{"id":53089,"date":"2026-10-13T06:00:00","date_gmt":"2026-10-13T04:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/?p=53089"},"modified":"2026-10-13T02:22:19","modified_gmt":"2026-10-13T00:22:19","slug":"e-se-in-fondo-nella-testa-di-putin-non-ci-fosse-nulla","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2026\/10\/13\/e-se-in-fondo-nella-testa-di-putin-non-ci-fosse-nulla\/","title":{"rendered":"E se, in fondo, nella testa di Putin non ci fosse nulla?"},"content":{"rendered":"\n

La Russia viene spesso descritta in Occidente come una fortezza impenetrabile, costituita da strati sovrapposti di menzogne e occultamenti che impediscono qualsiasi reale comprensione delle dinamiche politiche che vi si svolgono. Eppure \u00e8 uno degli ambiti meglio documentati del mondo contemporaneo, grazie al lavoro d\u2019inchiesta instancabile dei giornalisti d\u2019inchiesta. Di fatto, l\u2019inchiesta giornalistica ha acquisito in questo Paese uno status specifico: quello di vera e propria pratica di opposizione.<\/em><\/p>\n\n\n\n

Roman Badanine e Mikhail Rubine sono due figure di spicco in questo campo. Nel settembre 2026 pubblicheranno per la casa editrice <\/em>Les Ar\u00e8nes la traduzione francese del loro libro <\/em>*Lo zar in persona*. Con le sue ottocento pagine, questa opera storica senza pari in lingua francese offre una panoramica del regno di Vladimir Putin, illustrandolo attraverso approfondimenti sul periodo di declino finale e poi di crollo dell\u2019Unione Sovietica.<\/em><\/p>\n\n\n\n

I due autori attingono al materiale raccolto nel corso delle decine di inchieste che hanno dedicato alle \u00e9lite politiche ed economiche russe durante gli anni in cui hanno lavorato nelle principali redazioni politiche del Paese, arrivando persino a far parte del pool del Cremlino \u2013 un elenco di giornalisti accreditati dall\u2019amministrazione per seguire l\u2019attualit\u00e0 presidenziale o parlamentare.<\/em><\/p>\n\n\n\n

Queste inchieste hanno naturalmente attirato le ire dello Stato russo sugli autori e sui media da loro fondati, tra cui il sito di giornalismo d\u2019inchiesta Proekt, ai quali \u00e8 stato attribuito lo status di \u00abagenti stranieri\u00bb e di \u00aborganizzazioni indesiderate\u00bb. Roman Badanine e Mikhail Rubine proseguono ora la loro attivit\u00e0 dagli Stati Uniti, dove l\u2019FSB non ha mai smesso di minacciarli.<\/em><\/p>\n\n\n\n

Abbiamo parlato con Roman Badanine dei metodi utilizzati in questo libro per svelare i segreti dello Stato russo e del futuro del giornalismo d\u2019inchiesta sotto Vladimir Putin.<\/em><\/p>\n\n\n\n

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Ha appena pubblicato un\u2019opera di ampio respiro dedicata al quarto di secolo di governo di Vladimir Putin, a partire dalla sua prima elezione. Qual \u00e8 stato il percorso professionale e politico che l\u2019ha portata a intraprendere questo lavoro? <\/h3>\n\n\n\n

Mikhail Rubine e io abbiamo lavorato insieme a una serie di progetti giornalistici per gran parte della nostra carriera. Per quanto mi riguarda, il mio percorso \u00e8 iniziato poco prima della nostra collaborazione: per la precisione, contemporaneamente a quello dello stesso Vladimir Putin. Ho mosso i primi passi nel giornalismo poco dopo la serie di attentati che ha colpito alcuni condomini russi tra agosto e settembre 1999 \u2013 una tragedia che ha causato quasi 300 morti e che ancora oggi presenta numerose zone d\u2019ombra, sulle quali torniamo ampiamente in un capitolo del nostro libro.<\/p>\n\n\n\n

Prima di allora, stavo perseguendo una carriera accademica \u2013 o, almeno, nutrivo questa illusione. Poi, nel corso dei decenni, ho diretto tutte le testate giornalistiche pi\u00f9 autorevoli di Mosca, tra cui Gazeta.ru<\/em>, uno dei principali media online del Paese. Ero responsabile delle notizie politiche e quindi praticavo un giornalismo piuttosto tradizionale. \u00c8 stato solo alla fine della mia esperienza a Gazeta.ru<\/em>, intorno al 2009-2010, che il baricentro dei miei interessi professionali ha cominciato a spostarsi verso il giornalismo d\u2019inchiesta. Questa svolta \u00e8 avvenuta in modo abbastanza naturale nel momento in cui ho preso coscienza di un fatto essenziale: al di l\u00e0 delle mie preoccupazioni personali, il lavoro di inchiesta era diventato il ramo pi\u00f9 importante del giornalismo in Russia. Anzi, ho capito che tutto ci\u00f2 che restava del giornalismo russo sarebbe finito prima o poi per ridursi all\u2019inchiesta, tanto che la pratica ordinaria del giornalismo \u00abstandard\u00bb stava diventando impossibile, se non addirittura assurda. Che senso avremmo potuto trovare nello scrivere delle \u00abquestioni\u00bb correnti della Federazione Russa, sapendo perfettamente che in tal modo stavamo partecipando a una sorta di messinscena, a un gioco di inganni? <\/p>\n\n\n\n

C’\u00e8 stato un episodio in particolare che ha contribuito a questa presa di coscienza? <\/h3>\n\n\n\n

In questo caso, l\u2019elemento scatenante \u00e8 stato senza dubbio le rivelazioni di Sergej Kolesnikov, che era stato azionista di una societ\u00e0 denominata Petromed e, in tale veste, era stato incaricato della gestione ufficiosa del \u00abportafoglio\u00bb di Vladimir Putin. Nel 2010, Kolesnikov ha lasciato il Paese rivelando, in una lettera aperta, i dettagli della costruzione del palazzo segreto del presidente russo sulla costa di Gelendzhik grazie ai fondi degli oligarchi russi.<\/p>\n\n\n\n

In quel momento ho sentito che mi stavo orientando spontaneamente verso questioni di questo tipo. Da quel momento in poi, mi sono dedicato alla creazione di una redazione investigativa, a volte partendo da zero, in ciascuna delle testate per cui ho lavorato: a Forbes<\/em>, a Dojd\u2019<\/em>, a RBK\u2026<\/em> Naturalmente, tutto questo \u00e8 finito come doveva finire. Nel 2017 sono partito per Stanford con la John S. Knight Journalism Fellowship. A quel tempo, avevo appena pubblicato la prima puntata di un documentario intitolato \u00abI pietroburghesi\u00bb<\/em>, che trattava proprio di Ilia Traber, un personaggio di cui oggi si parla molto, uno dei baroni della criminalit\u00e0 organizzata della capitale del Nord, che quest\u2019anno \u00e8 stato infine indagato dall\u2019FSB per un caso penale, per poi essere rilasciato dopo aver rinunciato alle sue quote in diverse societ\u00e0. Quel film del 2017 ci \u00e8 costato l\u2019apertura di un procedimento penale: da quel momento mi \u00e8 apparso chiarissimo che, se avessi avuto la possibilit\u00e0 di tornare in Russia, non sarebbe mai stato per rimanerci definitivamente. Un giorno avrei dovuto fare una scelta: fuggire o finire in prigione. \u00c8 esattamente ci\u00f2 che \u00e8 successo. Sono rimasto due anni negli Stati Uniti a causa di quel procedimento penale. Quando sono riuscito a tornare a Mosca, ho lanciato il media investigativo Proekt<\/em>. Ma nel 2021 il potere \u00e8 tornato all\u2019attacco, continuando a usare come pretesto le nostre rivelazioni su Ilia Traber. Quando i nostri uffici sono stati perquisiti illegalmente, nel 2021, non avevamo altra scelta che l\u2019esilio. Sono quindi cinque anni che Mikha\u00efl ed io continuiamo a indagare dagli Stati Uniti su ci\u00f2 che accade all\u2019interno del Paese. Per il momento, questo sistema funziona ancora, anche se solleva continuamente nuove difficolt\u00e0. <\/p>\n\n\n\n

Il giornalismo russo utilizza metodi investigativi specifici? In tal caso, in che modo differiscono da quelli in uso in altri paesi? <\/h3>\n\n\n\n

Inizier\u00f2 con un aneddoto: nel 2017, al mio arrivo a Stanford, ho avuto lunghe conversazioni con i miei colleghi americani. A un certo punto, uno di loro mi ha posto una domanda che a lui sembrava del tutto naturale, ma che mi ha fatto scoppiare a ridere: \u00abE il FOIA, allora?\u00bb. Si riferiva al Freedom of Information Act<\/em>, in virt\u00f9 del quale gli enti pubblici sono tenuti a fornire informazioni su richiesta dei giornalisti, almeno in tutti i settori che non rientrano nella sicurezza nazionale e non riguardano documenti riservati. Qui \u00e8 uno strumento di lavoro quotidiano per i giornalisti: se vogliono ottenere un\u2019informazione, hanno pieno diritto di richiederla e l\u2019amministrazione non pu\u00f2 opporre loro un rifiuto. Ha il diritto di mentire, se vogliamo, o, diciamo, di nascondere certe cose, ma non di porre un veto. Per me, questa questione aveva qualcosa di comico, tanto era evidente che la maggior parte degli strumenti in uso nel mondo non funzionano affatto in Russia.<\/p>\n\n\n\n

A questo punto, cosa ci resta? Innanzitutto, il telefono. Questo rimane, nonostante tutto, uno strumento giornalistico essenziale \u2013 anche se molti, va detto, stanno cominciando a dimenticarne l\u2019esistenza. Parlare con le persone, con persone di ogni tipo, di ogni genere di argomento, rimane un valore sicuro. Di fatto, ci sforziamo di mantenere un certo contatto con le nostre fonti, anche se il loro numero, la loro sincerit\u00e0 e il loro livello di informazione sono cambiati notevolmente negli ultimi anni a causa della crescente repressione e della guerra in corso. Resta comunque il fatto che questi anni di lavoro ci hanno permesso di mantenere i nostri contatti e che ci siamo basati in larga misura sulle loro testimonianze per scrivere il nostro libro.<\/p>\n\n\n\n

D\u2019altra parte, la Russia \u00e8 unica \u2013 tra le altre cose \u2013 per il fatto che le \u201cfughe di notizie\u201d (leaks<\/em>, in inglese) rivestono un\u2019importanza considerevole. Le fughe di dati personali che vi si verificano sono semplicemente fenomenali. \u00c8 una delle caratteristiche essenziali del nostro tempo. Per un certo periodo, ad esempio, era possibile accedere al Rosreestr, il catasto russo. Era possibile sapere in qualsiasi momento chi possedeva cosa, senza violare la legge. Naturalmente, i giornalisti ne hanno approfittato al massimo e continuano a farlo: a un certo punto, noi stessi abbiamo scaricato l\u2019intero database. Ma i giornalisti d\u2019inchiesta ora sfruttano tutte le fughe di notizie possibili, che sono diventate all\u2019ordine del giorno in un paese in cui lo Stato ama raccogliere e centralizzare il maggior numero possibile di informazioni, con il rischio che tali dati finiscano in mani indesiderate \u2013 per negligenza o avidit\u00e0 da parte di chi ne \u00e8 responsabile. Devo tuttavia ammettere che io stesso non sono pi\u00f9 abbastanza \u00abmoderno\u00bb per gestire questi dati con tutta l\u2019abilit\u00e0 richiesta. Nel mio team ci sono persone ben pi\u00f9 competenti di me nel lavorare con queste fonti. E ce ne saranno senza dubbio altre nei prossimi anni, tanto questi dati sono diventati la risorsa pi\u00f9 preziosa, la nuova miniera d\u2019oro dei giornalisti d\u2019inchiesta. Saperli sfruttare, renderli tecnologicamente elaborabili, sistematizzarli, sintetizzarli e semplificarli grazie all\u2019automazione e all\u2019intelligenza artificiale \u00e8 al tempo stesso una parte essenziale del nostro lavoro oggi e un\u2019attivit\u00e0 destinata a ridisegnare i confini della professione. <\/p>\n\n\n\n

Infine, esiste un terzo metodo, quello che nel giornalismo tradizionale viene chiamato \u201cdoor-stepping\u201d<\/em>, quando il giornalista diventa egli stesso testimone diretto degli eventi. Da parte nostra, lo utilizziamo meno, semplicemente perch\u00e9 non realizziamo reportage, senza contare che il nostro status in Russia (quello di \u00abagenti stranieri\u00bb e di \u00aborganizzazione indesiderata\u00bb), il nostro esilio e il clima generale di paura che regna oggi in Russia rendono questo approccio poco praticabile.<\/p>\n\n\n\n

Il suo libro contiene diverse decine di fonti. Come mai cos\u00ec tante persone hanno accettato di parlare con giornalisti in esilio o minacciati dal regime, in quel clima di paura che lei descrive? <\/h3>\n\n\n\n

Abbiamo effettivamente calcolato che le fonti utilizzate in questo libro dovessero superare le duecento. Ma come effettuare un conteggio completo? Questo libro si basa sulle nostre indagini precedenti, che a loro volta si fondavano su innumerevoli interviste. Noi stessi non ricordiamo i dettagli di tutte queste conversazioni. Alcune di queste indagini si sono svolte in un\u2019altra realt\u00e0, in un\u2019altra Russia che oggi non esiste pi\u00f9: quella in cui era ancora possibile incontrare persone e discutere con loro in modo pi\u00f9 o meno sereno. <\/p>\n\n\n\n

Un fatto fondamentale merita di essere sottolineato: delle duecento fonti che abbiamo censito, solo il 5% circa \u00e8 citato per nome. Mi sembra che questo la dica lunga sull\u2019attuale Russia. Come giornalisti, il fatto che una persona accetti di parlare con noi e di essere citata per nome \u00e8 un dono del cielo, un\u2019occasione insperata. Queste dichiarazioni, non essendo anonime, risultano immediatamente pi\u00f9 convincenti, ma anche pi\u00f9 oneste nei confronti dei lettori. Allo stesso tempo, comprendiamo perfettamente che i rischi che si corrono sono di gran lunga superiori a quelli che devono affrontare fonti equivalenti nei paesi occidentali. Siamo ben consapevoli del clima di paura che regna in Russia e, il pi\u00f9 delle volte, dobbiamo rinunciare a fare a meno dell\u2019anonimato. Il pi\u00f9 delle volte non poniamo nemmeno la domanda. Ci\u00f2 potrebbe distruggere all\u2019istante il rapporto di fiducia che esiste tra noi e le nostre fonti. La domanda \u00abSignore, non vorrebbe rendere pubblica, a suo nome, questa informazione che ci sta confidando?\u00bb basterebbe a infrangere la fiducia.<\/p>\n\n\n\n

Queste modalit\u00e0 di indagine non esonerano naturalmente nessuno dal verificare in un modo o nell\u2019altro ci\u00f2 che ci viene riferito. \u00c8 proprio in questo contesto che le fughe di dati, tra le altre cose, dimostrano tutta la loro utilit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n

Il giornalismo d\u2019inchiesta ha quindi davanti a s\u00e9 nuovi orizzonti, anche quando riguarda un contesto cos\u00ec chiuso come la Russia di Putin? <\/h3>\n\n\n\n

A prescindere dalle difficolt\u00e0 del periodo che stiamo attraversando, il giornalismo non morir\u00e0 mai. E questo per la semplice e valida ragione che soddisfa una delle passioni fondamentali dell\u2019essere umano: la curiosit\u00e0. \u00c8 grazie a questa curiosit\u00e0 che sopravviviamo. E, di fatto, noi di Proekt<\/em> sopravviviamo, teniamo la testa fuori dall\u2019acqua nonostante la repressione e le difficolt\u00e0 che il mercato globale impone al giornalismo senza scopo di lucro. Il nostro campo di specializzazione non \u00e8 cambiato: scriviamo di argomenti di cui gli altri non scriveranno. Ci\u00f2 non significa che siamo pi\u00f9 intelligenti di tutti gli altri, ma che abbiamo scelto di affrontare tematiche che probabilmente gli altri media non tratteranno \u2013 per mancanza di tempo, di mezzi o di interesse per tali questioni. \u00c8 proprio qui che investiamo tutte le nostre energie, in questi argomenti che, com\u2019era prevedibile, sono anche i pi\u00f9 difficili.<\/p>\n\n\n\n

Oggi Proekt<\/em> si sta sviluppando in due direzioni. Innanzitutto, i documentari: da numerosi segnali emerge che questo \u00e8 il segmento pi\u00f9 accessibile e promettente a livello mondiale. Raccontare storie attraverso le immagini ha chiaramente un futuro. Hollywood conta ormai diverse case di produzione i cui statuti specificano espressamente che il loro campo di attivit\u00e0 comprende opere \u00abbasate su fatti reali\u00bb, storie vere. Ricordiamo il film *Spotlight*<\/em>, prodotto dallo studio Participant Media, che era stato creato proprio per raccontare storie \u00abbasate su fatti reali\u00bb e che oggi rappresenta una tendenza diffusa. Il documentario ci appare quindi come la modalit\u00e0 pi\u00f9 efficace per trasmettere informazioni.<\/p>\n\n\n\n

D\u2019altra parte, notiamo un\u2019altra tendenza, confermata del resto da vari dati e osservazioni: le persone tengono moltissimo a conoscere \u00abil vero retroscena\u00bb di casi rimasti irrisolti o a sapere come sono andate realmente le cose quando un velo di mistero avvolge certi eventi, certi personaggi, certe istituzioni. Ancora una volta, questa tendenza giustifica una certa svolta verso la storia, che rimane la chiave per spiegare numerosi fenomeni contemporanei. Tanto pi\u00f9 che la parte pi\u00f9 attiva della popolazione \u2013 penso in questo caso alla Russia, ma la cosa varrebbe per qualsiasi altro contesto \u2013 \u00e8 composta da persone di quarant\u2019anni o meno, che ignorano o hanno dimenticato molti eventi e faticano a collegare alcuni punti. \u00c8 cos\u00ec anche nel mio team: la maggior parte dei collaboratori ha meno di quarant\u2019anni, sono persone che hanno iniziato la loro carriera giornalistica ben dopo l\u2019ascesa al potere di Putin. <\/p>\n\n\n\n

Consideriamo in gran parte la nostra missione come un lavoro volto a chiarire i temi pi\u00f9 importanti alla luce di questa continuit\u00e0 storica. \u00c8 proprio per questo motivo che ci orientiamo sempre pi\u00f9 decisamente verso i documentari e le inchieste storiche. Posso inoltre annunciare che il prossimo progetto \u00e8 di enorme portata: si tratta di un documentario in pi\u00f9 puntate dedicato all\u2019FSB. <\/p>\n\n\n\n

Nel suo libro lei sviluppa una tesi originale, se non addirittura provocatoria: quella della totale o quasi totale assenza di ideologia in Vladimir Putin. In un contesto in cui i commentatori occidentali si sforzano di svelare i misteri del \u00abputinismo\u00bb inteso come ideologia, questa affermazione non mancher\u00e0 di sorprendere. <\/h3>\n\n\n\n

Certo, Vladimir Putin ha delle opinioni, come tutti. E, come per ogni essere umano, queste opinioni evolvono o regrediscono nel corso della sua vita. Ci\u00f2 che vale per chiunque vale anche per Vladimir Putin e non lo contestiamo minimamente. D\u2019altra parte, quando mettiamo a confronto due realt\u00e0 \u2013 le sue dichiarazioni pubbliche e ufficiali e la sua condotta concreta, osservabile sul campo \u2013 scopriamo un abisso incolmabile, ed \u00e8 proprio a questo abisso che prestiamo attenzione.<\/p>\n\n\n\n

Certo, per quanto riguarda i \u00abriferimenti teorici\u00bb, \u00e8 possibile che Vladimir Putin conosca tutti i testi che vengono solitamente citati: quelli di Ivan Iline, di Aleksandr Dugin, di Aleksandr Sol\u017eenicyn. E allora? Anche noi abbiamo letto quei libri. Ne conosciamo tutti il contenuto, in un modo o nell\u2019altro. Il nostro lavoro non consiste quindi nel ragionare partendo dai suoi discorsi, n\u00e9 nell\u2019analizzare le sue dichiarazioni per ricavarne ideologemi. Filosofi e politologi possono occuparsene, se lo desiderano \u2013 anche se, a mio avviso, non c\u2019\u00e8 granch\u00e9 da ricavare da queste fonti. Da parte nostra, siamo soliti concentrarci sui fatti. Ebbene, quando esaminiamo questi fatti, constatiamo una totale assenza di corrispondenza tra ci\u00f2 che afferma Vladimir Putin e ci\u00f2 che mette in atto.<\/p>\n\n\n\n

La sua tesi sarebbe quindi pi\u00f9 vicina a quella della \u201ccleptocrazia\u201d russa, secondo cui il discorso del potere non sarebbe altro che una facciata, una messinscena, senza altra funzione se non quella di mascherare una corsa all\u2019arricchimento personale? <\/h3>\n\n\n\n

La crescita personale \u00e8 una cosa, ma non bisogna sottovalutare il desiderio di mantenere il potere. O addirittura di preservare la propria integrit\u00e0. <\/p>\n\n\n\n

Il regime instaurato da Vladimir Putin si basa su una vera e propria spirale di menzogne. Tuttavia, nel caso del presidente russo, non si tratta mai di una menzogna ordinaria, di quelle che tutti noi diciamo di tanto in tanto, ma di una menzogna su vasta scala, a livello dello Stato russo. \u00c8 una menzogna che \u00e8 costata e continua a costare centinaia di migliaia di vite umane. E, se c\u2019\u00e8 davvero motivo di parlare di una \u00abspirale\u00bb, \u00e8 perch\u00e9, fin dalla prima menzogna commessa, dalla prima ipocrisia ammessa, Vladimir Putin \u00e8 inevitabilmente spinto a commetterne una seconda per nascondere la precedente, poi una terza, e cos\u00ec via. \u00c8 lo stesso fenomeno che si riscontra a livello di violenza. Prendiamo l\u2019esempio della presa di ostaggi nella scuola di Beslan nel 2004, che \u00e8 costata la vita a pi\u00f9 di 300 persone, tra cui 180 bambini. Per nascondere una menzogna di tale portata, per occultare la realt\u00e0 su come \u00e8 stata condotta l\u2019operazione, \u00e8 necessario commettere altri crimini, sempre terribili. \u00c8 in questo senso che la guerra in Ucraina pu\u00f2 essere intesa, in una certa misura, come un modo per Vladimir Putin di ripulire il proprio passato. Un modo per dire: \u00abDi me si \u00e8 detto che fossi molte cose, un chkista o un bandito, ma d\u2019ora in poi sar\u00f2 visto come colui che ha riunito le terre russe, come un capo di guerra vittorioso\u00bb. Ecco a cosa porta l\u2019ostinazione di Vladimir Putin, la sua incapacit\u00e0 di rispondere delle proprie azioni passate, di ammettere la propria colpa e di mostrare un briciolo di pentimento.<\/p>\n\n\n\n

Per quanto riguarda la guerra in Ucraina, il suo libro offre un\u2019interpretazione delle cause scatenanti dell\u2019invasione, delle modalit\u00e0 con cui \u00e8 stata presa questa decisione e dell\u2019esercito come struttura sociale della Russia odierna?<\/h3>\n\n\n\n

Senza voler eludere l\u2019argomento, abbiamo voluto limitarci, per cos\u00ec dire, al minimo indispensabile. Si tratta di una guerra ancora in corso e che, del resto, non sembra destinata a concludersi presto. Nel nostro libro, tuttavia, parliamo di fatti accertati, verificabili e conoscibili. D\u2019altra parte, la guerra suscita ancora oggi moltissime domande, ma anche emozioni particolarmente intense. Ecco perch\u00e9 abbiamo scelto di mantenere, per cos\u00ec dire, un certo tono asciutto, che non equivale tuttavia a prendere le distanze da questa guerra.<\/p>\n\n\n\n

Di fatto, torniamo all\u2019inizio dell\u2019invasione, alle condizioni in cui \u00e8 stata presa questa decisione, illustrando al contempo la logica di fondo di tale scelta. Il modo in cui Vladimir Putin affronta la guerra \u00e8 sempre stato pi\u00f9 o meno lo stesso. Per lui, si tratta innanzitutto di far risalire il proprio indice di popolarit\u00e0, per quanto cinico e assurdo possa sembrare in un paese in cui i risultati elettorali sono interamente controllati dal potere stesso. D\u2019altra parte, non neghiamo che il presidente russo abbia le sue convinzioni geopolitiche. Dedichiamo diverse pagine ai suoi rapporti personali con l\u2019Ucraina, che non sono mai stati semplici.<\/p>\n\n\n\n

Un\u2019altra particolarit\u00e0 del vostro approccio risiede nell\u2019enfasi che ponete deliberatamente sugli anni \u201980-\u201990. In questo senso, proponete una sorta di cronologia intermedia, attenta a guardare oltre l\u2019inizio dell\u2019invasione su larga scala, e anche oltre il famoso anno 2012, che ha inaugurato il terzo mandato di Vladimir Putin e ha rappresentato una vera e propria svolta per il regime, senza per\u00f2 per questo perdersi in considerazioni sulla Russia di Pietro il Grande o di Ivan il Terribile.<\/h3>\n\n\n\n

Per comprendere le dinamiche in atto, occorre infatti fare un certo passo indietro nel passato e ritengo addirittura che non ci siamo ancora spinti abbastanza lontano \u2013 per mancanza di risorse, di tempo, ma anche di accesso agli archivi. Anche se oggi ci trovassimo in Russia, ci\u00f2 non cambierebbe nulla alla situazione.<\/p>\n\n\n\n

Per fare un esempio, un certo mistero avvolge ancora le attivit\u00e0 di Vladimir Putin all\u2019interno del KGB negli anni \u201970-\u201980. Di quali casi di \u00abdissidenza\u00bb, come si diceva allora, si occupava? Si ritiene infatti che si occupasse di casi di questo tipo, ma per ora lo sappiamo solo per deduzione logica e sulla base di una manciata di documenti. Se potessimo saperne di pi\u00f9 su quel periodo, ci\u00f2 farebbe luce su moltissime cose. Per quanto riguarda gli anni \u201990, si tratta di un periodo meglio conosciuto, ma ancora poco studiato, nonostante tutto ci\u00f2 che ci permette di comprendere riguardo allo stesso Vladimir Putin e alla storia della Russia contemporanea nel suo complesso.<\/p>\n\n\n\n

Va inoltre aggiunto che questa consapevolezza non riguarda solo l\u2019\u00e9lite putiniana. Siamo tutti il prodotto di ci\u00f2 che \u00e8 accaduto negli ultimi anni dell\u2019Unione Sovietica e, ancor pi\u00f9, di quei famosi anni \u201990 che hanno seguito il suo definitivo crollo. Siamo tutti, in una certa misura, il prodotto dell\u2019era eltsiniana. Tutti, a cominciare da noi giornalisti. \u00c8 proprio per questo che studiamo e torniamo incessantemente su quel periodo. In fondo, riteniamo che questa parte della storia possa essere ben pi\u00f9 essenziale per comprendere la situazione attuale in Russia rispetto alle notizie di attualit\u00e0 sulla guerra in Ucraina.<\/p>\n\n\n\n

Al contrario, il suo libro permette di fare luce su molti aspetti dell\u2019attualit\u00e0, poich\u00e9 vi compaiono la maggior parte dei personaggi che, giorno dopo giorno, plasmano la politica russa odierna. Potrebbe fornirci un esempio di un episodio recente che il suo libro aiuterebbe a comprendere meglio?<\/h3>\n\n\n\n

L\u2019esempio pi\u00f9 evidente \u00e8 quello di Alisher Usmanov, che \u00e8 stato appena esentato dalle sanzioni finanziarie europee a suo carico \u2013 in questo caso, sotto la pressione piuttosto incredibile della Francia. In questo caso, ci sarebbero tutte le ragioni per parlare di una societ\u00e0 senza memoria. Se volete capire esattamente chi sia questa persona a cui la Francia ha deciso di risparmiare le sanzioni, basta consultare l\u2019ultima parte del nostro libro. L\u00ec si scopre, ad esempio, come Ousmanov abbia tratto vantaggio dalle malversazioni relative ai Giochi olimpici invernali di Sochi e come abbia acquisito gruppi editoriali per poi estrometterne la dirigenza e instaurarvi meccanismi di censura su richiesta del Cremlino.<\/p>\n\n\n\n

Ecco a cosa servono i libri, a cominciare dai libri di storia: servono da rimedio contro l\u2019oblio. Ci sono fenomeni e percorsi che meriterebbero di non essere dimenticati, di rimanere presenti nella mente o di essere ricordati ogni volta che si verifica un nuovo evento di una certa portata. Naturalmente, le persone hanno sempre altre preoccupazioni, e queste non includono necessariamente il \u00abricordo degli episodi precedenti\u00bb della politica russa. Ma, grazie a questi libri di storia pi\u00f9 o meno recente, avranno almeno la possibilit\u00e0 concreta di trovare le spiegazioni che potrebbero cercare. Preservare una sorta di memoria collettiva della politica: \u00e8 cos\u00ec, in un certo senso, che percepiamo la nostra missione.<\/p>\n\n\n\n

In un contesto come quello francese, a pochi mesi dalle elezioni presidenziali che determineranno in larga misura i rapporti del Paese con la Russia e l\u2019Ucraina, in che modo il suo libro potrebbe inserirsi nel dibattito politico? <\/h3>\n\n\n\n

Non essendo cittadino francese e non votando in Francia, mi risulta piuttosto difficile esprimere un giudizio del tutto pertinente, ma una cosa \u00e8 certa: una delle idee che emerge dal nostro libro \u00e8 che Vladimir Putin, da buon ex membro del KGB, ha sempre saputo mettere alla prova le persone, spesso in modo piuttosto discreto. \u00c8 una pratica che ha sempre seguito, sia nella sua carriera che nella sua vita privata. In un capitolo del libro raccontiamo la storia del principe Alberto di Monaco e della tenuta di Roc-Agel, nelle Alpi francesi, che Vladimir Putin avrebbe proposto di fargli costruire in cambio del voto di Monaco a favore della Russia per le Olimpiadi di Sochi. Attraverso Alberto II, il presidente russo voleva mettere alla prova l\u2019intero mondo occidentale. In sostanza, chiedeva: \u00abSiete marci quanto lo siamo noi in Russia?\u00bb. E ha ottenuto la sua risposta: forse non esattamente allo stesso modo, ma s\u00ec, gli europei sono corruttibili quanto i russi. In altre parole, gli stessi metodi possono funzionare ovunque.<\/p>\n\n\n\n

Se i responsabili politici francesi \u2013 a prescindere, del resto, dalle loro opinioni \u2013 potessero rendersi conto di questo atteggiamento di Vladimir Putin, di questi metodi e di queste pratiche, e se anche i giornalisti potessero dare risalto a queste realt\u00e0, ritengo che una parte importante del mio lavoro sarebbe stata portata a termine. Non so in che modo ci\u00f2 potrebbe influenzare le elezioni; ancora una volta, non \u00e8 affar mio. Ci\u00f2 che conta ai miei occhi, in fondo, \u00e8 che si capisca fino a che punto l\u2019influenza dei dittatori vada oltre la loro sfera d\u2019influenza nazionale. La cosa \u00e8 evidente nel caso del presidente russo, ma vale per qualsiasi dittatore, a prescindere dalla portata del suo potere, anche a livello di un piccolo paese africano. A suo tempo, il presidente ugandese Idi Amin Dada non si \u00e8 limitato a tormentare il proprio popolo, ma ha anche esercitato una forte influenza sul mondo esterno. Anche lui ha scatenato una guerra \u2013 e non solo una, tra l\u2019altro. Anche lui ha corrotto cittadini e funzionari in altri paesi del mondo. Pertanto, ogni dittatore deve essere considerato un fenomeno globale, anche se la sua stessa popolazione rimane la prima e principale vittima. Su questo punto, la lezione che ci offre Vladimir Putin \u00e8, ovviamente, la pi\u00f9 istruttiva di tutte, e il modo in cui potrebbe voler \u00abmettere alla prova\u00bb l\u2019Europa o i leader dei vari paesi che la compongono merita, a mio avviso, di trovare il giusto spazio nell\u2019attuale dibattito politico.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"

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