{"id":54517,"date":"2026-10-28T19:02:26","date_gmt":"2026-10-28T18:02:26","guid":{"rendered":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/?p=54517"},"modified":"2026-10-28T19:02:31","modified_gmt":"2026-10-28T18:02:31","slug":"per-realizzare-il-rapporto-draghi-la-bce-deve-cancellare-3-000-miliardi-di-debito","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2026\/10\/28\/per-realizzare-il-rapporto-draghi-la-bce-deve-cancellare-3-000-miliardi-di-debito\/","title":{"rendered":"Per realizzare il rapporto Draghi, la BCE deve cancellare 3.000 miliardi di debito?"},"content":{"rendered":"\n
Scopri <\/em>\u201cIl Grand Continent\u201d. Idee e analisi che non troverai da nessun\u2019altra parte. Ma che presto vedrai ovunque. Nella tua casella di posta a partire da 8 euro al mese<\/a><\/em><\/p>\n\n\n\n In Francia, il dibattito sul debito si \u00e8 riaperto con grande clamore dall\u2019estate, quando Jean-Luc M\u00e9lenchon e il suo partito La France Insoumise hanno reinserito nel loro programma la proposta di cancellare la quota del debito pubblico francese detenuta dall\u2019Eurosistema tramite la Banca di Francia. I conservatori di ogni orientamento ne parlano in termini molto negativi. Questa proposta, che nessuno tra i suoi sostenitori ha l\u2019ingenuit\u00e0 di ritenere possa risolvere da sola la spinosa equazione delle finanze pubbliche francesi, presenta tuttavia diversi meriti che vale la pena di approfondire. Non occorre essere in sintonia con LFI per comprendere che si tratta di un potente strumento concettuale per mettere in discussione e ripensare il quadro delle finanze pubbliche e quello delle banche centrali.<\/p>\n\n\n\n Questo approccio invita a mettere in discussione le modalit\u00e0 di finanziamento degli Stati e la sostenibilit\u00e0 del loro debito contratto sui mercati finanziari. Vengono cos\u00ec messi in luce i fattori chiave che lo influenzano, come la valuta in cui il debito viene emesso. Infatti, l\u2019euro non \u00e8 il dollaro: i 21 Stati dell\u2019area dell\u2019euro emettono ciascuno il proprio debito, mentre negli Stati Uniti il debito sovrano \u00e8 emesso esclusivamente dallo Stato federale. Occorre inoltre tenere conto della profondit\u00e0 del mercato in cui il debito viene negoziato, nonch\u00e9 dei suoi detentori, tra cui la Banca centrale. La Banca centrale europea non detiene la stessa quota della Banca centrale del Giappone, ad esempio. Ci\u00f2 invita quindi a esaminare questi parametri, non limitandosi al caso francese, ma in una prospettiva europea e internazionale.<\/p>\n\n\n\n La proposta di annullamento non \u00e8 inoltre fine a se stessa, ma acquista valore soprattutto per la gamma di opzioni monetarie di cui fa parte e che invita a mettere in campo. In un modo o nell\u2019altro, le banche centrali di tutto il mondo entreranno nell\u2019equazione delle finanze pubbliche. Si presentano loro diverse opzioni. Alcune riprenderanno le operazioni di acquisto di titoli pubblici che avevano condotto a seguito delle crisi finanziarie e sanitarie. La maggior parte lo sta gi\u00e0 facendo, come la Federal Reserve statunitense o la Banca del Giappone (BoJ); ma non \u00e8 il caso, ad esempio, della BCE o della Banca d\u2019Inghilterra. Altre banche centrali sceglieranno di proteggere o di rinunciare ai crediti che detengono ancora nei confronti degli Stati. Oppure, alcune opteranno per l\u2019ampliamento del proprio arsenale di strumenti, spingendosi forse fino all\u2019emissione di sussidi monetari per aprire una fonte duratura di finanziamento degli investimenti, che n\u00e9 il mercato n\u00e9 lo Stato coprono. A mali estremi, estremi rimedi, con la differenza che n\u00e9 gli Stati n\u00e9 la societ\u00e0 civile hanno il controllo su questa gamma di opzioni. Questi diversi scenari mettono quindi in discussione il potere delle banche centrali, quello della moneta che creano dal nulla e che la loro governance non contribuisce affatto a mettere al servizio del bene comune.<\/p>\n\n\n\n Il primo merito della proposta di annullamento \u00e8 di natura pedagogica. Essa obbliga, in una fase preliminare, a rispondere a questioni troppo spesso tenute fuori dal dibattito democratico \u2013 vale a dire quella del finanziamento degli Stati e della scelta dei mercati, anzich\u00e9 delle rispettive banche centrali, come fonte di finanziamento. Ci\u00f2 porta anche a interrogarsi sull\u2019utilit\u00e0 del debito pubblico \u2013 consente di investire o di rimborsare il debito pregresso? \u2013 e su chi ne sia il detentore. O ancora, quella della gestione dei crediti a seconda degli attori: le banche centrali gestiscono i propri crediti come farebbero gli investitori privati?<\/p>\n\n\n\n \u00c8 sui mercati finanziari che gli Stati finanziano i propri disavanzi. Il cosiddetto debito sovrano corrisponde al saldo cumulativo dei prestiti contratti per finanziare i disavanzi pubblici. In Europa, \u00e8 stato nel 1993, con la ratifica del Trattato di Maastricht, che \u00e8 stato sancito il divieto di finanziamento monetario degli Stati da parte delle banche centrali, in quanto ci\u00f2 li renderebbe onerosi e comporterebbe un rischio inflazionistico. Da allora, gli Stati si finanziano emettendo titoli di debito che gli investitori acquistano valutando il rischio e il rendimento che questi comportano per il loro portafoglio. Gli investitori accettano che un titolo di debito pubblico abbia un rendimento modesto, se lo ritengono sufficientemente sicuro. In caso contrario, esigono un tasso d\u2019interesse pi\u00f9 elevato. Gli Stati emittenti sono valutati come le imprese e si adoperano costantemente per rendere il proprio \u00abdebito\u00bb attraente dal punto di vista dei mercati, il che implica l\u2019adozione di politiche apprezzate dagli investitori. La politica di bilancio degli Stati e le spese che ne derivano sono cos\u00ec soggette alla pressione dei mercati. <\/p>\n\n\n\n Gli Stati \u00abrinnovano il proprio debito\u00bb, il che significa che rimborsano i prestiti precedenti con nuovi prestiti. Poich\u00e9 il mercato non \u00e8 un pozzo senza fondo: pi\u00f9 il debito da rifinanziare \u00e8 ingente, pi\u00f9 i nuovi prestiti servono in gran parte a rimborsare quelli accumulati, piuttosto che a investire nel futuro. Di norma, gli acquirenti di titoli di debito sovrano sono soprattutto banche, insieme ai loro clienti risparmiatori, assicuratori, fondi o gestori patrimoniali. Tuttavia, nell\u2019ambito delle misure adottate per gestire le crisi \u2013 quella finanziaria del 2007-2008 e poi quella sanitaria del 2020-2021 \u2013, le banche centrali hanno acquistato in modo massiccio titoli di debito pubblico. Sono cos\u00ec diventate creditrici degli Stati. Le banche centrali dell\u2019Eurosistema hanno detenuto fino a circa un terzo del debito in essere. Si osserva un picco nel 2022, seguito da un calo progressivo a partire dal 2023, fino a circa un quarto <\/span>1<\/sup><\/a><\/span><\/span>. Si sono ben guardate dal presentare queste operazioni come un aiuto agli Stati \u2013 come impone l\u2019articolo 123 del Trattato sul funzionamento dell\u2019Unione europea (TFUE). Tali operazioni hanno tuttavia permesso di abbassare i tassi dei prestiti sovrani, portandoli a un livello prossimo allo zero o addirittura negativo, durante la crisi sanitaria. Purtroppo, gli Stati non ne hanno approfittato per investire, in particolare nella transizione ecologica.\u00a0<\/p>\n\n\n\n Tuttavia, la banca centrale non \u00e8 un creditore ordinario, ma \u00e8 piuttosto paziente e pragmatica. Mantiene i propri titoli a lungo, spesso fino alla scadenza. Non li rivende alla minima incertezza, anzi, poich\u00e9 \u00e8 la custode della stabilit\u00e0 monetaria e finanziaria. Il debito iscritto nell\u2019attivo di una banca centrale \u00e8 quindi al riparo. Ne deriva un effetto di immunit\u00e0 sull\u2019onere degli interessi, che aumenta in misura tanto minore con l\u2019aumentare del livello del debito, quanto maggiore \u00e8 la quota detenuta dalla banca centrale. <\/p>\n\n\n\n Se il debito giapponese ha potuto raggiungere il 250% del PIL senza che la sua sostenibilit\u00e0 fosse messa in discussione, \u00e8 proprio perch\u00e9 la BoJ deteneva pi\u00f9 della met\u00e0 del debito pubblico in essere (fino al 53% nel 2023). Grazie a questa quota elevata, il tasso di interesse sul mercato del debito giapponese \u00e8 rimasto a lungo insensibile all\u2019aumento del debito <\/span>2<\/sup><\/a><\/span><\/span>. \u00c8 stato proprio quando la BoJ ha iniziato a ridurre i propri acquisti di titoli di Stato a partire dall\u2019agosto 2024 (con la sua quota di detenzione del debito scesa al di sotto del 50%) che \u00e8 iniziato l\u2019aumento dei tassi sovrani giapponesi. In due anni, il Giappone \u00e8 cos\u00ec passato da decenni di tassi quasi pari a zero a livelli dei tassi a lungo termine che non si registravano dalla met\u00e0 degli anni \u201990. Nel settembre 2026, il tasso a 10 anni ha raggiunto il 3,06% \u2013 un livello mai visto dal 1996 \u2013 e quello a 30 anni il 4,12%. Sotto la pressione di questo rialzo dei tassi a lungo termine e per evitare di alimentare la sfiducia dei mercati, nel giugno 2026 la BoJ ha annunciato di sospendere la riduzione dei propri acquisti a partire dall\u2019aprile 2027, stabilizzandoli intorno ai 2.000 miliardi di yen al mese. Ci\u00f2 non ha tuttavia permesso di contenere immediatamente l\u2019aumento dei tassi a lungo termine. Bisogner\u00e0 attendere. Quel baluardo di immunit\u00e0 che rappresentava la forte posizione della BoJ per la sostenibilit\u00e0 del debito richieder\u00e0 probabilmente del tempo per ricostituirsi.<\/p>\n\n\n\n Per quanto riguarda gli Stati Uniti, anche il mercato dei titoli del Tesoro americano ha risentito del fatto che le banche centrali estere detengono ormai solo circa il 23% del debito statunitense, contro oltre il 34% della met\u00e0 degli anni 2010. Questa erosione, che riflette soprattutto le scelte delle banche centrali cinese, russa e giapponese, rende tali istituzioni pi\u00f9 sensibili all\u2019aumento del debito in essere e contribuisce quindi al rialzo dei tassi a lungo termine \u2013 5,24% a settembre 2026, il livello pi\u00f9 alto dal 2007.<\/p>\n\n\n\n La proposta di cancellazione \u2013 che, va ricordato, riguarda solo la quota del debito pubblico detenuta dalle banche centrali dell\u2019Eurosistema \u2013 trova quindi la sua legittimazione nello status particolare della banca centrale in quanto creditore e istituzione pubblica. Essa non \u00e8 soggetta ai vincoli di bilancio di un creditore ordinario: \u00e8 infatti creando moneta centrale che finanzia i propri acquisti. E anche quando lo Stato ne \u00e8 azionista, dal punto di vista contabile e istituzionale la banca centrale se ne distingue, poich\u00e9 appartiene al settore delle societ\u00e0 finanziarie e non a quello delle amministrazioni pubbliche. Aggiungiamo inoltre che non esiste un bilancio consolidato tra lo Stato e la banca centrale. Nulla obbliga quindi lo Stato a salvare la banca centrale in caso di perdite (salvo espressa disposizione di legge), poich\u00e9 quest\u2019ultima pu\u00f2 operare con fondi propri negativi. <\/p>\n\n\n\n Queste disposizioni rendono possibile, almeno dal punto di vista tecnico, l\u2019annullamento totale o parziale dei crediti che le banche centrali dell\u2019Eurosistema detengono nei confronti degli Stati dell\u2019area dell\u2019euro. La perdita che ne deriverebbe non impedirebbe loro di funzionare e non comporterebbe in alcun modo l\u2019obbligo di ricapitalizzarle. Certo, gli Stati azionisti non percepirebbero pi\u00f9 dividendi se non ci fossero pi\u00f9 utili, ma questa situazione esiste gi\u00e0, dato che negli ultimi anni le banche centrali hanno registrato perdite nei propri bilanci <\/span>3<\/sup><\/a><\/span><\/span>. Inoltre, la perdita di entrate sarebbe minore per gli Stati, poich\u00e9 non dovrebbero pi\u00f9 pagare gli interessi sui debiti cancellati. E soprattutto, le somme cancellate consentirebbero agli Stati dell\u2019eurozona di contrarre nuovi prestiti per un importo equivalente da investire nella transizione ecologica e nella riduzione delle dipendenze strategiche (energie rinnovabili, digitale, difesa, \u2026). Estesa all\u2019intera zona euro, l\u2019operazione riguarderebbe somme dell\u2019ordine di 3.000 miliardi di euro, sufficienti a pianificare almeno sei anni di investimenti pubblici per colmare il deficit evidenziato nel rapporto Draghi<\/a>. Il deficit di investimenti \u00e8 quantificato in circa il 5% del PIL, di cui solo la met\u00e0 \u00e8 sufficientemente redditizia da poter essere finanziata dal settore privato.\u00a0<\/p>\n\n\n\n \u00c8 qui che emerge un secondo pregio della proposta di annullamento, nel collegamento tra due questioni spesso considerate separatamente: la gestione del debito e il finanziamento degli investimenti richiesti dalla trasformazione ecologica e strategica. Quest\u2019ultima sfida si pone sia in Francia che presso i suoi partner europei, e ancor pi\u00f9 ovunque la pressione sulle finanze pubbliche sia pari a quella sui bisogni di investimento. La proposta di cancellazione non mira a fornire uno strumento di stabilizzazione di bilancio \u2013 ovviamente non sarebbe sufficiente a tal fine \u2013, ma a dare il via agli investimenti di cui l\u2019Europa ha bisogno. <\/p>\n\n\n\n Anzich\u00e9 ricorrere a epiteti inappropriati dal tono futile (\u201c\u00e8 illusorio\u201d, \u00abnon ha senso\u00bb, \u00ab\u00e8 stupido\u00bb, \u00abirresponsabile\u00bb) o controargomentazioni infondate, i detrattori della proposta potrebbero pi\u00f9 giustamente sottolinearne il carattere eccezionale e non duraturo. Infatti non \u00e8 il panico dei mercati a destare preoccupazione, nella misura in cui i creditori privati non ne sarebbero coinvolti. N\u00e9 vi \u00e8 un rischio di inflazione, poich\u00e9 la rinuncia al credito non crea moneta, ma evita una distruzione monetaria \u2013 la differenza \u00e8 sostanziale. E anche in caso di creazione di moneta, il nesso empirico tra la quantit\u00e0 di moneta centrale (\u00abbase monetaria\u00bb) e l\u2019inflazione non ha assolutamente nulla di meccanico. Quanto all\u2019argomento pi\u00f9 sottile della conseguente mancanza di risorse per la banca centrale, che le impedirebbe di remunerare le riserve delle banche \u2013 il che, si dice, danneggerebbe la gestione della politica monetaria \u2013, \u00e8 altrettanto infondato. Questa giustificazione trascura infatti il fatto che la banca centrale non remunera le riserve delle banche attingendo a risorse preesistenti, ma creando moneta centrale. E ci\u00f2 rappresenterebbe una creazione di moneta centrale senza un credito esigibile in contropartita; in altre parole, si tratta di una sovvenzione monetaria che non dice il proprio nome <\/span>4<\/sup><\/a><\/span><\/span>. Infine, un ultimo punto riguardante la legalit\u00e0: qualora la banca centrale ritenesse l\u2019operazione utile e conforme ai propri compiti di stabilit\u00e0 monetaria e finanziaria, nulla le impedirebbe, secondo i sostenitori della proposta, di rinunciare al proprio credito. Tale interpretazione \u00e8 tuttavia respinta dalle istituzioni interessate: la presidente della BCE, Christine Lagarde, ha ritenuto che una simile cancellazione violerebbe l\u2019articolo 123 del TFUE, mentre il governatore della Banca di Francia l\u2019ha definita illegale.<\/p>\n\n\n\n La proposta di annullamento non \u00e8 comunque una panacea, ma il suo punto debole non risiede in queste controargomentazioni che ostacolano lo spirito di analisi. Risiede altrove. Da un lato, nella configurazione dei livelli dei tassi di interesse, ben diversa da quella della pandemia del 2020-2021. Ricontrarre le somme cancellate all\u2019attuale livello dei tassi sovrani \u2013 intorno al 4% per gli Stati dell\u2019eurozona, con differenziali significativi, fino a 146 punti base all\u2019inizio di ottobre 2026, tra il tasso a 10 anni dell\u2019OAT francese e del Bund tedesco \u2013 sarebbe sicuramente pi\u00f9 difficile rispetto al livello minimo prevalente per tutti durante la crisi sanitaria, momento in cui questa proposta era stata difesa con ardore. Non bisogna tuttavia dimenticare che \u00e8 proprio a questo livello pi\u00f9 elevato di tassi che gli Stati dell\u2019eurozona rifinanzieranno comunque il proprio debito. Sarebbe quindi meglio contrarre prestiti per investire nel futuro grazie all\u2019operazione di cancellazione, piuttosto che per rimborsare soprattutto il debito pregresso. <\/p>\n\n\n\n Tuttavia, sebbene la misura di annullamento consentirebbe solo di avviare l\u2019investimento, senza aprire una fonte di finanziamento duratura \u2013 e questo \u00e8 forse il controargomento pi\u00f9 serio a sfavore di tale operazione \u2013, essa non rappresenta comunque l\u2019unica opzione monetaria possibile. Ne esistono altre con cui pu\u00f2 essere combinata. <\/p>\n\n\n\n Ecco quindi un terzo pregio della proposta di annullamento, che non risiede tanto nel suo valore intrinseco, quanto piuttosto in ci\u00f2 che essa permette di mettere in luce. La proposta apre infatti una serie di opzioni, che integrano in misura pi\u00f9 o meno marcata la politica monetaria e quella di bilancio, al fine di finanziare al meglio la trasformazione economica. <\/p>\n\n\n\n Il quantitative easing<\/em>, gi\u00e0 ampiamente sperimentato dalle banche centrali, si colloca all\u2019inizio di questa gamma. Gli acquisti di titoli di debito pubblico hanno facilitato il finanziamento degli Stati, dopo la crisi finanziaria e durante la crisi sanitaria, facendo scendere i tassi sovrani. Tali misure potrebbero essere riattivate nell\u2019ambito di programmi che combinino riacquisti garantiti dalla banca centrale e prestiti pubblici contratti per investire nella transizione ecologica e nell\u2019autonomia strategica. I programmi potrebbero riguardare anche titoli privati e non solo pubblici. Un aspetto positivo da sottolineare \u00e8 che gli investimenti pubblici e privati aumenterebbero di conseguenza. Ma ci\u00f2 comporta anche due rischi: il primo \u00e8 l\u2019aggravarsi delle disuguaglianze, poich\u00e9 i detentori di titoli sarebbero i principali beneficiari di queste operazioni; il secondo \u00e8 un aumento dell\u2019instabilit\u00e0 finanziaria, poich\u00e9 tali operazioni fanno salire i prezzi degli attivi e contribuiscono alla formazione di bolle speculative.<\/p>\n\n\n\n Come la BoJ, la maggior parte delle banche centrali non ha potuto rinunciare a lungo ai propri programmi di acquisto di titoli. A partire dal dicembre 2025, la Federal Reserve statunitense ha persino ripreso gli acquisti fissi di titoli del Tesoro con scadenza inferiore a un anno (\u00abReserve Management Purchases\u00bb) per aiutare le banche a ricostituire le proprie riserve di moneta centrale e allentare la tensione sul mercato del debito statunitense. Il bilancio della Fed ha cos\u00ec ripreso a crescere sin dalla fine del suo quantitative tightening, il 1\u00b0 dicembre 2025. <\/p>\n\n\n\n L\u2019unica eccezione \u00e8 rappresentata dalla BCE e dalla Banca d\u2019Inghilterra, che continuano a ridurre il proprio bilancio e non sostengono pi\u00f9 il mercato del debito con acquisti definitivi. Ma probabilmente non per molto: senza un mandato da parte degli Stati (poich\u00e9 le banche centrali sono indipendenti) e senza mai giustificare come tali le loro operazioni di acquisto di titoli, le banche centrali ricorreranno nuovamente a tali misure se l\u2019aumento dei rendimenti dei titoli di Stato dovesse proseguire. Se finora la ripresa di tali operazioni \u00e8 stata dettata da una strategia difensiva volta a contenere le tensioni sul mercato del debito, essa potrebbe ora inserirsi in una strategia pi\u00f9 offensiva volta a facilitare gli investimenti pubblici e privati necessari alla transizione ecologica e all\u2019autonomia strategica.<\/p>\n\n\n\n Tra le opzioni disponibili figurano anche altre misure, come la mutualizzazione del debito pubblico tramite l\u2019emissione di Eurobond, la disindicazione dei prestiti sovrani dall\u2019inflazione o, ancora, la gestione della scadenza del debito \u2013 ovvero il suo allungamento quando i tassi a lungo termine sono bassi. Occorre tuttavia sottolinearne i limiti. Tali misure renderebbero certamente meno oneroso il debito esistente, ma non creerebbero nuove capacit\u00e0 di investimento.<\/p>\n\n\n\n Tra queste opzioni, l\u2019emissione di euro-obbligazioni, o \u00abeurobond\u00bb, incontra ancora le resistenze dei paesi dell\u2019eurozona, attenti alla stabilit\u00e0 di bilancio. La Germania, ad esempio \u2013 che nel marzo 2025 ha riformato il proprio freno all\u2019indebitamento per finanziare diversi piani di investimento nei settori della difesa, dell\u2019energia e delle infrastrutture \u2013 potrebbe finire per trovare vantaggioso contrarre prestiti in comune con i propri partner. Ma \u00e8 difficile immaginare come, in Europa, i mercati del debito possano integrarsi e approfondirsi come auspicato dalla Commissione europea nella sua strategia per l\u2019Unione del risparmio e degli investimenti <\/span>5<\/sup><\/a><\/span><\/span>, se i ventuno Stati dell\u2019area dell\u2019euro continuano a emettere ciascuno i propri titoli.\u00a0<\/p>\n\n\n\n Un eurobond offrirebbe tuttavia agli investitori un titolo paragonabile al buono del Tesoro statunitense e rafforzerebbe il ruolo internazionale dell\u2019euro. Il privilegio esorbitante che per lungo tempo ha permesso agli Stati Uniti di indebitarsi a costi inferiori ha certamente iniziato a erodersi. Ma il vantaggio rimane innegabile: se il mercato del debito sovrano statunitense rimane il pi\u00f9 liquido al mondo, \u00e8 perch\u00e9 \u00e8 emesso esclusivamente dallo Stato federale, e non da ciascuno dei cinquanta Stati. Senza questo federalismo di bilancio, n\u00e9 il buono del Tesoro americano sarebbe diventato una quasi-moneta internazionale, n\u00e9 il dollaro la valuta chiave presente in tutti i portafogli internazionali. <\/p>\n\n\n\n Allarghiamo ancora il quadro. Il congelamento o l\u2019annullamento dei crediti pubblici iscritti nei bilanci delle banche centrali si collocano un po\u2019 pi\u00f9 in l\u00e0. I crediti che le banche centrali detengono nei confronti degli Stati sono gi\u00e0 in un certo senso \u00abcongelati\u00bb, poich\u00e9 le banche centrali li conservano generalmente fino alla scadenza. Congelarle equivarrebbe a trasformarle in debito perpetuo a tasso zero \u2013 il che, in un certo senso, non \u00e8 pi\u00f9 un debito, ma ne conserva il nome. Gli Stati troverebbero cos\u00ec un margine di manovra, poich\u00e9 non dovrebbero n\u00e9 rifinanziare quella parte del debito, n\u00e9 pagare gli interessi. Tuttavia, tale margine sarebbe a priori <\/em>inferiore rispetto a un\u2019operazione di cancellazione, poich\u00e9 il congelamento non estingue il credito (e quindi non modifica il rapporto debito\/PIL). Senza subordinare il congelamento alla realizzazione degli investimenti necessari, l\u2019operazione risulterebbe pi\u00f9 incerta rispetto alla cancellazione condizionata per quanto riguarda il suo effetto di trascinamento sugli investimenti. Per questi motivi, la cancellazione si colloca un gradino pi\u00f9 in alto nella gamma di opzioni. <\/p>\n\n\n\n Ancora pi\u00f9 in l\u00e0 nella gamma si colloca il finanziamento degli Stati tramite anticipi della banca centrale. Ci\u00f2 che oggi \u00e8 vietato dagli statuti della maggior parte delle grandi banche centrali \u00e8 stato a lungo la principale modalit\u00e0 di finanziamento degli Stati. Tale modalit\u00e0 rimane attiva o attivabile in alcuni contesti, in particolare nel Regno Unito, dove il legame finanziario tra il Tesoro e la Banca d\u2019Inghilterra \u00e8 pi\u00f9 forte che altrove. Reintrodurre, laddove \u00e8 vietata, questa possibilit\u00e0 di anticipi della banca centrale allo Stato avrebbe il vantaggio di ridurre la dipendenza degli Stati dai mercati. Ma anche in questo caso occorre essere cauti: l\u2019effetto sugli investimenti non sarebbe garantito; inoltre, nelle democrazie fragili in cui il potere sta assumendo caratteri sempre pi\u00f9 autoritari, concedere questa agevolazione monetaria agli Stati non sarebbe privo di rischi. <\/p>\n\n\n\n All\u2019estremit\u00e0 opposta dello spettro si trova un\u2019altra proposta, che aprirebbe invece una fonte duratura di finanziamento pubblico degli investimenti: la sovvenzione monetaria <\/span>6<\/sup><\/a><\/span><\/span>. Questa proposta parte da una constatazione piuttosto controversa: le banche commerciali sono ampiamente sovvenzionate dalle banche centrali dell\u2019Eurosistema <\/span>7<\/sup><\/a><\/span><\/span>, che remunerano al tasso della facilit\u00e0 di deposito le riserve in eccesso che vi depositano. Le banche centrali lo giustificano con il ruolo che il tasso della linea di deposito svolge oggi nella gestione dei tassi del mercato monetario. Ma \u00e8 soprattutto l\u2019aumento del livello delle riserve delle banche commerciali presso la banca centrale che, da un lato, ha ridotto la loro necessit\u00e0 di ricorrere a prestiti presso la banca centrale e, dall\u2019altro, ha spostato la guida della politica monetaria dal tasso principale di rifinanziamento (REFI) al tasso della facilit\u00e0 di deposito. Man mano che le riserve in eccesso delle banche si ridurranno, il tasso REFI torner\u00e0 ad essere lo strumento di controllo che era in passato. Un modo per raggiungere questo obiettivo sarebbe aumentare i requisiti di riserva obbligatoria. Nel frattempo, le banche ci guadagnano, la collettivit\u00e0 ci rimette.<\/p>\n\n\n\n D\u2019altra parte, nulla impedirebbe tecnicamente di utilizzare questo stesso potere di sovvenzione in modo radicalmente pi\u00f9 equo, reindirizzandolo verso strutture finanziarie dedicate. Queste ultime sovvenzionerebbero a loro volta gli investimenti indispensabili ma non redditizi, che il mercato non finanzier\u00e0 mai. Si sottrarrebbe cos\u00ec una parte del finanziamento pubblico alla logica del mercato del debito: la banca centrale istituirebbe un sistema complementare e permanente di emissione di moneta pubblica, che consentirebbe di investire a debito costante \u2013 senza dover attendere, come nel caso della cancellazione del debito, una configurazione pi\u00f9 favorevole dei tassi per poterlo attivare.<\/p>\n\n\n\n A livello macroeconomico, gli investimenti aumenterebbero quanto potrebbero, cos\u00ec come il debito pubblico, se i prestiti contratti fossero utilizzati per investire anzich\u00e9 per ripagare i debiti pregressi. Tale aumento avverrebbe tuttavia senza gli effetti anti-ridistributivi del debito pubblico di mercato, che avvantaggia strutturalmente chi lo detiene \u2013 vale a dire, i pi\u00f9 abbienti. Una sovvenzione monetaria non presenterebbe questa distorsione: a parit\u00e0 di effetto di finanziamento, non aggraverebbe le disuguaglianze, non rafforzerebbe il capitalismo finanziario e contribuirebbe invece a trasformarlo, se non addirittura a superarlo.<\/p>\n\n\n\n Questa creazione di moneta avrebbe un effetto inflazionistico? \u00c8 un\u2019obiezione ricorrente. Si pu\u00f2 tuttavia sostenere il contrario per diverse ragioni. Innanzitutto, la relazione causale tra massa monetaria e inflazione, di cui i monetaristi suppongono l\u2019esistenza \u00absempre e <\/em>ovunque\u00bb, non regge alla prova dei fatti. Dall\u2019inizio degli anni 2000 ad oggi, la massa monetaria \u00e8 quadruplicata in Europa e quintuplicata negli Stati Uniti, senza che l\u2019inflazione ne risentisse. Al contrario, del resto, gli anni 1990-2000 sono stati caratterizzati da una forte moderazione dell\u2019inflazione, mentre quelli successivi alla crisi del 2007-2008 hanno fatto temere la deflazione. \u00c8 solo all\u2019indomani della crisi sanitaria che l\u2019inflazione ha fatto la sua ricomparsa. Ci\u00f2 non \u00e8 dovuto tanto a un eccesso di moneta nell\u2019economia reale quanto alle perturbazioni durature delle catene di produzione dopo la crisi sanitaria e all\u2019aumento dei prezzi del gas e del petrolio a seguito della guerra in Ucraina. Pi\u00f9 fondamentalmente, con la finanziarizzazione del capitalismo, le variazioni della massa monetaria si riflettono maggiormente nelle fluttuazioni dei prezzi degli attivi finanziari piuttosto che in quelle del livello generale dei prezzi. <\/p>\n\n\n\n Una maggiore quantit\u00e0 di moneta in circolazione non comporta quindi automaticamente un aumento dell\u2019inflazione, a meno che non si supponga che la creazione di moneta non risponda ad alcuna esigenza dell\u2019economia \u2013 il che sembra essere un\u2019ipotesi forte che presuppone il risultato monetarista che essa stessa cerca di dimostrare. In questo caso, l\u2019emissione di sussidi monetari sarebbe destinata a spese di investimento nella transizione sociale, ecologica ed energetica (rinverdimento delle citt\u00e0, prevenzione delle inondazioni, riforestazione, riqualificazione energetica di scuole, ospedali, case di riposo, ecc.). Ci\u00f2 sosterrebbe sia l\u2019offerta che la domanda, aiuterebbe ad adattarsi al cambiamento climatico e a mitigarlo riducendo la nostra dipendenza dai combustibili fossili, riducendo cos\u00ec una delle attuali fonti di inflazione: quella derivante dal riscaldamento globale. <\/p>\n\n\n\n Infine, se non si pu\u00f2 escludere che questa moneta, creata senza un debito rimborsabile, finisca, nel corso della sua circolazione, per superare il fabbisogno che se ne ha, \u00e8 opportuno tenere conto del possibile riflusso monetario. Da un lato, si tratta del riflusso o della distruzione monetaria prodotta spontaneamente dal pagamento delle imposte, nonch\u00e9 dall\u2019inflazione. D\u2019altra parte, si tratta della possibilit\u00e0 di aumentare tale riflusso attraverso microtasse finanziarie o ambientali per regolare quella frazione della massa monetaria. Ci\u00f2 comporta anche l\u2019attuazione di una politica monetaria attiva volta a ridurre il resto della massa monetaria.<\/p>\n\n\n\n Non c\u2019\u00e8 dubbio che, se le banche centrali lo ritenessero necessario e compatibile con il proprio mandato, potrebbero avvalersi di questa gamma di strumenti monetari e scegliere le misure da adottare. Tra tutte le opzioni menzionate, ad eccezione dei prestiti della banca centrale allo Stato esplicitamente vietati dall\u2019articolo 123 del TFUE, nessuna \u00e8 esplicitamente vietata dalla lettera dei trattati. Ovviamente, ci\u00f2 non significa che adottarle non darebbe adito a accese discussioni con i giuristi dell\u2019Eurosistema. Resta il fatto che nell\u2019attuale schema di governance delle banche centrali dell\u2019Eurosistema (e ci\u00f2 vale anche a livello mondiale, dato che le banche centrali sono praticamente tutte indipendenti), nessuno pu\u00f2 imporre loro la propria politica. Infatti, anche se l\u2019indipendenza delle banche centrali non significa \u00abn\u00e9 autonomia totale n\u00e9 neutralit\u00e0 politica\u00bb <\/span>8<\/sup><\/a><\/span><\/span>, il potere politico ha ben poca influenza sulla scelta dei loro strumenti. La societ\u00e0 civile ancora meno. E se le banche centrali decidessero di inserire alcune di queste misure nel proprio arsenale, sorgerebbero immediatamente questioni di governance e, come minimo<\/em>, una questione di coordinamento con i poteri pubblici. Pi\u00f9 in generale, ci\u00f2 solleverebbe immediatamente questioni relative alla condivisione della governance, aprendola alla societ\u00e0 civile o ai suoi rappresentanti parlamentari, affinch\u00e9 la decisione che determina l\u2019orientamento di tali misure sia effettivamente frutto di una scelta democratica.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":" Secondo l\u2019economista francese, la cancellazione dei debiti detenuti dalle banche centrali rappresenterebbe una leva fondamentale per finanziare il futuro dell\u2019Europa<\/p>\n","protected":false},"author":61106,"featured_media":54480,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"templates\/post-angles.php","format":"standard","meta":{"_acf_changed":true,"_trash_the_other_posts":false,"_yoast_wpseo_estimated-reading-time-minutes":24,"_lgc_tts_voice":"","_lgc_tts_publish":false,"_lgc_tts_history_item_id":"","_lgc_tts_generated_at":"","_lgc_tts_status":"","_lgc_tts_error":"","footnotes":""},"categories":[1570],"tags":[],"staff":[2428],"editorial_format":[2348],"serie":[],"audience":[],"geo":[2086],"class_list":["post-54517","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-economia","staff-jezabel-couppey-soubeyran","editorial_format-prospettive","geo-europa"],"acf":{"open_in_webview":false,"accent":"default","_thumbnail_id":54480,"excerpt":"Secondo l\u2019economista francese, la cancellazione dei debiti detenuti dalle banche centrali rappresenterebbe una leva fondamentale per finanziare il futuro dell\u2019Europa","display_date":"","new_abstract":true},"yoast_head":"\nPer comprendere il problema del debito pubblico bisogna andare oltre il contesto nazionale <\/h2>\n\n\n\n
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