevole ad aumentare il bilancio dell\u2019UE, vista la necessit\u00e0 di finanziare la lotta al cambiamento climatico, le esigenze di spesa per la difesa e l\u2019adattamento a un mondo segnato dagli interessi geoeconomici concorrenti di Stati Uniti e Cina, nonch\u00e9 la sua convinzione sulla necessit\u00e0 di allargare l\u2019Europa. La somma di queste sfide promette di rendere i prossimi negoziati sul bilancio dell\u2019UE potenzialmente i pi\u00f9 difficili da generazioni, ed \u00e8 utile stabilire il giusto livello di ambizione per queste discussioni fin dall\u2019inizio.<\/p>\n\n\n\n<p>Tuttavia, allo stato attuale, la struttura istituzionale dell\u2019Europa non \u00e8 adatta a realizzare queste transizioni, come rivela il confronto con gli Stati Uniti. Qui assistiamo adesso ad una nuova attenzione per la cosiddetta <em>statecraft<\/em>, in cui la spesa federale, le modifiche normative e gli incentivi fiscali si allineano per perseguire gli obiettivi strategici degli Stati Uniti. L\u2019Inflation Reduction Act, ad esempio, accelerer\u00e0 contemporaneamente la spesa verde, attirer\u00e0 investimenti esteri e ristrutturer\u00e0 le catene di approvvigionamento a favore dell\u2019America. Ma in Europa manca una strategia equivalente per integrare la spesa a livello europeo, le norme sugli aiuti di Stato e i piani fiscali nazionali, come dimostra l&#8217;esempio del cambiamento climatico. Una volta scaduto il programma Next Generation EU, non c\u2019\u00e8 alcuna proposta per uno strumento federale che lo sostituisca nel sostenere le necessarie spese legate alla transizione ecologica. Le norme UE sugli aiuti di Stato limitano la capacit\u00e0 delle autorit\u00e0 nazionali di perseguire attivamente una politica industriale verde. Inoltre, le nostre norme fiscali non prevedono alcuna eccezione per consentire sufficienti investimenti a lungo termine. Senza un intervento, c\u2019\u00e8 il serio rischio di non essere all\u2019altezza dei nostri obiettivi climatici, e probabilmente di perdere la nostra base industriale a vantaggio di regioni che si impongono meno vincoli.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"comment\">La richiesta di un bilancio europeo ambizioso \u00e8 anche coerente con i rischi che Draghi intravede nella configurazione attuale, dove l\u2019allentamento delle norme sugli aiuti di Stato con regole di bilancio relativamente rigide a livello nazionale porterebbe solo a una frammentazione interna dell\u2019Unione e a dei conflitti tra i suoi membri. A questo si pu\u00f2 porre rimedio solo rendendo pi\u00f9 flessibili le regole di bilancio o europeizzando maggiormente la politica economica dell\u2019Unione. Questo \u00e8 un punto chiave non sufficientemente sottolineato nel breve dibattito sulla risposta dell\u2019UE all\u2019IRA e che si ritorcer\u00e0 contro l\u2019Unione al punto da far deragliare gli attuali negoziati sulle regole fiscali dell\u2019UE, forse a ragione. \u00c8 sorprendente che Draghi sia solo leggermente favorevole all\u2019attuale proposta di riforma delle regole fiscali.<\/p>\n\n\n\n<p>Tutto questo ci lascia con due opzioni. Primo, possiamo alleggerire le norme sugli aiuti di Stato e allentare le regole fiscali, consentendo agli Stati membri di assumersi interamente l\u2019onere della spesa per investimenti. Ma in questo modo creeremo una frammentazione perch\u00e9, anche con il maggiore margine di manovra che i mercati concedono oggi all&#8217;area euro, i Paesi con maggiore spazio fiscale avranno molto pi\u00f9 spazio di manovra di spesa rispetto agli altri. Come abbiamo imparato dall\u2019accordo di Deauville, la frammentazione non ha senso quando c&#8217;\u00e8 un obiettivo sovranazionale che i Paesi non possono raggiungere da soli. Cos\u00ec come l&#8217;euro non pu\u00f2 essere stabile se ampie parti dell&#8217;unione monetaria sono in crisi, il cambiamento climatico non pu\u00f2 essere risolto riducendo le emissioni di carbonio di alcuni Paesi pi\u00f9 velocemente di altri.&nbsp;Ci\u00f2 significa che l\u2019unica opzione che ci permette di raggiungere i nostri obiettivi \u00e8 la seconda: cogliere l\u2019occasione per ridefinire l\u2019UE, il suo quadro fiscale e &#8211; con l\u2019ulteriore allargamento in programma &#8211; il suo processo decisionale, e renderli commisurati alle sfide che dobbiamo affrontare.<\/p>\n\n\n\n<p>E sembra proprio che le regole fiscali siano al momento pronte ad essere discusse. La sfida principale per l\u2019area euro \u00e8 che ci affidiamo a regole di bilancio alla scala nazionale per raggiungere molteplici obiettivi differenti. Dato il ruolo cruciale di stabilizzazione dei bilanci nazionali, abbiamo bisogno di regole che consentano alla politica anticiclica di rispondere agli shock locali. Abbiamo anche bisogno di regole che facilitino i massicci investimenti di cui abbiamo bisogno. E dobbiamo garantire la credibilit\u00e0 a medio termine delle politiche fiscali nazionali in un contesto di livelli di debito molto elevati a seguito della pandemia.&nbsp;Ma c\u2019\u00e8 un compromesso intrinseco tra questi obiettivi.&nbsp;Per garantire la credibilit\u00e0 fiscale \u00e8 necessario che le regole siano pi\u00f9 automatiche e meno discrezionali. Ma poich\u00e9 nessuna regola pu\u00f2 essere adattata a tutte le contingenze future, una maggiore automaticit\u00e0 limiter\u00e0 sempre la capacit\u00e0 dei governi di reagire a shock imprevisti.<\/p>\n\n\n\n<p>Allo stesso modo, regole credibili richiedono aggiustamenti su orizzonti temporali non troppo lunghi. Ma il tipo di investimenti di cui abbiamo bisogno oggi implica impegni di spesa a lungo termine, molti dei quali andranno oltre la vita dei governi che li stanno promettendo. La Commissione europea ha cercato di risolvere questo compromesso proponendo di concentrarsi su una disciplina di spesa legata alla traiettoria del debito a medio termine di un Paese. Questo sarebbe certamente un miglioramento rispetto al precedente tetto del deficit, in quanto le regole di spesa sarebbero indipendenti dalle entrate straordinarie durante le fasi di ripresa, consentendo cos\u00ec il ruolo anticiclico e stabilizzante della politica fiscale quando il ciclo si inverte. Il percorso di spesa pu\u00f2 anche essere adattato per i Paesi che intraprendono investimenti, allungando il periodo in cui la traiettoria del debito deve iniziare a diminuire. Ma tutto ci\u00f2 avverr\u00e0 inevitabilmente al prezzo dell&#8217;automaticit\u00e0 e, forse, dell\u2019applicabilit\u00e0. Quindi, se guardiamo al futuro, dobbiamo riconoscere che le regole fiscali veramente credibili non possono funzionare senza un equivalente ripensamento dei poteri fiscali. Poich\u00e9 le regole automatiche rappresentano una devoluzione di poteri al centro, possono funzionare solo se sono accompagnate da un maggior grado di spesa da parte del centro.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"comment\">Draghi stabilisce un legame effettivo tra le regole di bilancio dell\u2019Unione e la necessit\u00e0 di aumentare la spesa. Le regole automatiche rappresentano una devoluzione della politica fiscale che pu\u00f2 essere accettata solo in cambio di un aumento della spesa fiscale a livello centrale, che l\u2019attuale proposta di riforma delle regole di bilancio non offre. Il sostegno di Draghi a questo accordo esplicito spinger\u00e0 i negoziati sul bilancio dell\u2019UE verso un accordo globale pi\u00f9 ampio che comprenda le regole di bilancio, il budget dell\u2019UE, i NGEU2 e le risorse proprie. Questo dovrebbe essere al centro del prossimo programma di lavoro della Commissione europea.<\/p>\n\n\n\n<p>Questo \u00e8 in linea di massima ci\u00f2 che vediamo negli Stati Uniti, dove il trasferimento di poteri al governo federale rende piuttosto rigide le regole fiscali per i singoli stati. I bilanci in pareggio a livello statale sono credibili proprio grazie ai trasferimenti fiscali e alla spesa federale per progetti comuni, che possono affrontare shock imprevisti e finanziare obiettivi condivisi. L\u2019area euro probabilmente non replicher\u00e0 mai completamente questa struttura, data la dimensione molto maggiore dei bilanci nazionali rispetto a quelli dei singoli Stati statunitensi. Ma ci sono buone ragioni per cui importare alcuni elementi avrebbe una sua logica. In primo luogo, se dovessimo ritagliare e federalizzare alcune spese di investimento necessarie ad obiettivi condivisi, utilizzeremmo il nostro spazio fiscale in modo pi\u00f9 efficiente.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>Delle regole fiscali veramente credibili non possono funzionare senza un equivalente ripensamento dei poteri fiscali<\/p><cite>mario draghi<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<p>Lo spazio fiscale asimmetrico dell\u2019Europa &#8211; con alcuni Paesi che possono spendere molto pi\u00f9 di altri &#8211; \u00e8 fondamentalmente uno spreco quando sono in gioco obiettivi condivisi come il clima e la difesa. Se alcuni Paesi possono spendere liberamente per questi obiettivi, mentre altri non possono, l\u2019impatto di tutte le spese \u00e8 inferiore, poich\u00e9 nessuno \u00e8 in grado di raggiungere la sicurezza climatica o militare. In secondo luogo, l\u2019emissione di pi\u00f9 debito comune per finanziare questi investimenti potrebbe ampliare lo spazio fiscale collettivo a nostra disposizione. I costi di prestito dell\u2019UE sono inferiori alla media ponderata dei costi di prestito dei suoi Stati membri e sono quasi identici a quelli del meccanismo di finanziamento istituito durante la crisi, il MES, nonostante quest\u2019ultimo disponga di cos\u00ec tanto capitale versato da poter riacquistare il 70% delle sue obbligazioni al valore nominale.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Ci\u00f2 indica che gli investitori ripongono una notevole fiducia nella capacit\u00e0 dell\u2019UE di ricavare da ciascun Paese aderente il futuro gettito di entrate necessarie a servire il debito sottostante. Questo, a sua volta, implica l\u2019esistenza di un potenziale non sfruttato da parte dell\u2019UE di intermediazione del debito e riduzione dei costi di indebitamento aggregati nell\u2019Unione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"comment\">Uno degli argomenti addotti negli ultimi mesi contro l&#8217;emissione di debito comune \u00e8 stato l&#8217;aumento del costo del prestito per il debito dell&#8217;Unione. In questo caso, Draghi affronta timidamente questa tesi, dimostrando che gli attuali tassi sono essenzialmente inferiori alla media ponderata del costo del prestito dei vari Stati membri. Ma non va oltre, sostenendo che il costo del debito potrebbe convergere verso il basso se all\u2019Unione fossero concessi poteri fiscali pi\u00f9 chiari e un mercato del debito pi\u00f9 liquido e profondo.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma la promozione di un maggior numero di funzioni alla scala federale richiederebbe la fiducia tra i diversi Stati membri nella capacit\u00e0 e correttezza di utilizzo dei fondi comuni da parte delle autorit\u00e0 nazionali, dato che la maggior parte dell&#8217;attuazione avverrebbe ancora a livello nazionale.&nbsp; Richiederebbe anche un cambiamento commisurato delle nostre regole fiscali in direzione di una minore flessibilit\u00e0.&nbsp;L\u2019emissione di pi\u00f9 debito UE ridurrebbe, a parit\u00e0 di condizioni, la capacit\u00e0 fiscale di servire il debito nazionale. Ci\u00f2 significa che, come minimo, dovremmo garantire che gli Stati membri con un debito elevato utilizzino lo spazio fiscale creato dalla spesa comune per migliorare le loro prospettive fiscali &#8211; una parte delle quali dovrebbe derivare da effetti positivi sulla crescita.<\/p>\n\n\n\n<p>Per ora, ci sono dei limiti a quanto possiamo spingerci in questa direzione, non da ultimo perch\u00e9 il costo del prestito dell\u2019Unione \u00e8 ancora superiore a quello dei suoi membri pi\u00f9 forti &#8211; il che significa che un prestito maggiormente condiviso potrebbe essere visto come una forma di trasferimento fiscale non autorizzato. Pertanto, una possibilit\u00e0 \u00e8 quella di procedere &#8211; come abbiamo fatto finora &#8211; con un\u2019integrazione tecnocratica, apportando cambiamenti apparentemente tecnici e sperando che quelli politici seguano. Questo approccio \u00e8 riuscito alla fine con l&#8217;euro e ha reso l\u2019UE pi\u00f9 forte. Ma i costi sono stati elevati e i progressi lenti.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019altra possibilit\u00e0 \u00e8 quella di procedere con un vero e proprio processo politico, in cui l\u2019obiettivo finale sia esplicito fin dall&#8217;inizio e approvato dagli elettori sotto forma di modifica dei Trattati UE. Questa strada \u00e8 fallita a met\u00e0 degli anni Duemila e da allora i politici l&#8217;hanno evitata, ma credo che ora ci siano pi\u00f9 speranze di movimento. Con l\u2019ulteriore allargamento dell\u2019Unione ai Balcani e all\u2019Ucraina, sar\u00e0 essenziale riaprire i Trattati per garantire che non si ripetano gli errori del passato, espandendo la periferia senza rafforzare il centro. Questo dovrebbe produrre un allineamento naturale tra i nostri obiettivi condivisi, il processo decisionale collettivo e le nostre regole fiscali.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"comment\">Infine, Draghi mette in guardia dal pericolo di continuare con l&#8217;integrazione tecnocratica in sordina e suggerisce che l&#8217;economia politica della riforma dei trattati sia cambiata. Adesso, uno stallo comporta rischi sufficienti da incoraggiare ad agire anche i meno inclini a farlo. Si tratta di un appello coraggioso in un momento in cui la maggior parte dei leader europei sembra meno propensa a grandi passi in avanti dopo un periodo segnato da discorsi molto ambiziosi. Forse il grande vantaggio di essere uno statista senza Stato \u00e8 quello di poter dire pi\u00f9 liberamente la verit\u00e0 al potere.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>Per ora, ci sono dei limiti a quanto possiamo spingerci in questa direzione, non da ultimo perch\u00e9 il costo del prestito dell\u2019Unione \u00e8 ancora superiore a quello dei suoi membri pi\u00f9 forti &#8211; il che significa che un prestito maggiormente condiviso potrebbe essere visto come una forma di trasferimento fiscale non autorizzato<\/p><cite>mario draghi<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<p>Il punto di partenza di ogni futura modifica dei Trattati deve essere il riconoscimento del numero crescente di obiettivi condivisi e della necessit\u00e0 di finanziarli congiuntamente; ci\u00f2 richiede a sua volta una diversa forma di rappresentanza e di processo decisionale centralizzato. A quel punto, il passaggio a regole pi\u00f9 automatiche diventerebbe pi\u00f9 realistico. Credo che gli europei siano pi\u00f9 pronti di vent\u2019anni fa a percorrere questa strada, perch\u00e9 oggi hanno solo tre opzioni: paralisi, uscita o integrazione.&nbsp;I sondaggi indicano chiaramente che i cittadini avvertono un crescente senso di minaccia esterna, non da ultimo dopo l\u2019invasione russa, che rende la paralisi sempre pi\u00f9 inaccettabile. Le strategie che hanno assicurato la nostra prosperit\u00e0 e sicurezza in passato &#8211; la dipendenza dagli Stati Uniti per la sicurezza, dalla Cina per le esportazioni e dalla Russia per l\u2019energia &#8211; oggi sono diventate insufficienti, incerte o inaccettabili. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"comment\">Il trilemma in cui si trova l\u2019Europa \u00e8 dunque il seguente: paralisi, uscita o integrazione sono le tre scelte che gli europei devono affrontare, e Draghi ha probabilmente ragione a dire che i pericoli delle prime due potrebbero rendere l\u2019ultima pi\u00f9 attraente e possibile oggi di quanto non lo sia mai stata negli ultimi due decenni.<\/p>\n\n\n\n<p>Le sfide del cambiamento climatico e della migrazione non fanno che accrescere il senso di urgenza nel rafforzare la capacit\u00e0 di azione dell&#8217;Europa. Non saremo in grado di costruire questa capacit\u00e0 senza rivedere il quadro fiscale europeo, e ho cercato di delineare le direzioni che questo cambiamento potrebbe prendere. In ultima analisi, la guerra in Ucraina ha ridefinito la nostra Unione in modo pi\u00f9 profondo &#8211; non solo per quanto riguarda i suoi membri e i suoi obiettivi condivisi, ma anche per la consapevolezza che il nostro futuro \u00e8 interamente nelle nostre mani, e nella nostra unit\u00e0.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L\u2019incomparabile vantaggio di essere uno statista senza uno Stato da gestire \u00e8 che si pu\u00f2 dire la verit\u00e0 pi\u00f9 liberamente a chi deve governare. 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