{"id":5867,"date":"2022-12-15T14:53:05","date_gmt":"2022-12-15T14:53:05","guid":{"rendered":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/ita\/?p=5867"},"modified":"2022-12-15T14:53:06","modified_gmt":"2022-12-15T14:53:06","slug":"nova","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2022\/12\/15\/nova\/","title":{"rendered":"Nova"},"content":{"rendered":"\n
\u00ab … prendi Kabobo. Te lo ricordi Kabobo? \u00c8 successo a Milano, tre o quattro anni fa. Esatto. Il pazzo con il piccone. Il ghanese che uccise tre poveracci incontrati per caso a Niguarda. S\u00ec. Proprio lui. Il clandestino che disse di aver sentito delle voci nella testa e se ne and\u00f2 in giro a spaccare quelle altrui, e che alla fine si becc\u00f2 una condanna relativamente mite grazie alle contestatissime attenuanti invocate da uno psichiatra del tribunale. Anche se a me sembra pi\u00f9 significativo quello che era accaduto qualche ora prima. Te lo ricordi? Non credo. Ormai l\u2019hanno dimenticato quasi tutti. Un dettaglio indubbiamente subordinato all\u2019enormit\u00e0 del fatto in s\u00e9, come no, ma in un certo senso altrettanto emblematico della vicenda di un trentunenne irregolare che trova un piccone in un cantiere incustodito e lo usa per silenziare i mortiferi suggerimenti di una voce nella sua mente. Alle tre di quel mattino, Kabobo aggredisce a mani nude due persone: nei pressi di piazza Belloveso una ragazza gli sfugge solo perch\u00e9 abita a due passi ed \u00e8 velocissima ad aprire il portone di casa; mezz\u2019ora dopo, un poveraccio non altrettanto fortunato si becca un cazzotto in faccia. Ora, la cosa strana \u00e8 che alle autorit\u00e0 non arrivano segnalazioni in proposito. Non \u00e8 sorprendente? Una coppia di tranquilli cittadini sfugge alle lusinghe potenzialmente fatali di un evidente squilibrato, ma nessuno dei due spende mezzo minuto per una telefonata alla polizia. Tra le cinque e le sei Kabobo si procura una spranga e ferisce seriamente due passanti. Ne insegue un terzo che porta a spasso il cane, ma quello si mette a correre, e il nostro rinuncia a inseguirlo dopo pochi passi. E indovina un po\u2019? Anche qui nessuno si sogna di denunciare l\u2019accaduto alle autorit\u00e0. Uno dei due sprangati si fa addirittura medicare il braccio al pronto soccorso, ma ai medici fornisce spiegazioni vaghe: n\u00e9 ho idea del perch\u00e9 questi ultimi abbiano trascurato di avvertire le autorit\u00e0 come avrebbero imposto sia la legge che il codice deontologico. A quel punto Kabobo ha gi\u00e0 rinvenuto lo strumento che dar\u00e0 un contributo esponenziale all\u2019efferatezza delle imprese successive. Ebbene, non so se riesci a immaginare il polverone alzato dalla stampa entro le ventiquattro ore successive. Cinque aggrediti, zero segnalazioni: cinque potenziali strangolati o sprangati a morte, ma non una sola chiamata giunta ai centralini di carabinieri o polizia. A seguire, il solito plotone di sociologi, psicoanalisti, filosofi e sobillatori di professione che somministra al pubblico interpretazioni autorevoli: l\u2019egoismo epidemico, l\u2019autismo emozionale, il crollo di valori come civismo, empatia e solidariet\u00e0. Tutte opinioni sensate, certo. Ma io ti dico che c\u2019\u00e8 di pi\u00f9. Qualcosa che non ha molto a che fare con la logica elementare o l\u2019erosione del senso di umana piet\u00e0. Io credo che la maggior parte delle persone non sia preparata a un evento psichicamente traumatico come un\u2019aggressione brutale. Considerata la societ\u00e0 in cui viviamo, \u00e8 assolutamente probabile che un occidentale tipico si predisponga all\u2019eventualit\u00e0 di subire un qualche tipo di violenza: ma ti assicuro che tra la presa d\u2019atto di un fatto spiacevole e la sua metabolizzazione emotiva c\u2019\u00e8 un abisso. Sono pronto a scommettere che nessuna delle persone scampate alla furia di Kabobo avesse avuto esperienza dell\u2019aggressivit\u00e0 tanto da identificarla e gestirla a un livello razionale pi\u00f9 profondo. No, non sto dicendo che la sensibilit\u00e0 del cittadino medio sia diventata impermeabile alle conseguenze interiori di una tentata picconata; detta cos\u00ec, sembrerebbe che il problema sia l\u2019indifferenza. No. Io sostengo una cosa ben diversa, ossia che per quasi tutti noi la violenza \u00e8 un fatto emotivamente alieno. Non \u00e8 che il cittadino medio sia diventato immune ai contraccolpi psichici di un agguato: \u00e8 che non riesce a stabilire un collegamento produttivo tra<\/p>\n\n\n\n
l\u2019impatto razionale e le inferenze emotive che tale impatto innesca. La parola fondamentale, qui, \u00e8 \u201cproduttivo\u201d. Il problema \u00e8 che abbiamo perso contatto con qualcosa di essenziale dentro di noi. Pensaci un attimo. Com\u2019\u00e8 possibile che una ragazza scampata a un pazzoide sotto casa non sia in grado di intuire che l\u2019assalitore potrebbe scegliere la prossima vittima tra le persone che conosce in quella stessa via? Come pu\u00f2 non barattare il fastidio di una telefonata al 112 con il sollievo di aver rimosso un pericolo mortale dal quartiere in cui vive? Che poi \u00e8 lo stesso in cui vivono i genitori, magari \u2013 o i suoi amici, o il ragazzo che le piace?<\/p>\n\n\n\n
Come fa a ignorare che la mattina dopo potrebbe aprire la finestra e spalancare gli occhi davanti a un mucchio di segatura sul marciapiede con i residui mezzo assorbiti di sangue<\/p>\n\n\n\n
e fluidi cerebrali di un innocente? <\/p>\n\n\n\n
\u00ab Come credi che reagirebbe, se accadesse?<\/p>\n\n\n\n
\u00ab E tu?<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Fatti questa domanda, dottore.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Come reagiresti, tu? \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
A cosa pensa un uomo appena si sveglia? Cosa gli recapita la connivenza d\u2019inconscio e realt\u00e0? Qual \u00e8 l\u2019oggetto delle sue prime, confuse meditazioni mentre tenta di recuperare la potest\u00e0 sul vero? Quali le immagini, i suoni, i bisbigli, i tumulti nella sua testa?<\/p>\n\n\n\n
Probabilmente riflette su di s\u00e9, o sulla donna che gli dorme accanto. <\/p>\n\n\n\n
Forse pensa ai figli. Oppure ai genitori, all\u2019amante, alla colazione, a un amico in difficolt\u00e0, alle scadenze fiscali, alla cena di gruppo del sabato successivo, al mal di schiena, alla politica, ai contrattempi professionali, alla macchina nuova in leasing che gli ha proposto il suo concessionario, a Dio, ai gol della sera prima, alla casa in campagna, alle vecchie ambizioni arenatesi chiss\u00e0 dove, alle caviglie di una collega, ai film di Christopher Nolan, alla mozione di coito avanzata dalla fugace libidine dell\u2019erezione mattutina.<\/p>\n\n\n\n
Davide no.<\/p>\n\n\n\n
Davide pensa alla morte.<\/p>\n\n\n\n
Succede poco dopo le sei. Apre gli occhi, recupera il minimo di nitore intellettivo necessario ad affrontare la prospettiva del nulla eterno, e si mette a fissare il soffitto. No, non \u00e8 pazzo.<\/p>\n\n\n\n
Non \u00e8 gravemente malato.<\/p>\n\n\n\n
E non \u00e8 nemmeno depresso.<\/p>\n\n\n\n
S\u00ec, certo. Ha qualche difficolt\u00e0 con il suo diretto superiore, il dottor Martinelli, principe della medicina toscana, virtuoso della neurochirurgia, che da un po\u2019 di tempo sembra averlo preso di mira.<\/p>\n\n\n\n
E s\u00ec, ha pi\u00f9 di un problema con il suo vicino, Massimo Lenci, proprietario del locale notturno che per pi\u00f9 di un anno ha turbato la pace del tranquillo quartiere in cui vive, alla periferia meridionale di Lucca, prima che una salvifica ingiunzione comunale intervenisse a ristabilire la quiete.<\/p>\n\n\n\n
Nulla d\u2019irrimediabile, certo. Nulla che di per s\u00e9 lo inserisca nella schiera dei perennemente afflitti, dei tanatofili o degli aspiranti suicidi.<\/p>\n\n\n\n
Eppure, Davide pensa alla morte.<\/p>\n\n\n\n
Considera il tutto una specie di rituale, un antidoto ai periodi complicati che assume periodicamente da pi\u00f9 di quindici anni. Apre gli occhi, fissa il soffitto di legno e riflette sulle implicazioni della fine della vita.<\/p>\n\n\n\n
Non necessariamente della sua, in realt\u00e0. E spesso non pensa nemmeno pi\u00f9 alla morte intesa come termine delle esperienze terrene di un vivente. Sdraiato accanto a sua moglie, apre gli occhi, prende coscienza di s\u00e9, del crepitio soffuso delle travi al calore del sole, del respiro vagamente adenoideo che giunge dal lato opposto del letto: quindi comincia a meditare sulla cessazione delle funzioni primarie e accessorie di organismi viventi, sociali, meccanici o virtuali di qualunque tipo.<\/p>\n\n\n\n
Ha cominciato poco dopo la nascita di Tommaso. Negli anni seguenti, avrebbe concluso che riflettere sulla morte era il logico contrappeso all\u2019eclatante sovrappi\u00f9 di vita che la cura di un piccolo e frignante essere umano dalle inconcepibili esigenze aveva imposto alla tranquillit\u00e0 quotidiana di una giovane coppia di professionisti. Un cane, due gatti e un bambino: ce n\u2019era abbastanza da giustificare un primo risveglio dedicato alla rassicurante prospettiva del<\/p>\n\n\n\n
riposo eterno.<\/p>\n\n\n\n
Il cane, per inciso, era un Jack Russell di nome Fred Flintstone. I gatti, Epaminonda e Kociss, due fratellini tigrati e ombrosi, poco inclini a condividere l\u2019entusiastica ipercinesia di Fred: lo osservavano con aria circospetta da angoli sopraelevati del soggiorno, e ogni tanto lo circondavano, in cucina o in corridoio, imponendogli i piccoli, umilianti tributi che il sadismo connaturato alla specie pretende.<\/p>\n\n\n\n
Ma se gli animali erano una panacea intermittente o disattivabile all\u2019eccesso di requie domestica \u2013 c\u2019era sempre un giardino in cui confinarli quando scaramucce, guaiti, miagolii o incursioni sul divano eccedevano il limite \u2013 un neonato era onnipresente. Infondeva alla casa un senso di attesa messianica: dei suoi risvegli, del suo umore, della sua fame, della sua digestione, della quantit\u00e0 o qualit\u00e0 delle sue deiezioni, dei suoi segnali di soddisfazione o malessere. Confinato nello studio al piano superiore della villetta, Davide cercava di tirare le fila di un semestre di perfezionamento al Guy\u2019s Hospital di Londra. Era tornato in tempo per assistere al parto, ma sospettava che la sequela di notti insonni accluse alle gioie della paternit\u00e0 avrebbe compromesso la possibilit\u00e0 di trarre un minimo profitto dalla sua esperienza londinese.<\/p>\n\n\n\n
Di notte dormiva pochissimo: di giorno posava la fronte sui libri, sonnecchiava sulle poltroncine in facolt\u00e0 o vagava tra i corridoi, in una polla di perenne ottundimento. A fine estate sarebbe entrato nel reparto di neurochirurgia dell\u2019ospedale Campo di Marte, ma a quel punto dubitava di uscire vivo dalle sue prime dieci settimane da genitore.<\/p>\n\n\n\n
Gli unici minuti di pace coincidevano proprio con il primo risveglio. Ne approfittava per cominciare a riflettere sugli insospettabili vantaggi della mortalit\u00e0. Le allettanti lusinghe dell\u2019estinzione, termine misericordioso di ogni affanno. La grevit\u00e0 incantata dell\u2019espressione \u00ab sonno eterno \u00bb (il meraviglioso evocato del sostantivo, soprattutto).<\/p>\n\n\n\n
L\u2019apologia della fuga, della rinuncia, dell\u2019abbandono. <\/p>\n\n\n\n
Non era credente, ma ogni tanto si era ritrovato persino a fantasticare sulla serena ascensione post mortem al flusso di anime che sovrintende, con qualche giustificata perplessit\u00e0, all\u2019evoluzione del mondo.<\/p>\n\n\n\n
Il sollievo di quei minuti di riflessioni fu tale da persuaderlo a continuare anche dopo il ripristino di condizioni di vita accettabili. Scopr\u00ec di non detestare poi cos\u00ec tanto il bambino, che almeno gli aveva permesso di accedere a una visione consolante dell\u2019apparente dualismo vita\/morte.<\/p>\n\n\n\n
Dalle riflessioni sulla sua fine pass\u00f2 a quella dei congiunti pi\u00f9 prossimi \u2013 infante compreso. Poi dei parenti lontani. Poi degli amici. Poi dei suoi animali. Poi dei colleghi.<\/p>\n\n\n\n
Poi dei pazienti che visitava in ospedale e degli sconosciuti che incontrava per caso. Infine si dedic\u00f2 ai divi del cinema, alle stelle della musica e dello sport.<\/p>\n\n\n\n
Nulla di particolarmente cruento: di solito immaginava lente e serene uscite di scena nell\u2019abbraccio consolante dei propri cari.<\/p>\n\n\n\n
In seguito si dedic\u00f2 alla fine delle istituzioni politiche (l\u2019estenuante dissolvimento dell\u2019Impero romano d\u2019Occidente, la brusca ablazione dalla storia dei Romanov o dei Borbone-Orl\u00e9ans), a quella delle macchine, delle mode, dei clich\u00e9 lessicali.<\/p>\n\n\n\n
Non seguiva una strategia, o una programmazione. Si svegliava e lavorava sulla prima cosa che gli saltava in mente.<\/p>\n\n\n\n
Dopo un po\u2019 si era addirittura convinto di proiettare una specie di benevolo influsso apotropaico sul morente di turno.<\/p>\n\n\n\n
Il gioco era proseguito per poco pi\u00f9 di sei mesi, dopodi ch\u00e9 i suoi pensieri mattutini erano stati requisiti da considerazioni pi\u00f9 urgenti. Ma negli anni successivi, in mezzo a qualche inevitabile tempesta, avrebbe di nuovo tratto conforto da quello strano vezzo, dai pochi minuti tra le lenzuola passati a fissare il soffitto meditando sulla pace eterna.<\/p>\n\n\n\n
La fine di ogni problema.<\/p>\n\n\n\n
Barbara dormiva su un fianco, dandogli le spalle. Al solito la gamba sinistra si era sovrapposta alla sua, ancorandogli la caviglia al materasso come per impedirgli di levitare<\/p>\n\n\n\n
durante la notte.<\/p>\n\n\n\n
Epaminonda sonnecchiava sul com\u00f2. A ulteriore conferma delle virt\u00f9 propiziatorie delle sue riflessioni, gli animali di casa avevano trionfalmente superato i sedici anni di et\u00e0.<\/p>\n\n\n\n
Quella mattina Davide avrebbe rimosso un glioma dal cervello di una ragazza, quindi spese doverosamente qualche minuto a riflettere sulla morte delle cellule di Schwann.<\/p>\n\n\n\n
A un tratto qualcosa attir\u00f2 la sua attenzione. Un grosso insetto nero, una specie di scarabeo goffo e lucido, era sbucato da sotto l\u2019armadio. Lo fiss\u00f2, senza troppa sorpresa: la portafinestra della camera, che si apriva sul giardino, era una fonte inesauribile d\u2019incursioni animali.<\/p>\n\n\n\n
Spost\u00f2 lo sguardo su Epaminonda. Il gatto aveva gi\u00e0 aperto gli occhi, allertato dall\u2019udito, dall\u2019olfatto, dall\u2019istinto felino.<\/p>\n\n\n\n
Sollev\u00f2 la testolina e fiss\u00f2 l\u2019intruso che zampettava con commovente determinazione sul parquet. L\u2019uomo si prepar\u00f2 a un\u2019appendice imprevista delle sue riflessioni: dalla fine dignitosa di una cellula alla morte cruenta di un grosso insetto.<\/p>\n\n\n\n
Ma Epaminonda si era predisposto di nuovo al sonno.<\/p>\n\n\n\n
Entro dieci minuti il suo padrone si sarebbe alzato per riempirgli la scodella: perch\u00e9 darsi da fare per qualcosa di visibilmente meno appetitoso?<\/p>\n\n\n\n
Per almeno un decennio, Epaminonda era stato il pi\u00f9 feroce e temerario tra i gatti del quartiere. Occhi color topazio, andatura sinistra, riflessi portentosi. Si arrampicava sulle tende, si dondolava dai lampadari, prendeva il sole in equilibrio precario sui bovindi di casa, saltava tra i tetti per accurate ricognizioni aeree del suo territorio, ingaggiava zuffe epocali con i gatti del vicino per vane questioni di supremazia sessuale \u2013 i contendenti erano tutti sterilizzati.<\/p>\n\n\n\n
Nella bella stagione integrava la dieta con supplementi entomologici di equanime variet\u00e0: grilli, api, farfalle, mosche, scarabei, cicale. Era uno sterminatore seriale, un genocida a quattro zampe, uno strumento di controllo demografico dell\u2019ecosistema faunistico di mezzo quartiere.<\/p>\n\n\n\n
E ora, invece? Ora si preparava a trascorrere l\u2019ultima parte della sua esistenza all\u2019ombra del pi\u00f9 pigro e rilassato laissez-vivre : aveva raggiunto la giudiziosa oculatezza della senilit\u00e0, l\u2019assenza di spreco che misura le dimensioni della pi\u00f9 ponderata saggezza.<\/p>\n\n\n\n
Beato lui, pensava Davide.<\/p>\n\n\n\n
Pi\u00f9 tardi Barbara lo raggiunse in cucina, a piedi nudi.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Non toccava a me fare il caff\u00e8? \u00bb gli domand\u00f2.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Ero gi\u00e0 sveglio da un po\u2019 \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
Lei si mise a esaminare qualcosa sul soffitto, grattandosi un seno, poi and\u00f2 a sedersi sullo sgabello della penisola.<\/p>\n\n\n\n
Qui mise in opera un consumato gioco di caviglie e talloni per tenere a bada Epaminonda, che tentava di strusciarsi ai suoi polpacci.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Tommaso \u00e8 gi\u00e0 sveglio? \u00bb domand\u00f2.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Credo di s\u00ec. \u00c8 da un po\u2019 che sento armeggiare \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Prima che me ne dimentichi, tesoro. Ieri mattina \u00e8 arrivata la lettera di un avvocato \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Avvocato di chi? \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Indovina \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
Davide pos\u00f2 la caffettiera sul piano a induzione.<\/p>\n\n\n\n
Lei si pass\u00f2 le mani ai lati della testa, raccolse i capelli in una coda e la leg\u00f2 con un elastico rosso che le era spuntato tra le dita. Fred Flintstone, acquattato sul tappeto della cucina, la guardava attentamente. In una percentuale non trascurabile di casi, la sua padrona si sistemava i capelli quando doveva occuparsi di lui in modi meno ordinari di cibo o coccole. Tipo fargli il bagno, o portarlo dal veterinario.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Perch\u00e9 fai quella faccia? \u00bb chiese Barbara. \u00ab Ha detto che avremmo avuto altre notizie dai suoi legali ed \u00e8 stato di parola. Apprezziamone la coerenza, almeno, considerato che non c\u2019\u00e8 molto altro da apprezzare \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab E che dice quest\u2019avvocato? \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Niente di preoccupante. In pratica, diffida il nostro dal continuare a diffidare il suo assistito \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
Davide si avvicin\u00f2 al frigo, lo apr\u00ec e ne studi\u00f2 il contenuto.<\/p>\n\n\n\n
Prese un cartone di latte d\u2019avena e un barattolo di marmellata.<\/p>\n\n\n\n
Pos\u00f2 il secondo sulla penisola. Riemp\u00ec di latte una scodella di ceramica, e prima di deporla accanto alla marmellata la annus\u00f2. Poi si gir\u00f2, apr\u00ec lo sportello sinistro della credenza e ne estrasse una confezione di fette biscottate.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Ho gi\u00e0 mandato tutto a Paolo \u00bb disse Barbara.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Hai fatto bene \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
In quel momento dalle scale apparve Tommaso, seguito silenziosamente da Kociss. Non lo perdeva mai di vista, sollecito e discreto come l\u2019attendente di un generalissimo sudamericano.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Ehil\u00e0 \u00bb disse Tommaso.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Ciao tesoro \u00bb gli rispose Barbara.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Ti ho versato un po\u2019 di latte d\u2019avena \u00bb disse Davide.<\/p>\n\n\n\n
Tommaso apr\u00ec la tasca superiore dello zaino, trov\u00f2 il cellulare, sfior\u00f2 lo schermo e si mise ad analizzare le conseguenze del suo diteggiare sfoggiando il repertorio di microespressioni insoddisfatte che esibiva da un po\u2019. Quindi si avvicin\u00f2 alla penisola, si sedette e pos\u00f2 il telefono accanto alla scodella, infilando le dita nella confezione aperta di fette biscottate.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Non ti lavi le mani? \u00bb disse Barbara.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Ho appena fatto di sopra \u00bb rispose Tommaso. Poi allung\u00f2 un braccio, prese il barattolo di marmellata, ne controll\u00f2 l\u2019etichetta e lo rimise dov\u2019era.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Dove vai oggi? \u00bb gli chiese Davide.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab A casa di Marco \u00bb rispose lui, inzuppando una fetta biscottata nel latte. \u00ab Con l\u2019autobus \u00bb puntualizz\u00f2, prevenendo l\u2019arrivo di una probabile istanza paterna di chiarimento.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Chi c\u2019\u00e8 con te? \u00bb disse Barbara.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Matteo. Anna. Claudio. Forse il Penna. Francesca. Giorgio. Forse Lenny \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
Barbara scocc\u00f2 un\u2019occhiata a suo marito. Lenny? chiese, senza emettere suoni. Lui scroll\u00f2 le spalle, come a dire che aveva rinunciato da un pezzo a investigare le bizzarrie onomastiche della cerchia di Tommaso.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Posso accompagnarti io \u00bb disse. \u00ab La villa dei Callipo non \u00e8 lontana dall\u2019ospedale \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Se vuoi \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Prendo il caff\u00e8, mi vesto e sono pronto \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Non ho fretta \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Io s\u00ec \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
Kociss attendeva ai suoi piedi, seduto sulle zampe posteriori, con aria docile e lievemente immusonita. Aveva un carattere talmente speculare a quello di Epaminonda da rendere la loro consanguineit\u00e0 quasi implausibile. A un tratto spicc\u00f2 un salto fulmineo, atterr\u00f2 con un piccolo tonfo sulle cosce del suo padroncino e gli si acquatt\u00f2 sui jeans.<\/p>\n\n\n\n
La caffettiera cominci\u00f2 a gorgogliare.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Tu che fai a pranzo? \u00bb domand\u00f2 Davide a Barbara.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Non lo so. Perch\u00e9? \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Mi piacerebbe provare quel ristorantino in viale Puccini di cui parlano tutti benissimo. Mi raggiungi l\u00ec? Qualcosa che ti piace lo troviamo \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Perch\u00e9 no? \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
Poi si rivolse a Tommaso.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Vieni anche tu, tesoro? \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Non lo so \u00bb disse lui. \u00ab A che ora sarebbe? \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Dipende da tua madre. Per me dopo l\u2019una va bene \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Nel pomeriggio devo passare dai miei \u00bb disse Barbara.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Ma ho detto a mamma per le tre e mezza. Tempo sufficiente per un pranzo di nozze \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab E pranzo di nozze sia \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
Mezz\u2019ora dopo, Davide e Tommaso salirono a bordo della BMW. Il cancello elettrico scivol\u00f2 sulla rotaia con un sussurro un po\u2019 meno leggiadro del solito. Davide diede un\u2019occhiata alla facciata della villetta: Barbara aveva pronosticato che entro fine anno avrebbero dovuto sottoporla a una blanda manutenzione, ma il cigolio del cancello sembrava vaticinare l\u2019imminenza di un intervento conservativo pi\u00f9 generalizzato e costoso. A quanto ne sapeva Davide, la casa, di due piani, era stata la prima in tutta Lucca realizzata completamente in legno. Meno di una settimana dopo aver scoperto di essere incinta, infatti, Barbara aveva trascinato suo marito da una societ\u00e0 di edilizia alternativa. Avevano consultato cataloghi di case prefabbricate: lussuose, ecosostenibili, dotate di ogni confort, ma senza il fardello dei sensi di colpa da eccesso di capricci esauditi a spese del pianeta. Sulle pubblicazioni in patinata lucida si stagliava imperioso l\u2019acronimo NZEB, Nearly Zero Emission Building. Loquace e fidente, Barbara memorizzava ogni dettaglio. Davide sbatteva le palpebre, a braccia conserte, nella diffidenza dell\u2019uomo di scienza davanti al sovvertimento di precetti inveterati.<\/p>\n\n\n\n
L\u2019idea di andare a vivere in una casa di legno, come il sopravvissuto a una calamit\u00e0 naturale, lo atterriva.<\/p>\n\n\n\n
Appena sposati si erano sistemati a casa dei suoi, al piano superiore di una cupa dimora sulle colline a nordest della citt\u00e0. Poi avevano concepito Tommaso, e Barbara aveva preteso, con volitiva dolcezza, di affrancarsi dalla tutela dei suoceri e stabilirsi in un appartamentino in centro.<\/p>\n\n\n\n
Non era solo la tetraggine dell\u2019architettura a turbarla: da qualche tempo l\u2019armonia familiare era scossa dallo scontro ideologico in atto tra Davide e suo padre \u2013 anch\u2019egli neurochirurgo \u2013 il cui pretesto edipico era stata l\u2019epocale diatriba tra localizzazionisti e plasticisti.<\/p>\n\n\n\n
Barbara aveva appena cominciato a occuparsi di logopedia, materia il cui interesse per la comprensione approfondita dei meccanismi cerebrali era poco meno che accessorio: non c\u2019era bisogno di una teoria unificata della neurologia per insegnare a un bambino come eliminare un difetto di pronuncia. Ma aveva letto Sacks, e qualcosa di Kandel, e voleva capire se la voragine dottrinale tra marito e suocero fosse davvero incolmabile.<\/p>\n\n\n\n
Una sera Davide guardava distrattamente la TV. Lei si avvicin\u00f2 e gli chiese di chiarirle il problema.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Be\u2019, i primi studiosi credevano che ogni funzione fosse localizzata in una determinata zona del cervello, fissa e immutabile \u00bb le spieg\u00f2 lui, stirandosi. \u00ab Finch\u00e9 si \u00e8 scoperto che ognuna di quelle zone, se necessario, pu\u00f2 surrogare il lavoro delle aree vicine: il cervello \u00e8 quindi plastico, mutevole, adattativo. Peccato che mio padre faccia ancora spallucce<\/p>\n\n\n\n
quando sente certi discorsi \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab E ti sembra un buon motivo per tenergli il muso? \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab \u00c8 lui che lo tiene a me \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
Poco dopo avevano affittato un appartamento al secondo dei tre piani di un edificio in via Sant\u2019Andrea. Al piano superiore c\u2019era una famiglia con quattro figli, a quello inferiore due adorabili anziani: tutti impegnati a saturare di rumore porzioni di giornata cos\u00ec rigorosamente ripartite da sembrare assegnate nel corso di apposite riunioni di condominio. La mattina era il turno dei programmi pi\u00f9 desolanti del panorama televisivo nazionale, di cui i vecchietti erano appassionati esegeti. Il pomeriggio era invaso dalle grida dei bimbi al piano superiore, appassionatamente coadiuvati dal saltellante cucciolo di famiglia: un grosso cocker spaniel color miele, tonto e sovreccitato, che in deroga alle ripartizioni condominiali latrava o uggiolava a qualunque ora del giorno.<\/p>\n\n\n\n
Davide e Barbara avevano resistito fino all\u2019autunno del secondo anno. In estate, Barbara aveva ereditato dai nonni un piccolo terreno in via Tofanelli, a sud delle mura. Ed era stata lei, dopo alcuni sopralluoghi, a proporre a Davide di costruirci una casa in legno.<\/p>\n\n\n\n
In legno, s\u00ec: aveva capito bene. Ma con soluzioni tecniche innovative e un impatto energetico irrisorio.<\/p>\n\n\n\n
Un amico architetto, affiliato a una misteriosa congrega di utopisti della bioedilizia, aveva gi\u00e0 abbozzato un progetto: due piani, il porticato inferiore foderato di glicine, una Jacuzzi per quattro sul lastrico solare. E gli abitanti delle case intorno? Tenuti a distanza da un giardino di salici e ulivi, pietre nere e trifogli, al punto da destituire quasi completamente di senso il termine \u00ab vicini di casa \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
Altro che cocker, bimbi irrequieti e telequiz.<\/p>\n\n\n\n
Alla fine Davide aveva detto di s\u00ec, anche se a malincuore.<\/p>\n\n\n\n
A che serviva diventare un professionista da centomila euro l\u2019anno se doveva vivere in una specie di palafitta come un indigeno degli arcipelaghi polinesiani?<\/p>\n\n\n\n
Tommaso estrasse una dispensa ciclostilata dallo zaino che teneva tra i piedi.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Cos\u2019\u00e8? \u00bb chiese Davide.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Appunti \u00bb rispose lui. \u00ab Per una ricerca che abbiamo consegnato sabato \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Credevo che la scuola fosse finita \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Finisce dopodomani \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab In tempo per il grande evento. Sei carico? \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Non lo so. Dovrei? \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
Erano fermi a un semaforo e Davide gli lanci\u00f2 un\u2019occhiata.<\/p>\n\n\n\n
Suo figlio era impegnato a grattare via qualcosa dalla pelle color champagne della porzione di sedile sotto la sua coscia: un ragazzo timido, fenomenale a scuola, appassionato di astronomia, che stava lentamente emergendo da un periodo complicato dopo un trascurabile episodio di pseudosovversione giovanile \u2013 una delle tante, esili ordalie che cadenzano lo sviluppo di un adolescente occidentale.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Alla tua et\u00e0 \u00bb gli disse \u00ab non ci avrei dormito la notte. Gli Aerosmith. Ti rendi conto? \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Dormo gi\u00e0 abbastanza male, grazie \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab \u201cRolling Stone\u201d li ha inseriti al cinquantanovesimo posto dei cento migliori artisti di sempre \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Solo al cinquantanovesimo? \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab D\u2019accordo. Ma Steven Tyler \u00e8 stato votato icona musicale di tutti i tempi. Di tutti i tempi. Pi\u00f9 di Elvis. Di Freddie Mercury. Di Bono Vox. Di John Lennon \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Chi \u00e8 Elvis? \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
Davide lo fiss\u00f2, vagamente perplesso. Tommaso era in quella fase della vita in cui sembra evidente che l\u2019unico modo di contenere l\u2019incremento di pretese di cui gli adulti diventano famelici latori, appena ratificano che la tua infanzia \u00e8 terminata, \u00e8 opporre disinteresse a ogni questione apertamente secondaria. Fase che a Davide non era capitato di sperimentare: per tutta la giovinezza non aveva fatto altro che accogliere con gratitudine ogni stimolo possibile. <\/p>\n\n\n\n
Ancora ricordava lo sgomento nell\u2019apprendere, giovane matricola, una di quelle informazioni inverificabili che per qualche giorno sono fonte di una meravigliata repulsione tra gli studenti del primo anno: il mondo che percepiamo \u00e8 un\u2019illusione, aveva detto il professore di embriologia.<\/p>\n\n\n\n
I fiori, gli alberi, il cielo, le nuvole, gli oceani, le case, le auto, i libri, gli animali, il viso dei genitori o della donna amata non sono veri : o almeno, non nella forma che riteniamo essere tale. Il mondo \u00e8 un\u2019architettura cinerea e silenziosa di molecole prive di colore, odore, sapore e temperatura, da cui ogni cervello umano plasma la sua realt\u00e0 attraverso potenziali elettrici deputati a creare sensazioni completamente diverse dalla livida e concreta sostanza dei fatti.<\/p>\n\n\n\n
La BMW si era inerpicata lungo una breve salita. A met\u00e0 di un lungo muro di mattoni videro una cancellata.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Ci vediamo al ristorante \u00bb disse Davide mentre Tommaso apriva la portiera. \u00ab Viale Puccini, civico 1524 \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Civico 1524 \u00e8 il nome? \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab No. \u00c8 il civico \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab E il nome? \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
\u00ab Non me lo ricordo \u00bb.<\/p>\n\n\n\n
Tommaso si iss\u00f2 lo zaino sulla spalla sinistra. Davide lo osserv\u00f2 procedere verso il cancello, lievemente ingobbito, come ancora intorpidito dalle recenti mutazioni del suo corpo. Un piccolo intoppo nei suoi sincronismi ormonali aveva ritardato di un anno l\u2019avvio della maturit\u00e0 sessuale, con il suo imbarazzante corredo di baffetti, dolori articolari, ptosi del timbro vocale, fitte ai testicoli e acute esalazioni androgene da ogni confluenza di arti. Dalla fine di quell\u2019esperienza Tommaso intratteneva una relazione estremamente cauta e formale con se stesso, come temesse altre spiacevoli sorprese.<\/p>\n\n\n\n
Cinque minuti dopo Davide arriv\u00f2 nel parcheggio riservato dell\u2019ospedale.<\/p>\n\n\n\n
L\u2019auto di Martinelli non c\u2019era.<\/p>\n\n\n\n
Meglio cos\u00ec, si disse. Spense il motore e alz\u00f2 gli occhi sulla facciata.<\/p>\n\n\n\n
All\u2019apice della scalinata una porta circolare orbitava pigra su se stessa: da quando lavorava a Campo di Marte, Davide non aveva mai visto interrompersi la sua torpida rivoluzione.<\/p>\n\n\n\n
Prese la borsa e usc\u00ec dall\u2019auto.<\/p>\n\n\n\n
A partire da una determinata disposizione d\u2019animo, pens\u00f2, qualunque simbolismo risuona come un lugubre rintocco nelle segrete del nostro spirito.<\/p>\n\n\n