{"id":52999,"date":"2026-10-12T10:32:51","date_gmt":"2026-10-12T08:32:51","guid":{"rendered":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/?p=52999"},"modified":"2026-10-12T10:32:55","modified_gmt":"2026-10-12T08:32:55","slug":"la-nuova-lotta-di-classe-sara-una-lotta-tra-generazioni","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2026\/10\/12\/la-nuova-lotta-di-classe-sara-una-lotta-tra-generazioni\/","title":{"rendered":"La nuova lotta di classe sar\u00e0 una lotta tra generazioni"},"content":{"rendered":"\n

Scopri <\/em> Il Grand Continent. Idee e analisi che non troverai da nessun\u2019altra parte. Ma che presto vedrai ovunque. Nella tua casella di posta a partire da 8 euro al mese<\/a><\/em><\/p>\n\n\n\n

La tirannia del presente<\/em> <\/span>1<\/sup><\/a><\/span><\/span> esce proprio mentre lei annuncia una teoria generale della democrazia, cinquant\u2019anni dopo il suo primo libro. Va letto come un\u2019opera di transizione o come parte di un insieme pi\u00f9 ampio?<\/h3>\n\n\n\n

Ho scritto due tipi di libri: libri che cercano di approfondire l\u2019idea democratica, la sua storia, il suo presente e il suo futuro. Mi sento finalmente pronto a scrivere la mia teoria della democrazia, che sar\u00e0 l\u2019argomento dei miei prossimi due libri. Il mio primo libro risale al 1976; mi ci sono voluti cinquanta anni per sentirmi pronto a scrivere la mia teoria della democrazia.<\/p>\n\n\n\n

La tirannia del presente f<\/em>a parte di una serie di opere dedicate all\u2019impotenza delle istituzioni pubbliche e allo smarrimento politico. Ho cercato di analizzare questa riflessione secondo tre prospettive, che ho definito \u00abi punti ciechi dell\u2019azione pubblica e della vita democratica\u00bb.<\/p>\n\n\n\n

Lei parla di \u00abpunti ciechi\u00bb dell\u2019azione pubblica. Il primo riguarda il modo in cui concepiamo la societ\u00e0 stessa. Cosa non riesce a cogliere l\u2019analisi in termini di interessi materiali?<\/h3>\n\n\n\n

\u00c8 proprio questo che ho trattato nel mio libro sulla societ\u00e0: il fatto che si ritenga che gli interessi dei cittadini, la loro situazione materiale, non abbiano nulla a che vedere con le loro passioni, con ci\u00f2 che riguarda le loro interazioni. Per me, ci\u00f2 che \u00e8 stato uno shock sono state le rivoluzioni arabe. Sono state infatti definite le \u00abrivoluzioni della fame\u00bb, ma, come ha dimostrato Le\u00efla Dakhli, le rivendicazioni principali riguardavano l\u2019onore e la dignit\u00e0. Dignit\u00e0 significa essere considerati in modo diverso dai poteri costituiti, essere ascoltati.<\/p>\n\n\n\n\n\n

\n \n \r\n \r\n \r\n \r\n <\/picture>\r\n \n
Pierre Rosanvallon, *La tirannia del presente*, Seuil, settembre 2026.<\/figcaption>\n <\/a>\n<\/figure>\n\n\n

Ho quindi approfondito la questione della nostra cecit\u00e0 nell\u2019analisi della societ\u00e0. Avevamo solo un\u2019analisi di classe classica, che \u00e8 ovviamente imprescindibile, ma le altre dimensioni mi sembravano essenziali. In Francia, \u00e8 stata proprio la vicenda dei Gilet Gialli a dimostrare con maggiore forza che, se ci si limita a un\u2019analisi delle condizioni economiche, si tralascia una parte di ci\u00f2 che alimenta la vita sociale \u2013 e che sconvolge la vita politica.<\/p>\n\n\n\n

Qual \u00e8 il secondo?<\/h3>\n\n\n\n

\u00c8 quello che ho affrontato nel mio precedente libro sulle istituzioni invisibili. \u00c8 un\u2019idea che ho da molto tempo, in parte ispirata da un autore su cui ho scritto una tesi con Claude Lefort: Guizot. Quest\u2019ultimo sosteneva che esistessero mezzi interni di governo e mezzi esterni. Spiegava che era errato pensare che avere un esercito, una polizia e dei funzionari fosse sufficiente per governare. Il suo interesse era rivolto ai mezzi interni di governo.<\/p>\n\n\n\n

Avevo ripreso questa idea affermando che esistono istituzioni invisibili, che ho poi generalizzato e teorizzato. Non si pu\u00f2 governare senza rendersi conto che la legittimit\u00e0 di un potere pu\u00f2 sia potenziare, sia frenare la sua azione, e che la fiducia nei governanti svolge anch\u2019essa un ruolo fondamentale nella fattibilit\u00e0 di determinate politiche. Questi tre elementi \u2013 autorit\u00e0, fiducia e legittimit\u00e0 \u2013 sono al centro dell\u2019azione pubblica e della vita democratica, ma la loro importanza non era sufficientemente riconosciuta.<\/p>\n\n\n\n

Rimane il tempo, una dimensione che la sociologia politica ha a lungo considerato secondaria. Perch\u00e9 \u00e8 diventato un fattore decisivo?<\/h3>\n\n\n\n

Se avevo una profonda familiarit\u00e0 con l\u2019analisi sociologica classica e l\u2019analisi dei poteri, ne avevo invece molta meno riguardo alla questione delle temporalit\u00e0. Ma ho ben compreso quanto questo aspetto rivesta oggi un ruolo assolutamente decisivo, poich\u00e9 \u00e8 emerso in modo sotterraneo un nuovo regime di opposizione sociale: le lotte tra generazioni. La lotta di classe ha a lungo strutturato gran parte dell\u2019azione pubblica; \u00e8 la lotta generazionale, una lotta silenziosa e non articolata che non ha ancora trovato i propri spazi, ad essere assolutamente essenziale.<\/p>\n\n\n\n

\u00c8 proprio partendo da questo concetto di generazioni che sono stato portato a riflettere sul tempo. Questo volume costituisce quindi la terza parte dell\u2019analisi dei punti ciechi dell\u2019azione pubblica e della vita politica.<\/p>\n\n\n\n

La sua riflessione si ricollega al concetto di \u201cpresentismo\u201d di Fran\u00e7ois Hartog. <\/h3>\n\n\n\n

Condivido pienamente le riflessioni che ha sviluppato per affinare questo concetto. Ho letto attentamente i suoi vari libri sull\u2019argomento, che per me sono stati dei punti di riferimento, anche se, a mio avviso, l\u2019essenziale era l\u2019approccio pi\u00f9 generale. Ma se si vuole approfondire la questione del presentismo, i termini con cui ha presentato le sue tre figure o le sue tre modalit\u00e0 mi sembrano imprescindibili, se non addirittura indispensabili.<\/p>\n\n\n\n

Laddove Hartog individua diverse figure del presentismo, lei ne propone una lettura pi\u00f9 sintetica. Perch\u00e9?<\/h3>\n\n\n\n

Se ho semplificato l\u2019analisi del presentismo, \u00e8 stato per mostrare, in modo a volte un po\u2019 caricaturale, quanto esso fosse parte integrante della nostra cultura e avesse plasmato le nostre menti in queste diverse dimensioni. Il mio obiettivo era soprattutto quello di capire come superarlo, a prescindere dalla precisione concettuale apportata a questa analisi e a questa critica del presentismo. Il mio libro \u00e8 quindi essenzialmente un libro su come uscire dal presentismo, su come combatterlo.<\/p>\n\n\n\n

Lei ripercorre la storia dei tentativi di resistenza al presentismo. Quali forme hanno assunto?<\/h3>\n\n\n\n

Ho cercato innanzitutto di tracciare la storia di questi tentativi di resistenza al presentismo, considerando che essi rientravano in gran parte in prospettive aristocratiche, tecnocratiche o burocratiche. Per quanto riguarda la prospettiva aristocratica, non riprendo quanto affermava Tocqueville, anche se ovviamente occorrerebbe sfumare la questione. \u00c8 tuttavia vero che sia in Francia che in Inghilterra questo tentativo aristocratico \u00e8 stato assolutamente fondamentale. La prospettiva conservatrice \u00e8 evidente, non occorre soffermarsi ulteriormente su questo punto. Per contro, la via tecnocratica \u00e8 assolutamente essenziale, soprattutto nel nostro Paese, dove ci vantiamo di avere un\u2019alta funzione pubblica.<\/p>\n\n\n\n

La Francia ama considerarsi il paese dell\u2019alta funzione pubblica. Questa convinzione ha una storia alle spalle?<\/h3>\n\n\n\n

Si dimentica una cosa: ci \u00e8 voluto un secolo e mezzo dopo la Rivoluzione per creare una scuola di amministrazione. Il primo a proporne la creazione fu Talleyrand \u2013 e la proposta fu violentemente respinta. Lo stesso accadde nuovamente nel 1848, in occasione del tentativo di istituire una scuola di amministrazione presso il Coll\u00e8ge de France. E fino al Fronte Popolare, i socialisti respinsero nuovamente l\u2019idea di una scuola di amministrazione, sostenendo che fosse inaccettabile che un mondo politico, per definizione mutevole, fosse circondato da un\u2019amministrazione immutabile.<\/p>\n\n\n\n

Cosa \u00e8 cambiato dopo la Seconda guerra mondiale?<\/h3>\n\n\n\n

Ci\u00f2 che \u00e8 cambiato \u00e8 l\u2019emergere di una tecnocrazia, legata proprio all\u2019immagine stessa della Resistenza. I primi studenti dell\u2019ENA non hanno superato poi cos\u00ec tanti concorsi; erano resistenti, giovani che si erano fatti notare. Questi tecnocrati sono stati accettati perch\u00e9 erano percepiti come resistenti; in loro non si vedeva una sorta di insopportabile superiorit\u00e0, ma la continuazione del movimento della Resistenza nell\u2019ambito amministrativo. \u00c8 questo che ha permesso di legittimare la tecnocrazia, tanto pi\u00f9 che il ruolo del Piano \u00e8 stato assolutamente essenziale in Francia.<\/p>\n\n\n\n

Il Piano occupa un posto particolare nella sua narrazione. Cosa aveva in pi\u00f9 rispetto a una semplice istanza di competenza?<\/h3>\n\n\n\n

Perch\u00e9, per la prima volta, non erano solo le amministrazioni, una tecnocrazia, a riflettere, ma anche gli organismi intermedi. Il mio primo impiego \u00e8 stato quello di consulente economico presso la CFDT dopo il 1968, e uno dei miei primi compiti \u00e8 stato quello di coordinare tecnicamente la presenza della CFDT all\u2019interno del Piano.<\/p>\n\n\n\n

In ogni commissione del Piano \u2013 io stesso ho fatto parte della commissione tecnica per l\u2019economia generale \u2013 c\u2019erano rappresentanti del mondo imprenditoriale, di varie associazioni della societ\u00e0 civile e dei sindacati. L\u2019elaborazione delle politiche pubbliche appariva quindi come un processo che coinvolgeva l\u2019intera societ\u00e0. Non si trattava pi\u00f9 solo di tecnocrazia; ma attirava persino una giovane tecnocrazia militante. Ricordo che i giovani ispettori delle finanze pi\u00f9 brillanti aspiravano a non essere altro che semplici segretari in una commissione. Oggi ci troviamo in un contesto completamente diverso. Quell\u2019esperienza ha formato un\u2019intera generazione di tecnocrati in contatto con la societ\u00e0.<\/p>\n\n\n\n

Ricordate anche un episodio ormai quasi dimenticato: le missioni di produttivit\u00e0 inviate negli Stati Uniti.<\/h3>\n\n\n\n

Queste missioni di produttivit\u00e0 hanno svolto un ruolo assolutamente fondamentale, quelle che oggi chiameremmo \u201clearning expeditions\u201d. Gruppi di una ventina di persone, per lo pi\u00f9 imprenditori e sindacalisti, viaggiavano insieme per circa dieci settimane per visitare le fabbriche e discutere con i sindacati. Ci\u00f2 non eliminava la lotta di classe, ma permetteva di affrontare le questioni in modo diverso e di delineare altre politiche pubbliche.<\/p>\n\n\n\n

Come \u00e8 scomparsa questa tecnocrazia legata al Piano?<\/h3>\n\n\n\n

La tecnocrazia ha avuto successo. E, purtroppo, questo tipo di tecnocrazia legata al Piano \u00e8 stata smantellata dalla sinistra dopo il 1981 \u2013 un paradosso, ma per una ragione molto semplice: \u00e8 stato proprio Mitterrand, per primo, a mettere il Piano in un angolo per sottolineare che non aveva pi\u00f9 alcuna importanza, prima di abolirlo.<\/p>\n\n\n\n

L’idea era molto semplice: da un lato c’era chi sosteneva che il Piano non fosse pi\u00f9 necessario, che il mercato bastasse a tutto; era questa la visione liberale a favore della sua abolizione. Ma c\u2019era anche la visione politica che consisteva nel dire: \u00abSiamo davvero partiti di sinistra, eletti dal popolo, quindi siamo noi a sapere cosa serve alla societ\u00e0, perch\u00e9 siamo rappresentanti eletti di sinistra\u00bb. Quando c\u2019erano rappresentanti della destra, era ottimo che esistessero organismi come quello; ma quando la sinistra \u00e8 al potere, questo tipo di organismo non \u00e8 pi\u00f9 necessario.<\/p>\n\n\n\n

C’\u00e8 stata quindi questa vicenda della tecnocrazia, una vicenda di lunga data che in Francia \u00e8 stata interrotta. Si tratta di un vero e proprio problema.<\/p>\n\n\n\n

In che modo il pensiero democratico ha cercato, da parte sua, di integrare la prospettiva a lungo termine?<\/h3>\n\n\n\n

Si pu\u00f2 constatare che l\u2019intera riflessione sulla democrazia \u00e8 stata, storicamente, una riflessione volta a moltiplicare i principi di base, ovvero a declinare la rappresentanza. Si sono cos\u00ec create la rappresentanza proporzionale e la rappresentanza delle classi, e si creer\u00e0 anche la rappresentanza del futuro. Ci\u00f2 che volevo suggerire \u00e8 che non basta pi\u00f9 trasformare le istituzioni, ma occorre anche inventare nuovi metodi democratici.<\/p>\n\n\n\n

La democrazia non si riduce a un insieme di procedure e istituzioni; si tratta di metodi volti a mettere la societ\u00e0 in grado di discutere e risolvere tali conflitti. La democrazia \u00e8 il regime della lucidit\u00e0 che permette di risolvere conflitti potenzialmente violenti o, almeno, di poterli discutere.<\/p>\n\n\n\n

Nuove istituzioni non sarebbero quindi sufficienti?<\/h3>\n\n\n\n

\u00c8 proprio questo il tema centrale del mio libro. Tutti coloro che hanno riflettuto su come reintrodurre la prospettiva a lungo termine in quella a breve termine hanno preso in considerazione la creazione di nuove istituzioni. Certamente ne occorrono alcune, ma servono anche altri metodi democratici. E questi metodi si trovano nel mondo del lavoro. Ci\u00f2 che ha cambiato il mondo del lavoro sono stati i contratti collettivi inventati dal sindacalismo: hanno rappresentato un modo molto concreto, ma positivo, di gestire e arbitrare il conflitto sociale.<\/p>\n\n\n\n

Quali conflitti dovrebbero consentire di portare alla luce questi metodi?<\/h3>\n\n\n\n

Alla base della mia idea di nuove istituzioni c\u2019\u00e8 la volont\u00e0 di trovare modi per discutere e di fare della democrazia il momento del dibattito, quello in cui vengono messi a nudo i conflitti che strutturano la societ\u00e0 nel suo rapporto con il futuro. A ben vedere, ci\u00f2 che emerge come elemento di conflitto strutturante decisivo sono i conflitti tra generazioni.<\/p>\n\n\n\n

Ad esempio?<\/h3>\n\n\n\n

Prendiamo la questione del debito: il debito \u00e8 la mancata scelta nel presente, e la mancata scelta nel presente significa trasferire alle generazioni future il costo di tale mancata scelta. Lo stesso vale per le pensioni, poich\u00e9, indipendentemente dal sistema \u2013 a ripartizione o a capitalizzazione \u2013, sar\u00e0 il valore futuro a determinare lo stato delle pensioni, e tale valore sar\u00e0 determinato dall\u2019attivit\u00e0 delle generazioni future. Da questo punto di vista, non vi \u00e8 una grande differenza tecnica tra capitalizzazione e ripartizione: sar\u00e0 sempre il futuro a pagare.<\/p>\n\n\n\n

\u00c8 in questa prospettiva che lei propone l’idea di \u00abesercizio democratico\u00bb. Da dove nasce?<\/h3>\n\n\n\n

Il termine \u00abesercizio\u00bb \u00e8 un po\u2019 riduttivo. Come nascono le idee? Sorgono perch\u00e9, all\u2019improvviso, ci si imbatte in parole che si estrapolano dal loro contesto per trasformarle in qualcos\u2019altro. \u00c8 quello che ho fatto con il concetto di esercizio democratico, partendo dai libri di Pierre Hadot. Ovviamente non sono uno specialista di Marco Aurelio, ma nell\u2019idea di esercizio c\u2019\u00e8 questa nozione assolutamente fondamentale secondo cui non si tratta semplicemente di prendere decisioni, ma di adottare una pratica permanente.<\/p>\n\n\n\n

L’esercizio della democrazia risponde anche all’impotenza dei discorsi sulla catastrofe? Si dice spesso che bisogna trovarsi \u00abcon le spalle al muro\u00bb per agire.<\/h3>\n\n\n\n

\u00c8 anche un modo per me di comprendere l\u2019impotenza dell\u2019evocazione delle catastrofi future: tale evocazione non porta ad alcuna azione. Ci troviamo di fronte al muro e vediamo che nemmeno questo provoca granch\u00e9; persino le teorie sul muro si rivelano inefficaci. Ci\u00f2 significa che dobbiamo partire dal presupposto che il futuro ci divida \u2013 il lungo termine ci divide enormemente, ma si tratta di altri tipi di divisioni. Ed \u00e8 proprio questi nuovi tipi di divisioni sociali che dobbiamo comprendere.<\/p>\n\n\n\n

Come potrebbero concretizzarsi questi esercizi democratici?<\/h3>\n\n\n\n

La democrazia \u00e8 il sistema del dibattito che cerca di creare un terreno comune a partire dai conflitti esistenti. Per illustrare questa idea di esercizio democratico, fornir\u00f2 alcuni esempi, parlando in particolare delle \u00abconferenze tra generazioni\u00bb. Nelle scuole superiori si organizzano ormai dei MUN, ovvero esercitazioni di simulazione parlamentare o internazionale.<\/p>\n\n\n\n

Ne ho inaugurata una proprio all\u2019Henri-IV l\u2019anno scorso: per presentarla, avevano cercato qualcuno che riflettesse sulla democrazia, ma anche un uomo d\u2019azione \u2013 e quell\u2019uomo d\u2019azione era il presidente del Senato. Quest\u2019ultimo ha soprattutto giustificato la propria istituzione; non ha pensato ad altro. E cosa diceva? Per riassumere: il Senato \u00e8 come quando vi viene versata una tazza di t\u00e8 troppo bollente e la si versa in un\u2019altra tazza \u2013 \u00abnoi siamo la seconda tazza\u00bb. \u00c8 una buona definizione, ma ho pensato che se ne potessero trovare di pi\u00f9 dinamiche e precise.<\/p>\n\n\n\n

Queste iniziative scolastiche hanno gi\u00e0 dato vita a un progetto intergenerazionale?<\/h3>\n\n\n\n

Un gruppo di studenti delle scuole superiori, riuniti attorno ad alcuni insegnanti del liceo Lamartine e poi raggiunti da studenti di altre scuole superiori, mi ha proprio contattato per organizzare un \u00abparlamento delle generazioni\u00bb, ovvero un dibattito tra generazioni, che oggi non esiste.<\/p>\n\n\n\n

Lei afferma che il suo libro richiede uno sforzo collettivo. Dove lo vede all’opera?<\/h3>\n\n\n\n

\u00c8 in fase di avvio una convenzione cittadina sulla democrazia. Ho parlato con i suoi organizzatori e la cosa interessante \u00e8 che, per la prima volta, si tratta di una convenzione cittadina in cui il sorteggio ha tenuto conto delle opinioni politiche. Hanno quindi organizzato una conferenza dei cittadini con selezione tramite sorteggio in base all\u2019et\u00e0, alla categoria socioprofessionale, all\u2019origine geografica, ma anche all\u2019orientamento politico.<\/p>\n\n\n\n

Come funziona?<\/h3>\n\n\n\n

Una cosa che colpisce \u00e8 il loro modo di lavorare in queste convention: sono una sessantina, suddivisi in dieci tavoli da sei persone ciascuno, ognuno con un moderatore il cui ruolo \u00e8 esclusivamente quello di dare la parola ai partecipanti.<\/p>\n\n\n\n

A quei tavoli c’erano persone sia del Rassemblement National che di LFI, ecc. Alla fine della loro seconda giornata, hanno deciso all’unanimit\u00e0 di creare un gruppo WhatsApp comune per continuare a discutere. Se queste persone fossero state definite innanzitutto in base al loro orientamento politico, il dialogo sarebbe stato impossibile. Ma il pregio dell\u2019organizzazione di questa conferenza sta nel fatto che ognuno era l\u00ec innanzitutto per condividere i propri dubbi: una comunit\u00e0 di dubbi pu\u00f2 andare avanti insieme, mentre una comunit\u00e0 di opinioni gi\u00e0 ben consolidate non va molto lontano.<\/p>\n\n\n\n

In fondo, penso che sia proprio questa la direzione verso cui va ci\u00f2 che espongo nel libro: inventare metodi democratici. La democrazia, al di l\u00e0 del voto, consiste nel creare uno spazio comune in cui le controversie possano essere affrontate apertamente.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"

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