{"id":53657,"date":"2026-10-20T11:36:24","date_gmt":"2026-10-20T09:36:24","guid":{"rendered":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/?p=53657"},"modified":"2026-10-20T11:36:48","modified_gmt":"2026-10-20T09:36:48","slug":"una-trappola-italiana-per-la-politica-francese","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2026\/10\/20\/una-trappola-italiana-per-la-politica-francese\/","title":{"rendered":"Una trappola italiana per la politica francese"},"content":{"rendered":"\n
Scopri <\/em>Il Grand Continent. Idee e analisi che non troverai da nessun\u2019altra parte. Ma che presto vedrai ovunque. Nella tua casella di posta a partire da 8 euro al mese<\/a><\/em><\/p>\n\n\n\n Nella storia della Repubblica italiana, le decisioni assunte oltre i confini nazionali non sono mai rimaste soltanto questioni di politica estera. La collocazione nel campo occidentale, la partecipazione all\u2019integrazione europea, gli accordi monetari, l\u2019ingresso nell\u2019euro e, pi\u00f9 recentemente, il Piano nazionale di ripresa e resilienza hanno inciso sulla formazione delle maggioranze, sulle scelte economiche e sul funzionamento delle istituzioni. \u00c8 a questo intreccio che rimanda l\u2019espressione \u00abvincolo esterno\u00bb. La formula, tuttavia, rischia di suggerire l\u2019immagine troppo semplice, e appetitosa per i complottisti di ogni risma, di un Paese che riceve istruzioni dall\u2019estero. Nella vicenda italiana gli impegni internazionali sono stati spesso cercati e negoziati dalle stesse classi dirigenti nazionali, nella convinzione che potessero offrire risorse, credibilit\u00e0 e quella continuit\u00e0 di indirizzo che la politica interna faticava a garantire.<\/p>\n\n\n\n Il vincolo esterno pu\u00f2 limitare l\u2019autonomia di uno Stato e, nello stesso tempo, accrescerne la capacit\u00e0 di agire. Pu\u00f2 rendere pi\u00f9 costoso il rinvio di una riforma, ma anche consentire a un governo di superare resistenze interne altrimenti invalicabili. Pu\u00f2 proteggere una scelta strategica dalle oscillazioni della politica nazionale, ma pu\u00f2 trasformarsi in un alibi: \u00abce lo chiede l\u2019Europa\u00bb, \u00abce lo chiedono i mercati\u00bb. Per comprenderne l\u2019impatto sulla Repubblica non basta domandarsi quanta sovranit\u00e0 sia stata ceduta, ma occorre chiedersi chi abbia scelto il vincolo, per quali fini, con quali margini di negoziazione e con quali risultati per i cittadini.<\/p>\n\n\n\n Emidio Diodato \u00e8 stato il primo accademico italiano ad offrire una definizione utile per affrontare queste domande. Egli ricorda che l\u2019espressione \u00abvincolo esterno\u00bb comparve in una Relazione annuale della Banca d\u2019Italia del 1953, nella quale l\u2019organizzazione europea era considerata un fattore capace di aiutare l\u2019Italia a limitare i propri errori di politica economica. La formula divenne per\u00f2 una vera chiave interpretativa della storia repubblicana soprattutto attraverso le riflessioni di Guido Carli. Nel passaggio verso Maastricht, Carli vide nell\u2019impegno europeo non semplicemente un insieme di obblighi da rispettare, ma uno strumento per modificare il comportamento della classe dirigente italiana <\/span>1<\/sup><\/a><\/span><\/span>.La definizione di Diodato non coincide, quindi, con l\u2019idea generica che ogni Stato subisca pressioni internazionali. Il vincolo esterno \u00e8 una scelta politica, determinata da contingenze particolarmente difficili da affrontare per uno Stato: consiste nell\u2019assumere un impegno in un ordinamento pi\u00f9 ampio affinch\u00e9 quell\u2019impegno incida sulle decisioni interne. La sua forza deriva dal fatto che una maggioranza pu\u00f2 cambiare e un governo pu\u00f2 cadere, mentre i trattati, le regole comuni, i meccanismi dei mercati finanziari e la credibilit\u00e0 necessaria a rispettarli hanno una durata indeterminata. Una decisione presa sul piano internazionale modifica cos\u00ec, nel tempo, i margini della competizione nazionale. Non cancella le alternative, ma ne altera il costo e rende pi\u00f9 difficili quelle incompatibili con gli obblighi sottoscritti.<\/p>\n\n\n\n Per Carli questo meccanismo rispondeva a una diagnosi pessimistica del Paese. La classe politica italiana, a suo giudizio, tendeva a rinviare il controllo della spesa e le riforme necessarie, perch\u00e9 ogni correzione immediata avrebbe incontrato la resistenza dei gruppi interessati e messo a rischio il consenso. Era difficile ottenere all\u2019interno l\u2019accordo necessario a mantenere impegni di lungo periodo. Da qui l\u2019idea di legare l\u2019Italia a obblighi europei abbastanza solidi da rendere la disciplina finanziaria una necessit\u00e0 permanente e non soltanto la risposta tardiva a un\u2019emergenza. Come lo stesso Carli avrebbe spiegato retrospettivamente, egli attribuiva a un vincolo giuridico internazionale una funzione positiva per il risanamento dei conti, ritenendo improbabile che la classe politica mutasse indirizzo senza quella pressione <\/span>2<\/sup><\/a><\/span><\/span>.\u00c8 qui che Diodato individua la profondit\u00e0, ma anche l\u2019ambivalenza, della teorizzazione di Carli. Il vincolo non esprime una semplice preferenza per un mercato lasciato libero di funzionare. \u00c8 il tentativo, fortemente politico, di impiantare un dispositivo istituzionale che trasformi le regole dell\u2019economia italiana. La disciplina monetaria e di bilancio, la riduzione della spesa, le privatizzazioni e le riforme del lavoro e delle pensioni avrebbero dovuto essere sostenute dalla forza dell\u2019ancoraggio europeo. In questo senso il progetto liberale di Carli poteva assumere un carattere quasi \u00abgiacobino\u00bb: per cambiare un Paese giudicato resistente alla riforma, faceva leva su una decisione dall\u2019alto, destinata a incidere sulla sua costituzione economica effettiva.<\/p>\n\n\n\n Maastricht aveva dunque una portata costituzionale che andava oltre la ratifica di un trattato. Il trasferimento della sovranit\u00e0 monetaria e la sorveglianza sulle politiche di bilancio modificavano il rapporto tra decisione politica e regola economica. Il tecnico non si limitava a fornire competenze al governo: diventava il custode della continuit\u00e0 degli impegni assunti, nel presupposto che il sistema rappresentativo, lasciato a s\u00e9 stesso, non fosse in grado di garantirla. La questione democratica nasce precisamente qui. Se la disciplina esterna permette di correggere errori e di mantenere promesse, pu\u00f2 rafforzare la capacit\u00e0 dello Stato. Se invece diventa un sostituto permanente della deliberazione e della responsabilit\u00e0 politica, rischia di svuotare il significato delle scelte sottoposte agli elettori.<\/p>\n\n\n\n La prospettiva di recente espressa dal sottoscritto insieme a Gaetano Quagliariello, ne Il Principe e la Repubblica<\/em>, aiuta a collocare questa dinamica in una storia istituzionale pi\u00f9 ampia <\/span>3<\/sup><\/a><\/span><\/span>. Per comprendere la Repubblica non basta esaminare il testo della Costituzione e le competenze formali dei suoi organi. Occorre guardare alla sua costituzione materiale: ai rapporti effettivi tra partiti, governi, apparati amministrativi, corpi intermedi e poteri sovranazionali. In questa prospettiva, trattati e alleanze non sono uno sfondo immobile, ma contribuiscono a plasmare l\u2019indirizzo politico del Paese e i rapporti di forza entro cui esso viene definito. Il vincolo esterno assume cos\u00ec una valenza \u201cpre-politica\u201d, anche se non collocato direttamente dentro nessuna istituzione nazionale, con effetti sull\u2019azione delle forze politiche, incluse quelle pi\u00f9 radicali, come vedremo pi\u00f9 avanti.<\/p>\n\n\n\n La giovane Repubblica nasce in una condizione di forte dipendenza dal contesto internazionale. L\u2019Italia \u00e8 un Paese sconfitto, impegnato nella ricostruzione e collocato sulla linea di frattura della Guerra fredda. Il rapporto con gli Stati Uniti, gli aiuti americani, la scelta atlantica e l\u2019avvio dell\u2019integrazione europea incidono direttamente sulla stabilizzazione democratica. Le elezioni del 1948 mostrano con particolare evidenza quanto la competizione interna e la collocazione internazionale fossero intrecciate: il futuro degli aiuti statunitensi e l\u2019appartenenza dell\u2019Italia al campo occidentale erano parte della posta politica. Ma sarebbe sbagliato ridurre De Gasperi a un semplice esecutore di decisioni prese altrove: egli, pi\u00f9 di ogni suo successore, cerc\u00f2 di utilizzare quella collocazione per restituire al Paese credibilit\u00e0 e spazio d\u2019azion<\/p>\n\n\n\n Il vincolo esterno non ha cancellato il populismo, ma ne ha limitato la traduzione immediata in scelte di governo.<\/p>Lorenzo Castellani<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n Diodato invita, da questo punto di vista, a non interpretare tutta la politica estera della Prima Repubblica come il riflesso passivo di equilibri interni o di volont\u00e0 altrui. Il multilateralismo offr\u00ec a un Paese uscito sconfitto dalla guerra sedi nelle quali negoziare, acquisire riconoscimento e perseguire i propri interessi. L\u2019appartenenza a istituzioni economiche internazionali e la partecipazione alla costruzione europea comportavano vincoli, ma anche possibilit\u00e0. L\u2019Italia non sarebbe diventata una grande economia industriale prescindendo dalla politica estera e la questione decisiva, tra la fine degli anni quaranta e i primi anni cinquanta, era la capacit\u00e0 di usare l\u2019inserimento internazionale per sostenere una strategia nazionale.<\/p>\n\n\n\n Per descrivere le scelte di politica economica e industriale dell\u2019Italia fino agli anni Settanta, tuttavia, \u00e8 utile introdurre una distinzione. Come evidenzia Giovanni Farese, in quella fase \u00e8 spesso pi\u00f9 preciso parlare di \u00abvincolo estero\u00bb che di \u00abvincolo esterno\u00bb. Il primo termine richiama anzitutto la necessit\u00e0 di mantenere l\u2019equilibrio dei conti con l\u2019estero. Un\u2019economia che deve importare materie prime, energia, tecnologie e beni strumentali ha bisogno di procurarsi valuta attraverso le esportazioni o altre entrate. Se le importazioni crescono pi\u00f9 rapidamente della capacit\u00e0 di pagarle, lo squilibrio della bilancia dei pagamenti restringe le possibilit\u00e0 di proseguire una certa politica di sviluppo. Il limite non deriva necessariamente da una regola imposta da un\u2019organizzazione internazionale: deriva dalla posizione dell\u2019economia italiana negli scambi e nei pagamenti mondiali.<\/p>\n\n\n\n Il vincolo estero orientava cos\u00ec decisioni apparentemente interne. Una scelta di espansione industriale poteva aumentare il fabbisogno di importazioni; un\u2019accelerazione della domanda poteva aggravare i conti con l\u2019estero; la necessit\u00e0 di difendere la valuta poteva indurre a frenare la crescita o a modificare le priorit\u00e0 produttive. Su queste decisioni pesavano anche le pressioni del contesto internazionale, i rapporti commerciali e la disponibilit\u00e0 di finanziamenti. Nessuno di tali fattori determinava automaticamente una politica unica: i governi conservavano la possibilit\u00e0 di scegliere come reagire e su quali gruppi sociali far ricadere i costi, ma non potevano ignorare il problema dell\u2019equilibrio esterno <\/span>4<\/sup><\/a><\/span><\/span>.\u00a0<\/p>\n\n\n\n Sebbene questa distinzione tra \u00abvincolo esterno\u00bb e \u00abvincolo esterno\u00bb consenta una migliore comprensione, non bisogna tuttavia considerarla come uno schema interpretativo per delimitare in modo rigido due epoche: l\u2019Italia del dopoguerra, ad esempio, \u00e8 stata orientata dagli accordi internazionali; e anche l\u2019Italia del periodo successivo al 1970 \u00e8 soggetta alla bilancia dei pagamenti. Questa distinzione \u00e8 pi\u00f9 utile per individuare un cambiamento nell\u2019interpretazione politica di tale vincolo. Il \u00abvincolo economico\u00bb si presenta come una condizione economica; mentre il \u00abvincolo esterno\u00bb si definir\u00e0 nell\u2019epoca europea come un impegno istituzionale assunto deliberatamente per influenzare le scelte nazionali. Esiste quindi una continuit\u00e0 tra l\u2019una e l\u2019altra: entrambe prendono atto di un\u2019interdipendenza. Ma, nel caso del \u00abvincolo esterno\u00bb, non ci si limita a prendere atto dell\u2019interdipendenza, bens\u00ec si cerca di trasformarla in una regola di condotta interna \u2013 cosa che, del resto, non avviene senza difficolt\u00e0 e senza attriti in termini di legittimit\u00e0 politica. <\/p>\n\n\n\n La svolta \u00e8 l\u2019adesione al Sistema monetario europeo, decisa nel 1978 e operativa dal 1979. L\u2019impegno a contenere le oscillazioni della lira rispetto alle altre monete partecipanti rende pi\u00f9 stretto il rapporto fra politica economica italiana e scelte dei partner. Difendere il cambio richiede attenzione all\u2019inflazione, ai salari, alla spesa e alla credibilit\u00e0 della politica di bilancio. Non \u00e8 una questione puramente tecnica: muta il costo delle decisioni nazionali e riduce la possibilit\u00e0 di rinviarne indefinitamente le conseguenze.<\/p>\n\n\n\n Il dibattito sull\u2019adesione allo SME rese visibile questa posta in gioco. La Banca d\u2019Italia temeva che un minore margine di manovra monetaria non fosse accompagnato da un\u2019adeguata disciplina fiscale. Nelle forze politiche emergevano preoccupazioni per gli effetti sulla spesa pubblica e sulla politica salariale. Il PCI si oppose all\u2019ingresso immediato, mentre il PSI si astenne; la decisione contribu\u00ec ad aggravare la crisi della solidariet\u00e0 nazionale. La lira ottenne una banda di oscillazione pi\u00f9 ampia rispetto a quella delle altre monete, segno che le condizioni dell\u2019impegno erano oggetto di negoziato. Ma aderire significava comunque accettare che scelte compiute all\u2019interno del Paese fossero giudicate anche in base alla capacit\u00e0 di mantenere una promessa europea.<\/p>\n\n\n\n Lo SME permette di vedere concretamente come opera il vincolo esterno. Esso attribuisce un prezzo pi\u00f9 alto a politiche incompatibili con un impegno comune; offre ai governi un argomento per chiedere sacrifici o riforme; rafforza le istituzioni incaricate di custodire la stabilit\u00e0; obbliga i partiti a confrontarsi con conseguenze che non possono essere interamente controllate sul piano nazionale. Non sopprime il conflitto politico. Ne cambia il terreno, perch\u00e9 rende necessario discutere non solo quali obiettivi perseguire, ma come conciliarli con obblighi gi\u00e0 assunti.<\/p>\n\n\n\n Il cosiddetto \u00abdivorzio\u00bb tra Tesoro e Banca d\u2019Italia del 1981 si inserisce in questa trasformazione, pur essendo una decisione interna. Venendo meno l\u2019obbligo per la banca centrale di acquistare i titoli pubblici non collocati sul mercato, aument\u00f2 l\u2019autonomia della politica monetaria e divenne pi\u00f9 evidente il costo del finanziamento del debito. Ma la maggiore disciplina monetaria non produsse automaticamente una corrispondente capacit\u00e0 dei partiti di correggere la spesa o riformare il bilancio. Si apr\u00ec uno scarto destinato a pesare per tutto il decennio: i meccanismi che rendevano pi\u00f9 stringenti i limiti cambiavano pi\u00f9 rapidamente delle pratiche politiche chiamate ad adeguarvisi.<\/p>\n\n\n\n L\u2019Italia degli anni Ottanta non fu, per questo, un soggetto passivo dell\u2019integrazione. Durante la presidenza italiana della Comunit\u00e0 nel 1985, Craxi contribu\u00ec a sbloccare il percorso verso l\u2019Atto unico europeo. Il Paese continuava a cercare un ruolo nel progetto comunitario. Tuttavia, l\u2019avanzamento del mercato comune rendeva pi\u00f9 urgenti adattamenti dell\u2019economia, del sistema finanziario e dell\u2019amministrazione che venivano affrontati solo parzialmente. Quegli anni devono considerarsi un\u2019occasione mancata proprio per cercare di governare meglio il vincolo esterno, invece mentre il quadro europeo mutava molte cattive consuetudini interne sopravvivevano. Il vincolo, anzich\u00e9 essere assunto come stimolo a scegliere e a modernizzare, tendeva sempre pi\u00f9 a essere vissuto come una costrizione cui adeguarsi nella misura minima indispensabile.<\/p>\n\n\n\n Nella lettura di Diodato, Carli interpret\u00f2 quel passaggio come una risposta congiunta a due crisi: quella delle finanze pubbliche e quella della collocazione internazionale italiana. Il nuovo ordine europeo dominato dalla riunificazione tedesca gli offriva la possibilit\u00e0 di ancorare l\u2019Italia a un assetto stabile, evitando che l\u2019incapacit\u00e0 della politica di governare la spesa ne producesse il declino. L\u2019ancoraggio avrebbe dovuto avere anche un valore pedagogico. L\u2019obbligo inizialmente percepito come esterno avrebbe indotto nuove abitudini interne, fino a rendere il rigore e la capacit\u00e0 di riforma comportamenti ordinari della classe dirigente.<\/p>\n\n\n\n Proprio qui, tuttavia, si colloca il punto pi\u00f9 problematico della teoria. L\u2019intenzione di ottenere attraverso un vincolo internazionale ci\u00f2 che non si riesce a deliberare e sostenere attraverso la normale competizione politica attribuisce a tecnici e istituzioni indipendenti un ruolo decisivo nella definizione dell\u2019indirizzo economico. La scelta resta politica all\u2019origine, ma la sua attuazione tende a essere rappresentata come necessit\u00e0 tecnica. Il rischio \u00e8 che i governi rivendichino il merito dell\u2019appartenenza europea senza assumersi la responsabilit\u00e0 delle misure adottate per rispettarne gli obblighi. La tecnocrazia diviene cos\u00ec parte integrante della storia del vincolo: non perch\u00e9 possieda soluzioni neutrali, ma perch\u00e9 riceve il compito di custodire impegni che le maggioranze politiche potrebbero essere tentate di rimettere in discussione <\/span>5<\/sup><\/a><\/span><\/span>.<\/p>\n\n\n\n \u00a0L\u2019adesione convinta a Maastricht rispondeva anche al bisogno di ritrovare, attraverso l\u2019Europa, una collocazione e una credibilit\u00e0 che la politica estera nazionale faticava ormai a garantire. La linea sostenuta con continuit\u00e0 da Carli acquist\u00f2 forza proprio mentre le altre possibili strategie apparivano frammentate e incerte. Ma nel settembre 1992, la crisi della lira dimostr\u00f2 che, pur avendo sottoscritto un impegno, l\u2019Italia non era pronta a rispettarlo. L\u2019uscita dallo SME, la svalutazione e le misure d\u2019emergenza del governo Amato misero in luce il ritardo accumulato dal Paese. L\u2019impegno europeo, lungi dal cancellare queste debolezze strutturali, ne rende pi\u00f9 visibile il costo. A seguito di questa crisi, i governi successivi faranno dell\u2019adozione della moneta unica e quindi del risanamento dei conti un obiettivo fondamentale.<\/p>\n\n\n\n \u00a0L\u2019adesione convinta a Maastricht rispondeva anche al bisogno di ritrovare, attraverso l\u2019Europa, una collocazione e una credibilit\u00e0 che la politica estera nazionale faticava ormai a garantire.<\/p>Lorenzo Castellani<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n Diodato coglie il limite politico dell\u2019Ulivo nella difficolt\u00e0 di trasformare un progetto segnato dal rigore europeo in una proposta capace di conciliare stabilit\u00e0 economica e crescita. La disciplina dei conti non poteva sostituire una strategia di sviluppo. La produttivit\u00e0, la dimensione delle imprese, l\u2019innovazione, la qualit\u00e0 dell\u2019amministrazione e la capacit\u00e0 industriale restavano problemi da affrontare con decisioni nazionali. Il ritardo italiano assume un carattere progressivo: il declino di settori della grande industria e l\u2019insufficiente trasformazione del modello produttivo resero il Paese pi\u00f9 vulnerabile proprio mentre l\u2019economia si internazionalizzava e l\u2019unione monetaria chiedeva maggiore capacit\u00e0 di adattamento. L\u2019euro offriva stabilit\u00e0 e appartenenza a un\u2019area monetaria comune; non poteva decidere quali investimenti compiere n\u00e9 realizzare da s\u00e9 le riforme necessarie.<\/p>\n\n\n\n Nella competizione politica, il vincolo europeo assunse significati diversi. Il centrosinistra lo consider\u00f2 prevalentemente una garanzia di credibilit\u00e0 e uno strumento di modernizzazione. Il centrodestra, pur senza abbandonare la collocazione occidentale, espresse pi\u00f9 spesso insofferenza verso i limiti di Maastricht e rivendic\u00f2 maggiore iniziativa nazionale. La distinzione fra i due schieramenti non riguardava il multilateralismo in quanto tale, poich\u00e9 entrambi continuarono a considerarlo uno strumento della politica estera italiana, ma riguardava piuttosto il valore attribuito al vincolo europeo e la possibilit\u00e0 di sottrarsi alla sua logica. Col passare del tempo, entrambi dovettero confrontarsi con la difficolt\u00e0 di collegare stabilit\u00e0 finanziaria, crescita economica e consenso sociale.<\/p>\n\n\n\n La crisi dei debiti sovrani rese quel problema drammatico. Nel 2011 lo spread acquist\u00f2 un\u2019evidenza politica fino ad allora sconosciuta alla maggioranza degli elettori. Il differenziale di rendimento dei titoli pubblici non misurava soltanto il costo relativo del debito: diventava un giudizio sulla credibilit\u00e0 del governo e sulla sua capacit\u00e0 di mantenere gli impegni. Le pressioni dei mercati, delle istituzioni europee e della Banca centrale europea si intrecciarono con il logoramento della maggioranza parlamentare. Nacque cos\u00ec il governo Monti, sostenuto da una larga maggioranza ma chiamato ad agire in un contesto nel quale lo spazio di scelta appariva fortemente ridotto.<\/p>\n\n\n\n L\u2019episodio mostra il lato pi\u00f9 controverso del vincolo esterno. Le procedure costituzionali continuarono a funzionare: il Presidente della Repubblica confer\u00ec l\u2019incarico e il Parlamento vot\u00f2 la fiducia. Eppure, una parte dell\u2019opinione pubblica percep\u00ec quelle decisioni come imposte dall\u2019emergenza e maturate fuori dalla normale competizione democratica. Il rigore contribu\u00ec a restituire credibilit\u00e0 internazionale all\u2019Italia, ma il costo sociale dell\u2019aggiustamento, sommato alla debolezza dell\u2019economia, aliment\u00f2 una reazione politica populista molto robusta.<\/p>\n\n\n\n L\u2019Italia entrava in una spirale di \u00abde-democratizzazione\u00bb, che non \u00e8 il collasso della democrazia liberale ovviamente, ma il rischio che la democrazia perda capacit\u00e0 effettiva quando i decisori nazionali non riescono a trasformare gli impegni assunti in opportunit\u00e0 per il Paese. Se i governi attribuiscono all\u2019Europa scelte di cui non vogliono rispondere, mentre le opposizioni promettono di ignorare obblighi che non sparirebbero con una vittoria elettorale, diventa difficile per i cittadini distinguere le decisioni inevitabili da quelle ancora contendibili. A indebolire la democrazia non \u00e8 soltanto il limite esterno, ma \u00e8 l\u2019incapacit\u00e0 della politica di governarlo e di renderne conto.<\/p>\n\n\n\n Da questa frattura trassero forza anche movimenti populisti ed euroscettici. Le elezioni del 2018 segnarono un rifiuto dell\u2019idea secondo cui la credibilit\u00e0 europea fosse, da sola, una risposta sufficiente ai problemi del Paese. Il governo nato dall\u2019accordo tra Movimento 5 Stelle e Lega prov\u00f2 a rivendicare maggiore libert\u00e0 nella politica economica e a contestare alcuni presupposti dell\u2019assetto precedente. Ma la prova del governo ha rapidamente chiarito la differenza fra opporsi a un vincolo e amministrare uno Stato che vi \u00e8 inserito. La necessit\u00e0 di finanziare il debito, il rapporto con la Commissione, la stabilit\u00e0 dell\u2019euro e la risposta dei mercati imponevano una trattativa continua. Non cancellavano ogni scelta alternativa, ma rendevano costose quelle incompatibili con gli impegni fondamentali dell\u2019Italia a livello internazionale.<\/p>\n\n\n\n In questo senso il vincolo esterno ha svolto anche una funzione di moderazione. Le forze che lo avevano criticato si sono trovate a governare entro margini pi\u00f9 stretti di quelli evocati nella competizione elettorale. Hanno dovuto rivedere obiettivi, negoziare con le istituzioni europee e misurare le promesse sulla sostenibilit\u00e0 finanziaria. L\u2019adattamento non \u00e8 stato lineare n\u00e9 ha eliminato i conflitti; ha mostrato per\u00f2 che la responsabilit\u00e0 di governo tende a ridimensionare le posizioni pi\u00f9 radicali quando incontra impegni difficili da revocare e costi immediatamente percepibili.<\/p>\n\n\n\n La stessa dinamica si \u00e8 ripresentata, in forme diverse, dopo il 2022. La vittoria di una coalizione comprendente forze a lungo critiche verso l\u2019Unione non ha comportato una rottura della collocazione europea e atlantica dell\u2019Italia. La ricerca di credibilit\u00e0 internazionale, la prudenza nelle prime scelte di bilancio, il rapporto con il Presidente della Repubblica e la necessit\u00e0 di rispettare gli impegni del PNRR hanno accompagnato l\u2019azione del governo Meloni. Attribuire questa moderazione esclusivamente al vincolo esterno sarebbe eccessivo: vi concorrono scelte politiche, incentivi istituzionali e considerazioni strategiche <\/span>6<\/sup><\/a><\/span><\/span>. Ma non si pu\u00f2 negare che l\u2019insieme degli impegni assunti dall\u2019Italia abbia ridotto il margine di manovra per una rottura radicale.\u00a0<\/p>\n\n\n\n Con il Piano nazionale di ripresa e resilienza il vincolo europeo assume una forma nuova. Non scompare la condizionalit\u00e0: per ottenere le risorse occorre rispettare tempi e raggiungere traguardi verificabili. Tuttavia, la logica non \u00e8 soltanto quella della disciplina fiscale. Next Generation EU combina finanziamenti comuni, riforme, investimenti e valutazione dei risultati. Alla domanda tradizionale \u2014 quali limiti deve rispettare lo Stato? \u2014 si affianca una seconda domanda: che cosa riesce concretamente a realizzare con le risorse disponibili?<\/p>\n\n\n\n A indebolire la democrazia non \u00e8 soltanto il limite esterno, ma \u00e8 l\u2019incapacit\u00e0 della politica di governarlo e di renderne conto.<\/p>Lorenzo Castellani<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n Nicola Lupo propone di leggere il PNRR come un procedimento \u00abeuro-nazionale\u00bb. Le istituzioni dell\u2019Unione stabiliscono il quadro comune; lo Stato membro definisce il proprio Piano, sceglie misure e priorit\u00e0 entro quel quadro e organizza le strutture necessarie ad attuarlo. La Commissione partecipa alla valutazione del Piano, segue l\u2019avanzamento degli impegni e verifica il raggiungimento dei traguardi; il Consiglio interviene nell\u2019approvazione e nelle eventuali modifiche. Non siamo di fronte a un ordine impartito unilateralmente da Bruxelles, perch\u00e9 la volont\u00e0 delle istituzioni nazionali \u00e8 indispensabile sia per assumere sia per attuare gli impegn <\/span>7<\/sup><\/a><\/span><\/span>.<\/p>\n\n\n\n Per questo Lupo suggerisce che, nel caso del PNRR, si parli pi\u00f9 propriamente di \u00abautovincolo\u00bb. L\u2019Italia ha scelto di presentare il Piano e ne ha definito i contenuti, pur nel rispetto di priorit\u00e0 e procedure comuni. Se vuole continuare ad accedere alle risorse, deve osservare le scadenze e le modalit\u00e0 di verifica; se intende modificare gli impegni, non pu\u00f2 farlo unilateralmente. La differenza rispetto alla formula classica di Carli \u00e8 significativa. Il vincolo non serve soltanto a rendere pi\u00f9 difficile una politica giudicata irresponsabile, ma lega finanziamenti, programmazione amministrativa e risultati attesi in un circuito decisionale al quale partecipano tanto Roma quanto Bruxelles.<\/p>\n\n\n\n Questa lettura consente anche di evitare un equivoco sulla sovranit\u00e0. La partecipazione dell\u2019Italia alle istituzioni europee e la scelta nazionale di assumere determinati impegni non rendono irrilevanti i limiti che ne derivano. Una volta approvato il Piano, i governi successivi devono confrontarsi con obiettivi e tempi che non hanno definito da soli, ma nemmeno quei limiti autorizzano a descrivere l\u2019Italia come un soggetto privo di volont\u00e0 tanto che il piano \u00e8 stato pi\u00f9 volte rinegoziato, corretto, aggiustato in dialogo con la Commissione Europea. <\/p>\n\n\n\n Anche il PNRR, infatti, pu\u00f2 essere letto in due modi dalla classe politica. Come un calendario di adempimenti compiuti per ottenere le rate europee, riproducendo la logica del minimo necessario gi\u00e0 emersa in altre fasi dell\u2019integrazione. Oppure come integratore capace di stimolare capacit\u00e0 di programmazione, coordinamento e attuazione, pu\u00f2 trasformare un limite concordato in una risorsa di governo. La prova \u00e8 stata particolarmente impegnativa per uno Stato nel quale molti problemi non riguardano la disponibilit\u00e0 formale di una decisione, ma la capacit\u00e0 di portarla a compimento. Il vincolo sui risultati ha reso pi\u00f9 visibile questa distanza fra annuncio e realizzazione, ma non ha garantito, da solo, che venisse sempre colmata. Sull\u2019evoluzione di questo possibile nuovo \u201cmetodo di governo\u201d, con una pi\u00f9 forte integrazione del vincolo esterno nella dinamica istituzionale, sar\u00e0 possibile esprimere una valutazione pi\u00f9 compiuta quando si capir\u00e0 se formule come quella del Next Generation EU resteranno una tantum o se invece saranno sempre pi\u00f9 frequenti e istituzionalizzate<\/p>\n\n\n\n In conclusione, la storia italiana suggerisce che il vincolo esterno non svolge sempre la stessa funzione. Nel dopoguerra l\u2019ancoraggio internazionale offr\u00ec alla Repubblica sicurezza e possibilit\u00e0 di ricostruzione. Dallo SME a Maastricht esso assunse un carattere sempre pi\u00f9 disciplinare. Nel 2011 la pressione congiunta dei mercati e delle istituzioni europee rese evidenti i rischi di una politica incapace di prevenire la crisi. Con il PNRR, infine, il vincolo ha preso la forma di un programma condiviso, nel quale la disponibilit\u00e0 di risorse \u00e8 legata alla capacit\u00e0 di realizzare impegni assunti anche dall\u2019Italia. In nessuna di queste fasi esso ha sostituito completamente la scelta nazionale, ma ha modificato in profondit\u00e0 il costo delle alternative.<\/p>\n\n\n\n La prova del governo ha rapidamente chiarito la differenza fra opporsi a un vincolo e amministrare uno Stato che vi \u00e8 inserito.<\/p>Lorenzo Castellani<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n Fra i suoi effetti politici pi\u00f9 rilevanti vi \u00e8 la moderazione delle forze che, dall\u2019opposizione, avevano promesso una rottura con l\u2019assetto europeo. L\u2019esperienza italiana mostra che populisti ed euroscettici, giunti al governo, non hanno trovato davanti a s\u00e9 un campo libero. Hanno incontrato trattati, alleanze, scadenze del debito, aspettative degli investitori e, pi\u00f9 recentemente, gli impegni del PNRR e probabilmente nei prossimi anni quelli del SAFE. Hanno potuto contestare singole regole e negoziare margini di flessibilit\u00e0; non hanno potuto comportarsi come se tali legami non esistessero. Ne \u00e8 derivato un adattamento realistico, talvolta accompagnato da una retorica pi\u00f9 conflittuale delle decisioni effettivamente adottate. Il vincolo esterno non ha cancellato il populismo, ma ne ha limitato la traduzione immediata in scelte di governo. E\u2019 stato un meccanismo, non sempre ben funzionante, ma che nell\u2019ultimo decennio di storia italiana si \u00e8 imposto come formula prudenziale per chi \u00e8 andato al governo, innervando la costituzione sostanziale della Repubblica italiana <\/span>8<\/sup><\/a><\/span><\/span>.<\/p>\n\n\n\n \u00c8 una chiave di lettura utile anche per la Francia di oggi, senza presumere che il suo futuro replicher\u00e0 quello italiano. Il Paese dispone di un peso politico europeo, di una tradizione statale e di risorse diplomatiche differenti. Eppure l\u2019instabilit\u00e0 parlamentare, le difficolt\u00e0 di bilancio e la pressione sui titoli di Stato rendono pi\u00f9 stretta la relazione fra decisioni interne e giudizio esterno. Il governo francese ha presentato un progetto di bilancio per il 2027 volto a ridurre il disavanzo, ma deve affrontare un Parlamento diviso e l\u2019opposizione a misure impopolari. All\u2019inizio di ottobre 2026 il rendimento dei titoli decennali francesi ha sfiorato il 5%, mentre il debito pubblico risultava pari a circa il 119% del prodotto interno lordo nel secondo trimestre: dati che segnalano una pressione seria sulle scelte di governo, senza autorizzare a parlare di insolvenza imminente.<\/p>\n\n\n\n Per le forze francesi che criticano l\u2019Unione europea e promettono un\u2019espansione della spesa, l\u2019esperienza italiana indica una tensione destinata a diventare concreta nell\u2019eventuale passaggio al governo. Una maggioranza pu\u00f2 contestare le priorit\u00e0 europee, scegliere come distribuire l\u2019aggiustamento e negoziare con i partner. Deve per\u00f2 continuare a finanziare lo Stato, convincere gli investitori ad acquistare i suoi titoli e misurarsi con regole comuni cui la Francia stessa ha contribuito. Se la pressione sui conti e sui rendimenti persister\u00e0, potr\u00e0 agire anche in Francia quel meccanismo di moderazione osservato in Italia: non una conversione ideale delle forze populiste o euroscettiche, ma un adattamento pragmatico ai limiti effettivi dell\u2019azione di governo.<\/p>\n\n\n\n La lezione italiana non \u00e8, tuttavia, che il vincolo esterno risolva il problema politico. Pu\u00f2 contenere una rottura improvvisa e indurre chi governa a riconoscere la realt\u00e0 dei conti e degli impegni. Non pu\u00f2 sostituire una maggioranza capace di decidere chi debba sostenere i costi del risanamento, quali investimenti preservare e come rendere credibile una prospettiva di crescita. Non pu\u00f2 da solo garantire la legittimazione politica per superare le fratture sociali e la polarizzazione politica. Di fatti, se il vincolo modera le promesse radicali ma non produce risultati politicamente e socialmente riconoscibili, la distanza fra politica ed elettori pu\u00f2 persino aumentare. La sua funzione pi\u00f9 utile non \u00e8 imporre una linea dall\u2019esterno, ma obbligare le classi dirigenti a confrontare le promesse con le conseguenze e a rispondere pubblicamente delle scelte che compiono.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":" In Italia, tutti i populisti hanno ceduto al vincolo esterno<\/em>. 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L\u2019Europa come disciplina<\/h2>\n\n\n\n
Maastricht: la sfida di Carli<\/h2>\n\n\n\n
Maastricht port\u00f2 l\u2019impostazione di Carli al suo punto pi\u00f9 alto. Con il trattato firmato nel febbraio 1992, la prospettiva della moneta unica e i criteri di convergenza trasformarono l\u2019impegno europeo in una componente strutturale della vita politica ed economica nazionale. Non si trattava soltanto di difendere un cambio, ma di prepararsi a trasferire la politica monetaria a un livello sovranazionale, mantenendo la politica di bilancio entro un quadro di obblighi comuni. La portata della scelta era dunque istituzionale, oltre che economica.<\/p>\n\n\n\nI governi e la coercizione<\/h2>\n\n\n\n
La Seconda Repubblica nacque dunque entro uno spazio gi\u00e0 segnato dalle scelte europee. Per il centrosinistra, l\u2019ingresso nell\u2019euro divenne il simbolo della normalizzazione italiana: rigore finanziario, affidabilit\u00e0 internazionale e modernizzazione avrebbero dovuto sostenersi a vicenda. Il governo Prodi persegu\u00ec con determinazione quell\u2019obiettivo, dovendo per\u00f2 tenere insieme una maggioranza divisa sul welfare, sulle riforme economiche e su aspetti della politica estera. Il risultato fu raggiunto, ma la moneta unica non sciolse le contraddizioni che l\u2019avevano reso cos\u00ec difficile.
<\/p>\n\n\n\nIl PNRR <\/strong>cambia le carte in tavola<\/strong><\/h2>\n\n\n\n
L’Italia, la Francia e la prudenza di fronte alle pressioni esterne<\/h2>\n\n\n\n