{"id":6010,"date":"2023-02-02T14:02:52","date_gmt":"2023-02-02T14:02:52","guid":{"rendered":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/ita\/?p=6010"},"modified":"2023-02-02T14:02:53","modified_gmt":"2023-02-02T14:02:53","slug":"leuropa-aperta-nella-guerra-dei-capitalismi-politici","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2023\/02\/02\/leuropa-aperta-nella-guerra-dei-capitalismi-politici\/","title":{"rendered":"L&#8217;Europa aperta nella guerra dei capitalismi politici"},"content":{"rendered":"\n<p><em>Dopo lo<a href=\"https:\/\/legrandcontinent.eu\/fr\/2023\/01\/12\/semi-conducteurs-chine-et-etats-unis-dans-la-nouvelle-ere-de-la-guerre\/\"> studio sui semiconduttori<\/a> di Chris Miller, quello di Agathe Demarais sulle <a href=\"https:\/\/legrandcontinent.eu\/fr\/2023\/01\/18\/10-points-sur-les-sanctions\/\">sanzioni <\/a>e il <a href=\"https:\/\/legrandcontinent.eu\/ita\/2023\/01\/25\/il-secolo-di-morris-chang\/\">ritratto di Morris Chang<\/a> da parte di Alessandro Aresu, continua la nostra serie sulla &#8220;<a href=\"https:\/\/legrandcontinent.eu\/ita\/2023\/01\/05\/la-guerra-dei-capitalismi-politici\/\">Guerra dei capitalismi politici<\/a>&#8220;.<\/em><\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">La questione industriale della relazione transatlantica<\/h2>\n\n\n\n<p class=\"has-drop-cap\">Lo stato attuale delle relazioni transatlantiche ci appare caratterizzato da uno strano paradosso. Da un lato l\u2019aggressione russa all\u2019Ucraina ha condotto, contrariamente ai timori di molti e alle aspettative di Putin, a un forte rafforzamento della coesione atlantica e dell\u2019unit\u00e0 europea. In pochi mesi gli europei hanno trovata una capacit\u00e0 di agire insieme che sembrava perduta, si sono dissipati i timori (e le speranze di alcuni) di un disimpegno degli USA dall\u2019Europa e si \u00e8 relegata alle discussioni accademiche la dicotomia fra NATO e difesa europea. Anzi, \u00e8 emerso con chiarezza che i due processi si rafforzano a vicenda.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>D\u2019altro canto, questa ritrovata unit\u00e0 atlantica \u00e8 fragile. Per trovare un antiamericanismo cos\u00ec diffuso anche se comunque minoritario nella societ\u00e0 europea, bisogna andare molto indietro nel tempo: alla guerra in Vietnam, alla crisi monetaria del ferragosto 1971, alla seconda guerra del golfo. Trump, che dava l\u2019impressione di detestare gli alleati pi\u00f9 degli avversari ma il cui effetto fu pi\u00f9 retorico che concreto, ha lasciato profonde tracce psicologiche in Europa; il suo ritorno o quello di uno come lui \u00e8 agitato come timore incombente, ma anche come segreta speranza di chi vuole interpretare il conclamato desiderio di autonomia strategica dell\u2019UE in primo luogo come autonomia dagli USA.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>In realt\u00e0 una certa diffidenza europea verso la credibilit\u00e0 dell\u2019alleato ha radici pi\u00f9 profonde, almeno dalla presidenza Obama; per il suo scarso interesse per l\u2019Europa, la sua debole reazione nel 2014 alla prima aggressione russa all\u2019Ucraina e le contraddizioni delle sue azioni in Siria.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019avvento di Biden ha sostanzialmente modificato lo scenario. Tuttavia, l\u2019America appare agli europei come un paese diviso e polarizzato, bloccato nel funzionamento delle istituzioni e in preda a un crescente protezionismo e tentazioni unilaterali. Del resto, al netto delle dichiarazioni di amicizia di membri dell\u2019Amministrazione, l\u2019Europa \u00e8 poco presente nei calcoli strategici americani; quando lo \u00e8, rispecchia il vecchio stereotipo di un continente diviso, accucciato sulla ricerca del vantaggio economico e commerciale e restio ad assumersi la responsabilit\u00e0 della propria sicurezza. Nel bene e nel male, l\u2019immagine dell\u2019Europa resta quella di Angela Merkel. Non un avversario come sembrava considerarci Trump, ma fondamentalmente un passivo profittatore dell\u2019impegno americano.&nbsp; Il paradosso consiste quindi nel fatto che la fiducia reciproca appare piuttosto bassa proprio nel momento di massima unit\u00e0 sul terreno.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>Nel bene e nel male, l\u2019immagine dell\u2019Europa resta quella di Angela Merkel.<\/p><cite>Riccardo Perissich<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<p>Contrariamente a ci\u00f2 che alcuni pensano, la fragilit\u00e0 del rapporto non viene dalla guerra in Ucraina. Malgrado le difficolt\u00e0 interne che possono emergere per entrambi gli alleati, le occasionali ambiguit\u00e0 francesi e le contorsioni a volte esasperanti della Germania, la rottura dell\u2019unit\u00e0 occidentale o europea appare oggi una prospettiva molto remota. La posta in gioco per l\u2019avvenire dell\u2019Europa e per le possibili conseguenze internazionali e il peso dei crimini commessi dalla Russia, sono troppo importanti. Del resto, non c\u2019\u00e8 alcuna forza politica suscettibile di governare nel prevedibile futuro che invochi una politica sostanzialmente diversa. Ivan Krastev ha opportunamente osservato che la prova del fuoco per l\u2019unit\u00e0 dell\u2019occidente potrebbe venire solo nel momento in cui una tregua delle ostilit\u00e0 diventasse concretamente possibile; un\u2019ipotesi per il momento molto lontana.&nbsp;I due possibili punti di crisi, del resto connessi fra loro, sono la politica industriale e tecnologica e la questione cinese.<\/p>\n\n\n\n<p>Il primo problema \u00e8 il pi\u00f9 urgente e anche il pi\u00f9 pericoloso. La pandemia ha fatto esplodere un problema che era noto da tempo: la fragilit\u00e0 di alcune catene di approvvigionamento di tecnologie e materie prime critiche, nonch\u00e9 per alcune di esse una forte dipendenza dell\u2019Occidente dalla Cina. La questione riguarda sia l\u2019Europa che gli USA, ma \u00e8 pi\u00f9 grave per noi a causa di un pi\u00f9 grande ritardo nelle tecnologie digitali. Questa obiettiva debolezza europea \u00e8 stata poi aggravata dalla crisi energetica legata alla guerra in Ucraina: un altro caso di asimmetria transatlantica. Questi fenomeni, uniti anche a crescenti tensioni sociali, hanno prodotto ovunque in occidente una disaffezione per i benefici della globalizzazione e un ritorno di interesse per l\u2019intervento statale in economia; in altri termini \u00e8 tornata di moda la politica industriale, un concetto fortemente criticato a partire dagli anni \u201970 del secolo scorso. In verit\u00e0 l\u2019intervento statale non era mai stato completamente abbandonato, soprattutto in alcuni paesi europei, ma anche altrove. La differenza \u00e8 che \u00e8 stato praticato con minore dirigismo e maggiore rispetto per il mercato. La novit\u00e0 di oggi risiede principalmente nella dimensione dell\u2019intervento.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>La sorpresa, ma in fondo non avrebbe dovuto essere tale, \u00e8 che chi ha reagito pi\u00f9 rapidamente e con pi\u00f9 forza non \u00e8 l\u2019Europa, ma gli USA, cos\u00ec come peraltro era successo con la crisi del 2008.&nbsp; Un Congresso normalmente bloccato ha infatti varato in poco tempo l\u2019<em>Inflation Reduction Act<\/em> (IRA), che malgrado il nome \u00e8 in effetti un massiccio programma di sostegno pubblico allo sviluppo tecnologico e alla transizione climatica; per esempio, ma non solo, nello sviluppo delle automobili elettriche e dei semiconduttori. Il programma non \u00e8 solo fortemente interventista, ma \u00e8 anche intrinsecamente protezionista, corredato da misure <em>buy american <\/em>e restrizioni all\u2019esportazione, teoricamente dirette verso la Cina, ma che sostanzialmente discriminano anche l\u2019industria europea.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>Il programma non \u00e8 solo fortemente interventista, ma \u00e8 anche intrinsecamente protezionista, corredato da misure <em>buy american <\/em>e restrizioni all\u2019esportazione, teoricamente dirette verso la Cina, ma che sostanzialmente discriminano anche l\u2019industria europea.<\/p><cite>Riccardo Perissich<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<p>L\u2019UE, che tradizionalmente dovrebbe avere pi\u00f9 dimestichezza con la politica industriale, si trova spiazzata per almeno tre motivi. Il primo \u00e8 istituzionale. Non essendo uno Stato nel senso pieno del termine, non dispone degli strumenti centralizzati (sussidi, esenzioni fiscali) che sono disponibili per un paese come gli USA. Le strutture industriali e le relative sensibilit\u00e0 dei paesi che la compongono sono diversi. Ne consegue che un accordo, a volte sottomesso all\u2019esigenza dell\u2019unanimit\u00e0, \u00e8 necessariamente pi\u00f9 lento e complesso persino di quello gi\u00e0 arduo all\u2019interno del Congresso USA. Infine, l\u2019elevato indebitamento di molti membri dell\u2019UE ne restringe lo spazio di manovra fiscale.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image wp-block-image-large\"\n    data-shadow=\"false\"\n    data-use-original-file=\"false\">\n    <a\n        data-pswp-src=\"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/12\/2023\/02\/SIPA_01001014_000009-scaled-1.jpg\"\n        class=\"inline-block gallery-item no-underline \"\n        data-pswp-width=\"2560\"\n        data-pswp-height=\"1707\">\n                                        <picture>\r\n                    <source\r\n                srcset=\"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/12\/2023\/02\/SIPA_01001014_000009-scaled-1-330x220.jpg\"\r\n                media=\"(max-width: 374px)\" \/>\r\n                    <source\r\n                srcset=\"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/12\/2023\/02\/SIPA_01001014_000009-scaled-1-690x460.jpg\"\r\n                media=\"(max-width: 989px)\" \/>\r\n                    <source\r\n                srcset=\"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/12\/2023\/02\/SIPA_01001014_000009-scaled-1-1340x894.jpg\"\r\n                media=\"(min-width: 990px)\" \/>\r\n                <img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/12\/2023\/02\/SIPA_01001014_000009-scaled-1-125x83.jpg\" \/>\r\n        <\/picture>\r\n                            \n                    <figcaption class=\"pswp-caption-content \">\u00a9 Maxime Le Pihif\/SIPA<\/figcaption>\n            <\/a>\n<\/figure>\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Trovare un consenso europeo<\/h2>\n\n\n\n<p>L\u2019UE deve in sostanza conciliare esigenze non necessariamente incompatibili, ma che rispondono a sensibilit\u00e0 nazionali diverse. In primo luogo, deve mettere in campo risorse finanziarie per sostenere la transizione climatica, recuperare almeno in parte il ritardo tecnologico e assicurare l\u2019approvvigionamento di materie prime critiche. \u00c8 un obiettivo che si poneva comunque, ma che diventa particolarmente urgente di fronte alle misure americane. Una strada ovvia \u00e8 quella di allentare, come gi\u00e0 \u00e8 stato fatto durante la pandemia, i vincoli europei che limitano la libert\u00e0 dei paesi membri di concedere aiuti statali all\u2019economia. \u00c8 una strada percorribile con rapidit\u00e0 e preconizzata da paesi come la Francia e la Germania. Il problema \u00e8 che non tutti i paesi hanno la stessa capacit\u00e0 fiscale e le stesse debolezze strutturali. \u00c8 del resto significativo che pi\u00f9 di due terzi dei programmi di aiuti autorizzati a seguito dell\u2019allentamento dei vincoli durante la pandemia sia stato promosso da Francia e Germania.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>Dietro la retorica di una politica industriale europea ci sarebbe la realt\u00e0 di politiche nazionali.<\/p><cite>Riccardo Perissich<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<p>Un altro pericolo insito in questo approccio \u00e8 che, malgrado l\u2019impegno che sicuramente metterebbe la Commissione europea nel controllare le misure nazionali, esse potrebbero condurre a una ulteriore frammentazione del mercato europeo, pregiudicandone i benefici acquisiti e soprattutto la possibilit\u00e0 di affrontare le nuove sfide con una dimensione pienamente continentale. In sostanza, dietro la retorica di una politica industriale europea ci sarebbe la realt\u00e0 di politiche nazionali.<\/p>\n\n\n\n<p>Questi due pericoli, rinazionalizzazione di fatto delle politiche sotto la maschera di un approccio comune e discriminazione fra gli stati membri, possono essere superati solo affiancando all\u2019allentamento dei vincoli un robusto elemento di finanziamento comune. L\u2019UE ha al suo attivo la reazione alla pandemia con i grandi programmi NGEU e SURE, la cui realizzazione \u00e8 peraltro ancora in corso. Un tab\u00f9 rispetto ai finanziamenti centralizzati \u00e8 stato rotto, ma resta da parte di numerosi paesi una forte reticenza a ogni nuovo passo in questa direzione. Del resto, questa idea \u00e8 tutta da costruire. Circola la proposta di un \u201cfondo sovrano europeo\u201d destinato a sostenere l\u2019adattamento del nostro sistema produttivo alla transizione climatica, ad avviare un recupero europeo nella competizione tecnologica e a costituire una risposta alle misure americane. Non \u00e8 tuttavia chiaro quale ne sarebbe la dimensione, quale sarebbe il ricorso a risorse non utilizzate di programmi esistenti, quale sarebbe la parte proveniente da nuove risorse del bilancio dell\u2019UE o da eventuali nuovi prestiti comuni. \u00c8 comunque auspicabile che al momento di metter mano alla definizione degli strumenti comuni, non si trascuri il fatto che questo nuovo strumento il dovrebbe essere finalizzato ancora pi\u00f9 del NGEU a mobilitare energie private e (ri)suscitare gli \u201cspiriti animali\u201d dall\u2019imprenditoria europea.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Quale che sia l\u2019importanza delle risorse pubbliche messe in campo, nazionali o europee, \u00e8 difficile immaginare che possano avere successo senza azioni volte a colmare una grave lacuna dell\u2019UE: la mancanza di un mercato europeo dei capitali, unificato, flessibile e dinamico come quello americano. Le proposte della Commissione sono finora restate senza seguito.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Non ha aiutato finora che si sia assistito alla manifestazione di posizioni divergenti non solo fra gli Stati membri, ci\u00f2 che \u00e8 in fondo normale, ma anche a una certa cacofonia nelle dichiarazioni di alcuni membri della Commissione. Nel suo recente discorso a Davos, la Presidente Ursula von der Leyen ha cercato di mettere ordine nella discussione in modo chiaro anche se necessariamente sintetico. \u00c8 una posizione che pu\u00f2 costituire una buona base per le discussioni a venire. Alle due questioni gi\u00e0 citate, codice degli aiuti e finanziamento comune, il discorso di Davos ha opportunamente aggiunto la dimensione della regolamentazione; \u00e8 uno dei punti forti dell\u2019azione dell\u2019UE, che del resto ha gi\u00e0 varato iniziative importanti nel campo della transizione climatica, della protezione dei dati e dell\u2019inquadramento delle grandi piattaforme digitali. Azioni a cui si aggiungono iniziative nel campo dei semiconduttori e dell\u2019approvvigionamento delle materie prime indispensabili alla transizione.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>Quale che sia l\u2019importanza delle risorse pubbliche messe in campo, nazionali o europee, \u00e8 difficile immaginare che possano avere successo senza azioni volte a colmare una grave lacuna dell\u2019UE: la mancanza di un mercato europeo dei capitali, unificato, flessibile e dinamico come quello americano.<\/p><cite>Riccardo Perissich<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<p>Esistono quindi le premesse per una risposta articolata dell\u2019UE alla sfida americana. Qui, tuttavia, interviene un\u2019altra dimensione del problema, al centro delle preoccupazioni di un gran numero di stati membri soprattutto del nord dell\u2019Europa. Si tratta del timore che la risposta europea non conduca a sostenere l\u2019innovazione e la transizione climatica, ma a difendere strutture e produzioni obsolete. Non solo; c\u2019\u00e8 anche il timore che contribuisca, in congiunzione con il protezionismo americano, ad aggravare invece che risolvere la crisi della globalizzazione. \u00c8 infatti difficile negare che il multilateralismo che abbiamo contribuito a costruire attraversa una fase di difficolt\u00e0. \u00c8 altrettanto vero che a volte nella loro strenua difesa delle regole internazionali gli europei assomigliano agli ultimi soldati giapponesi dispersi nella giungla birmana. Chi manifesta queste preoccupazioni ci ricorda tuttavia che fra tutte le grandi aree economiche del pianeta, l\u2019Europa \u00e8 quella che dipende maggiormente dall\u2019apertura del commercio internazionale. A questo si aggiunge che per quanto l\u2019UE metta a punto un programma ambizioso, non riuscir\u00e0 mai da sola a colmare la distanza che la separa dagli Stati Uniti e dalla Cina in alcune tecnologie critiche. La dimensione internazionale \u00e8 quindi una componente essenziale di ci\u00f2 che ci prepariamo a fare.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Il dilemma del protezionismo americano<\/h2>\n\n\n\n<p>Di fronte al brutale protezionismo trumpiano, l\u2019UE reag\u00ec moltiplicando le iniziative tendenti ad allargare una rete di accordi bilaterali e plurilaterali con varie aree del mondo. Iniziative che hanno incontrato un certo successo, ma che hanno anche fatto emergere una doppia difficolt\u00e0. Prima di tutto, malgrado il nostro prioritario interesse a difendere l\u2019apertura degli scambi, anche la nostra opinione pubblica \u00e8 attraversata da ondate di protezionismo. Inoltre, l\u2019UE non sempre riesce a bilanciare il suo desiderio di apertura con l\u2019ambizione di promuovere valori sociali e ambientali che le sono propri o il suo attaccamento encomiabile ma spesso non condiviso al principio di precauzione. In molti casi l\u2019autorit\u00e0 che ci deriva dell\u2019esperienza europea in materia di regolazione e dall\u2019attrattiva del nostro mercato, non sono sufficienti a modificare le priorit\u00e0 dei partner quando sono in gioco interessi o valori consolidati e politicamente sensibili. Scopriamo quanto sia a volte velleitario avere la pretesa di regolare per tutti tecnologie che non dominiamo.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>La verit\u00e0 \u00e8 che nella proiezione internazionale dell\u2019UE non c\u2019\u00e8 modo di evitare di cominciare dal problema centrale che \u00e8 quello delle relazioni con gli USA. Se oggi siamo soprattutto focalizzati sulla reazione all\u2019IRA, l\u2019agenda potenziale \u00e8 in effetti molto ampia. All\u2019IRA si aggiungono infatti contenziosi del passato mai pienamente risolti, come l\u2019acciaio o la questione Boeing-Airbus. Inoltre una discussione sui rispettivi programmi di sostegno alla transizione climatica non potr\u00e0 far astrazione dal fatto che le rispettive politiche, persino quella di Biden molto pi\u00f9 ambiziosa che in passato, rispecchiano filosofie diverse: basata sulla tassazione del contenuto di carbonio e sulle regole quella europea, basata solo in parte sulle regole e in primo luogo sugli incentivi quella americana. Un futuro negoziato non potr\u00e0 quindi evitare di includere anche il CBAM, il progetto europeo di compensazione alla frontiera sul contenuto di carbonio dei beni importati; con inevitabili riflessi sul ritmo e le condizioni della transizione climatica all\u2019interno dell\u2019UE.&nbsp;Non bisogna poi dimenticare il grande cantiere sempre aperto della regolazione dell\u2019economia digitale a cui si aggiunge ora l\u2019intelligenza artificiale.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>Scopriamo quanto sia a volte velleitario avere la pretesa di regolare per tutti tecnologie che non dominiamo.&nbsp;<\/p><cite>Riccardo Perissich<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<p>Infine, la massiccia irruzione della geopolitica nella formulazione della politica industriale americana, attribuisce un peso particolare allo strumento dei divieti di esportazione di alcune tecnologie critiche. \u00c8 una questione che, se non affrontata in modo convergente e coordinato, pu\u00f2 essere la fonte di gravi fratture industriali e politiche; basti pensare al caso attuale dell\u2019esportazione verso la Cina di tecnologie olandesi destinate alla produzione di semiconduttori avanzati.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Si delinea cos\u00ec la prospettiva di un negoziato transatlantico di grande ambizione e complessit\u00e0. Affrontare la sfida in una dimensione transatlantica e preferibilmente anche pi\u00f9 larga, dovrebbe del resto essere nell\u2019interesse anche dell\u2019industria americana.&nbsp; Nella sua dimensione esso ricorda sia pure con caratteristiche e obiettivi molto diversi il TTIP, il grande progetto di accordo commerciale transatlantico lanciato durante la presidenza Obama e arenato per responsabilit\u00e0 congiunte di entrambi e lati.<\/p>\n\n\n\n<p>La difficolt\u00e0 principale nell\u2019impostare un negoziato all\u2019altezza delle aspettative non sta nella definizione di un consenso europeo, ma nel portare con sufficiente impegno politico al tavolo negoziale un\u2019America introversa, bloccata all\u2019interno e, per quanto riguarda l\u2019esterno, principalmente focalizzata a sull\u2019area dell\u2019Indo-Pacifico.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Per sedersi in modo credibile al tavolo del negoziato, l\u2019UE deve prima di tutto dar seguito al suo impegno di rafforzare la sua capacit\u00e0 di difesa nell\u2019ambito della NATO. Per il momento, vediamo annunci importanti da parte della Francia, degli scandinavi, dei baltici, dei polacchi e di altri stati membri dell\u2019Europa orientale; ma la Germania ci offre le docce scozzesi illustrate ogni giorno dai media e altri grandi paesi come l\u2019Italia e la Spagna sono ancora allo stadio delle buone intenzioni.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image wp-block-image-large\"\n    data-shadow=\"false\"\n    data-use-original-file=\"false\">\n    <a\n        data-pswp-src=\"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/12\/2023\/02\/SIPA_01028829_000001-scaled-1.jpg\"\n        class=\"inline-block gallery-item no-underline \"\n        data-pswp-width=\"2560\"\n        data-pswp-height=\"1708\">\n                                        <picture>\r\n                    <source\r\n                srcset=\"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/12\/2023\/02\/SIPA_01028829_000001-scaled-1-330x220.jpg\"\r\n                media=\"(max-width: 374px)\" \/>\r\n                    <source\r\n                srcset=\"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/12\/2023\/02\/SIPA_01028829_000001-scaled-1-690x460.jpg\"\r\n                media=\"(max-width: 989px)\" \/>\r\n                    <source\r\n                srcset=\"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/12\/2023\/02\/SIPA_01028829_000001-scaled-1-1340x894.jpg\"\r\n                media=\"(min-width: 990px)\" \/>\r\n                <img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/12\/2023\/02\/SIPA_01028829_000001-scaled-1-125x83.jpg\" \/>\r\n        <\/picture>\r\n                            \n                    <figcaption class=\"pswp-caption-content \">\u00a9 LEVEQUEPATRICK<\/figcaption>\n            <\/a>\n<\/figure>\n\n\n<p>Non basta. \u00c8 giunto il momento per l\u2019Europa di superare due tab\u00f9. Il primo riguarda l\u2019illusione di poter separare, nella nostra politica estera, le considerazioni economiche e commerciali da quelle geopolitiche. L\u2019aggressione russa all\u2019Ucraina ha reso evidente l\u2019insostenibilit\u00e0 di questa separazione, innanzitutto sul terreno della elevata dipendenza di molti paesi europei dalle forniture di gas e di petrolio russe; ma comincia a diffondersi la consapevolezza che vi sono altri terreni, certamente non meno rilevanti, sui quali la dipendenza metterebbe a rischio la sicurezza e la libert\u00e0 dell\u2019Europa e dell\u2019intero Occidente. Il secondo riguarda la reticenza ad accettare l\u2019idea che teatri come quello europeo e quello indo-pacifico sono ormai strettamente interconnessi. Ci\u00f2 ci conduce a uno dei principali nodi delle attuali relazioni transatlantiche: la questione cinese.<\/p>\n\n\n\n<p>Affrontarla vuol dire dipanare un groviglio transatlantico di interessi, percezioni e malintesi.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>Il secondo tab\u00f9 riguarda la reticenza ad accettare l\u2019idea che teatri come quello europeo e quello indo-pacifico sono ormai strettamente interconnessi. Ci\u00f2 ci conduce a uno dei principali nodi delle attuali relazioni transatlantiche: la questione cinese.<\/p><cite>Riccardo Perissich<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<p>La politica americana verso la Cina e l\u2019Indo-Pacifico \u00e8 uno dei rari terreni di largo consenso nazionale, ma \u00e8 ancora in formazione, sottoposta a intense discussioni dove a volte non \u00e8 agevole distinguere fra retorica e realt\u00e0. La motivazione di politica interna \u00e8 di preservare il primato e la competitivit\u00e0 dell\u2019industria americana. Tuttavia, il motore principale di questa politica sono esigenze di sicurezza guidate in primo luogo dalla necessit\u00e0 di contrastare l\u2019espansionismo cinese non solo nel mar della Cina, ma anche in tutta l\u2019area dell\u2019Indo-Pacifico e oltre. Il punto caldo \u00e8 ovviamente la prevenzione di una possibile annessione cinese di Taiwan con la forza; una rottura della stabilit\u00e0 asiatica che sarebbe sicuramente inaccettabile per l\u2019occidente allo stesso titolo dell\u2019aggressione russa all\u2019Ucraina. Il contrasto alle ambizioni cinesi nel campo della tecnologia ha quindi due forti motivazioni, economiche e strategiche.<\/p>\n\n\n\n<p>La politica americana pu\u00f2 facilmente essere definita come un tentativo di <em>containment <\/em>simile a quello che fu applicato all\u2019URSS durante la guerra fredda. Il parallelo \u00e8 tuttavia fuorviante, anche se nei due casi gli USA erano e sono consapevoli di aver bisogno di alleati. In primo luogo, il pilastro della politica occidentale durante la guerra fredda fu un\u2019alleanza basata (salvo poche eccezioni) su valori democratici condivisi, su interessi comuni e con un\u2019Europa che aveva deciso di porre per sempre fine ai conflitti interni del passato per perseguire un disegno unitario.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>La situazione asiatica \u00e8 molto diversa. Le differenze sul piano dei valori democratici sono molto grandi. Anche dove siamo in presenza di democrazie abbastanza consolidate, i drammi del passato non sono stati superati; i difficili rapporti fra Giappone e Corea ne sono un buon esempio. Inoltre il peso economico della Cina nell\u2019economia mondiale e in particolare in Asia \u00e8 incomparabilmente superiore a quello che aveva l\u2019URSS. Nessuno, in realt\u00e0 nemmeno gli USA, pensa di poter completamente isolare la Cina sul piano economico; si tratta comunque di una prospettiva a cui tutti i paesi dell\u2019area si opporrebbero strenuamente.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>Nessuno, in realt\u00e0 nemmeno gli USA, pensa di poter completamente isolare la Cina sul piano economico; si tratta comunque di una prospettiva a cui tutti i paesi dell\u2019area si opporrebbero strenuamente.<\/p><cite>Riccardo Perissich<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<p>A fronte di questo, quasi tutti i paesi dell\u2019area temono l\u2019espansionismo cinese e apprezzano una presenza americana. Nessuno, infatti, nega che la Cina di Xi ha intrapreso una strada molto diversa da quella che lasciavano sperare le riforme di Deng e dei suoi successori e che aprivano la prospettiva di una progressiva convergenza: il trionfo del <em>Wandel durch Handel <\/em>(il cambiamento attraverso il commercio) cos\u00ec caro ai tedeschi, ma a suo tempo teorizzato anche da Clinton. Abbiamo invece una Cina che rafforza il carattere autocratico del regime politico, accentua la sua politica nazionalista, accelera il riarmo e ristabilisce forme di controllo statale sull\u2019economia che sembravano superate; che persegue in particolare una politica di autonomia strategica in campo tecnologico che conferma i timori americani.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Contrariamente a quello che fu possibile in Europa, nell\u2019Indo-Pacifico gli USA devono quindi perseguire una politica di alleanze complesse e flessibili. Con alcuni paesi, come Giappone, Australia e Corea il rapporto si rafforza. Altri, come l\u2019India e la maggior parte dei membri dell\u2019ASEAN, hanno una lunga tradizione di non allineamento; il rapporto con loro \u00e8 necessariamente pi\u00f9 pragmatico.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Questa situazione complessa obbliga l\u2019America a bilanciare un atteggiamento di deterrenza che per essere credibile deve essere intransigente, con uno sforzo di dialogo imposto dalla realt\u00e0 locale, ma anche da problemi comuni come la transizione climatica. Sul piano economico, si tratta di bilanciare la ricerca di autonomia tecnologica con l\u2019interesse collettivo a non distruggere aldil\u00e0 del necessario l\u2019interdipendenza che si \u00e8 creata con la Cina. A ben vedere, questo necessario pragmatismo \u00e8 ben espresso dalle posizioni ufficiali che, con formule simili a quelle usate in Europa, definiscono la Cina \u201cpartner, concorrente e rivale strategico\u201d.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>Uno dei punti deboli nella ricerca americana di alleanze nell\u2019Indo-Pacifico, \u00e8 la sua carenza di strategia economica e commerciale, a dimostrazione che il crescente protezionismo americano non \u00e8 limitato all\u2019Europa.<\/p><cite>Riccardo Perissich<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<p>Uno dei punti deboli nella ricerca americana di alleanze nell\u2019Indo-Pacifico, \u00e8 la sua carenza di strategia economica e commerciale, a dimostrazione che il crescente protezionismo americano non \u00e8 limitato all\u2019Europa.&nbsp; Se si chiede ai paesi dell\u2019area di allentare la dipendenza economica dalla Cina, bisogna offrire loro dei convincenti incentivi. A questo fine, Obama aveva negoziato un trattato commerciale transpacifico molto ambizioso, il TTP. Nel suo brutale protezionismo, Trump si ritir\u00f2 dal patto e Biden non ritiene di avere il consenso per rientrarvi. Nel frattempo il TTP \u00e8 stato resuscitato su iniziativa giapponese, ma senza gli USA. Biden ha proposto come sostituto il <em>Indo-Pacific Economic Framework <\/em>(IPEF) che per\u00f2 \u00e8 ancora indefinito e ha una portata molto minore del TTP.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Il tempo stringe perch\u00e9 la Cina preme per rafforzare i legami, anche istituzionali con l\u2019area. \u00c8 stato concluso su iniziativa cinese il <em>Regional Comprehensive Economic Partnership <\/em>(RECEP). Vi aderiscono numerosi paesi, anche alleati degli USA. Per il momento non ha gran contenuto, ma Pechino preme per rafforzarlo.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>A condizione di non essere obbligati a disconnettersi dalla Cina, i paesi dell\u2019area sono ovviamente interessati a un pi\u00f9 forte legame con gli USA. Per il momento le discussioni in seno al IPEF vertono soprattutto sulla diversificazione delle catene di approvvigionamento americane nella strategia di allentamento della dipendenza dalla Cina. I paesi interessati ne beneficerebbero, ma \u00e8 improbabile che lo ritengano sufficiente senza pi\u00f9 ampie garanzie di accesso al mercato americano. In sostanza, l\u2019America deve uscire dalla trappola protezionista in cui si \u00e8 cacciata.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Il futuro della relazione transatlantica si gioca in Asia<\/h2>\n\n\n\n<p>Tornando alla questione cinese, la similitudine nella retorica di USA e UE ci indurrebbe a pensare che non ci dovrebbe essere dissenso strategico fra Europa e USA. La realt\u00e0 \u00e8 pi\u00f9 complessa. La percezione del pericolo geopolitico rappresentato dalla Cina \u00e8 necessariamente inferiore per gli europei, non presenti nell\u2019area con la parziale eccezione della Francia. Inoltre la relativa debolezza tecnologica europea unita a una pi\u00f9 grande dipendenza dal mercato cinese, rende comprensibilmente gli europei pi\u00f9 restii a entrare apertamente nel gioco americano. Osservando l\u2019evoluzione recente, si ha tuttavia l\u2019impressione di una dinamica di convergenza. Essa non si riflette solo nelle pi\u00f9 recenti dichiarazioni dell\u2019UE e della NATO che hanno ormai acquisito anche una dimensione indo-pacifica. <\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>Inoltre la relativa debolezza tecnologica europea unita a una pi\u00f9 grande dipendenza dal mercato cinese, rende comprensibilmente gli europei pi\u00f9 restii a entrare apertamente nel gioco americano.<\/p><cite>Riccardo Perissich<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<p>Si riflette soprattutto in una visibile evoluzione dell\u2019atteggiamento europeo, anche di paesi come la Germania, sulla precariet\u00e0 dei rapporti economici con la Cina. L\u2019iniziale interesse manifestato da vari paesi soprattutto a est ma non solo per le prospettive offerte dalla Cina con il miraggio della \u201cvia della seta\u201d, si \u00e8 nel tempo notevolmente affievolito. Si moltiplicano dichiarazioni sia governative sia da esponenti del mondo economico sul pericolo di concorrenza sleale e di intenti predatori di alcuni investimenti cinesi. La ricerca di diversificazione rispetto ai casi di eccessiva dipendenza da tecnologie o materie prime cinesi \u00e8 ormai una politica generalmente accettata. Molti paesi e anche l\u2019UE in quanto tale, hanno adottato strumenti che permettono di vagliare gli investimenti cinesi alla luce delle esigenze di sicurezza nazionale.<\/p>\n\n\n\n<p>Si potrebbe quindi dire che la visibile divergenza di Europa e USA rispetto alla questione cinese \u00e8 pi\u00f9 una questione di ritmo e di tempi che di sostanza. Non sono per\u00f2 differenze secondarie. I pi\u00f9 lenti ritmi di disconnessione dalla dipendenza rispetto alla Cina riscontrabili in molti paesi europei, in primo luogo la Germania, riflettono esigenze reali di cui l\u2019alleato d\u2019oltre atlantico deve tenere conto. Non solo. Data la particolare situazione in cui si trova l\u2019Europa, gli americani non possono sperare in un pi\u00f9 grande e pi\u00f9 rapido accordo degli europei per quanto riguarda la dipendenza tecnologica dalla Cina, continuando peraltro a discriminare le industrie europee nella loro politica industriale. Infine \u00e8 indispensabile che l\u2019Europa entri come attore protagonista anche nel complesso gioco del commercio asiatico.&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image wp-block-image-large\"\n    data-shadow=\"false\"\n    data-use-original-file=\"false\">\n    <a\n        data-pswp-src=\"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/12\/2023\/02\/SIPA_01070970_000064-scaled-1.jpg\"\n        class=\"inline-block gallery-item no-underline \"\n        data-pswp-width=\"2560\"\n        data-pswp-height=\"1707\">\n                                        <picture>\r\n                    <source\r\n                srcset=\"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/12\/2023\/02\/SIPA_01070970_000064-scaled-1-330x220.jpg\"\r\n                media=\"(max-width: 374px)\" \/>\r\n                    <source\r\n                srcset=\"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/12\/2023\/02\/SIPA_01070970_000064-scaled-1-690x460.jpg\"\r\n                media=\"(max-width: 989px)\" \/>\r\n                    <source\r\n                srcset=\"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/12\/2023\/02\/SIPA_01070970_000064-scaled-1-1340x894.jpg\"\r\n                media=\"(min-width: 990px)\" \/>\r\n                <img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/12\/2023\/02\/SIPA_01070970_000064-scaled-1-125x83.jpg\" \/>\r\n        <\/picture>\r\n                            \n                    <figcaption class=\"pswp-caption-content \">\u00a9 Ian Hanning\/ Sipa<\/figcaption>\n            <\/a>\n<\/figure>\n\n\n<p>Esiste quindi una concreta possibilit\u00e0 di convergenza fra UE e USA, ma essa \u00e8 tutt\u2019altro che scontata. L\u2019esperienza ci dice che la convergenza strategica non ha molto senso se non \u00e8 verificata caso per caso sui temi concreti. Si tratta tra l\u2019altro di definire i casi in cui un <em>decoupling <\/em>dalla Cina \u00e8 inevitabile, da quelli in cui \u00e8 invece opportuno continuare o ricercare il dialogo.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Non sono scelte facili, anche perch\u00e9 stiamo parlando di temi in cui interessi e valori sono inestricabilmente collegati. Per esempio, mentre \u00e8 sicuramente opportuno ricercare una convergenza con la Cina sulla transizione climatica, la regolazione dell\u2019economia digitale \u00e8 un terreno in cui il peso dei valori \u00e8 troppo forte per non privilegiare almeno all\u2019inizio un consenso occidentale; per non parlare dei problemi legati allo sviluppo dell\u2019intelligenza artificiale.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>Sugli interessi come sui valori, occorre ottenere dagli Stati Uniti la disponibilit\u00e0 a costruire rapporti strutturati non troppo asimmetrici, che consentano alle aziende europee di recuperare o almeno di non aggravare il loro ritardo tecnologico.&nbsp;<\/p><cite>Riccardo Perissich<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<p>Su entrambi, tuttavia, occorre ottenere dagli Stati Uniti la disponibilit\u00e0 a costruire rapporti strutturati non troppo asimmetrici, che consentano alle aziende europee di recuperare o almeno di non aggravare il loro ritardo tecnologico.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>La stessa nozione di una generale rinascita dell\u2019intervento statale in economia pu\u00f2 essere fuorviante. In Cina essa esprime il ritorno a uno statalismo che ha come effetto di mettere sotto controllo per ragioni politiche il dinamismo del mercato. In occidente si tratta invece, sia pure con strumenti diversi, di usare l\u2019intervento pubblico per accelerare l\u2019innovazione, ridare al mercato il dinamismo di cui ha bisogno. In sostanza, promuovere e incentivare gli investimenti di pi\u00f9 lungo termine in ricerca e infrastrutture, in una prospettiva temporale spesso estranea alla visione della finanza privata.<\/p>\n\n\n\n<p>Siamo comunque in una situazione in forte cambiamento. L\u2019involuzione in senso autoritario, nazionalista e statalista del regime cinese, unita a crescenti difficolta sociali e declino demografico nonch\u00e9 all\u2019impatto di una cattiva gestione della pandemia, indebolisce le prospettive economiche e potrebbe essere fonte di tensioni politiche. \u00c8 molto difficile, in America come in Europa, prevederne l\u2019effetto. Potrebbe condurre a una maggiore apertura e a una minore aggressivit\u00e0; oppure potrebbe riprodurre la sindrome conosciuta di molte autocrazie che cercano di annegare le tensioni sociali in un rigurgito di nazionalismo aggressivo, dirottando verso l\u2019esterno una rabbia nata per motivi domestici.<\/p>\n\n\n\n<p>Ammesso che una convergenza transatlantica su questi grandi temi sia possibile, abbiamo visto che essa richiede un forte impegno politico al massimo livello. I prossimi due anni saranno importanti per l\u2019evoluzione della politica americana. Alcuni in Europa giudicano la finestra troppo stretta e persino rischiosa per giustificare un impegno massiccio. \u00c8 invece un errore. Tutto ci\u00f2 che si pu\u00f2 fare in due anni costituir\u00e0, a seconda dell\u2019evoluzione americana, una premessa per il futuro oppure un insieme di elementi positivi comunque difficili da smantellare da parte di un Presidente che scegliesse una strada diversa.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Resta da vedere quali ne possono essere le modalit\u00e0 pi\u00f9 efficaci. La Commissione europea e l\u2019Amministrazione USA hanno messo in opera un certo numero di meccanismi di contatto come il <em>Trade and Technology Council. <\/em>Essi sono certamente utili per dissodare i problemi. Anche affidare alcune discussioni all\u2019OCSE come si \u00e8 fatto per la tassazione delle multinazionali, permetterebbe di allargare utilmente il campo geografico della discussione.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>Ci vuole per\u00f2 un terreno in cui siano pi\u00f9 direttamente impegnati i massimi responsabili politici. Un candidato attraente per questo ruolo potrebbe essere il G7, eventualmente allargato ad altri paesi asiatici come Australia e India e Corea. <\/p><cite>Riccardo Perissich<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<p>Ci vuole per\u00f2 un terreno in cui siano pi\u00f9 direttamente impegnati i massimi responsabili politici. Un candidato attraente per questo ruolo potrebbe essere il G7, eventualmente allargato ad altri paesi asiatici come Australia e India e Corea. G7 che del resto recentemente ha assunto pi\u00f9 rilievo, per esempio nel coordinamento della posizione occidentale rispetto alla guerra in Ucraina. Bisogna per\u00f2 che prima di tutto, l\u2019urgenza della questione sia ben chiara a chi deve decidere a Washington, Bruxelles, Parigi, Berlino, Roma, Londra e altrove.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Al centro del confronto globale dei capitalismi politici, l&#8217;Europa non ha ancora trovato il suo posto. 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