{"id":669,"date":"2020-12-28T15:47:47","date_gmt":"2020-12-28T15:47:47","guid":{"rendered":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/ita\/?p=669"},"modified":"2020-12-28T15:53:20","modified_gmt":"2020-12-28T15:53:20","slug":"leuropa-geopolitica-tra-relazioni-transatlantiche-e-sfide-globali-conversazione-con-nathalie-tocci","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2020\/12\/28\/leuropa-geopolitica-tra-relazioni-transatlantiche-e-sfide-globali-conversazione-con-nathalie-tocci\/","title":{"rendered":"L\u2019Europa geopolitica tra relazioni transatlantiche e sfide globali: conversazione con Nathalie Tocci"},"content":{"rendered":"\n<h3 class=\"wp-block-heading\">Bielorussia, Turchia, Libia, Caucaso: le crisi che circondano l\u2019Europa mostrano plasticamente come sia immersa in un \u201carco di crisi\u201d. Ci\u00f2 richiederebbe capacit\u00e0 di azione e una volont\u00e0 comune, anche e soprattutto in termini politici. Eppure, nonostante i proclami \u2013 da ultimo, l\u2019ambizioso obiettivo della Commissione von der Leyen di costruire un\u2019\u201cEuropa geopolitica\u201d \u2013 tale volont\u00e0 non appare per nulla evidente. Quali sono le prospettive possibili e gli ostacoli con cui la politica estera europea deve fare i conti?&nbsp;<\/h3>\n\n\n\n<p>Il fatto di essere circondati dalle crisi \u00e8 una realt\u00e0 consolidata e che ormai conosciamo bene, perlomeno dal 2014. Tutto inizi\u00f2 ad est, con l&#8217;annessione della Crimea. Ma a sud, dal 2012-2013, la promessa delle Primavere arabe era gi\u00e0 diventata un autunno che stava entrando nel suo lungo inverno. Tutto ci\u00f2 \u00e8 andato accentuandosi con le tensioni nel Mediterraneo Orientale e la nuova guerra nel Caucaso tra Armenia e Azerbaijan, che sono andate ad aggiungersi a conflitti che gi\u00e0 preesistevano &#8211; come quello israelo-palestinese &#8211; oppure che sono scoppiati negli ultimi anni e che non si sono risolti, come la situazione in Siria. Lo scenario era tuttavia gi\u00e0 molto turbolento.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Noi come europei, potremmo leggere tutto ci\u00f2 con la storia del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Se facciamo un confronto tra gli ultimi cinque anni e l&#8217;ultimo anno e mezzo (e probabilmente i prossimi quattro anni), un elemento appare evidente: nel ciclo politico-istituzionale precedente c&#8217;era molta pi\u00f9 attenzione di quanto non ce ne sia ora su temi di politica estera, in particolare di sicurezza e difesa. In parte, ci\u00f2 \u00e8 dovuto in parte a fattori esogeni, come la crisi appena scoppiata dell\u2019Ucraina, la Brexit, l&#8217;elezione di Trump alla Casa Bianca. Tutta questa attenzione all\u2019esterno era tuttavia data anche da una ragione molto pi\u00f9 interna, ossia la totale incapacit\u00e0 dell&#8217;Unione di avanzare sui dossier che le erano pi\u00f9 naturali, come ad esempio la riforma dell&#8217;eurozona ed il tema migratorio.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Adesso, le cose sono totalmente cambiate. Il bicchiere \u00e8 mezzo pieno se consideriamo che nell&#8217;ultimo anno &#8211; ed in particolare negli ultimi mesi &#8211; si \u00e8 ritrovata una coesione e una solidariet\u00e0 interne su temi diversi, non di politica estera. Per far fronte alla pandemia, alcune delle vecchie ferite generate dalla crisi dell&#8217;eurozona e acuite dalla cosiddetta crisi migratoria, se non si sono sanate, hanno almeno iniziato a rimarginarsi. C&#8217;\u00e8 stato come un colpo di reni dell&#8217;Unione: \u00e8 stato evidente che bisognasse fare qualcosa. Questo slancio ha portato all&#8217;accordo sul <em>Next Generation EU<\/em>: non lo abbiamo ancora portato a casa, ma mi auguro che siamo sulla buona via per arrivare al risultato. Se \u00e8 vera la tesi secondo cui per articolare una politica estera coerente e coesa ci debba essere un&#8217;unit\u00e0 interna, questa situazione ha dato un nuovo impeto alla condizione fondamentale per una politica estera europea: la solidariet\u00e0. Trovo assolutamente irrealistico pensare che in Europa si arrivi ad una percezione condivisa delle minacce. Lo impediscono la geografia, la storia, la cultura politica degli Stati Membri che sono e continueranno ad essere diverse. Ci\u00f2 su cui si deve lavorare &#8211; su cui \u00e8 davvero possibile arrivare a dei risultati &#8211; \u00e8 proprio la solidariet\u00e0. Pensiamo ad esempio alla Russia: \u00e8 irrealistico credere che la percezione della minaccia in Italia, in Francia, in Estonia e in Polonia sia perfettamente convergente. Non lo \u00e8 per\u00f2 ritenere che, se l&#8217;Estonia si dimostra solidale con la Francia nel Sahel, allora la Francia potr\u00e0 mostrare solidariet\u00e0 nei rapporti con la Russia. \u00c8 sulla solidariet\u00e0 reciproca che si pu\u00f2 lavorare a livello politico in modo efficace.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>Trovo assolutamente irrealistico pensare che in Europa si arrivi ad una percezione condivisa delle minacce. Ci\u00f2 su cui si deve lavorare a livello politico, e su cui \u00e8 davvero possibile arrivare a dei risultati,  \u00e8 proprio la solidariet\u00e0.<\/p><cite>NATHALIE TOCCI<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<p>Se questi passi interni fanno ben sperare, il bicchiere \u00e8 mezzo vuoto perch\u00e9 l&#8217;attenzione su temi di politica estera, specie di sicurezza e difesa, \u00e8 precipitata. Lo vediamo molto chiaramente dalla posizione che occupano questi temi nelle discussioni sul bilancio europeo. Mentre il bilancio &#8211; soprattutto con la leva del<em> Next Generation EU<\/em> &#8211; \u00e8 stato aumentato in modo significativo, la parte destinata alla politica estera, al Fondo europeo per la difesa e allo Strumento europeo per la pace sono stati addirittura dimezzati rispetto alle aspettative. L&#8217;Unione \u00e8 quindi in una modalit\u00e0 molto pi\u00f9 introversa di quanto non fosse qualche anno fa. Da cittadina, lo comprendo perfettamente: nel mezzo di una pandemia \u00e8 naturale che l&#8217;attenzione venga spostata su temi socio-economici e sanitari. Detto ci\u00f2, come sappiamo, le crisi che ci circondano continueranno a restare irrisolte. \u00c8 un&#8217;illusione pensare che con l&#8217;amministrazione Biden gli Stati Uniti torneranno ad essere il&nbsp; poliziotto del mondo, sarebbe una tragedia se leggessimo nella vittoria dei Democratici un argomento per abbassare la guardia su questi temi.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>In definitiva, il bicchiere pu\u00f2 essere mezzo pieno solo se c\u2019\u00e8 la volont\u00e0 politica di assumersi sia la responsabilit\u00e0 che il rischio per quello che ci circonda. Spesso la conversazione si incancrenisce sulla spesa per la difesa e la politica estera: \u00e8 evidente che l&#8217;Europa ha bisogno di determinate risorse e capacit\u00e0, tuttavia il tema centrale \u00e8 proprio la necessit\u00e0 di una volont\u00e0 politica condivisa di assumersi un rischio. Su questo punto, non si pu\u00f2 neppure dire che il problema sia la divisione tra gli Stati membri: il consenso sul fatto che non vogliamo assumerci questo rischio \u00e8 quasi trasversale. Ancora una volta, dietro questa scelta c\u2019\u00e8 la convinzione che qualcun altro gestir\u00e0 quei rischi al nostro posto, e questo \u00e8 l\u2019errore strategico che rischiamo di commettere con l&#8217;amministrazione Biden.<\/p>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\">Un esempio lampante delle tensioni di cui abbiamo parlato e dalla mancanza di attenzione ad una politica estera condivisa&nbsp; viene dal peggioramento dei rapporti con la Turchia, che ci consente di fare una riflessione sulla postura dell\u2019Unione nelle sue relazioni internazionali. Anche di fronte ad una crescente accettazione del \u201c<em>fait accompli<\/em>\u201d, l\u2019Europa non manca &#8211; almeno sulla carta &#8211; di ribadire l\u2019importanza di una politica estera basata su quel \u201c<em>principled pragmatism<\/em>\u201d di cui si \u00e8 tanto discusso nel 2016, a seguito dell\u2019adozione della Global Strategy<em>. <\/em>Che cosa significa nello scenario attuale, per l\u2019Unione, cercare di mediare tra un approccio realista e uno normativo? Qual \u00e8 lo spazio effettivo di credibilit\u00e0 di questo approccio?&nbsp;<\/h3>\n\n\n\n<p>A livello concettuale, credo che sia un errore vedere il <em>principled pragmatism<\/em> come una sorta di contraddizione in termini, che punta ad un equilibrio tra norme ed interessi contrastanti. Il concetto va letto in un altro modo: quello che ci guida e che vogliamo ottenere sono i principi. Su questo non c&#8217;\u00e8 compromesso: i principi sono l&#8217;obiettivo. La vera domanda \u00e8 quale possa essere il modo pi\u00f9 efficace per raggiungerlo. A volte, per ottenere il rispetto dei principi risulta pi\u00f9 efficace il bastone, fare la voce grossa con misure di natura coercitiva e sanzioni. Per quanto veda davvero pochi casi in cui riuscirei a legittimarlo &#8211; in linea teorica e alla luce del dibattito sulla <em>Responsibility to protect<\/em> &#8211; si potrebbe arrivare addirittura all&#8217;utilizzo della forza militare. Ma \u00e8 davvero il modo migliore per raggiungere il risultato?&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>Su questo non c&#8217;\u00e8 compromesso: i principi sono l&#8217;obiettivo. La vera domanda \u00e8 quale possa essere il modo pi\u00f9 efficace per raggiungerlo.<\/p><cite>NATHALIE TOCCI<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<p>Caliamo questa domanda nel contesto della Turchia. Come Unione Europea, abbiamo interesse non tanto nel cambiare la politica estera di Ankara &#8211; su cui ci dovremmo anzi fare un esame di coscienza &#8211; ma piuttosto il suo discorso interno, la china autoritaria e di de-democratizzazione che il paese ha seguito perlomeno negli ultimi dieci anni. Ma siamo davvero sicuri che fare la voce grossa e imporre sanzioni sia il metodo pi\u00f9 efficace? La storia ci insegna che nei nostri rapporti con la Turchia &#8211; quindi a partire dal 1963 &#8211; gli unici momenti in cui siamo riusciti ad avere un impatto positivo sulle dinamiche interne sono stati i momenti in cui c&#8217;\u00e8 stato l&#8217;abbraccio, e non lo schiaffo. Con alcuni Stati funziona lo schiaffo, con la Turchia no. Al netto della volont\u00e0 di darci una pacca sulla spalla &#8211; motivata spesso da ragioni egoistiche&nbsp; di politica interna e legate alle nostre opinioni pubbliche &#8211; se quello che ci guida \u00e8 avere un impatto esterno reale, l&#8217;approccio deve essere completamente differente. Per\u00f2 attenzione: l&#8217;abbraccio &#8220;condizionato&#8221; alla Turchia per cercare di ristabilire una politica interna basata sullo stato di diritto non \u00e8 un compromesso tra norme e interessi. Il punto \u00e8 che vogliamo seguire la norma: lo vogliamo fare veramente, non in modo ipocrita.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\">Concretamente, come pu\u00f2 esprimersi questo rapporto \u201ccondizionato\u201d con la Turchia nei vari dossier con cui possiamo esercitare una leva in direzione dello stato di diritto?<\/h3>\n\n\n\n<p>Il rapporto con la Turchia \u00e8 composto da tante componenti: abbiamo un rapporto economico, un rapporto di politica estera\/sicurezza, rapporti politici, rapporti strategici legati all&#8217;energia e altri alla migrazione. Alcuni di questi temi si prestano maggiormente a un rapporto transazionale, una sorta di <em>do ut des<\/em> in cui spesso e volentieri ci troviamo in una condizione svantaggiosa. Il tema migratorio ne \u00e8 l\u2019esempio perfetto: si presta poco ad un discorso pi\u00f9 ampio, di tipo contrattuale, e Ankara ha il coltello dalla parte del manico molto pi\u00f9 di Bruxelles o di Berlino. L&#8217;errore che abbiamo compiuto \u00e8 che tutti gli altri Stati membri &#8211; quindi non solo Berlino, ma anche Parigi, Roma, Atene ecc. -, in maniera estremamente miope, hanno escluso la ricostruzione di un rapporto in ambiti che si presterebbero molto meglio ad un rapporto basato sullo stato di diritto. <\/p>\n\n\n\n<p>Ad esempio, l&#8217;idea di una modernizzazione dell&#8217;unione doganale \u00e8, a mio avviso, il candidato perfetto. Parlare ora di processo di adesione \u00e8 totalmente utopico: tuttavia, pragmaticamente, potremmo pensare ad una modernizzazione dell&#8217;Unione doganale all&#8217;interno della quale ci siano delle condizionalit\u00e0 importanti in termini di <em>procurement,<\/em> di gestione dell&#8217;economia politica. Certo, non potremmo parlare direttamente di temi fondamentali come quello dei giornalisti che si trovano in carcere, ma saremmo in grado di iniziare ad agire su altri temi. Rifiutarsi di agire per \u201cfare i duri\u201d e vendicarci della politica turca nel Mediterraneo Orientale \u00e8 una strategia che non migliora la situazione interna in Turchia, si limita tutt\u2019al pi\u00f9 a farci mettere la coscienza in pace.<\/p>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\">Il dibattito su questi temi ruota molto spesso attorno alla questione dell\u2019autonomia strategica dell\u2019Europa. <a href=\"https:\/\/legrandcontinent.eu\/ita\/2020\/11\/16\/macron\/\">L\u2019intervista che Emmanuel Macron ha rilasciato a <em>Le Grand Continent<\/em><\/a> ha sollevato di nuovo il tema, mettendo in luce un importante dissidio tra la visione del Presidente francese &#8211; l\u2019Europa come un terzo polo tra Usa e Cina &#8211; e quella portata avanti da paesi come la Germania, secondo la quale \u00e8 impensabile un\u2019autonomia strategica che prescinda dagli Stati Uniti. Come interpretare queste diverse posizioni?&nbsp;<\/h3>\n\n\n\n<p>Sono convinta che parliamo troppo di autonomia strategica e facciamo troppo poco. Tali divisioni tra Francia e Germania non sono nuove: se ci fosse un po&#8217; pi\u00f9 di azione concreta e andassimo davvero a <em>fare<\/em> autonomia strategica, non esisterebbero. Credo che, ad oggi, autonomia strategica e rapporto rafforzato con gli Stati Uniti siano due facce della stessa medaglia. Non esiste pi\u00f9 il mondo come lo abbiamo visto durante la Guerra Fredda e ancor pi\u00f9 negli anni successivi, quando c&#8217;era una netta egemonia statunitense all&#8217;interno della quale noi europei ci proteggevamo. Non \u00e8 pi\u00f9 pensabile uno schema per cui, come ai tempi, gli americani si occupino di sicurezza intesa in senso pi\u00f9 <em>hard<\/em> e mentre noi complementiamo la loro azione con una serie di politiche pi\u00f9 <em>soft<\/em>. Il XXI secolo vedr\u00e0 una nuova bipolarit\u00e0 tra USA e Cina, le altre potenze verranno attratte magneticamente pi\u00f9 da una parte o pi\u00f9 dall&#8217;altra: presumibilmente, noi saremo pi\u00f9 attratti verso gli Stati Uniti, la Russia verso la Cina. Questo sar\u00e0 il nuovo, instabile, equilibrio.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>Credo che, ad oggi, autonomia strategica e rapporto rafforzato con gli Stati Uniti siano due facce della stessa medaglia.<\/p><cite>nathalie tocci<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<p>In questo nuovo mondo, noi giocheremo la partita insieme agli Stati Uniti: con la consapevolezza che la sfida \u00e8 enormemente pi\u00f9 grande di quanto non fosse quella della Guerra Fredda. Allora, per quanto riguarda il conflitto politico-ideologico, non c&#8217;\u00e8 mai stata una reale partita, non c&#8217;\u00e8 mai stato un vero dubbio su dove si vivesse meglio. Erano i cittadini della Germania Est che cercavano di attraversare il muro, non certo il contrario. Il dramma che vivremo in questo secolo \u00e8 che, con la Cina, questa domanda di natura politico-ideologica si pone molto concretamente. Innanzitutto, Pechino sta dimostrando che abbiamo sbagliato: per anni abbiamo sostenuto che le libert\u00e0 politiche debbano necessariamente andare di pari passo con la prosperit\u00e0 economica, che l&#8217;una non pu\u00f2 esistere senza le altre. Ma la Cina ci mostra che non \u00e8 cos\u00ec: possiamo dirci che prima o poi le loro contraddizioni esploderanno, ma per ora ci\u00f2 non \u00e8 successo. Quello che sappiamo \u00e8 che, al momento, loro crescono e noi no.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>A ci\u00f2 si aggiunge il tema pi\u00f9 contingente della pandemia. Va infatti riconosciuto che, per quanto ne sappiamo oggi, la loro gestione del contenimento del virus \u00e8 stata pi\u00f9 efficace della nostra. Questo pone una grande sfida per noi liberal-democrazie. Per affrontarla, dobbiamo lavorare con gli Stati Uniti, che a loro volta hanno bisogno di un&#8217;Europa proattiva, che ci metta del suo. E metterci del nostro richiede un&#8217;autonomia strategica.&nbsp; Ci\u00f2 non vuol dire n\u00e9 indipendenza n\u00e9, tantomeno, autarchia: significa semplicemente, come indica l&#8217;etimologia stessa della parola, avere un&#8217;identit\u00e0 che vuole vivere rispettando il proprio diritto.&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\">Cosa significa, in definitiva, \u201ccostruire\u201d l\u2019autonomia strategica?<\/h3>\n\n\n\n<p>Torniamo al discorso sulle crisi che ci circondano e sull\u2019assunzione di maggiori rischi e responsabilit\u00e0. <em>Take your pick<\/em>: la mia preferenza personale sarebbe la Libia, per quanto possa esserci un <em>bias<\/em> nazionale. La Libia \u00e8 del resto il tipico caso in cui, per quanto ci possiamo lamentare della mancanza di azione da parte degli Stati Uniti, le cose non cambieranno. Obama non ha fatto molto, Trump non ha fatto nulla, Biden far\u00e0 lo stesso. Se non agiamo noi, lo faranno gli altri, sicuramente non nei nostri interessi: la Russia, la Turchia, gli Emirati, l&#8217;Egitto. <\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>Qui non si parla di spese militari esorbitanti o di capacit\u00e0 che ancora non abbiamo. Quello che ci \u00e8 richiesto \u00e8&nbsp; innanzitutto un&#8217;assunzione di rischio.<\/p><cite>nathalie tocci<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<p>Quindi, cosa vogliamo fare? Qui non si parla di spese militari esorbitanti o di capacit\u00e0 che ancora non abbiamo. Quello che ci \u00e8 richiesto \u00e8&nbsp; innanzitutto un&#8217;assunzione di rischio: \u00e8 chiaro che mandare in Libia una missione di monitoraggio del cessate-il-fuoco, in un contesto in&nbsp; cui la violenza \u00e8 ancora attiva, comporta il rischio che dei soldati muoiano. Ma questo \u00e8 un rischio che gli Stati Uniti si sono assunti. \u00c8 una questione di cultura strategica: se a noi europei per ora \u00e8 andata di lusso, \u00e8 solo perch\u00e9 qualcuno si \u00e8 assunto rischi al posto nostro.<\/p>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\">Gli occhi restano in ogni caso puntati sulla nuova Amministrazione Biden. Una volta era piuttosto comune percepire le elezioni americane come \u201cpolitica interna\u201d. Con Trump, per\u00f2, <a href=\"https:\/\/legrandcontinent.eu\/fr\/2020\/02\/03\/latlantique-devient-il-un-ocean-lunion-et-les-etats-unis-apres-trump\/\">l\u2019Atlantico \u00e8 tornato ad essere un oceano<\/a>. La vittoria di Biden invertir\u00e0 questa tendenza? Cosa aspettarsi: un rilancio del rapporto transatlantico, o un <em>\u201cmore of the same\u201d<\/em>? E quali saranno, nei prossimi anni, i temi centrali e pi\u00f9 spinosi nell\u2019evoluzione del rapporto tra le sponde dell\u2019Atlantico?&nbsp;<\/h3>\n\n\n\n<p>Ci sar\u00e0 senza dubbio una differenza molto sostanziale, che va al di l\u00e0 dei singoli temi di accordo o disaccordo. La vera differenza tra l&#8217;amministrazione Trump e tutte le amministrazioni che l&#8217;hanno preceduta sin dal dopoguerra \u00e8 che, per la prima volta nella storia dei rapporti transatlantici, l&#8217;Unione Europea \u00e8 stata considerata un nemico. Non era mai successo: in passato ci stati screzi anche pi\u00f9 acuti, pensiamo ad esempio alle guerre commerciali sulle banane negli anni &#8217;90 o alla divisione sulla guerra in Iraq, nel 2003. In realt\u00e0, durante l&#8217;amministrazione Trump i dissidi sono stati parzialmente attenuati dal fatto che per la prima volta non c\u2019\u00e8 stata una guerra. Il problema non \u00e8 stato tanto un problema di <em>policy<\/em> (che pure ci sono stati, basti pensare all\u2019accordo sul nucleare iraniano): \u00e8 stata la consapevolezza da parte degli europei che la Casa Bianca ci considerava un nemico.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Questo stato di cose cambier\u00e0 con Biden, si torner\u00e0 ad una normalit\u00e0 fatta anche di divisioni e disaccordi, ma sempre articolati all&#8217;interno di un&#8217;alleanza. Si lavorer\u00e0 quindi in modo molto pi\u00f9 coordinato su vari temi: sul rilancio del multilateralismo, sull&#8217;accordo di Parigi, sulla ripresa economica post-Covid, sulla gestione dei vaccini e molto altro.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>La vera differenza tra l&#8217;amministrazione Trump e tutte le amministrazioni che l&#8217;hanno preceduta sin dal dopoguerra \u00e8 che, per la prima volta nella storia dei rapporti transatlantici, l&#8217;Unione Europea \u00e8 stata considerata un nemico.<\/p><cite>NATHALIE TOCCI<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<p>Le differenze dal punto di vista delle <em>policy<\/em> continueranno a manifestarsi in particolare su due piani: in primo luogo sulla questione del protezionismo, che continuer\u00e0 seppure in forma differente. Certo, sar\u00e0 possibile risolvere alcune delle dispute pi\u00f9 spinose: sono fiduciosa che si arriver\u00e0 ad eliminare i dazi sull&#8217;acciaio e l&#8217;alluminio e che si riuscir\u00e0 a trovare un accordo sulla disputa Boeing-Airbus. Ma le questioni cruciali, come ad esempio l&#8217;idea di riprendere un&#8217;agenda come era quella del TTIP, continueranno a restare <em>off limits.<\/em>&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Il secondo piano di potenziale discontinuit\u00e0 \u00e8 la Cina. Per molti versi siamo infatti nella stessa squadra. La differenza sostanziale tra Stati Uniti ed Europa sta nel fatto che abbiamo obiettivi diversi, per quanto in parte sovrapponibili. Per gli Stati Uniti, in ballo c\u2019\u00e8 una questione di rivalit\u00e0 strategica: da parte loro, l&#8217;ascesa della Cina \u00e8 percepita come una minaccia perch\u00e9 comporta un calo relativo del ruolo internazionale degli USA. Noi europei non ci poniamo questo problema, non abbiamo pretese di egemonia globale. Per noi si tratta di una questione per certi versi pi\u00f9 esistenziale, ovvero come assicurarci che pur nell\u2019ascesa della Cina &#8211; che vediamo ormai come inevitabile &#8211; le nostre libert\u00e0 interne e lo stato di diritto vengono protetti, come possiamo continuare a promuovere esternamente queste norme. Per noi \u00e8 una questione identitaria, pi\u00f9 che di competizione.<\/p>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\">Per l&#8217;Europa, una parte importante delle relazioni con la Cina si articola nei rapporti con il continente africano, dove le condizionalit\u00e0 alla cooperazione poste dall\u2019Unione trovano sempre pi\u00f9 un\u2019alternativa nel modello cinese.<\/h3>\n\n\n\n<p>Ci\u00f2 che la Cina fa in Africa importa ben poco agli americani, se non alla luce della competizione geostrategica. Gli Stati Uniti hanno lasciato l&#8217;Africa ormai da parecchio, mentre per noi, invece, \u00e8 fondamentale anche per quanto riguarda la promozione esterna della norme di cui abbiamo parlato. Pensiamo ad esempio alle tecnologie come il 5G o il caso Huawei: la discussione avviene necessariamente sia in seno all\u2019Unione che fuori. Internamente dobbiamo assicurarci che gli Stati membri raggiungano degli standard adeguati in termini di sicurezza digitale e di tutela dei diritti ad essa legati, esternamente dobbiamo assicurarci, soprattutto nei confronti della Cina, di &#8220;<em>level the playing field, but levelling it up<\/em>&#8221; &#8211; di stabilire condizioni paritarie, ma senza abbassare i nostri standard. Huawei, ad esempio, essendo fortemente sovvenzionata dalla Cina, ha prezzi molto pi\u00f9 bassi che portano buona parte degli Stati africani ad optare per questa compagnia. Dal canto nostro, come possiamo giocare la partita dal momento che le nostre regole interne contro gli aiuti di stato impediscono un sostegno finanziario alle compagnie europee? Ci\u00f2 che vogliamo fare \u00e8 assicurarci che la Cina rispetti i nostri standard, senza per\u00f2 abbassarci al protezionismo. Purtroppo non c\u2019\u00e8 al momento una risposta chiara su come possiamo arrivare a questo obiettivo, ma \u00e8 senza dubbio arrivato il momento di affrontare la questione in modo aperto, nella sua complessit\u00e0.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Questa analisi non vale solamente in materia economica, ma anche per la promozione dei diritti fondamentali: dobbiamo cercare un approccio quanto pi\u00f9 possibile pragmatico, innanzitutto capendo in profondit\u00e0 la situazione degli Stati terzi con cui cooperiamo e l\u2019influenza di altri paesi. Da qui, possiamo poi proporre delle condizionalit\u00e0 pi\u00f9 coercitive nelle situazioni in cui abbiamo pi\u00f9 leve per fare pressione. Dove invece non ne abbiamo \u00e8 necessario trovare una via diversa per giungere allo stesso risultato in termini di diritti.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>\u00c8 possibile che la pandemia cambi la natura della globalizzazione accorciando le catene del valore, portando una maggiore diversificazione e forse un aumento relativo dei costi, un aumento che potr\u00e0 essere accettato dall&#8217;opinione pubblica dal momento che garantisce maggiore sicurezza. Questo potrebbe mettere in discussione l\u2019attuale strategia cinese.<\/p><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<p>Inseriamo per\u00f2 anche un altro fattore nell&#8217;analisi: nel contesto post-pandemia, quale sar\u00e0 la natura della globalizzazione? La strategia cinese della <em>One Belt, One Road <\/em>\u00e8 stata concepita e incardinata in una fase di iperglobalizzazione estrema, che non \u00e8 stata messa in discussione neppure dopo la crisi finanziaria globale. \u00c8 tuttavia possibile che la pandemia cambi la natura della globalizzazione accorciando le catene del valore, portando una maggiore diversificazione e forse un aumento relativo dei costi, un aumento che potr\u00e0 essere accettato dall&#8217;opinione pubblica dal momento che garantisce maggiore sicurezza. Questo potrebbe mettere in discussione l\u2019attuale strategia cinese. Il dibattito sulla natura della globalizzazione \u00e8 infatti molto presente anche in Cina: il nuovo piano quinquennale parla di <em>dual circulation<\/em>, spinge cio\u00e8 verso la rigenerazione della domanda interna piuttosto che la proiezione economica internazionale. Nel prossimo decennio, potremmo quindi vedere una Cina pi\u00f9 asiatica e meno africana: questo ci offrirebbe un&#8217;occasione. Torna ancora una volta il tema della responsabilit\u00e0, dell&#8217;assunzione del rischio e dell\u2019autonomia: saremo in grado di cogliere questa opportunit\u00e0?&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\">Se con le presidenziali l\u2019Europa pu\u00f2 aver ritrovato un alleato negli Stati Uniti, l\u2019amministrazione Trump ha lasciato e lascer\u00e0 un solco profondo nelle relazioni transatlantiche e su alcuni dei temi pi\u00f9 centrali della politica internazionale, con un impatto diretto sulla legittimit\u00e0 delle organizzazioni che tentano di normare lo spazio transnazionale. \u00c8 il caso ad esempio delle tensioni con l\u2019Oms e con l\u2019Omc, ma anche e soprattutto del ritiro dagli Accordi di Parigi. Cosa rester\u00e0 del trumpismo dopo Trump, specie per quanto riguarda il futuro del multilateralismo?&nbsp;<\/h3>\n\n\n\n<p>Bisogna fare delle distinzioni: su alcuni temi ci saranno degli avanzamenti positivi, su altri molto meno. Di certo il trumpismo continuer\u00e0 a lasciare la sua scia per quanto riguarda la situazione delle organizzazioni che si occupano di commercio internazionale: non credo proprio che con l\u2019Amministrazione Biden ci sar\u00e0 una immediata risoluzione del blocco dell\u2019Omc, cos\u00ec come non ci sar\u00e0 un nuovo slancio da parte degli Stati Uniti per quanto riguarda gli accordi commerciali plurilaterali.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Su altri temi, invece, ci sar\u00e0 per lo meno un tentativo di cambiare rotta. \u00c8 il caso dell&#8217;Oms, dove tuttavia gli spazi di manovra per portare avanti una riforma sono estremamente limitati anche a causa della forte presenza cinese. Per quanto riguarda il clima, invece, la direzione futura dipende in gran parte da questioni di politica interna statunitense. Nella rosea ipotesi in cui le elezioni in Georgia del 5 gennaio dovessero portare alla vittoria di due candidati democratici, la situazione di parit\u00e0 del Senato potr\u00e0 essere sbloccata dalla Vicepresidente. In questo caso, Biden potrebbe riuscire a portare avanti la sua agenda molto ambiziosa sui temi della transizione energetica e del clima. Ma se ci\u00f2 non dovesse avvenire, su questi dossier il nuovo Presidente avr\u00e0 &#8211; almeno in parte &#8211; le mani legate. Anche per quanto riguarda l\u2019accordo sul nucleare iraniano la situazione sar\u00e0 simile: ci sar\u00e0 la volont\u00e0 di un riavvio, ma non sar\u00e0 semplice.<\/p>\n\n\n\n<p>In altri ambiti possiamo invece essere pi\u00f9 ottimisti. \u00c8 il caso ad esempio del controllo degli armamenti: credo infatti che l&#8217;Amministrazione Biden riuscir\u00e0 ad arrivare agilmente ad un consenso per il rilancio dello START II e ad immaginare un rinegoziato dell&#8217;Inf e degli Open Skies.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\">Il grande interrogativo sugli Accordi di Parigi resta probabilmente tra i pi\u00f9 centrali. L\u2019Europa si \u00e8 posta l&#8217;obiettivo di diventare leader nella transizione ecologica, come dimostrato da ultimo dal <em>Green Deal<\/em> e dal <em>Next Generation EU<\/em>. Si pu\u00f2 addirittura affermare che l\u2019Europa stia cercando, con la sua politica in materia, di uscire da una condizione di marginalit\u00e0 in termini di <em>leadership<\/em> internazionale in cui si trova relegata su molti altri dossier. Quanto il clima pu\u00f2 diventare uno strumento di politica estera, su cui investire per favorire la nascita di nuove e pi\u00f9 trasversali coalizioni di attori, e quanto invece si limiter\u00e0 ad essere una \u201cquestione di politica interna\u201d?<\/h3>\n\n\n\n<p>Credo che il tema della transizione sia in assoluto il candidato migliore per giungere ad un&#8217;autonomia strategica dell&#8217;Europa. Autonomia non significa naturalmente che, sul clima, l\u2019Europa deve procedere da sola: al contrario significa che deve mettere a frutto le sue capacit\u00e0 e i suoi mezzi per lavorare con altri. Sar\u00e0 necessario sia un forte impegno interno per quanto riguarda l\u2019attuazione del <em>Green Deal,<\/em> che una strategia esterna ad ampio spettro. <\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>Autonomia non significa che, sul clima, l\u2019Europa deve procedere da sola: al contrario significa che deve mettere a frutto le sue capacit\u00e0 e i suoi mezzi per lavorare con altri.<\/p><cite>NATHALIE TOCCI<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<p>Si tratter\u00e0 <em>in primis <\/em>di capire in che misura sar\u00e0 possibile lavorare con gli Stati Uniti per rendere la COP26 un successo, una volta chiariti i rapporti di forza al Senato. Ma si tratter\u00e0 anche di trovare un modo per far leva sulla Cina, riprendendo gli impegni presi dallo stesso Presidente Xi Jinping. Se \u00e8 vero che non abbiamo particolari leve per fare pressione su Pechino, dobbiamo partire dal presupposto che &#8211; dal momento che tali impegni sono stati presi &#8211; \u00e8 probabile che Xi li ritenga una necessit\u00e0 interna, nei confronti della propria opinione pubblica. <\/p>\n\n\n\n<p>Dobbiamo poi riflettere sul tipo di coalizioni trasversali si possono costruire con l&#8217;Asia, con l&#8217;Africa e con l&#8217;America Latina. Prendiamo semplicemente l&#8217;esempio del<em> carbon pricing:<\/em> \u00e8 chiaro che, se dovessimo andare avanti da soli con un <em>carbon pricing<\/em> interno e con un carbon<em> border adjustment pricing<\/em> esterno,&nbsp; finiremo per ottenere&nbsp; solamente una diversione delle emissioni altrove. Si tratter\u00e0 di capire innanzitutto in che modo possiamo aiutare altre regioni del mondo ad attuare il loro <em>Green deal<\/em>. In questo senso, l\u2019Europa pu\u00f2 farsi leader e partner: autonomia e partenariato sono due facce della stessa medaglia.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il 2020, con i suoi sconvolgimenti, ha reso l\u2019Unione Europea pi\u00f9 introversa e meno attenta alla politica estera. Tuttavia, le numerose crisi che si sono innescate alle nostre porte ci pongono di fronte all\u2019urgenza di ripensare la sicurezza e  la difesa comune, nonch\u00e9 l\u2019autonomia strategica europea. Alla luce del risultato delle elezioni americane e dei grandi mutamenti internazionali, quale ruolo avr\u00e0 l\u2019Europa nel far fronte a sfide geopolitiche globali sempre pi\u00f9 complesse? 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