{"id":642,"date":"2020-12-21T14:08:49","date_gmt":"2020-12-21T14:08:49","guid":{"rendered":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/ita\/?p=642"},"modified":"2021-01-05T10:26:46","modified_gmt":"2021-01-05T10:26:46","slug":"le-cinque-sfide-di-elly-schlein-conversazione-con-laoc-emiliana","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2020\/12\/21\/le-cinque-sfide-di-elly-schlein-conversazione-con-laoc-emiliana\/","title":{"rendered":"Le cinque sfide dell’Europa: conversazione con Elly Schlein"},"content":{"rendered":"\n

Fino all\u2019impegno per la Regione Emilia-Romagna, la tua vocazione politica e la tua carriera ti hanno spesso portata a confrontarti con la gestione della cosa pubblica ad un livello sovranazionale e internazionale, in particolare come eurodeputata. Il rapporto tra la dimensione locale e la dimensione internazionale \u00e8 forse una delle sfide pi\u00f9 importanti del nostro secolo, nonch\u00e9 un asse centrale per pensare la politica tra l\u2019iperglobalismo degli ultimi anni e le tensioni localistiche che hanno accompagnato, ad esempio, l\u2019emergenza del Covid-19. Cosa vuol dire, oggi, riscoprire il dialogo e la complementarit\u00e0 tra questi due piani? <\/strong><\/h3>\n\n\n\n

Ci troviamo in un momento cruciale per il futuro dell’Unione Europea. Jean Monnet diceva che l’Europa si sarebbe forgiata nelle crisi: forse questa drammatica pandemia ce lo sta dimostrando. A differenza della crisi del 2008-2009, che ha colpito soprattutto alcuni paesi europei, quella del Covid-19 \u00e8 una crisi simmetrica. Proprio il fatto che la pandemia abbia colpito \u2013 seppur in maniera diversa \u2013 tutti gli Stati membri ha permesso di sbloccare un dibattito istituzionale soffocato da decenni di dogmi. Facciamo alcuni esempi concreti. Subito dopo lo scoppio della pandemia, si \u00e8 proceduto in modo piuttosto rapido ad attivare la \u201cGeneral Escape clause<\/em>\u201d per sospendere temporaneamente il Patto di stabilit\u00e0, permettendo agli Stati di reagire in fretta ad un\u2019emergenza sanitaria senza precedenti che \u00e8 presto diventata anche un\u2019emergenza economica e sociale. Da questo punto di vista, dichiarando il lockdown<\/em> dell\u2019intero paese gi\u00e0 l\u20198 marzo scorso, l’Italia ha fatto da apripista ed \u00e8 stata poi seguita da molti Stati europei. In poco tempo, i criteri di utilizzo del Fondo di solidariet\u00e0 europea sono stati estesi, \u00e8 stato messo in campo un nuovo strumento di cento miliardi \u2013 lo SURE \u2013 sulle assicurazioni da disoccupazione, si \u00e8 elaborato quel fondamentale piano di investimenti che \u00e8 il Next Generation EU<\/em>. <\/p>\n\n\n\n

Tutto ci\u00f2 ha rafforzato la consapevolezza che, di fronte a sfide comuni, servano risposte condivise che rimettano al centro il principio di solidariet\u00e0, un principio su cui l\u2019Europa \u00e8 stata fondata, ma che negli ultimi anni \u00e8 stato troppo spesso calpestato da egoismi nazionali soprattutto in seno al Consiglio Europeo. Il Next Generation EU<\/em>, in particolare, rappresenta una svolta davvero positiva: si tratta di un progetto che guarda al futuro, orientato verso alcune priorit\u00e0 strategiche fondamentali come la transizione ecologica, la trasformazione digitale e la coesione sociale, in linea con l\u2019Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile dalle Nazioni Unite. Approvata nel 2015, l\u2019Agenda ha compiuto un\u2019operazione politica e culturale fondamentale perch\u00e9 ha intrecciato \u2013 in un orizzonte coerente e universale \u2013 il contrasto alle disuguaglianze con la sostenibilit\u00e0 ambientale e la transizione ecologica. Quello a  cui oggi stiamo assistendo \u00e8 senza dubbio un passaggio estremamente significativo, che ha accelerato il dibattito sulle risorse proprie dell\u2019Unione. Tuttavia, la domanda che resta aperta e su cui i governi stanno ancora discutendo \u00e8: si sta facendo davvero l\u2019Unione? In parte pare di s\u00ec, si sta progredendo verso una maggiore integrazione su alcuni temi fondamentali. \u00c8 il caso della sanit\u00e0 \u2013 che solo con la pandemia \u00e8 diventata un tema stringente nel dibattito europeo \u2013 cos\u00ec come della ricerca sui vaccini e delle assicurazioni sui corridoi verdi.<\/p>\n\n\n\n

Tuttavia, la domanda che resta aperta e su cui i governi stanno ancora discutendo \u00e8: si sta facendo davvero l\u2019Unione? In parte pare di s\u00ec, si sta progredendo verso una maggiore integrazione su alcuni temi fondamentali.<\/p>Elly Schlein<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n

Nelle prime settimane di emergenza abbiamo assistito ad una pagina molto cupa a livello europeo: siamo tornati ad una logica centrata sui confini, al punto che i dispositivi di protezione individuale restavano fermi alle diverse frontiere o venivano addirittura requisiti. Dopo questa prima fase, la Commissione ha saputo svolgere un ruolo di coordinamento molto importante: \u00e8 un momento di svolta per l\u2019Unione e sta a noi far s\u00ec che sia una svolta positiva nel lungo termine, per quanto questi primi elementi vadano in una giusta direzione.<\/p>\n\n\n\n

Un altro punto centrale, come dicevate, \u00e8 il rapporto tra l\u2019Unione ed i governi locali e regionali. Senza dubbio deve essere un rapporto sempre pi\u00f9 stretto, l\u2019Unione \u00e8 forte del dialogo con i territori di cui \u00e8 composta. In quanto autorit\u00e0 di gestione dei fondi europei, il ruolo delle regioni \u00e8 fondamentale tanto nella fase di progettazione e programmazione, quanto nell\u2019utilizzo concreto delle risorse dei fondi strutturali. In Emilia-Romagna, ad esempio, una legge regionale del 2008 ha permesso di dare una struttura alla vocazione europea del territorio, permettendo che questa regione sia una di quelle che hanno partecipato maggiormente \u2013 in fase ascendente \u2013 alla formazione degli atti legislativi dell’Unione Europea. Si tratta naturalmente di un processo bidirezionale strategico, di un\u2019interlocuzione costante che deve essere costruita tra la Commissione e i territori: da un lato l\u2019Unione deve darsi degli strumenti adeguati per ascoltare maggiormente la voce di chi vive sulla propria pelle le scelte normative compiute a livello comunitario, dall\u2019altro i territori devono fare di tutto per approfittare delle opportunit\u00e0 di partecipazione europea, costruendo un rapporto diretto con la cittadinanza. Ad esempio, il Bando per la promozione della cittadinanza europea che, nonostante le difficolt\u00e0, abbiamo emesso anche quest\u2019anno, ha avuto un riscontro estremamente interessante: partecipano enti locali, associazioni del terzo settore, della societ\u00e0 civile. D\u2019altro canto, un importante segnale di vicinanza ai territori \u2013 che sono in prima linea nell\u2019affrontare la pandemia \u2013 \u00e8 venuto dal fatto che l\u2019Unione si sia rapidamente dotata di strumenti con maggiore flessibilit\u00e0 nell\u2019utilizzo delle risorse europee, permettendo a molte regioni di riprogrammare celermente parte dei fondi per coprire spese dovute all’emergenza Covid-19.<\/p>\n\n\n\n

Oltre al rapporto tra Unione Europea e territori, ci sono alcune costanti che \u2013 al di l\u00e0 degli slogan \u2013 sono un fil rouge nel tuo impegno politico. Vorrei quindi partire da quattro parole per parlare della tua visione della politica e delle sue principali sfide attuali, in un dialogo sul nostro tempo, le sue contraddizioni, le sue emergenze. Le parole sono: coraggio, ecologismo, progressismo e femminismo. Partendo dalla prima e da un\u2019attenzione particolare all\u2019Unione Europea, quali sono oggi le principali difficolt\u00e0 con cui l\u2019Unione si trova a fare i conti, sia in termini di specifici dossier che di questioni che potremmo definire esistenziali? A livello delle istituzioni europee, credi che si sia davvero creata l\u2019occasione per un nuovo inizio, per una messa in discussione di quei paradigmi economici e sociali che hanno mostrato tutte le loro contraddizioni in questi mesi difficili? Le riforme che sono state intraprese sono, in questo, abbastanza \u201ccoraggiose\u201d?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n

Questa \u00e8 l\u2019occasione per fare un passo avanti verso una maggiore integrazione europea: assolutamente s\u00ec. A ci\u00f2 hanno contribuito molto fattori; ne cito alcuni mettendoli in relazione con quelle che ritengo essere le principali sfide che l\u2019Unione deve affrontare, le sfide su cui ci giochiamo il futuro. Credo che ci siano cinque questioni principali: la sostenibilit\u00e0 della ripresa economica, l\u2019emergenza climatica, la giustizia fiscale, la politica estera e di sicurezza comune e l\u2019immigrazione.<\/p>\n\n\n\n

In questi mesi complicati, \u00e8 certamente una priorit\u00e0 far ripartire l\u2019economia. Tuttavia, non dobbiamo tornare alla \u201cnormalit\u00e0\u201d a cui eravamo abituati: dobbiamo essere consapevoli che il modello che abbiamo adottato negli ultimi decenni ha rivelato tutta la sua insostenibilit\u00e0. Dobbiamo cambiare completamente rotta rispetto all’ossessione per l\u2019austerit\u00e0 che abbiamo visto con la crisi del 2008-2009: solo un grande piano di investimenti pubblici e privati nell’istruzione, nella formazione, nelle competenze e in un\u2019economia verde pu\u00f2 permetterci di rialzarci, puntando anche e soprattutto ad una occupazione di qualit\u00e0. Troppo a lungo, in Unione Europea, abbiamo cercato delle scorciatoie per competere con i colossi che ci circondano tagliando sui costi e sulle tutele del lavoro: \u00e8 un gioco a perdere per tutti, l’Europa pu\u00f2 puntare soltanto alla qualificazione del lavoro e alla produzione di qualit\u00e0, materiale ma anche immateriale. Penso al settore dei servizi, al tema del digitale e dei dati, definiti da qualcuno il \u201cnuovo oro\u201d per la loro crescente rilevanza. Non possiamo lasciare ad altri proprio quei settori sui quali l\u2019Europa si \u00e8 dotata degli strumenti pi\u00f9 avanzati, come ad esempio il Regolamento GDPR a tutela dei dati e della privacy<\/em>.<\/p>\n\n\n\n

In questi mesi complicati, \u00e8 certamente una priorit\u00e0 far ripartire l\u2019economia. Tuttavia, non dobbiamo tornare alla \u201cnormalit\u00e0\u201d a cui eravamo abituati: dobbiamo essere consapevoli che il modello che abbiamo adottato negli ultimi decenni ha rivelato tutta la sua insostenibilit\u00e0.<\/p>Elly Schlein<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n

La sfida della ripresa economica \u00e8 estremamente legata all\u2019emergenza climatica, e questo ci porta alla seconda parola: ecologismo. L\u2019Unione sta facendo importanti passi avanti in questa direzione. Credi che riusciremo ad arrivare ad una nuova alleanza ecologica che \u2013 forse anche con il sostegno della nuova Amministrazione statunitense \u2013 ci permetta di immaginare una ripresa autenticamente sostenibile? <\/strong><\/h3>\n\n\n\n

Ed ecco infatti la seconda sfida: il Green Deal <\/em>europeo deve essere centrale nella ripresa. Si tratta di un passo fondamentale, a cui siamo giunti anche grazie alla straordinaria mobilitazione delle nuove generazioni, nelle piazze di tutta Europa. Da Greta Thunberg ai Fridays for Future <\/em>ed Extinction Rebellion<\/em>, tali mobilitazioni sono state tanto pi\u00f9 incisive quanto hanno saputo fin dall\u2019inizio essere pronte ad attraversare le frontiere. Non abbiamo pi\u00f9 tempo, la scienza ce lo sta dicendo molto chiaramente. Questi giovani ci stanno mostrando come cambiare l’Europa alzando il livello delle nostre battaglie: ci stanno mostrando l\u2019urgenza della transizione ecologica, ma anche l\u2019importanza di reagire per fermare dei progetti di legge che \u2013 in alcuni paesi europei \u2013 avrebbero calpestato i diritti delle donne. Dobbiamo alzare il livello del dibattito europeo, serve un\u2019opinione pubblica pi\u00f9 europea, capace di mobilitarsi in modo pi\u00f9 trasversale. Servono quindi corpi intermedi pi\u00f9 europei, partiti pi\u00f9 europei: se falliamo, rischiamo paradossalmente di lasciare l\u2019internazionalismo ai nazionalisti. Sulla base di una stessa retorica fatta di odio, muri e intolleranza, questi ultimi si presentano sempre pi\u00f9 come un fronte compatto, sia a livello europeo che internazionale. Proprio quella retorica che li rende nemici gli uni agli altri finisce per rafforzarli, dando sostegno ad argomentazioni che non offrono risposte alle difficolt\u00e0 concrete dei cittadini e delle cittadine europei, ma raccontano la confortevole illusione per cui si stava meglio quando si stava peggio, quando i confini erano pi\u00f9 solidi. <\/p>\n\n\n\n

La realt\u00e0, tuttavia, ci dimostra che tutte le sfide di cui sto parlando non possono essere risolte all\u2019interno di stretti confini nazionali: al contrario, richiedono una maggiore integrazione e la predisposizione di strumenti e di risorse comuni, condivisi a livello europeo. <\/p>\n\n\n\n

Il tema, quindi, \u00e8 come accompagnare una transizione ecologica necessaria e improcrastinabile, per la quale servono sia volont\u00e0 politica che risorse. \u00c8 una sfida che nessuno pu\u00f2 risolvere da solo. Pare che l\u2019Unione, da parte sua, si stia impegnando in questa direzione: pensiamo al Green Deal,<\/em> al Just Transition Fund<\/em>, al Next Generation EU<\/em>. Quest\u2019ultimo \u2013 pur ridimensionato dagli egoismi nazionali \u2013 ha permesso di stanziare 750 miliardi per una ripresa fatta di mobilit\u00e0 sostenibile, efficientamento energetico volto alla riduzione delle emissioni, investimenti nelle energie rinnovabili, grandi piani di prevenzione del dissesto idrogeologico e cura del territorio attraverso cui dare alle persone un lavoro di qualit\u00e0. Lavoro di qualit\u00e0 vuol dire contrasto alle disuguaglianze, significa accompagnare la conversione delle professionalit\u00e0, per non lasciare indietro nessuno. Significa anche accompagnare le imprese nella transizione con i giusti incentivi, andare sempre pi\u00f9 verso un\u2019economia circolare che non solo \u00e8 necessaria per il clima, ma \u00e8 anche conveniente. <\/p>\n\n\n\n

Da parte nostra, come Regione, stiamo per firmare un Patto per il Lavoro e per il Clima che intreccia questi obiettivi in un\u2019unica visione del futuro: lo stiamo costruendo coinvolgendo tutte le parti sociali, le organizzazioni datoriali che devono promuovere questa svolta, il mondo agricolo, le organizzazioni sindacali, il terzo settore, i comuni, le universit\u00e0 e \u2013 per la prima volta \u2013 le associazioni che si occupano di clima. Gli stessi obiettivi devono essere perseguiti a livello nazionale, ma sappiamo bene che neppure la migliore strategia di contrasto ai cambiamenti climatici sarebbe efficace se a livello europeo e globale non ci dotassimo di target<\/em> vincolanti. Da questo punto di vista, l’Europa si \u00e8 gi\u00e0 dotata di strumenti adeguati che puntano ad obiettivi ambiziosi che, al di l\u00e0 dell\u2019importantissimo Accordo di Parigi, mancano invece a livello internazionale. Su questo tema, una buona notizia viene dalla nuova Amministrazione americana, che nelle primissime dichiarazioni ha confermato il ritorno della centralit\u00e0 del multilateralismo, soprattutto su temi legati al clima.<\/p>\n\n\n\n

Dobbiamo alzare il livello del dibattito europeo, serve un\u2019opinione pubblica pi\u00f9 europea, capace di mobilitarsi in modo pi\u00f9 trasversale. Servono quindi corpi intermedi pi\u00f9 europei, partiti pi\u00f9 europei: se falliamo, rischiamo paradossalmente di lasciare l\u2019internazionalismo ai nazionalisti.<\/p>Elly Schlein<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n

La terza sfida \u00e8 la giustizia fiscale: non si pu\u00f2 parlare di diseguaglianze, se non si parla dell\u2019enorme incongruenza di avere 27 sistemi fiscali cos\u00ec diversi. Soprattutto, non si pu\u00f2 parlare di disuguaglianze se, come abbiamo visto con l\u2019inchiesta su LuxLeaks e sui Panama Papers, tutto intorno a noi,  nel cuore dell\u2019Unione Europea, abbiamo dei paradisi fiscali senza palme. Ci\u00f2 \u00e8 inaccettabile perch\u00e9 sottrae risorse fondamentali per gli investimenti e per i servizi alle persone. La questione, quindi, \u00e8 capire con quali strumenti l\u2019Unione possa mettere fine a questa concorrenza fiscale spietata tra Stati membri della stessa Unione. <\/p>\n\n\n\n

Esistono strumenti di cui ci potremmo dotare gi\u00e0 domattina, che il Parlamento europeo ha gi\u00e0 votato: tuttavia, sulla fiscalit\u00e0 vige ancora la regola dell\u2019unanimit\u00e0, per quanto essa andrebbe superata al pi\u00f9 presto. Pur senza cambiare le regole in materia, ad oggi si potrebbe comunque fare molto adottando il Country-by Country-reporting<\/em> (CbCR), uno schema di trasparenza attualmente in discussione tra i governi. Il CbCR chiede alle multinazionali che vogliono lavorare nel mercato europeo di indicare una serie di informazioni per ogni paese in cui operano, tra cui i profitti e le tasse pagate. \u00c8 una banale questione di trasparenza: un sistema molto simile \u00e8 stato adottato per le banche con una normativa del 2013, e non mi pare che nessuna banca abbia chiuso per questo. Il costo per le imprese \u00e8 ridotto, ma \u00e8 sufficiente per capire dove non tornano i conti: si tratta semplicemente di ristabilire il principio per cui le tasse si pagano dove si fanno i profitti, non dove si \u00e8 raggiunto un accordo particolarmente vantaggioso con un governo che, cos\u00ec facendo, cerca di \u201cfregare\u201d gli altri. Sono noti i casi di Irlanda, Lussemburgo, Cipro e Malta, ma la lista \u00e8 ben pi\u00f9 lunga: una volta che uno Stato inizia ad accordare permessi di questo tipo, iniziano a farlo anche gli altri. Ci perdiamo tutti, sia Stati che cittadini. Gli unici che ci guadagnano sono coloro che non contribuiscono in maniera proporzionata al benessere di tutta la comunit\u00e0. La buona notizia \u00e8 senz\u2019altro che, come ha dichiarato qualche giorno fa Dombrovskis (Commissario europeo per gli affari economici e monetari), ora potrebbero esserci i presupposti per lavorare ad una web tax<\/em>, anche in collaborazione con gli Stati Uniti. Infine, esiste un altro strumento fondamentale per assicurare che le tasse vengano pagate dove si fanno i profitti, ma \u00e8 bloccato da una quindicina d\u2019anni al Consiglio: si tratta del CCCTB, una direttiva che permetterebbe di avere delle norme uniformi per le imprese di tutto il mercato europeo sul calcolo della base imponibile e di ripartire in modo equo i diritti di imposizione fiscale. <\/p>\n\n\n\n

La quarta sfida riguarda la politica estera e di sicurezza comune, di cui sente ancora terribilmente la mancanza, soprattutto in uno scenario geopolitico globale sempre pi\u00f9 imprevedibile e in cui non riusciamo a trovare una voce sola e forte con cui esprimerci. L\u2019Europa pu\u00f2 tornare ad essere un punto fermo solo nella misura in cui sar\u00e0 in grado di incidere a livello internazionale come Unione Europea: finch\u00e9 ci saranno solo le voci dell\u2019Italia, della Francia o della Germania a confrontarsi con le potenze mondiali, ci condanneremo all\u2019irrilevanza, continuando a pagare le conseguenze della nostra assenza nel dibattito internazionale. Sulla base dei Trattati, l\u2019Europa potrebbe invece contribuire in modo molto significativo alla risoluzione pacifica dei conflitti ma, invece \u2013 anche quando si parla di tensioni che ci sono geograficamente prossime e che ci riguardano direttamente \u2013 il vuoto lasciato dall\u2019Europa viene colmato dagli interessi di altre grandi potenze. Pensiamo, ad esempio, alla Libia: il risultato delle visioni molto divergenti tra alcuni Stati membri dell\u2019Unione \u00e8 che non riusciamo a contribuire ad individuare \u2013 insieme alla Libia \u2013 delle soluzioni che possano andare a beneficio della pace mondiale. I governi tendono ad essere molto restii ad affrontare congiuntamente questioni di politica estera, dovremmo invece capire che senza una visione comune rischiamo di tagliarci fuori dai giochi, diventando dei semplici spettatori.<\/p>\n\n\n\n

Per problemi molto simili, l\u2019Unione e i suoi Stati membri si sono dimostrati in larga parte incapaci di gestire i fenomeni legati alle migrazioni, all\u2019asilo e alla protezione internazionale, rendendosi responsabili in modo pi\u00f9 o meno diretto di violazioni particolarmente odiose dei diritti umani. Come per quanto riguarda la politica estera e di difesa, ancora oggi, nel Common European Asylum System, di comune c\u2019\u00e8 ben poco. Lo si \u00e8 visto anche nella difficolt\u00e0 di approvare la riforma del Regolamento di Dublino \u2013 di cui sei stata shadow rapporteur per i Socialisti & Democratici \u2013 che, votata a larga maggioranza dal Parlamento nel 2017, non \u00e8 mai stata discussa in Consiglio. Credi che il Nuovo Patto sulla migrazione e l\u2019asilo possa essere una risposta sufficiente?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n

Arriviamo quindi all\u2019ultima grande sfida, che \u00e8 appunto quella dell\u2019immigrazione. Su questo, con il Parlamento europeo abbiamo portato avanti un\u2019importante battaglia per rivedere e riformare il Regolamento di Dublino, la madre di tutte le ipocrisie. L\u2019obiettivo era stabilire un meccanismo di equa suddivisione delle responsabilit\u00e0 tra tutti gli Stati membri, che al contempo valorizzasse i legami dei richiedenti asilo con tutti i paesi europei. Siamo giunti ad una soluzione equilibrata, con importanti incentivi nei confronti degli Stati a non uscire dal sistema, e al contempo costruita sul coinvolgimento diretto delle persone nella scelta del paese di ricollocamento. <\/p>\n\n\n\n

Questa proposta \u00e8 stata votata dalla grande maggioranza del Parlamento Europeo, con il sostegno dei Verdi, dei Socialdemocratici e perfino di gran parte dei Popolari. Perch\u00e9 le stesse famiglie politiche che rappresentano le nazionalit\u00e0 che siedono al Consiglio riescono a trovare un compromesso, mentre il Consiglio non giunge a nessun accordo? Ci\u00f2 \u00e8 vergognoso perch\u00e9 l\u2019assenza di una risposta comune ad un problema globale ha impedito che, nel 2015, i governi fossero in grado di condividere equamente gli sforzi per l’accoglienza dignitosa di 1.300.000 richiedenti asilo. Si tratta dello 0,25% della popolazione europea: non \u00e8 di certo un fenomeno ingestibile. Dietro a questi numeri ci sono storie di persone verso le quali l\u2019Europa deve avere il massimo rispetto: non pu\u00f2 tradire se stessa e i diritti fondamentali che, con Nizza, ha reso importanti tanto quanto i Trattati. Sul tema migratorio, continuano ad esserci enormi difficolt\u00e0, basta vedere quello che succede nell\u2019hotspot<\/em> di Moira, a Lesbo, o in alcuni centri di accoglienza anche sul territorio italiano. <\/p>\n\n\n\n

Il Nuovo Patto sulla migrazione e l\u2019asilo mi sembra del resto un passo indietro, sia rispetto al voto del Parlamento Europeo, che alla proposta della Commissione Juncker, che prevedeva un obbligo di ricollocamento. L\u2019idea della \u201csolidariet\u00e0 flessibile\u201d proposta dal Nuovo Patto risale alla Presidenza slovacca di qualche anno fa: la volontariet\u00e0 non ha mai avuto efficacia, e per di pi\u00f9 tradisce l’Articolo 78 del TFUE per quanto riguarda la solidariet\u00e0 e l\u2019equa condivisione dell’accoglienza sull’asilo. Con la riforma di Dublino ci avevamo visto giusto nel vincolare lo sforzo al ricollocamento con conseguenze sui fondi strutturali: non si pu\u00f2 scegliere \u00e0 la carte<\/em> una forma di solidariet\u00e0 europea, rifiutandosi di prendere parte ad un\u2019altra.<\/p>\n\n\n\n

Il Nuovo Patto sulla migrazione e l\u2019asilo mi sembra del resto un passo indietro, sia rispetto al voto del Parlamento Europeo, che alla proposta della Commissione Juncker, che prevedeva un obbligo di ricollocamento.<\/p>Elly Schlein<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n

La questione dirimente resta capire se l\u2019Unione Europea abbia o possa avere degli strumenti adeguati per far fronte alle sfide di cui hai parlato. Domanda non scontata, anche dal momento che sul territorio dell\u2019Unione si verificano tutt\u2019oggi delle situazioni che mettono in discussione diritti che parevano ormai consolidati \u2013 penso ad esempio alle aree LGBT-free in Polonia \u2013, quando ad essere in gioco non \u00e8 lo stesso stato di diritto.<\/strong><\/h3>\n\n\n\n

In effetti, l\u2019analisi di queste sfide non pu\u00f2 che concludersi con quella che le racchiude tutte: la sfida istituzionale. Dovremmo di certo proseguire sulla strada di una maggiore integrazione; bisognerebbe dare ancor pi\u00f9 forza al Parlamento europeo e superare il criterio dell\u2019unanimit\u00e0 adottando ad esempio il voto a maggioranza, che ci permetterebbe di avanzare sui temi cruciali di cui abbiamo parlato. Si deve inoltre riaffermare la centralit\u00e0 dei valori che ci hanno permesso di costruire, passo dopo passo, l\u2019Unione. In particolare, la discussione sullo stato di diritto \u00e8 dirimente: se l\u2019Europa fa un passo indietro sul rispetto dei diritti fondamentali, perde la sua identit\u00e0 e si sfalda. <\/p>\n\n\n\n

Di certo non si tratta di una questione facile, ma voglio essere fiduciosa che avremo la capacit\u00e0 di superare questi ostacoli. Ci sono importanti segnali in questa direzione: l\u2019Europa che non abbiamo visto nel voto su Dublino l\u2019abbiamo vista nelle piazze, nei volontari che sono andati in prima persona a salvare i migranti in difficolt\u00e0 nel Mediterraneo, peraltro rischiando di incorrere in procedimenti giudiziari. Questo spirito europeo c\u2019\u00e8, sebbene nei momenti di crisi la risposta pi\u00f9 facile sia sempre la chiusura, prendersela con il vicino che sta peggio di noi. \u00c8 questo il carburante con cui in tutta Europa le forze nazionaliste di estrema destra mietono facili consensi. Dobbiamo sfidarle su questo terreno, mostrando che la chiusura dei confini non pu\u00f2 in alcun modo risolvere il problema dei cambiamenti climatici, n\u00e9 quello della giustizia fiscale. Difendendo la sovranit\u00e0 nazionale, si sta difendendo il diritto dell\u2019Irlanda a tassare una multinazionale allo 0,005%. Credo che la questione sia assumere una sovranit\u00e0 a livello europeo che passi per una democratizzazione ancora pi\u00f9 profonda delle nostre istituzioni, per una maggiore condivisione delle politiche economiche e per il completamento dell\u2019Unione bancaria. Senza questi pilastri fondamentali, non possiamo del resto pretendere che l\u2019Unione cammini saldamente, pur su una gamba sola: costruendo quello che manca, bisogna metterla nelle condizioni di marciare verso un futuro migliore. <\/p>\n\n\n\n

La sfida pi\u00f9 urgente e trasversale, che interseca tutte quelle di cui abbiamo parlato, \u00e8 la questione delle disuguaglianze, legata a doppio filo con il futuro della democrazia. La pandemia ne ha messo in luce le diverse dimensioni, che non si riducono a quella economica, riportando al centro del discorso politico il tema della vulnerabilit\u00e0 e della responsabilit\u00e0. Passiamo dunque alla terza parola: progressismo. Quale credi possa essere, oggi, il ruolo della sinistra progressista europea per far fronte alla crescita delle disuguaglianze?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n

Le forze progressiste, ecologiste e della sinistra dovrebbero farsi forti di una visione e di obiettivi comuni che, pur essendoci gi\u00e0, hanno una dimensione prevalentemente nazionale. Se il muro di Orb\u00e1n rafforza i porti chiusi di Salvini e la politica di Le Pen e Farage, la professionalit\u00e0 del portoghese Antonio Costa nel risollevare l\u2019economia avendo cura di ridurre le disuguaglianze non ha rafforzato allo stesso modo la sinistra europea. Ci\u00f2, in parte, \u00e8 anche nostra responsabilit\u00e0: siamo ancora troppo incagliati in dibattiti nazionali e ombelicali. L\u2019esperienza al Parlamento europeo mi ha lasciato una profonda consapevolezza che con tanti colleghi e colleghe condividiamo le stesse battaglie, le stesse preoccupazioni per il futuro, ma anche le stesse risposte alle nuove sfide che ci troviamo davanti. Una tra tutte: la redistribuzione della ricchezza, del sapere, del potere e del tempo. Guardo con interesse ad alcuni paesi che stanno ragionando sulla riduzione dell’orario di lavoro, a parit\u00e0 di salario. Si tratta naturalmente di un dibattito che deve essere affrontato con grande seriet\u00e0, per capire ad esempio in quali settori tale progetto potrebbe funzionale: \u00e8 interessante che siano prevalentemente le forze liberali a portare avanti questo discorso, ad esempio in Nuova Zelanda o in Finlandia.<\/p>\n\n\n\n

Oltre alla redistribuzione della ricchezza \u2013 che resta centrale nel contrasto alle disuguaglianze \u2013 \u00e8 fondamentale arginare la grande evasione fiscale delle multinazionali, adottando dei sistemi pi\u00f9 progressivi. Inoltre, credo che la chiave sia ripensare in senso universalistico gli strumenti di welfare<\/em>: il Parlamento si \u00e8 gi\u00e0 espresso a favore di schemi di sostegno al reddito commisurati ai bisogni. \u00c8 di certo un bene che si cominci finalmente a parlare di un salario minimo europeo, con strumenti quanto pi\u00f9 possibile armonizzati e condivisi per evitare fenomeni di dumping<\/em>. <\/p>\n\n\n\n

Credo che la politica abbia la responsabilit\u00e0 di non alimentare le tensioni sociali prodotte dalle disuguaglianze, ma di agire sulle loro cause profonde. In che modo? Con politiche redistributive, ascoltando i cittadini e non facendo mancare a nessuno una risposta commisurata al suo bisogno. Solo cos\u00ec si pu\u00f2 evitare di prendersela con il vicino, che a volte sta pure peggio di noi.<\/p>\n\n\n\n

Quando ero eurodeputata, sono stata in missione in Uganda con la Commissione per lo sviluppo (DEVE). Sono rimasta molto colpita da come un territorio martoriato da decenni di conflitti e che ospita centinaia di migliaia di rifugiati abbia deciso di aprire le porte a chi arrivava dal Congo e dal Sud Sudan, condividendo anche la propria terra. Naturalmente l\u2019ampiezza del territorio lo permette, ma \u00e8 interessante che ad ogni famiglia di rifugiati venga dato un appezzamento di terreno, in modo che le persone possano mirare all’autosostentamento. Il capo della comunit\u00e0 ugandese, che vive insieme ai rifugiati, ci disse che avevano aperto la porta ai loro fratelli e alle loro sorelle perch\u00e9 erano stati loro, una volta, a scappare e ad aver bisogno di accoglienza: domani, chi pu\u00f2 dirlo? Non mi scorder\u00f2 mai le sue parole quando disse che volevano insegnare loro un mestiere, perch\u00e9 un giorno potessero liberamente tornare nel loro paese d\u2019origine, non da mendicanti ma con dignit\u00e0 (not as beggars but with dignity<\/em>). Lo trovo un messaggio particolarmente forte, che ci riguarda direttamente perch\u00e9 viene da un territorio dove gli aiuti umanitari europei hanno avuta la cura di rivolgersi all\u2019intera comunit\u00e0, sia agli ugandesi che ai rifugiati. Ci\u00f2 ha contribuito ad evitare il consolidarsi di tensioni sociali, a rifiutare l\u2019idea di una separazione netta tra un \u201cnoi\u201d e un \u201cloro\u201d costruita sulla base della religione, della nazionalit\u00e0, dell\u2019orientamento sessuale o del colore della pelle. Queste divisioni non esistono, l\u2019unica che conta \u00e8 la drammatica realt\u00e0 di cui ci parla Oxfam: ventisei persone che detengono la stessa ricchezza dei tre miliardi e mezzo delle persone pi\u00f9 povere della popolazione mondiale.<\/p>\n\n\n\n

L\u2019esperienza al Parlamento europeo mi ha lasciato una profonda consapevolezza che con tanti colleghi e colleghe condividiamo le stesse battaglie, le stesse preoccupazioni per il futuro, ma anche le stesse risposte alle nuove sfide che ci troviamo davanti.<\/p>Elly Schlein<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n

Un mondo del genere non pu\u00f2 essere sostenibile. Le forze della sinistra progressista dovrebbero dare un contributo non solo sulla redistribuzione della ricchezza e del tempo, ma anche del sapere: ci\u00f2 significa accessibilit\u00e0, tutela dei dati, sviluppo di piattaforme digitali europee. Il legame con le disuguaglianze \u00e8 diretto, la didattica a distanza ha scoperchiato ancor pi\u00f9 il vaso di Pandora del digital divide<\/em>. Non tutti hanno la possibilit\u00e0 di collegarsi, utilizzare dispositivi, avere uno spazio abitativo adeguato alla didattica. Si tratta di un tema assolutamente fondamentale per la sinistra europea, che non pu\u00f2 prescindere dal dialogo con i territori. Non in tutte le aree ci sono le stesse possibilit\u00e0 di connessione. Naturalmente non \u00e8 solo un problema di disuguaglianze territoriali: ci sono disuguaglianze sociali, economiche e di genere che con l\u2019emergenza pandemica si stanno aggravando e vanno ad aggiungersi all\u2019emergere di nuovi bisogni. <\/p>\n\n\n\n

Cosa possiamo fare? Porto un paio di esempi concreti di cosa stiamo facendo in Emilia-Romagna. Innanzitutto, abbiamo messo in campo un fondo per l\u2019affitto di 18 milioni, con contributi proporzionali al calo del reddito dovuto alla pandemia. Guardando oltre la prima fase dell\u2019emergenza, abbiamo messo insieme due bisogni diversi: da un lato quelli degli inquilini che faticano a pagare l\u2019affitto, e dall\u2019altro quelli dei proprietari che hanno subito perdite importanti legate al calo del turismo. Concretamente, il contributo pu\u00f2 essere chiesto direttamente dall\u2019inquilino o dal proprietario che accetti di diminuire l\u2019affitto del 20% per almeno sei mesi. Vi \u00e8 inoltre la possibilit\u00e0, per chi avesse una casa vuota, di affittarla ad una famiglia con un affitto calmierato, per cinque anni. Questo modo di fare politica pubblica significa guardare alla riduzione delle disuguaglianze mettendo insieme bisogni diversi, cercando di dare risposte commisurate ai bisogni di tutti.<\/p>\n\n\n\n

Dalle disuguaglianze passiamo all\u2019ultima parola, su cui vorrei proporti un discorso soprattutto in termini di politica internazionale: femminismo.<\/strong><\/h3>\n\n\n\n

Sul tema del femminismo stiamo facendo dei passi in avanti molto importanti: le donne si stanno prendendo lo spazio che devono avere, senza aspettare che qualcuno glielo ceda. \u00c8 ovvio che questo non succeder\u00e0, viviamo ancora in una logica per cui ogni posto occupato da una donna significa innanzitutto un posto in meno occupato da un uomo. Non \u00e8 vero che le donne sono una minoranza: siamo la maggioranza della popolazione mondiale. Il problema della sotto-rappresentazione nei luoghi dove si decide \u2013 in politica cos\u00ec come in economia \u2013 \u00e8 un problema che riguarda tutti, per questo \u00e8 importante coinvolgere anche gli uomini in questa sfida. Dato che la composizione della societ\u00e0 \u00e8 quella che conosciamo, in che modo si possono fare delle politiche capaci di rispondere ai bisogni della societ\u00e0, se teniamo un occhio chiuso? Manca una componente fondamentale. Assicurare la piena parit\u00e0 di genere \u00e8 dunque cruciale. <\/p>\n\n\n\n

Risolviamo subito un equivoco diffuso, per cui ci si oppone alle quote rose in forza del merito: non ho mai visto nessuno fare questo ragionamento davanti a decenni di governi di soli uomini. Non rivendichiamo solo il diritto alla parit\u00e0 di genere nei luoghi in cui si decide, in quei luoghi rivendichiamo anche il diritto di sbagliare. Nessuno \u00e8 mai andato a chiedere conto ad un uomo che si trovasse una posizione di potere in quanto uomo, e non per suo merito. La strada \u00e8 lunga, la societ\u00e0 italiana \u00e8 ancora imbevuta di cultura maschilista e patriarcale, la violenza di genere \u00e8 solo la manifestazione estrema di un humus<\/em> culturale in cui la violenza attecchisce. E questa violenza passa attraverso la cultura, il linguaggio, gli stereotipi di genere, le rappresentazioni mediatiche e \u2013 a volte \u2013 anche istituzionali. Per questo \u00e8 fondamentale sostenere la formazione delle donne in tutte le discipline, comprese quelle STEM. Per questo \u00e8 importante lavorare per la diffusione di un linguaggio esclusivo. Come ha detto una Professoressa dell\u2019Accademia della Crusca, \u00e8 giusto riferirsi alle donne parlando di ministra, assessora e avvocata perch\u00e9 quando nei documenti ufficiali rimarranno solo i nostri cognomi, \u00e8 giusto che si ricordi che quella persona ha portato anche il suo essere donna nell\u2019esercizio del potere. <\/p>\n\n\n\n

Una politica femminista \u2013 spesso portata avanti da donne \u2013 si sta distinguendo sempre pi\u00f9 per un modello specifico di leadership. Penso ad esempio ad Alexandria Ocasio-Cortez, o a Jacinda Ardern, che uniscono una visione femminista ad una politica progressista ed ecologista. Si tratta di uno sviluppo della sinistra particolarmente interessante, soprattutto in risposta alle sfide poste dal populismo. Come credi che si articoli la relazione tra leadership femminile e leadership femminista \u2013 spesso confuse nel dibattito pubblico \u2013 da questa parte dell\u2019Oceano?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n

Leadership<\/em> femminile e leadership<\/em> femminista sono due cose radicalmente diverse. Non basta avere una donna leader per assicurarsi che abbia la capacit\u00e0 di \u201cliberare\u201d altre donne, soprattutto se la donna in questione \u00e8 a capo di un partito che relega le donne ad un ruolo domestico, che non ne ha mai difeso i diritti, a partire dal diritto di scegliere sul proprio corpo e sul proprio futuro. Non abbiamo mai sentito queste leader spendersi sul tema della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro \u2013 un nodo essenziale per sostenere l’occupazione delle donne \u2013, ma nemmeno per la loro partecipazione alla vita politica ed economica.<\/p>\n\n\n\n

Leadership<\/em> femminile e leadership<\/em> femminista sono due cose radicalmente diverse. Non basta avere una donna leader per assicurarsi che abbia la capacit\u00e0 di \u201cliberare\u201d altre donne, soprattutto se la donna in questione \u00e8 a capo di un partito che relega le donne ad un ruolo domestico, che non ne ha mai difeso i diritti, a partire dal diritto di scegliere sul proprio corpo e sul proprio futuro.<\/p>Elly Schlein<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n

Per quanto leadership<\/em> femminile e femminista siano due cose distinte, \u00e8 bene per\u00f2 che ci sia la parit\u00e0 di genere: sono contenta quando ci sono donne parlamentari, assessore, consigliere e leader di partito con cui litigare perch\u00e9 abbiamo una visione diversa su come fare per emancipare la condizione delle donne e delle ragazze. Ci sono sempre pi\u00f9 donne nelle sale dove si discute e si decide: vedo un miglioramento significativo. <\/p>\n\n\n\n

Di certo un grande contributo \u00e8 venuto dalla Squad<\/em>, formata da Alexandria Ocasio-Cortez e dalle altre deputate progressiste dei Democratici. Stanno infatti proponendo un modello di leadership <\/em>plurale: credo sia questo il pi\u00f9 importante valore aggiunto di una leadership<\/em> femminista, che si contrappone al modello dell\u2019uomo solo al comando non tanto perch\u00e9 \u00e8 uomo, ma proprio perch\u00e9 \u00e8 solo al comando<\/em>. Non basta, quindi, una donna sola al comando: serve un\u2019idea di leadership <\/em>diversa, un modo di fare politica diverso. Per citare Jacinda Ardern, la Prima Ministra neozelandese che ha ottenuto un risultato storico alle elezioni, \u201csiamo troppo piccoli per prescindere dal punto di vista degli altri\u201d. <\/p>\n\n\n\n

Abbiamo passato in rassegna le principali battaglie del nostro tempo, che tuttavia rischiano spesso di restare aliene le une alle altre. La sfida pi\u00f9 complicata di tutte \u00e8 tessere un dialogo, costruire degli orizzonti comuni che possano articolarsi nella rappresentanza politica. Credi che il discorso sull\u2019intersezionalit\u00e0 possa essere utile a questo scopo?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n

L\u2019intersezionalit\u00e0 \u00e8 fondamentale perch\u00e9 ci insegna che i diversi livelli di discriminazione non si elidono a vicenda, ma si sommano. Pensiamo alla condizione delle donne rifugiate, a cui il Parlamento europeo ha dedicato un’apposita risoluzione: ci sono almeno tre livelli di discriminazione che rischiano di intrecciarsi, economica, razziale e di genere. I diversi livelli di discriminazione sono infatti spesso frutto della stessa matrice oppressiva: \u00e8 per cambiare questo modello  che \u00e8 necessario unire le lotte. Si tratta di un passaggio fondamentale. <\/p>\n\n\n\n

Credo \u2013 e spero \u2013 che le nuove generazioni stiano maturando una sensibilit\u00e0 in grado di andare in questa direzione. Partecipando in punta di piedi alle straordinarie mobilitazioni che \u2013 prima del Covid \u2013 gremivano le piazze per difendere la parit\u00e0 di genere, per rispondere all\u2019emergenza climatica, per mostrare solidariet\u00e0 ai migranti e lottare per un lavoro degno, ho visto importanti aree di sovrapposizione. Di fronte a tali sovrapposizioni mi chiedo perch\u00e9 la politica sia cos\u00ec in ritardo, perch\u00e9 continui a cercare di dividere ci\u00f2 che nella societ\u00e0, sempre pi\u00f9 spesso, marcia insieme. Non si pu\u00f2 chiedere a quelle piazze se si sentono pi\u00f9 vicine a Greta Thunberg o a Carola Rackete. Poco dopo l\u2019insediamento di Trump, alla London Women\u2019s March le femministe marciavano fianco a fianco con i movimenti ambientalisti, con i movimenti di seconda generazione che si battono per la piena eguaglianza dei diritti, con i movimenti LGBT+: tutto questo, insieme, ci servir\u00e0 a scrivere una pagina migliore.<\/p>\n\n\n\n

Spero che la politica possa fare un passo avanti, superare le contraddizioni interne alle grandi famiglie europee e ai gruppi che siedono al Parlamento europeo. L\u2019estrema frammentariet\u00e0 dell\u2019area della sinistra e degli ecologisti \u00e8 un fenomeno presente in quasi tutta Europa: quale strada ci pu\u00f2 far uscire da questa situazione?<\/p>Elly Schlein<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n

A livello sociale, vedo maturare una sensibilit\u00e0 che tiene assieme questione sociale e questione ambientale, contrasto alle disuguaglianze e transizione ecologica. Il motivo per cui, con grande rammarico, ho rinunciato a ricandidarmi alle elezioni europee \u00e8 che non \u00e8 stato possibile unire le forze ecologiste della sinistra in un unico progetto per il futuro. Spero che la politica possa fare un passo avanti, superare le contraddizioni interne alle grandi famiglie europee e ai gruppi che siedono al Parlamento europeo. L\u2019estrema frammentariet\u00e0 dell\u2019area della sinistra e degli ecologisti \u00e8 un fenomeno presente in quasi tutta Europa: quale strada ci pu\u00f2 far uscire da questa situazione? Forse quella che abbiamo percorso al Parlamento europeo, quando facemmo un progressive focus<\/em> che metteva insieme deputati e deputate di tutte le forze politiche \u2013 Verdi, deputati della Sinistra unita, Socialisti \u2013 che la pensavano allo stesso modo sulle due sfide pi\u00f9 cruciali: il contrasto alle diseguaglianze e la transizione ecologica. Come dico da tempo, dobbiamo fare qualcosa di simile anche a livello nazionale, dobbiamo costruire una rete capace di mettere insieme diverse forze politiche per porre al centro questi grandi temi e confrontarsi su proposte concrete, a partire dalle quali si pu\u00f2 lavorare ad una visione condivisa del futuro, che migliori la vita delle persone e del pianeta. Se non ci riusciremo, la politica rester\u00e0 incapace di ritrovare un dialogo, di ascoltare quello che gi\u00e0 si sta muovendo nella societ\u00e0. Sono gli scioperi transnazionali per il clima e i movimenti femministi che si sono moltiplicati nelle piazze d\u2019Europa per protestare insieme alle donne polacche che ci insegnano a cambiare l\u2019Unione Europea. <\/p>\n\n\n\n

Questa \u00e8 la grande speranza: battaglie europee ad un livello pi\u00f9 europeo, per sfidare gli interessi di chi vorrebbe lasciare le cose esattamente come stanno, siano essi nazionalisti o forze conservatrici legate al modello economico attuale e che riescono con tanta disinvoltura a stringere alleanze.<\/p>\n\n\n\n

In conclusione: di fronte a sfide sempre pi\u00f9 complesse, quali possono essere \u2013 in una parola \u2013 le potenzialit\u00e0 della politica, il suo ruolo principale?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n

Le piazze di cui parlavo sopra sono state fondamentali per spostare le assi del dibattito. Ma non basteranno. Se non ritroveranno una connessione con la politica e con la rappresentanza in un processo bidirezionale che coinvolga sia il livello locale che la dimensione europea, non si riuscir\u00e0 a cambiare davvero le cose. Da un lato, le piazze hanno necessit\u00e0 di trovare un dialogo con la politica; dall\u2019altro, la rappresentanza deve riuscire ad ascoltare quelle istanze che rischiano di restare fuori dai luoghi dove si decide. Se ci\u00f2 non accade, la politica si chiude in se stessa in modo sempre pi\u00f9 autoreferenziale. Proprio quando, invece, avrebbe pi\u00f9 bisogno di umilt\u00e0, di rimettersi in discussione ed ascoltare, affinch\u00e9 la rappresentanza possa essere un percorso pienamente condiviso.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"

Elly Schlein, Vice-Presidente della Regione Emilia-Romagna ed ex eurodeputata, \u00e8 considerata l\u2019astro nascente della sinistra italiana. Gi\u00e0 relatrice della riforma di Dublino per il Gruppo S&D e attualmente Assessora regionale per il contrasto alle diseguaglianze e la transizione ecologica, in questa lunga e densa intervista Schlein presenta le principali sfide con cui l\u2019Europa deve confrontarsi, dallo sviluppo sostenibile alla giustizia fiscale. 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