{"id":5906,"date":"2022-12-31T17:27:53","date_gmt":"2022-12-31T17:27:53","guid":{"rendered":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/ita\/?p=5906"},"modified":"2022-12-31T17:27:54","modified_gmt":"2022-12-31T17:27:54","slug":"la-fine-del-mondo-come-utopia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2022\/12\/31\/la-fine-del-mondo-come-utopia\/","title":{"rendered":"La fine del mondo come utopia"},"content":{"rendered":"\n
L’apocalisse fa parte del nostro bagaglio ideologico. \u00c8 un afrodisiaco, un incubo, una merce come un’altra. Una metafora del crollo del capitalismo, che come tutti sappiamo \u00e8 imminente da pi\u00f9 di un secolo. La incontriamo nelle forme e nei modi pi\u00f9 disparati: come dito di avvertimento e previsione scientifica, finzione collettiva e grido di protesta settario, come prodotto dell’industria del tempo libero, come superstizione, come mitologia volgare, come indovinello, scherzo, proiezione. \u00c8 sempre presente, ma mai “attuale”: una seconda realt\u00e0, un’immagine che costruiamo per noi stessi, una produzione incessante della nostra fantasia, la catastrofe nella mente. Senza catastrofe, niente millennio, senza apocalisse, niente paradiso. L’idea della fine del mondo \u00e8 semplicemente un’utopia negativa.<\/p>HANS MAGNUS ENZENSBERGER<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n Ma anche la fine del mondo non \u00e8 pi\u00f9 quella di una volta. Il film che si svolge nella nostra testa, e in maniera ancora pi\u00f9 disinvolta nel nostro inconscio, si distingue per molti aspetti dai sogni di un tempo che fu. Nelle sue accezioni tradizionali, l’apocalisse era un’idea venerabile, anzi sacra. Ma la catastrofe che ci interessa tanto (o che piuttosto ci perseguita) \u00e8 un fenomeno completamente secolarizzato. Ne leggiamo i segni sui muri degli edifici, dove appaiono da un giorno all’altro, spruzzati maldestramente; li leggiamo sulle stampe prodotte dal computer. Il nostro mostro a sette teste risponde a molti nomi: stato di polizia, paranoia, burocrazia, terrore, crisi economica, corsa agli armamenti, distruzione dell’ambiente. I suoi quattro cavalieri assomigliano agli eroi dei film western e vendono sigarette, mentre le trombe che proclamano la fine del mondo finiscono per essere il tema musicale di una pubblicit\u00e0. Un tempo si vedeva nell’apocalisse l’inconoscibile mano vendicatrice di Dio. Oggi appare come il prodotto metodicamente calcolato delle nostre stesse azioni, e gli spiriti che riteniamo responsabili del suo avvicinarsi li chiamiamo rossi, sceicchi del petrolio, terroristi, multinazionali; gli gnomi di Zurigo e i Frankenstein dei laboratori di biologia; gli ufo e le bombe al neutrone; i demoni del Cremlino o del Pentagono: un mondo sotterraneo di cospirazioni e macchinazioni inimmaginabili, i cui fili sono tirati dagli onnipotenti cretini della polizia segreta.<\/p>\n\n\n\n Anche l’apocalisse era un tempo un evento unico, da aspettare senza preavviso, come un fulmine a ciel sereno: un momento impensabile che solo veggenti e profeti potevano anticipare – e, naturalmente, nessuno voleva ascoltare i loro avvertimenti e le loro previsioni. La nostra fine del mondo, invece, \u00e8 cantata dai tetti anche dai passeri; manca l’elemento sorpresa, sembra solo una questione di tempo. Il destino che ci immaginiamo \u00e8 insidioso e lento come una tortura nel suo avvicinarsi, l’apocalisse al rallentatore. Ricorda quel classico d’avanguardia del cinema muto, in cui vediamo una gigantesca ciminiera di una fabbrica rompersi e crollare senza rumore sullo schermo, per ben venti minuti, mentre gli spettatori, in una sorta di indolente comfort, si appoggiano alle loro poltrone di velluto e sgranocchiano popcorn e noccioline. Dopo lo spettacolo, il futurologo sale sul palco. Sembra una povera imitazione del dottor Stranamore, lo scienziato pazzo, solo che \u00e8 disgustosamente grasso. Con molta calma ci informa che la fascia di ozono atmosferico sar\u00e0 scomparsa tra vent’anni, per cui saremo sicuramente abbrustoliti dalle radiazioni cosmiche se saremo abbastanza fortunati da sopravvivere fino ad allora, che sostanze sconosciute nel nostro latte ci stanno portando alla psicosi e che, con il ritmo di crescita della popolazione mondiale, presto ci saranno solo posti in piedi sul nostro pianeta. Tutto questo con un sigaro Havana in mano, in un discorso ben composto e dalla logica impeccabile. Il pubblico reprime uno sbadiglio, anche se, secondo il professore, la catastrofe \u00e8 imminente. Ma non arriver\u00e0 questo pomeriggio. Oggi pomeriggio tutto andr\u00e0 avanti come prima, forse un po’ peggio della settimana scorsa, ma non in modo che qualcuno se ne accorga. Se oggi pomeriggio qualcuno di noi dovesse essere un po’ depresso, cosa che ovviamente non si pu\u00f2 escludere, allora potrebbe pensare, indipendentemente dal fatto che lavori al Pentagono o in metropolitana, che stiri camicie o saldi lamiere, che sarebbe davvero pi\u00f9 semplice se ci liberassimo del problema una volta per tutte; se la catastrofe arrivasse per davvero. Tuttavia, questo \u00e8 fuori discussione. La finalit\u00e0, che in passato era uno dei principali attributi dell’apocalisse e una delle ragioni del suo potere di attrazione, non ci \u00e8 pi\u00f9 concessa.<\/p>\n\n\n\n
\u00c8 tutto questo e molto di pi\u00f9, essendo una delle idee pi\u00f9 antiche della specie umana. Sulle sue origini si sarebbero potuti scrivere volumi densi, e ovviamente tali volumi sono stati scritti. Sappiamo anche molte cose sulla sua storia travagliata, sul suo periodico flusso e riflusso e sul modo in cui queste fluttuazioni si collegano al processo materiale della storia. L’idea dell’apocalisse ha accompagnato il pensiero utopico fin dalle sue origini, inseguendolo come un’ombra, come un rovescio che non pu\u00f2 essere lasciato alle spalle: senza catastrofe, niente millennio, senza apocalisse, niente paradiso. L’idea della fine del mondo \u00e8 semplicemente un’utopia negativa.<\/p>\n\n\n\n